SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ITALO SVEVO

"Uno dei più importanti scrittori del Novecento italiano."

"Fra i più notevoli rappresentanti della letteratura e della coscienza contemporanee."

Quando scoppia il "caso Svevo" - siamo nel 1925-26 - lui, l'autore, aspetta da trent'anni. I due romanzi che ha pubblicato a sue spese hanno avuto pochi lettori e pochissimi recensori. Ma finalmente qualcuno scopre la modernità, la novità della sua opera e la sua fama è subito europea. Peccato che sia arrivata tardi e che non ci sia quasi più tempo per goderne i frutti…

Vissuto più nel secolo scorso che nel nostro, in effetti, Svevo appartiene sicuramente al Novecento: le certezze del realismo, l'oggettività del naturalismo e del verismo che hanno dominato nella narrativa ottocentesca si rivelano inadeguate ad esprimere quella che è l'inquietudine profonda dell'individuo e la crisi della società.

L'avvento della psicoanalisi e l'interesse per l'indagine della coscienza e dei suoi meccanismi, il relativismo e la frantumazione del reale entrano prepotentemente in letteratura: Proust e Joyce ne sono i massimi esponenti, con Svevo appunto, e Pirandello.

Svevo inoltre, si può anche definire come il maggior scrittore in lingua italiana di formazione mitteleuropea.

La vita

Trieste, cosmopolita e fervida di traffici sotto il regime austroungarico, è la città in cui nacque Aron Hector Schmitz (in arte ITALO SVEVO) il 19 dicembre 1861 da Francesco Schmitz, commerciante in vetrami, e Allegra Moravia, entrambi di origine ebraica. Quinto di otto figli, trascorre un'agiata infanzia a Trieste, che abbandona per andare in collegio in Germania, dove studia materie legate alle attività commerciali.

ETTORE SCHMITZ a Trieste ambienterà tutta la sua opera. Città geograficamente periferica e isolata dai grandi centri culturali, in realtà Trieste si trovò ad essere il punto d'incontro privilegiato di cue civiltà e di due culture. Inoltre partecipò integralmente dei modi di vita, delle consuetudini sociali e delle irrequitezza che caratterizzavano l'Impero asburgico durante quegli anni, producendo una vita culturale intensissima le cui conseguenze saranno determinanti. Agivano in tale ambiente ingegni vivissimi, capaci di sentire e di interpretare questi stimoli e queste suggestioni.

Di origine Ebraica per parte di madre, tedesca quella del padre, la famiglia viveva in condizione di agiatezza, dovuta a una florida attività commerciale nel settore vetrario, e volle assicurare al giovane una salda preparazione intellettuale inviandolo, con i fratelli Adolfo ed Elio, al prestigioso collegio di Segnitz, in Germania.

Ettore negli anni di collegio si appassiona soprattutto alla letteratura tedesca, Goethe, Schiller, Heine, Jean Paul, dimostrando così il suo forte interesse letterario.
Nel 1879, tornato a Trieste a 17 anni per completare gli studi si iscrisse all'Istituto superiore di commercio ma l'anno seguente, per dissesti economici familiari, cui seguì il fallimento dell'industria paterna, si trova nella necessità di trovare un lavoro: entra come impiegato nella succursale della viennese Banca Union, dove dove poi lavorò per vent'anni.
Nell'arco di pochi anni in questo inizio di carriera, è colpito da gravissimi lutti in famiglia - il padre, poi la madre, e il carissimo fratello Elio che lo aveva sollecitato a proseguire la sua inclinazione letteraria. Sconvolto dalla disperazione il trentenne scrittore si sentì finito.

Deluso dai tragici eventi, logorato da un duro travaglio spirituale, Svevo trascorre un lungo periodo di silenzio, in una vita grigia che interruppe la serena prospettiva, fino allora vagheggiata, di un'esistenza tutta e solo dedicato al lavoro letterario. Vita grigia e logorante che tuttavia non gli impedisce una ricca attività: nelle ore libere dal lavoro si dedica allo studio del violino e, soprattutto la notte, mentre legge opere del filosofo Shopenhauer e i romanzi di Stendhal, Balzac, Zola, inizia a scrivere
articoli, abbozzi di racconti, pagine autobiografiche: nel 1890 fece uscire a puntate su «L'Indipendente» il racconto L'assassinio di via Belpoggio. Un esordio che gli permette di frequentare i vivacissimi ambienti culturali cittadini.

Nel 1892 pubblica il romanzo "Una vita" e nasce ITALO SVEVO, lo pseudonimo che mai più abbandonerà e che accosta le due culture e le due lingue dell'autore (gli studi erano stati compiuti in tedesco, in casa parlava triestino). Il romanzo è un lucido racconto del dramma dell'inurbamento di un giovane di campagna che si concluderà con il suicidio. Il libro guadagna qualche segnalazione, ma passa sostanzialmente inosservato.

Nel 1896 sposa una cugina, Livia Veneziani, figlia di un ricco industriale e l'anno dopo nasce la figlia Letizia. Nel 1899 entra come socio nella ditta commerciale del suocero di cui assume poi la direzione.

Sono anni intensamente creativi: nel 1898 esce il secondo romanzo, "Senilità", ma cade in silenzio ancora più del primo. Dopo che il suocero gli ha chiesto di lasciare la banca e di diventare socio nella sua fabbrica di vernici sottomarine, si occupa intensamente dell'azienda (in seguito ne assumerà la direzione) e viaggiando spesso per l'Europa sembra che l'attività letteraria sia stata del tutto abbandonata.

In realtà, Svevo è vivo e vegeto: scrive novelle e testi teatrali che forse nessuno leggerà, ma la sua vocazione letteraria e il piacere della scrittura sono più forti della delusione che è in lui per l'indifferenza che lo circonda. Nel 1906 s'iscrive alla Berlitz School per migliorare il suo inglese, che gli è necessario nei rapporti di lavoro e conosce un insegnante irlandese eccezionale: è James Joyce, che a Trieste faceva appunto l'insegnante di inglese.

Presto le lezioni diventeranno private: non si fa cenno alla grammatica, ma si parla soprattutto di letteratura e, su insistenza di Joyce, Svevo gli dà i suoi romanzi, che vengono giudicati positivamente. Nasce un'amicizia importante.

Fra il 1908 e il 1910 Svevo legge Freud e libri di psicoanalisi. Oltre l'interesse teorico c'è quello pratico: per valutare l'opportunità di far curare un suo parente tiene una corrispondenza con in medico collaboratore di Freud. Non ha molta fiducia nell'applicazione terapeutica della psicoanalisi e scrive che Freud è più importante per i romanzieri che per gli ammalati.

Intanto, con lo scoppio della guerra, la fabbrica di vernici è ferma: c'è molto tempo libero e il romanzo torna a prendere forma in Svevo. Nel 1919 inizia a scrivere La coscienza di Zeno, che viene pubblicato, sempre a spese dell'autore, nel 1923. L'anno dopo Joyce, che si è trasferito a Parigi e che è entusiasta del libro, ne parla ai suoi amici (soprattutto il critico V. Larbaud) a letterati italianisti, che vogliono conoscere la sua opera. Viene deciso il "lancio" di Svevo in Francia. Anche Montale nel '25 scrive elogi sul romanzo e sull'autore rivelandolo al mondo letterario italiano. Nel '27 La coscienza di Zeno viene tradotto in Francia e Svevo si batte per la riabilitazione dei primi due romanzi, annegati nell'oblio della critica italiana. In un clima di rinnovata fiducia continua a scrivere, sempre nel '27 pubblica il racconto "Vino generoso", e nel '28 una raccolta di racconti "Una burla riuscita".

Poi inizia un nuovo romanzo e stende un suo "Profilo autobiografico". La salute tuttavia non è brillante. Nel marzo del 1928 al Pen Club di Parigi viene organizzato per lui un omaggio celebrativo, con la presenza di oltre cinquanta intellettuali europei, fra i quali Joyce. E` il momento che più lo ripaga delle delusioni e dell'attesa di veder riconosciuta la sua opera.

Del 1930 è il racconto (che uscirà postumo): La novella del buon vecchio e della bella fanciulla.
. Storia di un tardivo amore senile (un vecchio innamorato di una fanciulla), dei rapporti economici borghesi (il vecchio borghese che compra i favori della fanciulla povera facendone una mantenuta), dramma della condizione senile, racconto di una iniziazione alla scrittura: il "buon vecchio" inizia a scrivere una monografia sui rapporti tra vecchi e giovani, basandosi sulla propria esperienza, tentando di fare opera generale dei suoi casi privati. Il carattere quasi favolistico e bonario del racconto non deve trarre in inganno: Svevo delinea con nettezza e acume psicologico la realtà dei rapporti, degli alibi, delle autogiustificazioni che (soprattutto il "buon vecchio" protagonista) accampano i personaggi. Un racconto di realismo psicologico, che non smorza la negatività della realtà ma che anzi la sottolinea proprio nel momento in cui interviene il sorriso ironico. A sfuggire alla lettura puramente moralistica, è la capacità ironica di Svevo ma anche la stratificazione di motivi e temi, non ultimo quello della scrittura: perché il protagonista del racconto approda alla scrittura da vecchio (notazione metaforicamente autobiografica). Ma la "novella" si conclude con uno smacco: «Lo trovarono stecchito con la penna in bocca sulla quale era passato l'ultimo anelito suo».

Un banale incidente automobilistico ha conseguenze fatali:
Svevo muore nel settembre del 1928 a Motta di Livenza. Ha 67 anni.

 

La questione della lingua e dello stile

Una delle ragioni fondamentali dell'insuccesso di Svevo presso i pochi critici italiani che lo lessero prima del suo lancio (ma anche dopo) fu la lingua, che certo non era elegante né pura, se mai trasandata e sciatta. Insomma Svevo, si disse, scrive male. Anche lo stile narrativo è sintatticamente impacciato, spesso involuto e rigido.

L'autore triestino, di formazione tedesca e condizionato dal dialetto parlato correntemente, ebbe sempre coscienza di questo limite e più volte cercò di farsi aiutare a limare e purificare i suoi romanzi.

Ma ciò che importa notare è che lingua e stile badano soprattutto alla concretezza, a una robusta, solida, corporosa stringatezza. Per la sua scarna e sobria linearità, la sua scrittura è antiletteraria, eppure risulta estremamente espressiva, in essa vibra un accento di verità intenso, suggestivo e originale, da artista autentico.

"UNA VITA"
Al centro dell'opera letteraria di Svevo è la coscienza individuale, l'ambiente, la piccola borghesia della Trieste del tempo. Ma all'ottimismo intraprendente dell'ambiente triestino oppone un pessimismo scettico circa la possibilità dell'uomo di essere protagonista o artefice della propria vita. I personaggi sono "inetti", come l'autore aveva definito l'Alfonso Nitti di Una Vita, cioè impegnati in un confronto prudente con il mondo che li circonda, frustati e deboli, "antieroi" anche quando vorrebbero essere eroi. Molti i motivi autobiografici, molti gli spunti che Svevo trae dalla realtà.

Una vita, che avrebbe dovuto dapprima intitolarsi appunto "Un inetto", è la storia di un impiegatuccio di banca che tenta di salire la scala sociale attraverso gli studi filosofici, la letteratura e il matrimonio con la figlia del principale, ma è schiacciato dalla propria incapacità fino alla perdita del lavoro e delle illusioni, che lo portano al suicidio.

SENILITA`
In Senilità, al centro della vicenda c'è Emilio Briganti: trentacinque anni circa, un impiego modesto, una vocazione di scrittore mancata, un'esistenza grigia accanto ad una sorella nubile e già sfiorita, Amalia. Ma un giorno Emilio incontra Angiolina, una ragazza del popolo bella e disponibile, elementare nella vitalità e sensualità, ma anche naturalmente bugiarda e infedele. Dapprima crede di poter gestire il rapporto senza farsi coinvolgere sentimentalmente, ma presto s'innamora senza avere il coraggio di assumersi alcuna responsabilità. La verità è che Emilio è incapace d'amare. Del resto, lei conduce un gioco fatto di ingenuità e di inganno, di istinto e di calcolo, collezionando uomini e occasioni. Ma che cosa le rimprovera in fondo Emilio: la sua dubbia moralità o la sua bellezza troppo appariscente? Dopo un ultimo incontro drammatico in cui Emilio grida ad Angiolina il suo disprezzo e la sua disperazione, Amalia muore, lasciando il fratello solo ed inutile, avviato ad una senilità che è rinuncia, noia, incapacità di qualunque progetto e di qualunque riscatto.

LA COSCIENZA DI ZENO
Narra la storia di Zeno Cosini, il protagonista , al quale la psicanalista presso cui è in cura consiglia di scrivere l'autobiografia. Lui è un abulico, segnato dal marchio dell'inettitudine, ma ha consapevolezza lucida della sua malattia e del complesso meccanismo di giustificazioni e alibi cui ricorre. Svevo approfondisce la sua diagnosi della crisi dell'uomo contemporaneo, una lucida crisi che esclude la possibilità di entusiasmi e nuove fedi. La condizione di alienazione dell'uomo è quella di un vinto senza grandezza, perché la malattia della coscienza e l'inettitudine esclu dono la lotta. E' una condizione non connaturata, ma dovuta a precise ragioni storiche: «La vita attuale è inquinata alle radici. L'uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinato l'aria, ha impedito il libero spazio [...]. L'occhialuto uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comprano, si vendono e si rubano [...]. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come gli altri, ma degli altri un po' più malato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo». Svevo condanna la società in cui vive, ma non vede alternative sul piano effettuale storico. In senso lato è la condanna della società capitalistica occidentale, in senso stretto è la spirale tecnologica nel cui abuso individua il distorcimento, il verificarsi di una tendenza autodistruttiva dell'umanità. Unica alternativa è sul piano forse individuale: l'acquisizione della coscienza, la consapevolezza della condizione umana, delle menzogne convenzionali acquisite a tal punto da farci rendere validi gli alibi con i quali mascheriamo le nostre fughe dalla realtà. Dall'accettazione della precarietà deriva la tolleranza, l'auto coscienza, e l'ironia. La consapevolezza si esprime con il sorriso di chi ormai non ha più illusioni.

Svevo per la particolare esperienza che si trovò a vivere, diventa l'unico scrittore italiano che abbia potuto interpretare la crisi della boghesia europea nel primo Novecento già nel periodo stesso nel quale essa veniva maturando e svolgendosi; è la crisi di una classe che, nella dissoluzione degli antichi ordini politici (in primo luogo l'Immpero Austro-Ungarico) vede svuotarsi il proprio ruolo sociale, la propria funzione dirigente. Di qui il senso di solitudine, la disperazione del singolo per la mancanza di una ragione di vita autenticamente sentita come tale.

Bibliografia: Italo Svevo
L'assassinio di via Belpoggio (1890)
Una vita (1892)
Senilità (1898)
La coscienza di Zeno (1923)
Vino generoso (1927)
Una burla riuscita (1928)
La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (post. 1930)
Corto viaggio sentimentale ( " 1949)
Saggi e pagine sparse ( " 1954)
Commedie ( " 1960)


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