Giovanni e Marcello De Sio Cesari
PALMIRO TOGLIATTI

EDITRICE UNIVERSITARIA CERUSO
Dal website : www.giovannidesio.it
INDICE
Introduzione……………………………………………………
3
Capitolo
Primo:La formazione giovanile…………………….5
Capitolo
Secondo: Formazione politica……………………… 8
Capitolo Terzo: L’interpretazione del Fascismo……………15.
Capitolo Quarto: A livello internazionale …………………..19
Capitolo
Quinto:
Capitolo
Sesto: La nascita della Repubblica …………………40
Capitolo
Settimo: L’attentato di Pallante …………………….46
Capitolo
Ottavo : Togliatti all’opposizione……………………53
Capitolo Nono
Capitolo:
Decimo Le manifestazioni del 1960…………………62
Capitolo:Undicesimo
Il Memoriale di Yalta……………………73
Conclusione: Il Paradosso Di Togliatti …………………………87
Appendice
Prima: Togliatti nella Storiografia ………………….89
Appendice
Seconda; Elenco opere di Togliatti …………………101
Bibliografia………………………………………………………..116
Introduzione
Sono passati ormai oltre
quaranta anni dal giorno in cui Palmiro
Togliatti si spense a Yalta, quasi
emblematicamente in quella nazione che
nel bene e nel male si diceva protesa a quel comunismo di cui è stata sempre la
patria ideale, la meta a cui Togliatti
guardava.
In questi quaranta anni altre generazioni si sono succedute, molti giovani e non più
tanto giovani ormai non ne conoscono che vagamente il nome. Il mondo è cambiato, molto cambiato: diversi
sono i problemi, diversi le situazioni internazionali, diverso il linguaggio.
La classe operaia non è più l’asse portante della società, perchè la grande
industria ormai non è più il volano della produzione e del progresso economico.
Oramai le masse dei poveri e degli sfruttati non si trovano più tanto nelle
aeree industriali avanzate quanto nei paesi dell’est europeo, dell’Africa
dell’ Asia e del Sud America non ancora avanzate a livello industriale e
formano pertanto una specie di riserva di mano d’opera a buon mercato che con
la globalizzazione,il grande capitale internazionale può
sfruttare molto meglio che il proletariato occidentale, ormai sempre più
cosciente dei propri diritti. Lo stesso concetto di “proletariato”, concetto
chiave del comunismo, trova difficoltà di applicazione in una società moderna
nella quale la classe media si è sviluppata
a dismisura, inglobando in sè la stessa classe operaia. Perfino il
concetto di lavoro dipendente per altro scricchiola poichè la moderna
organizzazione economica erode sempre più
la differenza fra il lavoratore dipendente e quello autonomo
con la flessibilità del lavoro, degli orari,delle retribuzioni.
Se i regimi comunisti dei
paesi del cosi detto socialismo reale sono entrati in crisi e poi si sono dissolti pur tuttavia , noi crediamo che il “comunismo” , come ideale etico politico,
come concezione globale dell’uomo
rimane sempre vivo nella nostra società in cui le ingiustizie sociali e
le disuguaglianze sono sempre presenti. . Cosa fu infatti il comunismo per le
masse e gli intellettuali che solo alcuni decenni fa lo sognarono e lo attesero
con così tanta fede?
Risposta non facile: storici,
filosofi, politologi, economisti hanno dato tante risposte diverse a volte
contrastanti e inconciliabili .
Ci sia consentito invece citare non uno studioso ma un artista che proprio per sensibilità può
considerarsi più vicino alla gente
comune: Giorgio Gaber. Nel recitato “Qualcuno era comunista” elenca tutti i
motivi,anche i più contrastanti per cui la gente credeva nel comunismo: per
conformismo e per antinconformismo, per dispetto o per convenienza, per i
motivi vari e talvolta puerili ma il vero motivo era che
“Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso
qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita”.
Ci pare che
il vero senso del comunismo sia proprio questo: una aspirazione al bene, alla
giustizia, che il comunismo non sia solo una utopia ma abbia un valore utopico
che è stato e sarà sempre presente
nell’uomo
Comprendere come questa aspirazione sia stata presente, e con così tanta forza nel
mondo di cui Togliatti sembrava l’incarnazione suprema, ci è sembrata una
ricerca vitale e interessante anche nel nostro mondo pur tanto diverso da
quello dei nostri padri.
Ma comprendere Togliatti significa soprattutto
inquadrarlo nel suo contesto culturale, percorso dalla ferma convinzione
di esser sulla via di costruire un mondo in cui “marxianamente”
cessa lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vi
è uguaglianza, dignità, libertà e giustizia per tutti; “la rivoluzione”
era allora più vicina di quanto non lo fosse mai stata, o per lo meno lo era
nelle idee di chi la aspettava. E per
questa aspirazione si era pronti a sacrificare tutto: non solo se stessi, ma
anche gli altri e talvolta anche,purtroppo,
la giustizia e la verità.
Abbiamo cercato di vedere Palmiro Togliatti con
gli occhi e le strutture mentali della sua epoca perché ogni momento culturale
e storico ha una sua autocentralità e
una sua autoreferenzialità; non si puo comprendere i crociati medioevali con una
sensibilità religiosa moderna.
Togliatti non fu semplicemente il maggior dirigente
comunista italiano, ma un protagonista della sua epoca e uno dei padri
fondatori della nostra repubblica: la
folla oceanica che intervenne ai suoi funerali
fu la visibile prova di quanto la sua personalità e la sua opera
avessero inciso profondamente nella
realtà del suo tempo
CAPITOLO PRIMO
Nella personalità ricca e complessa
di Palmiro Togliatti (Genova
1893-Yalta 1964), come nella sua vita, piena di
avvenimenti non certo banali e comuni, l’aspetto politico predomina su quello privato. È
indubbio infatti che gli elementi biografici e psicologici non debbano essere
assunti come le cause reali dei suoi comportamenti politici. Sarebbe
estremamente riduttivo, non conforme ai
criteri storici: occorre certamente
rintracciare le cause del suo agire politico in valutazioni politiche e
non in altro; tuttavia bisogna anche
tener conto che nella guida del Partito Comunista Italiano tenuta da Togliatti per tanti anni, la sua
personalità ha pure avuto un rilievo non trascurabile. Pertanto ci pare opportuno premettere all’analisi della sua
azione un breve riferimento alla sua formazione
umana e culturale cronologicamente anteriore alla sua attività politica con un
particolare riferimento alla Torino di inizio secolo.
L’Agosti nel tracciare infatti la biografia di
Togliatti precisa che il motivo dell’accentuarsi dell’aspetto politico …..
“…..non è
dovuto solo al fatto che l'aspetto politico è, con ogni evidenza, quello più rilevante nella vicenda del personaggio;
ma anche alla scarsità delle fonti (documenti personali, carteggi privati) che
potrebbero meglio illuminare le altre sue facce, e al carattere per lo più
estremamente «sorvegliato» dei
non molti ricordi autobiografici che Togliatti ha lasciato. Non che l'autore
non sia stato consapevole dell’importanza del Togliatti «privato», delle
molteplici sfaccettature della sua personalità, dell'intensità non meno
sofferta perchè nascosta delle sue passioni e dei suoi drammi interiori” [1]
L’ambiente di provenienza di
Palmiro Togliatti non è la classe operaia e neanche può essere definito il
proletariato, come magari tanti dei suoi
ammiratori avrebbero preferito. In realtà bisogna tener presente che la
guida del movimento del proletariato può essere assunta da persone che abbiano
una adeguata preparazione culturale. E ben difficilmente in un ambiente proletario della fine dell’800 era possibile accedere al mondo della
cultura.
Togliatti
proveniva da un ambiente che,
anche se non definibile proletario, era comunque molto povero. Egli nacque
infatti nel
Fondamentalmente la sua era una famiglia religiosa. Il padre Antonio
aveva frequentato il seminario non per vocazione ma per usufruire di una borsa
di studio istituita da uno zio prete. In seguito aveva abbandonato quel tipo di
studio ma non per questo aveva perso la sua fede che condivideva pienamente con
la moglie,Teresa Viali. Si parla di una
religiosità salesiana, aperta, cioè, non incentrata sul senso della colpa,
del male ma sulla gioia dello operosità.
Segno della religiosità familiare fu anche il nome
stesso di Palmiro che era derivato dal
giorno della sua nascita che era appunto una Domenica delle Palme.
Scrive Bocca:
“ Il clima familiare in cui viveva
non era bigotto, anche se molto religioso. Per abitudine si andava a messa
tutte le domeniche, ma non senti mai il problema religioso con troppa intensità. La
famiglia, lo si è detto, è religiosa,
per tradizione; si può precisare che il suo cattolicesimo è di un tipo particolare, salesiano, aperto a
quegli interessi sociali che hanno smosso qualcosa anche nella Torino
clericale: è suora salesiana una sorella di Antonio, il quale da ragazzo ha
conosciuto don Bosco e spesso racconta ai figli di come guardava, di come
sorrideva, di quel suo magnetismo. I Togliatti non sono bigotti, ma il mondo
cattolico lo conoscono bene, ne sono segnati. Questo sì che conterà sempre nel
figlio politico.” [2]
Togliatti, a differenza di tanti altri esponenti
della sinistra, non fu mosso da
risentimenti dovuti a personali esperienze negative: lucidamente analizzò le
funzioni politiche della religione e
direi soprattutto del clero e della Chiesa, ma guardò ad essi sempre con chiarezza,
distacco e anche rispetto.
Altro aspetto che ci sembra interessante è che la
sua formazione culturale è anteriore a
quella politica. Infatti pur essendo interessato, come tutti i giovani sensibili alle problematiche
sociali e politiche, tuttavia non mostrò poi una particolare propensione alla vita politica almeno fino ai
tempi dell’università. Affrontò quindi il problema politico già con
una adeguata cultura. Egli studiò sempre con grande impegno e d’altronde
su questo in famiglia non si avevano dubbi. Come riferisce Bocca:
“Genitori e figli si vogliono bene, ma i patti sono chiari e duri: se
non vi guadagnate l'esenzione dalle tasse lasciate la scuola; chi di voi
ragazzi non ha l'esenzione va in seminario (ancora quel lascito dello zio
prete). Ma forse non ce n'è bisogno. forse si tratta di esortazioni retoriche,
perchè i figli hanno pienamente accettato la concezione dello studio come
valore primario e progressista, come dovere assoluto.[3]
Egli fu sempre un uomo di cultura, anche in mezzo
alle incessanti cure politiche si appassionava a problemi squisitamente
culturali: erano celebri le sue dissertazioni sul Dolce
stilnovo e le discussioni
filologiche sui termini esatti da
impiegare.
“Spesso
si recava nella redazione dell'«Unità» a
scrivere il resoconto parlamentare «per
fargli vedere come si fa». A volte è pignolo, pedante, un cronista usa troppo
il "quando" gli dice: «Ho visto che usi molto il verbo “quare” al gerundio», ma poi
sa dare le direttive del vero giornalismo: «Scrivete con chiarezza le cose che
avete sentito dire. L'imbecillità dei
nostri avversari risulterà senza bisogno di forzature».[4]
Ebbe sempre
l’aria di professore che
spiegava, insegnava, qualche volta si spazientiva se i suoi scolari non erano
abbastanza pronti a comprendere.
Indubbiamente la cultura dava a
Togliatti un prestigio personale
notevole: si sentiva in lui non solo
l’uomo di parte ma anche l’uomo dotto, con una
visione culturale superiore che conosceva e valutava
le cose con un metro più ampio . E questo fu un motivo non trascurabile del
suo successo.
La cultura di per sè veniva anche prima della parte
politica :
“La cultura è conoscenza delle belle lettere, della filosofia e della
storia scientifica; borghese è l'uso che ne fa a fini politici la classe
egemone, non la cultura in se che i proletari devono rivendicare anzichè
distruggere. La scuola che Togliatti frequenta è una scuola di pochi e già
selezionati: a Sondrio sono suoi compagni i giovani delle famiglie che contano
nella valle, a Sassari i Segni e i Berlinguer. È ingiusto che solo essi
abbiano accesso alla cultura, ma se questo è lo stato di fatto bisogna prenderne
il buono. Il Togliatti politico gradirà l'affiliazione al comunismo di nomi
che rappresentano nella cultura o nella politica la continuità di un'alta
tradizione; avrà cari i Giulio Einaudi, gli Antonio Giolitti, i Giorgio
Amendola.
La cultura ha un valore in sè, è la chiave capace di aprire ogni porta,
di superare ogni ostacolo. Togliatti la userà principalmente, per non dire
esclusivamente, a fini politici, ma rimanendo intellettuale fino al termine
dei suoi giorni, con quel bisogno di capire, di mettere nero su bianco, di
storicizzare, per se, se non per le "creature" affidate al suo
governo.”[5]
CAPITOLO SECONDO
FORMAZIONE POLITICA
L’ambiente culturale in cui si formò politicamente Togliatti fu sostanzialmente
Infatti nel 1911 muore il padre e Togliatti rimane a Torino il cui clima politico
avrà grande influenza sulla sua formazione. I suoi mezzi economici non glielo
avrebbero permesso, ma vinse una borsa di studio per frequentare l’università.
Prima si iscrive a filosofia, ma in seguito più realisticamente opta per giurisprudenza, considerata una laurea che avrebbe potuto dargli una
migliore possibilità di lavoro.
Non si può pensare che il suo pensiero, come
d’altronde la formazione del partito
comunista, nasca per un moto proprio,
senza tener conto delle condizioni socio economiche del tempo;come
osserva Gallerano :
“Il dibattito sulle origini del PCI, infatti, è stato spesso condotto
sul terreno ideologico o in una dimensione tutta interna alle vicende del
movimento operaio, dimenticando le forti spinte e i condizionamenti esterni
che indussero o comunque accelerarono la decisione dei gruppi che a Livorno
abbandonarono il partito socialista.
Vi sono alcuni interrogativi, tornati più volte nel dibattito
storiografico, che è opportuno riprendere e prospettare in una cornice
unitaria, sfuggendo alla tentazione di privilegiarne uno su tutti e di
soggiacere così a una visione monocausale e deterministica della storia.”[6]
Come ricorda ancora Gallerano :
“...
Torino sta celebrando il cinquantenario
del Regno con una Esposizione universale. Crescono le industrie, quella del
cinematografo vi porta una mondanità anomala ed effimera, le grandi ville sulla
collina, i divi sulle automobili foderate di leopardo, le luci dei caffè
concerto. C'è anche l'industria seria, e va formandosi nei quartieri di borgo
San Paolo e della barriera di Milano un'aristocrazia di operai specializzati
che modificano l'immagine tradizionale del socialista. La città è viva, ma il
vecchio ordine si è spezzato; una parte della aristocrazia e quasi tutta la
burocrazia hanno seguito la corte nelle nuove capitali; i rimasti si provano a
diventare industriali o si rassegnano alla polverosa decadenza nei palazzotti
nobiliari …Che cosa è questa industria che porta alla ribalta le moltitudini
sin qui escluse dalla storia? Torino cambia, in un'Italia di grandi mutamenti:.
“[7]
Una particolare importanza poi a Torino
rivestivano le officine Fiat, il cui
valore andava molto al di la del puro dato economico ed occupazionale come giustamente osserva il Gobetti :
" L'importanza delle officine Fiat-Centro trascendeva la mera importanza
tecnica ed economica per produrre e affermare una situazione specificamente
politica. L'industria moderna per eccellenza, l'industria modello si sviluppava
in una città e creava una nuova psicologia del cittadino. Torino diventò negli
anni di guerra la città per eccellenza dell'industria: di un'industria
aristocratica accentrata, attraverso una formidabile selezione di spiriti e
capacità, nelle mani di pochi uomini geniali, di un'industria specializzata
sino a diventare funzione indispensabile e prima cellula di un organismo
economico che ampliandosi a tutta la nazione doveva darle la sua personalità di
Stato moderno. (L'antitesi con Milano non poteva essere più netta: Milano
commerciale di fronte a Torino industriale, Milano liberisticamente
frammentaria di fronte a Torino, organismo iniziale). L'accentramento
industriale creò l'accentramento operaio. La selezione degli spiriti direttivi
promosse e determinò la selezione delle intelligenze operaie, la
specializzazione della mano d'opera[8]
La specializzazione quasi tayloristica della
Torino industriale di inizio ‘900 creavano nell’operaio una coscienza ancora
oscura della sua centralità economica che reclamava anche una centralità
politica.
Nota anche
il Gobetti :
“ Di fronte all' Italia, indifferente a questo processo
turbinoso e troppo celere, pare che a Torino debba incombere un'altra volta il
compito di riconquistare la penisola” [9]
Togliatti
entra quindi in contatto con gli ambienti culturali e politici di questa Torino nella quale
Incontrò e conobbe anche Antonio Gramsci. Come ci
viene ricordato da Agosti :
“Togliatti ha conosciuto di sfuggita Gramsci il giorno delle prove di
concorso per la borsa del «Carlo Alberto», alla fine d'ottobre del 1911.
Successivamente lo ha reincontrato nelle aule di Giurisprudenza e di Lettere:
e, se non una vera amicizia, è nata fra loro una consuetudine al dialogo, che
ha le sue radici nella comune provenienza e conoscenza diretta della Sardegna,
oltre che in una condizione simile di difficoltà economiche al limite
dell'indigenza, non frequente fra gli studenti universitari d'allora.
Certamente stimolato da Gramsci, Togliatti compie una ricerca sulle ragioni
dell'arretratezza della Sardegna: ripercorrendo le statistiche sulla
criminalità nell'isola giunge alla conclusione che «proprio quei reati che
l'opinione corrente considerava manifestazioni di una fatale arretratezza del
costume erano in pauroso aumento con lo sviluppo dello sfruttamento
capitalistico della Sardegna.[10]
Egli rimase
a lungo in contatto con Gramsci : tuttavia secondo Bocca non pare però che fra i due vi fosse una grande simpatia personale :
“Palmiro e Antonio hanno alcune cose in comune: le ristrettezze
economiche, la curiosità intellettuale, l'interesse per lo studio. Il primo è
un giovane esile, il secondo deforme, ammalato di nervi. Ma un genio. L'amico
lo ricorderà come «un giovane bruno, piccolo, egli pure poverissimo in apparenza,
dal corpo tormentato e sofferente e dagli occhi grandi, luminosi. Erano spesso
insieme ma entrambi «scontrosi e chiusi nella ricerca ancor piena di dubbi di
una loro strada, nella costruzione ansiosa della loro persona. L 'amicizia «fraterna
e decisiva» sarà un abbellimento a posteriori. Per cominciare, non è
facile essere amico di Antonio, tanto
affettuoso e generoso con i familiari, quanto sprezzante, scostante, duro con i
conoscenti torinesi. Sta di fatto che nelle sue lettere a casa non nomina
Comunque Togliatti mostrò sempre grande
stima per Antonio Gramsci:
“La dimestichezza con lui» dirà Togliatti di Gramsci «risale per me al
tempo in cui egli, giovanissimo, dedicava ancora la maggior parte della sua
attività alle ricerche scientifiche di filologia (...). Ma fu senza dubbio
parlando di questa scienza ch'egli mi comunicò le prime volte quella visione
della vita e del mondo che doveva fare di lui un marxista.» Con Gramsci,
prosegue il Togliatti delle memorie, «incominciarono presto altri discorsi»,
quelli di cui scriverà a Leonetti: «Come sai, io conobbi Antonio nell'autunno
del 1911, all'Università. Per mesi e mesi non facemmo che incontrarci e
conversare (...). Ora da tutta la conversazione risulta, senza tema di
equivoco, che egli era già fermamente orientato verso il socialismo. “[12]
A Torino egli prende contatto anche con
la cultura dominante che
era ancora tutta impregnata di quel positivismo che pure però andava
spegnendosi. Come notano i Ferrara
” Le tradizioni delle scuole positivistiche si spegnevano, I
positivisti, cui mancava ancora l'animo di aderire apertamente alle nuove
correnti, si dichiaravano però almeno kantiani o neokantiani. Era un primo
passo, non so se fatto in avanti o all'indietro. Annibale Pastore, con il suo
sìstema panlogistico, amava collocarsi, in un suo modo originale , sulla linea
dei nuovi sviluppi, e più in là.[13]
Con la crisi del Positivismo a cui sopra abbiamo accennato,
il pensiero neo kantiano ed hegeliano finiva con il prendere più facilmente una
direzione conservatrice e borghese .
Come rileva il Vacca :
“Così era stata incapsulata e travolta anche quella scuola
“economico-giuridica” che aveva dato vita ad un indirizzo di studi storici e
sociali molto promettenti, ai quali aveva attinto anche il giovane Gramsci. Nel
complesso la riforma dell’’hegelismo di fine Ottocento aveva avuto dunque un
segno di conservazione e di reazione; e se dinanzi ai suoi sviluppi estremi ed
indesiderabili Croce si era tirato
indietro cercando di farvi argine, durante il fascismo la sua voce autorevole
non aveva costituito molto più che una testimonianza. Col fascismo, invece,
aveva fatto lega il Gentile, condividendone fino all’ultimo il destino”[14]
In questo contesto occorreva in qualche modo reinterpretare
il pensiero marxista e questo avveniva anche e soprattutto grazie alle concrete
lotte operaie.
Si opera quindi un distacco di
Togliatti dal suo ambiente di origine
che investe anche in qualche modo i rapporti con la propria famiglia: Come
sintetizzano i Ferrara :
“In
Togliatti venne operandosi allora il distacco definitivo da quegli ambienti di
piccola e media borghesia in cui si era
mossa, pure tra gli stenti, la sua famiglia. egli entrava così in un'altra
classe sociale. Alla famiglia stessa, che non poteva più comprendere il nuovo
animo suo, divenne quasi estraneo, pur continuando a contribuire con tutto ciò
che poteva a superare le difficoltà materiali.[15]
Togliatti conosce inoltre gli uomini di
cultura che allora facevano di Torino un
centro di cultura come ad esempio Fracesco Ruffini, storico dell’idea di
tolleranza, Luigi Einaudi il grande
economista liberale, Arturo Farinelli, esperto di cultura germanica.
Conosce inoltre i futuri dirigenti del partito come Tasca e Terracini,
Da questi incontri nacque “ L’ORDINE NUOVO”
un periodico socialista fondato a Torino il 1° maggio 1919
come evoluzione di un precedente giornale “Città futura” : fu il
maggiore organo rivoluzionario marxista apparso in Italia. In esso convissero due tendenze politica italiana, una autonomista e una riformista, che si rifaceva idealmente al
Mazzini. Ebbe oltre al fondatore Gramsci
tre condirettori: Tasca, Terracini e Togliatti.
Verso la fine dell'estate del
1920 la lotta nelle fabbriche si esaspera: il 36 agosto gli operai metallurgici
proclamano lo sciopero generale e i padroni rispondono con la serrata. Gli
operai occupano le fabbriche. Alla Fiat si decide di continuare a lavorare.
Nonostante la fuga dei tecnici e dei dirigenti, escono ogni giorno 37
automobili, più di metà della produzione normale. Il gruppo degli ordinovisti
sospende la pubblicazione del giornale per partecipare alla lotta nelle
fabbriche, alle assemblee. Prolungandosi la lotta, la tensione fra gli operai
impegnati in uno sforzo rivoluzionario e il partito recalcitrante arriva quasi
al punto di rottura.
Ha inizio così una serie di
dibattiti e di scambi di informazioni fra delegazioni operaie, dirigenti della
sezione e direzione nazionale del partito e del sindacato, cui Togliatti
partecipa attivamente. Egli fa parte, il 9 settembre, di una delegazione
torinese assieme ai compagni Benso e Tasca e a un tecnico della Fiat.
L 'occupazione finisce poi il 26
settembre: il decreto giolittiano sul controllo operaio dell'azienda offre una
onorevole via di ritirata, i miglioramenti salariali e normativi riescono in
qualche modo a rendere accettabile la situazione
Togliatti sull'«Avanti!» esorta
gli operai a respingere l'illusorio controllo operaio delle fabbriche, a non
prestarsi a forme equivoche di collaborazione come la cogestione proposta da
Giovanni Agnelli.
Gobetti
nel 22 cosi commenta il carattere
della rivista e dell’opera particolare
di Togliatti :
“È antidemagogico per sistema, aristocratico, contrario alle violenze
oratorie, ragionatore dialettico, sottile, implacabile, fatto per la polemica e
per l'azione perché trovando il mito nella realtà non si preoccupa tanto di
chiarirlo quanto di adeguarlo alle sue intenzioni. Certo non vorremmo che ci si
nascondessero i pericoli di questo machiavellismo: Togliatti non ha avuto
ancora responsabilità direttive nell'azione, è tratto alla politica da una
solida preparazione, ma si trova in lui una inquietudine, talvolta addirittura
un'irrequietezza che pare cinismo ed è indecisione, dalla quale ci si devono
aspettare forse molte sorprese e che ad ogni modo deve indurre a una certa
sospensione di giudizio.[16]
La rivista ebbe notevole importanza non solo
nella formazione del proletariato ma anche nelle sue azioni concrete. Come
ancora giustamente osserva il Gobetti:
“La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti
dei proletari, che ne attesero la parola d'ordine nelle lotte più gravi, nei
momenti più incerti. L'occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per
la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l'azione della
nuova aristocrazia stava il peso morto dell'eredità socialista, l'incapacità
dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito
reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria
degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più
profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità
risolutrice.”[17]
Le
pubblicazioni furono poi soppresse all'avvento del fascismo anche se furono
riprese saltuariamente fino al 1924
Si è molto discusso sull’affettiva adesione
di Togliatti al Partito ma certamente la
sua maturazione politica fu lunga e meditata
Togliatti stesso afferma che si
iscrisse al Partito socialista nel 1914
ma vi sono alcuni dubbi in proposito. Bocca riferisce:
“Palmiro Togliatti ripeterà, in svariate occasioni, di essersi iscritto
al Partito socialista italiano nel 1914; e lo metterà per iscritto nel 1924
sulla Enquete pour les delegues au VI congrès de l'Internationale communiste.
L 'incendio che ha distrutto il 18 dicembre del 1922 gli archivi della sezione
socialista di Torino ha eliminato la prova documentaria.
Andrea Vigalongo, allora studente operaio iscritto al partito e poi uomo
dell'«Ordine Nuovo», è nettamente per il no: «Nel 1914 frequentavo assiduamente
il fascio giovanile cui Togliatti, avendo meno di 25 anni, avrebbe dovuto
aderire. Non ho mai visto al fascio ne lui ne Gramsci, se fossero venuti li
avrei certamente notati, eravamo non più di sessanta, ci conoscevamo tutti.
Nel 1915 ho lavorato nella segreteria amministrativa della sezione. Gramsci
allora c'era, ma Togliatti no. Toccava a me ritagliare gli indirizzi degli
iscritti per la spedizione del materiale.”[18]
Tuttavia appare chiaro che poi la questione
non è molto rilevante.
Molto interessante invece è considerare l’atteggiamento che aveva assunto nei
riguardi della guerra.
Seguendo quello che fu poi un generale
movimento della sua età, fu
interventista alla vigilia della Prima Guerra Mondiale : ma il suo
interventismo va inquadrato, non nell’esaltazione nazionalista (come per
Mussolini), ma nella prospettiva democratica di Salvemini
Come nota Agosti:.
“Certo, pare da escludersi che si tratti di un interventismo ispirato ai
miti correnti del nazionalismo, e anche, malgrado l'indubbio ascendente
iniziale, che ricalchi pedissequamente quello di Mussolini: è invece
nell'interventismo democratico di Salvemini che egli probabilmente si
riconosce, soprattutto laddove questi prevede che «un'Inghilterra vittoriosa
imporrà certamente il libero scambio alla Germania e ne conseguirà un trionfo
della libertà commerciale in tutta Europa». Questo specifico motivo liberista
dell’interventismo di Togliatti riceverà piena conferma dai suoi primi articoli
sul “Grido del Popolo”[19]
Togliatti quindi chiese l’arruolamento
volontario ma giudicato non adatto al sevizio militare per miopia fu poi arruolato nella Croce Rossa: tuttavia per motivi di salute, essendo sopravvenuta un
lunga malattia, non prestò praticamente
servizio
In
questo modo in realtà egli fu lontano da quell’insieme di esperienze, di
pericolo, di abitudine alla violenza, di frustrazione che fu bagaglio psicologico che tanti
“ufficiali di complemento” riportarono nella vita civile e nella politica.
Non sempre ci è chiaro l’itinerario effettivamente
seguito da Togliatti che certamente fu meno lineare e semplice di quello che
una certa schematizzazione a posteriore tende e ricostruire. Osserva Agosti
“Quali siano, in questo processo di formazione culturale per tanti
aspetti simile a quello di molti suoi coetanei, le tappe fondamentali
dell'accostamento di Togliatti al marxismo non è documentato, ancora una volta,
se non dalla razionalizzazione da lui stesso compiutane a posteriori: il passo
decisivo sarebbe stato, secondo il resoconto fatto a Marcella e Maurizio
Ferrara ne 1953, la scoperta di Antonio Labriola: «i suoi testi di spiegazione
e di approfondimento del marxismo, lo scritto In memoria del Manifesto dei
comunisti, i Saggi intorno alla concezione materialistica della storia e
Discorrendo di socialismo e di filosofia erano letti, riletti, studiati,
commentati». È un'affermazione che va «tarata» alla luce dell'operazione
politico-culturale da Togliatti stesso condotta dopo il rientro in Italia nel
1944, e mirante a ricostruire un particolare albero genealogico del marxismo
italiano. È più probabile che la sua adesione al marxismo, che negli anni
universitari non era ancora un fatto compiuto, sia maturata attraverso un
percorso meno lineare e intessuto di componenti molteplici ed intricate. Forse,
rispetto ad altri itinerari con lo stesso approdo seguiti dalla prima
generazione del comunismo italiano, contano in questa adesione di più lo studio
e la curiosità intellettuale che non una motivazione esistenziale, alimentata
da una ribellione allo stato delle cose esistente. E tuttavia due fattori
appaiono decisivi nel determinarla: il primo è l'inizio dell'amicizia con
Gramsci, il secondo l'incontro con il movimento operaio torinese.”[20]
A noi sembra che in realtà la adesione piena, completa e consapevole di Togliatti al socialismo è qualcosa di maturato razionalmente e lentamente e non con semplice slancio della
giovinezza,come d’altra parte è da aspettarsi dallo stile psicologico del
personaggio.
CAPITOLO TERZO
L’INTERPRETAZIONE DEL FASCISMO
Notevole è che Togliatti si rese perfettamente
conto della natura del fascismo
nella della realtà del momento
storico, mostrò di non lasciarsi prendere dall’entusiasmo, non lesse la realtà alla luce delle aspirazioni,
scambiando realtà e desiderio. In questo egli manifestò perspicacia storica e
politica maturata anche negli studi seri della sua giovinezza , ma era
soprattutto un aspetto della sua
personalità che in seguito lo fece apparire come la guida sicura, colui che sa
quello che si deve fare in ogni
circostanza, al quale quindi affidarsi.
Egli fu tra
i primi, fra i pochi che compresero che
il fascismo e i movimenti affini di destra non erano semplicemente una vuota
apparenza ma avevano un loro base sociale ed economica, e non facilmente
sarebbero stati sconfitti e inviati nella pattumiere della storia. Non era
qualcosa di inspiegabile, tutto nella
storia ha delle motivazioni.
Come osserva il
Ragionieri:
“ questi problemi restano ancora una volta in gran parte
sconosciuti per i nostri studi. Che abbiano, invece,ad essere affrontati e
indagati con la massima serietà, è questo un problema che non intessa solo gli
studi storici in senso ristretto,
rigoroso superamento della InterpretazIone del fascIsmo come “invasione degli
Hyksos” è in Italia, ma non soltanto in Italia, il modo più fondato di prendere
coscienza. La eredità del fascismo nel mondo contemporaneo,è di prenderne
coscienza per liquidarla.[21]
Fra quelli che hanno richiamato l'attenzione sul
Togliatti “studioso e teorico” fu proprio De Felice che coglieva negli scritti
del dirigente comunista la capacità di mettere a fuoco la costruzione del
regime di Mussolini e la sua base di
massa.
A questo proposito va tenuto in debito conto
l’analisi di Togliatti sul fascismo che ebbe come uno dei momenti culminanti le
lezioni tenute a Mosca nel ’35 davanti a
comunisti italiani esuli.
L'analisi di Togliatti
mette infatti in luce la novità del
fascismo cogliendo le particolarità
nazionali, le differenze e le analogie del fascismo con il fordismo americano,
insiste sul ruolo di “direzione politica” assunta dal fascismo, capace di
unificare gli elementi eterogenei della classe dominante, senza fermarsi
all'aspetto coercitivo della dittatura mussoliniana. Coglie quindi la capacità di costruire un consenso di
massa, di mobilitare la piccola borghesia nelle proprie organizzazioni. é veramente esemplare l’analisi di Ernesto Ragionieri del
dopolavoro:
“Esemplare in proposito la lezione sul dopolavoro, che il
testo stesso degli appunti consente di avvertire come una sorpresa, piu ancora
che come una novità, per ascoltatori abituati a derivare la fiducia nel successo
della loro drammatica lotta dalla convinzione della completa incapacità del
fascismo ad affrontare
positivamente il problema del suo rapporto con
le masse. Togliatti individuava nel dopolavoro la « piu larga delle
organizzazioni fasciste », e ravvisava l'origine della ampiezza di questa
organizzazione nella insufficiente [22]
In altre parole, i limiti e le contraddizioni
dell’antifascismo comunista degli anni Trenta non dovrebbero essere visti
semplicemente nell’ottica della disciplina e della subordinazione a Stalin, ma
nell’ottica di una cultura politica che identificava lo Stato sovietico con la rivoluzione
mondiale.
.
Togliatti rilevava,
quaranta anni prima di De Felice, che, a
differenza dei vecchi movimenti reazionari che facevano riferimento alle poche
cerchie di privilegiati, in realtà essi
si rivolgono alle masse e che pertanto può essere definito un “movimento reazionario che ha una base di
massa”: il fascismo si presenta sotto l'aspetto dell'offensiva del capitale
contro la classe operaia. I due aspetti vanno
entrambi parimenti ricordati. Come nota
Ragionieri:
“Guai ad insistere unilateralmente
soltanto sul primo o sul secondo dei due aspetti. Dimenticare il primo significa mettere in ombra
la natura della unificazione politica della borghesia italiana realizzata dal
fascismo e quindi oscurare il ruolo
necessariamente antagonistico e protagonistico della classe operaia nella lotta
contro il fascismo[23]
Togliatti critica pure il
fatto di impiegare il termine 'fascismo' in una accezione così generale da
servire a designare le forme più diverse dei movimenti reazionari borghesi, e
insiste sulla necessità di far precedere a qualsiasi tentativo di
generalizzazione l'individuazione delle particolarità dei singoli movimenti che
si possono avvicinare al fascismo.
Ritiene pure
che il fascismo possa affermarsi solo in presenza di una struttura economica
debole, che obblighi la borghesia ad esercitare una pressione più intensa per
mantenere il controllo completo sulla vita economica e politica del paese, e di
uno spostamento e di un movimento di masse di piccola e media borghesia urbana
e rurale. Individua come tratti che caratterizzano il "fascismo
tipo", cioè il fascismo italiano, la soppressione del regime parlamentare
e la distruzione fino alle estreme conseguenze "delle libertà democratiche
formali", che comporta il rifiuto di ogni compromesso con la
socialdemocrazia.
A mò di esempio riportiamo
le parole di Togliatti in una riunione del PCI nelle quali appare chiaro
la profondità e il realismo della analisi della
situazione, ben lontana dal semplicismo e dalle ingenue aspettative di chi riteneva che per
”.A questa crisi politica
del fascismo e del regime è corrisposta una crisi dell'antifascismo. Crisi
dell'antifascismo la quale ha avuto come suo carattere fondamentale non solo l'inizio,
ma il compimento di un procedimento di integrazione nel fascismo, o come tale o
nella organizzazione fascista dello Stato inteso nel senso vasto della parola,
di una quantità di forze intermedie le quali in periodi precedenti avevano
preso atteggiamenti non completamente di appoggio al regime fascista, o solo un
atteggiamento filofascista mascherato di antifascismo quale era quello di buona
parte dei gruppi bloccati nell'Aventino. La maggior parte di questi gruppi si
sono integrati nel fascismo e nello Stato.
In pari tempo questo processo era duplice perchè dall'altra parte vi era un
altro processo la cui espressione è stata costituita all'estero dalla
Concentrazione; cioè un processo per cui una parte dell'antifascismo diveniva
fascismo (per esprimere in modo più conciso qualcosa che invece è stato molto
complicato); dall'altra si costituiva un blocco intermedio sedicente
antifascista con una formula democratica-repubblicana, e si costituiva
nell'emigrazione...
Questo processo trova le sue origini essenzialmente in fatti di natura
economica, nel prevalere del capitale finanziario nel quadro delle forze
economiche italiane. Ad esempio: se noi osserviamo come è avvenuta la
liquidazione degli stati maggiori e, credo, di una parte assai importante anche
degli elementi intermedi dell'antifascismo democratico meridionale, è certo che
dobbiamo legare questo fatto ai provvedimenti che sono stati presi e realizzati
dal fascismo sul terreno della organizzazione del credito nel Mezzogiorno...
Alla soppressione della autonomia delle banche di emissione e di credito del
Mezzogiorno, si può dire corrisponda la soppressione dei partiti politici della
borghesia meridionale, la scomparsa dalla scena politica degli uomini come
Vittorio Emanuele Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc...»[24]
Opportunamente l’importanza delle “lezioni”
anche nell’ambito della cultura e nella formazione dei quadri dirigenti comunisti viene messo in luce da
Agazzi e Brunelli :
“Il
riferimento alle Lezioni sul fascismo -
un testo di cui gli studiosi dei più diversi orientamenti sono concordi nel
sottolineare la profondità e la serietà di analisi - permette di avanzare
qualche rapida considerazione sul tipo di formazione con cui i quadri comunisti
uscivano dalle scuole del Comintern. Non vi è dubbio che in essa era presente
.fin dall'inizio una forte componente di dogmatismo e di schematismo, la quale
assunse un peso crescente con il passare degli anni, fino a trovare la sua
codificazione esemplare nel Breve
corso di storia del PC dell'URSS, chiamato dal
Tuttavia
quando poi dal centro del comunismo vennero le parole ‘d’ordine secondo le quali comunismo e nazismo vennero
identificate, e si nego il carattere popolare
diffuso di tali movimento Togliatti,
come al, solito, disciplinatamente si adeguò
CAPITOLO QUARTO
A
LIVELLO INTERNAZIONALE
La figura di Togliatti non può essere vista solo dal punto di
vista della vita politica e sociale italiana,
che è pure fondamentale: egli riveste infatti un posto di primo piano nella
scena politica internazionale. Egli deve essere inserito
decisamente al centro del
comunismo internazionale, sia prima che
dopo la guerra. Anche la diversità e la peculiarità del comunismo
italiano non devono mettere in ombra il profilo “internazionale” di Palmiro Togliatti.
Osserva
Bocca :
“Egli è indiscutibilmente una delle più forti personalità del comunismo
internazionale, mentre la sua esperienza di dirigente politico italiano è
inestricabilmente legata in ogni momento alla coppia fascismo-antifascismo: da
questo punto di vista egli è una delle personalità più emblematiche della
«guerra civile europea» che attraversa un buon quarto del Novecento, per poi
prolungarsi in forme diverse ma non meno pervasive fino alla fatidica data del
Secondo Gallerano può essere considerato la più grande mente del movimento internazionale :
“La definizione più azzeccata di Togliatti è
dunque ancora quella di Lucacs: il più grande tattico della Terza Internazionale.
Un giudizio che non è affatto limitativo ed ha il merito di sottolineare la
provenienza della sua cultura politica”[27]
D’altra parte
il peso del Partito Comunista italiano nell’ambito internazionale non era poi
di primo piano, quanto invece la personalità stessa di Togliatti. Come nota ancora Gallerano:
“…per un certo numero di anni sarà
tuttavia un dirigente dell 'IC più che
del Pcd'l la sezione italiana della III Internazionale ha un peso modesto all’'interno dell 'antico organo
della rivoluzione mondiale…... Altri
sono i partiti cui l'lC assegna un ruolo
centrale: quello cinese, quello tedesco (fino al 1933, fin quando Hitler prenderà il potere), quello francese e
quello spagnolo (dal
D’altra parte va pure
notato che a un certo punto il partito
comunista italiano come struttura appare ben poco consistente e Togliatti si
trova a rappresentarlo soprattutto per la sua forte personalità.
Scrive infatti intorno alla struttura del Partito Comunista
Italiano il Martinelli :
“… sino al
crollo del fascismo e al ritorno di Togliatti in Italia, non esisteranno più
organi dirigenti, formalmente definiti, del PCI: la stessa nozione di gruppo
dirigente è, in questo periodo, di assai difficile applicazione. Qual è il
gruppo dirigente? Sembra difficile poterlo identificare col "centro di
riorganizzazione" che viene costituito dopo l'agosto del 1938,…Il
responsabile del partito, colui al quale è in pratica affidato il compito di
operare per un "risanamento" del PCI, ritenuto largamente pervaso
dai germi dell'opportunismo, è Berti…... La sua azione coincide comunque con
una condizione di spaccatura e di sospetto reciproco nel partito, cosi
accentuati e traumatici da configurarsi, nelle valutazioni di alcuni, come una
vera e propria frattura nella continuità del PCI” [29]
Questo
fatto mette in primo piano il rapporto
con Stalin: dal momento però che la memoria del dittatore sovietico, dal
rapporto Krusciov in poi, è associato a una immagine di crimini e repressioni,
nasce l’accusa a Togliatti di essere comunque corresponsabili delle azioni di
Stalin stesso e si accomunano ambedue i
personaggi nella stessa “damnatio memoriae”.
Effettivamente Togliatti fu
stretto collaboratore di Stalin, approvò sempre e incondizionatamente tutto il suo operato , ne ebbe anzi spesso
parte attiva : bisogna quindi
considerarlo corresponsabile nel
bene nel male dell’azione di Stalin
Non si può, come avvenuto
nell’ambito del Partito dopo il 56 ,condannare
Stalin e assolvere Togliatti
Chiarito inequivocabilmente questo punto pero bisogna deve
essere comunque riconosciuta la
peculiarità storica del momento in cui le vicende avvengono: non si può
giudicare la condotta di un leader politico secondo una metro di giudizio che non appartiene alla sua epoca e nemmeno
soprattutto con il senno di poi.
Nella nostra età pare che spesso il senso storico si
sia alquanto smarrito e che si viva in
un eterno presente, con il metro del
quale si giudica con incredibile leggerezza e superficialità anche il passato.
Ma bisogna rendesi conto
dell’orizzonte storico del tempo di Togliatti in cui si affrontavano con tutti i mezzi possibili,
materiali e spirituali, pacifici e violenti,
concezioni come il comunismo, il fascismo, il liberismo, che non erano
solo sistemi politici, ma concezioni pervasive di ogni aspetto della vita, ciascuna delle quali a suo modo, riteneva di
poter portare una specie di ”paradiso in terra”.
Hobswawm definisce il
contrasto come “guerre di religione”
“Questo
è il prezzo da pagare per chi è vissuto in un secolo di “guerre di religione”.
L’intolleranza è la loro caratteristica principale. Perfino coloro che propagandavano il
pluralismo di concezioni non ideologiche
non ritenevano che il mondo fosse grande abbastanza per una coesistenza
permanente con religioni secolari antagoniste” .[30]
Da ciò nasceva una crisi che non
riguardava solo una parte del mondo ma si estendeva con diversa intensità e
diverse modalità al mondo intero, agli assetti interni ed esterni di ogni nazione a prescindere da ogni
barriera ideologica ed economica.
“La crisi ha
colpito le varie parti del mondo con modalità e in gradi differenti, ma tutti i
paesi sono stati coinvolti a prescindere dagli assetti politici, sociali ed
economici, giacche l'Età dell’oro aveva creato per la prima volta nella
storia un'economia mondiale unitaria
sempre più integrata, che funzionava al di là delle frontiere nazionali (in
maniera «transnazionale» ) e che sempre più oltrepassava le frontiere
ideologiche”[31]
I conflitti assumevano quindi caratteristiche
diverse da tutti quelli che li avevano preceduti; innanzitutto la produzione
industriale diveniva l’elemento fondamentale anche dal punto di vista bellico:
”le
guerre del ventesimo secolo furono guerre di massa nel senso che impiegarono e
distrussero nel corso dei combattimenti una quantità fino ad allora inimmaginabile
di materiali e di prodotti. Di qui l'espressione tedesca Materialsclacht ( "battaglia di
materiali" ) per descrivere le battaglie sul fronte occidentale nella
guerra del 1914-
Ma soprattutto i codici
cavallereschi che vigevano nelle guerre tradizionali cedevano il posto ad uno
scontro diretto fra masse con tutti i ritorni alla barbarie che una cosa del
genere comportava :
“Una ragione
rilevante della crescita della barbarie fu piuttosto l'inedita
democratizzazione della guerra. I conflitti generali si trasformarono in
guerre di popoli sia perchè i civili e la vita civile diventarono obiettivi
diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perchè nelle guerre
democratiche, così come nella politica democratica, gli avversari sono naturalmente
demonizzati allo scopo di renderli odiosi o almeno disprezzabili. Le guerre
condotte in entrambi gli schieramenti da professionisti o da specialisti,
soprattutto se costoro appartengono a strati sociali affini, non escludono il
reciproco rispetto e l' accettazione di regole perfino cavalleresche. La
violenza ha le sue regole.”[33]
In questa situazione
generale va inserito la convinzione
profonda maturata da tanti che il comunismo fosse la soluzione finale di ogni problema e
soprattutto che esso fosse qualcosa di vicino, di immediato che bastasse un
segnale
La rivoluzione russa apparve
come il primo passo per
“La rivoluzione d’ottobre era stata fatta non per portare la libertà e
il socialismo alla Russia, ma per innescare nel mondo la rivoluzione
proletaria. Nella mente di Lenin e dei suoi compagni, la vittoria del
bolscevismo in Russia era innanzitutto una battaglia nella campagna che doveva
portare alla vittoria del bolscevismo su una scala mondiale assai più vasta, e
solo in tal senso era giustificabile”[34]
“Nell'opinione di Lenin, Mosca sarebbe stata
il quartier generale del socialismo solo in via provvisoria, fino a che il
socialismo non si sarebbe spostato nella sua capitale permanente e cioè a
Berlino. Non è un caso che la lingua ufficiale dell'Internazionale comunista,
organismo istituito nel 1919 come la centrale operativa della rivoluzione mondiale,
fosse e rimanesse il tedesco e non il russo”[35]
Si credette pure per un breve periodo di tempo che
la rivoluzione fosse imminente, questione di giorni o di mesi o al massimo di
qualche anno, non certo di decenni.
Si aspettava semplicemente il
segnale della Rivoluzione generale:
“Sembrava che bastasse soltanto
un segnale perchè il popolo si sollevasse, sostituisse il capitalismo con il
socialismo e trasformasse così le sofferenze insensate della guerra mondiale in
qualcosa di positivo: le sanguinose doglie e le convulsioni che accompagnavano
la nascita di un mondo nuovo.
“... un 'ondata rivoluzionaria si diffuse a livello mondiale nei due
anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre e le speranze dei bolscevichi
assediati non apparvero irreali. « Viilker
hiirt die Signale» «<Udite, o popoli il segnale») era il primo verso
dell'inno dell'Internazionale in tedesco.”[37]
Ma tutte
queste speranze non trovarono
attuazione:l’instaurazione del comunismo
non era cosa che si sarebbe avverata in
tempi brevi, bisognava prepararsi a tempi lunghi, non comunque quantificabili.
L’affermazione del nazismo dette il
colpo di grazia a tali speranza e il Movimento Internazionalista dovette
riformulare la propria strategia.
In queste condizioni evidentemente occorreva una
organizzazione in grado di combattere una lunga e difficile lotta per la affermazione del comunismo in un
tempo non definibile ma certamente non vicinissimo come ci si aspettava all’inizio degli anni venti.
In Russia si
era affermata una rivoluzione, si era formato, pur con tutti i suoi limiti, uno
stato socialista. Non si poteva certamente ignorarlo e nasceva del tutto
spontaneo e innegabile che bisognava
far riferimento ad essa, perchè essa aveva il compito storico di portare il
comunismo in tutto il mondo.
Come nota
anche Hobsbawm :
“Nessuna esitazione turbò invece la prima generazione di quegli entusiasti
che, abbagliati dal sole luminoso dell'Ottobre, dedicarono la loro esistenza
alla Rivoluzione mondiale. Come i cristiani delle origini, la maggior parte
dei socialisti prima del 1914 credevano in una grande palingenesi apocalittica
che avrebbe cancellato tutti i mali sociali e avrebbe instaurato una società
senza più infelicità, oppressione, diseguaglianza e ingiustizia. Il marxismo
offriva accanto alla speranza millenaristica, la garanzia di una dottrina che
si proclamava scientifica e l'idea della inevitabilità storica;
Si riteneva infatti che il movimento
comunista mondiale poteva vincere solo se avesse avuto una solida unità.
L’esperienza aveva mostrato come la storia del movimento proletario fosse costellata da continue incessanti
divisioni e scissioni. Infatti, se gli ideali, le mete ultime erano nel
complesso chiare, le strategie, le singole
scelte erano sempre oggetto di orientamenti diversi e contrastanti. Il movimento cioè, unito negli ideali si
divideva invece nelle scelte della strada da seguire. Ovviamente la
divisione faceva il gioco dei nemici di
classe che potevano quindi metter una contro
l’altra le varie fazioni e
paralizzarne l’ azione. Da tutto ciò nasceva l’esigenza che il movimento
avesse una unita operativa a livello mondiale. Poichè il comunismo si era
affermato solo nell’Unione Sovietica, ne
derivava necessariamente che il centro
doveva essere Mosca. In quella città vi
erano rappresentanti di tutti i partiti comunisti del mondo. Le strategie venivano quindi elaborate a
livello mondiale e l’internazionalismo proletario permetteva di superare i
limiti nazionali per vedere i problemi a livello mondiale.
In questo contesto avveniva però che la
preoccupazione della unità dl movimento prevalesse anche sulla denuncia di
errori e di veri e propri crimini che si andavano compiendo in Russia ad opera
di Stalin e del suo gruppo
Tutti i comunisti senza eccezione,
vedevano in Stalin il comandante del disciplinato esercito del comunismo
mondiale nella guerra globale, lo considerarono
come leader e personificazione della Causa. Anche
Togliatti non poteva non essere tra questi. Tuttavia egli pose sempre l’accento sull’URSS solo in quanto
epicentro della lotta di classe su scala mondiale e principale nemico del capitalismo globale.
Ma d’altra parte oggettivamente
l’unità del movimento era una “conditio sine qua non“ della sua efficacia.
Bisognava lottare ma lottare uniti, la lotta politica non doveva uscire dal
campo del comunismo :
Come giustamente osserva Gallerano:
“…il fatto che i contendenti cercarono, con diverso successo, di usare
le stesse armi, presentandosi ora gli uni ora gli altri come i più coerenti
interpreti dell 'IC. La stessa opposizione di Terracini, lucida e precisa nell'
analisi, arretra di fronte alle regole profondamente introiettate del
«centralismo democratico», per le quali è meglio aver torto nel partito che
ragione contro di esso: quando verrà informato dei contatti e poi dell'impegno
dei tre con l'opposizione trotskista, Terracini interromperà ogni rapporto con
loro.
Un movimento che si divideva e si frazionava continuamente, come sempre era avvenuto nel movimento socialista,
non aveva nessuna possibilità di affermarsi realmente abbattendo formidabili avversari come i movimenti nati nella
grande crisi del dopoguerra e dalla
egemonia della borghesia. “[39]
Lo Stato sovietico non era però
soltanto una formazione gerarchica. Era anche una cultura politica che
si presentava come un’entità basata sulla fine delle divisioni di classe e
sull’unità politica e morale della società.
E questo comportava d’altra parte un gruppo
rivoluzionario formato da persone
decise, votate alla causa dei veri professionisti della rivoluzione
Come ricorda Hobsbawm :
“E tuttavia ciò che Lenin e i bolscevichi desideravano non era un
movimento internazionale di socialisti che simpatizzassero con le idee della
Rivoluzione d'Ottobre, ma un corpo di attivisti ferreamente impegnati e
disciplinati, una specie di forza d'urto mondiale per la lotta rivoluzionaria.
Ai partiti che non intendevano adottare la struttura leninista venne rifiutata
l' ammissione alla nuova Internazionale o, nel caso fossero già membri, vennero
espulsi. Infatti, secondo i bolscevichi, l'Internazionale si sarebbe soltanto
indebolita se avesse accettato al suo interno le quinte colonne dell'opportunismo
e del riformismo”[40]
sulla fine delle divisioni di classe e sull’”unità politica e morale”
della società. La contrapposizione tra questa raffigurazione pacificata del
mondo sovietico e quella bellicista
del mondo capitalistico rispondeva a una logica di legittimazione
interna: stabilire tramite il terrore un principio di “unità nazionale” quale
mezzo estremo per riassorbire le tragedie della modernizzazione forzata e usare
la leva della minaccia esterna come strumento di ricatto per consolidare lo
Stato di polizia e mobilitare la società. Di conseguenza, il criterio dei “due
mondi”, risalente alla dottrina del “socialismo in un solo paese”, dava vita a
un’opposizione che non era più di natura metodologica e politica, ma organica.
Stalin espresse il senso di questa evoluzione prima rivendicando l’eredità
dello Stato imperiale russo e la sua difesa contro i “nemici del popolo”, nel
pieno del Grande Terrore. Poi presentando, dopo la fine delle epurazioni, una revisione
strumentale dell’ortodossia marxista che giustificava.[41]
Non
è tuttavia facile discernere poi nei
particolari il peso che Togliatti come
ogni dirigente d’altronde ebbe nell’elaborare l’insieme della linea politica
Il problema è posto fra gli altri da Agosti e
Brunelli :
“
Quale peso ebbero i rappresentanti del PCI negli
organismi dirigenti del movimento comunista internazionale? È questa una
domanda a cui è difficile dare una risposta soddisfacente. Senza dubbio
Togliatti, prima come membro del Presidium dell'Esecutivo fra il 1926 e il 1927
e poi soprattutto come membro del Segretariato dopo il 1934, fece parte del
gruppo dirigente più ristretto del Comintern e in tale veste ebbe certamente un
ruolo significativo nell'elaborazione collegiale della sua politica”[42]
Valutando nel suo complesso la politica
sovietica fino al 1940 pur senza voler
certamente giustificare gli estremi a cui giunse Stalin, bisogna pero pure
ammettere che alla fine la sua politica non fu priva di successi come riconosce Hobsbawm:
“Stalin,
che dominò durante l'età del ferro dell'URSS, succeduta alla NEP, era un
autocrate di eccezionale (taluni direbbero di incomparabile) ferocia,
spietatezza e mancanza di scrupoli. Pochi uomini hanno esercitato il terrore su
scala così generale. E indubbio che se altri leader avessero diretto il Partito bolscevico, le sofferenze del
popolo sovietico sarebbero state minori e il numero delle vittime più basso.
Tuttavia qualunque politica di industrializzazione rapida nell'URSS, date le
circostanze dell'epoca, non poteva non essere spietata e in certa misura anche
coercitiva, visto che doveva imporsi contro la gran massa della popolazione,
sottoponendola a gravi sacrifici. Era altrettanto inevitabile che l'economia
centralizzata e diretta, attraverso i cui piani si doveva pervenire
all'obiettivo, fosse più simile a un'impresa militare che a una iniziativa
economica. D'altro canto, come tutte le imprese militari che hanno un'autentica
legittimità morale e popolare, anche l'industrializzazione massiccia dei primi
piani quinquennali (1929-41) venne sostenuta dalle masse proprio in virtù del
"sangue, della fatica, delle lacrime e del sudore” che impose loro. Come
ben sapeva Churchill, il sacrificio ha in se stesso la capacità di motivare gli
uomini.”[43]
“Si deve aggiungere che in
pochi altri regimi il popolo avrebbe potuto o voluto sopportare i sacrifici incomparabili
di questo sforzo bellico o anche solo i sacrifici degli anni '30. Tuttavia,
anche se il sistema mantenne i consumi della popolazione a un livello
estremamente basso nel
Va inoltre tenuto presente l’apporto
fondamentale che l’URSS di Stalin dette
alla lotta al nazismo e quindi nella costruzione del mondo cosi come noi lo conosciamo e nel quale
abbiamo vissuto.
Bocca in un articolo di commento al “
Libro nero del comunismo” osserva:
“Così credo sia
impossibile ignorare, nel giudizio globale sul comunismo, il fatto che senza
l’Armata rossa e i milioni di morti sul campo di battaglia (che ne facciamo di
questi: li sommiamo o li sottraiamo a quelli dell’orrore?) probabilmente non
saremmo qui a scrivere o disputare di revisionismo, ma saremmo nel grande
Reich millenario. Il fatto che il paese
del comunismo abbia salvato l’Europa da una secolare notte nazista non cancella
gli errori e le colpe del sistema, ma ci sembra che spieghi la necessità dei
piani quinquennali per la creazione di un'industria e di un armamento pesanti
che non saranno equiparabili alla libertà e alla giustizia, ma che le hanno rese possibili almeno da noi, e
che in certo senso hanno reso possibile anche la caduta dei regimi comunisti.
Il “Libro nero” è un documento attendibile, e ne sono convinti quanti a partire
dall’Ottobre rosso hanno intuito e poi constatato le involuzioni del partito
unico e del sistema autoritario. Ma che nel corso di una storia tragica, (non
all’improvviso, con la scienza di poi) hanno cercato di evitarli o di
correggerli, cosa assai difficile nella storia come dimostrano i genocidi delle
conquiste spagnole e americane, le stragi indonesiane o indiane, gli eccidi
sudamericani o quelli kenyani per mano degli irreprensibili soldati di Sua
Maestà britannica. Il comunismo divorava vittime umane, ma accendeva anche
speranze e movimenti di liberazione in ogni parte del mondo. Ecco perché a chi
ha vissuto questi decenni di storia questo revisionismo in blocco, questi
pentimenti tardivi, queste cancellazioni della propria storia, della propria
vita appaiono fastidiose”.[45]
In conclusione, posto il problema in questi termini, non possiamo
porre semplicisticamente, la vicenda di Togliatti come se si fosse di fronte a
un astratto tribunale dei “diritti
umani” giungendo a una criminalizzazione di Togliatti, dell’intero sistema del comunismo fra le due guerre. Gli uomini che allora
costruivano il mondo si trovarono di fronte a un tragico dilemma, a una scelta
di campo: Togliatti per le sue idee, per la sua personalità, per il suo
progetto di vita non poteva che fare la
scelta del comunismo . E quella infatti fece con tutte le conseguenze che in
quel momento storico, in quei tragici avvenimenti questo comportava .
Come nota Renzo Martinelli :
“ Il ristretto nucleo
dirigente che emerge in questo periodo……. è dunque
un senso dell'unità del partito superiore ai
contrasti interni, e nello stesso tempo convinti dell'importanza di una
disciplina ferrea nel rapporto con l'Internazionale. La selezione e il
consolidamento di questo "centro" avviene infatti nell'ambito di una
lotta politica in cui i motivi interni, relativi alla politica del P CI in
Italia, sono strettamente uniti a considerazioni piu ampie, connesse alla
strategia generale del Comintern e alla necessità di mantenere con questo un
saldo rapporto”[46]
E naturalmente in questo ambito i margini per
un’azione autonoma che non rompesse l’unità del movimento erano ristrette e in
qualche modo si rinunciava pure a una visione autonoma in nome di interessi
superiori del movimento nel suo complesso. Illuminante a tale proposito le
osservazioni di Agosti e Brunelli:
“La ristrettezza dei margini
in cui potè esercitarsi una sua iniziativa autonoma è tuttavia testimoniata in
modo eloquente dallo svolgimento dei lavori della famosa commissione italiana
del X Plenum, nel 1929, durante i quali i delegati italiani furono sottoposti
a un duro attacco da parte dei dirigenti dell'Internazionale. Quando Togliatti
dichiarò esplicitamente in quella sede che il PCI avrebbe rinunciato, se il
Comintern lo chiedeva, a riaffermare e a sviluppare la propria visione
originale dei problemi della rivoluzione italiana ("se fare questo è fare
del"eccezione', non lo faremo più; ma, poichè non ci si può impedire di
pensare, serberemo queste cose per noi e ci limiteremo a fare delle affermazioni
generali) , egli non fece in fondo che prendere atto dei rapporti di forza che
si erano ormai stabiliti fra la centrale internazionale e le sezioni dopo la
svolta della fine del 1928 e l'avvio della" stalinizzazione" del
Comintern”[47]
Togliatti mostro sempre una
grande spregiudicatezza in politica non esitando mai nel manipolare le linee
politiche, secondo le opportunità del momento. Ad esempio il Seniga nota :
“L 'abilità e la
spregiudicatezza del segretario del- PCI, la sua capacità di assorbirei
'contrasti interni e di dissolvere le opposizioni, la sua destrezza
nell'intercambiare le mutevoli e contraddittorie « linee "
della politica sovietica, la sua adattabilità - dolce come il miele
e amaro come il fiele, molle come la cera e duro come ;i il marmo - alle
varie situazioni, la sua arte nel vestire di motivi teorici e culturali gli
espedienti della politica, gli hanno garantito, attraverso alterne vicende, la
conservazione del potere.” [48]
Va sempre
poi tenuto conto dell’importanza che aveva sempre il partito e come, senza di
esso, in realtà si perdeva il rapporto
con la effettiva realtà sociale
Come osserva Rossana Rossanda :
“Come far capire che per noi
il partito fu una marcia in più? Ci dette la chiave di rapporti illimitati,
quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che
cercava di essere uguale, mai seriale, mai dipendente, mai mercificata, mai
utilitaria. Sarà stata un'illusione, un abbaglio, come ebbe a dire qualche
tempo fa una mia amica. Ma una corposa illusione e un solido abbaglio, assai
poco distinguibile da un'umana realtà»[49]
CAPITOLO
QUINTO
Gli avvenimenti politici immediatamente seguenti il
rientro in patria di Togliatti vengono
universalmente riconosciuti come “svolta
di Salerno”, anche se non possiamo dire che
si trattasse effettivamente di una “svolta”: dovremmo piuttosto parlare
della realizzazione di una linea politica gia elaborata.
L’avvenimento infatti non va visto come un fatto
singolo, isolato,come una decisione personale
di Togliatti, o come l’esecuzione diretta di un ordine di Stalin, ma va visto nella
prospettiva generale del movimento comunista internazionale.
Viene quindi
ad essere investito il discusso rapporto fra Togliatti e Stalin .
Una certa pubblicistica ha interpretato spesso infatti il rapporto come una semplice
sudditanza di Togliatti al dittatore sovietico. In realtà bisogna vedere
all’insieme del contesto storico.
Bisogna innanzi tutto ricordare che nulla era ritenuto più importante della unità
del movimento comunista senza la quale ogni speranza di vittoria veniva a dissolversi..
In questa ottica pertanto la
scelta di collaborare con i partiti borghesi, la cosi detta “svolta di
Salerno” era in realtà una linea elaborata
in modo comune anche perchè in effetti
non vi era storicamente e concretamente altra possibilità data la situazione
mondiale e il rapporto di forza che gli
eserciti vittoriosi andavano instaurando
nel mondo e in Europa. Non era certo
possibile pensare di mettere in
forse l’unità della coalizione antinazista in una guerra che seppure
cominciava a delinearsi come vittoriosa tuttavia era ben lungi dall’essere conclusa.
Come giustamente osserva Bocca
“…… la
più superflua delle querelles
storiche: se la svolta di Salerno sia stata farina del sacco togliattiano o
della diplomazia sovietica. Noi che abbiamo seguito il nostro passo a passo,
sappiamo che la svolta di Salerno è tale solo per coloro che ignorano la storia del partito e
dell'Internazionale dopo il VII Congresso. La via di uscita, di cui parla
Togliatti, è per i comunisti una via obbligata: se sono stati per il fronte
popolare nella guerra di Spagna, non possono essere che per il fronte nazionale
in Italia dove le condizioni sono più favorevoli, mancando ogni pericolo a sinistra
e combattendosi una guerra di liberazione”.[50]
Possiamo dire che con la svolta di Salerno di Togliatti si viene ad
affermare un gruppo dirigente che riesce a mediare fra le esigenze del
movimento comunista internazionale e le
esigenze proprio della nazione:
Nota a questo proposito il
Martinelli:
“si
afferma, nella storia del PCI, un gruppo dirigente sostanzialmente omogeneo
culturalmente e politicamente, capace di mettere in collegamento i due aspetti
necessari dell'esistenza del partito da una parte il rapporto con I'URSS,
dall'altra quello col paese. È attraverso gli sforzi per raggiungere e
mantenere un equilibrio tra questi due versanti che si costituisce una
tradizione di" capitani” e che questi raggiungono una precisa
consapevolezza della propria storia e della propria funzione, facendo leva
sull'analisi, via via più chiara e realistica, delle condizioni oggettive. È
per questa via che il gruppo dirigente comunista perviene infine a colmare
la" sfasatura originaria" caratteristica del PCI, squilibrio, cioè, tra elaborazione teorica e
azione politica concreta che si può ravvisare nelle sue vicende precedenti, per
assolvere un ruolo decisivo nella storia d'Italia”[51]
Non si trattava di una svolta, ma della esecuzione
di una linea politica. é vero tuttavia che per le difficoltà delle
comunicazioni, dell’isolamento specie al nord occupato, risultava in
effetti poco chiara ai militanti.
I concetti espressi da Togliatti erano stati
anticipati proprio all’indomani del 8
settembre dai radiodiscorsi di Togliatti
di cui riportiamo qualche brano
Dal radio discorso del 23
settembre 1943:
“Il proclama del maresciallo
Badoglio, nel quale si chiama tutto il popolo alla resistenza e alla lotta per
cacciare i tedeschi dal sacro suolo dei nostro paese, ha fortemente contribuito
a chiarire dappertutto l'atmosfera politica. Noi non siamo mai stati teneri
verso il maresciallo Badoglio e abbiamo vivamente criticato la sua politica nel
periodo immediatamente successivo alla caduta di Mussolini. Lo abbiamo fatto
perché eravamo profondamente convinti che in quel momento, nonostante che le
truppe tedesche già fossero state introdotte sul nostro territorio dal
traditore Mussolini, una politica energica di restaurazione di tutte le libertà
democratiche e di annientamento del fascismo avrebbe centuplicato le energie
della nazione e permesso di fronteggiare con ben altro successo la vile
aggressione dei tedeschi. Verrà giorno in cui su questa questione esprimerà il
suo giudizio, in libertà, il popolo intero. Verrà il giorno in cui tutte le
responsabilità per la catastrofe spaventosa che oggi si abbatte sul nostro
paese saranno messe in chiaro, e la nazione saprà trarre le necessarie
conseguenze da questo processo di un passato di venti anni di schiavitù, di
vergogna e di disastri. Oggi è il momento della lotta. Oggi il corpo della
nostra patria è calpestato dallo stivale tedesco. Oggi le orde hitleriane
infieriscono, in più di un terzo d'Italia, contro i nostri fratelli, le nostre
donne, i nostri bambini, saccheggiano le nostre città, mettono a ferro e fuoco
le nostre più belle regioni. Per chiunque ha mente e cuore di italiano, oggi
non vi è che un dovere: lasciare ogni altra occupazione, cacciare ogni
esitazione, distruggere in se stesso ogni debolezza, e impegnare contro i
tedeschi e per la salvezza d'Italia una lotta a morte.
Il maresciallo Badoglio è il capo del governo
legittimo del nostro paese. Egli è il capo legale e riconosciuto dell'esercito.
Egli è l'uomo di fiducia delle classi dirigenti del paese. Questo vuol dire che
quando Badoglio fa appello alla lotta popolare, di massa contro i tedeschi,
quando egli chiama alla organizzazione della guerra di partigiani, e del
sabotaggio di massa della macchina da guerra tedesca, non vi è più nessuno che
possa rifiutarsi di adempiere questi doveri…………
Le forze armate, i loro
quadri, le loro armi, i loro esplosivi, sono al servizio della guerra contro i
tedeschi.
Le organizzazioni popolari, dai sindacati ai
partiti politici sino alla associazione dei combattenti, hanno un solo dovere,
quello di rendere tutte le forze nella lotta, con tutte le armi, per cacciare i
tedeschi.
Unità di
tutta la nazione per adempiere il sacro dovere dell'ora.
Tutti alle armi. Tutti
alla lotta. Tutti, senza esitare, al sacrificio.
Lo richiede la patria. Lo
esigono la nostra dignità, il nostro onore di italiani.
Quanto più completa e
compatta sarà la nostra unità, tanto più pronta la nostra vittoria.
23 settembre
“..L'Italia è stata il
primo paese che ha spezzato il giogo della tirannide fascista. Il popolo
italiano, gli ufficiali e i soldati, gli operai, i contadini, gli intellettuali
democratici, i quali con la loro resistenza e avversione al fascismo, con la
loro lotta aperta contro di esso e col loro sacrificio hanno contribuito a
rovesciare il regime di Mussolini, hanno reso un grande servizio alla causa per
cui sono scesi in campo le grandi nazioni democratiche e i popoli che amano la
libertà. Essi hanno mostrato di comprendere per quale via deve mettersi
l'Italia per cancellare completamente il disonore e i delitti del fascismo,
restaurare l'onore della nazione e riconquistarle 1a fiducia di tutti i popoli.
Essi hanno aperto all'Italia il cammino della sua redenzione.
Noi comprendiamo che la
via da percorrere è ancora lunga e difficile. Come tutti gli altri popoli, il
popolo italiano ha un interesse vitale a che la guerra contro
È ancora presto per
pensare oggi concretamente a quella che sarà l'Italia che vogliamo ricostruire
dopo la distruzione completa del fascismo, e la cacciata e la distruzione degli
invasori tedeschi. Quello che possiamo dire, che, anzi, siamo in dovere di
proclamare sin d'ora, e che sarebbe assurdo -in un paese il quale ha fatto la
tragica esperienza di vent'anni di fascismo, il quale esce da questa tappa
dolorosa sfinito, devastato, lacerato, con una parte considerevole del popolo
che deve in gran parte rifare la sua educazione politica- sarebbe assurdo,
dico, in questa situazione del nostro paese, pensare al governo d'un solo
partito o al dominio d'una sola classe. L'unità e la stretta collaborazione di
tutte le forze democratiche popolari dovranno essere l'asse della politica
italiana; la base su cui verrà costruito un vero regime democratico, che
distrugga le radici del fascismo e dia alla nazione delle garanzie serie contro
ogni possibile ripetizione della tragica avventura che è costata all'Italia il
suo benessere, la sua libertà, la sua indipendenza e il suo onore. Ma questo
non vuol dire che nella vita del paese non debbano essere operate profonde
riforme.[53]
Viene ancora più
chiaramente messo in risalto che PRIMA viene la guerra al nazismo e al fascismo
e che solo DOPO si penserà all’assetto politico e istituzionale. Quindi in
realtà non ci sembra che si possa parlare
di una vera svolta se non nel senso che ha messo di fronte alla realtà i
molti che la realtà non l’avevano ancora percepita chiaramente. La svolta di
Salerno è un avvenimento comunque,
che ha un posto centrale nella storia
del nostro paese e del movimento
comunista nazionale e internazionale in
quanto condizionò profondamente tutto il
seguito degli avvenimenti.
Vediamo innanzi tutto il contesto del momento
politico. La caduta del Fascismo del 25
luglio e l’armistizio del 8 settembre
avevano creato per un momento la illusione che il Fascismo fosse
definitivamente uscito di scena e che la
guerra fosse finita. In realtà però la guerra durò ancora quasi altri due
lunghi, anzi lunghissimi anni e il
Fascismo in qualche modo si riorganizzò,
sia pure solo sotto il controllo più o
meno diretto della Germania
nazista (Repubblica di Salò). In questa situazione i partiti della
sinistra in effetti non ebbero immediatamente una linea di azione sicura e chiara in quanto, mentre
non si metteva in dubbio la lotta antifascista, si oscillava fra una posizione
di collaborazione con le altre forze ( fra cui soprattutto la monarchia) e il
rifiuto di ogni collusione nella aspettativa di completare la lotta
antifascista come una rivoluzione comunista. Negli ambienti della sinistra era comunque molto diffusa la
aspettativa che la caduta del fascismo avrebbe comportato anche la caduta del
potere della borghesia e la instaurazione di uno stato socialista o per lo meno
fortemente orientato verso il socialismo:
Nota
Giuseppe Vacca :
“Ma, per conquistare una condizione meno svantaggiosa, l’Italia, pensava
Togliatti, avrebbe dovuto partire dall’accettazione della sua situazione:era un
paese vinto, corresponsabile dello scatenamento della guerra, aggressore della
Francia, della Grecia, della Jugoslavia edell’Unione sovietica. L’unica
possibilità di migliorare la propria condizione consisteva quindi nello
sviluppo della guerra di liberazione e
nel contributo che essa avrebbe potuto dare alle potenze alleate
accellerando la sconfitta di Hitler. …..La consapevolezza che dalla guerra
sarebbe scaturita una dimensione del tutto nuova delle “grandi potenze”,
rendeva evidente che l’Italia non avrebbe potuto più ambire ad essere una di
loro. Avrebbe dovuto battersi, invece, per un nuovo assetto europeo, basato
sull’indipendenza nazionale e la cooperazione internazionale fra tutti i
popoli.[54]
L’arrivo di Togliatti (aprile 1944) che aveva ben chiari i termini della questione e del
rapporto di forze non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello
internazionale, risolse chiaramente il dilemma
nel senso della collaborazione con le altre forze antifasciste, ponendo
così anche le basi della partecipazione
piena dei comunisti e della sinistra in generale nel processo della formazione
della stato democratico e nella elaborazione della Costituzione nella quale poi tutti gli italiani hanno finito con il
riconoscersi.
Non fu semplice per Togliatti, anche materialmente
tornare in Italia. Dovette avere naturalmente il benestare del governo Badoglio
( che fu alquanto riluttante) e degli alleati. Solo il 18 febbraio del 44 Togliatti
riuscì a partire da Mosca e solo il 28
marzo riuscì ad arrivare a Napoli via mare
da Algeri dove era giunto con
vari scali aerei passando da Baku, Teheran e Il Cairo.
Va notato
che Togliatti formalmente non era il
segretario del partito comunista italiano anche se tale era considerato da tutti i compagni
Come giustamente osserva Renzo Martinelli :
“Togliatti
è ormai considerato a pieno titolo il capo del partito, anche se non lo troveremo
negli organi dirigenti successivi a quelli eletti al Congresso di Colonia:
un capo del partito, che parla però
anche a nome dell'Internazionale. Una doppia autorità, in un certo senso, che
non può non pesare sul lavoro del centro estero di cui Grieco è ora il responsabile
politico. Che Ercoli resti il n. 1 del PCI nessuno degli altri dirigenti mette
in dubbio. Il riconoscimento è addirittura sancito in saluti ufficiali, non
senza qualche accento adulatorio.
Dopo il 1934,
quindi, e in sostanza sino al ritorno di Togliatti in Italia, si verifica una
situazione assai peculiare, nella quale Ercoli rimane il piu autorevole membro
del gruppo dirigente del PCI, pur senza far parte degli organi del partito. Si
può osservare che questo distacco di Togliatti ha probabilmente giovato al
PCI, le cui sorti egli ha potuto seguire senza rimanere personalmente
coinvolto nelle travagliate e complesse vicende che culmineranno nello
scioglimento del CC deciso dal Comintern nel 1938.[55]
Infatti Il “compagno Ercoli”,
come era maggiormente conosciuto, fu
ricevuto con grande calore anche se con non poca sorpresa dai compagni: vi sono
colorite testimonianze di questo incontro improvviso.
Ecco come lo racconta Spriano:
“Già
da molte ore, anche prima di arrivare in vista delle coste,vide una enorme massa di fumo che si addensava sul
mare per decine di miglia e annunciava
l'Italia e il Vesuvio. [...]Una pioggia di cenere sottile copriva i campi e le strade. [...] Il volto
della patria, di nuovo raggiunto dopo
diciott'anni d'esilio, aveva qualcosa di apocalittico.
E « apocalittico
» gli appare anche l' aspetto di Napoli, provata dalla guerra: la città gli si
presenta come malata «per un cui si mescolavano la stanchezza, l'affanno per il
presente e per ricerca ansiosa del necessario per vivere, da ottenersi ad ogni
costo e sentiva che l'Italia, come
società organizzata, non c'era più,….
È notte quando Ercoli si presenta alla sede della federazione del PCI e si fa riconoscere dai compagni che
vi si trovano Cacciapuoti, Maglietta,
Valenzi. Indossa sotto la giacca un
maglione a strisce orizzontali che campeggia nei ricordi di tutti quelli
che lo incontrano nei primi giorni; nel suo accento si mescolano piemontese e
le cadenze del russo. Ricorda Cacciapuoti:
Lo portammo
nel salone per fargli ammirare l'esposizione dei nostre parole d'ordine che c'erano al muro.
Aspettavamo un “bravi compagni “ ma Togliatti cambiò espressione, fece la
faccia un po' scura, e muoveva la testa
da un lato all'altro come fanno i bulgari per dire sì [...]. Ci volle far
capire che per lui quei manifesti e
quelle parole d'ordine erano sbagliati
Per quella
sera il discorso finisce lì: Togliatti viene sistemato in quella che sarà la
sua casa a Napoli, un appartamentino in un
palazzo di via Broggia”[56]
Togliatti evidentemente si rende conto già a primo
colpo d’occhio che la condotta politica è inadeguata, non all’altezza della
situazione.
Ad esempio a Napoli le tessere del partito erano
date con grande attenzione e difficoltà dopo una specie di esame personale. Il
risultato era che vi erano solo 12.000 iscritti : Togliatti dispose allora che
le tessere fossero distribuite in tutte le sezioni e senza particolari
difficoltà: il consenso popolare e un partito di massa non si puo costruire
respingendo chi vuole partecipare.
Togliatti
elabora e chiarisce la linea politica: esiste in Italia un potere senza
autorità ( il governo del re) e d’altra
parte una autorità senza potere ( i partiti popolari e antifascisti).
Logicamente non resta che unire le due
parti. Per il momento occorre quindi la collaborazione di tutti, a guerra
finita poi si penserà all’assetto istituzionale
e politico.
Togliatti
Illustra la sua linea al congresso del Partito del 30 e 31 marzo nelle
cui conclusioni si legge che:
“… il
PCI propone di liquidare la presente situazione di disordine e di confusione,
I) mantenendo intatta e consolidando l'unità del fronte delle forze
democratiche e liberali antifasciste;
2) assicurando formalmente il paese che il problema istituzionale verrà
risolto liberamente da tutta la nazione, attraverso la convocazione di una
Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale, diretto e
segreto, subito dopo la fine della guerra;
3) creando un nuovo governo di carattere transitorio ma forte e
autorevole per l'adesione dei grandi partiti di massa; un governo capace di
organizzare un vero e grande sforzo di guerra in tutto il paese e in primo
luogo di creare un esercito italiano forte che si batta sul serio contro i
tedeschi; un governo capace, con l'aiuto delle grandi potenze democratiche
alleate, di prendere delle misure urgenti per alleviare le sofferenze delle
masse e far fronte con efficacia ai tentativi di rinascita della reazione;
4) assicurando a tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione o
fede politica, sociale, religiosa, che la nostra lotta è diretta a liberare il
paese dagli invasori tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili
della catastrofe nazionale, ma che nel fronte della nazione c'è posto per tutti
coloro che vogliono battersi per la libertà d'Italia, e che domani avranno la
possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni “.[57]
Gli stessi concetti sono poi ribaditi nella
intervista all’unita pubblicata il 2
aprile.
“ Togliatti, divulgando gli stessi concetti della risoluzione, rivolge un
discorso piu diretto ai comunisti. Dice loro che rimanere spettatori piu o meno
indifferenti della guerra non sarebbe solo un errore, bensì un delitto, perché
dall'esito della guerra e dal contributo che daremo ad essa dipende tutto il
nostro destino, il destino degli operai, dei contadini, dei giovani, degli
intellettuali, in una parola il destino di tutta la nazione italiana... È il
partito comunista, è la classe operaia che deve impugnare la bandiera della
difesa degli interessi nazionali che il fascismo e i gruppi che gli dettero il
potere hanno tradito. “[58]
Si prendono quindi contatti con i leader delle altre forze, ed i comunisti con
Togliatti entrano nel governo Badoglio.
Il giuramento avviene nelle mani del re il 21 aprile
In ogni cosa si può osservare che da quella scelta
nacque una politica che per forza di cose divenne sempre più indipendente da
Mosca ma questo è un altro discorso.
Accenniamo
ora a una importante questione ampiamente dibattuta all’interno del movimento comunista
in tutti questi anni e che ci pare quella veramente importante e
sostanziale: Togliatti, o meglio la
dirigenza comunista, con la “svolta di Salerno” si sono mossi verso gli
interessi reali del proletariato nazionale e internazionale o è stata esso un
errore, o peggio ancora un tradimento della sua politica? In effetti il
problema è importante nell’ottica interna del comunismo perchè alcuni
pensano che la svolta di Salerno abbia colpito a morte la rivoluzione
comunista molto più di quanto abbiano fatto i governi borghesi o
magari lo stesso fascismo.
Ma c’erano
realmente le condizioni reali ed
effettive di una presa del potere del comunismo in Italia? Storicamente non si
può che rispondere negativamente al di la di ogni ragionevole dubbio. In
pratica il mondo fu diviso in sfere di influenze e l’italia si trovò in quella
di influenza del mondo” borghese e capitalistico” guidato dagli USA, aveva
inizio la cosiddetta “guerra fredda”: ma a parte il contesto internazionale, in realtà in
Italia il comunismo non era poi affatto radicato se non in piccoli gruppi
attivi intellettuali e operai. La maggior parte della popolazione
risentiva dell’influenza della lunga dittatura fascista che aveva dipinto il
comunismo come il male radicale. Vi era
una Chiesa cattolica potentissima, specialmente nel ceto agricolo, attivamente
e decisamente avversa la comunismo. Vi era un apparato dello stato pur esso per
tradizione fortemente anticomunista . Pensare che i partigiani (quelli
comunisti, non tutti lo erano ) avrebbero potuto cacciare via i potenti
eserciti alleati vincitori della Germani nazista può essere un atto di fede nel comunismo ma
certamente è ben lontano da ogni senso di realtà. Certamente
non vi era altra soluzione che
quella prospettata da Togliatti.
Possiamo dire che questo è uno dei rari punti
su cui gli storici di ogni tendenza concordano pienamente. Ma vogliamo
anche fare notare che questa soluzione non mancava di appoggi
nella stessa storia del comunismo italiano
Già Gramsci aveva ampiamente mostrato nelle sue
riflessioni come la rivoluzione in Italia
e nell’Occidente in generale,
non potesse percorrere le identiche strade della Rivoluzione di Ottobre in
Russia. Non vi era nel nostro paese un
”Palazzo di inverno” da assaltare perché, diversamente che in Russia, non vi
era un centro unico del potere. L’instaurazione di una società comunista
passava invece attraverso la “ egemonia culturale”, l’ alleanza dei contadini e degli operai, riallacciandosi
cosi alle esigenze democratiche del
Risorgimento nazionale.
Ed infatti noi troviamo gli stessi concetti
ovviamente semplificati e adattati alla situazione nel rapporto di Togliatti ai
quadri comunisti napoletani :
“Noi siamo il
partito della classe operaia e non rinneghiamo, non rinnegheremo mai, questa
nostra qualità. Ma, la classe operaia non è stata mai estranea agli interessi
della nazione. Guardate al passato, ricordatevi come agli inizi del
Risorgimento nazionale, quando esistevano soltanto piccoli gruppi di operai
distaccati gli uni dagli altri e ancora privi di una profonda coscienza di
classe e di una ricca esperienza politica, questi gruppi dettero i combattenti
più eroici per le lotte di masse, che si svolsero nelle città e nelle campagne,
per liberare il paese dal predominio straniero. Operai e artigiani furono il
nerbo dei combattenti delle Cinque giornate di Milano. Furono gli operai,
insieme coi migliori rappresentanti dell'intellettualità, l'anima della
resistenza degli ultimi baluardi della libertà italiana nell'anno successivo.
Operai e artigiani troviamo nelle legioni di Garibaldi; li troviamo dappertutto
dove ci si batte e si muore per la libertà e per l'indipendenza del paese.
Noi rivendichiamo queste tradizioni della classe operaia italiana. Noi
rivendichiamo le tradizioni del socialismo italiano, di questo grande movimento
di masse operaie e di popolo, che irrompendo sulla scena politica, reclamando
il riconoscimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori, chiedendo che
fosse assicurato al popolo il posto che gli spetta nella direzione del paese,
ha adempiuto una grande funzione nazionale di risanamento, di ravvivamento e
rinnovamento di tutta la vita italiana. Oggi che il problema dell'unità, della
libertà e dell'indipendenza d'Italia e di nuovo in giuoco; oggi che i gruppi
dirigenti reazionari hanno fatto fallimento, perché la storia stessa ha dimostrato
che la loro politica di rapina imperialista e di guerra non poteva portare
l'Italia altro che ad una catastrofe; oggi la classe operaia si fa avanti, col
suo passo sicuro, e conscia di tutti i suoi doveri rivendica il proprio
diritto, come dirigente di tutto il popolo, di dare la sua impronta a tutta la
vita della nazione.
La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango
e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra; liquidando per sempre la
ideologia da criminali del fascismo e i suoi piani funesti di brigantaggio
imperialista, tagliando tutte le radici della tirannide mussoliniana noi daremo
alla vita della nazione un contenuto nuovo, che corrisponda ai bisogni, agli
interessi, alle aspirazioni delle masse del popolo.
Quando noi difendiamo gli interessi della nazione, quando ci mettiamo alla
testa del combattimento per la liberazione d'Italia dall'invasione tedesca, noi
siamo nella linea delle vere e grandi tradizioni del movimento proletario.
Siamo nella linea della dottrina e delle tradizioni di Marx e di Engels, i
quali mai rinnegarono gli interessi della loro nazione, sempre li difesero,
tanto contro l'aggressore e invasore straniero, quanto contro i gruppi
reazionari che li calpestavano. Siamo nella linea del grande Lenin, il quale
affermava di sentire in sé l'orgoglio del russo, rivendicava al proprio partito
di continuare tutte le tradizioni del pensiero liberale e democratico russo e
fu il fondatore di quello Stato sovietico, che ha dato ai popoli della Russia
una nuova, più elevata coscienza nazionale. Noi siamo nella linea del compagno
Dimitrov, il quale a Lipsia, davanti ai giudici fascisti, rivendicò con una
fierezza che destò l'ammirazione di tutto il mondo la propria qualità di figlio
del popolo bulgaro; rivendicò a sé le tradizioni e si presentò come il
continuatore di tutte le lotte del popolo bulgaro contro i suoi oppressori. Noi
siamo nella linea del pensiero e dell'azione di Stalin, di quest'uomo il quale
ha saputo sulla base delle conquiste della grande Rivoluzione socialista di
ottobre, sulla base delle realizzazioni di più di venti anni di edificazione
socialista, realizzare l'unità di tutto il popolo, di tutte le nazioni che sono
nel territorio dell'Unione Sovietica nella lotta sacra contro l'invasore, e per
schiacciare definitivamente l'hitlerismo e il fascismo. Noi siamo sulla via che
ci hanno tracciato questi nostri grandi maestri………
Lo so, compagni, che oggi non si pone agli operai italiani il problema di fare
ciò che è stato fatto in Russia. La classe operaia italiana deve oggi riuscire,
attraverso la propria azione e la propria lotta, a risolvere le gravi,
terribili questioni del momento attuale. Essa ha il compito di dire una parola,
di dare una direttiva, la quale indichi a tutto il paese la via per uscire
dalla catastrofe cui è stato trascinato. Guai se noi oggi non comprendessimo
questo compito o lo respingessimo. Guai se la classe operaia, oggi, non
adempisse a questa sua funzione nazionale. Guai se gli elementi più decisi
della classe operaia si lasciassero isolare. Guai se le forze democratiche si
lasciassero dividere. Assisteremmo immediatamente, non solo al risorgere, ma al
trionfo delle vecchie forze reazionarie; al prevalere delle istituzioni, delle
formazioni politiche e degli uomini che sono responsabili di averci portato
nella situazione attuale. Compagni, quell'Italia noi vogliamo che non risorga.
Vogliamo una Italia democratica, ma vogliamo una democrazia forte, la quale
annienti tutti i residui del fascismo e non lasci risorgere niente che lo
riproduca o che gli rassomigli. Come partito comunista, come partito della
classe operaia, reclamiamo arditamente il nostro diritto a partecipare alla
costruzione di questa nuova Italia, coscienti del fatto che se noi non
reclamassimo questo diritto e non fossimo in grado di adempiere, oggi e nel
futuro, questa funzione, l'Italia non potrebbe venire ricostruita, e gravi
sarebbero le prospettive per il nostro paese. Nel combattimento durissimo per
liberarci, oggi, dall'invasione straniera e iniziare e condurre sollecitamente,
non appena sia possibile, la ricostruzione, noi chiamiamo ad unirsi, nel fronte
delle forze democratiche, antifasciste e nazionali, tutti gli italiani onesti,
tutti coloro che soffrono della situazione a cui è stata portata l'Italia,
tutti quelli che vogliono vedere finita rapidamente questa situazione. Per
questo, compagni, la nostra politica è una politica nazionale ed una politica
di unità.”[59]
La scelta
quindi di non precipitare l’Italia nella
rivoluzione violenta ( la cosi detta “svolta di Salerno” ) risponde quindi soprattutto a una scelta
strategica e politica di largo respiro che vedeva la instaurazione del
comunismo come il risultato di una ampio
e profondo processo civile e culturale.
Tutto ciò a prescindere dal fatto che in realtà in Italia non vi erano
rapporti di forza tali che potessero far prevedere un esito felice della
rivoluzione : ciò apparve ancora più
chiaro negli avvenimenti susseguenti l’attentato di Pallante.
D’altronde con la svolta di Salerno si è operato
poi quelle scelte e quelle strutture che hanno retto poi il partito in modo
duraturo ed efficace per tutta la durata della sua esistenza:
Si fonde innanzi tutto il carattere i mediazione
fra ideologia rivoluzionaria e linea politica
legalista
Come nota Massimo Ilardi infatti:
“Si può dire, a questo punto,
che la struttura organizzativa è stata determinata, nel caso del PCI, dalla sua
funzione di mediazione politica tra una ideologia rivoluzionaria e una linea
politica socialdemocratica. Per questo essa avrà sempre un impianto valutativo
e prescrittivo, e una grande stabilità e autonomia dentro il partito. È
proprio l'uniformità e la rigidità della struttura delle sue istanze e il
rispetto delle norme e delle procedure a collocarla in una ideale via di mezzo
nella quale può dispiegarsi l'estrema adattabilità dei suoi meccanismi alle
esigenze della ideologia e della direzione politica”[60]
Nello spazio di qualche anno il Partito da una
esiguo gruppo di poche migliaia di iscritti
militanti passava a un grande partito di massa di milioni di iscritti
che poi divenne la forza fondamentale
della sinistra italiana :
Nota ancora Ilardi
:
“
Momento centrale e necessario della ricerca di questa soluzione era il
Lavoro, il valore del Lavoro, l'etica del Lavoro che dava dignità e identità al
militante-produttore di politica. Bisogna "realizzare in pieno - affermava
Togliatti - la parola d'ordine che tutti i comunisti debbono avere un compito e
adempierlo scrupolosamente. Nel partito c'è lavoro per tutti; nel partito tutti
debbono lavorare."[61]
Si operava
pure la composizione del carattere della
composizione di classe del partito. Che
se è l’espressione del proletariato pur tuttavia è in stretto rapporto con le
altra classi e in continuità con la nostra migliore tradizione:
Nota a questo proposito il Flores:
Partito di massa, naturalmente, dei
lavoratori, centrato prevalentemente sulla classe operaia rispetto a cui gli
altri strati sociali appaiono" alleati "; partito nazionale ma non
per questo meno definito socialmente ne staccato e distante da una tradizione
lontana con cui non si vuole rompere ma che l'esperienza resistenziale ha
permesso di modificare profondamente…[62]
L'idea comunista di un partito di massa e di quadri appare, negli anni
1945-48, assolutamente originale. È un'originalità che nasce dalla volontà di
unificare il passato e il presente, la milizia attiva dei rivoluzionari di
professione con la partecipazione alle lotte di massa, la creazione di una
struttura disciplinata ed efficiente con la presenza capillare in ogni segmento
della società, il ruolo di un'avanguardia separata e cosciente con un'azione
politica che mira alla conquista del consenso e dell'appoggio della
maggioranza e non teme di essere inquinata dalla coscienza "
arretrata" dei grandi numeri.
CAPITOLO SESTO
L’opera di Togliatti nella formazione della
Repubblica italiana e della sua Costituzione, non va vista solo ed
esclusivamente sotto l’aspetto dell’apporto che ad essa diede il Partito
Comunista Italiano, ma anche nella capacità
di frenare le aspirazioni alla rivoluzione violenta di larga parte del
proletariato,aspirazioni che si manifestano soprattutto all’indomani
dell’attentato a Togliatti nel 1948.
Infatti, dopo la svolta di Salerno (aprile 44), il
Partito Comunista Italiano entrò nell’
area di governo e vi restò fino al 1947, quando con una improvvisa svolta di De
Gasperi, l’allora presidente del consiglio, fu estromesso. La stagione politica
si chiuse con l’affermazione della DC nelle elezione del 1948 :da allora in poi
il partito comunista si pose
sulla strada di una lunghissima opposizione democratica e costituzionale democratica, che è durata fino agli
inizi degli anni 90.
Dopo la svolta di Salerno l’ingresso formale del
Partito Comunista Italiano nel governo avvenne il 21 aprile 1944, nel gabinetto
presieduto da Badoglio. Il giuramento si tenne in una locale di fortuna a
Ravello, fra la diffidenza di persone
fedeli al re, che fino a qualche mese prima aveva considerato il
comunismo come il maggiore dei mali, ma che ora dovevano pur accettarne,almeno
momentaneamente, la alleanza aspettando la prima occasione per sbarazzarsene.
Dopo qualche mese, avvenuta la liberazione di Roma,
le forze di sinistra, soprattutto i socialisti, chiesero una nuova guida del governo che non fosse un
semplice fiduciario del re e compromesso con il vecchio regime come era
Badoglio: la scelta cadde su Bonomi che
formò quindi un nuovo governo nel quale
entrarono ancora i comunisti (giugno 1944).
In tale nuova fase politica, naturalmente occorreva
un profondo rinnovamento del partito, tanto che
si parlò di “partito nuovo”.
Fu lo stesso Togliatti a delinearlo con una
opera teorica e pratica incessante;
Scrive
Togliatti su Rinascita :
“Prima di tutto, e questo è l'essenziale,partito nuovo è un partito
della classe operaia e del popolo il quale non si limita più soltanto alla
critica e alla propaganda, ma interviene nella vita del Paese con una attività
positiva e costruttiva . La classe operaia, abbandonata la posizione unicamente
di opposizione e di critica che tenne nel passato, intende oggi assumere essa
stessa, accanto alle altre forze conseguentemente democratiche, una funzione
dirigente . Partito nuovo è il partito che è capace di tradurre in atto questa
nuova posizione della classe operaia, di tradurla in atto attraverso la sua
politica, attraverso la sua attività e quindi anche trasformando a questo
scopo la sua organizzazione. In pari tempo il partito che abbiamo in mente
deve essere un partito nazionale italiano.”[63]
Si tratta quindi di costruire un partito che aggreghi
le masse, che si diffonda in tutti gli ambienti
possibili, di un modello quindi
nuovo, molto lontano da quello del piccolo gruppo chiuso in sè stesso per affrontare le
persecuzioni politiche, l’esilio e i mille pericoli della clandestinità.
Alcuni hanno visto in questo modello un abbandono
del rigore rivoluzionario e un primo passo sulla via della rinuncia alla
Rivoluzione. Scrive ad esempio il Galli:
«L 'esilio, il carcere, il confino, le molte lotte combattute, le
difficili prove affrontate, invece di temprare le volontà ingenerarono una
stanchezza, una rilassatezza, un sostanziale scetticismo che trovava un terreno
propizio nelle nuove condizioni di un ambiente che consentiva la
trasformazione dei vecchi perseguitati in personaggi ufficiali riveriti,
blanditi, osannati. La buona formazione culturale di taluni tra loro - e in
primo luogo dell'autorevolissimo segretario generale - trovava nella
tradizione italiana motivi e pretesti per giustificare l'indirizzo adottato.
La
deformazione di Gramsci completava quella di Lenin, il
"Risorgimento tradito", da Pisacane a Gobetti, i fermenti
meridionalistici da Fortunato a Dorso, fornivano materia per un canone
interpretativo che rendeva lecite tutte le peculiarità, tutte le cautele,
tutte le attese».[64]
Ma indubbiamente il “partito nuovo” corrispondeva
alle esigenze del momento storico , in qualche modo anche potremmo dire che fu imposto, a una base alquanto recalcitrante perchè non cosciente della nuova situazione
internazionale che si andava maturando.
Ad esempio
bisognava tener conto delle preoccupazioni degli alleati che
andavano comunque rassicurati,
preoccupazioni soprattutto da parte inglese come spiega Spriano:
“Ci sono abbondanti prove che almeno il governo inglese era seriamente
preoccupato della piega che stavano prendendo gli eventi. Il 4 maggio, ad
esempio Churchill scrisse due note al suo ministro degli Esteri, chiedendo se
gli inglesi avrebbero consentito alla
comunistizzazione dei Balcani e forse dell'Italia», osservando che «ci stiamo
avvicinando al momento di mettere le carte in tavola con i russi sui loro intrighi comunisti in
Italia, Jugoslavia e Grecia».. Mentre è probabile che il Preside Roosevelt non
fosse personalmente molto preoccupato della possibile diffusione del comunismo
in Europa, i dirigenti americani civili e militari in Italia erano forte mente
anticomunisti e furono in grado di esercitare un'influenza decisiva sul cc
della politica italiana del loro governo”[65]
Si forma quindi nel giugno del 45 il governo presieduto da Parri, esponente del
partito d’azione che aveva presieduto il comitato che aveva guidato
Tuttavia il
governo Parri ebbe vita breve, dal giugno al novembre 1945 perchè sembrò da una
parte troppo legato agli ambienti partigiani e dall’altra non sufficientemente sostenuto dalla Sinistra
perchè il leader era un liberale. Si apri quindi la strada a un governo guidato
da un cattolico e la scelta ricadde su Alcide De Gasperi. (dicembre 1945)
Togliatti si trovò quindi ad affrontare il problema del rapporto con
Come Osserva Bocca:
“
Occorre quindi muoversi sulla direttrice di una
grande intesa generale; d’altra parte va pure notato che per il momento il
clima della guerra fredda è ancora lontano.
Con De
Gasperi egli trova anche una intesa abbastanza
agevole. La nuova Democrazia cristiana è infatti molto più aperta del
vecchio Partito Popolare: quest’ultimo
era infatti più rivolto a ricostituire
una società integralmente
cattolica mentre
Si arriva quindi al referendum istituzionale
(giugno ’46) che segna una vittoria per le forze di sinistra, in quanto la
monarchia, che è il naturale baluardo della conservazione, viene battuta anche
se i risultati, seppure chiari, non sono
poi tanto eclatanti .
Il 54% degli elettori si esprime per
|
Democrazia Cristiana |
207 |
Mov. Indip. Sicilia |
4 |
|
Partito Socialista |
115 |
Concentr. Dem Repub. |
2 |
|
Partito Comunista |
104 |
Partito Sardo d'Azione |
2 |
|
Unione Dem. Naz, |
41 |
Movim. Unionista It. |
1 |
|
Uomo Qualunque |
30 |
Part. Cristiano Sociale |
1 |
|
Partito Repubblicano |
23 |
Part. Democr. Lavoro |
1 |
|
Blocco Naz. Libertà |
16 |
Part. Contadini Italiani |
1 |
|
Partito d'Azione |
7 |
Fr. Dem. Progres. Rep. |
1 |
Il P.C.I., come si vede, risulta solo il terzo
partito: una chiara delusione alle tante
speranze dei militanti. il comunismo era
una forza nuova e che per tanti anni era stato demonizzato in ogni modo, non
solo dal Fascismo, ma da tutta la classe dirigente e soprattutto doveva combattere
con la posizione intransigente contraria
della Chiesa.
Comunque
Da notare in particolare l’art 7 che
fa entrare nella Costituzione i Patti Lateranensi negoziati nel 1929 da
Mussolini. Come è noto, esso fu
approvato con l’appoggio comunista, mentre altre forze laiche e di sinistra
(liberali, socialisti e azionisti) furono contrari.
Togliatti decise in tal senso per i motivi che
prima abbiamo richiamato: evitare uno scontro frontale con il mondo
cattolico dal quale il comunismo aveva
tutto da perdere.
Subito dopo il voto referendario si forma un
secondo governo De Gasperi che slitta alquanto più a destra del precedente.
Comunque a Togliatti viene confermato il ministero della giustizia e ad altri
esponenti comunisti viene pure affidato l’alto commissariato per la epurazione.
Come guardasigilli
Togliatti svolge una opera molto discussa dagli ambienti della sinistra. La sua azione è tutta intesa a ripristinare la
legalità. Si rivolge ai giudici invitandoli alla obbiettività anche se sa bene
che la classe dei magistrati era chiaramente orientata verso la conservazione per estrazione
culturale.
Nota Bocca:
“La risposta di questa magistratura è nella maggior parte dei casi una
risposta reazionaria. A Roma i fascisti che hanno torturato e ucciso i
partigiani vengono o condonati o condannati a pene lievi; i gerarchi fascisti
denunciati alI'Alta Corte di Giustizia si danno alla macchia protetti dai carabinieri
e dalla polizia. Se il ministro di Grazia e Giustizia osa trasferire uno dei
magistrati reazionari, la stampa di destra parla di «persecuzioni politiche» e
il Guardasigilli deve giustificarsi, come nel caso del consigliere Milziade
Venditti, trasferito dalla presidenza del Tribunale di Roma ad altro incarico:
non per ragioni politiche, precisa «L 'Unità», ma di incompetenza professionale,
giudicata tale da una commissione della Corte d' Appello cioè da «funzionari,
alti magistrati di elevatissima competenza e di serenità e imparzialità
superiori a qualsiasi sospetto[67]
Tuttavia va notato
che il progetto di Togliatti è pienamente coerente: vista la
impossibilità di una rapida presa del potere di un regime comunista, occorre
muoversi su un terreno puramente legalitario e costituzionale: la violazioni
delle leggi da parte dei comunisti avrebbe oggettivamente giustificato atti di forza della destra. Se
non si voleva arrivare a uno scontro violento per i tanti motivi che prima
abbiamo delineato, occorreva restare
saldamente su un piano legale.
Anche per quanto
riguarda l’epurazione si procede
con molta cautela, limitandosi a esonerare solo un limitato gruppo di alti
dirigenti. D’altra parte va pure considerato che il regime fascista aveva preteso per tutti gli impiegati dello stato la fedeltà al regime,oltre
alla formale iscrizione al Partito
Fascista. Non era facile distinguere fra coloro che vi avevano aderito
spontaneamente da quanti lo avevano fatto
per semplice motivi economici e di lavoro, a prescindere dal fatto che gli
avvenimenti avevano profondamente
modificato le convinzioni della gente.
D’altra parte non si poteva licenziare un numero ingente di funzionari senza che lo Stato ne
restasse paralizzato nella sua azione,
anche senza correre il rischio di vedere tutta una categoria di cittadini e
lavoratori spinta in una disperata
situazione. Il progetto di Togliatti era
invece quello di allargare il consenso e
non di creare una diffusa ostilità alle forze democratiche.
Tuttavia spesso ci fu eccessiva indulgenza da parte
degli organi preposti, come osserva Bocca:
“Certe commissioni prosciolgono quasi sistematicamente Non c'è da
stupirsene, dato che nelle commissioni di epurazione vi è un solo
rappresentante dell' Alto commissariato e due (un magistrato e un burocrate)
della pubblica amministrazione. Del resto, che fare se il primo ministro De
Gasperi accusa pubblicamente l' Alto commissariato di compromettere i fondamentali
interessi dello Stato, togliendogli i funzionari di cui ha bisogno per i suoi
ministeri?”[68]
Sulla stesa linea Togliatti propose una amnistia
poi approvata che riguardava i reati
commessi in guerra e punibili con pene non superiori ai 5 anni e a esclusione dei reati di “sevizie particolarmente efferate”. Si
trattava anche in questo caso di una necessaria opera di pacificazione anche se
la magistratura la applicò in modo molto
estensivo verso i repubblichini.
Intanto però
la situazione mondiale era in rapida
evoluzione. La alleanza che aveva permesso la sconfitta del nazi-fascismo andava
rapidamente dissolvendosi e al suo
posto nasceva quella che fu definita la “guerra fredda” fra la società liberista
, guidata dagli USA., e il comunismo
guidato dall’Unione Sovietica.
Gli USA cominciano quindi una campagna politica
generale contro il comunismo internazionale, non disdegnando, il contributo di
elementi ex fascisti e ex nazisti
Dall’altra parte,nell’Europa Orientale occupata
dagli eserciti russi,l’alleanza con i partiti non marxisti viene rapidamente
liquidata e la direzione dello Stato passa rapidamente in mani del tutto fedeli a Stalin.
Nel nuovo
contesto occorreva schierarsi con il modello capitalistico o con quello
comunista: non era possibile restare in
una terza posizione.
Il problema
si riflette rapidamente anche nella politica interna italiana: De Gasperi
infatti agli inizi del 48 andò in
visita in USA dove ebbe la promessa di
ingenti aiuti economici conseguenti al piano Marshall, ma alla condizione
sostanziale di estromettere i comunisti dall’area del potere. E fu ciò che
avvenne alla fine dei maggio del 47 con il terzo governo De Gasperi.
Contemporaneamente anche il partito socialista subiva una scissione fra la maggioranza
diretta da Nenni che restava
nell’alleanza con i comunisti e una
minoranza che sotto la guida di Saragat
usciva per creare un proprio partito alleato alla DC e avversario del
comunismo.
La radicalizzazione della lotta quindi costrinse il
partito comunista ed abbandonare la politica precedente di buoni rapporti con le altre forze borghesi
e comunque non reazionarie.
Si arrivò alle elezione del 18 aprile 1948.
Il risultato mostrò una vittoria chiara delle forze
anticomuniste incentrate intorno alla DC e
il PCI come la principale forza di opposizione: praticamente
CAPITOLO SETTIMO
L’ATTENTATO DI PALLANTE
.
Il PCI aveva perso con le elezioni del 48 la
possibilità di raggiungere il potere attraverso le vie della democrazia costituzionale parlamentare.
Era
possibile allora raggiungere lo stesso risultato con altri mezzi, quella della
rivoluzione violenta ? L’occasione si presentò qualche mese dopo quando avvenne
l’attentato di Palante contro Togliatti: fu l’occasione nella quale apparve,e non a pochi, che il comunismo potesse
affermarsi secondo la linea della rivoluzione violenta in Italia. Ma tale
possibilità nella realtà non ci fu in quell’occasione,
cosi come non ci fu mai realisticamente,
né prima né dopo
Gli avvenimenti che si susseguono all’attentato di
Pallante a Togliatti sono un momento cruciale nella storia sia del
movimento comunista che di tutto il Paese. Con essi tramonta ogni
“velleitarismo” rivoluzionario e prende
corpo definitivamente un lungo
processo che, in mezzo a molte contraddizioni e arretramenti, tuttavia porta alla
fine alla il PCI a accettare compiutamente la democrazia borghese parlamentare
Come scrive Tobagi
:
“Questa forza, anche per l'esperienza dello sciopero generale, acquista
maggior coscienza che i sogni di una rapida palingenesi rivoluzionaria non
hanno fondamento. Ciò non vuol dire che se ne traggano subito e chiaramente
tutte le implicazioni teoriche e pratiche: bene o male, come si è visto negli
articoli saggio di Secchia, si continua a tenere in piedi l'ipotesi di una via
insurrezionale al potere, che è poi l'ipotesi di un uso politico anche della
forza armata; e qualche gruppo, ristretto ma non isolato, continua a compiere
piccoli episodi di lotta violenta. Ma si tratta, tutto sommato, di esperienze
minoritarie e marginali: il grosso del movimento operaio - unito su questa
scelta di fondo, al di là delle
divergenze politiche e delle differenziazioni che cominciano a delinearsi tra
Pci e Psi inizia 'una lunga guerra di posizione” nel Paese e nel Parlamento.
ln questo senso, lo sciopero per
l'attentato a Togliatti chiude un'epoca e fa morire un'illusione: l'epoca più
convulsa e combattuta del secondo dopoguerra; l'illusione che il movimento
operaio possa arrivare al potere con un colpo rivoluzionario.[69]
Il merito di
aver evitato un bagno di sangue, si deve
soprattutto al realismo di Togliatti in prima persona e del
gruppo dirigente comunista che a lui
faceva capo.
Esaminiamo sinteticamente i fatti:
Il 14 luglio 1948, alle 10.30 mentre Togliatti era insieme alla compagna Tilde Iotti, un
giovane, Antonio Pallante gli sparò a bruciapelo tre colpi di
pistola: Togliatti venne colpito ma fortunosamente i proiettili che lo
raggiunsero non ebbero a ledere organi
vitali e Togliatti potette
essere salvato.
Molto si è detto sulla matrice dell’’attentato :
alcuni hanno pensato che non si sia trattato
del gesto di un personaggio
isolato, più o meno esaltato, ma di
un complotto,nel quale sarebbero
intervenuti anche i servizi segreti stranieri.
Scrivono a
questo proposito i Ferrara:
“È impossibile dire se, oltre al clima di aggressione civile contro i comunisti, creato ad
arte dei clericali, l'attentato del 14
luglio fu consapevolmente organizzato
da qualche mandante rimasto nascosto. Le
indagini della polizia non potevano
naturalmente mettere in luce niente in questa direzione . Persino per l'
eccidio di Portella delle Ginestre la ricerca dei mandanti fu esplicitamente
esclusa dai
magistrati e impedita dalla polizia Sono stati avanzati dubbi , ma una ricerca di prove non è stata
possibile.
“[70]
In tempi recenti si riparlato della presenza di
qualche burattinaio nascosto:
il 12 febbraio 2003,il quotidiano “ Repubblica”
riporta l’attenzione sui quei fatti presentando alcuni nuovi documenti in un
articolo intitolato “Quando l’O.S.S. spiava Togliatti”:
“ Dalle carte dei servizi americani (Office of Strategic Services)
ripescati a College Park, escono le paure di una potenza che subito dopo la
guerra teme una rivoluzione bolscevica in Italia. Togliatti viene spiato,
seguito in ogni sua mossa da qualcuno che gli sta molto vicino.”[71]
Ogni sua
abitudine viene minuziosamente annotata, perfino la sua tendenza a bere quasi
due litri di vino al giorno senza risentirne affatto. La spia continua a
inviare informazioni anche dopo l’attentato del 1948, ma, a tutto oggi, quelle
stesse prove documentali non ci permettono di affermare il coinvolgimento
diretto degli americani.
Partendo da queste ipotesi, Lecis, giornalista
della Gazzetta di Reggio, e in gioventù segretario della Fgci sassarese,
recentemente ha pubblicato un romanzo dal titolo”Togliatti deve morire”[72]
Protagonista della vicenda è Antonio Sanna,
funzionario del Pci, che viene a sapere delle trame americane e si attiva per
proteggere il compagno Ercoli (alias Togliatti), non riuscendoci
Si tratta
pero di una opera di narrativa e non di
un saggio storico, che riporti documenti
attendibili
Comunque anche se sono rimaste alcune zone d’ombra
si è comunemente convinti che non si trattò di un complotto, ma del gesto di un estremista, pare non molto
equilibrato. Tuttavia l’opinione
pubblica non poteva sapere con certezza
che si trattasse semplicemente di un gesto clamoroso, gravissimo, ma
comunque isolato e si pensò da parte di molti al complotto, alla preparazione
di un colpo di stato autoritario. Soprattutto si accusarono i partiti borghesi di aver
creato un clima di violenta demonizzazione dei comunisti, presentati
come il male, come “quelli che mangiano i bambini” come si disse poi ironicamente.
I Ferrara chiaramente rievocano il clima nel quale
esso si attuo:
“L 'attentato del I4 luglio non si comprende se non nel clima creato ad arte dai clericali, e in
particolare da De Gasperi, per le elezioni del I8 aprile. Vi erano, certamente,
esaltati e più fascisti in giro nella Napoli del I944, a Roma del '45 e del
'46, quando i dirigenti comunisti ripresero a circolare Sotto gli occhi di
tutti , liberamente; non si era però ripreso, allora, l'incitamento fanatico
alla messa al bando dei comunisti dalla vita politica, ma si era ripresa la
odiosa agitazione di menzogne e di calunnie che è il marchio immondo dell’anticomunismo.
“[73]
Si additò come mandante morale una certa
stampa fra le quali faceva spicco un
articolo di un esponente
socialdemocratico, Carlo Andreoni che scriveva sull’Umanità. Come
racconta Bocca :
“Per quanto ci riguarda, dinanzi a queste prospettive e alla iattanza
con la quale il russo Togliatti parla di rivolta, ci limitiamo a esprimere
l'augurio, e più che l'augurio la certezza, che se quelle ore tragiche
dovessero veramente suonare per il nostro popolo, prima che i comunisti possano
consumare per intiero il loro tradimento, prima che armate straniere possano
giungere sul nostro suolo per conferire ad essi il miserabile potere di
Quisling al quale aspirano, il governo della Repubblica e la maggioranza degli
italiani avranno il coraggio, l'energia, la decisione sufficiente per
inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per
inchiodarveli non solo metaforicamente”[74]
E quell’infelice
“non metaforicamente “, sembrò proprio un incitamento all’assassinio,
tanto che qualche testimone (non
confermato per la verità) riferì
che Togliatti colpito, avrebbe
pronunciato subito il nome di Andreoni,
cogliendo il nesso diretto fra l’articolo e l’attentato.
Anche in parlamento Terracini affermò:
“Stamane
a Piazza Montecitorio una figura scialba, strisciando, si è posta all'agguato.
In lei - ed ancora ne ignoriamo i lineamenti - confluivano i più tristi personaggi
della politica italiana di questi ultimi mesi: la frenetica campagna
anti-comunista di cui sui banchi diversi dai nostri non c'è nessuno che possa
dichiararsi non responsabile; l'istigazione specifica a colpire gli uomini
nostri, svolta di giorno in giorno, fino alle forme più esasperate e
frenetiche; e quella menzognera agitazione di stampa per la quale questa
mattina ho adoperato termini brucianti che mi rammarico oggi di non avere reso
più brucianti ancora.
Tutto ciò si
annidava nella scialba figura salita stamane agli onori della nostra cronaca
politica e che forse qualcuno già pensa di elevare domani a più alti onori.”[75]
Appena la notizia si diffuse in tutta Italia esplose uno sciopero generale con molte occupazioni delle
fabbriche, repressioni e scontri sanguinosi che portarono complessivamente a 16
vittime fra manifestanti e forze dell’ordine.
La manifestazioni furono spontanee, non vi fu
nessuna preparazione (che non poteva
naturalmente esserci per
l’imprevedibilità dell’avvenimento),
ne tanto meno un piano insurrezionale. Ciò non toglie però che in molta
parte dei manifestanti fosse diffusa la convinzione che fosse venuto il “gran
momento” della Rivoluzione, dello sciopero generale come momento iniziale
dell’insurrezione definitiva.
La lotta
partigiana era terminata da poco, ed era diffusa l’idea che doveva essere
seguita da una seconda fase nella quale
il proletariato avrebbe preso il potere
sottraendolo ai moderati che del fascismo erano considerati come una
emanazione, una continuazione.
Se la insurrezione tuttavia non si ebbe e in tre
giorni l’ordine pubblico torno alla normalità o quasi, il merito (o la colpa, dipende
dal punto di vista ) fu essenzialmente
della dirigenza comunista stretta intorno a Togliatti.
Togliatti stesso infatti appena fu in grado di
farlo pronunciò parole rassicuranti e invitò tutti alla calma e alla
moderazione.
Come
racconta Bocca:
“Entrano nella stanza del ferito, che è lo studio del professore Valdoni, Longo, Secchia, Scoccimarro e
Caprara. Già a Montecitorio il leader ha raccomandato a Scoccimarro: «State
calmi; non perdete la testa»,” e ora ripete: «Calma, mi raccomando, calma, non
facciamo sciocchezze». Poi chiede notizie delll'attentatore, ma se ne sa ben
poco: è un siciliano, pare di idee
fascistoidi.”[76]
Alla testa dei più
decisi all’insurrezione appaiono
personaggi che erano stati gli emarginati dal partito, proprio per il loro
estremismo. I dirigenti del Partito invece sostengono vigorosamente la
protesta, si chiedono anche le
dimissioni del governo De Gasperi ma sostanzialmente impediscono che lo sciopero generale degeneri in vera e propria insurrezione.
Per questo non sono mancate le accuse secondo le
quali, agendo in questo modo, la dirigenza comunista di Togliatti ha in effetti
impedito
Si è spesso sostenuto che non era del tutto
impossibile che una rivoluzione comunista in Italia avrebbe avuto successo
Scrive ad esempio Galli :
“A questo punto si deve tener conto della situazione internazionale di allora, estremamente tesa
soprattutto a causa del blocco sovietico di Berlino. È lecito chiedersi , il
colpo di stato di Praga e dopo la prova di forza in Germania , un tentativo
comunista di impadronirsi in Italia non
avrebbe provocato un intervento a del tipo di quello attuato due anni
dopo in Corea.
È certo che, dopo l'enunciazione di quella che fu detta la dottrina
Truman, gli Stati Uniti intendevano opporsi ad ogni espansione dell'influenza
sovietica. Ma fin dove questa intenzione potesse spingersi in rapporto a che
era allora il potenziale militare americano, è difficile dire. Solo un calcolo
approssimativo delle truppe , statunitensi di pronto impiego in Europa
nell'estate del 1948 può fornire un
primo elemento di giudizio; a quanto si sa
ufficialmente, non sembra che il comando americano potesse contare su più di un paio di
divisioni di immediato impiego; è dubbio che con la situazione esistente in Germania queste truppe avrebbero potuto esser
spedite immediatamente in Italia”[77]
In realtà ad
un esame obbiettivo non si può non
concordare che in quelle condizioni, in quel contesto storico, la rivoluzione sarebbe stata una
catastrofe per il movimento comunista e
in generale per le classi lavoratrici.
Innanzi
tutto va tenuto presente il contesto internazionale. Di fatto alla fine della
Seconda Guerra Mondiale l’Italia era ricaduta nell’ambito della sfera di influenza degli americani che certamente non avrebbero permesso
l’instaurarsi di un regime comunista in Italia.
Realisticamente i rappresentanti dell’Unione
Sovietica fecero presente che non
avrebbero potuto intervenire per sostenere la rivoluzione, né d’altra parte questo avrebbe potuto
avvenire senza scatenare un guerra grande e generale dagli esiti incerti ma certamente disastrosi
per l’intera umanità.
Certamente
ci furono dunque scioperi e manifestazioni spontanee:
Vivacemente descrivono i Ferrara:
“Dappertutto, subito, si sospese il lavoro, si fermarono i trasporti
pubblici, si calarono le saracinesche dei negozi, la gente si precipitò nelle
vie, imprecando all'assassino, al governo democristiano, a Scelba. Attorno a
Montecitorio incominciò il conflitto con
II movimento si estese a tutto il Paese! con la rapidità della folgore.
La radio dette la notizia e di colpo tutta l'Italia fu in sciopero. I treni si
fermarono in mezzo alla
campagna e il popolo scese nelle
piazze.”[78]
Ma anche se
vediamo al contesto nazionale dobbiamo notare che solo una parte della nazione minoritaria
avrebbe seguito la spinta rivoluzionaria.
Gli scioperi e le manifestazioni infatti si
diffusero, ma a macchia di leopardo, più nella città e meno nelle campagne, più
a nord e meno a sud dove mancava la tradizione della lotta partigiana di cui la
spinta rivoluzionaria appariva come un
prosieguo. Come dimostra il Tobagi esaminando le relazioni dei prefetti e degli
organi di polizia:
“È vero, e risulta chiaramente dai rapporti dei prefetti, che c'è l'Italia che sciopera ed è una parte forte, numerosa, politicamente
cosciente e concentrata, quasi sempre, nelle zone più industrializzate. Ma
questa realtà è ben lungi dal coprire l'intero spettro della società.
C'è una «seconda Italia » che
pure emerge dai telegrammi dei prefetti: è l’ Italia che non sciopera vuoi per indifferenza, vuoi per convinzione
politica; e sono milioni di persone, quasi intere regioni, dalle Tre Venezie ad
ampie zone del Sud, che non scendono in piazza, però costituiscono quel potenziale
di riserva, che ha garantito alla Democrazia cristiana il trionfo del 18
aprile.”[79]
Inoltre va
tenuto presente che oltre all’Italia che manifesta non vi era
solo un altra Italia che restava in disparte o perchè sostenitrice dei
partiti borghesi e più semplicemente perchè scarsamente interessata alla politica, o timorosa di una ripresa dei
conflitti armati dopo anni di disastri e di guerra. Vi era infatti una
terza Italia composta all’apparato burocratico dello stato, dalle forze di
polizia , dall’esercito, che restava nel complesso ostile alla rivoluzione in modo attivo e
convinta. Come osserva infatti il
Tobagi:
“E questa
« seconda Italia» (che non sciopera) non è isolata; anzi, è strettamente
collegata ad una « terza Italia », l' « Italia dell' ordine pubblico » , dai
prefetti fino al carabiniere del più sperduto paesino di campagna. Anche questa
Italia fa sentire il suo peso sociale e politico: non si limita a
una gestione
meramente difensiva, è convinta di battersi per una causa che sente giusta; e
perciò interviene con la stessa, durissima decisione per rimuovere un blocco
stradale come per garantire la libertà di lavoro.”[80]
In queste condizione evidentemente la rivoluzione
sarebbe andata incontro al fallimento e per effetto di esso i comunisti
sarebbero state esclusi dalla vita politica per un periodo lunghissimo,
non precisabile ma , diciamo, almeno per una generazione.
I dirigenti
comunisti quindici mossero decisamente sulla strada di evitare tragici
risultati:
Come osserva Ginsborg
“I dirigenti comunisti intervennero dovunque rapidamente per evitare
quello che ritenevano sarebbe stato un tragico errore. Già il 16 luglio erano
faticosamente al lavoro cercando di convincere i propri militanti a levare i
blocchi stradali, smantellare le barricate, rilasciare gli ostaggi e tornare al
lavoro. Il 18, De Gasperi ripartì all’offensiva. Un’ondata di repressione si
abbatté in tutte quelle zone che avevano reagito con maggiore vigoria alle
notizie del tentato assassinio. Ad Abbadia San Salvatore e dintorni 147
abitanti furono arrestati e messi sotto processo.
Il 15 luglio molti di loro
avevano sinceramente creduto che stesse per sorgere un nuovo periodo fascista,
che Togliatti avesse avuto lo stesso destino di Matteotti, che fosse giunto il
momento di combattere fino alla fine. Essi, in realtà, avevano torto e ragione
al tempo stesso: non c’era alcuna possibilità di un ritorno al fascismo, ma la
battaglia iniziata nel settembre 1943, e che aveva spinto molti di loro ad
arruolarsi nelle Brigate Garibaldi e a combattervi, era stata definitivamente perduta con l’estate del ’48»[81]
L’opera di
Togliatti e del suo gruppo scongiurò
un disastro e permise quindi al movimento comunista di essere
partecipe, sia pure nella posizione
dell’opposizione alla formazione della democrazia italiana .
CAPITOLO OTTAVO
TOGLIATTI ALL’OPPOSIZIONE
Dopo
le elezioni del 48, il PCI guidato da Togliatti non ebbe più la possibilità di
entrare nell’area del potere centrale. Le alleanze della lotta contro il
nazismo andavano esaurendosi in tutto il mondo e quindi necessariamente anche
in Italia la solidarietà nazionale dello
lotta antifascista volgeva inevitabilmente al termine. Oramai il mondo intero
era chiamato a schierarsi da una parta o dall’altra. La divisione in due del
mondo era intesa come una situazione di lunga durata, comunque necessaria per evitare l’olocausto
nucleare. Iniziava così la “guerra fredda”.
Come
osserva Hobaswn:
“In effetti
la situazione mondiale si stabilizzò ben presto e tale rimase fino alla metà
degli anni '70, quando il sistema internazionale e le sue componenti entrarono
in un altro periodo della crisi economica e politica. Fino ad allora entrambe
le superpotenze accettarono la divisione
del mondo, pur con le sue irregolarità e fecero
ogni sforzo per comporre le dispute circa le linee di demarcazione senza
pervenire a uno scontro aperto tra le loro forze armate, che avrebbe potuto
portare a una guerra. Inoltre, in contrasto con l'ideologia e la retorica della Guerra fredda, agirono in base
al presupposto che una coesistenza pacifica di lungo termine fosse possibile.
Infatti quando si arrivò al dunque, entrambe le superpotenze si fidarono della
moderazione della controparte, perfino
in momenti in cui erano sull'orlo di una guerra o perfino impegnate in essa.”[82]
Inevitabilmente
anche in Italia le forze politiche erano
necessariamente chiamate a fare la loro “scelta di campo”. Il Partito comunista
naturalmente non poteva non scegliere il campo socialista, senza rinnegare la
propria ispirazione fondamentale, la propria ragione d’essere, potremmo dire.
Ma l’Italia, per la spartizione del mondo che si era consumata a Yalta e che
comunque , bisogna riconoscerlo, scongiurò una guerra grande e generale che avrebbe forse distrutto
l’umanità, ricadeva nel campo di influenza
degli U.S.A. e quindi nel campo di influenza capitalistica: conseguentemente i comunisti si trovarono pur sempre
all’opposizione. Soltanto con
l’attenuarsi della guerra fredda negli anni 80 si potè ipotizzare un inserimento nel governo con il cosidetto
“compromesso storico”, ideato ai tempi di Berlinguer, ma in realtà solo con la fine della guerra
fredda conseguente alla caduta dei regimi del socialismo reale (inizi degli
anni ’90), gli eredi del partito comunista effettivamente hanno avuto la
concreta possibilità di tornare nell’area
di governo.
Spesso
si è rimproverato Togliatti per la sua incapacità di scegliere veramente fra la
via rivoluzionaria e quella legalitaria:
Ritiene
ad esempio Galli :
“..è la
sostanza di quel che si può chiamare « il dramma » del socialismo italiano di
origine marxista. Per quante elaborazioni dottrinali si siano tentate, l'antinomia tra riforma e
rivoluzione e la conseguente necessità
di scelta si esprimevano, nel 1948, negli stessi termini di mezzo secolo prima. I dirigenti
del PCI non erano in grado di esprimere una nuova sintesi e non seppero
compiere una scelta quando le due modalità- la maggioranza e le barricate - si
presentarono concretamente nel giro di pochi mesi.”[83]
Spesso
quindi da destra e da sinistra si rimprovera Togliatti di aver ibernato la
principale forza di opposizione.
Da
destra lo si rimprovera di non avere veramente
accettato di entrare nel gioco della democrazia occidentale, di non
essere schierato chiaramente contro il comunismo: ma evidentemente un partito che si definisse comunista non
poteva certo schierarsi nel campo del capitalismo, mentre in tutto il mondo
capitalismo e comunismo erano impegnati in una sfida mortale. Da sinistra
invece si rimprovera Togliatti di esser stato troppo prudente, di avere nei
fatti fermato la rivoluzione invece di promuoverla. Ma va notato che, come
tutti gli storici riconoscono, la
divisione del mondo conseguente alla guerra fredda non permetteva una
rivoluzione in Italia, e il tentarla avrebbe inevitabilmente portato l’Italia a una dittatura di destra appoggiata
dagli americani come ce ne furono tante
nel lungo periodo della guerra fredda soprattutto nell’America Latina.
La
linea del partito comunista era in effetti segnata dalla situazione internazionale;
Come
osservano i Ferrara:
“Dalla
liberazione in poi vi sono stati senza dubbi nell'attività del partito
comunista debolezze,incertezze, errori. Il merito pero sta nell’aver compreso a
tempo che la prospettiva era quella buona con la quale si doveva lavorare, Gli
errori furono, quindi, fatti sopra una strada giusta, le incertezze poterono essere scoperte, si potè
lavorare per superarle “[84]
Togliatti
in realtà non aveva scelta:o abbandonare il comunismo come in realtà
fecero molti : ma se questa soluzione
non si voleva prendere e allora la sua linea era l’unica possibile. Egli
impose la sua soluzione fin dai tempi della
svolta di Salerno e la mantenne inalterata fino a che fu alla guida del
Partito Comunista. D’altra parte Togliatti aveva della problematica della lotta
al capitalismo una visione globale ,
mondiale che aveva acquisito nei lunghi anni in cui in Russia aveva avuto la
possibilità di vedere i meccanismi, i caratteri della lotta rivoluzionaria su
scala mondiale. Bisogna pure tener conto che la lotta fra Capitalismo e Comunismo
che ha caratterizzato il mondo intero per oltre cinquanta anni, non è un fatto
che si possa risolvere in un solo paese,
ma riguarda appunto il mondo intero e si vince o si perde su scala
mondiale come poi la storia ha dimostrato.
Ma
la linea della opposizione legalitaria di Togliatti non fu solo l’unica possibile, ma bisogna
anche evidenziare che essa non fu affatto sterile di risultati. Anche se in
Italia non si instaurò il comunismo, pur tuttavia il PCI incise fortemente
sulla vita italiana, sulla organizzazione del lavoro, sulla vita economica, sulla
cultura del nostro paese. Anche se
Si
formò poi in Italia una classe dirigente del PCI in grado di agire con prudenza
e chiarezza portando avanti una tale linea politica.
Come
nota Renzo Martinelli:
“È attraverso
gli sforzi per raggiungere e mantenere un equilibrio tra questi due versanti
che si costituisce una tradizione di "capitani” e che questi raggiungono
una precisa consapevolezza della propria storia e della propria funzione,
facendo leva sull'analisi, via via
chiara e realistica, delle condizioni oggettive. È per questa via che il
gruppo dirigente comunista perviene infine a colmare la" sfasatura
originaria" caratteristica del PCI, 10 squilibrio, cioè, tra elaborazione
teorica e azione politica concreta che si può ravvisare nelle sue vicende precedenti, per assolvere
un ruolo decisivo nella storia d'Italia”.[85]
L’azione
politica di Togliatti alla guida dell’opposizione quindi in realtà fù
caratterizzata da una doppia esigenza: da una parte incalzare il poter centrale
sulle esigenze dei lavoratori, di vigilare contro ogni tentativi di ritorno a
regimi autoritari e antidemocratici; dall’altra parte anche frenare quegli elementi che avrebbero voluto
una Rivoluzione subito e che avrebbero in questo modo compromesso gravemente gli interessi delle classi
lavoratrici anche in prospettiva la possibilità
stessa dell’avvento del
comunismo.
In
questo ambito critico non bisogna dimenticare, come spesso si fa, che la
valutazione dell’operato politico non si può fare con il “senno di poi”:lo
svolgimento della storia consta di tanti imponderabili fattori che nessuno può
prevedere la strada che la storia stessa percorrerà, come spesso anche Marx
stesso ammoniva.
In
particolare va tenuto presente che nel 1948 nessuno prevedeva o poteva
prevedere a destra né a sinistra,che di li a pochi anni il volto dell’Italia
sarebbe cambiato profondamente, che un’ Italia povera e contadina stava per
sparire per dar posto al cosi detto “miracolo italiano”: nuove sfide, nuovi
problemi, nuove ingiustizie e disuguaglianze prendevano il posto delle antiche:
ma chi poteva prevederlo nel 1948 ?
Come
giustamente osserva Bocca :
“Del resto
chi, in Italia, ha capito nel 1948-49 che qual sta per scattare, di
rivoluzionario, nella economia mondiale. Chi ha previsto davvero il
neo-capitalismo e il salto tecnologico che ne è lo strumento?
L 'opinione
di Togliatti, del partito, non differisce sostanzialmente da quella della borghesia
italiana: per entrambi la gara è
puramente quantitativa, fra la ricchissima America che detiene il primato quantitativo delle produzioni e
l'Unione Sovietica che la insegue, già circondata dal mito della crescita
pianificata. I maggiori imprenditori italiani, interrogati nel 1946 da
commissione della Costituente, hanno consigliato una economica del piede di
casa, delle protezioni e delle piccole dimensioni.”[86]
Questo
però non significa che Togliatti non avesse nell’interno del PCI difficoltà da affrontare, in modo particolare
verso quella parte del partito e dell’Italia stessa che era insofferente e avrebbe
voluto un ruolo attivo nel promuovere la rivoluzione. In realtà non si
trattò mai di una vera e propria strategia
alternativa alla linea di Togliatti
quanto di uno stato d’animo , di una tendenza pratica . Il personaggio che
maggiormente incarno un tale aspetto fu
Secchia.
Pietro
Secchia nato nel
Dopo
la liberazione Secchia ricoprì cariche di primo piano nella vita del partito
comunista e fu posto a capo dell'organizzazione del PCI a livello nazionale. Si
segnalò anche per l'energia con la quale
controllò la situazione dopo l'attentato a Togliatti del 1948 e si distinse nelle
grandi mobilitazioni di massa contro il Patto Atlantico e in altre occasioni.
La
concezione di Secchia del partito si
richiamava, secondo la tradizione della III Internazionale, alla politica delle
alleanze, nella quale avrebbe voluto portare tutto il peso della classe operaia
e dell'intransigenza classista, con un maggiore e più intenso sviluppo delle
lotte di massa in direzione delle istanze di “democrazia progressiva”. Aspetti della sua personalità come
organizzatore di partito, ma anche come uomo politico, furono la sua concezione
del l'internazionalismo e la consapevolezza del fatto che anche il partito
italiano altro non era che l'unità di un unico esercito internazionale, una
concezione tipica della III Internazionale, che trovò difficoltà a tradursi
dopo il secondo dopoguerra, soprattutto dagli anni 50 nella fase della distensione succeduta alla
guerra fredda, in cui la scelta di campo aveva di necessità imposto la
disciplina di blocco a favore dell'Unione Sovietica e degli Stati socialisti
dell'Europa orientale.
L’occasione
che segnò il declino politico di Secchia fu
il caso Seniga… Questi era una persona considerato di fiducia di
Secchia.
Cosi
lo descrive Bocca.:
“Seniga si
occupa dell'apparato clandestino, che fra i compiti ha quello di assicurare
l'incolumità dei dirigenti in caso di emergenza. Gli hanno fatto prendere il
brevetto da pilota, ha acquistato, intestandoli a compagni fidati, alloggi e villette
in cui ha sistemato delle casseforti che contengono documenti e i fondi neri
del partito: dollari in assegni e in banconote. Seniga è certamente un
militante sincero, appassionato turbato. Il partito rivoluzionario in cui ha
creduto è mutato,' egli ne attribuisce la colpa a Togliatti. Del resto è molto
facile essendo massimalista, vedere il
tradimento di Togliatti. Si conserva ancora come prova un manifesto affisso dai
compagni senesi in cui si vedono Togliatti e Pio XII, l'uno accanto all'altro, il capo del Partito comunista e il
Pontefice.”[87]
Giulio
Seniga nel 1954 fuggì quindi in Svizzera con documenti segreti del partito:
alla fine tornerà, tratterà con il partito
dal quale poi uscirà per aderire a varie formazioni di sinistra.
L’episodio
si riflette molto negativamente su Secchia stesso anche se egli in verità non
aveva nessuna responsabilità diretta.
Poco dopo infatti egli lascio ogni carica di direzione effettiva. Tuttavia Secchia non ruppe con il partito
comunista, restò nel suo ambito senza però svolgere più compiti direzionali: si
dedicò agli studi e scritti sulla storia del PCI e della Resistenza e compi un
gran numero di viaggi in tutto il mondo come rappresentante del PCI fino al
1973, anno della sua morte.
CAPITOLO NONO
Uno
dei primi problemi che Togliatti dovette affrontare stando alla opposizione,
non fu però legato alla politica interna,
ma al tentativo molto insistente da parte di Stalin di riportare la sua opera a
livello internazionale affidandogli il ruolo di dirigente del Cominform.
Togliatti però resistette, sia pure con molta cautela e garbo, e alla fine la
questione fu messa in disparte.
Il pretesto per l’operazione fu data dal fatto che
nell’agosto del 1950 l’auto sulla quale viaggiava Togliatti ebbe un incidente.
Corse voce, del tutto infondata, che si sarebbe trattato di un attentato: i giornali russi soprattutto
sostennero la tesi che la vita di Togliate fosse in pericolo in Italia. Nel dicembre dello stesso anno Togliatti fu
invitato in Russia e ricevuto con onori eccezionali e perfino Stalin in persona
gli andò incontro per salutarlo. In seguito nei colloqui venne discussa la
proposta pressante di Stalin a Togliatti
di assumere la direzione del Cominform.
Si disse che Togliatti era la persona più adatta se non l’unica a ricoprire un ruolo internazionale cosi
importante, che la situazione internazionale era molto grave e anche che la
vita stessa di Togliatti in Italia era in pericolo. Naturalmente Togliatti avrebbe dovuto abbandonare la direzione
effettiva del partito comunista Italiano, ma non aveva alcuna intenzione di
fare una cosa del genere: non rifiutò
esplicitamente, ma prese tempo , addusse problemi e difficoltà e alla fine
riuscì a far decadere definitivamente la proposta di Stalin e a restare alla guida effettiva del PCI.
Questo
episodio è stato variamente interpretato: per alcuni effettivamente Stalin
riteneva Togliatti il più idoneo a quella carica , per altri invece si trattava
di una mossa per togliere a Togliatti la direzione del partito comunista
italiano per affidarlo a persone meno autorevole e quindi per questo stesso più
arrendevole alle direttive di Stalin. Si è anche parlato di una specie di
congiura di alcuni dirigenti del PCI
interessati a un maggiore peso
del loro potere nel partito . In
realtà pero nessun dirigente mise mai in
discussione il ruolo guida di Togliatti: quel ruolo appariva del tutto opportuno e indiscutibile e tale rimase fino
alla morte di Togliatti stesso nel 1964.
La
maggiore crisi però che Togliatti dovette fronteggiare negli anni 50, fu senza
dubbio quella connessa alla destalinizzazione e ai movimenti insurrezionali del
56. Tali avvenimenti ebbero un enorme impatto su tutto il movimento comunista
internazionale e quindi anche sul Partito comunista italiano.
Nel
1956 Krusciov, allora segretario del PCUS,stilò il “famoso rapporto segreto”
che fu quasi subito ampiamente divulgato in tutto il mondo. In esso veniva denunciato quello che era definito “il
culto della personalità” di Stalin di cui venivano denunziati ed evidenziati
gli errori e gli orrori. Poichè da oltre trenta anni Stalin era considerato in
tutto l’universo comunista come il
capo infallibile, un punto di riferimento assoluto e
irrinunciabile, l’impatto fu enorme. Nel seguito degli stessi anni si ebbero
movimenti insurrezionali contro i regimi comunisti nell’est europeo: in Polonia
essi si composero con l’arrivo al potere di Gomulka, esponente comunista, ma
messo in carcere nel periodo staliniano. In Ungheria invece le vicende furono
più tragiche e si risolsero in una insurrezione sanguinosa domata soltanto con
l’intervento delle forze corazzate sovietiche : non rientra nel nostro assunto
esaminare questo importanti avvenimenti: diamo soltanto un cenno sull’azione di
Togliatti in questa difficile occasione
La
situazione fu estremamente pericolosa per tutto il movimento comunista in
quanto si era sempre identificato il comunismo con Stalin e l’unione sovietica come il paese in cui il
socialismo si era concretamente incarnato. La posizione di Togliatti fu molto
cauta: si accettava e non si poteva fare
altrimenti, la destalinizzazione ma
tuttavia sempre con molta prudenza. Tale atteggiamento di Togliatti gli fu
rimproverato sempre sia da destra che da
sinistra . Tuttavia va considerato che egli temette sempre, e a ragione, che la
condanna dei metodi staliniani finisse con l’abbandono delle stesse mete e ideologia del
comunismo internazionali: in realtà egli non contestò mai la condanna degli
errori di Stalin, ma si sforzò di
storicizzarli, di metterli nella cornice di una storia tragica
e spietata che era stata quella dei tempo delle rivoluzione. Se il mito di Stalin e dell’Unione Sovietica
doveva essere ridimensionato e anche abbattuto, tuttavia non si doveva per
questo abbandonare quello slancio rivoluzionario , quell’anelito al comunismo
inteso come società senza sfruttati e sfruttatori. Ma questo
atteggiamento confinò pur sempre il partito comunista in quell’ambito di “zona grigia”: Ma uscire da esso poteva
solo significare abbandonar la causa del
comunismo : molti lo fecero in quegli anni
Come
osserva il Flores :
“Egli escluse
che tutto il male potesse essere addossato , sulle spalle di Stalin e del
«culto della personalità», una spiegazione tautologica e comunque
insufficiente: ai fini interni, l'impostazione di Togliatti aveva anche lo
scopo di ammortizzare il dissenso se non il rifiuto con cui la gran parte dei
militanti aveva accolto l'attacco a Stalin. L'analisi andava invece portata sui
meccanismi di funzionamento del sistema di governo sovietico: la frase-chiave
dell'intervista affermava che nel periodo staliniano si era assistito al «Sovrapporsi
di un potere personale alle istanze collettive di origine e natura
democratiche» oltre che all’accumularsi di fenomeni di burocratizzazione, di
violazione della legalità, di stagnazione e anche, parzialmente, di
degenerazione, di differenti punti dell 'organismo sociale».
Nel campo
comunista fu probabilmente - questa di Togliatti- l'indicazione che più si
avvicinò a una critica: i sovietici si risentirono in particolare per l'uso
della parola degenerazione”[88]
La
linea politica di Togliatti alla fine ridusse il danno : è vero che un certo
numero di aderenti lasciò il partito e fra questi soprattutto alto fu il numero
degli intellettuali: tuttavia bisogna pur riconoscere che la base operaia e proletaria restò
sostanzialmente con il partito stesso,
che passò quindi quasi indenne la grave crisi della destalinizzazione e
della fine del mito dell’Unione Sovietica: comunque il comunismo restò la meta
ideale cui tendere anche se vista ormai
con occhi critici e non più “dogmatici”
Come
osserva Berti:
“È solo dopo
il 1956 che per quanto concerne la storia del PCI e la storia dell'Ic avviene
in Italia il trapasso da una prospettiva di giudizio politico a una prospettiva
di giudizio storico. . . L'insegnamento di Gramsci ha costituito, certo, un
precedente per gli storici marxisti italiani che altrove è mancato.”[89]
Un
fatto che non fu possibile evitare fu il
passaggio graduale e problematico del partito socialista dall’alleanza al
PCI alla partecipazione ai governi
presieduti dalla DC.
Nel
clima unitario della lotta antifascista era stato possibile una salda alleanza con le forze socialiste nella
prospettive di una nuova Italia retta dalle forze di sinistra. Ma man mano che
l’obbiettivo si allontanava e si consolidava una egemonia democristiana, anche
l’unità a sinistra cominciava a
scricchiolare.
Dopo
il 1953 quando per la seconda volta si affermò la vittoria, sia pure di misura,
della DC e ancora dopo i fatti del 56,
sui quali i giudizi del PSI e del PCI divergevano sostanzialmente, il movimento
cosi detto autonomista del PSI divenne sempre più forte.
Come
osserva Bocca :
“La corrente
autonomista del Partito socialista italiano, ostile all'alleanza con i
comunisti e favorevole all'unificazione con i socialdemocratici, è una costante
storica del partito: in minoranza negli anni della guerra fredda, quando
bisognava far fronte comune, a sinistra, contro la restaurazione borghese e
messa in disparte, ripropone la sua politica appena si delinea una dialettica
interna allo schieramento cattolico.
È nel luglio
1953 che Nenni incomincia a parlare di una «alternativa socialista», cioè «una
formula politica che per la sua natura non è di partito, non è di classe, è di
popolo.” [90]
Togliatti in verità comprese per tempo che lo slittamento del PSI era una
questione di tempo e che non era possibile fermarlo. Egli insistette nell’opera comune, si richiamò a quella
esigenza della unità dei lavoratori, ma
non riuscirà comunque a impedire l’alleanza del PSI con le forze moderate.
Tenterà sempre di convincere i socialisti che questo era un modo delle forze
borghesi per spezzare l’unità della
sinistra. Tutto alla fine fu vano: nel 1961 si formarono le prime giunte di
centro sinistra in grandi città come Milano
e finalmente nel febbraio del
1962 si formò quindi un primo governo di centro-sinistra presieduto da Fanfani:
i socialisti entrarono pienamente nel 1963 con il governo presieduto da Moro
In
realtà il mondo è cambiato da quello nel quale aveva sempre vissuto Togliatti: lo
sviluppo impetuoso dell’industrializzazione ha modificato profondamente la
situazione del proletariato e dei rapporti sociali in generale; e un mondo che
psicologicamente e culturalmente è molto
diverso da quello in cui Togliatti aveva
vissuto la sua eccezionale esperienza in Russia e in nell’Italia del
primo dopoguerra. Il suo realismo in verità lo portava a vedere i
cambiamenti e il nuovo, come
gli riconobbero anche coloro che adottarono poi anche linee diverse ma
si trattava pur sempre di un altro mondo in cui Togliatti stesso era un
sopravvisusto
Commenta infatti Pintor:
“Togliatti
non è più negli anni Sessanta il grande tattico del Comintern, non ha saputo
prevedere ne il neocapitalismo ne il centrosinistra. Però, messo di fronte ai
fatti nuovi, resta, nell'ambito del partito e del movimento operaio colui che
dimostra la maggior capacità di recupero”.[91]
Un
giudizio simile lo dà anche Rossana
Rossanda,
“Era invecchiato,
a volte stanco, forse amareggiato per una situazione che rimescolava tutte le
carte del suo disegno. Però fu il primo a capire che bisognava cambiare rotta,
che era necessario ridimensionare il meridionalismo di Alicata e ascoltare le
voci dei nordisti, voglio dire di coloro che erano più addentro ai problemi
della società industriale”[92]
Arriviamo
cosi alla vigilia di Yalta:il memoriale rappresenta infatti l’ultimo
adeguamento di Togliatti alla situazione nuova che andava delineandosi e che
egli con il suo indiscusso realismo riusciva a prevedere meglio di tanti altri.
Ma
intanto c‘erano stati le violente manifestazioni e i disordini di Genova che
esaminiamo nel prossimo capitolo
CAPITOLO
DECIMO
LE
MANIFESTAZIONI DEL 1960
Gli avvenimenti che nel
luglio del 1960 portarono alla caduta del governo Tambroni costituiscono un momento in cui si possono
misurare i frutti della azione del PC guidata da Togliatti e insieme anche i
suoi limiti e, a nostro parere , anche
la fine del mondo di cui Togliatti era
stato protagonista per tanta parte.
Possiamo considerare i fatti
di Genova, le violenti dimostrazioni che
seguirono in tutta Italia con morti e
feriti una riedizione della situazione venutasi a creare alla notizia
dell’attentato a Togliatti del 1947 . Pure in questo caso vi fu una
sollevazione spontanea, non preordinata che sorprese le stesse forze di sinistra.
Infatti le dimostrazioni non si ebbero all’insediamento del governo Tambroni
sostenuto con i voti determinanti del MSI considerati gli eredi dei gli ex
fascisti e repubblichini contro cui si era combattuta la sanguinosa guerra partigiana e di liberazione ma, imprevedibilmente, al momento in cui il
MSI chiese e ottenne di poter tenere il suo congresso a Genova, fatto che
possiamo considerare pure banale, ma che fu sentito come una provocazione.
La prudente politica di
Togliatti e del gruppo dirigente del PCI aveva però creato le basi perchè una
manifestazione del genere avesse successo: la sinistra infatti aveva avuto
piena legittimazione democratica e parlamentare. Non fu possibile quindi a
Tambroni sostenere a lungo che ritrattava di una sovversione armata rivoluzionaria contraria alla
democrazia. orchestrata da Mosca e dal bolscevismo internazionale Il risultato fu che non solo cadde il governo Tambroni, un risultato che
possiamo considerare contingente, di non largo respiro perchè in effetti si trattava
di un governo di emergenza,
temporaneo, nato dalla difficoltà di
gestazione del centro sinistra: l’importante fu che non fu più possibile
associare all’aria del potere gli elementi residuali del fascismo. Tutti i
governi che seguirono esclusero infatti programmaticamente sempre le forze di
estrema destra e la discriminante verso
il MSI divenne una costante della politica italiana, almeno fino a che poi il
MSI divenne “Destra Nazionale” con la
svolta di Fiuggi ma si tratta di altra
storia. Vero è che in seguito gli
elementi della destra fascista entrarono
ancora in gioco e anche pesantemente attraverso intrighi, manovre oscure,
progettati e mai eseguiti colpi di Stato e alla fine con la strategia della tensione. Ma fu certamente effetto della
svolta legalitaria di Togliatti degli anni Quaranta se essi comunque rimasero
pur sempre ai margini della vita politica, confinati nella illegalità senza
poter mai apertamente entrare nella
dialettica politica parlamentare e nella formazione dei governi.
Certamente possiamo parlare anche di un
limite: la società comunista non si
realizzò e il dominio dei partiti borghesi
non fu rovesciato. In fondo era questo che i manifestanti alla fine
volevano e desideravano. Da parte quindi
di ambienti di sinistra non facenti
organicamente parte del PCI ( quelli che in seguito vennero definiti “extraparlamentari”) si
rimproverò alla guida di Togliatti di avere impedito una vera rivolta generale moderando
attraverso i quadri sindacali e di partito la protesta, curando attentamente che essa non superasse certi limiti,
prorompendo in aperta rivoluzione.
Possiamo dire che questo è vero ma non possiamo negare che una rivoluzione nel
1960 non avrebbe a avuto alcuna possibilità, nemmeno remota, di successo . Non l’avrebbe avuto
come abbiamo visto nel 47 ai tempi dell’attentato a Pallante, e nel 1960 sarebbe stata una vera follia
credere in una tale possibilità. Il
mondo era diviso in blocchi, ormai in modo stabile e l’Italia, volente o nolente faceva parte del blocco
occidentale egemonizzato dagli USA. Assolutamente impensabile che l ‘Unione
Sovietica, guidata allora da Krusciov
potesse intervenire in Italia con
il pericolo di scatenare una guerra nucleare..A parte che una rivoluzione generale non aveva sufficienti forza interna per avere
successo , comunque certamente gli USA non l’avrebbero permesso. Se i fatti
del 60 fossero degenerati in aperta rivoluzione avremmo avuto un governo di
“colonnelli” come in Grecia e le forze antidemocratiche di destra avrebbero praticamente preso il potere,
Bisogna quindi ascrivere alla accorta politica di Togliatti se invece i post-
fascisti furono esclusi dall’aerea almeno legale del potere e in Italia si conservarono spazi di azione
delle forze comuniste niente affatto trascurabili
Vero è che il limite della società borghese non fu superato: ma la
impossibilità non era dovuta certo nella
politica del PCI di Togliatti ma una situazione internazionale non modificabile in tempi brevi. Certo si
trattava di un limite sostanziale: ma cercare di superare quel limite
significava perdere tutto e consegnare l’Italia alla forze della reazione più retriva. Togliatti aveva già bene in
mente l’errore fatto al momento dell’avvento del fascismo della
divisione delle forze democratiche con la sottovalutazione della possibilità
del fascismo di prender il potere . Ma se una illusione , anzi una prospettiva
di affermazione del comunismo era
pensabile negli anni 20 certamente essa
era del tutto fuori della realtà nell’Italia
degli anni 60.
Ci sembra anche che gli avvenimenti degli anni
60 costituiscono pure lo spartiacque storico fra due epoche storiche: terminava
con esso veramente il periodo delle guerra mondiale, del fascismo e un nuovo
mondo si apriva la via. Vero è che le
manifestazioni erano manifestazioni antifasciste: ma i giovani nulla sapevano
del fascismo vero e proprio: diciamo che la nozione di fascismo andò allargandosi a tutto un modo di pensare, di
fare politica che trascendeva i limiti del fascismo inteso come definito
movimento storico .
Con il 60 entra in crisi , a nostro parere,
anche il partito organico, organizzato gerarchicamente , disciplinato in tutte
le sue manifestazioni: era uno strumento
pensato e organizzato per la rivoluzione comunista mondiale, in tempi
relativamente brevi, con una guida internazionale sicura e autoritaria. Era il
partito che Togliatti aveva costruito. Ma la rivoluzione era impossibile nei termini classici degli anni
Trenta e Quaranta perchè il mondo era cambiato: anche il modello del
partito-chiesa, del partito onnipresente, disciplinato e ordinato come un
esercito non ha più giustificazione ed entra in crisi. Il mondo di Togliatti
quindi comincia a sgretolarsi : il 60
era figlio dell’antifascismo della
Resistenza ma portava al
Vediamo allora come i
concetti ora sommariamente espressi
possono essere verificati dai fatti del 1960
Bisogna innanzi prendere le
in considerazione un quadro politico
della situazione i quegli anni.
L ’Italia viveva il suo primo
miracolo economico ma proprio questo fatto
poneva nuovi problemi e nuove sfide alle quali e la società aspettava impaziente nuove risposte dalla classe politica. Nelle elezioni di
maggio del 1958 , non c’erano stati grandi mutamenti:
Ma se la politica del centrismo è ormai esaurita, le trattative con il Partito Socialista di
Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra trovano grandi
difficoltà, malgrado la svolta politica auspicata e preparata dalla DC : Aldo
Moro, nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere
"popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso
democristiano svoltosi a Firenze
Fanfani trovò grosse resistenze sia da parte delle gerarchie ecclesiastiche che
da ambienti della confindustria: nel partito stesso erano presenti forti resistenze e perplessità diffuse:
Fanfani dovette lasciare per il momento la presidenza dei ministri e la direzione
della D.C. che fu assunta da Aldo Moro. Il progetto politico però dell’apertura
a sinistra non fu pero affatto abbandonata, ma solo rimandato, a un momento più
favorevole. Si creo allora un vuoto politico, nel quale prese quota la
candidatura alla guida del governo di
Fernando Tambroni, esponente comunque della sinistra democristiana. Il presidente della repubblica , Giovanni Gronchi ,(che era stato eletto con
l’appoggio anche della sinistra ) gli conferì quindi l'incarico di formare il
nuovo governo
. Tambroni era tuttavia
malvisto dalla sinistra: lo si accusava di aver aderito per un certo tempo al
Partito Fascista, di essere eccessivamente uomo di “ ordine”, di essere di
orientamento borghese reazionario, di essere addirittura legato alla CIA
Il governo Tambroni pur avendo al suo interno molti esponenti della sinistra
democristiana ottenne la fiducia alla camera solo grazie ai voti
dei MSI e dei monarchici. Allora alcuni ministri si dimisero, furono sostituiti
e il Presidente Gronchi rimandò il
governo alle camere che gli
accordarono ancora la fiducia:si
trattava di una specie di governo di emergenza , di un governo del Presidente come si disse, che accettava i consensi in aula anche delle destre senza
tuttavia sentirsene condizionata e tanto meno espressione . Il PCI italiano fece una opposizione
parlamentare durissimo ma non fece
alcuna azione tendente a sollevare le piazze o a creare disordini. Nel paese quindi non avvenne nulla di
particolare, non si ebbero manifestazioni popolari
Negli ambienti popolari di
sinistra pero si era diffusa l’idea che
fossimo alla vigilia di un colpo di stato di destra
La situazione invece divenne
incandescente e proruppe in disordini per
un episodio che possiamo considerare del tutto occasionale: fu concesso al MSI di
tenere il proprio congresso nazionale a Genova. Il fatto innescò però una
imprevista e imprevedibile reazione
della base comunista e
genericamente di sinistra
Un gran numero di
organizzazioni protestarono : ANPI, Consiglio Federativo della Resistenza,
CGIL, movimenti e partiti politici democratici, innalzarono una loro
pubblicarono documenti e appelli violenti
Fra gli altri riportiamo un
appello della FIOM
“Operai e impiegati degli
stabilimenti metallurgici,
alla vigilia dell'anniversario delle
deportazioni operate dai fascisti e dal tedesco invasore nel 1944, contro i
lavoratori metallurgici che avevano scioperato per l'ingiusta guerra e
combattevano per la salvezza potenziale industriale e per una nuova Italia
democratica,
Nello stesso tempo raccogliendo le
giuste e indignate proteste espresse in questi giorni dai lavoratori per la
convocazione del Congresso nazionale del MSI,
Il contributo dei metallurgici genovesi
alla lotta di liberazione ed alla costruzione di un nuovo stato democratico
continua fintanto che esisteranno pericoli di una involuzione democratica e che
alla direzione della cosa pubblica non vi sia la partecipazione attiva delle
classi lavoratrici, unica garanzia alla libertà, alla pace, alla democrazia. I
lavoratori genovesi sapranno dare una energica risposta alle palesi
manifestazioni fasciste, e sappiano trarne una giusta valutazione le autorità
competenti. “
Riportiamo inoltre un
appello di alcuni partiti antifascisti :
“I giornali riportano che, facendosi
interpreti di una vasta corrente pubblica, PSDl, PSI, Partito radicale, PCI e
PRI hanno firmato il seguente appello:
I fascisti dcl MSI intendono convocare
nel prossimo mese di luglio il loro congresso nazionale a Genova, città che per
prima ha costretto alla resa le forze nazifasciste. I partiti democratici
denunciano questa grave provocazione e, mentre esprimono il disprezzo del
popolo gcnovese nei confronti degli eredi del fascismo, testimoniano la
indignazione e la protesta di Genova, medaglia d'oro della Resistenza. Nello
stesso tempo i consiglieri provinciali socialisti Achille Pastorino, Giuseppe
Macchiavelli, Mario De Barbieri, M. Angelo Bianchi, Enrico Bonini e Attilio
Bettini hanno inviato la seguente interpellanza al presidente del Consiglio
provinciale:
Interpelliamo
Gli avvenimenti precipitano.
Il 30 giugno i lavoratori del porto (i
cosiddetti "camalli"), operai delle industrie, ex partigiani e soprattutto studenti, inscenarono una
grande manifestazione. La polizia cercò
di scioglierla e allora i manifestanti
rovesciano le auto della polizia, erigono barricate, dilagano nella città costringendo
la polizia a ritirarsi .
ll prefetto di Genova, nel
tentativo di riportare l’ordine, annulla il permesso al congresso del MSI ma i disordini continuano, si spostano e si
allargano in tutta Italia. provocando
drammatici scontri con le forze dell’ordine con morti e feriti in molte parti
di Italia
A Reggio Emilia. viene
proclamato lo sciopero generale. La polizia pero ha proibito gli assembramenti, le stesse auto
del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. La
manifestazione spontanea non si scioglie e
si arriva allo scontro cruento con
le forze dell’ordine. Restano sul terreno uccisi quattro manifestanti . Anche per l’intervento
dei sindacalisti che continuarono a invitare alla calma la manifestazione si
sciolse.
Ma altri incidenti si hanno a Palermo a Catania a Licata con altri
morti :a Roma, a Porta San Paolo, a
Napoli, Modena e Parma altre manifestazioni che dilagano quindi un pò
dappertutto.
A questo punto nell’ambito
della Democrazia Crista si manifesta un
forte movimento teso a disinnescare la
situazione riportando l’Italia alla
linea politica di centro sinistra che
Il governo TambronI si
dimette e ì il 27 luglio Fanfani ricostruisce un suo governo, un monocolore DC che ottiene
l’appoggio del PSDI e del PLI, l’astensione dei socialisti e dei monarchici,
votano contro comunisti e il MSI .
Le dimostrazioni quindi si spensero : rimase
pero a lungo nel ricordo per riesplodere ancora nel 68 il mito delle
dimostrazioni popolari , della vittoria anti fascista
Del clima del luglio 1960, è testimonianza una canzone scritta da Fausto Amodei, ”per i
morti di Reggio Emilia,”che per molti
anni è stata sentita da molti come una
sorta di inno dell'antifascismo
Riportiamo i versi
Compagno
cittadino fratello partigiano
teniamoci per mano in questi giorni tristi
di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia
son morti dei compagni per colpa dei fascisti
di
nuovo come un tempo sopra l´Italia intera
urla il vento e soffia la bufera
A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti
Lauro Farioli è morto per riparare il torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti
son morti sui vent´anni per il nostro domani
son morti come vecchi partigiani
Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti
compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti
sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi
come fu quello dei fratelli Cervi
Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna
ed il nemico attuale è sempre ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna
uguale ´ la canzone che abbiamo da cantare
scarpe rotte eppur bisogna andare
Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
dovremo tutti quanti aver d´ora in avanti
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli
morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa
fuori a cantar con noi bandiera rossa”
Di questo mutamento di clima era
stato già preannunziato da Pasolini che prima dei fatti di Genova , egli tiene
molto a precisarlo, scrisse la poesia che riportiamo
“La
croce uncinata:
Da
molte notti, ogni notte,
passo sotto questo tempio, tardi,
nel silenzio dell'aria
del Tevere, tra rovine scomposte.
Non c'è più intorno nessuno, allo scirocco
che spira e cade, fioco tra le pietre:
forse ancora una donna, laggiù, e dietro
il bar di Ponte Garibaldi, due tre poveri
ladri, in cerca di dormire, chissà dove.
Ma
qui, nessuno: passo veloce,
rotto da una notte tutta ansia e amore:
non ho più niente nel cuore
e non ho più sguardo negli occhi.
Eppure, quest'immagine, col passare delle notti,
si fa sempre più grande, più vicina:
ecco lo spigolo, liberty, contro la turchina
distesa del Tevere: ed ecco i poliziotti
che piantonano il tempio, tozzi e assorti.
Li vedo appena, coi loro cappotti
grigiastri, contro un albero secco,
contro i bui scorci del ghetto:
e colgo una breve luce, negli occhi
umiliati dal loro goffo sonno di giovinotti:
una accecata stanchezza che vede nemici
in ognuno, un veleno di dolori antichi,
un odio di servi: restano indietro,
soli come lo scirocco che vortica tra le pietre.
Una
vergogna, triste come la notte
che regna su Roma, regna sul mondo.
Il cuore non vi resiste: risponde
con una lacrima, che subito ringhiotte.
Troppe lacrime, ancora non piante, lottano,
oltre questi umilianti quindici anni,
dentro le nostre dimentiche anime:
il dolore è ormai troppo simile al rancore,
neanche la sua purezza ci consola.
Troppe
lacrime: a coloro che verranno
al mondo, per molto tempo ancora
questa vergogna farà arido il cuore.
[Aprile 1960]
Il
poeta tiene a precisar la data della composizione [93]
Entrava in campo una nuovo soggetto politico che poi fu il protagonista politico di tanta parte della
vita politica degli anni successivi e che infine mise in crisi lo stesso
concetto di partito costruito da Togliatti
L'irruzione dei giovani sulla scena politica
fu una novità. Non che i giovani non abbiano sempre fatto parte e
consistente di tutti i movimenti
politici ma in questo caso cominciava a delinearsi una presenza di “ giovani” come categoria sociologica
e non come parte di un più grande apparato. Insomma in altri termini non si
trattava più degli attivisti più giovani e quindi meno ascoltati dei partiti di
massa ma di soggetti politici che cercavano una loro autonomia.
Era una cosa inaspettata: si pensava
che dopo la stagione della resistenza della lotta anti fascista e poi dei primi
entusiasmi del dopoguerra i giovani
fossero tutti rifluiti nel privato, che aspirassero solo ad comprarsi la
macchina. i jens e lvetirsi alla moda allora venuta dall’america : apparivano agli anziani
privi di valori, futili e materialisti
Nei fatti di Genova invece
furono fra i protagonisti: furono detti “le magliette
a strisce” dall’indumento generalmente allora usata dei giovani indumenti di poco prezzo e pertanto preso a simbolo di
uno status proletario.
Sicuramente, però, il valore
dell'antifascismo fu un collante che funziono egregiamente un valore che a tutti sembrava indiscutibili
dopo l’esaltazione che la scuola e lo stato ne aveva fatto .
Un giudizio generale
interessante sugli avvenimenti è quello
anche di Rossana Rossanda
Fine di una epoca
Si può dire che il 1960 è la fine del
dopoguerra. Ma è stato l’antifascismo la dominante di questa stagione? No. Il
1960 è stato il detonatore d’uno scontro che aveva al centro, nel quadro
istituzionale, la sorte della Dc e delle sinistre fra
"modernizzazione" e "reazione". E nella società il maturare
d’una spinta dalla "modernizzazione" alla "radicalità", il
primo vero anticapitalismo dopo il 1945. I due livelli non vanno insieme,
premono uno sull’altro. L’antifascismo non è più un riferimento simbolico
sufficiente.
Ma da un pezzo. Per la generazione mia e
quelle precedenti fascisti e nazisti avevano ancora una faccia, erano le sagome
per le strade, le razzie, gli affissi di Kesserling, i corpi dei partigiani
giustiziati, a terra o impiccati. E la guerra era stata interminabile. Nata
lontana e in imprese che parevano facili e indegne, l’Albania,
Non ne potevamo più.
Contrariamente a quel che si va dicendo,
non ne abbiamo gran che parlato ai più giovani, e bastava avere cinque anni
meno di me per esserlo ed essere rimasti in qualche modo protetti
dall’infanzia, soltanto i piccoli ebrei già con le spalle al muro. Uscivamo da
troppo orrore, c’era un mondo da scoprire, sarebbe stato migliore, c’era tutto
da fare. Questo ci buttò sul domani. Quando Togliatti fece dell’amnistia un
gesto di forza - i fascisti erano stati liquidati, si poteva chiudere. Rimase
una fascia di inquietudine specie al nord: avevamo fatto una guerra civile -
checchè se ne dicesse - perché l’Italia passasse al dominio democristiano e
sempre Valletta fosse
In questo clima l’antifascismo si era
spento come milizia ed era rimasto oggetto delle rituali celebrazioni. La
memoria raramente appassiona. Rinasce l’antifascismo quando torna ad avere una
valenza nel presente: nel 1960.
Ma è proprio un sussulto contro il
fascismo o è piuttosto contro quel che diventa la già dura Dc nel momento in
cui ha la fiamma tricolore nella maggioranza? E non è vero che sia una rivolta
specifica dei giovani. È di tutti, a cominciare dagli ex partigiani e dai
portuali di Genova che, grossi come armadi, sbaragliano le truppe del Msi e la
polizia. Ma è la prima volta dal dopoguerra che i giovani spuntano fuori da
tutte le parti. Inaspettati, agili, non preventivamente organizzati, con le
magliette più che con le bandiere.
Sono un altra cosa. Del fascismo non
sapevano niente, tanto meno dai manuali di storia e del resto a scuola non si
arrivava alla prima guerra mondiale. Quando dall’autunno dopo tenemmo un corso
di lezioni e testimonianze, a Milano ci volle il Teatro Lirico e grondava di
gente (poi le pubblicò Feltrinelli). Sapevano poco e pareva che di politica non
si occupassero affatto, eccezion fatta per alcune frange universitarie che erano
terreno di cultura dei quadri dirigenti dei partiti. Neanche il Pci riusciva a
portare i giovani nelle sezioni, Berlinguer, allora segretario della
Federazione giovanile, ricorse ai biliardini per attirarli. Con poco successo.
Da dove venivano magri, spiritati e senza alcuna paura? La verità è che si
erano formati altrove, nel ribollire dei costumi, nella libertà del rock and
roll, del primo giubbotto di pelle, nella prima moto contro la 500 di papà, nel
rifiuto d’un tempo contato, dei soldi raggranellati dai grandi. Il primo
conflitto è sempre generazionale.
Non credo invece che riscoprissero la
conflittualità contro la mansuetudine dei vecchi comunisti. C’è un’oleografia
della lotta sociale del dopoguerra che la vuole rara e ordinata. In realtà
negli ultimi anni ’40 e nei’50 il conflitto non era stato niente affatto
affettuoso, né da una parte né dall’altra. Volavano i sassi nelle
manifestazioni operaie, i picchetti erano duri, le operaie della Borletti — lo
ricorderà Pizzinato —cominciavano la vertenza spaccando a zoccolate i vetri
della direzione. La polizia e poi la celere picchiava, a volte sparava, i
quadri erano sorvegliati e licenziati, in fabbrica non ci si muoveva più, e si
era perquisiti alle porte.
Non è dunque la combattività nelle
strade che è la novità. È il venir fuori dei ragazzi da tutte le parti, la loro
diversità rispetto ai partiti, la critica che cominciò allora non tanto a come
si facevano le lotte ma a come si chiudevano. E poi non erano più meridionali o
piemontesi, nella fabbrica era entrato un proletariato reattivo, non sempre
amato dai più anziani e fuori le città conoscevano un modo ribelle, e ancora
allegro, di essere e apparire. Quando Celentano cantò alla festa dell’Unità, il
giorno dopo trovammo una vera collina di scarpe perdute nell’entusiasmo e Rita
Pavone scandalizzò Nilde ma divertì Togliatti ballando la sua caricatura.
Ma è antifascismo? All’inizio no, è
antiborghese, moderno, innovatore. Il 1968 ne sarà davvero il figli [94]
Leggiamo la testimonianza
entusiastica di uno che ha
partecipato agli avvenimenti del 1960
il Mazzocchi, sul fenomeno sull’irrompere
dei giovani sulla scena politica.
“I giovani con la piazza
I giovani sono scesi in piazza di loro
iniziativa. Abbiamo assistito al magnifico spettacolo datoci dai giovani di
Genova e i giornali di questi ultimi giorni ci portano la documentazione
fotografica e cronistica delle manifestazioni che hanno coronato lo sciopero
generale, dove i giovani sono stati all'altezza del loro dovere civico
rivoluzionario. I feriti di Roma, i feriti ed i morti di Reggio Emilia, di
Palermo, di Catania sono anch'essi come i feriti di Genova, per la più parte
dei giovani…..
.
In questi 15 anni dalla caduta del
fascismo, durante i quali il giovane avrebbe dovuto ignorarne ogni ripercussione
fisica e morale, i privilegi di classe si sono mantenuti e ampliati; l'apparato
della forza e dell'inganno si è perfezionato e raffinato; i dolori e i drammi
umani sono, ogni giorno che passa, più profondi, più estesi, più sanguinosi; le
sofferenze si moltiplicano; i pericoli di guerra crescono e il male si
sviluppa: la tetra ombra dell'era fascista si addensa sulla gioventù disperata
ed esasperata.
Il fascismo è dovunque, non soltanto nel
M.S.I. Ma se lo scioglimento del M.S.I. viene imposto dalla volontà popolare,
anche i sostegni dove si puntella dovranno ricredersi e capitolare. Questo i
giovani hanno compreso e per questo hanno agito. Non vogliono essere gli
assassini dei loro fratelli, come purtroppo lo furono quelli delle generazioni
fasciste, delle "Disperate" di triste memoria; vogliono essere i
militi della libertà: vogliono liberare il popolo, di cui sono i figli più
cari, dalla lebbra fascista; non ammettono tentennamenti, né tregue, né
compromessi.
Aperta con Genova la breccia ribelle per
un motivo ideale, la sua efficacia risulterà soltanto da una continuità che in
maniera consecutiva inutilizzerà tutti i mezzi di coercizione e abbatterà tutti
gli ostacoli. La rivolta morale è indispensabile; il suo servizio sociale è dei
più meritori..
I partiti di massa hanno prosperato, in
questi ultimi 15 anni, grazie alla tendenza che spinge densi strati di esseri
umani a credere in qualcuno o qualche cosa che faccia autorità su di loro.
Anche la gioventù italiana si lasciò illudere dagli apparati, credette in essi
in modo quasi religioso e fanatico; il partito e gli uomini che lo incarnano
divennero la sua ragion di essere. Tal quale si affaccia oggi alla ribalta
degli avvenimenti, la gioventù potrebbe costituire, se coltivata nei suoi
impeti e nelle sue decisioni, una nuova leva capace di sforzo, di senso e
ragione propria, ben disposta ad uscire dall'assurdo, dallo stato di ubbidienza
e dalla disciplina di partito che la rese fino ad ora irrazionale, apatica e
gregaria.
Il dramma della gioventù italiana
risiede nell'aver seguito, senza amore, le tattiche politiche dei partiti, oggi
elettorali e domani parlamentari, delle quali hanno tratto profitto agrari e
industriali, borghesia e governo, preti e fascisti. Oggi siamo alla svolta
dello Stato forte, alla minaccia di un ritorno sempre più temuto della
tirannide fascista.
L'antifascismo ufficiale e parlamentare
volle essere magnanimo e i da lui perdonati divennero e sono spietati contro
gli uomini ed i valori della Resistenza.
E' giunta l'ora per tutti di impostare
l'azione chiaramente, realisticamente. Impedire nuovi tradimenti, nuovi
agguati, nuovi attacchi alle libertà è compito più che mai serio ed urgente.
L'inizio è stato buono, valido, determinante. Di fronte all'azione di piazza,
alla volontà fisica del popolo, allo slancio ardimentoso dei giovani, fascisti
e governo hanno dovuto ripiegare. Vuol dire che gli italiani antifascisti hanno
imboccato la strada giusta.
Attenti, ora, alla svolta parlamentare
dei partiti antifascisti.
I giovani non devono permettere una
seconda edizione della politica del suicidio fin qui da partiti legalitari
praticata, politica che ci ha dato uno Stato capitalista e clericale, che porta
gli ultimi ritocchi al rullo compressore sotto il quale vengono schiacciate le
poche libertà che ci erano rimaste. E noi anarchici saremo con loro.
La piazza ha fornito prove di maschia
energia, ha rimosso il morente, ha scosso la sonnolenza, ha rimesso ciascuno al
suo posto.
Se la "tattica" parlamentare
riprende il sopravvento, se la piazza cede alle manovre elettoralistiche dei
partiti, se i giovani si lasciano convincere dai becchini di servizio, che si
fanno premurosi, suadenti, pressanti attorno ai crocchi, nelle sedi del
partito, nelle associazioni, nei sindacati, la rivolta popolare si trasformerà
come per incanto in atto che si vuole ostinatamente politico, sarà svuotata di
ogni contenuto sociale, i poveri assassinati avranno raggiunto la folla degli
altri caduti e per noi vivi continuerà, senza soste e senza strappi, l'eterno
gioco della politica del suicidio, fino alla restaurazione di un regime
tenebroso di reazione fascista.
Stiano vigilanti i giovani, perché una
cosa è conoscere i metodi della persecuzione fascista per sentito dire e dalla
voce dei testimoni che vissero quegli orrori, ed altra è vedere con i propri
occhi, toccare con mano la realtà, subire e soffrire quegli orrori nel primo
spirito e nella propria carne.
Ma se i giovani vogliono assolvere ad
una missione propria, debbono persuadersi, rappresentando una componente delle
inquietudini generali, che vi debbono esercitare una funzione ed una pressione
per dare un contenuto alle loro attività ed alla loro azione. E se gli adulti
vorranno mantenere il contatto con i giovani, dovranno abbandonare il terreno
della predica paternalistica e fornire esempi buoni più che buone parole,
consigli e comminatorie.[95]
Le due valutazioni appaiono
chiaramente unilaterali, non prendono in nessun conto la regioni deglo altri ,
della grande maggioranza degli italiani che a quelle manifestazioni non
partecipò e non aderi, che sostennero il metodo della democrazia elettorale e non quellodelle violenze di piazza : tuttavia in un punto sono
colgono indubbiamente la realtà: il 1960
si presenta come un prolungamento della lotta antifascista, della Resistenza: in
realtà pero chiudono l’età della Seconda Guerra Mondiale e danno inizio a un’altra epoca a un’altra
età che culmionerà con gli avvenimenti del ‘68.
L’età di Togliatti volgeva implacabilmente al termine.
Ancor una volta il grande statista si era
opposto alla Rivoluzione, forse aveva salvato ancora una volta il movimento
operaio e e con esso l’italia da eventi luttuosi ma ormai aveva perso cosi il rapporto con i
giovani, con quanti sognavano ancora
Il 68 ebbe origine dalla frattura fra i giovani imbevuti di spirito
rivoluzionario e il Partitoo Comunista che
CAPITOLO DECIMO
IL MEMORIALE DI YALTA
Va sotto il nome di ” Memoriale di Yalta” una serie di appunti che Togliatti
scrisse nel 1964 nella località del Mare Nero ( in verità la grafia esatta
sarebbe “ Jalta” come scriveva lo stesso Togliatti e non “Yalta”, ma seguiamo l’uso
comune ormai affermatosi)
Togliatti si
trovava in Russia per conferire con i capi del PCUS, soprattutto a proposito
della crisi che si era delineata per i dissidi con la dirigenza del partito
comunista cinese che raggiungeva momenti
di acutissima tensione. Pertanto Kruscev voleva preparare un congresso che
condannasse nettamente e senza riserva
le tesi dei cinesi. Togliatti era
contrario a una tale iniziativa ritenendo che essa in realtà portasse a una
pericolosa spaccatura di tutto il movimento comunista mondiale a tutto
vantaggio naturalmente delle forze reazionarie.
Partì piuttosto a malincuore verso Mosca: una volta arrivato non trovò
Kruscev occupato in altri impegni la qualcosa lo contrariò non poco. Comunque
nell’attesa raggiunse una dacia a Yalta
dove fu poi colpito dalla trombosi che lo portò alla morte.
Nella dacia elaborò una serie di appunti ( che poi
fu denominato “memoriale “) che egli
custodiva insieme ad altri documenti in una cartella personale. Non sembra
quindi che fosse destinato alla pubblicazione ma solo una nota scritta da
sviluppare nei colloqui o da far girare fra gli alti dirigenti. Subito però
dopo la morte di Togliatti, Longo decise
la sua integrale e immediata pubblicazione.
D’altra parte era sempre stato di uso comune che
ogni colloquio fra i dirigenti comunisti fosse poi accuratamente verbalizzato
per iscritto.
Si è molto discusso che funzione avesse il
memoriale nei riguardi di Kruscev: come è noto i rapporti personali fra i due dirigenti non erano proprio dei migliori
anche perché non si erano conosciuti nel lungo periodo di esilio moscovita di
Toglatti. Secondo alcuni studiosi tuttavia si trattava di un tentativo di
avvicinarsi di più alle
sue posizioni e di rompere il muro di
incomprensione con il il segretario del
PCUS e rafforzarne dunque la posizione, per
altri invece si trattava di un documento che aveva il fine più o
meno nascosto di indebolire la posizione
di Kruscev. Sostengono la prima
posizione
“ Dice la lotti: «Ma no, Togliatti voleva aiutare Krusciov e non danneggiarlo. Certo fra i due
non vi era intesa ideale. Krusciov sentiva la estraneità di Togliatti,
probabilmente non aveva gradito le sue lezioni a cominciare dall'intervista a "Nuovi
Argomenti"».
E Amendola: «Fu un momento
di fiducia in Krusciov; aveva capito che
il suo potere era tremante e temeva che gli potesse succedere un duro”.[96]
Fra i sostenitori della tesi del documento ambiguo
contro Kruscev troviamo invece Leo Valiani:
“ Togliatti si prestò a una manovra contro Krusciov preparata da Suslov
e da altri dirigenti. Lo detestava, lo giudicava incapace di dirigere il
movimento. Tanto è vero che avendo intuito la mossa, non si fece trovare a
Mosca”[97]
. Comunque va pure notato che due mesi dopo Kruscev
fu posto in minoranza ed allontanato dal
potere soprattutto proprio in relazione alla gestione dei difficilissimi
rapporti con Pechino .
Il memoriale non nasce dal nulla naturalmente, ma è
il naturale proseguimento delle posizione del Partito comunista Italiano dei mesi
precedenti, o meglio degli anni precedenti.
Negli anni
60 il ruolo e le caratteristiche del movimento comunista si erano
poste ormai in modo molto diverso dagli anni 40.
Non si
trattava più certamente di un partito di militanti, pochi ma tutti
dediti soprattutto all’azione politica: si era andato delineando un
partito di massa che comunque non intendeva certo rinnegare il passato
resistenziale . Come nota Flores negli Annali Feltrinelli del 82 :
“Sembra di poter sostenere, da quanto si è ricostruito finora, che nel
campo dell'organizzazione il "partito nuovo" significasse
essenzialmente se non esclusivamente partito di massa. Partito di massa,
naturalmente, dei lavoratori, centrato prevalentemente sulla classe operaia
rispetto a cui gli altri strati sociali appaiono" alleati "; partito
nazionale ma non per questo meno definito socialmente ne staccato e distante da
una tradizione lontana con cui non si vuole rompere ma che l'esperienza
resistenziale ha permesso di modificare profondamente”[98]
Si affacciavano inoltre nuovi problemi o almeno i
problemi di sempre trovavano un diverso
contesto di riferimento. Nota da esempio Ilardi, a proposito della rapporto fra rivoluzione e
legalità, fra gestione del potere in una serie ampia di governi locali e opposizione antagonista :
“E tutto
questo perche anche in quegli anni di rivoluzione culturale, il problema
politico rimaneva quello di sempre: di fronte al mutamento e alla crescita del
sociale che rimetteva in gioco la capacità di governo del sistema politico, la
questione per le avanguardie politiche del movimento era quella vecchia di come
riuscire ad avvicinare al livello del Potere - che rimaneva uno, e uno solo, e
cioè quello dello stato, della conquista dello stato - il livello delle masse,
era come "introdurre" lo stato nelle masse, dentro una forma di
stato, seppure nuova, riformata o rivoluzionata.”[99]
Anche la dirigenza intorno a Togliatti era cambiata profondamente. Sebastiani
considera il “ricambio “della classe dirigenziale in questi termini:
”Si possono
individuare, dal dopoguerra ad oggi, quattro periodi distinti caratterizzati dal nucleo costitutivo del gruppo dirigente e insieme dal ruolo e dalle modalità di
funzionamento dell'organismo: ossia da gruppi dirigenti cui corrispondono di
volta in volta diversi
"tipi" di potere, in senso weberiano, e quindi diversi modelli di
gestione, che comportano anche forme diverse di apparato.
Fino alla
metà degli anni cinquanta il nucleo dirigente ruota intorno alle figure
centrali di Togliatti e Longo, Secchia e Scoccimarro: quattro leaders tra i piu prestigiosi della
generazione dei fondatori. Intorno a questo gruppo stabile si alternano, in
generale per brevi periodi, altri esponenti del gruppo dirigente della prima generazione: ……una leadership di tipo carismatico. Ciò
sia per quanto riguarda la figura del segretario nazionale - gli interventi di
Togliatti vengono considerati " atti politici" veri e propri, a
carattere direttivo.. - che più in generale per tutto il nucleo costitutivo
della Segreteria. Sono il prestigio dei suoi membri e il loro ruolo politico
che configurano in questa fase una forma di potere carismatico la quale pone di
fatto
La
transizione alla fase successiva avviene tra il 1955 e il 1956. Dal vecchio nucleo scompaiono Secchia e
Scoccimarro, ma per vie diverse: …….. un esempio, quindi, di "rinnovamento
nella continuità", che contempera l'avvicendamento di nuove leve con la
permanenza in posizioni di prestigio di vecchie figure di leaders “[100]
Si era inoltre gia posto fin dagli anni cinquanta,
il problema del rapporto fra socialismo e libertà, fra la
uguaglianza effettiva su base
economica del socialismo reale e la libertà che restava in pratica un
retaggio della democrazie occidentali.
Si poneva
quindi il problema dei rapporti con il partito guida dell’URSS ma questo non
avveniva solo a livello dirigenziale ma
era sentito soprattutto dalla base.
In realtà il rapporto con l’URSS era stato sempre
centrale nel movimento comunista italiano
e non si era mai trattato
semplicemente di un incontro di vertice. Come giustamente nota Agosti negali
Annali Feltrinelli del 1982:
Un primo
elemento deve essere, ci sembra, sottolineato con forza: la storia dei
comunisti italiani nell'Unione Sovietica non può ridursi alla sola
ricostruzione della vicenda del vero e proprio gruppo dirigente del PCI presente
negli organismi centrali dell'Internazionale e delle sue organizzazioni
parallele. A sfondo di questa vicenda dev'essere riportato alla luce, almeno a
grandi tratti, il mondo dell'emigrazione politica italiana nell'URSS,
"fatta sia di funzionari che di operai e di specialisti [...] - comunisti,
socialisti, anarchici, senza partito, lavoratori perseguitati dal fascismo che
hanno trovato rifugio, occupazione, e spesso famiglia nell'Unione Sovietica.
Una presenza di immigrati italiani nel paese della rivoluzione d'ottobre
si manifesta fin dall'inizio degli anni venti, in stretta connessione con l'evoluzione
della situazione politica italiana. Dopo le aspre -lotte di classe del
"biennio rosso", e mentre si allargava lo scontro armato con il
fascismo che assumeva in alcune regioni il carattere di una vera e propria
guerra civile - numerosi quadri del movimento rivoluzionario vennero a
trovarsi in una situazione estremamente difficile: braccati ora dalle minacce
c!i rappresaglie squadriste, ora dalla persecuzioni di una giustizia non
ancora completamente ligia al potere esecutivo, ma pur sempre apertamente di
classe, posti talvolta nella impossibilità di trovare lavoro per i
"bandi" decretati dai fascisti e dai padroni, non restava loro altra
scelta che emigrare all'estero i militanti” [101]
A partire
poi dal 1956 dopo i fatti di Ungheria,
Togliatti tentò anche se con non molto successo di incidere sugli
equilibri del comunismo internazionale
con una strategia più avanzata : si trasformava quella che era sembrata una scelta tattica (la via
legalitaria al socialismo in una scelta
invece strategica irrinunciabile.
In occasione della crisi con il comunismo cinese
nascevano nuovi spazi : tuttavia non bisogna credere che Togliatti intendesse
agire in opposizione o in contrasto con il partito comunista russo.
Togliatti quindi non intendeva mirare a una scissione del comunismo italiano da
quello sovietico ma portare su posizioni
più avanzate l’insieme del movimento mondiale. Conseguentemente egli vedeva nella conferenza che Krusciev
intendeva indire un grave pericolo per
l’unità stessa del movimento mondiale. Si rendeva conto che uno scontro frontale avrebbe
portato a una frattura verticale non
facilmente riassorbibile fra partiti europei e i partiti asiatici e ancora ad un’altra
frattura all’interno dei partiti comunisti di tutto il mondo. Queste
preoccupazioni erano state presentate dal partito comunista italiano già da
vari mesi e aveva messo chiaramente in dubbio la opportunità di una tale conferenza.
In seguito
poi la dirigenza comunista italiana guidata sempre da Togliatti aveva accettato
in linea di principio la conferenza considerandola inevitabile, ma in ogni caso
si voleva influire sulla sua composizione e direttive. E in questo contesto che vanno
quindi inquadrati gli appunti che
Togliatti redasse e che noi conosciamo come “memoriale di Yalta”
Esaminiamo ora più particolarmente il contenuto del
memoriale.
Innanzi tutto il Togliatti condanna senza ambiguità le posizioni cinesi e il
pericolo che esse rappresentano per il
movimento comunista mondiale e quindi della necessità di un lavoro
capillare per rispondere alle tesi cinesi:
“Il piano che noi proponevamo per una lotta
efficace contro le errate posizioni politiche e contro l’attività scissionista
dei comunisti cinesi era diverso da quello che effettivamente è stato seguito.
In sostanza il nostro piano si fondava su questi punti:non interrompere mai la
polemica contro le posizioni di principio e politiche cinesi;”[102]
Il
problema e come condurre la polemica:
“
condurre questa polemica a differenza di ciò
che fanno i cinesi, senza esasperazioni verbali e senza condanne generiche, su
temi concreti, in modo oggettivo e persuasivo, e sempre con un certo rispetto
per l’avversario
in
pari tempo procedere, per gruppi di partiti, a una serie di incontri per un
esame approfondito e una migliore definizione dei compiti che si pongono oggi
nei differenti settori del nostro movimento (Occidente europeo, Paesi
dell’America latina, Paesi del terzo mondo e loro contatti col movimento
comunista dei Paesi capitalistici, Paesi di democrazia popolare, ecc.). Questo
lavoro doveva farsi tenendo presente che dal ‘57 e dal ‘60 la situazione in
tutti questi settori e seriamente cambiata e senza un’attenta elaborazione
collettiva non è possibile arrivare a una giusta definizione dei compiti comuni
del nostro movimento;
· solo dopo questa preparazione, che
poteva occupare anche un anno o più di lavoro, avrebbe potuto essere esaminata
la questione di una conferenza internazionale, la quale potesse veramente
essere una nuova tappa del nostro movimento, un suo effettivo rafforzamento su
posizioni nuove e giuste. In questo modo avremmo anche potuto meglio isolare i
comunisti cinesi, opporre loro un fronte
più compatto, unito non soltanto per l’uso di comuni definizioni generali
delle posizioni cinesi, ma per una più profonda conoscenza dei compiti comuni
di tutto il
movimento e di quelli che concretamente si
pongono in ognuno dei SUOI settori”[103]
Togliatti mostra di rendersi conto che perché un lavoro del genere fosse ben condotto sarebbe stato anche
necessario non indire una conferenza che
avrebbe provocato delle pericolose
fratture:
“Del resto, una volta ben definiti i compiti
e la linea politica nostra settore per settore, si sarebbe anche potuto
rinunciare alla conferenza internazionale, qualora ciò fosse apparso necessario
per evitare una scissione formale”[104]
Ritiene anche possibile
soluzioni alternative che pur
condannando le posizioni cinesi tuttavia evitino la paventata spaccatura:
“penso, per esempio, all’importanza che
avrebbe avuto un incontro internazionale, convocato da alcuni partiti
comunisti , occidentali, con un’ampia sfera di rappresentanti dei Paesi
democratici del « terzo mondo» e dei loro movimenti progressivi, per elaborare
una concreta linea di cooperazione e di aiuto a questi movimenti. Era un modo
di combattere i cinesi coi fatti, non soltanto con le parole”[105]
Va ancora notato che il
confronto con il comunismo cinese non è soltanto un fatto tutto interno al
movimento comunista internazionale, ma trae le sue ragioni anche in profonde e
antiche tradizioni storiche. Nota al proposito Hobsbawm:
“per i duemila anni dell'Impero cinese la maggior parte dei suoi abitanti
che avevano un 'opinione a riguardo avevano considerato
D’altre parte il pensiero di Mao era mosso
dall’idea che una rivoluzione costante era necessaria per mantenere vivo il
senso il marxismo che comportava quindi
un rifiuto di un accordo con le strutture tradizionale di creazione borghese dell’Europa Occidentale
e quindi anche di un periodo di pace con l’Occidente capitalistico a tempo
praticamente indeterminato.
Nota
giustamente Hobsbawm:
“Un
altro aspetto del pensiero di Mao che si appoggiava alla sua lettura della
dialettica marxista era infatti la convinzione dell 'importanza della lotta,
del conflitto e della tensione elevata, come fattori non solo essenziali per la
vita, ma anche per prevenire la ricaduta nelle debolezze della vecchia società
cinese, che consistevano proprio nell'aver insistito sulla permanenza e
sull'armonia immutabili. La rivoluzione e il comunismo stesso potevano essere
salvati dalla degenerazione nella stasl solo mediante una lotta costantemente
rinnovata. La rivoluzione non poteva mai aver fine”[107]
Realisticamente poi viene preso in esame la
situazione dei partiti comunisti nei paesi capitalistici
“Fatta eccezione per alcuni partiti (Francia,
Italia, Spagna, ecc.) non usciamo ancora dalla situazione in cui i comunisti
non riescono a svolgere una vera ed efficace azione politica, che li colleghi
con grandi masse di lavoratori, si
limitano a un lavoro di propaganda e non hanno un ‘influenza effettiva sulla
vita politica del loro Paese. Bisogna in tutti i modi ottenere di superare
questa fase spingendo i comunisti a vincere,
il loro relativo isolamento, a inserirsi in modo attivo e continuo
nella realtà politica e sociale, ad avere iniziativa politica, ‘a diventare un
effettivo movimento di massa.” [108]
E la situazione finirebbe
ancora con il peggiorare se si avesse una frattura nel movimento
“ Il pericolo
diventerebbe particolarmente grave se si giungesse a una dichiarata rottura del
movimento, con la formazione di un centro internazionale cinese che creerebbe
sue « sezioni » in tutti i Paesi. Tutti i partiti e particolarmente i più
deboli, sarebbero portati a dedicare gran parte della loro attività alla
polemica e alla lotta contro queste cosiddette «sezioni» di una nuova
«Internazionale “.[109]
Tuttavia esistono possibilità di affermazione, ma
occorre una politica adeguata alle circostanze, non dogmaticamente ancorate a principi astratti:
“Oggettivamente esistono condizioni molto
favorevoli alla avanzata, sia ‘nella classe operaia, sia tra le masse
lavoratrici che nella vita sociale, in
generale. Ma è necessario saper cogliere e sfruttare queste condizioni. Per
questo occorre ai comunisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma
di dogmatismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare
metodi di lavoro adatti a un ambiente politico e ‘sociale nel quale si compiano
continue e rapide trasformazioni” [110]
Si prende in esame il
problema della programmazione economica
e dell’allargamento dei mercati nazionali.
“In particolare sorge oggi nei più grandi
Paesi la questione di una centralizzazione della direzione economica, che si
cerca di realizzare con una programmazione dall’alto, nell’interesse dei
grandi monopoli e attraverso l’intervento dello Stato. Questa questione è
all’ordine del giorno in tutto l’Occidente e già si parla di una programmazione
internazionale, a preparare la quale lavorano gli organi dirigenti del Mercato
comune. E’ evidente che il movimento operaio e democratico non può
disinteressarsi di questa questione. Ci si deve battere anche su questo
terreno.. Ciò richiede uno sviluppo e una Coordinazione delle rivendicazioni
immediate operaie e delle proposte di riforma della struttura economica
(nazionalizzazioni, riforme agrarie ecc.) in un piano generale di sviluppo
economico da’ contrapporre alla programmazione capitalistica.”[111]
Si pone quindi il
problema fondamentale di una via pacifica legalitaria per l’edificazione del
comunismo:
”La possibilità di una via pacifica di questa
avanzata è oggi strettamente legata all’impostazione e soluzione di questo
problema. Un’iniziativa politica in questa direzione ci può facilitare ‘la
conquista di una nuova grande influenza su tutti gli strati della popolazione,
che non sono ancora conquistati al socialismo, ma cercano una via nuova per
avanzare”[112]
Ma questo pone il problema di una politica più
aderente alla concreta situazione economica delle classi lavoratrici:
“La lotta per la democrazia viene ad
assumere, in questo quadro, un contenuto diverso che sino ad ora, più
concreto, più legato alla realtà della vita economica e sociale. La
programmazione capitalistica è infatti sempre collegata a tendenze antidemocratiche
e autoritarie, alle quali è necessario opporre l’adozione di un metodo
democratico anche nella direzione della vita economica.”[113]
Viene ribadito con
forza e convinzione che questo non
significa affatto che venga rinnegata l’ ispirazione internazionalista del comunismo:
“La lotta dei ‘sindacati non può però più,
nelle odierne condizioni dell’Occidente, essere condotta soltanto
isolatamente, paese per paese. Deve svilupparsi anche su scala internazionale,
con rivendicazioni e azioni comuni. E qui è una delle più gravi lacune del
nostro movimento. La nostra organizzazione sindacale internazionale (FSM) fa
soltanto della generica propaganda. Non ha finora preso nessuna iniziativa
efficace di azione unitaria contro la politica dei grandi monopoli. Del tutto
assente è anche stata, finora, la nostra iniziativa verso le altre
organizzazioni sindacali internazionali. Ed è un serio errore, perché in queste
organizzazioni già vi è chi critica e tenta di opporsi alle proposte e alla politica
dei grandi monopoli”[114]
Si pongono nuovi
problemi prima fra tutti l’abbandono della pregiudiziale anti religiosa.
“Nel mondo cattolico organizzato e nelle
masse cattoliche vi è stato mio spostamento evidente a sinistra al tempo di
Papa Giovanni. Ora vi è, al centro, un riflusso a destra. Permangono però, alla
base, le condizioni e la spinta per uno spostamento a sinistra che noi dobbiamo
comprendere e aiutare. A questo scopo non ci serve a niente la vecchia
propaganda ateistica. Lo stesso problema della coscienza religiosa, del suo
contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere
posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse
cattoliche ed essere compresi da loro. Se no avviene che la nostra «mano tesa»
ai cattolici viene intesa come un puro espediente e quasi come una ipocrisia.”[115]
E quindi una ampia apertura al mondo della cultura
di varia ispirazione progressista che presuppone una ampia libertà di pensiero.
“Anche nel, mondo della cultura
(letteratura, arte, ricerca scientifica, ecc.), oggi le porte sono largamente
aperte alla penetrazione comunista. Nel mondo capitalistico si creano infatti
condizioni tali che tendono a distruggere la libertà della vita intellettuale.
Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della
libera creazione artistica del progresso scientifico. Ciò richiede che noi non
contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti
di diversa natura; ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di
esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si
presentano”[116]
Tutto porta poi
all’elemento più importante e duraturo del memoriale nel quale si pone il
problema della possibilità di un via pacifica e legalitaria all’instaurazione
del comunismo in una società capitalistica:
“Anche queste posizioni hanno però bisogno,
oggi, di essere approfondite e sviluppate. Per esempio, una più profonda
riflessione sul tema della possibilità di una via pacifica di accesso al
socialismo, ci porta a precisare che cosa noi intendiamo per democrazia in uno
Stato borghese, come si possono allargare i confini della libertà e delle
istituzioni democratiche e quali siano le forme più efficaci di partecipazione
delle masse operaie e lavoratrici alla vita economica e politica. Sorge così la
questione della possibilità di conquista di posizioni di potere, da parte
delle classi lavoratrici, nell’ambito di uno Stato che non ha cambiato la sua
natura di Stato borghese e quindi se sia possibile la lotta per una progressiva
trasformazione, dall’interno, di questa natura. In Paesi dove il movimento comunista
sia diventato forte come da noi (e in Francia), questa è la questione di fondo
che oggi sorge nella lotta politica. Ciò comporta, naturalmente, una
radicalizzazione di questa lotta e da questa dipendono le ulteriori
prospettive.”[117]
Nasce naturalmente l’esigenza di una via
nazionale dei vari partiti
“ L’autonomia dei partiti, di cui noi siamo
fautori decisi, non è solo una necessità interna del nostro movimento, ma una
condizione essenziale del nostro sviluppo nelle condizioni presenti. Noi saremmo
contrari, quindi, a ogni proposta di creare di nuovo una organizzazione
internazionale centralizzata. Siamo tenaci fautori della unità del nostro
movimento e del movimento operaio internazionale, ma questa unità deve
realizzarsi nella diversità di posizioni politiche concrete, corrispondenti
alla situazione e al grado di
sviluppo di ogni Paese. Vi è naturalmente, il pericolo dell’isolamento dei
partiti l’uno dall’altro e quindi di una certa confusione. Bisogna lottare
contro questi pericoli e per questo noi crediamo si dovrebbero adottare questi
mezzi: contatti assai frequenti e scambi di esperienze tra i partiti, su larga
scala; convocazione di riunioni collettive dedicate allo studio di problemi.
comuni a un certo gruppo di partiti; incontri internazionali di studio su
problemi generali di economia, filosofia, storia, eccetera”[118]
Quindi si afferma la grande importanza del collegamento a tutti
quei movimenti di liberazione che, pur non essendo comunisti, tuttavia
oggettivamente nella loro lotta al capitalismo portano una carica
rivoluzionaria affine a quella dei comunisti:
“Attribuiamo una importanza decisiva, per lo
sviluppo del nostro movimento, allo stabilirsi di ampi rapporti di reciproca
conoscenza e di collaborazione tra i partiti comunisti dei Paesi capitalistici
e i movimenti di liberazione dei Paesi coloniali ed ex coloniali. Questi
rapporti non devono però essere stabiliti solo con i partiti comunisti di questi Paesi, ma con tutte le forze che
lottano per l’indipendenza e contro l’imperialismo e anche, nella misura del
possibile, con ambienti governativi di Paesi di nuova libertà che abbiano
governi progressivi. Lo scopo deve essere di giungere a elaborare una comune
‘piattaforma concreta di lotta contro l’imperialismo e il colonialismo.
Parallelamente dovrà essere da noi meglio approfondito il problema delle vie
di sviluppo dei Paesi già coloniali, di che cosa significhi per essi
l’obiettivo del socialismo, e così via. Si tratta di temi nuovi, non ancora affrontati
sino ad ora.”[119]
E tutto ciò si
salda alla proposta da lui
sostenuta di convocare una conferenza
allargata a tutti i movimenti anticapitalistici in alternativa a quella dei
partiti comunisti che implicherebbe
necessariamente una frattura con i comunisti cinesi
“ Per questo, come ho già detto, noi avremmo
salutato con piacere una riunione internazionale dedicata esclusivamente a
questi problemi e ad essi bisognerà in ogni modo dare una parte sempre più
grande in tutto il nostro lavoro.”[120]
Si rifiuta quindi la visione trionfalistica dei paesi socialisti propria
della propaganda tradizionale : i
problemi reali non sono conosciuti in occidente e quindi le crisi e i problemi
in cui si imbatte il socialismo appaiono inesplicabili, sentiti come
insufficienze dei principi del comunismo stesso.
“Non è giusto parlare dei Paesi socialisti
(e anche dell’Unione Sovietica) come se in essi tutte le cose andassero sempre
bene. Questo è l’errore, per esempio, del capitolo della risoluzione del ‘60
dedicato a questi Paesi. Sorgono infatti continuamente, in tutti i Paesi
socialisti, difficoltà, contraddizioni, problemi nuovi che bisogna presentare
nella loro realtà effettiva. La cosa peggiore è di dare l’impressione che
tutto vada sempre bene, mentre improvvisamente ci troviamo poi di fronte alla
necessità di parlare di situazioni difficili e spiegarle. Ma non si tratta
solo di fatti singoli”[121]
La destalinizzazione ha messo in crisi in occidente
il mito di un successo continuo e ci si
interroga pure in che misura le
deviazioni di Stalin siano dovuti, non a un caso personale, ma a deficienze del sistema. Si apre cosi la via
a una visione critica dell’intero movimento comunista, superando l’idea ingenua
che tutte le deviazioni staliniane siano tutte riconducibili a un solo uomo.
“Le critiche a Stalin, non bisogna
nasconderselo, hanno lasciato tracce abbastanza profonde. La cosa più grave è
una certa dose di scetticismo con la quale anche elementi vicini a noi accolgono
le notizie di nuovi successi economici e politici. Oltre a ciò, viene
considerato in generale non risolto il problema delle origini del culto di
Stalin e come esso diventò possibile. Non si accetta di spiegare tutto soltanto
con i gravi vizi personali di Stalin. Si tende a indagare quali possono essere
stati gli errori politici che contribuirono a dare origine al culto. Questo
dibattito ha luogo tra storici e quadri qualificati del partito. Noi non lo
scoraggiamo, perché spinge a una conoscenza più profonda della storia della
rivoluzione e delle sue difficoltà. Consigliamo però la prudenza nelle
conclusioni e di tener presenti le pubblicazioni e ricerche che si fanno
nell’Unione Sovietica.”[122]
Si mostra quindi il
fatto che il ritorno ai veri valori della Rivoluzione comunista,
identificati con il pensiero di Lenin,
non si sia verificata nella misura in cui la denuncia delle deviazioni di
Stalin sembrava rimandare
“L’impressione generale è di una lentezza e
resistenza a ritornare alle norme leniniste, che assicuravano, nel partito e
fuori di esso, larga libertà di espressione e di dibattito, nel campo della
cultura, dell’arte e anche nel campo politico. Questa lentezza e resistenza è
per noi difficilmente spiegabile soprattutto in considerazione delle condizioni
presenti, quando non esiste più accerchiamento capitalistico e la costruzione
economica ha ottenuto successi grandiosi. Noi partiamo sempre dall’idea che
il socialismo è il regime in cui vi è la più ampia libertà per i lavoratori e
questi partecipano di fatto, in modo organizzato, alla direzione di tutta la
vita sociale. Salutiamo quindi tutte le posizioni di principio e, tutti i fatti
che ci indicano che tale è la realtà in tutti i Paesi socialisti e non soltanto
nell’Unione Sovietica. Recano invece danno a tutto il movimento i fatti che
talora ci mostrano il contrario”
Segue ancora una richiamo alla necessità
dell’unita del movimento comunista sia pure nel rispetto delle singole vie
nazionali che tengano conto delle peculiari situazioni storiche o politiche
ed economiche.”[123]
“Un fatto che ci preoccupa e che non
riusciamo a spiegarci pienamente è il manifestarsi tra i Paesi socialisti di
una tendenza centrifuga. Vi è in essa un evidente e grave pericolo, del quale
crediamo che i compagni sovietici si debbano preoccupare Vi è senza dubbio del
nazionalismo rinascente. Sappiamo però che il sentimento nazionale rimane una
costante del movimento operaio e socialista per un lungo periodo anche dopo la
conquista del potere. I progressi economici non lo spengono, lo alimentano.
Anche nel campo socialista, forse (sottolineo questo « forse » perché molti
fatti concreti ci sono sconosciuti), bisogna guardarsi dalla forzata uniformità
esteriore e pensare che l’unità si deve stabilire e mantenere nella diversità e
piena autonomia dei singoli Paesi.”[124]
Il memoriale si chiude
con queste parole:
“Sulla situazione italiana
Molte cose dovrei aggiungere per informare
esattamente sulla situazione del nostro Paese. Ma questi appunti sono già
troppo lunghi e ne chiedo scusa. Meglio riservare a spiegazioni “[125]
Sarebbe stato di maggior interesse proprio una osservazione
della situazione del nostro paese che
invece manca. Tuttavia è anche importante notare che Togliatti sin dall’inizio della sua attività politica fino
all’ultimo giorno della sua vita ha ragionato sempre in prospettiva
internazionalista: in lui non vi è stato mai dualismo fra interessi del
proletariato italiano e quello degli altri paesi.
L’importanza del Memoriale è stata riconosciuta
quasi unanimamente ma il suo significato politico è stato variamente valutato
Recentemente un esponente importante dei DS come D’Alema ha sostenuto che con Il Memoriale Togliatti
avrebbe compiuto un passo fondamentale per uscire dallo stalinismo, non
tanto nel senso di dare spazio alle vie nazionali autonome al comunismo, ma
proprio nel senso di un ripensamento generale della metodologia
dell’instaurazione comunismo . Egli
infatti afferma :
“ Io ritengo però che sia l'intervista a Nuovi Argomenti sia il
memoriale di Yalta si collochino fuori
dallo stalinismo. Può darsi che questo non configuri tutto un piede ma solo un
alluce. In ogni caso, vi è una parte di Togliatti che è fuori dallo stalinismo.
Non credo che questa parte sia "la via italiana al socialismo".
Questa politica può in fondo essere considerata come un ripiegamento: un modo
per rendere compatibile l'esperienza del Partito comunista italiano con lo
stalinismo. Per me il Togliatti più interessante non è questo, bensì quello del
policentrismo. è il Togliatti che, con il memoriale di Yalta mette in discussione le modalità di
funzionamento del sistema comunista mondiale e le modalità con le quali è
governata l'Urss. E che con l'intervista a Nuovi Argomenti affronta il tema
delle disfunzioni create in Urss dalla sovrapposizione del partito allo Stato.
Sono questi gli ingredienti di una discussione storica seria, che non penso sia
utile proiettare sui problemi dell'oggi che sono distantissimi dai fatti dei
quali abbiamo parlato.”[126]
Secondo Carlo Spagnolo, il memoriale di Yalta era
nelle intenzioni di Togliatti, un’ipotesi di accordo col Pcus di
Krusciov sulla conferenza internazionale dedicata alla crisi col Pc cinese,
accettando la partecipazione del Pci alla sua organizzazione, per poi
convincere il capo del Pcus
"a un impegno diverso dei comunisti italiani verso il centrosinistra,
cioè un programma di spostamento di quella formula (una nuova maggioranza
aperta verso una prospettiva socialista) tentando di riapre un rapporto
organico di collaborazione con il Psi". E anche qui si è discusso, senza
finzioni.”[127]
A nostro parere però il problema se il memoriale di Yalta comporti
un mutamento della linea di Togliatti
è la semplice riproposizione , magari in termini nuovi, della linea tradizionale, se insomma il memoriale sia
veramente una novità dipende anche dal concetto che abbiamo di conservazione e innovazione in politica.
Un azione
politica che sia effettivamente calata
nella realtà storica e sociologica non può attenersi a principi immutabili quali fossero dogmi immodificabili. In
religione infatti si può ammettere la presenza di dogmi come verità immutabili
perchè si presuppone che siano stati rivelati da Dio, per sua natura
immutabile. Ma l’azione politica esige
sempre una attenzione al reale ,al momento, alle circostanze che vanno
inquadrate sì nello schema generale
ideale, ma che pur tuttavia su di esso influiscono realmente. Anzi è
proprio della visione marxista l’idea della prassi, cioè dell’intima
unione fra azione e teoria, che la teoria è sempre strettamente connessa alla
attività politica. Da questo punto di
vista evidentemente l’azione politica deve quindi aggiornarsi
continuamente alla realtà effettiva.
Da questa
prospettiva il memoriale di Yalta è una novità come ogni azione politica che
sia viva e reale è sempre qualcosa di nuovo: d’altra parte il nuovo e vitale
non nasce dal nulla o dall’improvvisazione ma dal ripensamento della linea
politica fondamentale alla luce delle nuove circostanze dei nuovi apporti di
forza fra le classi sociali, dell’evoluzione della politica internazionale e nazionale.
Il memoriale di Yalta in effetti non è altro che
una analisi approfondita, precisa,
(qualche volta anche puntigliosa, come
era propria nella natura del suo autore)
del momento storico.
Togliatti
nel memoriale si sforzava di adeguare l’azione del comunismo nazionale e internazionale
ai tempi nuovi: ma non era un passo
avanti, non aveva alcun contenuto nuovo ,non recepiva cioè quello che a noi
moderni appare ben chiaro,con il senno di poi:l’Unione Sovietica, il movimento
internazionale comunista aveva perduto,
come si disse,la sua spinta propulsiva , la possibilità che una società
autenticamente comunista che estirpasse
il male dal mondo, la grande illusione
della Rivoluzione che ogni cosa avrebbe
rimesso al posto , che avrebbe per sempre eliminato lo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo era definitivamente tramontata. O almeno era tramontato la possibilità che in quella
direzione movessero ancora i paese del socialismo reale. Per Togliatti i
paesi del socialismo reale restavano pur
sempre il sole dell’svvenire , a dispetto di tutto, a dispetto di ogni evidenza
.
Ma noi ragioniamo con il senno di poi……,
CONCLUSIONE: IL
PARADOSSO DI TOGLIATTI
L’opera
politica di Togliatti è caratterizzata da un paradosso: l’uomo che
rappresentava
L’azione
di Togliatti però fu perfettamente coerente e razionale:
Con
il senno di poi possiamo dire che, date le sue premesse il modo
secondo il quale agì, il modo migliore di agire fu proprio come egli
effettivamente agi,
Già
le sue premesse….ma è proprio sulle premesse che noi abbiamo dei dubbi
Constatare
che
E
ancora di più: il bancario di Milano,l’operaio di Torino ,lo studente di
Napoli poteva anche pensare che in Russia si stesse preparando la grande
Rivoluzione proletaria che avrebbe estirpato una volta per tutte, tutta
la ingiustizia e tutto il male dal mondo e che a questa meta bisognasse
sacrificare ogni cosa, anche la giustizia e la verità.
Ma
nessun al mondo meglio di Togliatti conoscevano gli orrori dello stalinismo, le
purghe che portarono alla morte della quasi totalità di quelli che avevano
fatto
Egli
non era un poeta, né un profeta , ne un ideologo era una lucido e razionale
e acuto politico, un grande eccezionale politico…..
Sorge
allora il sospetto che egli agisse non perchè credesse realmente nelle idee che
professava ma perchè cosi egli poteva mantenere il potere.
Collaborò
con Stalin assecondando tutti i suoi crimini; cosi salvò la vita che tanti
altri comunisti ingenuamente persero e divenne il capo incontrastato del
comunismo italiano solo perchè designato da Stalin, mantenne un potere assoluto
sul partito e quindi su una fetta consistente dell’Italia perchè era la
guida alla Rivoluzione, quando sarebbe venuto il momento.
Ma
lui, PalmiroTogliatti ci credeva veramente e fingeva solo di crederci?’ Non lo
sapremo mai, crediamo, e forse non è nemmeno importante: la storia giudica gli
avvenimenti dal punto di vista politico non la moralità degli uomini
.
APPENDICE PRIMA
TOGLIATTI NELLA STORIOGRAFIA
La
storiografia su Palmiro Togliatti è
ampia e articolata ed è naturalmente indissolubilmente legata non solo a quella
del Partito Comunista Italiano, ma anche
a tutto il movimento comunista mondiale, quindi alla storia del secolo XX
del quale certamente Togliatti fu uno dei maggiori protagonisti.
PIETRO
GOBETTI
Fra
i primi che si sono interessati alla
figura di Togliatti troviamo un “non comunista”, PIETRO GOBETTI. Questi infatti
sulla rivista “ la rivoluzione liberale”
nel 1922 pubblicò un importante lavoro
sulla “Storia dei comunisti italiani vista da un liberale” [128],
nel quale coglieva alcuni degli aspetti
salienti dell’appena nato partito comunista e della figura di Palmiro
Togliatti, di cui colse forse per primo lo spessore culturale e politico.
Nato
a Torino il 19 giugno del 1901. studente universitario di acuta intelligenza,
pubblica a diciassette anni la sua prima rivista, "Energie Nove", nel
novembre del 1918, ricca di riferimenti a Prezzolini, Gentile, Croce e con la
quale diffuse le idee liberali di Einaudi. Si appassiona ai bolscevichi, studia
il russo. Definisce subito il fascismo "movimento plebeo e
liberticida", l'antifascismo "nobilità dello spirito".
Interpreta la rivoluzione di Lenin e Trotzky come rivoluzione liberale, perché
è azione, “movimento e tutto quello che si muove va verso il liberalismo”.
Apprezza i bolscevichi in quanto élite, detesta lo statalismo e il
protezionismo della vecchia Italia giolittiana. Esponente della sinistra
liberale progressista, collegata con l'intellettuale meridionalista Gaetano
Salvemini. estimatore di Antonio Gramsci e del giornale socialista e poi
comunista “Ordine Nuovo”, Gobetti si avvicina al proletariato torinese,
divenendo attivo antifascista. Nell'autunno del 1920 il sostegno di Gobetti
all'occupazione delle fabbriche e i suoi frequenti incontri con gli operai e
comunisti torinesi migliorano molto i rapporti, tanto che Gramsci gli affida la
rubrica di teatro della rivista. La classe operaia, in particolare quella
torinese, dei consigli di fabbrica, che frequenta insieme ai socialisti di
Ordine Nuovo, diventa per lui la leva che innoverà il mondo: non verso il
socialismo, ma verso "elementi di concorrenza”. A vent'anni, il 12
febbraio del 1922, fa uscire il primo numero della rivista "
MARCELLA
E MAURIZIO FERRARA
La prima opera però che tratta in modo completo e organico la figura
di Togliatti è quella di MARCELLA E
MAURIZIO FERRARA edita nel 1953 [129] L’opera è il frutto di una serie di
conversazioni tenute con Togliatti, raccoglie quindi materiale
direttamente dai suoi ricordi personali : Togliatti all’inizio
era alquanto contrario all’idea che, ancora lui vivente, venisse
scritto qualcosa che in sostanza era una biografia: in seguito però ritenne che
era che era giusto, soprattutto utile al
Partito Comunista. Scrisse quindi egli stesso una prefazione e riguardò attentamente
tutta l’opera.
I
due estensori dello scritto, erano due coniugi ambedue attivi nel movimento
comunista e quindi in stretti rapporti con Togliatti stesso.
Marcella
(nata “de Francesco”) aveva partecipato , giovanissima, ai Gap (Gruppi di
azione partigiana) romani. Nel ’42 si iscrive al Pci. Per quasi vent’anni è la
più stretta collaboratrice di Palmiro Togliatti. A Botteghe Oscure, poi a
Rinascita, rifugge dagli eccessi dello spirito di parte, pur restando fedele a
una “parte”. Gentile con i collaboratori che si chiamano Franco Rodano, Lucio
Lombardo Radice, Renato Guttuso, Alberto Moravia, Umberto Saba, non lascia mai
affiorare la tensione del lavoro giornalistico.
Nel
1945 sposa Maurizio Ferrara corrispondente dell’Unità (di cui sarà in seguito
direttore). Ed ha tre figli fra cui Giuliano, noto giornalista e fondatore del
“Foglio “.
I
due coniugi sono a Mosca a tra il ’58 e il ’61 Conoscono gli anni del disgelo, la presenza di un
“Kruscev rozzo ma simpatico”. Nel 59 ancora insieme scrivono “Cronache di vita
italiana” . [130]
Quando
esplode il femminismo, Marcella Ferrara partecipa attivamente, In
particolare sceglie di testimoniare sul dramma delle gestanti
“diossinate”.
Maurizio
Ferrara mori nel 2000, mentre Marcella lo segui qualche anno dopo nel 2002.
MASSIMO
CAPRARA
Altri
scritti su Togliatti si devono alla singolare figura di MASSIMO CAPARRA. Questi
fu a lungo segretario di Togliatti, in seguito Sindaco di Portici, deputato di
Napoli per quattro legislature a partire dal 1954. Caprara fu poi radiato dal
partito comunista con Rossana Rossanda e gli altri del gruppo de “Il
Manifesto”, del quale è uno dei fondatori.
Tornato
all'attività giornalistica (era stato redattore capo di Rinascita), ha scritto
su Il Mondo, L'Espresso, Tempo Illustrato e ha diretto l'Illustrazione Italiana.
Ha firmato numerosi reportage televisivi e volumi di saggistica. Ha vissuto
dall’interno gli avvenimenti fondamentali della storia del Partito comunista
dagli anni del dopoguerra fino alla fondazione del Manifesto
Tuttavia Caparra , più che
riflessioni storiche e critiche
generali sull’opera di Togliatti,
tende a raccontare aneddoti particolari che se da una parte ci fanno conoscere la figura di Togliatti
d’altra parte difficilmente possono
dare una chiarificazione storicam scientifica
della sua opera.i [131]
GIULIO SENIGA.
Aveva
iniziato l'attività nella Resistenza, prima come sindacalista all'Alfa Romeo
(estate del 1943) e poi come Commissario Politico della Brigata Garibaldi
attiva nella Repubblica partigiana della Val d'Ossola. Da qui l'ingresso nel
PCI e l'assegnazione di incarichi delicati, dal 1948 al 1954, come la
"scuola-quadri" e la sicurezza dei dirigenti e degli archivi del
partito. Fu stretto collaboratore di
Pietro Secchia l'uomo "che
inclinava per la lotta armata”. Ruppe però
clamorosamente con l’apparato del partito
comunista .
Con esponenti di varie estrazione ( Troztskisti,
massimalista socialisti, anche con Ignazio Silone), darà vita al "Comitato
italiano per la verità sui misfatti dello stalinismo"
Negli
anni Sessanta, SENIGA aderisce al Partito Socialista schierandosi ovviamente
tra coloro che cercano di favorire un processo di maggiore autonomia dal PCI,
anche con una intensa attività giornalistica.
Tuttavia la sua opera rimane pur sempre su un
piano di polemica personale senza
sollevarsi sostanzialmente sul piano della critica storica vera e propria. [132]
GIORGIO
BOCCA
La
prima biografia pero ampia e completa di Togliatti fu pubblicata alcuni anni dopo la sua morte nel 1973 da
GIORGIO BOCCA: uno dei maggiori politologi
della sinistra. [133]
Nato a Cuneo nel 1920 è tra i
giornalisti italiani più noti e importanti. Avendo partecipato alla guerra partigiana
nelle formazioni di Giustizia e Libertà, ha poi mosso i primi passi,
nell'immediato dopoguerra, nel foglio dell'omonima organizzazione a Torino. .
In seguito, Bocca è stato un testimone e un lucido narratore del cosiddetto
"boom" degli anni Sessanta, a cui ha coniugato inchieste sociali e
servizi di vario tipo. Fra le tappe della sua carriera ricordiamo : redattore
alla "Gazzetta del Popolo", nel 1954 è a Milano
all'"Europeo", poi inviato del "Giorno" di Enrico Mattei
diretto da Italo Pietra. È stato nel 1975 tra i fondatori di "Repubblica”.
Recentemente , ha trovato
nuovi spunti polemici nei confronti della “Rete”, a cui ha dedicato controverse
analisi. Il suo orrore nei confronti dei falsi traguardi e di chi promette un
fittizio benessere non sembra addolcirsi, o trovare risposte che lo
rassicurino. Si scaglia con forza contro la globalizzazione, che spogliata
della sua bella superficie rivela il serpeggiare di interessi messi in moto da
una potente ed incontrollabile macchina economica. Auspica, affinché si
affaccino dei sintomi di ripresa, un ritorno del pensiero politico. [134]
La prima edizione della sua opera su Togliatti è stata pubblicata nel 1973 ma
in seguito è stata curata una seconda edizione nel 1991, dopo quindi il crollo
del muro di Berlino e della fine
dell’esperienza del socialismo reale dei paesi dell’est europeo.
Più
che su fonti di archivio egli però ha lavorato tenendo presente i colloqui avuti con gli esponenti della vecchia guardia del partito comunista italiano. Infatti, con
il nuovo corso del partito, tendente al cosi detto “compromesso storico”,
e con la presidenza di Berlinguer, i
vecchi esponenti continuavano a far parte del Partito , formalmente onorati ma
praticamente in disparte,non più nella direzione effettiva: pertanto erano pure
più liberi di esprimere proprie opinioni e soprattutto di ricordare gli eventi
vissuti con Togliatti. Sono stati quindi una fonte preziosa per ricostruire dal vivo la personalità vera
di Togliatti che difficilmente può essere ricavata dai documenti ufficiali.
Bocca descrive questi antichi dirigenti come
personalità singolari: avendo dedicato tutta la loro vita al Partito, in realtà
non potevano vivere al di fuori di esso, il loro orizzonte culturale e anche
materiale era tutto concluso nell’ambito del Partito stesso al quale si doveva
ogni cosa e per il quale ogni sacrificio non era mai eccessivo.
Anche
in questo Bocca ritrova l’ambito umano in cui Togliatti stesso svolse la sua
esistenza.
Per
sua stessa ammissione il saggio è incentrato soprattutto sul rapporto con lo
stalinismo che appare all’autore come il più significativo e interessante:
tuttavia non manca un ampio e chiaro riferimento al periodo posteriore alla
morte di Stalin.
La
chiave di interpretazione che offre Bocca della personalità di Togliatti è
quella di un Cavour del comunismo: come il piemontese dell’800 aveva
razionalizzato e tradotto lucidamente in concreta ed accorta azione
politica gli ideali romantici e
risorgimentali, cosi Togliatti, piemontese del 900, aveva dato alle istanze
del comunismo una veste politica
concreta, razionale. In tale chiave egli spiega
anche
Il
difficile e tormentato rapporto con Stalin; egli aveva la funzione di dare una
veste politica accettabile anche dal punto di vista giuridico e formale alle decisioni prese dal dittatore georgiano.
Questo non significa che Togliatti si mettesse a servizio di Stalin per puro
interesse personale, ma che egli era fermamente convinto che a prescindere da
ogni cosa, alla fine il comunismo avrebbe trionfato per la forza stessa della
storia, secondo appunto le previsioni del marxismo scientifico.
Anche
la “doppiezza” di cui si accusa Togliatti nella sua politica in Italia viene
ricondotta allo stesso convincimento.
In realtà effettivamente Togliatti da una
parte appoggiava e sosteneva la costituzione italiana che era a carattere
parlamentare e borghese, ma contemporaneamente era ben attento a non allentare
i legami internazionali con la repubbliche popolari a partito unico dei paesi
del socialismo reale, per cui è lecito domandarsi se il modello perseguito
fosse quello occidentale o quello
sovietico e quindi l’accusa che l’appoggio al sistema costituzionale fosse un
espediente tattico strategico e non invece una accettazione piena e definitiva.
Togliatti era ben conscio della impossibilità
di una rivoluzione comunista in Italia essendo questa nell’orbita di influenza
americana: tuttavia riteneva sempre, per la fiducia nell’ordine oggettivo della
storia, che alla fine il comunismo avrebbe trionfato tanto in Russia che in
Italia, come nel resto del mondo anche
se per vie diverse.
Un
problema particolare che BOCCA affronta è la popolarità di Togliatti. Infatti
il Cavour, pur essendo l’artefice
dell’unità italiana, in realtà non fu mai veramente popolare come invece lo fu
un Garibaldi o un Mazzini .
Invece Togliatti ebbe sempre una immensa popolarità
e non solo nell’ambito del suo schieramento politico: anche gli avversari gli
resero sempre onore e deferenza. Eppure
Togliatti aveva una personalità niente affatto adatta a catturare le
simpatie generali: era un uomo gelido, che non lasciava mai trasparire le
emozioni, parlava come un professore insofferente che ha poca pazienza per gli
alunni che non lo comprendono (e seguono) immediatamente, tutto il contrario
del grande comunicatore a affascinatore delle folle che è condizione essenziale
per i politici contemporanei.
Secondo
BOCCA la cosa può essere spiegata con il mito dell’uomo venuto dalla patria del
comunismo ad instaurare il comunismo anche in Italia: le folle aspettavano
proprio il “messia” capace di tradurre in realtà politica e quotidiana le grandi aspettative
di giustizia che ponevano nel comunismo. Ma d’altra parte Togliatti era
effettivamente dotato di una cultura e di una intelligenza davvero fuori del
comune, aveva esperienza dei veri meccanismi del comunismo, ignoti, a chi come
lui, non aveva vissuto la rivoluzione dall’interno. Per quanto riguarda gli
avversari inoltre vi era il riconoscimento di aver comunque dato un contributo
essenziale alla instaurazione della democrazia in Italia e di aver saputo
costruire un partito comunista diverso dagli altri : senza la scelta imposta da
Togliatti al partito, certamente la democrazia sarebbe nata in Italia molto più
fragile e asfittica.
ALDO
AGOSTI
L’altra
grande opera biografica dedicata a
Togliatti è quella di ALDO AGOSTI. [135]
Professore
ordinario di Storia contemporanea presso
Ha dedicato numerose
pubblicazioni alla storia del movimento comunista ed in particolare
all’Internazionale Comunista, tra cui alcuni capitoli della “Storia del
marxismo” curata da Hobsbawm e una
imponente raccolta commentata di documenti del Comintern.
In “ Un profilo storico dei comunismi europei,” [136] traccia un profilo , sintetico ma non
superficiale, dei comunismi europei, seguendone la complessa vicenda dalla
prima guerra mondiale fino al crollo dell’Unione Sovietica. In esso si afferma
in polemica con una serie di
pubblicazioni che si richiamano al “Libro
nero del comunismo” [137] che Il comunismo è stato, malgrado i suoi
innegabili errori e fallimenti, un movimento collettivo che ha riguardato la
vita di milioni di persone e che ha assunto con gli anni un carattere sempre
più differenziato e meno unitario. [138]
Ha dedicato, come
accennato, un ampio e fondamentale saggio alla vita di Togliatti , biografia
vasta e sistematica dell’ uomo politico.
Il
saggio, edito nel 1996 tuttavia fu iniziato
nel 1988, prima cioè della storica caduta del muro e della fine improvvisa e
traumatica dell’esperienza del socialismo reale. Pertanto la prospettiva
generale del comunismo nella quale si inquadra la figura di Togliatti rimane pur sempre quella di una esperienza in atto
,e non politicamente conclusa in modo
definitivo e irreversibile.
Tutto
ciò nulla toglie alla correttezza storica del saggio anche se va notato che non
è stato possibile consultare tutti gli archivi del partito comunista sovietico
i quali dopo il 1989 sono stati messi a disposizione degli
studiosi.
In
oltre 600 pagine viene esaminata tutta la vicenda politica e umana di
Togliatti.
Riporta
anche interessanti vicende personali, particolarmente per quanto riguarda la
formazione culturale e politica che
gettano anche una nuova luce interpretativa sul suo cammino verso il comunismo
di Palmiro Togliatti.
Aldo
Agosti, infatti mostra che l’adesione al comunismo fu per Togliatti,
proveniente da una famiglia piccola borghese, una risposta intellettuale,
morale e quindi anche politica all’affermarsi del fascismo sulla scena italiana.
Secondo
Agosti, Togliatti percepisce la differenza fra ideale comunista e realtà
staliniana come uno scarto che la storia poi sarebbe riuscita a colmare: non fu quindi opportunista, ma
credette veramente e incrollabilmente nella vittoria ultima del comunismo
profetizzato da Marx: lo stalinismo gli apparve come un incidente di percorso,
come una fase, che sia pure buia, crudele e ingiusta, tuttavia andava accettata
per il trionfo definitivo del socialismo e l’affermarsi di un mondo in cui non
ci fosse più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo
Per
quanto riguarda la svolta di Salerno, AGOSTI respinge l’idea che essa fosse
semplicemente una accettazione passiva e subalterna della volontà di Stalin,
mettendo in rilievo che essenzialmente quella politica realistica, attenta alle
esigenze reali del momento economico,
fosse in realtà qualcosa che egli stesso aveva elaborato e alla quale
egli stesso aveva sempre creduto e alla quale si era sempre attenuto: in Italia non era possibile una
rivoluzione comunista perchè il paese ricadeva nella sfera di influenza degli
Stati Uniti: collaborare con gli altri partiti politici antifascisti era quindi
non una semplice scelta staliniana alla quale egli si attenesse supinamente, ma era l’unica scelta realistica
se non si voleva portare il comunismo italiano alla catastrofe in una avventura
senza sbocco.
Agosti
ascrive a merito soprattutto di Togliatti l’elaborazione di una via autonoma
italiana. Sotto la sua guida si passa in Italia da una richiesta di democrazia
popolare e bolscevica alla difesa della via parlamentare, della democrazia
avanzata dei principi della Costituzione.
AGOSTI
ritiene che l’affermazione della legalità
costituzionale e parlamentare non contraddica la meta finale del comunismo e
nemmeno rescinda i legami internazionali con il movimento comunista internazionale
e l’URSS. In particolare si va sempre verso la meta ideale lontana e pure
considerata certa di una società comunista secondo la visione marxista: si
tratta di strade diverse ma che in qualche modo arriveranno alla stessa meta.
PAOLO
SPRIANO
Un’opera
fondamentale per inquadrare l’opera di Togliatti resta quella monumentale della
storia del partito comunista scritta da PAOLO SPRIANO. [139]
Nato
a Torino nel 1925 giovanissimo fu comandante partigiano;fu poi docente
universitario e storico. Oltre che sulla storia del partito comunista italiano fondamentali
le sue ricerche su Godetti e su Gramsci
Mori a Roma nel 1988
GIANGIACOIMO
FELTRINELLI
Un particolare menzione va fatta anche
all’opera di un personaggio singolare: GIANGIACOMO FELTRINELLI. Non fu uno storico ma ebbe grande importanza nella diffusione di
studi sul comunismo e sul movimento della Sinistra in generale.
Nato
nel
Un grande successo di Feltrinelli fu la
pubblicazione de “Il dottor Zivago” di
Boris Pasternak. [140]
L’uscita del romanzo, ostacolata dall’Unione Sovietica e dal PCI, avverrà dopo
quasi due anni di intense trattative. Siamo nel
Il
1964 segna l’inizio della militanza politica dell’editore. Feltrinelli si reca
a Cuba per incontrare Fidel Castro, sostiene i movimenti di liberazione e
solidarizza con la guerriglia internazionale, soprattutto con quella
dell’America Latina. Nel 1967 va in Bolivia per intercedere a favore di Régis
Debray, uomo di collegamento tra Cuba e Che Guevara, e in Bolivia viene
arrestato dalla CIA, Fidel Castro affida a Feltrinelli il Diario in Bolivia,
ultimo lascito del “Che”. Il libro verrà tradotto dall’editore stesso e farà il
giro del mondo insieme con la famosa foto che Alberto Korda aveva scattato al
rivoluzionario nel 1968. [141]
Il
colpo di stato militare in Grecia del 1967 rafforza in Feltrinelli la
convinzione che, anche in Italia, possa accadere la stessa cosa per mano della
destra. In Italia, intanto, la tensione cresce sempre più. Ad alimentarla è la
serie di assalti, attentati ed esplosioni che colpiscono soprattutto treni e
stazioni. La colpa di tali azioni terroristiche si attribuisce dapprima a
esponenti della sinistra, mentre in realtà i responsabili appartengono a
movimenti dell’estrema destra, tra cui Ordine Nuovo.
I
disordini culminano nel dicembre 1969 nella strage di Piazza Fontana a Milano. La
polizia in un primo momento mette pubblicamente sotto accusa Feltrinelli e
altri attivisti della sinistra. Come si stabilirà anni dopo, i colpevoli sono
invece dei neofascisti, intenzionati a destabilizzare il Paese. Feltrinelli
sfugge all’arresto scomparendo dalla circolazione. Ormai senza più alcuna fede
nei confronti di una “giustizia vera”, l’editore si sente vittima di una grande
congiura ordita sia dai servizi segreti italiani sia, soprattutto, da quelli
americani. Decide, quindi, di rendersi “irreperibile”, come scrive ai suoi
amici e collaboratori. Invano questi ultimi cercano di farlo tornare. Da quel
momento Feltrinelli vive nella clandestinità e solo di nascosto può incontrare
persone fidate. Feltrinelli pensa ad una
resistenza armata come quella della guerriglia urbana. Tra i vari piani
studiati a tal fine c’è anche quello di sabotare i tralicci dell’alta tensione.
Feltrinelli e altri due militanti del GAP vogliono compiere un analogo
attentato dopo la grande manifestazione del marzo
Non
è mai stato chiarito se effettivamente i fatti si siano svolti in tal modo
oppure se si è trattato di un omicidio compiuto da gruppi di destra o dai
Servizi deviati.
Suo
figlio Carlo, che oggi dirige la casa editrice insieme alla madre Inge, al
tempo della morte di Giangiacomo aveva appena 10 anni. Nel 1999, circa trent’anni più tardi, ha pubblicato un
libro sulla storia del padre che può essere annoverato fra le più interessate biografie del XX secolo. Tratta infatti non
solo della vita di Feltrinelli e della sua famiglia, ma anche e soprattutto
della situazione politica esplosiva in Italia e nel mondo nel periodo
postfascista e della guerra fredda, in pratica gli anni dalla fine della guerra
fino alla morte di Giangiacomo nel 1972. Il puzzle messo insieme da Carlo,
grazie a ricordi personali e richieste di materiale a innumerevoli giornali,
nonché documenti giudiziari e atti segreti, crea una tensione alla quale non ci
si riesce a sottrarre.
Alla
Fondazione FELTRINELLI si devono una serie di studi sulla storia del Comunismo
fra i quali ricordiamo quelli del volume
del
quello
di FLORES sul mutamento della struttura
organizzativa [145] infine quello dell’ILARDI stesso sul sistema di potere e ideologia nel
PCI [146]
GIUSEPPE
VACCA
Anche particolarmente interessante fra gli altri è l’opera di GIUSEPPE VACCA soprattutto nella
funzione di direttore dell’istitito
Gramsci
Nato
a Bari nel 1939, si è laureato in Filosofia del diritto nel 1961, discutendo
una tesi sulla filosofia politica e giuridica di Benedetto Croce. Dopo la
laurea, ha collaborato alla casa
editrice Laterza, per dedicarsi in seguito prevalentemente alla ricerca.
Fin
dagli anni giovanili ha sempre svolto una intensa attività politica e di
organizzatore di cultura. In questa attività si colloca anche la fondazione
dell'Istituto Gramsci pugliese, nel 1975, alla quale Vacca diede particolare
impulso. Libero docente in Storia delle dottrine politiche nel 1966, nel 1975
vinse la cattedra di tale disciplina presso l'Università di Bari. Nel
Nei
primi anni di ricerca Giuseppe Vacca ha studiato l'idealismo novecentesco e
l'hegelismo italiano del secondo Ottocento, con attenzione prevalente alla
genesi del marxismo in Italia. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del
marxismo contemporaneo. Negli anni Ottanta ha approfondito la trasformazioni
dell'economia contemporanea alla luce della rivoluzione telematica, e su tale
sfondo ha riesaminato alcuni aspetti fondamentali del "caso
italiano".
Nella
Direzione dell'Istituto Gramsci ha dedicato particolare attenzione ai temi del
Novecento. In questo contesto si collocano la fondazione degli
"Annali" dell'Istituto, della rivista "Europa", l'impulso
alla ricerca che ha portato alla monumentale "Storia dell'Italia
Repubblicana" [147]
le numerose acquisizioni di nuovi documenti dagli archivi del Comintern e del
Pcus a Mosca, l'acquisizione dell'intero archivio storico del PCI da parte
della Fondazione Istituto Gramsci. Si tratta del più grande archivio privato
sulla storia del Novecento esistente in Italia e di recente aperto alla
consultazione.
Fin
dagli anni Sessanta GIUSEPPE VACCA ha svolto e svolge un'intensa collaborazione
a riviste, giornali periodici e quotidiani italiani e stranieri. Scritti suoi
sono tradotti in tutte le principali lingue europee. Anche per la sua vasta
attività di conferenziere, le sue opere e il suo pensiero sono ampiamente noti
in Europa, nelle Americhe, in India e in Giappone. Particolarmente interessanti
sono i suoi contributi sul rapporto
fra Gramsci e Togliatti [148]
e su aspetti meno noti di un Togliatti “sconosciuto” [149]
WALTER
TOBAGI
Molto
importante anche per la
comprensione dell’atteggiamento e la
personalità di Togliatti è l’opera di
WALTER TOBAGI sugli avvenimenti succedutosi all’attentato messo in atto contro
Togliatti del 1948
WALTER
TOBAGI era nato il 18 marzo
Tobagi
si occupo prima di sport ma presto
superò questo primo ambito per argomenti
«seri», di commenti su fatti culturali e di costume, partecipando a polemiche
appassionate.
Era
entrato giovanissimo alI' «Avanti!» di Milano passando poi al quotidiano
«l'Avvenire» per approdare quindi in seguito al”Corriere della sera”.
Pubblicò
molte analisi sulla contestazione, i movimenti studenteschi e giovanili, sulle
vicende del terrorismo di destra e di sinistra. Seguì con scrupolo tutte le
intricate cronache legate alle bombe di piazza Fontana, alle «piste nere» che
vedevano coinvolti Valpreda, l'anarchico Pinelli, i fascisti Freda e Ventura,
con tante vittime innocenti e tanti misteri rimasti avvolti nell'oscurità più
fitta ancora oggi, Aveva capito che comunque i terroristi giocavano
sostanzialmente per le forze reazionarie richiamando i sindacati a interventi
più energici nei luoghi di lavoro per combattere i germi del terrorismo.
Per
questa attività entrò nel mirino dei terroristi che lo uccisero in un attentato
il 28 maggio del 1980
Nel 1978 pubblica una ricostruzione attenta e
documentata degli avvenimenti
succedutosi all’attentato a Togliatti del 1948 [150]
In esso egli mostra la impossibilità di un
reale successo di una rivoluzione in Italia sia per motivi internazionali sia
per la non sufficiente maturità della nazione nel suo complesso per un evento
rivoluzionario: viene quindi riconosciuta
la positività dell’opera
moderatrice di Togliatti e del gruppo dirigente
a lui vicino che evitò una
catastrofe nazionale permettendo nel contempo alle forze di sinistra,
proletarie , progressiste di affermasi e ed avere un loro posto nelle vicende italiane e un peso effettivo
nella formazione della democrazia in Italia.
ERIC
J. E. HOBSBAWM
La
storia del comunismo va inquadrata negli avvenimenti del periodo storico in cui si sono svolti. Sotto questo aspetto mi pare
particolarmente interessante e
meritevole di attenzione l’opera di
HOBSBAWM ,soprattutto “ il secolo breve “. [151]
Nato nel 1917, storico inglese di formazione marxista, ha dedicato le sue
prime ricerche alla classe operaia inglese
privilegiando gli aspetti sociali. [152]
Partendo dall'analisi della cultura popolare preindustriale e delle forme di
conflitto da esse attivate, lo studioso britannico ha tentato di cogliere,
nello studio delle classi subalterne di epoche precedenti la rivoluzione
industriale, aspetti culturali ed economici che potevano prefigurare moderne
forme di resistenza e conflittualità operaia. Analizzando il nesso fra
cultura popolare e rapporti economici ha mostrato come le rivolte contadine e
non organizzate, in diverse età e paesi, potessero, esattamente come il
conflitto operaio nell'età del capitalismo, essere ricondotte ad una comune
interpretazione vertente sui rapporti economici.
Ha
spostato poi i propri interessi anche alla storia europea, affrontata in modo
comparativistico. Sono quindi comparsi volumi sulle rivoluzioni borghesi [153]
e sull’età degli imperialismi [154]
. Lo scopo di questi lavori era tentare di comporre un quadro corale del secolo
diciannovesimo, affrontato come un compatto studio di storia sociale, oltre che
di storia del lavoro. L'ultima parte di questo progetto
è studiare la società industrializzata e
le sue contraddizioni nelle varie angolature. Ciò ha gettato le basi per il suo
tardivo volume sul novecento,” Il secolo
breve” (Quest'ultimo volume ha suscitato grandissimo interesse in
tutto il mondo anche se non sono mancate
polemiche per le tesi esposte).
HOBSBAWM
è stato infine protagonista una importante impresa storiografica: la cura della “Storia del marxismo”, la cui
introduzione suscitò numerose polemiche. Alla monumentale opera presero parte
autori di formazione marxista, ma diversi fra loro per orientamento e
interpretazione del marxismo stesso (G. Procacci, R. Zangheri, F. Andreucci, M.
Salvadori, P. Spriano, P. Vilar, M. Dobb, G. Haupt, I. Fetscher, O. Negt, S.
Amin). [155]
Scopo dell'opera era soprattutto fornire delle teorie interpretative
marxiste, una immagine plurale del marxismo, non secondo una linea ortodossa,
bensì conciliando marxismo e mutamenti sociali avvenuti nel corso del tempo.
ERNESTO
RAGIONIERI
Fra
gli autori che hanno trattato ampiamente della storia del Partito
Comunista, un posto importante riveste
ERNESTO RAGIONIERI. Prematuramente
scomparso, non ancora cinquantenne, nel
1975, è stato docente di Storia del Risorgimento all'Università di
Firenze. Ha rivolto la sua attenzione a comprendere la storia del movimento operaio italiano nel
contesto del movimento operaio internazionale. Una caratteristica del lavoro di
Ragionieri è la convinzione che la
storia del marxismo non è semplicemente una storia delle diverse
interpretazioni del marxismo, ma è contrassegnata dalle posizioni assunte in
rapporto alle tradizioni culturali e agli sviluppi peculiari di un paese.
Così
allo studio su Lenin e l'Internazionale si collega immediatamente quello sul
Socialismo italiano mentre il vasto lavoro sul Programma
dell'Internazionale comunista e un profilo dedicato a Bucharin, sono alla base di quella ricostruzione dei
problemi e degli ambienti in cui operò il Partito comunista d'Italia. La ricerca
di Ragionieri mette in luce aspetti e documenti che illuminano la
gravità degli scontri di quegli anni, in cui il potere di Stalin andava prevalendo in Urss e nel
Comintern, e dà particolare spicco al contributo di Togliatti nell'elaborazione
delle istanze che sono alla base del
«partito nuovo» e della «via nazionale al socialismo
Ha pubblicato con interessante prefazioni le
Lezioni sul fascismo di P. Togliatti [156]
Pur non trattando
particolarmente la figura di Togliatti,
tuttavia sono interessanti le opere di
ROSSANA ROSSANDA in quanto danno una idea viva e chiara
del clima politico del periodo
Nata a Pola nel 1924, allieva del filosofo Antonio Banfi,
antifascista, dirigente del PCI fino alla radiazione nel 1969 per aver
dato vita alla rivista "Il Manifesto" (su posizioni di sinistra),
in rapporto con le figure più vive della cultura contemporanea, fondatrice
del "Manifesto" (rivista prima, poi quotidiano) su cui tuttora
scrive.
Impegnata da sempre nei movimenti, interviene costantemente sugli eventi
di più drammatica attualità e sui temi politici, culturali, morali più urgenti.
Autrice di numerose opere, tuttavia la
maggior parte del lavoro intellettuale della testimonianza storica e morale, e
della riflessione e proposta culturale e politica di Rossana Rossanda è tuttora
dispersa in articoli e saggi pubblicati in giornali e riviste
Particolarmente
interessante la sua ultima pubblicazione “Storia di una ragazza del secolo
scorso “ nella quale ella, tracciando la
sua autobiografia, ci da un quadro
generale della storia del comunismo italiano dal dopoguerra ai nostri
giorni. [157]
E'
“un'opera che rinfocola passioni civili, troppo frettolosamente sopite, e
smuove dall'inedia di questi ultimi anni”
In
questo tentativo di recuperare coscienza storica ed analisi critica del
fenomeno, l'autrice si è trovata a dover descrivere se stessa e a ripercorrere
tappe biografiche fondamentali della sua esistenza: l'incontro con l'ideologia
comunista nel periodo della guerra, la militanza ventennale nel P.C.I. da cui
fu espulsa nel
APPENDICE SECONDA
ELENCO OPERE DI
TOGLIATTI
1.
Togliatti, Palmiro. «Le sens politique du
procès contre le P.C. d'Italie,»
[L’ articolo è firmato Ercoli. anche apparso nella versione tedesca
del giornale: Internationale Presse
Korrespondenz, VII, 117 (Novembre 29, 1927), pp. 2634-2635. La versione
Italiana, «Il significato politico del processo contro il Parito comunista
d'Italia," è in Id., Opere. Vol.
II: 1926-1929 . Edito da E. Ragionieri. Roma: Ed. Riuniti, 1975,
pp. 271-74.]
2. Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci un capo
della classe operaia (In occasione del processo di Roma),» Lo Stato operaio, 8 (Ottobre, 1927). I., 871-74. [Ital.]
[Ristampato
in Id., Gramsci (1967), pp.
3-6. Ristampato in Id., Opere scelte. Edito da G. Santomassimo, Roma: Ed. Riuniti, 1974,
pp. 55-58, e anche in Id., Opere Vol.
II: 1926-1929. Edito da E. Ragionieri. Roma: Ed. Riuniti, 1975,
pp. 261-64.]
3. Togliatti, Palmiro. «[Introduzione a
Gramsci, "Il programma dell'Ordine Nuovo"],» Lo Stato operaio, 4 (Aprile, 1930). IV., 249-50. [Ital.]
[La introduzione, ampia polemica contro Angelo Tasca, non è firmata .]
4. Togliatti, Palmiro. «Perché Antonio Gramsci
è stato assassinato,» L'aiuto del popolo.
[Organo della solidarietà popolare], 1 (1937), 2. [Ital.]
[Un passo da
Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937).]
5. Togliatti,
Palmiro. «Gramsci et le Parti communète d'Italie,» L'Internationale Communète, 7 (1937), 620-36. [Fr.]
[L’
articolo è firmato M. Ercoli. E’ la
versione francese (con alcune differenze ) di Id., «Antonio Gramsci capo della
classe operaia italiana» (1937).]
6.
Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci capo
della classe operaia italiana,» Lo Stato
operaio, 5-6 (Maggio -giugno, 1937). XI., 273-89. [Ital.]
[Discorso in Parigi maggio ,
1937. Parzialmente edito in L'Unità,
8 (1937), p. 6, e più esteso in L'Unità (1938), pp. 4-5. Una piccola
parte anche come «Gramsci», in Lo Stato
operaio, 7 (1938), p. 113. Ristampato
e ampliato in Gramsci (1938), pp. 17-60 (e nelle sue
ristampe , Roma: 1945a, pp. 11-40; Roma: 1945b, pp. 115-55; Roma: 1948, pp.
15-59). Anche ristampato come Id., Antonio
Gramsci capo della classe operaia (1944). Anche in Id., Gramsci (1949), pp. 9-71; in Id., Gramsci (1955), pp. 3-45; e in Id., Gramsci (1967), pp. 7-36.
Partzialmente ristampato con il
titolo «Antonio Gramsci» (1942), pp. 107-10. Ristampato in P. Togliatti, Opere Vol. IV: 1935-1944,
t. 1. Edito da F. Andreucci e P. Spriano. Roma: Ed.
Riuniti, 1979, pp. 199-231 (con testi di Gramsci,. Anche ristampato in Gramsci
ritrovato (1991), pp. 97-121.]
7.
Togliatti,
Palmiro. «Palmiro Togliatti su Gramsci [Section: L'uomo],» in L'hanno ucciso !. Pubblicato a cura del
Soccorso Rosso Italiano. Parigi: Edizioni della solidarietà (Collezione «Il
volto feroce della reazione», n. 2), 1937, p. 12. [Ital.]
8. Togliatti,
Palmiro. Pamjati Antonio Gramöi: Rec' na
internacional'nom vecere 27 maja 1937g., posvjascennom pamjati vozdja kompartii
Italii tov. Gramöi. [In memoria
di Antonio Gramsci: Un discorso all’incontro internazionale del ricordo del 27
Maggio, 1937, dedicato alla momeoria del
leader del PCI compagno Gramsci]. Mosca: CK MOPR SSSR, 1937. Pp.
24. [Russ.]
[L’ articolo è firmato M. Ercoli. Michele Pètillo. Vedi Pètillo introduzione di Pètillo al discorso in «Critica marxistata», 6 (1991).
Il discorso è stato tradotto da Serena
Daniele ed è nella stessa edizione del
giornale .]
9. Togliatti, Palmiro. Gramshi i Kompartiia Italii. [Gramsci il partito comunista
italiano]. [Mosca]: , 1937. Pp. 23. [Russ.]
[Traduzione di Id., «Antonio Gramsci, capo della classe operaia italiana»
(1937). L’articolo è firmato "M.
Ercoli"]
10.
Togliatti,
Palmiro. «Gramöi i kompartija Italii [Gramsci e ilpartito comunista italiano ,»
Kommunètičeskij Internatsional,
6 (1937), 33-45. [Russ.]
[L’ articolo è firmato Mario
Ercoli. Ristampato at Mosca: Partizdat,
1937; e in Id., Izbrannye stat'i i
reči [Scritti e discorsi scelti , Tom I, Mosca: Politizdat, 1965, pp.
190-211.]
11. Togliatti, Palmiro.
«Antonio Gramsci: Assassiné par le fascisme le 27 avril 1937. Le militant,» in Antonio Gramsci: Témoignages. Parigi:
Entente internationale pour la défense du droit de la liberté et de la paix en
Italie, 1938. [Fr.]
[La fonte di questo testo non è indicata ).]
12.
Togliatti, Palmiro. «Un rivoluzionario dei
tempi moderni,»
[Un passo da Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana»
(1937).]
13.
Togliatti, Palmiro. «La creazione del Partito
Comunista d'Italia,» Stato operaio.
[New York], 1-2 (Gennaio-febbraio , 1941). I., 20-23. [Ital.]
[L’articolo è firmato
"Ercoli." "Nel ventesimo anniversario del Partito
Comunista d'Italia, 21 gennaio 1921 - 21 gennaio 1941, pubblichiamo la parte di
un articolo di Ercoli su Gramsci che riguarda particolarmente la fondazione del
Partito Comunista d'Italia"]
14.
Togliatti,
Palmiro. «Antonio Gramsci,» Stato operaio.
[New York], 5 (maggio, 1942). II., 107-110. [Ital.]
[Ristampa di parte di Id.,
«Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937). Alla fine del
saggio vi è l’annunzio che nel numero di giugno è incluso un
articolo su ann "Antonio Labriola e Antonio Gramsci," che però di
fatto non fu pubblicato]
15.
Togliatti, Palmiro. «L'eredità letteraria di
Gramsci,» L'Unità. [Napoli ] (Aprile
30, 1944). [Ital.]
[L’articolo non è firmato. Ristampato
in L. Cortesi, «Palmiro Togliatti, la "svolta di Salerno" e
l'eredità gramsciana» (1975), pp. 31-32. Anche ristampato in Gramsci
ritrovato (1991), pp. 147-48.]
16.
Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci capo della classe operaia. Napoli : Edizioni del
Partito comunista italiano, 1944. Pp. 48. [Ital.]
[Ristampa di Id., «Antonio Gramsci capo della classe
operaia italiana» (1937). Per le varie edizioni di questo saggio cfr.
la introduzione del 1937. lo
stesso libro fu ristampato con la introduzione datata 1944, e come
Antonio Gramsci capo della classe
operaia italiana, Roma: Edizioni dell'Unità, 1944. Pp. 55; anche in 1945
(Pp. 45).]
17.
Togliatti, Palmiro. «Gramsci,» L'Unità. [edizione meridionale] (Gennaio
21, 1944). [Ital.]
[L’articolo è firmato Ercoli.]
18. Togliatti, Palmiro. «Politica nazionale,» Fronte unito. Quindicinale italiano
indipendente di lotta, informazione, cultura. [Il
19.
[L’
articolo è firmato Ercoli, e datato
Aprile 30, 1944.]
20.
Togliatti, Palmiro. «La politica di Gramsci,» L'Unità. [Napoli] (Aprile 30, 1944).
[Ital.]
[Ristampato in L. Cortesi,
«Palmiro Togliatti, la "svolta di Salerno" e l'eredità gramsciana»
(1975), pp. 29-31; anche in Antologia del
pensiero socialèta, vol.5.2: Socialismo
e fascismo. Edito da Alfredo
Salsano, Roma-Bari: Laterza, 1983, pp. 492-94; e in Gramsci ritrovato (1991), pp. 143-46.]
21.
Togliatti, Palmiro. «La figura del Maestro e
del Capo ,» Fronte unito. Quindicinale
italiano indipendente di lotta, informazione, cultura. [Il Cairo - Egitto]
(Maggio 4, 1944), 3. [Ital.]
[L’ articolo è firmato Ercoli.]
22. Togliatti, Palmiro. «L'insegnamento di
Antonio Gramsci nella commossa rievocazione di Togliatti,» L'Unità. [Roma] (Aprile 28, 1945). [Ital.]
[il discorso fatto in Aprile 27,
1945, per la cerimonia commemorotiva al cimitero protestante di Roma.
Ristampato in L. Cortesi, «Palmiro
Togliatti, la "svolta di Salerno" e l'eredità gramsciana», (1975),
pp. 39-44.]
23.
Togliatti, Palmiro. «Lezione di marxismo,» Rinascita, 3 (1945), 94-95. [Ital.]
[L’ articolo non è firmato . Una risposta a Ernesto Buonaiuti,
«Risveglio,» in Epoca,
riguardante A. Gramsci, «La questione
meridionale» (1945).]
24.
Togliatti, Palmiro. «Quinto Congresso,» Rinascita, 12 (Dicembre , 1945). II.,
257. [Ital.]
[Il PCI è divenuto: "la
salda compagine di un partito di tipo nuovo, di un partito nazionale, così come
lo vedeva venticinque anni or sono Antonio Gramsci.... L'insegnamento di
Antonio Gramsci non è caduto nel vuoto."]
25.
Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci,» L'Unità. [edizione piemontese] (Gennaio
2, 1945). [Ital.]
26. Togliatti, Palmiro. «Nello spirito di Gramsci
sulla via della rinascita (Togliatti commemora Gramsci a Napoli),» L'Unità. [edizione romana]
(Maggio 1, 1945). [Ital.]
[discorso tenuto da Togliatti a
Napoli in Aprile 29, 1945. La parte
riguardante Gramsci fu ripubblicata da Ernesto Ragionieri, prima come P. Togliatti, «Discorso su Gramsci nei giorni
della liberazione» (1964), e quindi in
Id., Gramsci (1967), pp. 37-46.]
27.
Togliatti, Palmiro. «Commemorazione di Gramsci
a Napoli,» L'Unità. [edizione romana]
(Maggio 1, 1945). [Ital.]
28.
Togliatti, Palmiro. «Il discorso di Togliatti
[tenuto a Cagliari il 27 aprile],» L'Unità
(Aprile 29, 1947). [Ital.]
[Il titolo, a 8 colonne , è:
«Gramsci ha indicato la via per rinnovare l'Italia: Il suo pensiero è oggi
patrimonio della Nazione». Ristampato
con il titolo «Antonio Gramsci,» Rinascita,
4 (April, 1947), 73-76; anche ristampato
con il titolo «Gramsci,
29.
Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci e don
Benedetto,» Rinascita, 6 (giugno,
1947), 152. [Ital.]
[L’articolo non è firmato . Ristampato
in Id., La politica culturale.
A cura di Luciano Gruppi. Roma: Editori Riuniti, 1974, pp. 82-84.]
30.
Togliatti, Palmiro. «Commemorazione di Gramsci
ad Ales,» L'Unità. [edizione romana]
(Aprile 29, 1947). [Ital.]
[Pubbblicato in L'Unità
[Milan], conil titolo: «Gramsci ci guida nella lotta per rifare l'Italia dalle
sue rovine».]
31. Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci,» Fórum, 10 (1948), 755-57. [Hung.]
32. Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci, Az olasz munkásosztály
vezére [A.G., il capo dela classe operaia italiana ],» in Antonio Gramsci, Levelek a börtönből [Letters da
Prèon].
[Traduzione di Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia
italiana» (1937).]
33.
Togliatti, Palmiro. «Unità di pensiero e
azione nella vita di Antonio Gramsci: discorso commemorativo di Palmiro
Togliatti all'Università di Torino il 23 aprile,» L'Unità. [edizione piemontese] (Aprile 24, 1949). [Ital.]
[Anche in L'Unità [Roma],
Maggio 1, 1949. Ristampato con il titolo
«Pensatore e uomo di azione» in Id., Gramsci
(1949), pp. 93-128; in Id., Gramsci
(1955), pp. 61-85; e in Id., Gramsci
(1967), pp. 57-74; e in P. Togliatti, Dècorsi
di Torino. Turin: 1974, pp. 153-70.]
34.
Togliatti, Palmiro. Gramsci. Milan: Milano-Sera editrice, 1949. Pp. 138. [Ital.]
[ discorso di Togliatti: «Antonio Gramsci capo della classe operaia
italiana» (1937); «Discorso tenuto a Cagliari il 27 aprile» (1947); «Unità di
pensiero e di azione nella vita di Antonio Gramsci» (1949). L’appendice
contiene di Tania Schucht «Racconto
della morte di Gramsci».]
35. Togliatti, Palmiro. Gramsci. Cu un adaus de Tania Schucht. [s.l.]: Editura de Stat, 1950, pp. 3-94. [
[Traduzione di Id., Gramsci (1949).]
36.
Togliatti, Palmiro. «Sui libri che Gramsci
lesse in carcere (Iº incontro tra Togliatti e Gramsci),» L'Unità. [edizione romana] (Marzo19, 1950). [Ital.]
37. Togliatti, Palmiro. «Gramsci sardo,» Il Ponte, 9-10 (1951), 1085-89. [Ital.]
[Ristampato in Id., Gramsci (1967), pp. 75-79.]
38.
Togliatti, Palmiro. «XXX anniversario del PCI
(da Mosca),» L'Unità (Gennaio 21,
1951). [Ital.]
39.
Togliatti, Palmiro. «30-letie kommunètičeskoj
partii Italii,» Pravda (Gennaio 20,
1951). [Russ.]
[Traduzione di Id., «XXX anniversario del PCI (da Mosca)» (1951).
Ristampato in P. Togliatti, Izbrannye stat'i i reči [Selected
Writings e Discorsoes], Tom 1. Moskva, Politizdat, 1965, pp. 673-78.]
40.
Togliatti, Palmiro. «L'antifascismo di
Antonio Gramsci,» Rinascita, 3
(Marzo, 1952), 133-43. [Ital.]
[Conferenza tenuta alla
«Associazione di cultura», Bari (Marzo23, 1952). Ristampato con il titolo «Storia come pensiero e come
azione,» in Id., Gramsci (1955), pp.
87-119; in Id., Gramsci (1967), pp.
81-104; e in Id., La politica culturale.
Roma: Ed. Riuniti, 1974, pp. 164-92; e in Id., Momenti della storia d'Italia. Roma: Ed. Riuniti, 1964 e 1974, pp.
165-88. Anche ristampato in L'Unità (Marzo24, 1952), e in L'Unità [Turin] (Marzo27, 1952); anche
con il titolo «L'antifascista Gramsci», Vie
Nuove, 17 (Aprile 29,1952), 19.]
41.
Togliatti, Palmiro. «Discorso a Crotone per
campagna elettorale e anniversario morte di Gramsci,» L'Unità. [edizione romana] (Aprile 29, 1952). [Ital.]
[Pubblicato in L'Unità [Milan], con il titolo:
«Togliatti chiama a votare per le forze popolari». Anche registrato e parzialmente trasmesso da "Oggi in Italia" (un
radio programma trasmesso da Praga).]
42.
Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci, chef de
la classe ouvrière italienne,» in Antonio Gramsci, Lettres de Prèon. [Tradotto da Jean Noaro.]. Parigi: Editions
Sociales, 1953, pp. 13-55. [Fr.]
[Traduzione di Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia
italiana» (1937).]
43.
Togliatti,
Palmiro. «Dècours sur Gramsci,»
[Traduzione da Jean Noaro di Id., «Unità di pensiero e azione nella
vita di Antonio Gramsci» (1949).]
44. Togliatti,
Palmiro. «El antifascismo de Antonio Gramsci,» Cuadernos de cultura, 9-10 (febbraio, 1953), 41 e ss. [Spagnolo.]
[Traduzione di Id., «L'antifascismo di A. Gramsci» (1952).]
45.
Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci: Ein Leben für die italienèche
Arbeiterklasse. Berlin: Dietz Verlag, 1954. Pp. 91. [Ger.]
46.
Togliatti, Palmiro. «Storia come pensiero e
come azione,» Rinascita, 11-12
(1954), 709-13. [Ital.]
[Edito in «Problemi e
discussioni per la 4a Conferenza nazionale del Pci». Ristampato in Id., Gramsci
(1955), pp. 121-32; e in Id., Gramsci
(1967), pp. 105-13; anche in Id., Opere.
Vol. 5: 1956-1964. Edito da L. Gruppi. Roma: Ed. Riuniti, 1984, pp.
856-62.]
47. Togliatti, Palmiro. Gramsci. Firenze: Parenti, 1955. Pp. 140. [Ital.]
[Ristampa di Id., Gramsci
(1949), con aggiunta di «L'antifascismo di A. Gramsci» (1952) e «Storia come
pensiero e come azione» (1954). L’appendice consiste in : T.
Schucht, «Racconto della morte di Antonio Gramsci», pp. 135-40.]
48.
Togliatti, Palmiro. «Od Hegela k marxismu [Da
Hegel to Marx],» Filozdiicky Casopè,
1 (1956). [Czech.]
49.
Togliatti, Palmiro. Per un Congresso di rinnovamento e rafforzamento del Partito comunista.
Discorsodi chiusura alla sessione del CC del Pci del 27-29 settembre 1956 e
rapporto ai quadri della Federazione . [S.l.: s.n.], [1956] (Roma:
Stabilimento tipografico SETI). Pp. 99, pp.45-48 («L'esempio di Gramsci nel
dibattito con le ideologie avversarie»). [Ital.]
50. Togliatti, Palmiro. «Il piano di Gramsci,» L'Unità. [edizione piemontese] (Gennaio
23, 1956). [Ital.]
[Dal discorso di Gennaio 22,
51. Togliatti,
Palmiro. «Aktuálnost Gramsciho mèlení a cinnosti [The actuality di the thoughts
e activity di Gramsci],» Nová Mysl, 8
(1957). [Czech.]
[Traduzione di P. Togliatti, «Attualità del pensiero e dell'azione di
Gramsci.» .]
52. Togliatti, Palmiro. «Vyznam A. Gramsciho pro
dnesní boj IKS [Ilsignificato di
Antonio Gramsci per l ‘attuale lotta del PCI ],» Nová Mysl, 8 (1957), 755-61. [Czech.]
53.
Togliatti, Palmiro. «Attualità del pensiero
e dell'azione di Gramsci,» Rinascita,
4 (Aprile,1957), 137-45. [Ital.]
[Il discorso tenuto in Aprile
17, 1957, all’incontro del comintato centrale dicontrollo per il 25°
anniversdario della morte di Gramsci
Pubblicato in «L'Unità», Aprile
18, 1957. Anche stampato in M.
Scoccimarro - P. Togliatti, XX
anniversario della morte di Gramsci (1957). Ristampato in P. Togliatti, Attualità del pensiero e dell'azione di Gramsci. Edito da Sezione centrale scuole di partito del
Pci. Roma: Salemi, [1957?], pp. 31. Anche in Id., Gramsci (1967), pp. 115-34, e in Id., Opere scelte. Edito da
Gianpasquale Santomassimo. Roma: Ed. Riuniti, 1974, pp. 881-97.]
54.
Togliatti, Palmiro. «K sovetskomu citatelju
[To the Soviet reader],» in A. Gramsci, Izbrannye
proizvedenija [Selected Works] . Edito da K. G. Mèiano. Moscow:
Izdatel'stvo inostrannoi literatury, 1957, t. 1, pp. 7-9. [Russ.]
55.
Togliatti, Palmiro. «L'attualità
dell'insegnamento di Gramsci per una avanzata delle forze democratiche: il
discorsodi P.T. nel XX [anniversario della morte di Gramsci (Discorso a Palermo
il 28 aprile 1957),» L'Unità. [Milan]
(Aprile 29, 1957). [Ital.]
[Ristampato con il titolo
«Commemorando Gramsci» in P. Togliatti, La
questione siciliana, a cura di F. Renda, Palermo, Edizioni Libri siciliani,
1965, pp. 133-41.]
56. Togliatti, Palmiro. Gramsci a lenismus. [Gramsci e Leninèm]. Praha: VSS, 1958.
[Czech.]
[Traduzione di P. Togliatti, «Gramsci e il leninismo» (BG-6535).]
57. Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci et le
Léninisme,» Bulletin pour l'étranger.
Parti Communète Italien, 1 (1958), 30-36. [Fr.]
[Traduzione di P.Togliatti, «Antonio Gramsci e il leninismo.».]
58.
Togliatti, Palmiro. «Gramsci es a leninizmus
[G. e Leninèm],» Társadalmi Szemle, 2
(1958), 53-63. [Hung.]
[Traduzione di BG-6535.]
59. Togliatti, Palmiro. «Il leninismo nel
pensiero e nell'azione di A. Gramsci: Appunti,» in Studi gramsciani. Atti del convegno tenuto a Roma, nei giorni 11-13
gennaio 1958. Roma: Editori Riuniti - Itituto Gramsci, 1958, pp. 15-35. [Ital.]
Ristampato in Rinascita,
XV, 2(1958), pp. 109-16; in P. Togliatti, Gramsci.
Edito da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti,
1967, pp. 135-55; in P. Togliatti, Il
partito. Edito da Romano Ledda.
Roma: Ed. Riuniti, 1964, pp. 139-63; in P. Togliatti, Il partito: scritti e discorsi. A cura della Sezione centrale di
stampa e propaganda [del Pci] per la campagna del proselitismo 1973
[Introduzione di Giorgio Amendola], [S.l.: s.n.], [1973], pp. 73-104; in P.
Togliatti, Gramsci, l'Italia, il
socialismo (Allegato all'Almanacco
PCI '77 ). Roma: Fratelli Spada, 1976, pp. 19-31; in P. Togliatti, Antonio Gramsci e il leninismo (1987); e
in Togliatti, Opere, vol. 6: 1956-
60.
Togliatti, Palmiro. «Gramsci e il leninismo,»
in Studi gramsciani. Atti del
convegno tenuto a Roma, nei giorni 11-13 gennaio 1958. Roma: Editori Riuniti –
Istituto Gramsci, 1958, pp. 419-44. [Ital.]
[Ristampato con il titolo «Il
partito rivoluzionario della classe operaia nel pensiero e nell'azione di
Gramsci,» Rinascita, 3 (1958),
181-91; e con il titolo «Gramsci e il leninismo,» in P. Togliatti Gramsci Edito da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti,
1967, pp. 157-82 e in Letture di Gramsci
(1987), pp. 43-67.]
61.
Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci e il
leninismo,» L'Unità (Gennaio 13,
1958). [Ital.]
62. Togliatti, Palmiro. Il Partito comunista italiano. Milan: Nuova Accademia Editrice,
1958. Pp. 149 (passim). [Ital.]
[Ristampato con lo stesso titolo da
Editori Riuniti, 1961. Pp. 137.]
63. Togliatti, Palmiro. «Gramsci a leninizm. Partia rewolucyjna klasy
robotniczej w swietle mysli i dzialalnosci Gramsciego [Gramsci e Leninèm» Zeszyty Teoretyczno-Polityczne, 5-6
(1958), 3-21. [Pol.]
[Traduzione di P. Togliatti, «Gramsci e il leninismo».]
64.
Togliatti,
Palmiro. Ital'janskaja kommunèticeskaja
partija. [Partito Comunista Italiano ]. Moskva: Političeskoj literatury,
1959. Pp. 114. [Russ.]
[Traduzione di Id., Il partito
comunista italiano (1958).]
65.
Togliatti, Palmiro. Le Parti communète italien. [Tradotto da Robert
Parè.]. Parè: Maspero, 1961. Pp. 176.
[Fr.]
[Traduzione di Id., Il partito
comunista italiano (1958).]
66.
Togliatti, Palmiro. «La formazione del gruppo
dirigente del Partito Comunista Italiano nel 1923-24,» Annali. Istituto Giangiacomo Feltrinelli, III, 1960 (Milan:
Feltrinelli, 1961), pp. 388-530. [Ital.]
[Ristampato e ampliato in P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel
1923-1924. Roma: Editori Riuniti, 1962, pp. 380 (Nuova edizione e, con
introduzione da P.Spriano, del 1986). In P. Togliatti, Gramsci. Edito da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti,
1967, pp. 183-206. Parzialmente
ristampato con il titolo «Nuova
documentazione sulla "svolta" nella direzione del Partito Comunista
d'Italia nel 1923-1924,» Rivista storica
del socialismo, 23 (1969), 513-40.]
67.
Togliatti, Palmiro. Nel 40º anniversario del Partito comunista italiano: rapporto alla
sessione pubblica del Comitato centrale e della Commissione centrale di
controllo del Pci (Roma, 22 gennaio 1961). [S.l.: s.n.], [1961] (Roma:
Stabilimento tipografico SETI). Pp. 30. [Ital.]
[discorso tenuto a Roma (Teatro
Adriano) in Gennaio 22, 1961. Fu prima pubblicato in L'Unità
(Gennaio 23, 1961), con il titolo «L'inestimabile valore dell'insegnamento di
Antonio Gramsci».]
68. Togliatti,
Palmiro. «Aktualne znaczenie
mysli i dzialalnosci Gramsciego [Attualita del pesnoiero e dell’azione di
Gramsci],» in A. Gramsci, Pèma wybrane.
Warsaw,
1961, t.1, pp. v-xxxiv. [Pol.]
[Traduzione di P. Togliatti, «Attualità del pensiero e dell'azione di
Gramsci.».]
69. Togliatti,
Palmiro. «Sorok let Ital'janskoj kommunètičeskoj partii [40th Anniversary
di the Italian Communèt Party],» Pravda
(Gennaio 21, 1961). [Russ.]
[Ristampato in P. Togliatti, Izbrannye stat'i i reči [Selected
Writings e Discorsoes], Tom 2. Moskva, Politizdat, 1965, pp. 470-75.]
70. Togliatti, Palmiro. «Huszonöt éve halt meg Antonio Gramsci - a
nagy olasz forradalmárról [A.G. mopri 25 anni fa: un grande rivoluzionario
italiano )-» Népszabadság (Aprile 27, 1962), 4. [Hung.]
71.
Togliatti, Palmiro. «Togliatti sulla
democrazia nella vita del Pci,» L'Unità
(Gennaio 15, 1962). [Ital.]
[Un resocondo del discorso nella
dimostrazione tenuta presso Marino
(provincia di Roma) in occasione di di
una targa commemorativa posta alla
casa di Aurelio Del Gobbo.
72.
Togliatti,
Palmiro. «Nel maggio '24 dal Parlamento italiano avvilito e insultato dai
fascisti si levò alta e nobile la voce di Gramsci. Il primo e ultimo discorso
del fondatore del Pci,» Rinascita, 6
(June 9, 1962), 17-18. [Ital.]
[L’ articolo è firmato
palm.togl. Introduzione al testo di Gramsc alla Camera dei Deputati (Maggio 16, 1925) (pp. 18-21).]
73. Togliatti, Palmiro. «240 lettere di Georges
Sorel,» Rinascita, 30 (July 27,
1963), 24. [Ital.]
[L’ articolo è firmato
"p.t." Review di G. Sorel, Lettere
a un amico d'Italia. Bologna: Cappelli, 1963.]
74.
Togliatti, Palmiro. éizn' i bor'ba Ital'janskoj kommunètičeskoj partii. [La vita e
le lotte del PCI ]. (v častnosti -- reč' na plenume TsK i TsKK IKP po povodu
40-letija partii). . Mosca:
Gosudarstvennoe izdatel'stvo političeskoj literatury, 1963. [Russ.]
75.
Togliatti,
Palmiro. «Gramsci, un uomo,» Paese sera
(giugno 19, 1964). [Ital.]
[Ristampato in P. Togliatti Gramsci (1967), pp. 217-20. Anche
ristampato in P. Togliatti, Gramsci, l'Italia, il socialismo
(Allegato all'Almanacco PCI '77), pp.
3-4; in Togliatti, Opere, vol. 6
(1956-1964), pp. 816-18, Edito da L.
Gruppi. Roma: Ed. Riuniti, 1984; e in Id., Opere
scelte. Edito da Gianpasquale
Santomassimo. Roma: Ed. Riuniti, 1974, pp. 1163-65.]
76.
Togliatti,
Palmiro. «Rileggendo "L'Ordine nuovo",» Rinascita, 3 (Gennaio 18, 1964), 21-23. [Ital.]
[L’articolo è firmato
"p.t." Ristampato in P.
Togliatti Gramsci. Edito da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti,
1967, pp. 207-16; e in Id., I corsivi di
Roderigo. Edito da O. Cecchi, G.
Leone, G. Vacca. Bari: De Donato, 1976, pp. 395-405.]
77.
Togliatti,
Palmiro. «Due lettere inedite di Gramsci (1924: al professore Zino Zini, collaboratore dell'Ordine Nuovo)
,» Rinascita, 17 (Aprile 25, 1964),
32. [Ital.]
[L’articolo è firmato p.t.
Introduzione a due lettere da Gramsci a
Zini: Gennaio 10, 1924; e Aprile 2, 1924; ora in Gramsci, Lettere 1908-1926 (1992),
pp. 172-73, 312-14.]
78. Togliatti, Palmiro. «A proposito dello scambio
di lettere tra Gramsci e Togliatti,» Rinascita,
24 (June 13, 1964), 24. [Ital.]
[L’ articolo è firmato
"p.t." Vien discusso lo scambio di lettere tra Gramsci e Togliatti nel 1926 (Cf. Rinascita, 22 [1964]).]
79. Togliatti, Palmiro. «I primi incontri con A.
Gramsci (Due lettere di Togliatti ad Alfonso Leonetti),» Rinascita, 34 (August 29, 1964), 17-18. [Ital.]
[Due lettere da Togliatti a Leonetti datate Aprile 1 e 11, 1964.]
80.
Togliatti,
Palmiro. «Discorso su Gramsci nei giorni della liberazione (tenuto a Napoli il
29 aprile 1945),» Rinascita, 34
(August 29, 1964), 15-17. [Ital.]
[La prima pubblicazione del discorso è apparso come un breve
riassunto in L'Unità (Maggio 1, 1945) (cf. **, «Nello spirito di Gramsci...»).
Ristampato in P. Togliatti, Gramsci (1967), pp. 37-46; e in Id., Gramsci, l'Italia, il socialismo (1976),
pp. 13-18.]
81. Togliatti, Palmiro. «Le classi popolari nel
Rèorgimento,» Studi storici, 3
(1964), 425-48. [Ital.]
[Testo di un discorso
tenuto a Torino in
Aprile 13, 1962, alla conferenza
"Il Risorgimento e noi," sponsorizzato dal Circolo della Resistenza,
Togliatti, Palmiro. «[Lettera testimonianza a Giansiro Ferrata sullo
scambio epistolare Gramsci-Togliatti nell'ottobre 1926],» Rinascita, 22 (Maggio 30, 1964), 17-18. [Ital.]
[La lettera di ferbbraio 26,
1964, è la introduzionea alla lettera di Gramsci dell’ Ottobre 1926 to the CPUSSR. La replica di Togliatti
dello stesso mese è pubblicata per la prima volta. La lettera del 1964 fu anche pubblicata nell appendice a A. Gramsci, 2000 pagine di Gramsci (1964),
pp.827-28.]
82.
Togliatti,
Palmiro. «"La prima volta che vidi Gramsci" [a cura di Licia
Perelli],» Noi Donne, 35 (Sttembre 5,
1964), 7. [Ital.]
83. Togliatti, Palmiro. «Aus dem Bericht der
öffentlichen Sitzung des Zentralkomitees und der Zentralen Kontrollkommèsion
der Kommunètèchen Partei Italiens, 23, Januar 1961,» in Id., Kampf für Frieden Demokratie und Sozialèmus.
Aus Reden und Schriften uberden Kampf der italienèchen und der deutschen
Arbeiterklasse. Berlin: Dietz, 1965, 114-28. [Ger.]
[Traduzione di Id., Nel 40º
anniversario del Partito comunista italiano (1961).]
84. Togliatti, Palmiro. «A leninizmus Antonio
Gramsci gondolkodásában és tevékenységében [Leninèm in the thought e action di
A.G.],» in Id., A demokrácia és a
szocializmus problémái: Válogatott irások és beszédek. [The
Problems di Democracy e Socialèm: Selected Writings e Discorsoes]. valogatott
irasok es beszedek ; [valogatta Szanto Gyorgy]. Budapest: Kossuth
Kiadó, 1965, 234-265. [Hung.]
[Traduzione di discorso di
Togliatti's 1958.]
85.
Togliatti,
Palmiro. «Appunti di Togliatti per un saggio di Croce (Un manoscritto inedito
del 1952-'53),» Rinascita, 18 (Maggio
1, 1965), 21-25. [Ital.]
86. Togliatti, Palmiro. «Formirovanie
rukovodjaöčej gruppy Ital'janskoj partii v 1923-1924gg. [La formazione del
gruppo dirigente del PCI nel 1923-24],» in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e discorsi scelti ], Tom I.
Moscow: Politizdat, 1965, pp. 7-33. [Russ.]
[Prima pubblicazione in Russia. Selezione da La
formazione del gruppo dirigente... (1961).]
87. Togliatti, Palmiro. «Pè'ma 1923-1924gg. k
Gramöi, Scoccimarro, Terracini [Letters di 1923-
[Prima pubblicazione in Russia. Selezione da La
formazione del gruppo dirigente... (1961).]
88. Togliatti, Palmiro. «Leninizm v mysli i
dejstvii Antonio Gramöi [Leninèm in Gramsci's Thought e Action],» in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e
discorsi scelti], Tom 2. Mosca: Politizdat, 1965, pp. 116-39. [Russ.]
[Prima pubblicazione in Russia). Traduzione di Id., «Il leninismo
nel pensiero e nell'azione di A. Gramsci: Appunti» (1958).]
89. Togliatti, Palmiro. «Gramöi i leninizm.
Revoliutsionnaja partija rabočego klassa v mysli i dejstvii Gramöi
[Gramsci e Leninèm. The Revolutionary Party di the Working Class in Gramsci's Thought e
Action],» in
[Prima pubblicazione in Russia . Traduzione di «Gramsci e il
leninismo» (1958).]
90. Togliatti,
Palmiro. «Lenin i naöa partija
[Lenin e Our Party],» in Id., Izbrannye
stat'i i reči [Scritti e discosi scelti ], Tom 2.
[Prima
pubblicazione in
91. Togliatti, Palmiro. «Gramsci
y el leninismo,» in Gramsci y el marxèmo.
Buenos Aires: Editorial Proteo, 1965, pp. 11-36. [Span.]
[Traduzione di BG-6535.]
92. Togliatti,
Palmiro. «Leninèmus v myölení a
činnosti A. Gramsciho [Leninèm in the thought e action di A.G.],» in A.
Gramsci, Hètorický materialèmus a
filosdiie Benedetta Croceho [Materialismo storico e filosofia di Benedetto Croce]. Praga: Svoboda,
1966, pp. 5-44. [Czech.]
[Il saggio è una introduzione alla
traduzione ceca del volume nella prima
edizione Einaudi del «Prèon
Notebooks». La collezione contiene anche traduzione ceca di «Note sul
Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno [Poznámky o Machiavellim,
politice a moderním státu]» (Praga: Svoboda, 1970. Pp. 403)
93.
Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im Denken
und Handelns Antonio Gramscè,» in Id., Ausgewählte
Schriften. Herausgegeben von Claudio Pozzoli; mit einem Vorwort von Franco
Ferri; [Aus dem Italienèchen ubersetzt von Chrètel Schenker]. Frankfurt am
Main: Neue Kritik, 1967, pp. 135-61. [Ger.]
[Traduzione di P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di
Antonio Gramsci» (1958). Lo stesso libropubblicato anche da Fèher Verlag (s.d.), con il titolo Reden und Schriften: Eine Auswahl.]
94.
Togliatti, Palmiro. Gramsci. A cura di Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti, 1967.
Pp. 222. [Ital.]
[Il libro include: «Antonio Gramsci: un capo della classe operaia»
(1927); «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937); «Discorso
su Gramsci nei giorni della liberazione (tenuto a Napoli il 29 aprile 1945)»
(1964); «Discorso tenuto a Cagliari il 27 aprile» (1947); «Unità di pensiero e
di azione nella vita di Antonio Gramsci» (1949); «Gramsci sardo» (1951); «L'antifascismo
di A. Gramsci» (1952); «Storia come pensiero e come azione» (1954); «Attualità
del pensiero e dell'azione di Gramsci» (1957); «Il leninismo nel pensiero e
nell'azione di A. Gramsci: Appunti» (1958); «Gramsci e il leninismo» (1958);
«La formazione del gruppo dirigente...» (1961); «Rileggendo "L'Ordine
nuovo"» (1964); «Gramsci, un uomo» (1964).]
95.
Togliatti, Palmiro. «Ho conosciuto Gramsci
sotto il portico dell'università di Torino,» in I comunisti nella storia d'Italia. Prefazione di Gian Carlo Pajetta. Introduzione di
Ernesto Ragionieri. Milan: Calendario del Popolo, 1967, p. 81. [Ital.]
96. Togliatti, Palmiro. «La lettera inedita di
Togliatti a Sraffa,» Rinascita - Il
contemporaneo. [a cura di Paolo Spriano], 15 (Aprile 14, 1967), 15. [Ital.]
[La lettera di Maggio 20, 1937, appare (con una foto del manoscritto )
come un inserto nell’articolo di Spriano
«Gli ultimi anni di Gramsci in un colloquio con Piero Sraffa» (1967). Fu
in seguito ristampato in Spriano, Gramsci in carcere e il partito (1977),
pp.161-62.]
97.
Togliatti, Palmiro. «Dobbiamo curare noi
l'eredità di Antonio,» L'Unità.
[edizione piemontese] (Aprile 14, 1967). [Ital.]
[Una lettera inedita scritta da Ercoli a Piero Sraffa in Maggio 20,
1937, accompagnata da un commento non
firmato. Ristampato nella appendice a Spriano, G. in carcere e il partito (1977).]
98. Togliatti, Palmiro. «Togliatti per Gramsci nel
1928: documenti inediti, a cura [e con una introduzione] di Paolo Spriano,» Rinascita, 6 (February 7, 1969), 21-22. [Ital.]
[Due lettere da Togliatti a
Bukharin (giugno 13, 1928) e a Tasca
(Novembre 26, 1928).]
99. Togliatti, Palmiro. «En el XL aniversario del
Partido comunista italiano,» in Id., Escritos
políticos. Prólogo de Adolfo Sánchez Vázquez. Mexico: Ediciones Era, 1971,
128-42. [Span.]
[Traduzione di Id., Nel 40º
anniversario del Partito comunista italiano (1961).]
100. Togliatti,
Palmiro. «El leninismo en el pensamiento y en la acción de Antonio Gramsci,» in
Id., Escritos políticos. Prólogo de Adolfo
Sánchez Vázquez. Mexico: Ediciones Era, 1971, 47-64. [Span.]
[Traduzione di Id., «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di A.
Gramsci: Appunti» (1958).]
101.
Togliatti, Palmiro. «Gramöi mèlilac i covek
akcije [Gramsci thinker e man di action],» in Antonio Gramöi, Problemi revolucije. Belgrade: Dzepna
knjiga, 1973, pp. 7-25. [Serbo-Croat.]
[Traduzione di P. Togliatti, «Pensatore e uomo d'azione.».]
102.
Togliatti,
Palmiro. Discorsi di Torino.
Prefazione di Ugo Pecchioli. Edito da Renzo Gianotti. Torino: Gruppo editoriale
piemontese, 1974. Pp. xv, 457. [Ital.]
[La collezione contiene (con un aintroduzione ): «Discorso ai quadri...» (Maggio 23, 1945,
pp. 4-32 con pp. 4-7 su Gramsci), stampata ivi per la prima volta ; la
ristampa di «Unità di pensiero....»
(1949), pp. 153-70; «L'Ordine nuovo e i consigli di fabbrica», una ristampa
di Saverio Vertone' che fu pubblicata la prima volta in «L'Unità» (Northern edition), 6, febbraio 1961, pp. 405-09; «Le classi popolari nel
Risorgimento» (Il discorso fu anche
pubblicato in «Studi storici», 3, 1964.
Cf. BG-6550).]
103.
Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci. Selezione e
e prefazione di Ernesto
Ragionieri. Lèbon: Seara Nova, 1975. Pp. 294. [Port.]
[Traduzione di P. Togliatti, Gramsci.
Edito da Ernesto Ragionieri.]
104. . Togliatti, Palmiro. «Pensador
y hombre de acción,» in La
proletarización del trabajo intelectual. Madrid: Comunicación, 1975. [Span.]
[Traduzione di BG-6519.]
105.
Togliatti,
Palmiro. «Figure del Congresso (Cinque scritti finora , con trenta caricature
di Cip),» Belfagor, 6 (1976), 655-74.
[Ital.]
106. Togliatti, Palmiro. Sur Gramsci. Traduit de l'italien
par Béatrice Bretonnière. Préface de Jacques Texier. Elements pour une
biographie politique de Togliatti par Jean Rony. Parè: Editions Sociales, 1977.
Pp.
350. [Fr.]
[traduzione da P. Togliatti, Gramsci.
Edito da Ernesto Ragionieri.]
107.
Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im
Denken und Handeln von Antonio Gramsci,» in Ausgewählte
Reden und Aufsätzen . Herausgegeben von der Akademie für
Gesellschaftswèsenschaften. Berlin: Dietz Verlag, 1977, pp. 503-26. [Ger.]
[Traduzione da P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di
Antonio Gramsci» (1958).]
108.
Togliatti, Palmiro. Gramsci, l'Italia, il socialismo (quattro scritti). [Allegato all'Almanacco PCI '77]. Roma: Fratelli
Spada, 1977. Pp. 31, ill. [Ital.]
109. Togliatti,
Palmiro. «Gramsci y el leninismo ,» in Actualidad
del pensamiento político de Gramsci. Francèco Fernández Buey
(Ed.). Barcelona: Grijalbo, 1977. [Spagnolo .]
[Traduzione di «Gramsci e il leninismo» (1958).]
110. Togliatti,
Palmiro. On Gramsci e Other Writings.
Edito e Introduced da Donald Sassoon.
111. Togliatti,
Palmiro. «The Present Relevance di Gramsci's Theory e Practice,» in
[Traduzione da saggio di
Togliatti del 1957 ]
112. Togliatti,
Palmiro. «Leninism in the Theory e Practice di Gramsci,» in Id., On Gramsci e Other Writings. Edito
e introduced da Donald Sassoon. Tradotto da Denèe De Rôme.
113. Togliatti,
Palmiro. «Gramsci e Leninism,» in
[Traduzione del secondo saggio del 1958 .]
114. Togliatti,
Palmiro. «The Formation di the Leading Group di the Italian Communèt Party in
1923-24,» in
[Traduzione della prefazione del
1962 .]
115.
Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im Denken
und Handeln von Antonio Gramsci,» in Betr.:
Gramsci. Philosophie und revolutionäre Politik in Italien. Herausgegeben
von H.H. Holz und H.J. Sandkühler. Köln: Pahl-Rugenstein, 1980, pp. 71-93. [Ger.]
[Traduzione da P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di
Antonio Gramsci» (1958).]
116.
Togliatti, Palmiro. «O leninismo no pensamento
e na ação de Gramsci,» in Socialismo e
democracia. Rio de Janeiro: Muro, 1980, pp. 165-82. [Port.]
[Traduzione da P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di
Antonio Gramsci» (1958).]
117.
Togliatti, Palmiro. [Antonio Gramsci]. 1983. [Chin.]
[Traduzione da P. Togliatti, Gramsci.
Tradotto da Jan Go-sun da the Italian edition di 1977.]
118.
Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci e il leninismo. Edito da Associazione Culturale Marxista. Roma:
Anzaloni, s.d. [1987?]. Pp. 50. [Ital.]
[Contiene la ristampa di «Il leninismo nel pensiero e nell'azione
di A. Gramsci: Appunti» (1958), a pp. 5-21; e «Gramsci e il leninismo» (1958),
pp. 23-45.]
119.
Togliatti, Palmiro. «Gramsci y el
leninismo,» in Gramsci, actualidad de su
pensamiento y de su lucha. Introduzione da Enzo Santarelli. [Roma]: C.
Salemi editore, 1987, pp. 100-126. [Span.]
120.
Togliatti,
Palmiro. «Un pensiero e una volontà forti,»
L'Unità (Gennaio 18, 1988). [Ital.]
[Ristampa di un discorso tenuto a Cagliari nell’aprile 22 1947 .]
121.
Togliatti, Palmiro. «Una nota ad Alicata per
le lettere di Gramsci,» IG Informazioni,
2 (1989), 85-86. [Ital.]
[Lettera non datata a Mario
Alicata riguardante la antologia A.
Gramsci, 2000 pagine di Gramsci
(1964).]
122.
Togliatti, Palmiro. «Gramsci, l'Italia e il
mondo dei sardi,» Rinascita sarda, 1
(Gennaio , 1991), 18-21. [Ital.]
[Da un discorso tenuto a
Cagliari in Aprile 22, 1947. ]
123.
Togliatti, Palmiro. «Un discorso sconosciuto
di Togliatti su Gramsci del 1937,» Critica
marxista , 6 (Novembre-Dicembre , 1991), 123-34. [Ital.]
[La prima traduzione italiana del discorso comemorativo di
Togliatti del Maggio 27, 1937
124. Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im Denken
und Handeln von Antonio Gramsci,» in Antonio
Gramsci heute: Aktuelle Perspektiven seiner Philosophie. Herausgegeben von
H.H. Holz und G. Prestipino. Bonn: Pahl-Rugenstein Nachfolger, [1992],
pp.140-65. [
[Traduzione di BG-6534.]
125. Togliatti, Palmiro. Gramsci e il leninismo. Prefazione di A. Cossutta. Roma: Robin
Edizioni, 2000. Pp. 207. [Ital.]
[Contiene articoli di
Togliatti su Gramsci di 1937, 1957,
1958, e 1962.]
126. Togliatti, Palmiro. Scritti su Gramsci. A cura di Guido Liguori. Roma: Editori Riuniti,
2001. Pp. 316. [Ital.]
[Contiene 20 saggi)
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L’opera ha avuto varie
traduzioni: ne ricordiamo alcune:
In lingua Francese: Ferrara Marcella e Maurizio
Ferrara, Palmiro Togliatti : essai biographique
traduit de l'italien par Jean Noaro ,Paris, Editions Sociales 1954.
In lingua tedesca : Ferrara
Marcella e Maurizio Ferrara, Palmiro Togliatti : mach Gesprachen mit Togliatti
aufgezeichnet, Berlin, Dietz 1956.
In slovacco: Hovory s
Togliattim: prelozil Ivan Gavora!, Bratislava 1955.
Flores Marcello e Nicola
Gallerano, Sul PCI : un'interpretazione storica, Bologna, Il mulino 1992.
Fondazione Giangiacomo
Feltrinelli (a cura di Ilardi, Acorneri), Annali: Il Partito Comunista
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Galli Giorgio, Storia del PCI
: nuova edizione di una celebre e polemica interpretazione del comunismo
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Galli Giorgio, Storia del PCI
: Livorno 1921, Rimini 1991, Milano, Kaos 1993.
Galli Della Loggia Ernesto (a
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[36] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 72
[37] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 73
[38] Eric
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[39] Flores Marcello e Gallerano
Nicola,op. cit., pag 47
[40] Eric. Hobsbawn,op.
cit., pag
16
[41] Silvio Pons, Togliatti nel suo
tempo,intervento al convegno dell’istituto Gramsci, Roma 9 dicembre 2004
[43] Eric. Hobsbawn,op.
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[44] Eric. Hobsbawn,op.
cit., pag 447
[45] Giorgio Bocca,op. cit., pag 23
[46] Martelli Renzo,op. cit.,
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[109]
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2
[110]
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pag 3
[111]
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pag 3
[112]
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[113]
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pag 4
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