Giovanni e Marcello De Sio Cesari

 

 

 

PALMIRO TOGLIATTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


EDITRICE UNIVERSITARIA CERUSO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal website : www.giovannidesio.it

 

 

INDICE

 

 

 

Introduzione…………………………………………………… 3

Capitolo Primo:La  formazione giovanile…………………….5

Capitolo Secondo: Formazione politica……………………… 8

Capitolo Terzo: L’interpretazione del Fascismo……………15.

Capitolo  Quarto: A livello internazionale …………………..19

Capitolo Quinto:  La  Svolta  di Salerno……………………..29

Capitolo Sesto: La nascita della Repubblica …………………40

Capitolo Settimo: L’attentato di Pallante …………………….46

Capitolo Ottavo : Togliatti all’opposizione……………………53

Capitolo Nono  La Destanalizzazione…………………………..58

Capitolo: Decimo Le manifestazioni  del 1960…………………62

Capitolo:Undicesimo Il Memoriale di Yalta……………………73

Conclusione: Il Paradosso Di Togliatti  …………………………87

Appendice Prima: Togliatti nella Storiografia ………………….89

Appendice Seconda; Elenco opere di Togliatti …………………101

Bibliografia………………………………………………………..116

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione

 

 

Sono passati ormai oltre quaranta anni  dal giorno in cui Palmiro Togliatti  si spense a Yalta, quasi emblematicamente  in quella nazione che nel bene e nel male si diceva protesa a quel comunismo di cui è stata sempre la patria ideale, la meta a cui  Togliatti guardava.

 In questi quaranta anni altre generazioni  si sono succedute, molti giovani e non più tanto giovani ormai non ne conoscono che vagamente il nome. Il  mondo è cambiato, molto cambiato: diversi sono i problemi, diversi le situazioni internazionali, diverso il linguaggio. La classe operaia non è più l’asse portante della società, perchè la grande industria ormai non è più il volano della produzione e del progresso economico. Oramai le masse dei poveri e degli sfruttati non si trovano più tanto nelle aeree industriali avanzate quanto nei paesi dell’est europeo,   dell’Africa  dell’ Asia e del Sud America non ancora avanzate a livello industriale e formano pertanto una specie di riserva di mano d’opera a buon mercato che con la globalizzazione,il grande capitale internazionale  può  sfruttare molto meglio che il proletariato occidentale, ormai sempre più cosciente dei propri diritti. Lo stesso concetto di “proletariato”, concetto chiave del comunismo, trova difficoltà di applicazione in una società moderna nella quale la classe media si è sviluppata  a dismisura, inglobando in sè la stessa classe operaia. Perfino il concetto di lavoro dipendente per altro scricchiola poichè la moderna organizzazione economica erode sempre più  la differenza  fra  il lavoratore dipendente e quello autonomo con la flessibilità del lavoro, degli orari,delle retribuzioni.

Se i regimi comunisti dei paesi del cosi detto socialismo reale  sono entrati in crisi e poi si sono dissolti   pur tuttavia , noi crediamo che  il “comunismo” , come ideale etico politico, come concezione globale dell’uomo   rimane sempre vivo nella nostra società in cui le ingiustizie sociali e le disuguaglianze sono sempre presenti. . Cosa fu infatti il comunismo per le masse e gli intellettuali che solo alcuni decenni fa lo sognarono e lo attesero con così tanta fede?

Risposta non facile: storici, filosofi, politologi, economisti hanno dato tante risposte diverse a volte contrastanti e inconciliabili .

 

Ci sia consentito  invece citare non uno studioso  ma un artista che proprio per sensibilità può considerarsi  più vicino alla gente comune: Giorgio Gaber. Nel recitato “Qualcuno era comunista” elenca tutti i motivi,anche i più contrastanti per cui la gente credeva nel comunismo: per conformismo e per antinconformismo, per dispetto o per convenienza, per i motivi vari e talvolta puerili ma il vero motivo era che

 

“Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita
”.

 

 Ci pare che il vero senso del comunismo sia proprio questo: una aspirazione al bene, alla giustizia, che il comunismo non sia solo una utopia ma abbia un valore utopico che è stato e sarà sempre presente  nell’uomo

Comprendere come questa aspirazione sia  stata presente, e con così tanta forza nel mondo di cui Togliatti sembrava l’incarnazione suprema, ci è sembrata una ricerca vitale e interessante anche nel nostro mondo pur tanto diverso da quello dei nostri padri.

Ma comprendere Togliatti significa soprattutto inquadrarlo nel suo contesto culturale, percorso dalla ferma  convinzione  di esser sulla via di costruire un mondo in cui “marxianamente” cessa lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vi  è uguaglianza, dignità, libertà e giustizia per tutti; “la rivoluzione” era allora più vicina di quanto non lo fosse mai stata, o per lo meno lo era nelle idee di chi la aspettava.  E per questa aspirazione si era pronti a sacrificare tutto: non solo se stessi, ma anche gli altri e talvolta anche,purtroppo,  la giustizia e la verità.

Abbiamo cercato di vedere Palmiro Togliatti con gli occhi e le strutture mentali della sua epoca perché ogni momento culturale e storico  ha una sua autocentralità e una sua autoreferenzialità; non si puo  comprendere i crociati medioevali con una sensibilità religiosa moderna.

Togliatti non fu semplicemente il maggior dirigente comunista italiano, ma un protagonista della sua epoca e uno dei padri fondatori della nostra  repubblica: la folla oceanica che intervenne ai suoi funerali  fu la visibile prova di quanto la sua personalità e la sua opera avessero  inciso profondamente nella realtà del suo tempo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

LA  FORMAZIONE GIOVANILE

 

 

Nella personalità ricca  e complessa  di Palmiro  Togliatti (Genova 1893-Yalta 1964), come nella sua vita, piena di  avvenimenti non certo banali e comuni, l’aspetto  politico predomina su quello privato. È indubbio infatti che gli elementi biografici e psicologici non debbano essere assunti come le cause reali dei suoi comportamenti politici. Sarebbe estremamente  riduttivo, non conforme ai criteri storici: occorre certamente  rintracciare le cause del suo agire politico in valutazioni politiche e non in altro; tuttavia  bisogna anche tener conto che nella guida del Partito Comunista Italiano  tenuta da Togliatti per tanti anni, la sua personalità ha pure avuto un rilievo non trascurabile.  Pertanto ci pare  opportuno premettere all’analisi della sua azione un breve  riferimento alla sua formazione umana e culturale cronologicamente anteriore alla sua attività politica con un particolare riferimento alla Torino di inizio secolo.

L’Agosti nel tracciare infatti la biografia di Togliatti precisa che il motivo dell’accentuarsi dell’aspetto politico …..

 

“…..non è dovuto solo al fatto che l'aspetto politico è, con ogni evidenza, quello  più rilevante nella vicenda del personaggio; ma anche alla scarsità delle fonti (documenti personali, carteggi privati) che potrebbero meglio illuminare le altre sue facce, e al carattere per lo più estremamente            «sorvegliato» dei non molti ricordi autobiografici che Togliatti ha lasciato. Non che l'autore non sia stato consapevole dell’importanza del Togliatti «privato», delle molteplici sfaccettature della sua personalità, dell'intensità non meno sofferta perchè nascosta delle sue passioni e dei suoi drammi interiori” [1]

 

L’ambiente di provenienza di Palmiro Togliatti non è la classe operaia e neanche può essere definito il proletariato, come  magari tanti dei suoi ammiratori avrebbero preferito. In realtà bisogna tener presente  che  la guida del movimento del proletariato può essere assunta da persone che abbiano una adeguata preparazione culturale. E ben difficilmente in un ambiente  proletario della fine dell’800  era possibile accedere al mondo della cultura.

Togliatti  proveniva da un ambiente che, anche  se non definibile proletario,  era comunque molto povero. Egli nacque infatti nel 1883 a Genova  da genitori ambedue insegnanti, in quella piccolissima borghesia della fine dell’800, che se da una parte ambiva distinguersi dal ceto operaio, tuttavia viveva, o forse sarebbe meglio dire “sopravviveva” in condizioni economiche estremamente  misurate.  Era un  mondo in cui ogni spesa superflua era bandita rigorosamente, in cui il maggior merito delle madri di famiglia era quello di far durare una striminzita “mesata” per  un intero mese, impresa che appariva davvero ardua. Fin dalla  fanciullezza Togliatti conobbe quindi la difficoltà della vita, l’impegno serio nello  studio  visto come dovere sociale e come mezzo per un avvenire migliore: non è quindi un intellettuale,che fra gli agi della propria facile vita volge con leggerezza  il pensiero a quelli che non hanno vita altrettanto facile.

  Fondamentalmente la sua era una famiglia religiosa. Il padre Antonio aveva frequentato il seminario non per vocazione ma per usufruire di una borsa di studio istituita da uno zio prete. In seguito aveva abbandonato quel tipo di studio ma non per questo aveva perso la sua fede che condivideva pienamente con la moglie,Teresa Viali.  Si parla di una religiosità salesiana, aperta, cioè, non incentrata sul senso della colpa, del  male ma sulla gioia dello operosità.

Segno della religiosità familiare fu anche il nome stesso di Palmiro che  era derivato dal giorno della sua nascita che era appunto una Domenica delle Palme. 

Scrive Bocca:

 

Il  clima familiare in cui vi­veva non era bigotto, anche se molto religioso. Per abitudine si andava a messa tutte le domeniche, ma non senti mai il proble­ma religioso con troppa intensità. La famiglia, lo si è detto, è  religiosa, per tradizione; si può precisare che il suo cattolicesimo  è di un tipo particolare, salesiano, aperto a quegli interessi sociali che hanno smosso qualcosa anche nella Torino clericale: è  suora salesiana una sorella di Antonio, il quale da ragazzo ha conosciuto don Bosco e spesso racconta ai figli di come guardava, di come sorrideva, di quel suo magnetismo. I Togliatti non sono bigotti, ma il mondo cattolico lo conoscono bene, ne sono segnati. Questo sì che conterà sempre nel figlio politico.” [2]

 

Togliatti, a differenza di tanti altri esponenti della sinistra,  non fu mosso da risentimenti dovuti a personali esperienze negative: lucidamente analizzò le funzioni politiche della religione e  direi soprattutto del clero e della Chiesa,  ma guardò ad essi sempre con chiarezza, distacco e anche rispetto.

 

Altro aspetto che ci sembra interessante è che la sua formazione culturale è anteriore  a quella politica.  Infatti  pur essendo interessato, come  tutti i giovani sensibili alle problematiche sociali e politiche, tuttavia non mostrò poi una particolare  propensione alla vita politica almeno fino ai tempi dell’università. Affrontò quindi il problema politico  già con  una adeguata cultura. Egli studiò sempre con grande impegno e d’altronde su questo in famiglia non si avevano dubbi. Come riferisce Bocca: 

 

Genitori e figli si vogliono bene, ma i patti sono chiari e duri: se non vi guadagnate l'esenzione dalle tasse lasciate la scuola; chi di voi ragazzi non ha l'esenzione va in seminario (ancora quel lascito dello zio prete). Ma forse non ce n'è biso­gno. forse si tratta di esortazioni retoriche, perchè i figli hanno pienamente accettato la concezione dello studio come valore pri­mario e progressista, come dovere assoluto.[3]

 

Egli fu sempre un uomo di cultura, anche in mezzo alle incessanti cure politiche si appassionava a problemi squisitamente culturali: erano celebri le sue dissertazioni sul Dolce stilnovo e le discussioni   filologiche sui termini  esatti da impiegare. 

 

 Spesso si recava  nella redazione dell'«Unità» a scrivere il resoconto parlamentare  «per fargli vedere come si fa». A volte è pignolo, pedante, un cronista usa troppo il "quando" gli dice: «Ho visto che usi  molto il verbo “quare” al gerundio», ma poi sa dare le direttive del vero giornalismo: «Scrivete con chiarezza le cose che avete sentito dire. L'imbecillità dei nostri avversari risulterà senza bisogno di forzature».[4]

 

Ebbe sempre  l’aria di professore  che spiegava, insegnava, qualche volta si spazientiva se i suoi scolari non erano abbastanza pronti a comprendere.  Indubbiamente la cultura  dava a Togliatti  un prestigio personale notevole: si sentiva  in lui non solo l’uomo di parte ma anche l’uomo dotto, con una  visione culturale superiore che conosceva  e valutava  le cose con un metro più ampio . E questo fu un motivo non trascurabile del suo successo.

La cultura di per sè veniva anche prima della parte politica :

 

La cultura è conoscenza delle belle lettere, della filosofia e della storia scientifica; borghese è l'uso che ne fa a fini politici la classe egemone, non la cultura in se che i proletari devono ri­vendicare anzichè distruggere. La scuola che Togliatti frequenta è una scuola di pochi e già selezionati: a Sondrio sono suoi compagni i giovani delle famiglie che contano nella valle, a Sas­sari i Segni e i Berlinguer. È ingiusto che solo essi abbiano ac­cesso alla cultura, ma se questo è lo stato di fatto bisogna pren­derne il buono. Il Togliatti politico gradirà l'affiliazione al co­munismo di nomi che rappresentano nella cultura o nella politi­ca la continuità di un'alta tradizione; avrà cari i Giulio Einaudi, gli Antonio Giolitti, i Giorgio Amendola.

La cultura ha un valore in sè, è la chiave capace di aprire ogni porta, di superare ogni ostacolo. Togliatti la userà princi­palmente, per non dire esclusivamente, a fini politici, ma rima­nendo intellettuale fino al termine dei suoi giorni, con quel biso­gno di capire, di mettere nero su bianco, di storicizzare, per se, se non per le "creature" affidate al suo governo.”[5]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

FORMAZIONE POLITICA

 

L’ambiente culturale in cui si formò politicamente Togliatti  fu sostanzialmente la Torino dei primi decenni del ‘900.

Infatti nel 1911 muore il padre e  Togliatti rimane a Torino il cui clima politico avrà grande influenza sulla sua formazione. I suoi mezzi economici non glielo avrebbero permesso, ma vinse una borsa di studio per frequentare l’università. Prima si iscrive a filosofia, ma in seguito più realisticamente  opta per giurisprudenza, considerata una laurea che avrebbe potuto dargli una migliore possibilità  di lavoro.

Non si può pensare che il suo pensiero, come d’altronde  la formazione del partito comunista, nasca per un moto proprio,  senza tener conto delle condizioni socio economiche del tempo;come osserva Gallerano :

 

“Il dibattito sulle origini del PCI, infatti, è stato spesso condotto sul terreno ideologico o in una dimensione tutta interna alle vicende del movimento opera­io, dimenticando le forti spinte e i condizionamenti esterni che indussero o comunque accelerarono la decisione dei gruppi che a Livorno abbandonarono il partito socialista.

Vi sono alcuni interrogativi, tornati più volte nel dibat­tito storiografico, che è opportuno riprendere e prospettare in una cornice unitaria, sfuggendo alla tentazione di privi­legiarne uno su tutti e di soggiacere così a una visione mono­causale e deterministica della storia.”[6]

 

La  Torino  della seconda decade  del ‘900 è una città in piena espansione.

Come ricorda ancora Gallerano :

 

 “... Torino  sta celebrando il cinquantenario del Regno con una Esposizione universale. Crescono le industrie, quella del cinematografo vi porta una mondanità anomala ed effimera, le grandi ville sulla collina, i divi sulle automobili fo­derate di leopardo, le luci dei caffè concerto. C'è anche l'indu­stria seria, e va formandosi nei quartieri di borgo San Paolo e della barriera di Milano un'aristocrazia di operai specializzati che modificano l'immagine tradizionale del socialista. La città è viva, ma il vecchio ordine si è spezzato; una parte della aristo­crazia e quasi tutta la burocrazia hanno seguito la corte nelle nuove capitali; i rimasti si provano a diventare industriali o si rassegnano alla polverosa decadenza nei palazzotti nobiliari …Che cosa è questa industria che porta alla ribalta le mol­titudini sin qui escluse dalla storia? Torino cambia, in un'Italia di grandi mutamenti:. “[7]

 

Una particolare importanza poi a Torino rivestivano le officine Fiat,  il cui valore andava molto al di la del puro dato economico ed occupazionale come  giustamente osserva il Gobetti :

 

" L'importanza delle officine Fiat-Centro trascendeva la mera importanza tecnica ed economica per produrre e affermare una situazione specificamente politica. L'industria moderna per eccellenza, l'industria modello si sviluppava in una città e creava una nuova psicologia del cittadino. Torino diventò negli anni di guerra la città per eccellenza dell'industria: di un'industria aristocratica accentrata, attraverso una formidabile selezione di spiriti e capacità, nelle mani di pochi uomini geniali, di un'industria specializzata sino a diventare funzione indispensabile e prima cellula di un organismo economico che ampliandosi a tutta la nazione doveva darle la sua personalità di Stato moderno. (L'antitesi con Milano non poteva essere più netta: Milano commerciale di fronte a Torino industriale, Milano liberisticamente frammentaria di fronte a Torino, organismo iniziale). L'accentramento industriale creò l'accentramento operaio. La selezione degli spiriti direttivi promosse e determinò la selezione delle intelligenze operaie, la specializzazione della mano d'opera[8]

 

La specializzazione quasi tayloristica della Torino industriale di inizio ‘900 creavano nell’operaio una coscienza ancora oscura della sua centralità economica che reclamava anche una centralità politica.

Nota anche  il Gobetti :

 

“   Di fronte all' Italia, indifferente a questo processo turbinoso e troppo celere, pare che a Torino debba incombere un'altra volta il compito di riconquistare la penisola” [9]

 

Togliatti  entra quindi in contatto con gli ambienti culturali  e politici di questa Torino nella quale Incontrò e conobbe anche Antonio Gramsci. Come ci viene ricordato da  Agosti :

 

“Togliatti ha conosciuto di sfuggita Gramsci il giorno delle prove di concorso per la borsa del «Carlo Alberto», alla fine d'ottobre del 1911. Successivamente lo ha reincontrato nelle aule di Giurisprudenza e di Lettere: e, se non una vera amicizia, è nata fra loro una consuetudine al dialogo, che ha le sue radici nella comune provenienza e conoscenza diretta della Sardegna, oltre che in una condizione simile di difficoltà economiche al limite dell'indigenza, non frequente fra gli studenti universitari d'allora. Certamente stimolato da Gramsci, Togliatti compie una ricerca sulle ragioni dell'arretratezza della Sardegna: ripercorrendo le statistiche sulla criminalità nell'isola giunge alla conclusione che «proprio quei reati che l'opinione corrente considerava manifestazioni di una fatale arretratezza del costume erano in pauroso aumento con lo sviluppo dello sfruttamento capitalistico della Sardegna.[10]

 

Egli rimase  a lungo in contatto con Gramsci : tuttavia secondo Bocca   non pare però che fra i due  vi fosse una grande simpatia personale :

 

“Palmiro e Antonio hanno alcune cose in comune: le ristrettezze economiche, la curiosità intellettuale, l'interesse per lo studio. Il primo è un giovane esile, il secondo deforme, ammalato di nervi. Ma un genio. L'amico lo ricorderà come «un giovane bruno, piccolo, egli pure poverissimo in apparenza, dal corpo tormentato e sofferente e dagli occhi grandi, luminosi. Era­no spesso insieme ma entrambi «scontro­si e chiusi nella ricerca ancor piena di dubbi di una loro strada, nella costruzione ansiosa della loro persona. L 'amicizia «fra­terna e decisiva» sarà un abbellimento a posteriori. Per comin­ciare, non è facile  essere amico di Antonio, tanto affettuoso e generoso con i familiari, quanto sprezzante, scostante, duro con i conoscenti torinesi. Sta di fatto che nelle sue lettere a ca­sa non nomina mai Palmiro: i nomi che ricorrono sono quelli di Cesare Berger, di Camillo Berra, di Angelo Tasca. Spesso assieme,lo  si può credere, ma a parlare di studio, di letture…[11]

 

Comunque Togliatti mostrò sempre grande stima per  Antonio Gramsci:

 

“La dimestichezza con lui» dirà Togliatti di Gramsci «risale per me al tempo in cui egli, giovanissimo, dedicava ancora la mag­gior parte della sua attività alle ricerche scientifiche di filologia (...). Ma fu senza dubbio parlando di questa scienza ch'egli mi comunicò le prime volte quella visione della vita e del mondo che doveva fare di lui un marxista.» Con Gramsci, prosegue il Togliatti delle memorie, «incominciarono presto altri discorsi», quelli di cui scriverà a Leonetti: «Come sai, io conobbi Antonio nell'autunno del 1911, all'Università. Per mesi e mesi non fa­cemmo che incontrarci e conversare (...). Ora da tutta la con­versazione risulta, senza tema di equivoco, che egli era già fer­mamente orientato verso il socialismo. “[12]

 

A Torino egli prende contatto  anche con  la cultura  dominante  che era ancora tutta impregnata di quel positivismo che pure però andava spegnendosi. Come notano i Ferrara

 

” Le tradizioni delle scuole po­sitivistiche si spegnevano, I positivisti, cui mancava ancora l'animo di aderire apertamente alle nuove correnti, si dichiaravano però almeno kantiani o neokan­tiani. Era un primo passo, non so se fatto in avanti o all'indietro. Annibale Pastore, con il suo sìstema panlogistico, amava collocarsi, in un suo modo originale , sulla linea dei nuovi sviluppi, e più in là.[13]

 

 

Con la crisi del Positivismo a cui sopra abbiamo accennato, il pensiero neo kantiano ed hegeliano finiva con il prendere più facilmente una direzione conservatrice  e borghese . Come rileva il Vacca :

 

Così era stata incapsulata e travolta anche quella scuola “economico-giuridica” che aveva dato vita ad un indirizzo di studi storici e sociali molto promettenti, ai quali aveva attinto anche il giovane Gramsci. Nel complesso la riforma dell’’hegelismo di fine Ottocento aveva avuto dunque un segno di conservazione e di reazione; e se dinanzi ai suoi sviluppi estremi ed indesiderabili  Croce si era tirato indietro cercando di farvi argine, durante il fascismo la sua voce autorevole non aveva costituito molto più che una testimonianza. Col fascismo, invece, aveva fatto lega il Gentile, condividendone fino all’ultimo il destino”[14]

 

In questo contesto occorreva in qualche modo reinterpretare il pensiero marxista e questo avveniva anche e soprattutto grazie alle concrete lotte operaie.

 

 

Si opera quindi un distacco di Togliatti dal suo ambiente di  origine che investe anche in qualche modo i rapporti con la propria famiglia: Come sintetizzano i Ferrara :

 

“In Togliatti venne operandosi allora il distacco defi­nitivo da quegli ambienti di piccola e media borghesia in cui  si era mossa, pure tra gli stenti, la sua famiglia. egli entrava così in un'altra classe sociale. Alla fami­glia stessa, che non poteva più comprendere il nuovo animo suo, divenne quasi estraneo, pur continuando a contribuire con tutto ciò che poteva a superare le difficoltà materiali.[15]

 

Togliatti conosce inoltre gli uomini di cultura che allora  facevano di Torino un centro di cultura come ad esempio Fracesco Ruffini, storico dell’idea di tolleranza,  Luigi Einaudi il grande economista liberale,  Arturo  Farinelli, esperto di cultura germanica. Conosce inoltre i futuri  dirigenti del  partito come Tasca e  Terracini,

Da questi incontri nacque “ L’ORDINE NUOVO” un periodico socialista fondato a Torino il 1° maggio 1919  come evoluzione di un precedente giornale “Città futura” : fu il maggiore  organo  rivoluzionario marxista apparso in Italia.  In esso convissero due tendenze  politica italiana, una  autonomista e una  riformista, che si rifaceva idealmente al Mazzini. Ebbe oltre al fondatore Gramsci  tre condirettori: Tasca, Terracini e Togliatti.

 

Verso la fine dell'estate del 1920 la lotta nelle fabbriche si esaspera: il 36 agosto gli operai metallurgici proclamano lo sciopero genera­le e i padroni rispondono con la serrata. Gli operai occupano le fabbriche. Alla Fiat si de­cide di continuare a lavorare. Nonostante la fuga dei tecnici e dei dirigenti, escono ogni giorno 37 automobili, più di metà del­la produzione normale. Il gruppo degli ordi­novisti sospende la pubblicazione del giornale per partecipare alla lotta nelle fabbriche, alle assemblee. Prolungandosi la lotta, la tensione fra gli operai impegnati in uno sforzo rivoluzionario e il partito recalcitrante arriva quasi al punto di rottura.

Ha inizio così una serie di dibattiti e di scambi di informazio­ni fra delegazioni operaie, dirigenti della sezione e direzione na­zionale del partito e del sindacato, cui Togliatti partecipa attiva­mente. Egli fa parte, il 9 settembre, di una delegazione torinese assieme ai compagni Benso e Tasca e a un tecnico della Fiat.

L 'occupazione finisce poi il 26 settembre: il decreto giolittiano sul controllo operaio dell'azienda offre una onorevole via di ritira­ta, i miglioramenti salariali e normativi riescono in qualche mo­do a rendere accettabile la situazione

Togliatti sull'«Avanti!» esorta gli operai a respingere l'illusorio controllo operaio delle fabbriche, a non prestarsi a forme equivoche di collaborazione come la cogestione proposta da Giovanni Agnelli.

Gobetti  nel 22 cosi commenta  il carattere della rivista e dell’opera particolare  di Togliatti :

 

“È antidemagogico per sistema, aristocratico, contrario alle violenze oratorie, ragionatore dialettico, sottile, implacabile, fatto per la polemica e per l'azione perché trovando il mito nella realtà non si preoccupa tanto di chiarirlo quanto di adeguarlo alle sue intenzioni. Certo non vorremmo che ci si nascondessero i pericoli di questo machiavellismo: Togliatti non ha avuto ancora responsabilità direttive nell'azione, è tratto alla politica da una solida preparazione, ma si trova in lui una inquietudine, talvolta addirittura un'irrequietezza che pare cinismo ed è indecisione, dalla quale ci si devono aspettare forse molte sorprese e che ad ogni modo deve indurre a una certa sospensione di giudizio.[16]

 

La rivista ebbe notevole importanza non solo nella formazione del proletariato ma anche nelle sue azioni concrete. Come ancora giustamente  osserva il Gobetti:

 

 “La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti dei proletari, che ne attesero la parola d'ordine nelle lotte più gravi, nei momenti più incerti. L'occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l'azione della nuova aristocrazia stava il peso morto dell'eredità socialista, l'incapacità dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità risolutrice.”[17]

 

 Le pubblicazioni furono poi soppresse all'avvento del fascismo anche se furono riprese saltuariamente fino al 1924

 

Si è molto discusso sull’affettiva adesione di Togliatti al Partito ma certamente  la sua maturazione politica fu lunga e meditata

Togliatti stesso afferma che si iscrisse  al Partito socialista nel 1914 ma vi sono alcuni dubbi in proposito. Bocca riferisce:

 

“Palmiro Togliatti ripeterà, in svariate occasioni, di essersi iscrit­to al Partito socialista italiano nel 1914; e lo metterà per iscritto nel 1924 sulla Enquete pour les delegues au VI congrès de l'In­ternationale communiste. L 'incendio che ha distrutto il 18 di­cembre del 1922 gli archivi della sezione socialista di Torino ha eliminato la prova documentaria.

Andrea Vigalongo, allora studente operaio iscritto al partito e poi uomo dell'«Ordine Nuovo», è nettamente per il no: «Nel 1914 frequentavo assiduamente il fascio giovanile cui Togliatti, avendo meno di 25 anni, avrebbe dovuto aderire. Non ho mai visto al fascio ne lui ne Gramsci, se fossero venuti li avrei certa­mente notati, eravamo non più di sessanta, ci conoscevamo tut­ti. Nel 1915 ho lavorato nella segreteria amministrativa della se­zione. Gramsci allora c'era, ma Togliatti no. Toccava a me rita­gliare gli indirizzi degli iscritti per la spedizione del materiale.”[18]

 

 

Tuttavia appare chiaro che poi la questione non è molto rilevante.

 

Molto interessante invece è considerare  l’atteggiamento che aveva assunto nei riguardi  della guerra.

Seguendo quello che fu poi un generale movimento della sua età,  fu interventista alla vigilia della Prima Guerra Mondiale : ma il suo interventismo va inquadrato, non nell’esaltazione nazionalista (come per Mussolini), ma nella prospettiva democratica di Salvemini 

Come nota Agosti:.

 

“Certo, pare da escludersi che si tratti di un interventismo ispirato ai miti correnti del nazionalismo, e anche, malgrado l'indubbio ascendente iniziale, che ricalchi pedissequamente quello di Mussolini: è invece nell'interventismo democratico di Salvemini che egli probabilmente si riconosce, soprattutto laddove questi prevede che «un'Inghilterra vittoriosa imporrà certamente il libero scambio alla Germania e ne conseguirà un trionfo della libertà commerciale in tutta Europa». Questo specifico motivo liberista dell’interventismo di Togliatti riceverà piena conferma dai suoi primi articoli sul “Grido del Popolo”[19]  

 

 Togliatti quindi chiese l’arruolamento volontario ma giudicato non adatto al sevizio militare per miopia  fu poi arruolato nella Croce  Rossa: tuttavia  per motivi di salute, essendo sopravvenuta un lunga malattia,  non prestò praticamente servizio

 In questo modo in realtà egli fu lontano da quell’insieme di esperienze, di pericolo, di abitudine alla violenza, di frustrazione  che fu bagaglio psicologico che tanti “ufficiali di complemento” riportarono nella vita civile e nella  politica. 

 

Non sempre ci è chiaro l’itinerario effettivamente seguito da Togliatti che certamente fu meno lineare e semplice di quello che una certa schematizzazione a posteriore tende e ricostruire. Osserva   Agosti

 

 

Quali siano, in questo processo di formazione culturale per tanti aspetti simile a quello di molti suoi coetanei, le tappe fondamentali dell'accostamento di Togliatti al marxismo non è documentato, ancora una volta, se non dalla razionalizzazione da lui stesso compiutane a posteriori: il passo decisivo sarebbe stato, secondo il resoconto fatto a Marcella e Maurizio Ferrara ne 1953, la scoperta di Antonio Labriola: «i suoi testi di spiegazione e di approfondimento del marxismo, lo scritto In memoria del Manifesto dei comunisti, i Saggi intorno alla concezione materialistica della storia e Discorrendo di socialismo e di filosofia erano letti, riletti, studiati, commentati». È un'affermazione che va «tarata» alla luce dell'operazione politico-culturale da Togliatti stesso condotta dopo il rientro in Italia nel 1944, e mirante a ricostruire un particolare albero genealogico del marxismo italiano. È più probabile che la sua adesione al marxismo, che negli anni universitari non era ancora un fatto compiuto, sia maturata attraverso un percorso meno lineare e intessuto di componenti molteplici ed intricate. Forse, rispetto ad altri itinerari con lo stesso approdo seguiti dalla prima generazione del comunismo italiano, contano in questa adesione di più lo studio e la curiosità intellettuale che non una motivazione esistenziale, alimentata da una ribellione allo stato delle cose esistente. E tuttavia due fattori appaiono decisivi nel determinarla: il primo è l'inizio dell'amicizia con Gramsci, il secondo l'incontro con il movimento operaio torinese.”[20]

 

 

A noi sembra che in realtà la  adesione piena, completa  e consapevole di Togliatti al socialismo  è qualcosa di maturato  razionalmente e lentamente  e non con semplice slancio della giovinezza,come d’altra parte è da aspettarsi dallo stile psicologico del personaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

L’INTERPRETAZIONE DEL FASCISMO

 

 

Notevole è che Togliatti si rese perfettamente conto della natura del fascismo   nella  della realtà del momento storico, mostrò  di non lasciarsi  prendere dall’entusiasmo, non lesse la  realtà alla luce delle aspirazioni, scambiando realtà e desiderio. In questo egli manifestò perspicacia storica e politica maturata anche negli studi seri della sua giovinezza , ma era soprattutto un aspetto  della sua personalità che in seguito lo fece apparire come la guida sicura, colui che sa quello che si deve fare  in ogni circostanza, al quale quindi affidarsi.

Egli  fu tra i primi,  fra i pochi che compresero che il fascismo e i movimenti affini di destra non erano semplicemente una vuota apparenza  ma avevano un loro  base sociale ed economica, e non facilmente sarebbero stati sconfitti e inviati nella pattumiere della storia.  Non era qualcosa  di inspiegabile, tutto nella storia ha delle motivazioni.

 Come osserva il Ragionieri:

 

 

“ questi problemi restano ancora una volta in gran parte sconosciuti per i nostri studi. Che abbiano, invece,ad essere affrontati e indagati con la massima serietà, è questo un problema che non inte­ssa solo gli studi storici  in senso ristretto, rigoroso superamento della InterpretazIone del fascIsmo come “invasione degli Hyksos” è in Italia, ma non soltanto in Italia, il modo più fondato di prendere coscienza. La eredità del fascismo nel mondo contemporaneo,è di prenderne coscienza per liquidarla.[21]

 

Fra quelli che hanno richiamato l'attenzione sul Togliatti “studioso e teorico” fu proprio De Felice che coglieva negli scritti del dirigente comunista la capacità di mettere a fuoco la costruzione del regime di Mussolini  e la sua base di massa.

A questo proposito va tenuto in debito conto l’analisi di Togliatti sul fascismo che ebbe come uno dei momenti culminanti le lezioni  tenute a Mosca nel ’35 davanti a comunisti italiani esuli.

L'analisi di Togliatti mette infatti in luce la  novità del fascismo cogliendo  le particolarità nazionali, le differenze e le analogie del fascismo con il fordismo americano, insiste sul ruolo di “direzione politica” assunta dal fascismo, capace di unificare gli elementi eterogenei della classe dominante, senza fermarsi all'aspetto coercitivo della dittatura mussoliniana. Coglie quindi  la capacità di costruire un consenso di massa, di mobilitare la piccola borghesia nelle proprie organizzazioni. é veramente esemplare l’analisi di Ernesto Ragionieri del dopolavoro:

 

“Esemplare in proposito la lezione sul dopolavoro, che il testo stesso degli appunti consente di avvertire come una sorpresa, piu ancora che come una novità, per ascoltatori abituati a derivare la fiducia nel suc­cesso della loro drammatica lotta dalla convinzione della completa incapacità del fascismo ad affrontare

 positivamente il problema del suo rapporto con le masse. Togliatti individuava nel dopolavoro la « piu larga delle organizzazioni fasciste », e ravvisava l'ori­gine della ampiezza di questa organizzazione nella in­sufficiente [22]

 

In altre parole, i limiti e le contraddizioni dell’antifascismo comunista degli anni Trenta non dovrebbero essere visti semplicemente nell’ottica della disciplina e della subordinazione a Stalin, ma nell’ottica di una cultura politica che identificava  lo Stato sovietico con la rivoluzione mondiale.

.

Togliatti rilevava, quaranta anni prima di  De Felice, che, a differenza dei vecchi movimenti reazionari che facevano riferimento alle poche cerchie di privilegiati, in  realtà essi si rivolgono alle masse e che pertanto può essere definito  un “movimento reazionario che ha una base di massa”: il fascismo si presenta sotto l'aspetto dell'offensiva del capitale contro la classe operaia. I due aspetti vanno entrambi parimenti ricordati.   Come nota Ragionieri:

“Guai ad insistere unilateralmente soltanto sul primo o sul secondo dei due aspetti. Dimen­ticare il primo significa mettere in ombra la natura della unificazione politica della borghesia italiana realizzata dal fascismo e quindi oscurare il ruolo necessariamente antagonistico e protagonistico della classe operaia nella lotta contro il fascismo[23]

 

Togliatti critica pure il fatto di impiegare il termine 'fascismo' in una accezione così generale da servire a designare le forme più diverse dei movimenti reazionari borghesi, e insiste sulla necessità di far precedere a qualsiasi tentativo di generalizzazione l'individuazione delle particolarità dei singoli movimenti che si possono avvicinare al fascismo.

Ritiene pure che il fascismo possa affermarsi solo  in presenza di una struttura economica debole, che obblighi la borghesia ad esercitare una pressione più intensa per mantenere il controllo completo sulla vita economica e politica del paese, e di uno spostamento e di un movimento di masse di piccola e media borghesia urbana e rurale. Individua come tratti che caratterizzano il "fascismo tipo", cioè il fascismo italiano, la soppressione del regime parlamentare e la distruzione fino alle estreme conseguenze "delle libertà democratiche formali", che comporta il rifiuto di ogni compromesso con la socialdemocrazia.

A mò di esempio riportiamo  le parole di Togliatti in una riunione del PCI nelle quali appare chiaro la profondità e il realismo della analisi della  situazione, ben lontana dal semplicismo e dalle  ingenue aspettative  di chi riteneva  che per  la Rivoluzione mondiale bastasse semplicemente un “segnale”

 ”.A questa crisi politica del fascismo e del regime è corrisposta una crisi dell'antifascismo. Crisi dell'antifascismo la quale ha avuto come suo carattere fondamentale non solo l'inizio, ma il compimento di un procedimento di integrazione nel fascismo, o come tale o nella organizzazione fascista dello Stato inteso nel senso vasto della parola, di una quantità di forze intermedie le quali in periodi precedenti avevano preso atteggiamenti non completamente di appoggio al regime fascista, o solo un atteggiamento filofascista mascherato di antifascismo quale era quello di buona parte dei gruppi bloccati nell'Aventino. La maggior parte di questi gruppi si sono integrati nel fascismo e nello Stato.
In pari tempo questo processo era duplice perchè dall'altra parte vi era un altro processo la cui espressione è stata costituita all'estero dalla Concentrazione; cioè un processo per cui una parte dell'antifascismo diveniva fascismo (per esprimere in modo più conciso qualcosa che invece è stato molto complicato); dall'altra si costituiva un blocco intermedio sedicente antifascista con una formula democratica-repubblicana, e si costituiva nell'emigrazione...
Questo processo trova le sue origini essenzialmente in fatti di natura economica, nel prevalere del capitale finanziario nel quadro delle forze economiche italiane. Ad esempio: se noi osserviamo come è avvenuta la liquidazione degli stati maggiori e, credo, di una parte assai importante anche degli elementi intermedi dell'antifascismo democratico meridionale, è certo che dobbiamo legare questo fatto ai provvedimenti che sono stati presi e realizzati dal fascismo sul terreno della organizzazione del credito nel Mezzogiorno... Alla soppressione della autonomia delle banche di emissione e di credito del Mezzogiorno, si può dire corrisponda la soppressione dei partiti politici della borghesia meridionale, la scomparsa dalla scena politica degli uomini come Vittorio Emanuele Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc...»
[24]

 

 Opportunamente l’importanza delle “lezioni” anche nell’ambito della cultura e nella formazione dei quadri  dirigenti comunisti viene messo in luce da Agazzi e Brunelli :

 

Il riferimento alle Lezioni sul fascismo - un testo di cui gli studiosi dei più diversi orientamenti sono concordi nel sottolineare la profondità e la serietà di analisi - permette di avanzare qualche rapida considerazione sul tipo di formazione con cui i quadri comunisti uscivano dalle scuole del Comintern. Non vi è dubbio che in essa era presente .fin dall'inizio una forte componente di dogmatismo e di schematismo, la quale assunse un peso cre­scente con il passare degli anni, fino a trovare la sua codificazione esemplare nel Breve corso di storia del PC  dell'URSS, chiamato dal 1938 in poi ad assumere la funzione del manuale nell'educazione di ogni quadro comunista”[25]

 

Tuttavia quando poi dal centro del comunismo vennero le parole ‘d’ordine  secondo le quali comunismo e nazismo vennero identificate, e si nego il  carattere popolare diffuso di tali  movimento Togliatti, come al, solito, disciplinatamente si adeguò

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  QUARTO 

 

 A LIVELLO INTERNAZIONALE

 

 

La figura di Togliatti non può essere vista solo dal punto di vista della vita politica e sociale  italiana, che è pure fondamentale: egli riveste infatti un posto di primo piano nella scena politica internazionale. Egli deve essere inserito decisamente al centro  del comunismo internazionale, sia prima che  dopo la guerra. Anche la diversità e la peculiarità del comunismo italiano non devono mettere in ombra il profilo “internazionale”  di Palmiro Togliatti.

 Osserva    Bocca :

 

Egli è indiscutibil­mente una delle più forti personalità del comunismo internazionale, mentre la sua esperienza di dirigente politico italiano è inestricabilmente legata in ogni momento alla coppia fascismo-antifascismo: da questo punto di vista egli è una delle personalità più emblematiche della «guerra civile europea» che attraversa un buon quarto del Novecento, per poi prolungarsi in forme diverse ma non meno pervasive fino alla fatidica data del 1989 .[26]

 

Secondo Gallerano può essere considerato la più  grande mente del movimento internazionale :

 

“La definizione più azzeccata di Togliatti è dunque ancora quella di Lucacs: il più grande tattico della Terza Internazio­nale. Un giudizio che non è affatto limitativo ed ha il merito di sottolineare la provenienza della sua cultura politica[27]

 

 

 D’altra parte il peso del Partito Comunista italiano nell’ambito internazionale non era poi di primo piano, quanto invece la personalità stessa di Togliatti.  Come nota ancora Gallerano:

 

“…per un  certo numero di anni sarà tuttavia un dirigente dell 'IC più che  del Pcd'l la sezione italiana della III Internazionale ha un  peso modesto all’'interno dell 'antico organo della rivoluzione  mondiale…... Altri sono i partiti cui l'lC assegna  un ruolo centrale: quello cinese, quello tedesco (fino al 1933, fin quando  Hitler prenderà il potere), quello francese e quello spagnolo (dal 1934 in avanti).”[28]

 

 

 D’altra parte va pure notato che a un certo punto   il partito comunista italiano come struttura appare ben poco consistente e Togliatti si trova a rappresentarlo soprattutto per la sua forte personalità.

Scrive infatti intorno alla struttura del Partito Comunista Italiano il Martinelli :

 

“… sino al crollo del fascismo e al ritorno di Togliatti in Italia, non esisteranno più organi dirigenti, formalmente definiti, del PCI: la stessa nozione di gruppo dirigente è, in questo periodo, di assai difficile applicazione. Qual è il gruppo dirigente? Sembra difficile poterlo identifi­care col "centro di riorganizzazione" che viene costituito dopo l'agosto del 1938,…Il responsabile del partito, colui al quale è in pratica affidato il com­pito di operare per un "risanamento" del PCI, ritenuto largamente per­vaso dai germi dell'opportunismo, è Berti…... La sua azione coinci­de comunque con una condizione di spaccatura e di sospetto reciproco nel partito, cosi accentuati e traumatici da configurarsi, nelle valutazioni di alcuni, come una vera e propria frattura nella continuità del PCI” [29]

 

  Questo fatto  mette in primo piano il rapporto con Stalin: dal momento però che la memoria del dittatore sovietico, dal rapporto Krusciov in poi, è associato a una immagine di crimini e repressioni, nasce l’accusa a Togliatti di essere comunque corresponsabili delle azioni di Stalin stesso e si accomunano  ambedue i personaggi nella stessa “damnatio memoriae”.  

 Effettivamente Togliatti fu stretto  collaboratore di Stalin,  approvò sempre e incondizionatamente  tutto il suo operato , ne ebbe anzi spesso parte attiva  : bisogna quindi considerarlo  corresponsabile nel bene  nel male dell’azione di Stalin

 Non si può, come avvenuto nell’ambito del Partito  dopo il 56 ,condannare Stalin e assolvere Togliatti

                                                                                                               

Chiarito inequivocabilmente questo punto pero bisogna deve essere comunque riconosciuta  la peculiarità storica del momento in cui le vicende avvengono: non si può giudicare la condotta di un leader politico secondo una metro di giudizio  che non appartiene alla sua epoca e nemmeno soprattutto  con il senno di poi.

Nella nostra età pare che spesso il senso storico si sia  alquanto smarrito e che si viva in un eterno presente,  con il metro del quale si giudica con incredibile leggerezza e superficialità anche il passato.

 

Ma bisogna rendesi conto dell’orizzonte storico del tempo di Togliatti in cui  si affrontavano con tutti i mezzi possibili, materiali e spirituali, pacifici e violenti,  concezioni come il comunismo, il fascismo, il liberismo, che non erano solo sistemi politici, ma concezioni pervasive di ogni aspetto della vita,  ciascuna delle quali a suo modo, riteneva di poter portare una specie di ”paradiso in terra”.

Hobswawm definisce  il contrasto come  “guerre di religione”

 

“Questo è il prezzo da pagare per chi è vissuto in un secolo di “guerre di religione”. L’intolleranza è la loro caratteristica principale.  Perfino coloro che propagandavano il pluralismo di concezioni non ideologiche  non ritenevano che il mondo fosse grande abbastanza per una coesistenza permanente con religioni secolari antagoniste” .[30] 

 

Da ciò nasceva una crisi che non riguardava solo una parte del mondo ma si estendeva con diversa intensità e diverse modalità al mondo intero, agli assetti interni ed esterni  di ogni nazione a prescindere da ogni barriera ideologica ed economica.

 

“La crisi ha colpito le varie parti del mondo con modalità e in gradi differenti, ma tutti i paesi sono stati coinvolti a prescindere dagli assetti politici, sociali ed economici, giacche l'Età del­l’oro aveva creato per la prima volta nella storia  un'economia mon­diale unitaria sempre più integrata, che funzionava al di là delle fron­tiere nazionali (in maniera «transnazionale» ) e che sempre più oltre­passava le frontiere ideologiche”[31]

 

 

 I conflitti assumevano quindi caratteristiche diverse da tutti quelli che li avevano preceduti; innanzitutto la produzione industriale diveniva l’elemento fondamentale anche  dal punto di vista bellico:

 

le guerre del ventesimo secolo furono guerre di massa nel senso che impiegarono e distrussero nel corso dei combattimenti una quantità fino ad allora inimmaginabile di materiali e di prodotti. Di qui l'espressione tedesca Materialsclacht ( "battaglia di materiali" ) per descrivere le battaglie sul fronte occidentale nella guerra del 1914-18.”[32]

 

Ma soprattutto i codici cavallereschi che vigevano nelle guerre tradizionali cedevano il posto ad uno scontro diretto fra masse con tutti i ritorni alla barbarie che una cosa del genere comportava :

 

“Una ragione rilevante della crescita della barbarie fu piuttosto l'i­nedita democratizzazione della guerra. I conflitti generali si trasforma­rono in guerre di popoli sia perchè i civili e la vita civile diventarono obiettivi diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perchè nelle guerre democratiche, così come nella politica democratica, gli av­versari sono naturalmente demonizzati allo scopo di renderli odiosi o almeno disprezzabili. Le guerre condotte in entrambi gli schieramenti da professionisti o da specialisti, soprattutto se costoro appartengono a strati sociali affini, non escludono il reciproco rispetto e l' accettazio­ne di regole perfino cavalleresche. La violenza ha le sue regole.”[33]  

 

In questa situazione generale  va inserito la convinzione profonda maturata da tanti che il comunismo fosse  la soluzione finale di ogni problema e soprattutto che esso fosse qualcosa di vicino, di immediato che bastasse un segnale

La rivoluzione russa apparve come il primo passo per la Rivoluzione mondiale.

 

“La rivoluzione d’ottobre era stata fatta non per portare la li­bertà e il socialismo alla Russia, ma per innescare nel mondo la rivolu­zione proletaria. Nella mente di Lenin e dei suoi compagni, la vittoria del bolscevismo in Russia era innanzitutto una battaglia nella campa­gna che doveva portare alla vittoria del bolscevismo su una scala mon­diale assai più vasta, e solo in tal senso era giustificabile”[34]

 

La Russia era vista semplicemente come il trampolino di lancio della rivoluzione ma essa doveva espandersi a tutto il mondo industrializzato e la Germania,  uscita sconfitta e umiliata dalla guerra, con una crisi economica gravissima sembrava essere naturalmente  il punto di forza del comunismo internazionale. Ed infatti la lingua ufficiale della internazionale era il tedesco e non il russo:

 

Nell'opinione di Lenin, Mosca sarebbe stata il quartier generale del socialismo solo in via provvisoria, fino a che il socialismo non si sarebbe spostato nella sua capitale permanente e cioè a Berlino. Non è un caso che la lingua ufficiale dell'Internazionale comunista, organi­smo istituito nel 1919 come la centrale operativa della rivoluzione mon­diale, fosse e rimanesse il tedesco e non il russo”[35]

 

Si credette pure per un breve periodo di tempo che la rivoluzione fosse imminente, questione di giorni o di mesi o al massimo di qualche anno, non certo di decenni.

Si aspettava semplicemente il segnale della Rivoluzione generale:

 

 “Sembrava che ba­stasse soltanto un segnale perchè il popolo si sollevasse, sostituisse il capitalismo con il socialismo e trasformasse così le sofferenze insensate della guerra mondiale in qualcosa di positivo: le sanguinose doglie e le convulsioni che accompagnavano la nascita di un mondo nuovo. La Rivoluzione russa, o, più precisamente, la rivoluzione bolscevica del­l'ottobre 1917, intendevano dare al mondo questo segnale”[36]

 

“... un 'ondata rivoluzionaria si diffuse a livello mondiale nei due anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre e le speranze dei bol­scevichi assediati non apparvero irreali. « Viilker hiirt die Signale» «<Udite, o popoli il segnale») era il primo verso dell'inno dell'Internazionale in tedesco.”[37]

 

 

 Ma tutte queste speranze non  trovarono attuazione:l’instaurazione  del comunismo non era cosa  che si sarebbe avverata in tempi brevi, bisognava prepararsi a tempi lunghi, non comunque quantificabili.

L’affermazione del nazismo dette il colpo di grazia a tali speranza e il Movimento Internazionalista dovette riformulare la propria strategia.

                                                                                                                                                    

In queste condizioni evidentemente occorreva una organizzazione in grado di combattere una lunga e difficile  lotta per la affermazione del comunismo in un tempo non definibile ma certamente non vicinissimo come  ci si aspettava  all’inizio degli anni venti.

 In Russia si era affermata una rivoluzione, si era formato, pur con tutti i suoi limiti, uno stato socialista. Non si poteva certamente ignorarlo e nasceva del tutto spontaneo e innegabile   che bisognava far riferimento ad essa, perchè essa aveva il compito storico di portare il comunismo in tutto il mondo.  

Come nota  anche Hobsbawm :

 

“Nessuna esitazione turbò invece la prima generazione di quegli en­tusiasti che, abbagliati dal sole luminoso dell'Ottobre, dedicarono la loro esistenza alla Rivoluzione mondiale. Come i cristiani delle origi­ni, la maggior parte dei socialisti prima del 1914 credevano in una grande palingenesi apocalittica che avrebbe cancellato tutti i mali sociali e avreb­be instaurato una società senza più infelicità, oppressione, diseguaglianza e ingiustizia. Il marxismo offriva accanto alla speranza millenaristica, la garanzia di una dottrina che si proclamava scientifica e l'idea della inevitabilità storica; la Rivoluzione d'Ottobre offrì allora la prova che la palingenesi era iniziata”[38]

 

Si riteneva infatti che il movimento comunista mondiale poteva vincere solo se avesse avuto una solida unità. L’esperienza aveva mostrato come la storia del movimento proletario fosse  costellata da continue  incessanti  divisioni e scissioni. Infatti, se gli ideali, le mete ultime erano nel complesso chiare, le strategie, le singole  scelte erano sempre oggetto di orientamenti diversi e contrastanti.  Il movimento cioè, unito negli ideali si divideva invece nelle scelte della strada da seguire. Ovviamente la divisione  faceva il gioco dei nemici di classe che potevano quindi metter una contro   l’altra le varie fazioni e  paralizzarne l’ azione. Da tutto ciò nasceva l’esigenza che il movimento avesse una unita operativa a livello mondiale. Poichè il comunismo si era affermato solo nell’Unione  Sovietica, ne derivava necessariamente che  il centro doveva essere Mosca. In quella città  vi erano rappresentanti di tutti i partiti comunisti del mondo.  Le strategie venivano quindi elaborate a livello mondiale e l’internazionalismo proletario permetteva di superare i limiti nazionali per vedere i problemi a livello mondiale.

 In questo contesto avveniva però che la preoccupazione della unità dl movimento prevalesse anche sulla denuncia di errori e di veri e propri crimini che si andavano compiendo in Russia ad opera di Stalin e del suo gruppo

 

Tutti i comunisti senza eccezione, vedevano in Stalin il comandante del disciplinato esercito del comunismo mondiale nella guerra globale, lo considerarono  come leader e personificazione della Causa. Anche Togliatti non poteva non essere tra questi. Tuttavia egli pose  sempre l’accento sull’URSS solo in quanto epicentro della lotta di classe su scala mondiale e principale nemico  del capitalismo globale.

Ma d’altra parte oggettivamente l’unità del movimento era una “conditio sine qua non“ della sua efficacia. Bisognava lottare ma lottare uniti, la lotta politica non doveva uscire dal campo del comunismo :

Come giustamente osserva Gallerano:

 

“…il fatto che i contendenti cercarono, con diverso successo, di usare le stesse armi, presentandosi ora gli uni ora gli altri come i più coerenti interpreti dell 'IC. La stessa opposizione di Terracini, lucida e precisa nell' analisi, arretra di fronte alle regole profondamente introiettate del «centralismo democratico», per le quali è meglio aver torto nel partito che ragione contro di esso: quando verrà informato dei contatti e poi dell'impegno dei tre con l'opposizione trotskista, Terracini interromperà ogni rapporto con loro.

Un movimento che si divideva e si frazionava continuamente, come  sempre era avvenuto nel movimento socialista, non aveva nessuna possibilità di affermarsi realmente abbattendo  formidabili avversari come i movimenti  nati nella  grande crisi del dopoguerra e dalla  egemonia della borghesia. “[39]

 

Lo Stato sovietico  non era però  soltanto una formazione gerarchica. Era anche una cultura politica che si presentava come un’entità basata sulla fine delle divisioni di classe e sull’unità politica e morale della società.

E questo comportava d’altra parte un gruppo rivoluzionario formato da persone  decise, votate alla causa dei veri professionisti della rivoluzione

Come ricorda Hobsbawm :

 

“E tuttavia ciò che Lenin e i bol­scevichi desideravano non era un movimento internazionale di sociali­sti che simpatizzassero con le idee della Rivoluzione d'Ottobre, ma un corpo di attivisti ferreamente impegnati e disciplinati, una specie di forza d'urto mondiale per la lotta rivoluzionaria. Ai partiti che non intende­vano adottare la struttura leninista venne rifiutata l' ammissione alla nuova Internazionale o, nel caso fossero già membri, vennero espulsi. Infatti, secondo i bolscevichi, l'Internazionale si sarebbe soltanto inde­bolita se avesse accettato al suo interno le quinte colonne dell'opportu­nismo e del riformismo”[40]

 

sulla fine delle divisioni di classe e sull’”unità politica e morale” della società. La contrapposizione tra questa raffigurazione pacificata del mondo sovietico e quella bellicista

del mondo capitalistico rispondeva a una logica di legittimazione interna: stabilire tramite il terrore un principio di “unità nazionale” quale mezzo estremo per riassorbire le tragedie della modernizzazione forzata e usare la leva della minaccia esterna come strumento di ricatto per consolidare lo Stato di polizia e mobilitare la società. Di conseguenza, il criterio dei “due mondi”, risalente alla dottrina del “socialismo in un solo paese”, dava vita a un’opposizione che non era più di natura metodologica e politica, ma organica. Stalin espresse il senso di questa evoluzione prima rivendicando l’eredità dello Stato imperiale russo e la sua difesa contro i “nemici del popolo”, nel pieno del Grande Terrore. Poi presentando, dopo la fine delle epurazioni, una revisione strumentale dell’ortodossia marxista che giustificava.[41]

 

Non è  tuttavia facile discernere poi nei particolari  il peso che Togliatti come ogni dirigente d’altronde ebbe nell’elaborare l’insieme della linea  politica

Il problema è posto fra gli altri da  Agosti e  Brunelli  :

 

Quale peso ebbero i rappresentanti del PCI negli organismi dirigenti del movimento comunista internazionale? È questa una domanda a cui è dif­ficile dare una risposta soddisfacente. Senza dubbio Togliatti, prima come membro del Presidium dell'Esecutivo fra il 1926 e il 1927 e poi soprattutto come membro del Segretariato dopo il 1934, fece parte del gruppo dirigente più ristretto del Comintern e in tale veste ebbe certamente un ruolo signi­ficativo nell'elaborazione collegiale della sua politica”[42]

 

Valutando nel suo complesso la politica sovietica  fino al 1940 pur senza voler certamente giustificare gli estremi a cui giunse Stalin, bisogna pero pure ammettere che alla fine la sua politica non fu priva di successi come riconosce  Hobsbawm:

 

Stalin, che dominò durante l'età del ferro dell'URSS, succeduta alla NEP, era un autocrate di eccezionale (taluni direbbero di incompara­bile) ferocia, spietatezza e mancanza di scrupoli. Pochi uomini hanno esercitato il terrore su scala così generale. E indubbio che se altri leader avessero diretto il Partito bolscevico, le sofferenze del popolo sovieti­co sarebbero state minori e il numero delle vittime più basso. Tuttavia qualunque politica di industrializzazione rapida nell'URSS, date le cir­costanze dell'epoca, non poteva non essere spietata e in certa misura anche coercitiva, visto che doveva imporsi contro la gran massa della popolazione, sottoponendola a gravi sacrifici. Era altrettanto inevita­bile che l'economia centralizzata e diretta, attraverso i cui piani si doveva pervenire all'obiettivo, fosse più simile a un'impresa militare che a una iniziativa economica. D'altro canto, come tutte le imprese militari che hanno un'autentica legittimità morale e popolare, anche l'industrializzazione massiccia dei primi piani quinquennali (1929-41) venne sostenuta dalle masse proprio in virtù del "sangue, della fatica, delle lacrime e del sudore” che impose loro. Come ben sapeva Churchill, il sacrificio ha in se stesso la capacità di motivare gli uomini.”[43]

 

“Si deve aggiungere che in pochi altri regimi il popolo avrebbe potuto o voluto sopportare i sacrifici in­comparabili di questo sforzo bellico o anche solo i sacrifici degli anni '30. Tuttavia, anche se il sistema man­tenne i consumi della popolazione a un livello estremamente basso ­nel 1940 l' economia produceva appena poco più di un paio di scarpe per ogni abitante dell'URSS, esso garantiva ai cittadini il livello mi­nimo socialmente ammesso. Il sistema dava loro il lavoro, le pensioni e l'assistenza sanitaria; inoltre forniva il cibo, i vestiti e l'alloggio. I prezzi del cibo e dei vestiti e gli affitti delle case erano controllati dallo stato. Vigeva inoltre un'eguaglianza approssimativa, almeno fino alla morte di Stalin, quando il sistema delle ricompense e dei privilegi spe­ciali per i membri della nomenklatura divenne incontrollato. Con gene­rosità ben più grande, il sistema sovietico forniva istruzione. La tra­sformazione di un paese largamente analfabeta nella moderna URSS fu un risultato grandioso, con qualunque parametro lo si voglia giudicare.”[44]

 

Va inoltre tenuto presente l’apporto fondamentale  che l’URSS di Stalin dette alla lotta al nazismo e quindi nella costruzione del  mondo cosi come noi lo conosciamo e nel quale abbiamo vissuto.

Bocca in un articolo di commento al “ Libro nero del comunismo”  osserva:

 

Così credo sia impossibile ignorare, nel giudizio globale sul comunismo, il fatto che senza l’Armata rossa e i milioni di morti sul campo di battaglia (che ne facciamo di questi: li sommiamo o li sottraiamo a quelli dell’orrore?) probabilmente non saremmo qui a scrivere o disputare di revisionismo, ma saremmo nel grande Reich  millenario. Il fatto che il paese del comunismo abbia salvato l’Europa da una secolare notte nazista non cancella gli errori e le colpe del sistema, ma ci sembra che spieghi la necessità dei piani quinquennali per la creazione di un'industria e di un armamento pesanti che non saranno equiparabili alla libertà e alla giustizia, ma che le hanno rese possibili almeno da noi, e che in certo senso hanno reso possibile anche la caduta dei regimi comunisti. Il “Libro nero” è un documento attendibile, e ne sono convinti quanti a partire dall’Ottobre rosso hanno intuito e poi constatato le involuzioni del partito unico e del sistema autoritario. Ma che nel corso di una storia tragica, (non all’improvviso, con la scienza di poi) hanno cercato di evitarli o di correggerli, cosa assai difficile nella storia come dimostrano i genocidi delle conquiste spagnole e americane, le stragi indonesiane o indiane, gli eccidi sudamericani o quelli kenyani per mano degli irreprensibili soldati di Sua Maestà britannica. Il comunismo divorava vittime umane, ma accendeva anche speranze e movimenti di liberazione in ogni parte del mondo. Ecco perché a chi ha vissuto questi decenni di storia questo revisionismo in blocco, questi pentimenti tardivi, queste cancellazioni della propria storia, della propria vita appaiono fastidiose”.[45]

 

 

In conclusione, posto il problema in questi termini, non possiamo porre semplicisticamente, la vicenda di Togliatti come se si fosse di fronte a un astratto  tribunale dei “diritti umani” giungendo a una criminalizzazione di Togliatti,  dell’intero sistema del comunismo  fra le due guerre. Gli uomini che allora costruivano il mondo si trovarono di fronte a un tragico dilemma, a una scelta di campo: Togliatti per le sue idee, per la sua personalità, per il suo progetto  di vita non poteva che fare la scelta del comunismo . E quella infatti fece con tutte le conseguenze che in quel momento storico, in quei tragici avvenimenti  questo comportava .  

Come nota Renzo Martinelli :

 

“ Il ristretto nucleo dirigente che emerge in questo periodo……. è dunque

 un senso dell'unità del partito superiore ai contrasti interni, e nello stesso tempo convinti dell'importanza di una disciplina ferrea nel rapporto con l'In­ternazionale. La selezione e il consolidamento di questo "centro" avviene in­fatti nell'ambito di una lotta politica in cui i motivi interni, relativi alla poli­tica del P CI in Italia, sono strettamente uniti a considerazioni piu ampie, con­nesse alla strategia generale del Comintern e alla necessità di mantenere con questo un saldo rapporto”[46]

 

 E naturalmente in questo ambito i margini per un’azione autonoma che non rompesse l’unità del movimento erano ristrette e in qualche modo si rinunciava pure a una visione autonoma in nome di interessi superiori del movimento nel suo complesso. Illuminante a tale proposito le osservazioni di Agosti e Brunelli:

 

“La ristrettezza dei mar­gini in cui potè esercitarsi una sua iniziativa autonoma è tuttavia testimo­niata in modo eloquente dallo svolgimento dei lavori della famosa commis­sione italiana del X Plenum, nel 1929, durante i quali i delegati italiani fu­rono sottoposti a un duro attacco da parte dei dirigenti dell'Internazionale. Quando Togliatti dichiarò esplicitamente in quella sede che il PCI avrebbe rinunciato, se il Comintern lo chiedeva, a riaffermare e a sviluppare la pro­pria visione originale dei problemi della rivoluzione italiana ("se fare questo è fare del"eccezione', non lo faremo più; ma, poichè non ci si può impedire di pensare, serberemo queste cose per noi e ci limiteremo a fare delle af­fermazioni generali) , egli non fece in fondo che prendere atto dei rapporti di forza che si erano ormai stabiliti fra la centrale internazionale e le se­zioni dopo la svolta della fine del 1928 e l'avvio della" stalinizzazione" del Comintern”[47]

 

 

 Togliatti mostro sempre una grande spregiudicatezza in politica non esitando mai nel manipolare le linee politiche, secondo le opportunità del momento. Ad esempio il Seniga nota  :

 

“L 'abilità e la spregiudicatezza del segretario del- PCI, la sua capacità di assorbirei 'contrasti interni e di dis­solvere le opposizioni, la sua destrezza nell'intercam­biare le mutevoli e contraddittorie « linee " della poli­tica sovietica, la sua adattabilità - dolce come il miele e amaro come il fiele, molle come la cera e duro come ;i il marmo - alle varie situazioni, la sua arte nel vestire di motivi teorici e culturali gli espedienti della politica, gli hanno garantito, attraverso alterne vicende, la con­servazione del potere.” [48]

 

Va sempre poi tenuto conto dell’importanza che aveva sempre il partito e come, senza di esso, in realtà  si perdeva il rapporto con la effettiva realtà sociale

 Come osserva Rossana Rossanda  :

 

“Come far capire che per noi il partito fu una marcia in più? Ci dette la chiave di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che cercava di essere uguale, mai seriale, mai dipendente, mai mercificata, mai utilitaria. Sarà stata un'illusione, un abbaglio, come ebbe a dire qualche tempo fa una mia amica. Ma una corposa illusione e un solido abbaglio, assai poco distinguibile da un'umana realtà»[49]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO QUINTO

 

 LA  SVOLTA  DI SALERNO

 

 

Gli avvenimenti politici immediatamente seguenti il rientro in patria di Togliatti  vengono universalmente  riconosciuti come “svolta di Salerno”, anche se non possiamo dire che  si trattasse  effettivamente  di una “svolta”: dovremmo piuttosto parlare della realizzazione di una linea politica gia elaborata.

L’avvenimento infatti non va visto come un fatto singolo, isolato,come una decisione personale  di Togliatti, o come l’esecuzione diretta  di un ordine di Stalin, ma va visto nella prospettiva  generale del  movimento comunista internazionale.

 Viene quindi ad essere investito il discusso rapporto fra Togliatti e Stalin .

Una certa pubblicistica ha interpretato spesso  infatti il rapporto come una semplice sudditanza di Togliatti al dittatore sovietico. In realtà bisogna vedere all’insieme del contesto storico.

 

Bisogna innanzi tutto ricordare che  nulla era ritenuto più importante della unità del movimento comunista senza la quale ogni speranza di vittoria veniva a  dissolversi..

In questa ottica pertanto  la  scelta di collaborare con i partiti borghesi, la cosi detta “svolta di Salerno”  era in realtà una linea elaborata in modo comune  anche perchè in effetti non vi era storicamente e concretamente altra possibilità data la situazione mondiale  e il rapporto di forza che gli eserciti vittoriosi  andavano instaurando nel mondo e in Europa.  Non era certo possibile pensare di  mettere in forse  l’unità della coalizione  antinazista in una guerra che seppure cominciava a delinearsi come vittoriosa tuttavia era ben lungi dall’essere  conclusa.

Come giustamente osserva Bocca

 

“…… la più superflua delle querelles storiche: se la svolta di Salerno sia stata farina del sacco togliattiano o della diplomazia sovietica. Noi che abbiamo seguito il nostro passo a passo, sappiamo che la svolta di Salerno è tale solo per coloro che ignorano la storia del partito e dell'Internazionale dopo il VII Congresso. La via di uscita, di cui parla Togliatti, è per i comunisti una via obbli­gata: se sono stati per il fronte popolare nella guerra di Spagna, non possono essere che per il fronte nazionale in Italia dove le condizioni sono più favorevoli, mancando ogni pericolo a sini­stra e combattendosi una guerra di liberazione”.[50]

 

Possiamo dire che con la svolta di Salerno di Togliatti si viene ad affermare un gruppo dirigente che riesce a mediare fra le esigenze del movimento comunista internazionale  e le esigenze proprio della nazione:

Nota a questo proposito  il Martinelli:

 

si afferma, nella storia del PCI, un gruppo dirigente sostanzialmente omogeneo culturalmente e politicamente, capace di mettere in collegamento i due aspetti necessari dell'esistenza del partito da una parte il rapporto con I'URSS, dall'altra quello col paese. È attraverso gli sforzi per raggiungere e mantenere un equilibrio tra questi due versanti che si costituisce una tradizione di" capitani” e che questi raggiungono una precisa consapevolezza della propria storia e della propria funzione, facendo leva sull'analisi, via via più chiara e realistica, delle condizioni oggettive. È per questa via che il gruppo dirigente comunista perviene infine a colmare la" sfasatura originaria" caratteristica del PCI,  squilibrio, cioè, tra ela­borazione teorica e azione politica concreta che si può ravvisare nelle sue vicende precedenti, per assolvere un ruolo decisivo nella storia d'Italia”[51]

 

Non si trattava di una svolta, ma della esecuzione di  una linea politica. é vero  tuttavia che per le difficoltà delle comunicazioni, dell’isolamento specie al nord occupato, risultava in effetti  poco chiara ai militanti.

I concetti espressi da Togliatti erano stati anticipati  proprio all’indomani del 8 settembre dai  radiodiscorsi di Togliatti di cui riportiamo qualche brano

Dal radio discorso del 23 settembre 1943:

 

Il proclama del maresciallo Badoglio, nel quale si chiama tutto il popolo alla resistenza e alla lotta per cacciare i tedeschi dal sacro suolo dei nostro paese, ha fortemente contribuito a chiarire dappertutto l'atmosfera politica. Noi non siamo mai stati teneri verso il maresciallo Badoglio e abbiamo vivamente criticato la sua politica nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Mussolini. Lo abbiamo fatto perché eravamo profondamente convinti che in quel momento, nonostante che le truppe tedesche già fossero state introdotte sul nostro territorio dal traditore Mussolini, una politica energica di restaurazione di tutte le libertà democratiche e di annientamento del fascismo avrebbe centuplicato le energie della nazione e permesso di fronteggiare con ben altro successo la vile aggressione dei tedeschi. Verrà giorno in cui su questa questione esprimerà il suo giudizio, in libertà, il popolo intero. Verrà il giorno in cui tutte le responsabilità per la catastrofe spaventosa che oggi si abbatte sul nostro paese saranno messe in chiaro, e la nazione saprà trarre le necessarie conseguenze da questo processo di un passato di venti anni di schiavitù, di vergogna e di disastri. Oggi è il momento della lotta. Oggi il corpo della nostra patria è calpestato dallo stivale tedesco. Oggi le orde hitleriane infieriscono, in più di un terzo d'Italia, contro i nostri fratelli, le nostre donne, i nostri bambini, saccheggiano le nostre città, mettono a ferro e fuoco le nostre più belle regioni. Per chiunque ha mente e cuore di italiano, oggi non vi è che un dovere: lasciare ogni altra occupazione, cacciare ogni esitazione, distruggere in se stesso ogni debolezza, e impegnare contro i tedeschi e per la salvezza d'Italia una lotta a morte.

 Il maresciallo Badoglio è il capo del governo legittimo del nostro paese. Egli è il capo legale e riconosciuto dell'esercito. Egli è l'uomo di fiducia delle classi dirigenti del paese. Questo vuol dire che quando Badoglio fa appello alla lotta popolare, di massa contro i tedeschi, quando egli chiama alla organizzazione della guerra di partigiani, e del sabotaggio di massa della macchina da guerra tedesca, non vi è più nessuno che possa rifiutarsi di adempiere questi doveri…………

Le forze armate, i loro quadri, le loro armi, i loro esplosivi, sono al servizio della guerra contro i tedeschi.

 Le organizzazioni popolari, dai sindacati ai partiti politici sino alla associazione dei combattenti, hanno un solo dovere, quello di rendere tutte le forze nella lotta, con tutte le armi, per cacciare i tedeschi.

Unità di tutta la nazione per adempiere il sacro dovere dell'ora.

Tutti alle armi. Tutti alla lotta. Tutti, senza esitare, al sacrificio.

Lo richiede la patria. Lo esigono la nostra dignità, il nostro onore di italiani.

Quanto più completa e compatta sarà la nostra unità, tanto più pronta la nostra vittoria.

23 settembre 1943”  [52]

E ancora più chiaramente nel radiodiscorso  il 26 novembre 1943

“..L'Italia è stata il primo paese che ha spezzato il giogo della tirannide fascista. Il popolo italiano, gli ufficiali e i soldati, gli operai, i contadini, gli intellettuali democratici, i quali con la loro resistenza e avversione al fascismo, con la loro lotta aperta contro di esso e col loro sacrificio hanno contribuito a rovesciare il regime di Mussolini, hanno reso un grande servizio alla causa per cui sono scesi in campo le grandi nazioni democratiche e i popoli che amano la libertà. Essi hanno mostrato di comprendere per quale via deve mettersi l'Italia per cancellare completamente il disonore e i delitti del fascismo, restaurare l'onore della nazione e riconquistarle 1a fiducia di tutti i popoli. Essi hanno aperto all'Italia il cammino della sua redenzione.

Noi comprendiamo che la via da percorrere è ancora lunga e difficile. Come tutti gli altri popoli, il popolo italiano ha un interesse vitale a che la guerra contro la Germania hitleriana sia condotta con la più grande energia, per avvicinare il più che sia possibile il giorno della vittoria sul nemico comune. Ogni giorno che passa significa nuove infinite sofferenze dei nostri compatrioti che vivono nelle regioni occupate; nuove città devastate; nuovi ostaggi fucilati e patrioti impiccati, e la distruzione di ricchezze che richiederanno intere generazioni per essere ricostituite. Tutto questo impone a tutta la nazione uno sforzo unanime, continuo, ostinato, per condurre la guerra in modo efficace; per cacciare i tedeschi; per distruggere i fascisti traditori della patria. Il popolo italiano deve liberarsi da ogni leggerezza, da ogni passività criminale, da ogni esitazione. Deve gettarsi nel combattimento contro i nemici del suo paese, senza lesinare gli sforzi né misurare i sacrifici. Solo cosi potranno essere salvate la patria e la libertà.

È ancora presto per pensare oggi concretamente a quella che sarà l'Italia che vogliamo ricostruire dopo la distruzione completa del fascismo, e la cacciata e la distruzione degli invasori tedeschi. Quello che possiamo dire, che, anzi, siamo in dovere di proclamare sin d'ora, e che sarebbe assurdo -in un paese il quale ha fatto la tragica esperienza di vent'anni di fascismo, il quale esce da questa tappa dolorosa sfinito, devastato, lacerato, con una parte considerevole del popolo che deve in gran parte rifare la sua educazione politica- sarebbe assurdo, dico, in questa situazione del nostro paese, pensare al governo d'un solo partito o al dominio d'una sola classe. L'unità e la stretta collaborazione di tutte le forze democratiche popolari dovranno essere l'asse della politica italiana; la base su cui verrà costruito un vero regime democratico, che distrugga le radici del fascismo e dia alla nazione delle garanzie serie contro ogni possibile ripetizione della tragica avventura che è costata all'Italia il suo benessere, la sua libertà, la sua indipendenza e il suo onore. Ma questo non vuol dire che nella vita del paese non debbano essere operate profonde riforme.[53] 

 

Viene ancora più chiaramente messo in risalto che PRIMA viene la guerra al nazismo e al fascismo e che solo DOPO si penserà all’assetto politico e istituzionale. Quindi in realtà non ci sembra che si possa parlare  di una vera svolta se non nel senso che ha messo di fronte alla realtà i molti che la realtà non l’avevano ancora percepita chiaramente. La svolta di Salerno è un  avvenimento comunque, che  ha un posto centrale nella storia del nostro paese e del  movimento comunista  nazionale e internazionale in quanto condizionò profondamente  tutto il seguito degli avvenimenti.

 

Vediamo innanzi tutto il contesto del momento politico. La caduta del Fascismo  del 25 luglio e l’armistizio del 8 settembre  avevano creato per un momento la illusione che il Fascismo fosse definitivamente  uscito di scena e che la guerra fosse finita. In realtà però la guerra durò ancora quasi altri due lunghi, anzi  lunghissimi anni e il Fascismo in qualche modo  si riorganizzò, sia pure solo sotto il controllo più o  meno diretto della Germania  nazista (Repubblica di Salò). In questa situazione i partiti della sinistra in effetti non ebbero immediatamente una linea  di azione sicura e chiara in quanto, mentre non si metteva in dubbio la lotta antifascista, si oscillava fra una posizione di collaborazione con le altre forze ( fra cui soprattutto la monarchia) e il rifiuto di ogni collusione nella aspettativa di completare la lotta antifascista come una rivoluzione comunista. Negli ambienti  della sinistra era comunque molto diffusa la aspettativa che la caduta del fascismo avrebbe comportato anche la caduta del potere della borghesia e la instaurazione di uno stato socialista o per lo meno fortemente orientato verso il socialismo:

 Nota Giuseppe Vacca :

 

Ma, per conquistare una condizione meno svantaggiosa, l’Italia, pensava Togliatti, avrebbe dovuto partire dall’accettazione della sua situazione:era un paese vinto, corresponsabile dello scatenamento della guerra, aggressore della Francia, della Grecia, della Jugoslavia edell’Unione sovietica. L’unica possibilità di migliorare la propria condizione consisteva quindi nello sviluppo della guerra di liberazione e

nel contributo che essa avrebbe potuto dare alle potenze alleate accellerando la sconfitta di Hitler. …..La consapevolezza che dalla guerra sarebbe scaturita una dimensione del tutto nuova delle “grandi potenze”, rendeva evidente che l’Italia non avrebbe potuto più ambire ad essere una di loro. Avrebbe dovuto battersi, invece, per un nuovo assetto europeo, basato sull’indipendenza nazionale e la cooperazione internazionale fra tutti i popoli.[54]

 

L’arrivo di Togliatti (aprile 1944) che aveva  ben chiari i termini della questione e del rapporto di forze non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello internazionale, risolse chiaramente il dilemma  nel senso della collaborazione con le altre forze antifasciste, ponendo così anche  le basi della partecipazione piena dei comunisti e della sinistra in generale nel processo della formazione della stato democratico e nella elaborazione della Costituzione  nella quale poi tutti  gli italiani hanno finito con il riconoscersi.

Non fu semplice per Togliatti, anche materialmente tornare in Italia. Dovette avere naturalmente il benestare del governo Badoglio ( che fu alquanto riluttante) e degli alleati. Solo il 18 febbraio del 44 Togliatti riuscì a partire da Mosca e solo  il 28 marzo riuscì ad arrivare a Napoli via mare  da Algeri dove era giunto  con vari scali aerei passando da Baku, Teheran e Il Cairo.

Va  notato che  Togliatti formalmente non era il segretario del partito comunista italiano anche se tale  era considerato da tutti i compagni

Come giustamente osserva Renzo Martinelli :

 

Togliatti è ormai considerato a pieno titolo il capo del partito, anche se non lo trovere­mo negli organi dirigenti successivi a quelli eletti al Congresso di Colonia: un  capo del partito, che parla però anche a nome dell'Internazionale. Una doppia autorità, in un certo senso, che non può non pesare sul lavoro del centro estero di cui Grieco è ora il responsabile politico. Che Ercoli resti il n. 1 del PCI nessuno degli altri dirigenti mette in dubbio. Il riconoscimen­to è addirittura sancito in saluti ufficiali, non senza qualche accento adula­torio.

Dopo il 1934, quindi, e in sostanza sino al ritorno di Togliatti in Italia, si verifica una situazione assai peculiare, nella quale Ercoli rimane il piu autorevole membro del gruppo dirigente del PCI, pur senza far parte degli organi del partito. Si può osservare che questo distacco di Togliatti ha pro­babilmente giovato al PCI, le cui sorti egli ha potuto seguire senza rima­nere personalmente coinvolto nelle travagliate e complesse vicende che cul­mineranno nello scioglimento del CC deciso dal Comintern nel 1938.[55]

 

 

Infatti  Il “compagno Ercoli”, come era maggiormente conosciuto,  fu ricevuto con grande calore anche se con non poca sorpresa dai compagni: vi sono colorite testimonianze di questo incontro improvviso.

Ecco come lo racconta Spriano:

 

Già da molte ore, anche prima di arrivare in vista delle coste,vide  una enorme massa di fumo che si addensava sul mare per decine di  miglia e annunciava l'Italia e il Vesuvio. [...]Una pioggia di cenere sottile  copriva i campi e le strade. [...] Il volto della patria, di nuovo raggiunto dopo  diciott'anni d'esilio, aveva qualcosa di apocalittico.

E « apocalittico » gli appare anche l' aspetto di Napoli, provata dalla guerra: la città gli si presenta come malata «per un cui si mescolavano la stanchezza, l'affanno per il presente e per ricerca ansiosa del necessario per vivere, da ottenersi ad ogni costo  e sentiva che l'Italia, come società organizzata, non c'era più,….

 

È notte quando Ercoli si presenta alla sede della federazione  del PCI e si fa riconoscere dai compagni che vi si trovano  Cacciapuoti, Maglietta, Valenzi. Indossa sotto la giacca un  maglione a strisce orizzontali che campeggia nei ricordi di tutti quelli che lo incontrano nei primi giorni; nel suo accento si mescolano piemontese e le cadenze del russo. Ricorda Cacciapuoti:

 

Lo portammo nel salone per fargli ammirare l'esposizione dei nostre  parole d'ordine che c'erano al muro. Aspettavamo un “bravi compagni “ ma Togliatti cambiò espressione, fece la faccia un po' scura, e muoveva  la testa da un lato all'altro come fanno i bulgari per dire sì [...]. Ci volle far capire  che per lui quei manifesti e quelle parole d'ordine erano sbagliati

Per quella sera il discorso finisce lì: Togliatti viene sistemato in quella che sarà la sua casa a Napoli, un appartamentino in un  palazzo di via Broggia”[56]

 

Togliatti evidentemente si rende conto già a primo colpo d’occhio che la condotta politica è inadeguata, non all’altezza della situazione.

Ad esempio a Napoli le tessere del partito erano date con grande attenzione e difficoltà dopo una specie di esame personale. Il risultato era che vi erano solo 12.000 iscritti : Togliatti dispose allora che le tessere fossero distribuite in tutte le sezioni e senza particolari difficoltà: il consenso popolare e un partito di massa non si puo costruire respingendo chi vuole partecipare.

Togliatti  elabora e chiarisce la linea politica: esiste in Italia un potere senza autorità ( il governo del re)  e d’altra parte una autorità senza potere ( i partiti popolari e antifascisti). Logicamente  non resta che unire le due parti. Per il momento occorre quindi la collaborazione di tutti, a guerra finita poi si penserà all’assetto istituzionale  e politico.

Togliatti  Illustra la sua linea al congresso del Partito del 30 e 31 marzo nelle cui conclusioni si legge  che:

 

 “… il PCI propone di liquidare la presente situazione di disordine e di confusione,

I) mantenendo intatta e consolidando l'unità del fronte delle forze democrati­che e liberali antifasciste;

2) assicurando formalmente il paese che il problema istituzionale verrà risolto liberamente da tutta la nazione, attraverso la convocazione di una Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale, diretto e segreto, subito dopo la fine della guerra;

3) creando un nuovo governo di carattere transitorio ma forte e autorevole per l'adesione dei grandi partiti di massa; un governo capace di organizzare un vero e grande sforzo di guerra in tutto il paese e in primo luogo di creare un esercito italiano forte che si batta sul serio contro i tedeschi; un governo capace, con l'aiuto delle grandi potenze democratiche alleate, di prendere delle misure urgenti per alleviare le sofferenze delle masse e far fronte con efficacia ai tentativi di rinascita della reazione;

4) assicurando a tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione o fede poli­tica, sociale, religiosa, che la nostra lotta è diretta a liberare il paese dagli invasori tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili della catastrofe nazionale, ma che nel fronte della nazione c'è posto per tutti coloro che vo­gliono battersi per la libertà d'Italia, e che domani avranno la possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni “.[57]

 

 

Gli stessi concetti sono poi ribaditi nella intervista  all’unita pubblicata il 2 aprile.

 

Togliatti, divulgando gli stessi concetti della risoluzione, rivolge un discorso piu diretto ai comunisti. Dice loro che rimanere spettatori piu o meno indifferenti della guerra non sarebbe solo un errore, bensì un delitto, perché dall'esito della guerra e dal contributo che daremo ad essa dipende tutto il nostro destino, il destino degli operai, dei contadini, dei giovani, degli intellettuali, in una parola il destino di tutta la nazione italiana... È il partito comunista, è la classe ope­raia che deve impugnare la bandiera della difesa degli interessi nazionali che il fa­scismo e i gruppi che gli dettero il potere hanno tradito. “[58]

 

Si prendono quindi contatti con i leader  delle altre forze, ed i comunisti con Togliatti entrano  nel governo Badoglio. Il giuramento avviene nelle mani del re il 21 aprile 1944 in una villa di Ravello. Il governo avrà vita piuttosto breve e sarà poi sostituito il 18  giugno 1944 all’indomani della liberazione di Roma da un nuovo governo a guida di Bonomi.

In ogni cosa si può osservare che da quella scelta nacque una politica che per forza di cose divenne sempre più indipendente da Mosca ma questo è un altro  discorso.

 

Accenniamo   ora a una importante questione ampiamente  dibattuta all’interno del movimento comunista in tutti questi anni  e  che ci pare quella veramente importante e sostanziale: Togliatti,  o meglio la dirigenza comunista, con la “svolta di Salerno” si sono mossi verso gli interessi reali del proletariato nazionale e internazionale o è stata esso un errore, o peggio ancora un tradimento della sua politica? In effetti il problema è importante nell’ottica interna del comunismo  perchè alcuni  pensano che la svolta di Salerno abbia colpito a morte la rivoluzione comunista  molto più di  quanto abbiano fatto i governi borghesi o magari lo stesso fascismo.

 Ma c’erano realmente le  condizioni reali ed effettive di una presa del potere del comunismo in Italia? Storicamente non si può che  rispondere negativamente  al di la di ogni ragionevole dubbio. In pratica il mondo fu diviso in sfere di influenze e l’italia si trovò in quella di influenza del mondo” borghese e capitalistico” guidato dagli USA, aveva inizio la cosiddetta “guerra fredda”: ma a parte  il contesto internazionale, in realtà in Italia il comunismo non era poi affatto radicato se non in piccoli gruppi attivi  intellettuali e  operai. La maggior parte della popolazione risentiva  dell’influenza della  lunga dittatura fascista che aveva dipinto il comunismo come  il male radicale. Vi era una Chiesa cattolica potentissima, specialmente nel ceto agricolo, attivamente e decisamente avversa la comunismo. Vi era un apparato dello stato pur esso per tradizione fortemente anticomunista . Pensare che i partigiani (quelli comunisti, non tutti lo erano ) avrebbero potuto cacciare via i potenti eserciti alleati vincitori della Germani nazista  può essere un atto di fede nel comunismo ma certamente è ben lontano da ogni senso di realtà.  Certamente  non vi era altra  soluzione che quella prospettata da  Togliatti. Possiamo dire che questo è uno dei rari punti  su cui gli storici di ogni tendenza concordano pienamente. Ma vogliamo anche  fare notare che   questa soluzione non mancava di appoggi nella stessa storia del comunismo italiano

Già Gramsci aveva ampiamente mostrato nelle sue riflessioni come la rivoluzione in Italia  e nell’Occidente   in generale, non potesse percorrere le identiche strade della Rivoluzione di Ottobre in Russia.  Non vi era nel nostro paese un ”Palazzo di inverno” da assaltare perché, diversamente che in Russia, non vi era un centro unico del potere. L’instaurazione di una società comunista passava invece attraverso la “ egemonia culturale”, l’ alleanza  dei contadini e degli operai, riallacciandosi cosi alle esigenze  democratiche del Risorgimento nazionale. 

Ed infatti noi troviamo gli stessi concetti ovviamente semplificati e adattati alla situazione nel rapporto di Togliatti ai quadri comunisti napoletani :

 

Noi siamo il partito della classe operaia e non rinneghiamo, non rinnegheremo mai, questa nostra qualità. Ma, la classe operaia non è stata mai estranea agli interessi della nazione. Guardate al passato, ricordatevi come agli inizi del Risorgimento nazionale, quando esistevano soltanto piccoli gruppi di operai distaccati gli uni dagli altri e ancora privi di una profonda coscienza di classe e di una ricca esperienza politica, questi gruppi dettero i combattenti più eroici per le lotte di masse, che si svolsero nelle città e nelle campagne, per liberare il paese dal predominio straniero. Operai e artigiani furono il nerbo dei combattenti delle Cinque giornate di Milano. Furono gli operai, insieme coi migliori rappresentanti dell'intellettualità, l'anima della resistenza degli ultimi baluardi della libertà italiana nell'anno successivo. Operai e artigiani troviamo nelle legioni di Garibaldi; li troviamo dappertutto dove ci si batte e si muore per la libertà e per l'indipendenza del paese.
Noi rivendichiamo queste tradizioni della classe operaia italiana. Noi rivendichiamo le tradizioni del socialismo italiano, di questo grande movimento di masse operaie e di popolo, che irrompendo sulla scena politica, reclamando il riconoscimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori, chiedendo che fosse assicurato al popolo il posto che gli spetta nella direzione del paese, ha adempiuto una grande funzione nazionale di risanamento, di ravvivamento e rinnovamento di tutta la vita italiana. Oggi che il problema dell'unità, della libertà e dell'indipendenza d'Italia e di nuovo in giuoco; oggi che i gruppi dirigenti reazionari hanno fatto fallimento, perché la storia stessa ha dimostrato che la loro politica di rapina imperialista e di guerra non poteva portare l'Italia altro che ad una catastrofe; oggi la classe operaia si fa avanti, col suo passo sicuro, e conscia di tutti i suoi doveri rivendica il proprio diritto, come dirigente di tutto il popolo, di dare la sua impronta a tutta la vita della nazione.
La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra; liquidando per sempre la ideologia da criminali del fascismo e i suoi piani funesti di brigantaggio imperialista, tagliando tutte le radici della tirannide mussoliniana noi daremo alla vita della nazione un contenuto nuovo, che corrisponda ai bisogni, agli interessi, alle aspirazioni delle masse del popolo.
Quando noi difendiamo gli interessi della nazione, quando ci mettiamo alla testa del combattimento per la liberazione d'Italia dall'invasione tedesca, noi siamo nella linea delle vere e grandi tradizioni del movimento proletario. Siamo nella linea della dottrina e delle tradizioni di Marx e di Engels, i quali mai rinnegarono gli interessi della loro nazione, sempre li difesero, tanto contro l'aggressore e invasore straniero, quanto contro i gruppi reazionari che li calpestavano. Siamo nella linea del grande Lenin, il quale affermava di sentire in sé l'orgoglio del russo, rivendicava al proprio partito di continuare tutte le tradizioni del pensiero liberale e democratico russo e fu il fondatore di quello Stato sovietico, che ha dato ai popoli della Russia una nuova, più elevata coscienza nazionale. Noi siamo nella linea del compagno Dimitrov, il quale a Lipsia, davanti ai giudici fascisti, rivendicò con una fierezza che destò l'ammirazione di tutto il mondo la propria qualità di figlio del popolo bulgaro; rivendicò a sé le tradizioni e si presentò come il continuatore di tutte le lotte del popolo bulgaro contro i suoi oppressori. Noi siamo nella linea del pensiero e dell'azione di Stalin, di quest'uomo il quale ha saputo sulla base delle conquiste della grande Rivoluzione socialista di ottobre, sulla base delle realizzazioni di più di venti anni di edificazione socialista, realizzare l'unità di tutto il popolo, di tutte le nazioni che sono nel territorio dell'Unione Sovietica nella lotta sacra contro l'invasore, e per schiacciare definitivamente l'hitlerismo e il fascismo. Noi siamo sulla via che ci hanno tracciato questi nostri grandi maestri………
Lo so, compagni, che oggi non si pone agli operai italiani il problema di fare ciò che è stato fatto in Russia. La classe operaia italiana deve oggi riuscire, attraverso la propria azione e la propria lotta, a risolvere le gravi, terribili questioni del momento attuale. Essa ha il compito di dire una parola, di dare una direttiva, la quale indichi a tutto il paese la via per uscire dalla catastrofe cui è stato trascinato. Guai se noi oggi non comprendessimo questo compito o lo respingessimo. Guai se la classe operaia, oggi, non adempisse a questa sua funzione nazionale. Guai se gli elementi più decisi della classe operaia si lasciassero isolare. Guai se le forze democratiche si lasciassero dividere. Assisteremmo immediatamente, non solo al risorgere, ma al trionfo delle vecchie forze reazionarie; al prevalere delle istituzioni, delle formazioni politiche e degli uomini che sono responsabili di averci portato nella situazione attuale. Compagni, quell'Italia noi vogliamo che non risorga. Vogliamo una Italia democratica, ma vogliamo una democrazia forte, la quale annienti tutti i residui del fascismo e non lasci risorgere niente che lo riproduca o che gli rassomigli. Come partito comunista, come partito della classe operaia, reclamiamo arditamente il nostro diritto a partecipare alla costruzione di questa nuova Italia, coscienti del fatto che se noi non reclamassimo questo diritto e non fossimo in grado di adempiere, oggi e nel futuro, questa funzione, l'Italia non potrebbe venire ricostruita, e gravi sarebbero le prospettive per il nostro paese. Nel combattimento durissimo per liberarci, oggi, dall'invasione straniera e iniziare e condurre sollecitamente, non appena sia possibile, la ricostruzione, noi chiamiamo ad unirsi, nel fronte delle forze democratiche, antifasciste e nazionali, tutti gli italiani onesti, tutti coloro che soffrono della situazione a cui è stata portata l'Italia, tutti quelli che vogliono vedere finita rapidamente questa situazione. Per questo, compagni, la nostra politica è una politica nazionale ed una politica di unità.”[59]

 

 La scelta quindi di non precipitare l’Italia  nella rivoluzione violenta ( la cosi detta “svolta di Salerno” )  risponde quindi soprattutto a una scelta strategica e politica di largo respiro che vedeva la instaurazione del comunismo come  il risultato di una ampio e profondo processo civile e culturale.   Tutto ciò a prescindere dal fatto che in realtà in Italia non vi erano rapporti di forza tali  che  potessero far prevedere un esito felice della rivoluzione : ciò apparve ancora più  chiaro negli avvenimenti susseguenti l’attentato di Pallante. 

D’altronde con la svolta di Salerno si è operato poi quelle scelte e quelle strutture che hanno retto poi il partito in modo duraturo ed efficace per tutta la durata della sua esistenza:

Si fonde innanzi tutto il carattere i mediazione fra ideologia rivoluzionaria e linea politica  legalista

Come nota Massimo Ilardi infatti:

 

“Si può dire, a questo punto, che la struttura organizzativa è stata determinata, nel caso del PCI, dalla sua funzione di mediazione politica tra una ideologia rivoluzionaria e una linea politica socialdemocratica. Per que­sto essa avrà sempre un impianto valutativo e prescrittivo, e una grande stabilità e autonomia dentro il partito. È proprio l'uniformità e la rigi­dità della struttura delle sue istanze e il rispetto delle norme e delle procedure a collocarla in una ideale via di mezzo nella quale può dispiegarsi l'estrema adattabilità dei suoi meccanismi alle esigenze della ideologia e della direzione politica”[60]

 

Nello spazio di qualche anno il Partito da una esiguo gruppo di poche migliaia di iscritti  militanti passava a un grande partito di massa di milioni di iscritti che poi divenne  la  forza  fondamentale  della sinistra italiana :

Nota ancora Ilardi  :

 

La III conferenza d'organizzazione iniziò i suoi lavori il 10 gennaio 1947. Al centro del dibattito era il problema di come si doveva dirigere operati­vamente un partito che nel giro di quattro anni (dal 1943 al 1947) era pas­sato da circa 6.000 a circa 2.200.000 iscritti, organizzati in 8.635 sezioni e 35.400 cellule. "Il problema è veramente nuovo - dirà Togliatti nel suo intervento -, e nella storia del movimento operaio e anche nella storia del bolscevismo, prima della conquista del potere, una soluzione bella e fatta non la troviamo. Dobbiamo elaborarla da noi, attraverso la nostra espe­rienza e studiando le esperienze degli altri partiti "

Momento centrale e necessario della ricerca di questa soluzione era il Lavoro, il valore del Lavoro, l'etica del Lavoro che dava dignità e identità al militante-produttore di politica. Bisogna "realizzare in pieno - afferma­va Togliatti - la parola d'ordine che tutti i comunisti debbono avere un compito e adempierlo scrupolosamente. Nel partito c'è lavoro per tutti; nel partito tutti debbono lavorare."[61]

 

 Si operava pure la composizione del carattere  della composizione di classe del  partito. Che se è l’espressione del proletariato pur tuttavia è in stretto rapporto con le altra classi e in continuità con la nostra migliore tradizione:

Nota a questo proposito il Flores:

 

 Partito di massa, naturalmente, dei lavoratori, centrato prevalentemente sulla classe operaia rispetto a cui gli altri strati sociali appaiono" alleati "; partito nazionale ma non per questo meno definito socialmente ne staccato e distante da una tradizione lontana con cui non si vuole rompere ma che l'esperienza resistenziale ha permesso di modificare profondamente…[62]

 

L'idea comunista di un partito di massa e di quadri appare, negli anni 1945-48, assolutamente originale. È un'originalità che nasce dalla volontà di unificare il passato e il presente, la milizia attiva dei rivoluzionari di professione con la partecipazione alle lotte di massa, la creazione di una struttura disciplinata ed efficiente con la presenza capillare in ogni segmento della società, il ruolo di un'avanguardia separata e cosciente con un'azione politica che mira alla conquista del con­senso e dell'appoggio della maggioranza e non teme di essere inquinata dal­la coscienza " arretrata" dei grandi numeri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO SESTO

 

LA NASCITA DELLA REPUBBLICA

 

 

L’opera di Togliatti nella formazione della Repubblica italiana e della sua Costituzione, non va vista solo ed esclusivamente sotto l’aspetto dell’apporto che ad essa diede il Partito Comunista Italiano, ma anche nella capacità  di frenare le aspirazioni alla rivoluzione violenta di larga parte del proletariato,aspirazioni che si manifestano soprattutto all’indomani dell’attentato a Togliatti nel 1948.

Infatti, dopo la svolta di Salerno (aprile 44), il Partito Comunista  Italiano entrò nell’ area di governo e vi restò fino al 1947, quando con una improvvisa svolta di De Gasperi, l’allora presidente del consiglio, fu estromesso. La stagione politica si chiuse con l’affermazione della DC nelle elezione del  1948 :da allora  in poi  il partito comunista  si pose sulla strada di una lunghissima opposizione democratica e costituzionale  democratica, che è durata  fino agli  inizi degli anni 90.

Dopo la svolta di Salerno l’ingresso formale del Partito Comunista Italiano nel governo avvenne il 21 aprile 1944, nel gabinetto presieduto da Badoglio. Il giuramento si tenne in una locale di fortuna a Ravello,  fra la diffidenza  di persone  fedeli al re, che fino a qualche mese prima aveva considerato il comunismo come il maggiore dei mali, ma che ora dovevano pur accettarne,almeno momentaneamente, la alleanza aspettando la prima occasione per sbarazzarsene.

Dopo qualche mese, avvenuta la liberazione di Roma, le forze di sinistra, soprattutto i socialisti, chiesero  una nuova guida del governo che non fosse un semplice fiduciario del re e compromesso con il vecchio regime come era Badoglio: la scelta cadde su  Bonomi che formò quindi un nuovo governo  nel quale entrarono ancora i comunisti (giugno 1944).

In tale nuova fase politica, naturalmente occorreva un profondo rinnovamento del partito,  tanto che  si parlò di  “partito nuovo”.

 Fu  lo stesso Togliatti a delinearlo con una opera teorica e pratica  incessante;

  Scrive Togliatti su Rinascita :

 

Prima di tutto, e questo è l'essenziale,partito nuovo è un partito della classe operaia e del popolo il quale non si limita più soltanto alla critica e alla propaganda, ma interviene nella vita del Paese con una attività positiva e costruttiva . La classe operaia, abbandonata la posizione unicamente di opposi­zione e di critica che tenne nel passato, intende oggi assumere essa stessa, accanto alle altre forze conseguentemente democra­tiche, una funzione dirigente . Partito nuovo è il partito che è capace di tradurre in atto questa nuova posizione della classe operaia, di tradurla in atto attraverso la sua politica, at­traverso la sua attività e quindi anche trasformando a questo scopo la sua organizzazione. In pari tempo il partito che abbia­mo in mente deve essere un partito nazionale italiano.”[63]

 

Si tratta quindi di costruire un partito che aggreghi le masse, che si diffonda in tutti gli ambienti  possibili,  di un modello quindi nuovo,  molto lontano  da quello del piccolo  gruppo chiuso in sè stesso per affrontare le persecuzioni politiche, l’esilio e i mille pericoli della clandestinità.

Alcuni hanno visto in questo modello un abbandono del rigore rivoluzionario e un primo passo sulla via della rinuncia alla Rivoluzione. Scrive ad esempio il Galli:

 

«L 'esilio, il carcere, il confino, le molte lotte combat­tute, le difficili prove affrontate, invece di temprare le volontà ingenerarono una stanchezza, una rilassatezza, un sostanziale scetticismo che trovava un terreno propizio nelle nuove condi­zioni di un ambiente che consentiva la trasformazione dei vec­chi perseguitati in personaggi ufficiali riveriti, blanditi, osanna­ti. La buona formazione culturale di taluni tra loro - e in pri­mo luogo dell'autorevolissimo segretario generale - trovava nella tradizione italiana motivi e pretesti per giustificare l'indi­rizzo adottato. La

deformazione di Gramsci completava quella di Lenin, il "Risorgimento tradito", da Pisacane a Gobetti, i fermenti meridionalistici da Fortunato a Dorso, fornivano ma­teria per un canone interpretativo che rendeva lecite tutte le pe­culiarità, tutte le cautele, tutte le attese».[64]

 

Ma indubbiamente il “partito nuovo” corrispondeva alle esigenze del momento storico , in qualche modo anche potremmo dire che fu   imposto, a una base  alquanto recalcitrante  perchè non cosciente della nuova situazione internazionale che si andava maturando.

 Ad esempio bisognava  tener conto  delle preoccupazioni degli alleati che andavano comunque rassicurati,  preoccupazioni soprattutto da parte inglese come spiega Spriano:

 

Ci sono abbondanti prove che almeno il governo inglese era seriamente preoccupato della piega che stavano prendendo gli eventi. Il 4 maggio, ad esempio Churchill scrisse due note al suo ministro degli Esteri, chiedendo se gli inglesi  avrebbero consentito alla comunistizzazione dei Balcani e forse dell'Italia», osservando che «ci stiamo avvicinando al momento di mettere le carte in tavola  con i russi sui loro intrighi comunisti in Italia, Jugoslavia e Grecia».. Mentre è probabile che il Preside Roosevelt non fosse personalmente molto preoccupato della possibile diffusione del comunismo in Europa, i dirigenti americani civili e militari in Italia erano forte mente anticomunisti e furono in grado di esercitare un'influenza decisiva sul cc della politica italiana del loro governo”[65]

 

Si forma quindi nel giugno del 45  il governo presieduto da Parri, esponente del partito d’azione che aveva presieduto il comitato che aveva guidato la Resistenza: si tratta di una affermazione  di quello che fu detto il “vento del nord”. Nel nuovo governo Togliatti assume il  ministero della giustizia, funzione particolarmente importante in vista delle epurazioni e dei processi per i crimini commessi durante la guerra.

 Tuttavia il governo Parri ebbe vita breve, dal giugno al novembre 1945 perchè sembrò da una parte troppo legato agli ambienti partigiani e dall’altra  non sufficientemente sostenuto dalla Sinistra perchè il leader era un liberale. Si apri quindi la strada a un governo guidato da un cattolico e la scelta ricadde su Alcide De Gasperi. (dicembre 1945)

Togliatti si trovò quindi ad affrontare  il problema del rapporto con la Chiesa e con il mondo cattolico in generale. E’ ben consapevole  che la Chiesa è la base catalizzatrice  delle forze anticomuniste e  tuttavia ritiene che il mondo cattolico sia molto composito e agitato da  forze contrastanti, alcune delle quali possono essere utili alla causa democratica.  In ogni caso  gli sembra errato e controproducente uno scontro generalizzato con il cattolicesimo nel suo complesso poichè comunque il sentimento religioso è ben  radicato nelle  masse agrarie e anche in quelle operaie.

Come Osserva Bocca:

 

La Chiesa in Italia è certamente conservatrice, an­ticomunista, ma nulla esclude che possa mutare, che possa cer­care un nuovo rapporto con le forze popolari. È comunque con lei che bisogna fare i conti. Togliatti non improvvisa mai sui grandi temi: ritornano qui le lunghe meditazioni con Gramsci e poi le esperienze del Comintern, specie quella della Spagna…... È comprensibi­le che la Chiesa stessa presenti questa sua dottrina come qualco­sa di fermo, di assoluto, e la propria azione come un adegua­mento, condizionato soltanto da circostanze di fatto. Ma è com­pito dello storico e del politico indicare come, in circostanze sto­riche di volta in volta profondamente nuove e diverse, uno stesso involucro dottrinale abbia coperto o copra posizioni molto differenti, condizionate dai rapporti intercorrenti tra la Chiesa, lo Stato e la società civile, dalle lotte che si combattono nel seno di questa società, dai problemi economici, sociali, politici, che in questa società vengono a maturazione e si risolvono Poi si potrà rimproverare a Togliatti di aver commesso questo o quel­l'errore nella sua politica con la Chiesa ma non di non aver ca­pito che questa politica si imponeva comunque al movimento operaio”[66]

 

 

Occorre quindi muoversi sulla direttrice di una grande intesa generale; d’altra parte va pure notato che per il momento il clima della guerra fredda è ancora lontano.

 Con De Gasperi egli trova anche una intesa abbastanza  agevole. La nuova Democrazia cristiana è infatti molto più aperta del vecchio Partito Popolare: quest’ultimo  era infatti più rivolto a ricostituire  una  società integralmente cattolica mentre la DC accetta sinceramente le istanze democratiche e progressiste. D’altra parte lo stesso De Gasperi in qualche modo ha bisogna dell’appoggio di Togliatti per fare accettare come una necessità quelle riforme in senso democratiche che molta parte del mondo cattolico avversa.

Si arriva quindi al referendum istituzionale (giugno ’46) che segna una vittoria per le forze di sinistra, in quanto la monarchia, che è il naturale baluardo della conservazione, viene battuta anche se i risultati, seppure chiari,  non sono poi tanto eclatanti .

Il 54% degli elettori si esprime per la Repubblica con 12.717.923 voti, contro il 45,'7% che dà la preferenza alla monarchia con 10.719.284 voti. Da più parti si sollevano dubbi di brogli elettorali, ma la contestazione rimane lettera morta e il 13 giugno Umberto di Savoia lascia l'Italia per l'esilio di Cascais in Portogallo. Unitamente al referendum si vota anche per l’assemblea costituente con i seguenti risultati :

 

Democrazia Cristiana

207

Mov. Indip. Sicilia

4

Partito Socialista

115

Concentr. Dem Repub.

2

Partito Comunista

104

Partito Sardo d'Azione

2

Unione Dem. Naz,

41

Movim. Unionista It.

1

Uomo Qualunque

30

Part. Cristiano Sociale

1

Partito Repubblicano

23

Part. Democr. Lavoro

1

Blocco Naz. Libertà

16

Part. Contadini Italiani

1

Partito d'Azione

7

Fr. Dem. Progres. Rep.

1

 

 

 

 

Il P.C.I., come si vede, risulta solo il terzo partito: una chiara delusione  alle tante speranze dei militanti.  il comunismo era una forza nuova e che per tanti anni era stato demonizzato in ogni modo, non solo dal Fascismo, ma da tutta la classe dirigente e soprattutto doveva combattere con la posizione intransigente  contraria della Chiesa.

Comunque la Costituente non aveva i poteri di una assemblea legislativa ma solo di redigere la Costituzione che fu opera comune di tutte le forze antifasciste e con tutti i  limiti e le contraddizioni insite in un mondo cosi variegato ,resta comunque a tutto oggi  un presidio essenziale della democrazia nel nostro paese.

Da notare in particolare  l’art 7 che  fa entrare nella Costituzione i Patti Lateranensi negoziati nel 1929 da Mussolini.  Come è noto, esso fu approvato con l’appoggio comunista, mentre altre forze laiche e di sinistra (liberali, socialisti e azionisti) furono contrari. 

Togliatti decise in tal senso per i motivi che prima abbiamo  richiamato:  evitare uno scontro frontale con il mondo cattolico dal quale  il comunismo aveva tutto da perdere.

Subito dopo il voto referendario si forma un secondo governo De Gasperi che slitta alquanto più a destra del precedente. Comunque a Togliatti viene confermato il ministero della giustizia e ad altri esponenti comunisti viene pure affidato l’alto commissariato per la epurazione.

Come guardasigilli  Togliatti svolge una opera molto discussa dagli ambienti della  sinistra. La sua  azione è tutta intesa a ripristinare la legalità. Si rivolge ai giudici invitandoli alla obbiettività anche se sa bene che la classe dei magistrati era chiaramente orientata  verso la conservazione per estrazione culturale.

 Nota Bocca:

 

La risposta di questa magistratura è nella maggior parte dei casi una risposta reazionaria. A Roma i fascisti che hanno torturato e ucciso i partigiani vengono o con­donati o condannati a pene lievi; i gerarchi fascisti denunciati alI'Alta Corte di Giustizia si danno alla macchia protetti dai cara­binieri e dalla polizia. Se il ministro di Grazia e Giustizia osa trasferire uno dei magistrati reazionari, la stampa di destra parla di «persecuzioni politiche» e il Guardasigilli deve giustificarsi, come nel caso del consigliere Milziade Venditti, trasferito dalla presidenza del Tribunale di Roma ad altro incarico: non per ra­gioni politiche, precisa «L 'Unità», ma di incompetenza profes­sionale, giudicata tale da una commissione della Corte d' Appel­lo cioè da «funzionari, alti magistrati di elevatissima competen­za e di serenità e imparzialità superiori a qualsiasi sospetto[67]

 

 

Tuttavia va notato  che il progetto di Togliatti è pienamente coerente: vista la impossibilità di una rapida presa del potere di un regime comunista, occorre muoversi su un terreno puramente legalitario e costituzionale: la violazioni delle leggi da parte dei comunisti avrebbe oggettivamente  giustificato atti di forza della destra. Se non si voleva arrivare a uno scontro violento per i tanti motivi che prima abbiamo delineato, occorreva  restare saldamente su un  piano legale.

 

Anche per quanto  riguarda l’epurazione  si procede con molta cautela, limitandosi a esonerare solo un limitato gruppo di alti dirigenti. D’altra parte va pure considerato che il regime fascista  aveva preteso per tutti gli impiegati  dello stato la fedeltà al regime,oltre alla  formale iscrizione al Partito Fascista. Non era facile distinguere fra coloro che vi avevano aderito spontaneamente da quanti lo avevano fatto  per semplice motivi economici e di lavoro, a prescindere dal fatto che gli avvenimenti  avevano profondamente modificato le convinzioni della gente.  D’altra parte non si poteva licenziare un numero  ingente di funzionari senza che lo Stato ne restasse paralizzato  nella sua azione, anche senza correre il rischio di vedere tutta una categoria di cittadini e lavoratori spinta in  una disperata situazione. Il progetto di  Togliatti era invece quello di allargare il consenso  e non di creare una diffusa ostilità alle forze democratiche.

Tuttavia spesso ci fu eccessiva indulgenza da parte degli organi preposti, come osserva Bocca:

 

 

Certe commissioni prosciolgono quasi sistematicamente Non c'è da stupirsene, dato che nelle commissioni di epurazione vi è un so­lo rappresentante dell' Alto commissariato e due (un magistrato e un burocrate) della pubblica amministrazione. Del resto, che fare se il primo ministro De Gasperi accusa pubblicamente l' Al­to commissariato di compromettere i fondamentali interessi dello Stato, togliendogli i funzionari di cui ha bisogno per i suoi ministeri?”[68]

 

Sulla stesa linea Togliatti propose una amnistia poi  approvata che riguardava i reati commessi in guerra e punibili con pene non superiori ai 5 anni e  a esclusione dei reati   di “sevizie particolarmente efferate”. Si trattava anche in questo caso di una necessaria opera di pacificazione anche se la magistratura  la applicò in modo molto estensivo verso i repubblichini.

 Intanto però la situazione  mondiale era in rapida evoluzione. La alleanza che aveva permesso la sconfitta del nazi-fascismo andava rapidamente dissolvendosi   e al suo posto nasceva quella che fu definita la “guerra fredda” fra la società liberista , guidata  dagli USA., e il comunismo guidato dall’Unione Sovietica.

Gli USA cominciano quindi una campagna politica generale contro il comunismo internazionale, non disdegnando, il contributo di elementi ex fascisti e ex nazisti

Dall’altra parte,nell’Europa Orientale occupata dagli eserciti russi,l’alleanza con i partiti non marxisti viene rapidamente liquidata e la direzione dello Stato passa rapidamente in  mani del tutto fedeli a Stalin.

 Nel nuovo contesto occorreva schierarsi con il modello capitalistico o con quello comunista: non era possibile restare in  una terza posizione.

 Il problema si riflette rapidamente anche nella politica interna italiana: De Gasperi infatti agli inizi  del 48 andò in visita  in USA dove ebbe la promessa di ingenti aiuti economici conseguenti al piano Marshall, ma alla condizione sostanziale di estromettere i comunisti dall’area del potere. E fu ciò che avvenne alla fine dei maggio del 47 con il terzo governo De Gasperi.

Contemporaneamente anche il partito socialista  subiva una scissione fra la maggioranza diretta da Nenni  che restava nell’alleanza con i  comunisti e una minoranza che sotto la guida di Saragat  usciva per creare un proprio partito alleato alla DC e avversario del comunismo. 

La radicalizzazione della lotta quindi costrinse il partito comunista ed abbandonare la politica precedente  di buoni rapporti con le altre forze borghesi e comunque non reazionarie.

Si arrivò alle elezione del 18 aprile 1948.

Il risultato mostrò una vittoria chiara delle forze anticomuniste incentrate intorno alla DC e  il PCI come la principale forza di opposizione:  praticamente la DC al potere, il PCI all’opposizione fu lo schema che durò  per oltre quaranta anni e si trascinerà sostanzialmente immutato, sia pure tra molte vicissitudini, fino agli inizi degli anni ’90.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO SETTIMO

 

L’ATTENTATO DI PALLANTE

 

. 

 

Il PCI aveva perso con le elezioni del 48 la possibilità di raggiungere il potere attraverso le vie della democrazia  costituzionale parlamentare.

 Era possibile allora raggiungere lo stesso risultato con altri mezzi, quella della rivoluzione violenta ? L’occasione si presentò qualche mese dopo quando avvenne l’attentato di Palante contro Togliatti: fu  l’occasione nella quale apparve,e  non a pochi, che il comunismo potesse affermarsi secondo la linea della rivoluzione violenta in Italia. Ma tale possibilità nella realtà  non ci fu in quell’occasione, cosi come non ci fu  mai realisticamente, né prima né dopo

 

Gli avvenimenti che si susseguono all’attentato di Pallante  a Togliatti sono   un momento cruciale nella storia sia del movimento comunista che di tutto il Paese. Con essi tramonta ogni “velleitarismo” rivoluzionario e prende  corpo definitivamente  un lungo processo che, in mezzo a molte contraddizioni e arretramenti, tuttavia porta alla fine alla il PCI a accettare compiutamente la democrazia borghese parlamentare

Come scrive  Tobagi :

 

Questa forza, anche per l'esperienza dello sciopero generale, acquista maggior coscienza che i sogni di una rapida palingenesi rivoluzionaria non hanno fondamento. Ciò non vuol dire che se ne traggano subito e chiaramente tutte le implicazioni teoriche e pratiche: bene o male, come si è visto negli articoli saggio di Secchia, si continua a tenere in piedi l'ipotesi di una via insurrezionale al potere, che è poi l'ipotesi di un uso politico anche della forza armata; e qualche gruppo, ristretto ma non isolato, continua a compiere piccoli episodi di lotta violenta. Ma si tratta, tutto sommato, di esperienze minoritarie e marginali: il grosso del movimento operaio - unito su questa scelta di  fondo, al di là delle divergenze politiche e delle diffe­renziazioni che cominciano a delinearsi tra Pci e Psi inizia 'una lunga guerra di posizione” nel Paese e nel Parlamento.

 ln questo senso, lo sciopero per l'attentato a Togliatti chiude un'epoca e fa morire un'illusione: l'epoca più convulsa e combattuta del secondo dopoguerra; l'illu­sione che il movimento operaio possa arrivare al potere con un colpo rivoluzionario.[69]

 

 Il merito di aver evitato un bagno di sangue,  si deve soprattutto   al realismo di Togliatti in prima persona e del  gruppo dirigente comunista che a lui faceva capo.

 

Esaminiamo sinteticamente i fatti:

 Il 14  luglio 1948, alle 10.30 mentre Togliatti  era insieme alla compagna Tilde Iotti, un giovane, Antonio Pallante gli sparò a bruciapelo tre colpi  di  pistola: Togliatti venne colpito ma fortunosamente i proiettili che lo raggiunsero non ebbero a ledere  organi vitali  e Togliatti  potette  essere  salvato.

Molto si è detto sulla matrice dell’’attentato : alcuni hanno pensato che non si sia trattato  del gesto di un personaggio  isolato, più o meno esaltato, ma di   un complotto,nel quale sarebbero  intervenuti anche i servizi segreti stranieri.

Scrivono   a questo proposito i  Ferrara:

 

È impossibile dire se, oltre al clima di aggressione  civile contro i comunisti, creato ad arte  dei clericali, l'attentato del 14 luglio fu consapevolmente   organizzato da qualche mandante rimasto  nascosto. Le indagini della polizia non  potevano naturalmente mettere in luce niente in questa direzione . Persino per l' eccidio di Portella delle Ginestre la ricerca dei mandanti fu esplicitamente esclusa dai

magistrati e impedita dalla polizia Sono stati avanzati dubbi  , ma una ricerca di prove non è stata possibile.[70]

 

In tempi recenti si riparlato della presenza di qualche burattinaio nascosto:

il 12 febbraio 2003,il quotidiano “ Repubblica” riporta l’attenzione sui quei fatti presentando alcuni nuovi documenti in un articolo intitolato “Quando l’O.S.S. spiava Togliatti”:

 

“ Dalle carte dei servizi americani (Office of Strategic Services) ripescati a College Park, escono le paure di una potenza che subito dopo la guerra teme una rivoluzione bolscevica in Italia. Togliatti viene spiato, seguito in ogni sua mossa da qualcuno che gli sta molto vicino.”[71]

 

 Ogni sua abitudine viene minuziosamente annotata, perfino la sua tendenza a bere quasi due litri di vino al giorno senza risentirne affatto. La spia continua a inviare informazioni anche dopo l’attentato del 1948, ma, a tutto oggi, quelle stesse prove documentali non ci permettono di affermare il coinvolgimento diretto degli americani.

Partendo da queste ipotesi, Lecis, giornalista della Gazzetta di Reggio, e in gioventù segretario della Fgci sassarese, recentemente  ha pubblicato  un romanzo dal titolo”Togliatti deve morire”[72]

Protagonista della vicenda è Antonio Sanna, funzionario del Pci, che viene a sapere delle trame americane e si attiva per proteggere il compagno Ercoli (alias Togliatti), non riuscendoci

 Si tratta pero di una opera di narrativa e non di  un saggio storico, che riporti documenti  attendibili

Comunque anche se sono rimaste alcune zone d’ombra si è comunemente convinti che non si trattò di un complotto,  ma del gesto di un estremista, pare non molto equilibrato.  Tuttavia l’opinione pubblica non poteva sapere con certezza  che si trattasse semplicemente di un gesto clamoroso, gravissimo, ma comunque isolato e si pensò da parte di molti al complotto, alla preparazione di un colpo di stato autoritario. Soprattutto si   accusarono i partiti borghesi  di aver  creato un clima di violenta demonizzazione dei comunisti, presentati come il male, come “quelli che mangiano i bambini” come si  disse poi ironicamente. 

I Ferrara chiaramente rievocano il clima nel quale esso si attuo:

 

L 'attentato del I4 luglio non si comprende se non nel clima  creato ad arte dai clericali, e in particolare da De Gasperi, per le elezioni del I8 aprile. Vi erano, certamente, esaltati e più fascisti in giro nella Napoli del I944, a Roma del '45 e del '46, quando i dirigenti comu­nisti ripresero a circolare Sotto gli occhi di tutti , libe­ramente; non si era però ripreso, allora, l'incitamento fanatico alla messa al bando dei comunisti dalla vita politica, ma si era ripresa la odiosa agitazione di menzogne e di calunnie che è il marchio immondo del­l’anticomunismo. “[73]

 

 

Si additò come mandante morale una certa stampa  fra le quali faceva spicco un articolo di un esponente  socialdemocratico, Carlo Andreoni che scriveva sull’Umanità. Come racconta Bocca :

 

 

Per quanto ci riguarda, dinanzi a queste prospettive e alla iattanza con la quale il russo Togliatti parla di rivolta, ci limitiamo a esprimere l'augurio, e più che l'augurio la certezza, che se quelle ore tragiche dovessero veramente suonare per il nostro popolo, prima che i comunisti possano consumare per intiero il loro tradimento, prima che armate straniere possano giungere sul nostro suolo per conferire ad essi il miserabile potere di Quisling al quale aspirano, il governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il co­raggio, l'energia, la decisione sufficiente per inchiodare al mu­ro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchio­darveli non solo metaforicamente”[74]

 

E quell’infelice  “non metaforicamente “, sembrò proprio un incitamento all’assassinio, tanto che qualche testimone (non  confermato per la verità)  riferì che Togliatti  colpito, avrebbe pronunciato  subito il nome di Andreoni, cogliendo il nesso diretto fra l’articolo e l’attentato.

Anche in parlamento Terracini affermò:

 

Stamane a Piazza Montecitorio una figura scialba, stri­sciando, si è posta all'agguato. In lei - ed ancora ne ignoriamo i lineamenti - confluivano i più tristi perso­naggi della politica italiana di questi ultimi mesi: la frenetica campagna anti-comunista di cui sui banchi di­versi dai nostri non c'è nessuno che possa dichiararsi non responsabile; l'istigazione specifica a colpire gli uomini nostri, svolta di giorno in giorno, fino alle for­me più esasperate e frenetiche; e quella menzognera agitazione di stampa per la quale questa mattina ho ado­perato termini brucianti che mi rammarico oggi di non avere reso più brucianti ancora.

Tutto ciò si annidava nella scialba figura salita stamane agli onori della nostra cronaca politica e che forse qual­cuno già pensa di elevare domani a più alti onori.”[75] 

 

Appena la notizia si diffuse  in tutta Italia esplose uno sciopero  generale con molte occupazioni delle fabbriche, repressioni e scontri sanguinosi che portarono complessivamente  a 16  vittime fra manifestanti e forze dell’ordine.

La manifestazioni furono spontanee, non vi fu nessuna preparazione  (che non poteva naturalmente esserci per  l’imprevedibilità dell’avvenimento),  ne tanto meno un piano insurrezionale. Ciò non toglie però che in molta parte dei manifestanti fosse diffusa la convinzione che fosse venuto il “gran momento” della Rivoluzione, dello sciopero generale come momento iniziale dell’insurrezione definitiva.

 La lotta partigiana era terminata da poco, ed era diffusa l’idea che doveva essere seguita da una seconda fase  nella quale il proletariato avrebbe preso il potere  sottraendolo ai moderati che del fascismo erano considerati come una emanazione, una continuazione.

Se la insurrezione tuttavia non si ebbe e in tre giorni l’ordine pubblico torno alla normalità o quasi, il merito (o la colpa, dipende dal punto di vista  ) fu essenzialmente della dirigenza comunista stretta intorno a Togliatti.

Togliatti stesso infatti appena fu in grado di farlo pronunciò parole rassicuranti e invitò tutti alla calma e alla moderazione.

 Come racconta Bocca:

 

“Entrano nella stanza del ferito, che è lo studio del professore  Valdoni, Longo, Secchia, Scoccimarro e Caprara. Già a Montecitorio il leader ha raccomandato a Scoccimarro: «State calmi; non perdete la testa»,” e ora ripete: «Calma, mi raccomando, calma, non facciamo sciocchezze». Poi chiede notizie delll'attentatore, ma se ne sa ben poco: è un siciliano, pare di idee  fascistoidi.”[76]

 

 

Alla testa dei più  decisi  all’insurrezione appaiono personaggi che erano stati gli emarginati dal partito, proprio per il loro estremismo. I dirigenti del Partito invece sostengono vigorosamente la protesta, si chiedono  anche le dimissioni del governo De Gasperi ma sostanzialmente impediscono  che lo sciopero generale degeneri  in vera e propria insurrezione.

Per questo non sono mancate le accuse secondo le quali, agendo in questo modo, la dirigenza comunista di Togliatti ha in effetti impedito la Rivoluzione, ha spezzato lo slancio rivoluzionario delle masse, non ha  avuto fiducia in esso e ha  di fatto allontanato definitivamente l’Italia dal comunismo marxista,  consegnandola quindi ai partiti borghesi.

Si è spesso sostenuto che non era del tutto impossibile che una rivoluzione comunista in Italia avrebbe avuto successo

Scrive ad esempio Galli :

 

“A questo punto si deve tener conto della situazione  internazionale di allora, estremamente tesa soprattutto a causa del blocco sovietico di Berlino. È lecito chiedersi , il colpo di stato di Praga e dopo la prova di forza in Germania , un tentativo comunista di impadronirsi  in Italia non

avrebbe provocato un intervento a del tipo di quello attuato due anni dopo in Corea.

È certo che, dopo l'enunciazione di quella che fu detta la dottrina Truman, gli Stati Uniti intendevano opporsi ad ogni espansione dell'influenza sovietica. Ma fin dove questa intenzione potesse spingersi in rapporto a che era allora il potenziale militare americano, è difficile dire. Solo un calcolo approssimativo delle truppe , statunitensi di pronto impiego in Europa nell'estate del 1948 può  fornire un primo elemento di giudizio; a quanto si sa  ufficialmente, non sembra che il comando americano  potesse contare su più di un paio di divisioni di immediato impiego; è dubbio che con la situazione esistente  in Germania queste truppe avrebbero potuto esser spedite  immediatamente in Italia”[77]

 

 In realtà ad un esame  obbiettivo non si può non concordare che in quelle condizioni, in quel contesto storico,  la rivoluzione sarebbe stata una catastrofe  per il movimento comunista e in generale per le classi lavoratrici.

 Innanzi tutto va tenuto presente il contesto internazionale. Di fatto alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia era ricaduta nell’ambito  della sfera di influenza degli americani  che certamente non avrebbero permesso l’instaurarsi di un regime comunista in Italia.

 Realisticamente i rappresentanti dell’Unione Sovietica  fecero presente che non avrebbero potuto intervenire per sostenere la rivoluzione,  né d’altra parte questo avrebbe potuto avvenire senza scatenare un guerra grande e generale  dagli esiti incerti ma certamente disastrosi per l’intera  umanità.

 Certamente ci furono dunque scioperi e manifestazioni spontanee:

Vivacemente descrivono i  Ferrara:

 

Dappertutto, subito, si sospese il lavoro, si fermarono i trasporti pubblici, si calarono le saracinesche dei ne­gozi, la gente si precipitò nelle vie, imprecando all'as­sassino, al governo democristiano, a Scelba. Attorno a Montecitorio incominciò il conflitto con la  Celere , che cercava di sciogliere gli assembramenti, ma non poteva muoversi, sotto la fitta sassaiola, assalita da grida una­nimi di esecrazione. Dalla Camera e dal Senato, tutto il mondo politico si affollò attorno alla sala dove Val­doni stava operando, riempì le scale, i corridoi, le anti­camere. In un angolo era anche De Gasperi; pallido, tremante. Una popolana lo vide e gridò: «Eccolo! il capo degli assassini! ».

II movimento si estese a tutto il Paese! con la rapi­dità della folgore. La radio dette la notizia e di colpo tutta l'Italia fu in sciopero. I treni si fermarono in mezzo alla

 campagna e il popolo scese nelle piazze.”[78]

 

 Ma anche se vediamo al contesto nazionale dobbiamo notare che solo una parte della nazione minoritaria avrebbe seguito la spinta rivoluzionaria.

Gli scioperi e le manifestazioni infatti si diffusero, ma a macchia di leopardo, più nella città e meno nelle campagne, più a nord e meno a sud dove mancava la tradizione della lotta partigiana di cui la spinta rivoluzionaria  appariva come un prosieguo. Come dimostra il Tobagi esaminando le relazioni dei prefetti e degli organi di polizia:

 

È vero, e risulta chiaramente dai rapporti dei prefetti, che c'è  l'Italia che sciopera  ed è una parte forte, numerosa, politicamente cosciente e concentrata, quasi sempre, nelle zone più industrializ­zate. Ma questa realtà è ben lungi dal coprire l'intero spettro della società.

 C'è una «seconda Italia » che pure emerge dai telegrammi dei prefetti: è l’ Italia che non sciopera  vuoi per indifferenza, vuoi per convinzione politica; e sono milioni di persone, quasi intere regioni, dalle Tre Venezie ad ampie zone del Sud, che non scendono in piazza, però costituiscono quel poten­ziale di riserva, che ha garantito alla Democrazia cristiana il trionfo del 18 aprile.”[79]

 

 Inoltre va tenuto presente che oltre all’Italia che manifesta non  vi era  solo un altra Italia che restava in disparte o perchè sostenitrice dei partiti borghesi e più semplicemente perchè scarsamente interessata alla  politica, o timorosa di una ripresa dei conflitti  armati dopo anni di  disastri e di guerra. Vi era infatti una terza Italia composta all’apparato burocratico dello stato, dalle forze di polizia , dall’esercito, che restava nel complesso  ostile alla rivoluzione in modo attivo e convinta. Come osserva  infatti il Tobagi:

 

E questa « seconda Italia» (che non sciopera) non è isolata; anzi, è strettamente collegata ad una « terza Italia », l' « Italia del­l' ordine pubblico » , dai prefetti fino al carabiniere del più sperduto paesino di campagna. Anche questa Italia fa sentire il suo peso sociale e politico: non si limita a

una gestione meramente difensiva, è convinta di bat­tersi per una causa che sente giusta; e perciò interviene con la stessa, durissima decisione per rimuovere un blocco stradale come per garantire la libertà di lavoro.”[80]

 

In queste condizione evidentemente la rivoluzione sarebbe andata incontro al fallimento e per effetto di esso  i comunisti  sarebbero state esclusi dalla vita politica per un periodo lunghissimo, non precisabile ma , diciamo, almeno per una generazione.

 I dirigenti comunisti quindici mossero decisamente sulla strada di evitare tragici risultati:

 Come osserva Ginsborg

 

“I dirigenti comunisti intervennero dovunque rapidamente per evitare quello che ritenevano sarebbe stato un tragico errore. Già il 16 luglio erano faticosamente al lavoro cercando di convincere i propri militanti a levare i blocchi stradali, smantellare le barricate, rilasciare gli ostaggi e tornare al lavoro. Il 18, De Gasperi ripartì all’offensiva. Un’ondata di repressione si abbatté in tutte quelle zone che avevano reagito con maggiore vigoria alle notizie del tentato assassinio. Ad Abbadia San Salvatore e dintorni 147 abitanti furono arrestati e messi sotto processo.

 Il 15 luglio molti di loro avevano sinceramente creduto che stesse per sorgere un nuovo periodo fascista, che Togliatti avesse avuto lo stesso destino di Matteotti, che fosse giunto il momento di combattere fino alla fine. Essi, in realtà, avevano torto e ragione al tempo stesso: non c’era alcuna possibilità di un ritorno al fascismo, ma la battaglia iniziata nel settembre 1943, e che aveva spinto molti di loro ad arruolarsi nelle Brigate Garibaldi e a combattervi, era stata definitivamente perduta con l’estate del ’48»[81]

 L’opera di Togliatti e  del suo gruppo scongiurò un  disastro e permise   quindi al movimento comunista di essere partecipe, sia pure nella  posizione dell’opposizione alla formazione della democrazia italiana .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO OTTAVO

 

TOGLIATTI ALL’OPPOSIZIONE

 

 

 

Dopo le elezioni del 48, il PCI guidato da Togliatti non ebbe più la possibilità di entrare nell’area del potere centrale. Le alleanze della lotta contro il nazismo andavano esaurendosi in tutto il mondo e quindi necessariamente anche in Italia  la solidarietà nazionale dello lotta antifascista volgeva inevitabilmente al termine. Oramai il mondo intero era chiamato a schierarsi da una parta o dall’altra. La divisione in due del mondo era intesa come una situazione di lunga durata,  comunque necessaria per evitare l’olocausto nucleare. Iniziava così la “guerra fredda”.

Come osserva Hobaswn:

 

In effetti la situazione mondiale si stabilizzò ben presto e tale rimase fino alla metà degli anni '70, quando il sistema internazionale e le sue componenti entrarono in un altro periodo della crisi economica e politica. Fino ad allora entrambe le superpotenze  accettarono la divisione del mondo, pur con le sue irregolarità e fecero  ogni sforzo per comporre le dispute circa le linee di demarcazione senza pervenire a uno scontro aperto tra le loro forze armate, che avrebbe potuto portare a una guerra. Inoltre, in contrasto con l'ideologia e la  retorica della Guerra fredda, agirono in base al presupposto che una coesistenza pacifica di lungo termine fosse possibile. Infatti quando si arrivò al dunque, entrambe le superpotenze si fidarono della moderazione  della controparte, perfino in momenti in cui erano sull'orlo di una guerra o perfino impegnate in essa.”[82]

 

Inevitabilmente anche in Italia le forze politiche  erano necessariamente chiamate a fare la loro “scelta di campo”. Il Partito comunista naturalmente non poteva non scegliere il campo socialista, senza rinnegare la propria ispirazione fondamentale, la propria ragione d’essere, potremmo dire. Ma l’Italia, per la spartizione del mondo che si era consumata a Yalta e che comunque , bisogna riconoscerlo, scongiurò una guerra  grande e generale che avrebbe forse distrutto l’umanità,  ricadeva nel campo di influenza degli U.S.A. e quindi nel campo di influenza capitalistica: conseguentemente  i comunisti si trovarono pur sempre all’opposizione. Soltanto  con l’attenuarsi della guerra fredda negli anni 80 si potè ipotizzare  un inserimento nel governo con il cosidetto “compromesso storico”, ideato ai tempi di Berlinguer,  ma in realtà solo con la fine della guerra fredda conseguente alla caduta dei regimi del socialismo reale (inizi degli anni ’90), gli eredi del partito comunista effettivamente hanno avuto la concreta  possibilità di tornare nell’area di governo.

Spesso si è rimproverato Togliatti per la sua incapacità di scegliere veramente fra la via rivoluzionaria e quella legalitaria:

Ritiene ad esempio Galli :

 

“..è la sostanza di quel che si può chiamare « il dramma » del socialismo italiano di origine marxista. Per quante elaborazioni dottrinali si siano  tentate, l'antinomia tra riforma e rivoluzione e la conseguente  necessità di scelta si esprimevano, nel 1948, negli stessi  termini di mezzo secolo prima. I dirigenti del PCI non erano in grado di esprimere una nuova sintesi e non seppero compiere una scelta quando le due modalità- la maggioranza e le barricate - si presenta­rono concretamente nel giro di pochi mesi.”[83]

 

Spesso quindi da destra e da sinistra si rimprovera Togliatti di aver ibernato la principale forza di opposizione.

Da destra lo si rimprovera di non avere veramente  accettato di entrare nel gioco della democrazia occidentale, di non essere schierato chiaramente contro il comunismo: ma evidentemente  un partito che si definisse comunista non poteva certo schierarsi nel campo del capitalismo, mentre in tutto il mondo capitalismo e comunismo erano impegnati in una sfida mortale. Da sinistra invece si rimprovera  Togliatti  di esser stato troppo prudente, di avere nei fatti fermato la rivoluzione invece di promuoverla. Ma va notato che, come tutti gli storici riconoscono,  la divisione del mondo conseguente alla guerra fredda non permetteva una rivoluzione in Italia, e il tentarla avrebbe inevitabilmente portato  l’Italia a una dittatura di destra appoggiata dagli americani come ce ne furono tante  nel lungo periodo della guerra fredda soprattutto nell’America Latina.

La linea del partito comunista era in effetti segnata dalla situazione internazionale;

Come osservano i Ferrara:

 

“Dalla liberazione in poi vi sono stati senza dubbi nell'attività del partito comunista debolezze,incertezze, errori. Il merito pero sta nell’aver compreso a tempo che la prospettiva era quella buona con la quale si doveva lavorare, Gli errori furono, quindi, fatti sopra una strada giusta, le  incertezze poterono essere scoperte, si potè lavorare per superarle “[84]

 

Togliatti in realtà non aveva scelta:o abbandonare il comunismo come in realtà fecero  molti : ma se questa soluzione non  si voleva prendere e allora  la sua linea era l’unica possibile. Egli impose la sua soluzione  fin dai tempi della svolta di Salerno e la  mantenne  inalterata fino a che fu alla guida del Partito Comunista. D’altra parte Togliatti aveva della problematica della lotta al capitalismo una  visione globale , mondiale che aveva acquisito nei lunghi anni in cui in Russia aveva avuto la possibilità di vedere i meccanismi, i caratteri della lotta rivoluzionaria su scala mondiale. Bisogna pure tener conto che la lotta fra Capitalismo e Comunismo che ha caratterizzato il mondo intero per oltre cinquanta anni, non è un fatto che si possa risolvere in un solo paese,  ma riguarda appunto il mondo intero e si vince o si perde su scala mondiale come poi la storia ha dimostrato.

Ma la linea della opposizione legalitaria di Togliatti  non fu solo l’unica possibile, ma bisogna anche evidenziare che essa non fu affatto sterile di risultati. Anche se in Italia non si instaurò il comunismo, pur tuttavia il PCI incise fortemente sulla vita italiana, sulla organizzazione del lavoro, sulla vita economica, sulla cultura del nostro paese. Anche se la Democrazia Cristiana e le forze centriste o di centro destra ebbero di fatto il monopolio del potere ( come, ripetiamo, non poteva non essere in quella situazione internazionale ) tuttavia il partito comunista italiano ebbe direzione  della opposizione e un  grandissimo  peso nelle amministrazioni  locali. Intere regioni italiane, come quelle del centro nord, sono state amministrate quasi esclusivamente  con l’apporto del PCI e sono risultate anche quelle meglio amministrate, come tutti riconoscono. Ma anche  a livello nazionale,in effetti la politica governativa fu sempre condizionata fortemente dalla opposizione comunista: le leggi in favore dei lavoratori, delle previdenze  sociali, delle donne, delle uguaglianze civili, diciamo, in generale lo stato sociale che pure in quegli anni fu  costruito, fu essenzialmente un effetto della pressione dell’opposizione guidata dai comunisti e quindi da Togliatti per lungo tempo.

Si formò poi in Italia una classe dirigente del PCI in grado di agire con prudenza e chiarezza portando avanti una tale linea politica.

Come nota  Renzo Martinelli:

 

È attraverso gli sforzi per raggiungere e mantenere un equilibrio tra questi due versanti che si costituisce una tradizione di "capitani” e che questi raggiungono una precisa consapevolezza della propria storia e della propria funzione, facendo leva sull'analisi, via via  chiara e realistica, delle condizioni oggettive. È per questa via che il gruppo dirigente comunista perviene infine a colmare la" sfasatura originaria" caratteristica del PCI, 10 squilibrio, cioè, tra ela­borazione teorica e azione politica concreta che si può ravvisare nelle sue vicende precedenti, per assolvere un ruolo decisivo nella storia d'Italia”.[85]

 

La Rivoluzione,  quella” grande e generale”  che avrebbe cancellato per sempre la divisione fra sfruttati e sfruttatori , che avrebbe portato pace  benessere e libertà a tutti era il sogno di ogni comunista: ma pur tuttavia la razionalità di Togliatti mostrava che non era possibile, almeno per il momento, e quindi bisognava concentrarsi sulle conquiste sociali ed economiche effettivamente possibili. Poi la Storia avrebbe deciso ….

L’azione politica di Togliatti alla guida dell’opposizione quindi in realtà fù caratterizzata da una doppia esigenza: da una parte incalzare il poter centrale sulle esigenze dei lavoratori, di vigilare contro ogni tentativi di ritorno a regimi autoritari e antidemocratici; dall’altra parte anche  frenare quegli elementi che avrebbero voluto una Rivoluzione subito e che avrebbero in questo modo compromesso  gravemente gli interessi delle classi lavoratrici anche in prospettiva la possibilità  stessa dell’avvento del  comunismo.

In questo ambito critico non bisogna dimenticare, come spesso si fa, che la valutazione dell’operato politico non si può fare con il “senno di poi”:lo svolgimento della storia consta di tanti imponderabili fattori che nessuno può prevedere la strada che la storia stessa percorrerà, come spesso anche Marx stesso ammoniva.

In particolare va tenuto presente che nel 1948 nessuno prevedeva o poteva prevedere a destra né a sinistra,che di li a pochi anni il volto dell’Italia sarebbe cambiato profondamente, che un’ Italia povera e contadina stava per sparire per dar posto al cosi detto “miracolo italiano”: nuove sfide, nuovi problemi, nuove ingiustizie e disuguaglianze prendevano il posto delle antiche: ma chi poteva prevederlo  nel 1948 ?

Come giustamente osserva Bocca :

 

Del resto chi, in Italia, ha capito nel 1948-49 che qual sta per scattare, di rivoluzionario, nella economia mondiale. Chi ha previsto davvero il neo-capitalismo e il salto tecnologico che ne è lo strumento?

L 'opinione di Togliatti, del partito, non differisce sostanzialmente da quella della borghesia italiana: per entrambi la gara è  puramente quantitativa, fra la ricchissima America che detiene  il primato quantitativo delle produzioni e l'Unione Sovietica che la insegue, già circondata dal mito della crescita pianificata. I maggiori imprenditori italiani, interrogati nel 1946 da commissione della Costituente, hanno consigliato una economica del piede di casa, delle protezioni e delle piccole dimensioni.”[86]

 

Questo però non significa che Togliatti non avesse nell’interno del PCI  difficoltà da affrontare, in modo particolare verso quella parte del partito e dell’Italia stessa che era insofferente  e avrebbe  voluto un ruolo attivo nel promuovere la rivoluzione. In realtà non si trattò mai di una vera e propria  strategia alternativa alla linea  di Togliatti quanto di uno stato d’animo , di una tendenza pratica . Il personaggio che maggiormente incarno un tale aspetto fu  Secchia.

Pietro Secchia nato nel   1903 a Biella   da famiglia operaia partecipò attivamente alle lotte del primo dopoguerra nelle file del movimento operaio, in contatto anche con il gruppo dell'Ordine nuovo e come aderente alla frazione comunista del partito socialista. Fu uno dei principali dirigenti del partito comunista, dal  1943 alla liberazione del nord fu   tra i principali protagonisti della partecipazione comunista alla lotta armata, soprattutto come commissario generale delle brigate Garibaldi.

Dopo la liberazione Secchia ricoprì cariche di primo piano nella vita del partito comunista e fu posto a capo dell'organizzazione del PCI a livello nazionale. Si segnalò anche per  l'energia con la quale controllò la situazione dopo l'attentato a Togliatti del 1948 e si distinse nelle grandi mobilitazioni di massa contro il Patto Atlantico e in altre occasioni.

La concezione di  Secchia del partito si richiamava, secondo la tradizione della III Internazionale, alla politica delle alleanze, nella quale avrebbe voluto portare tutto il peso della classe operaia e dell'intransigenza classista, con un maggiore e più intenso sviluppo delle lotte di massa in direzione delle istanze di “democrazia progressiva”.  Aspetti della sua personalità come organizzatore di partito, ma anche come uomo politico, furono la sua concezione del l'internazionalismo e la consapevolezza del fatto che anche il partito italiano altro non era che l'unità di un unico esercito internazionale, una concezione tipica della III Internazionale, che trovò difficoltà a tradursi dopo il secondo dopoguerra, soprattutto dagli anni 50  nella fase della distensione succeduta alla guerra fredda, in cui la scelta di campo aveva di necessità imposto la disciplina di blocco a favore dell'Unione Sovietica e degli Stati socialisti dell'Europa orientale.

L’occasione che segnò il declino politico di Secchia fu  il caso Seniga… Questi era una persona considerato di fiducia di Secchia.

Cosi lo descrive Bocca.:

 

Seniga si occupa dell'apparato clandestino, che fra i compiti ha quello di assicurare l'incolumità dei dirigenti in caso di emergenza. Gli hanno fatto prendere il brevetto da pilota, ha acquistato, intestandoli a compagni fidati, alloggi e villette in cui ha sistemato delle casseforti che contengono documenti e i fondi neri del partito: dollari in assegni e in banconote. Seniga è certamente un militante sincero, appassionato turbato. Il partito rivoluzionario in cui ha creduto è mutato,' egli ne attribuisce la colpa a Togliatti. Del resto è molto facile  essendo massimalista, vedere il tradimento di Togliatti. Si conserva ancora come prova un manifesto affisso dai compagni senesi in cui si vedono Togliatti e Pio XII, l'uno accanto  all'altro, il capo del Partito comunista e il Pontefice.”[87]

 

Giulio Seniga nel 1954 fuggì quindi in Svizzera con documenti segreti del partito: alla fine tornerà, tratterà con il partito  dal quale poi uscirà per aderire a varie formazioni di sinistra.

L’episodio si riflette molto negativamente su Secchia stesso anche se egli in verità non aveva nessuna responsabilità diretta.  Poco dopo infatti egli lascio ogni carica di direzione effettiva.  Tuttavia Secchia non ruppe con il partito comunista, restò nel suo ambito senza però svolgere più compiti direzionali: si dedicò agli studi e scritti sulla storia del PCI e della Resistenza e compi un gran numero di viaggi in tutto il mondo come rappresentante del PCI fino al 1973, anno della sua morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO NONO

 

LA DESTANALIZZAZIONE

 

 

Uno dei primi problemi che Togliatti dovette affrontare stando alla opposizione, non fu  però legato alla politica interna, ma al tentativo molto insistente da parte di Stalin di riportare la sua opera a livello internazionale affidandogli il ruolo di dirigente del Cominform. Togliatti però resistette, sia pure con molta cautela e garbo, e alla fine la questione  fu messa in disparte.

 Il pretesto per  l’operazione fu data dal fatto che nell’agosto del 1950 l’auto sulla quale viaggiava Togliatti ebbe un incidente. Corse voce, del tutto infondata, che si sarebbe trattato  di un attentato: i giornali russi soprattutto sostennero la tesi che la vita di Togliate fosse in pericolo in Italia.  Nel dicembre dello stesso anno Togliatti fu invitato in Russia e ricevuto con onori eccezionali e perfino Stalin in persona gli andò incontro per salutarlo. In seguito nei colloqui venne discussa la proposta pressante di Stalin  a Togliatti di assumere la direzione del Cominform.  Si disse che Togliatti era la persona più adatta se non l’unica  a ricoprire un ruolo internazionale cosi importante, che la situazione internazionale era molto grave e anche che la vita stessa di Togliatti in Italia era in pericolo. Naturalmente Togliatti  avrebbe dovuto abbandonare la direzione effettiva del partito comunista Italiano, ma non aveva alcuna intenzione di fare una cosa del genere:  non rifiutò esplicitamente, ma prese tempo , addusse problemi e difficoltà e alla fine riuscì a far decadere definitivamente la proposta di Stalin e a  restare alla guida effettiva del PCI.

Questo episodio è stato variamente interpretato: per alcuni effettivamente Stalin riteneva Togliatti il più idoneo a quella carica , per altri invece si trattava di una mossa per togliere a Togliatti la direzione del partito comunista italiano per affidarlo a persone meno autorevole e quindi per questo stesso più arrendevole alle direttive di Stalin. Si è anche parlato di una specie di congiura di alcuni  dirigenti  del PCI  interessati a un maggiore peso  del loro potere  nel partito . In realtà  pero nessun dirigente mise mai in discussione il ruolo guida di Togliatti: quel ruolo appariva del tutto  opportuno e indiscutibile e tale rimase fino alla morte di Togliatti stesso nel 1964.

 

 

La maggiore crisi però che Togliatti dovette fronteggiare negli anni 50, fu senza dubbio quella connessa alla destalinizzazione e ai movimenti insurrezionali del 56. Tali avvenimenti ebbero un enorme impatto su tutto il movimento comunista internazionale e quindi anche sul Partito comunista italiano.

Nel 1956 Krusciov, allora segretario del PCUS,stilò il “famoso rapporto segreto” che fu quasi subito ampiamente divulgato in tutto il mondo. In esso  veniva denunciato quello che era definito “il culto della personalità” di Stalin di cui venivano denunziati ed evidenziati gli errori e gli orrori. Poichè da oltre trenta anni Stalin era considerato in tutto l’universo comunista come  il capo  infallibile,  un punto di riferimento assoluto e irrinunciabile, l’impatto fu enorme. Nel seguito degli stessi anni si ebbero movimenti insurrezionali contro i regimi comunisti nell’est europeo: in Polonia essi si composero con l’arrivo al potere di Gomulka, esponente comunista, ma messo in carcere nel periodo staliniano. In Ungheria invece le vicende furono più tragiche e si risolsero in una insurrezione sanguinosa domata soltanto con l’intervento delle forze corazzate sovietiche : non rientra nel nostro assunto esaminare questo importanti avvenimenti: diamo soltanto un cenno sull’azione di Togliatti in questa difficile occasione

La situazione fu estremamente pericolosa per tutto il movimento comunista in quanto si era sempre identificato il comunismo con Stalin e  l’unione sovietica come il paese in cui il socialismo si era concretamente incarnato. La posizione di Togliatti fu molto cauta: si accettava e  non si poteva fare altrimenti,  la destalinizzazione ma tuttavia sempre con molta prudenza. Tale atteggiamento di Togliatti gli fu rimproverato sempre sia  da destra che da sinistra . Tuttavia va considerato che egli temette sempre, e a ragione, che la condanna dei metodi staliniani finisse con  l’abbandono delle stesse mete e ideologia del comunismo internazionali: in realtà egli non contestò mai la condanna degli errori di Stalin, ma si sforzò di  storicizzarli, di metterli nella cornice di una storia  tragica  e spietata che era stata quella dei tempo delle rivoluzione.  Se il mito di Stalin e dell’Unione Sovietica doveva essere ridimensionato e anche abbattuto, tuttavia non si doveva per questo abbandonare quello slancio rivoluzionario , quell’anelito al comunismo inteso come   società  senza sfruttati e sfruttatori. Ma questo atteggiamento confinò pur sempre il partito comunista in quell’ambito  di “zona grigia”: Ma uscire da esso poteva solo significare abbandonar  la causa del comunismo : molti lo fecero in quegli anni

 

Come osserva il Flores :

 

Egli escluse che tutto il male potesse essere addossato , sulle spalle di Stalin e del «culto della personalità», una spiegazione tautologica e comunque insufficiente: ai fini interni, l'impostazione di Togliatti aveva anche lo scopo di ammortizzare il dissenso se non il rifiuto con cui la gran parte dei militanti aveva accolto l'attacco a Stalin. L'analisi andava invece portata sui meccanismi di funzionamento del sistema di governo sovietico: la frase-chiave dell'intervista affermava che nel periodo staliniano si era assistito al «So­vrapporsi di un potere personale alle istanze collettive di origine e natura democratiche» oltre che all’accumularsi di fenomeni di burocratizzazione, di violazione della legalità, di stagnazione e anche, parzialmente, di degenerazione, di differenti punti dell 'organismo sociale».

Nel campo comunista fu probabilmente - questa di To­gliatti- l'indicazione che più si avvicinò a una critica: i sovietici si risentirono in particolare per l'uso della parola degenerazione[88]

 

La linea politica di Togliatti alla fine ridusse il danno : è vero che un certo numero di aderenti lasciò il partito e fra questi soprattutto alto fu il numero degli intellettuali: tuttavia bisogna pur riconoscere  che la base operaia e proletaria restò sostanzialmente con il partito stesso,  che passò quindi quasi indenne la grave crisi della destalinizzazione e della fine del mito dell’Unione Sovietica: comunque il comunismo restò la meta ideale  cui tendere anche se vista ormai con occhi critici e non più “dogmatici”

Come osserva Berti:

 

“È solo dopo il 1956 che per quanto concerne la storia del PCI e la storia dell'Ic avviene in Italia il trapasso da una prospettiva di giudizio politico a una prospettiva di giudizio storico. . . L'insegnamento di Gramsci ha costituito, certo, un precedente per gli storici marxisti italiani che altrove è mancato.”[89]

 

Un fatto che non fu possibile evitare  fu il passaggio graduale e problematico del partito socialista dall’alleanza al PCI  alla partecipazione ai governi presieduti dalla DC.

Nel clima unitario della lotta antifascista era stato possibile una salda  alleanza con le forze socialiste nella prospettive di una nuova Italia retta dalle forze di sinistra. Ma man mano che l’obbiettivo si allontanava e si consolidava una egemonia democristiana, anche l’unità a sinistra cominciava  a scricchiolare.

Dopo il 1953 quando per la seconda volta si affermò la vittoria, sia pure di misura, della DC e ancora  dopo i fatti del 56, sui quali i giudizi del PSI e del PCI divergevano sostanzialmente, il movimento cosi detto autonomista del PSI divenne sempre più forte.

Come osserva Bocca :

 

La corrente autonomista del Partito socialista italiano, ostile all'alleanza con i comunisti e favorevole all'unificazione con i socialdemocratici, è una costante storica del partito: in minoranza negli anni della guerra fredda, quando bisognava far fronte co­mune, a sinistra, contro la restaurazione borghese e messa in disparte, ripropone la sua politica appena si delinea una dialettica interna allo schieramento cattolico.

È nel luglio 1953 che Nenni incomincia a parlare di una «alternativa socialista», cioè «una formula politica che per la sua natura non è di partito, non è di classe, è di popolo.” [90]

 

 

 Togliatti in verità comprese  per tempo che lo slittamento del PSI era una questione di tempo e che non era possibile fermarlo. Egli insistette  nell’opera comune, si richiamò a quella esigenza della unità dei lavoratori,  ma non riuscirà comunque a impedire l’alleanza del PSI con le forze moderate. Tenterà sempre di convincere i socialisti che questo era un modo delle forze borghesi per spezzare  l’unità della sinistra. Tutto alla fine fu vano: nel 1961 si formarono le prime giunte di centro sinistra in grandi città come Milano  e finalmente nel  febbraio del 1962 si formò quindi un primo governo di centro-sinistra presieduto da Fanfani: i socialisti entrarono pienamente nel 1963 con il governo presieduto da Moro

In realtà il mondo è cambiato da quello nel quale aveva sempre vissuto Togliatti: lo sviluppo impetuoso dell’industrializzazione ha modificato profondamente la situazione del proletariato e dei rapporti sociali in generale; e un mondo che psicologicamente  e culturalmente è molto diverso da quello in cui Togliatti aveva  vissuto la sua eccezionale esperienza in Russia e in nell’Italia del primo dopoguerra. Il suo realismo in verità lo portava a vedere i cambiamenti  e il  nuovo, come  gli riconobbero anche coloro che adottarono poi anche linee diverse ma si trattava pur sempre di un altro mondo in cui Togliatti stesso era un sopravvisusto   

Commenta  infatti Pintor:

 

“Togliatti non è più negli anni Sessanta il grande tattico del Comintern, non ha saputo prevedere ne il neocapitalismo ne il centrosinistra. Però, messo di fronte ai fat­ti nuovi, resta, nell'ambito del partito e del movimento operaio colui che dimostra la maggior capacità di recupero”.[91]

 

Un giudizio simile lo dà anche Rossana  Rossanda,

 

“Era invec­chiato, a volte stanco, forse amareggiato per una situazione che rimescolava tutte le carte del suo disegno. Però fu il primo a ca­pire che bisognava cambiare rotta, che era necessario ridimen­sionare il meridionalismo di Alicata e ascoltare le voci dei nordi­sti, voglio dire di coloro che erano più addentro ai problemi del­la società industriale”[92]

 

Arriviamo cosi alla vigilia di Yalta:il memoriale rappresenta infatti l’ultimo adeguamento di Togliatti alla situazione nuova che andava delineandosi e che egli con il suo indiscusso realismo riusciva a prevedere meglio di tanti altri.

Ma intanto c‘erano stati le violente manifestazioni e i disordini di Genova che esaminiamo nel prossimo capitolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO DECIMO

LE MANIFESTAZIONI  DEL 1960

 

Gli avvenimenti che nel luglio del 1960 portarono alla caduta del governo Tambroni  costituiscono un momento in cui si possono misurare i frutti della azione del PC guidata da Togliatti e insieme anche i suoi limiti e, a nostro parere ,  anche la fine  del mondo di cui Togliatti era stato  protagonista per tanta parte. 

Possiamo considerare i fatti di Genova, le violenti dimostrazioni  che seguirono in tutta Italia con  morti e feriti una riedizione della situazione venutasi a creare alla notizia dell’attentato a Togliatti del 1947 . Pure in questo caso vi fu una sollevazione spontanea, non preordinata che sorprese le stesse forze di sinistra. Infatti le dimostrazioni non si ebbero all’insediamento del governo Tambroni sostenuto con i voti determinanti del MSI considerati gli eredi dei gli ex fascisti e repubblichini contro cui si era combattuta la sanguinosa  guerra partigiana e di liberazione  ma, imprevedibilmente, al momento in cui il MSI chiese e ottenne di poter tenere il suo congresso a Genova, fatto che possiamo considerare pure banale, ma che fu sentito come una provocazione.

La prudente politica di Togliatti e del gruppo dirigente del PCI aveva però creato le basi perchè una manifestazione del genere avesse successo: la sinistra infatti aveva avuto piena legittimazione democratica e parlamentare. Non fu possibile quindi a Tambroni sostenere a lungo che ritrattava di una sovversione  armata rivoluzionaria contraria alla democrazia. orchestrata da Mosca e dal bolscevismo internazionale  Il risultato fu che non solo  cadde il governo Tambroni, un risultato che possiamo considerare contingente, di non largo respiro perchè in effetti si trattava di un governo  di emergenza, temporaneo,  nato dalla difficoltà di gestazione del centro sinistra: l’importante fu che non fu più possibile associare all’aria del potere gli elementi residuali del fascismo. Tutti i governi che seguirono esclusero infatti programmaticamente sempre le forze di estrema destra e la discriminante  verso il MSI divenne una costante della politica italiana, almeno fino a che poi il MSI divenne  “Destra Nazionale” con la svolta di Fiuggi ma  si tratta di altra storia.  Vero è che in seguito gli elementi della  destra fascista entrarono ancora in gioco e anche pesantemente attraverso intrighi, manovre oscure, progettati e mai eseguiti colpi di Stato e alla fine con la strategia  della tensione. Ma fu certamente effetto della svolta legalitaria di Togliatti degli anni Quaranta se essi comunque rimasero pur sempre ai margini della vita politica, confinati nella illegalità senza poter mai apertamente entrare  nella dialettica politica parlamentare e nella formazione dei governi.

 Certamente possiamo parlare anche di un limite: la società  comunista non si realizzò e il dominio dei partiti borghesi  non fu rovesciato. In fondo era questo che i manifestanti alla fine volevano e desideravano.  Da parte quindi di ambienti di sinistra non  facenti organicamente parte del PCI ( quelli che in seguito  vennero definiti “extraparlamentari”) si rimproverò alla guida di Togliatti di avere impedito una vera rivolta generale  moderando  attraverso i quadri sindacali e di partito  la protesta, curando attentamente  che essa non superasse certi limiti, prorompendo  in aperta rivoluzione. Possiamo dire che questo è vero ma non possiamo negare che una rivoluzione nel 1960 non avrebbe a avuto alcuna possibilità, nemmeno  remota, di successo . Non l’avrebbe avuto come abbiamo visto nel 47 ai tempi dell’attentato a Pallante, e  nel 1960 sarebbe stata una vera follia credere in una tale possibilità.  Il mondo era diviso in blocchi, ormai in modo stabile e l’Italia,  volente o nolente faceva parte del blocco occidentale egemonizzato dagli USA. Assolutamente impensabile che l ‘Unione Sovietica, guidata allora da Krusciov  potesse intervenire in Italia  con il pericolo di scatenare una guerra nucleare..A  parte che una rivoluzione generale  non aveva sufficienti forza interna per avere successo  ,  comunque certamente  gli USA non l’avrebbero permesso. Se i fatti del 60 fossero degenerati in aperta rivoluzione avremmo avuto un governo di “colonnelli”  come in Grecia  e le forze antidemocratiche di destra  avrebbero praticamente preso il potere, Bisogna quindi ascrivere alla accorta politica di Togliatti se invece i post- fascisti furono esclusi dall’aerea almeno legale del potere e  in Italia si conservarono spazi di azione delle forze comuniste niente affatto trascurabili

 Vero è che il limite della  società borghese non fu superato: ma la impossibilità non era dovuta  certo nella politica del PCI di Togliatti ma una situazione internazionale  non modificabile in tempi brevi. Certo si trattava di un limite sostanziale: ma cercare di superare quel limite significava perdere tutto e consegnare l’Italia alla forze della reazione  più retriva. Togliatti aveva già bene in mente  l’errore fatto  al momento dell’avvento del fascismo della divisione delle forze democratiche con la sottovalutazione della possibilità del fascismo di prender il potere . Ma se una illusione , anzi una prospettiva di affermazione del comunismo  era pensabile negli anni 20  certamente essa era del tutto fuori della realtà nell’Italia  degli anni 60.

 Ci sembra anche che gli avvenimenti degli anni 60 costituiscono pure lo spartiacque storico fra due epoche storiche: terminava con esso veramente il periodo delle guerra mondiale, del fascismo e un nuovo mondo si apriva la via.  Vero è che le manifestazioni erano manifestazioni antifasciste: ma i giovani nulla sapevano del fascismo vero e proprio: diciamo che la nozione di fascismo andò  allargandosi a tutto un modo di pensare, di fare politica che trascendeva i limiti del fascismo inteso come definito movimento storico .

 Con il 60 entra in crisi , a nostro parere, anche il partito organico, organizzato gerarchicamente , disciplinato in tutte le sue manifestazioni: era uno  strumento pensato e organizzato per la rivoluzione comunista mondiale, in tempi relativamente brevi, con una guida internazionale sicura e autoritaria. Era il partito che Togliatti aveva costruito. Ma la rivoluzione era  impossibile nei termini classici degli anni Trenta e Quaranta perchè il mondo era cambiato: anche il modello del partito-chiesa, del partito onnipresente, disciplinato e ordinato come un esercito non ha più giustificazione ed entra in crisi. Il mondo di Togliatti quindi comincia a sgretolarsi : il 60  era figlio dell’antifascismo della  Resistenza ma portava al 68. In verità  da accorto e attento uomo politico Togliatti non sottovalutò le novità, cercò di adeguare l’azione politica .Tuttavia è proprio la concezione del partito di Togliatti che cominciava a scricchiolare nel suo complesso. Nuovi orizzonti , nuove situazioni venivano ad affermarsi.

 

Vediamo allora come i concetti  ora sommariamente espressi possono essere verificati dai fatti del 1960 

 

Bisogna innanzi prendere le in considerazione  un quadro politico della situazione i quegli anni.

L ’Italia viveva il suo primo miracolo economico ma proprio questo fatto  poneva nuovi problemi e nuove sfide alle quali  e la società  aspettava impaziente nuove risposte  dalla classe politica. Nelle elezioni di maggio del 1958 , non c’erano stati grandi mutamenti: la Dc e il Psi ebbero un piccolo incremento intonro al 2% e il PCI ancora d meno.  Da parte  della destra fascista e monarchica invece ci fu una certa flessione , ma non drammatica: iul Msi dal 5,8 %al 4,8 %, il  Pdium dal 6,9% al 4,9 %. I  risultati elettorali non portavano a grandi cambiamenti  politici, ma il problema era che erano entrati in crisi gli equilibri del centrismo e un altro governo non centrista  non era prevedibile:  Fanfani puntava a una nuova formula aperta a sinistra aggregando  i socialisti di Nenni al governo, staccandoli dai comunisti. Era quello che in sintesi era stato previsto dopo il congresso del Psi di Venezia, nel 1957

Ma se la  politica del centrismo è ormai esaurita,  le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra trovano grandi difficoltà, malgrado la svolta politica auspicata e preparata dalla DC : Aldo Moro, nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere "popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze
Fanfani trovò grosse resistenze sia da parte delle gerarchie ecclesiastiche che da ambienti della confindustria: nel partito stesso erano presenti  forti resistenze e perplessità diffuse: Fanfani  dovette lasciare per il momento  la presidenza dei ministri e la direzione della D.C. che fu assunta da Aldo Moro. Il progetto politico però dell’apertura a sinistra non fu pero affatto abbandonata, ma solo rimandato, a un momento più favorevole. Si creo allora un vuoto politico, nel quale prese quota la candidatura alla guida del governo  di Fernando Tambroni, esponente comunque della sinistra democristiana.  Il presidente della repubblica  , Giovanni Gronchi ,(che era stato eletto con l’appoggio anche della sinistra ) gli conferì quindi l'incarico di formare il nuovo governo

. Tambroni era tuttavia malvisto dalla sinistra: lo si accusava di aver aderito per un certo tempo al Partito Fascista, di essere eccessivamente uomo di “ ordine”, di essere di orientamento borghese reazionario, di essere addirittura legato alla CIA

 Il governo Tambroni pur avendo  al suo interno molti esponenti della sinistra democristiana  ottenne  la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei MSI e dei monarchici. Allora alcuni ministri si dimisero, furono sostituiti e il Presidente  Gronchi rimandò il governo alle  camere che gli accordarono  ancora la fiducia:si trattava di una specie di governo di emergenza , di un governo del  Presidente come si disse, che accettava  i consensi in aula anche delle destre senza tuttavia sentirsene condizionata e tanto meno espressione . Il  PCI italiano fece una opposizione parlamentare durissimo ma non   fece alcuna azione tendente a sollevare le piazze o a creare disordini.  Nel paese quindi non avvenne nulla di particolare, non si ebbero manifestazioni popolari

Negli ambienti popolari di sinistra  pero si era diffusa l’idea che fossimo alla vigilia di un colpo di stato di destra

La situazione invece divenne incandescente e proruppe  in disordini per un  episodio  che possiamo considerare   del tutto occasionale: fu concesso al MSI di tenere il proprio congresso nazionale a Genova. Il fatto innescò però una imprevista e imprevedibile reazione   della base  comunista e genericamente di sinistra 

Un gran numero di organizzazioni protestarono : ANPI, Consiglio Federativo della Resistenza, CGIL, movimenti e partiti politici democratici, innalzarono una loro pubblicarono documenti e appelli violenti 

Fra gli altri riportiamo un appello della FIOM

 

 “Operai e impiegati degli stabilimenti metallurgici,

alla vigilia dell'anniversario delle deportazioni operate dai fascisti e dal tedesco invasore nel 1944, contro i lavoratori metallurgici che avevano scioperato per l'ingiusta guerra e combattevano per la salvezza potenziale industriale e per una nuova Italia democratica, la FIOM di Genova, aderendo alle manifestazioni indette per il giorno 15 dal Comitato federativo della Resistenza, vi invita a prendervi parte con quello spirito antifascista e rinnovatore che ancora oggi vi anima.

Nello stesso tempo raccogliendo le giuste e indignate proteste espresse in questi giorni dai lavoratori per la convocazione del Congresso nazionale del MSI, la FIOM fa appello agli operai, impiegati, tecnici, giovani e donne perché ritrovino, oggi come ieri, in un fronte unitario antifascista la forza di ricacciare indietro ogni manifestazione di rigurgito fascista, teso a mettere in pericolo la nuova democrazia italiana, invitandovi ad esprimere la volontà al rispetto della Costituzione nell'ambito di ogni azienda con decisione ed energia.

Il contributo dei metallurgici genovesi alla lotta di liberazione ed alla costruzione di un nuovo stato democratico continua fintanto che esisteranno pericoli di una involuzione democratica e che alla direzione della cosa pubblica non vi sia la partecipazione attiva delle classi lavoratrici, unica garanzia alla libertà, alla pace, alla democrazia. I lavoratori genovesi sapranno dare una energica risposta alle palesi manifestazioni fasciste, e sappiano trarne una giusta valutazione le autorità competenti. “

 

Riportiamo inoltre un appello  di alcuni partiti antifascisti :

 

“I giornali riportano che, facendosi interpreti di una vasta corrente pubblica, PSDl, PSI, Partito radicale, PCI e PRI hanno firmato il seguente appello:

I fascisti dcl MSI intendono convocare nel prossimo mese di luglio il loro congresso nazionale a Genova, città che per prima ha costretto alla resa le forze nazifasciste. I partiti democratici denunciano questa grave provocazione e, mentre esprimono il disprezzo del popolo gcnovese nei confronti degli eredi del fascismo, testimoniano la indignazione e la protesta di Genova, medaglia d'oro della Resistenza. Nello stesso tempo i consiglieri provinciali socialisti Achille Pastorino, Giuseppe Macchiavelli, Mario De Barbieri, M. Angelo Bianchi, Enrico Bonini e Attilio Bettini hanno inviato la seguente interpellanza al presidente del Consiglio provinciale:

Interpelliamo la S. V. Ill.ma per sapere se non ritenga opportuno che il Consiglio provinciale esprima una vibrata protesta di fronte alla minacciata effettuazione del congresso nazionale del MSI che si dovrebbe tenere nel prossimo luglio a Genova, Medaglia d'Oro della Resistenza. Si chiede che alla presente interpellanza venga dato il carattere di urgenza.”

 

 

Gli avvenimenti precipitano. Il 30 giugno i lavoratori del porto  (i cosiddetti "camalli"), operai delle industrie, ex partigiani  e soprattutto studenti, inscenarono una grande  manifestazione. La polizia cercò di scioglierla e allora  i manifestanti rovesciano le auto della polizia, erigono barricate, dilagano nella città costringendo la polizia a ritirarsi .

ll prefetto di Genova, nel tentativo di riportare l’ordine, annulla il permesso al congresso del MSI  ma i disordini continuano, si spostano e si allargano in tutta Italia.  provocando drammatici scontri con le forze dell’ordine con morti e feriti in molte parti di Italia

A Reggio Emilia. viene proclamato lo sciopero generale. La polizia pero  ha proibito gli assembramenti, le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. La manifestazione spontanea non si scioglie e  si arriva allo scontro cruento con  le forze dell’ordine. Restano sul terreno uccisi  quattro manifestanti . Anche per l’intervento dei sindacalisti che continuarono a invitare alla calma la manifestazione si sciolse.

Ma altri incidenti si  hanno a Palermo a Catania a Licata con altri morti :a  Roma, a Porta San Paolo, a Napoli, Modena e Parma altre manifestazioni che dilagano quindi un pò dappertutto.

A questo punto nell’ambito della Democrazia Crista si manifesta  un forte  movimento teso a disinnescare la situazione riportando l’Italia  alla linea politica di centro sinistra che la DC stessa aveva gia decisa e solo momentaneamente accantonata .

Il governo TambronI si dimette  e ì il 27 luglio Fanfani  ricostruisce un suo  governo, un monocolore DC che ottiene l’appoggio del PSDI e del PLI, l’astensione dei socialisti e dei monarchici, votano contro comunisti e il MSI  .

 Le dimostrazioni quindi si spensero : rimase pero a lungo nel ricordo per riesplodere ancora nel 68 il mito delle dimostrazioni popolari , della vittoria anti fascista 

Del clima del  luglio 1960, è testimonianza  una canzone scritta da Fausto Amodei, ”per i morti di Reggio Emilia,”che  per molti anni è stata sentita da molti come  una sorta di inno dell'antifascismo

Riportiamo i versi

 

“PER I MORTI DI REGGIO EMILIA

Compagno cittadino fratello partigiano
teniamoci per mano in questi giorni tristi
di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia
son morti dei compagni per colpa dei fascisti

di nuovo come un tempo sopra l´Italia intera
urla il vento e soffia la bufera

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti
Lauro Farioli è morto per riparare il torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti

son morti sui vent´anni per il nostro domani
son morti come vecchi partigiani

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti
compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti

sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi
come fu quello dei fratelli Cervi

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna
ed il nemico attuale è sempre ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

uguale ´ la canzone che abbiamo da cantare
scarpe rotte eppur bisogna andare

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
dovremo tutti quanti aver d´ora in avanti
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli

morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa
fuori a cantar con noi bandiera rossa”

 

Di questo mutamento di clima era stato già preannunziato da Pasolini che prima dei fatti di Genova , egli tiene molto a precisarlo, scrisse la poesia che riportiamo 

 

La croce uncinata:

Da molte notti, ogni notte, 
passo sotto questo tempio, tardi, 
nel silenzio dell'aria 
del Tevere, tra rovine scomposte. 
Non c'è più intorno nessuno, allo scirocco 
che spira e cade, fioco tra le pietre: 
forse ancora una donna, laggiù, e dietro 
il bar di Ponte Garibaldi, due tre poveri 
ladri, in cerca di dormire, chissà dove.

Ma qui, nessuno: passo veloce, 
rotto da una notte tutta ansia e amore: 
non ho più niente nel cuore 
e non ho più sguardo negli occhi. 
Eppure, quest'immagine, col passare delle notti, 
si fa sempre più grande, più vicina: 
ecco lo spigolo, liberty, contro la turchina 
distesa del Tevere: ed ecco i poliziotti 
che piantonano il tempio, tozzi e assorti. 
Li vedo appena, coi loro cappotti 
grigiastri, contro un albero secco, 
contro i bui scorci del ghetto: 
e colgo una breve luce, negli occhi 
umiliati dal loro goffo sonno di giovinotti: 
una accecata stanchezza che vede nemici 
in ognuno, un veleno di dolori antichi, 
un odio di servi: restano indietro, 
soli come lo scirocco che vortica tra le pietre. 

Una vergogna, triste come la notte 
che regna su Roma, regna sul mondo. 
Il cuore non vi resiste: risponde 
con una lacrima, che subito ringhiotte. 
Troppe lacrime, ancora non piante, lottano, 
oltre questi umilianti quindici anni, 
dentro le nostre dimentiche anime: 
il dolore è ormai troppo simile al rancore, 
neanche la sua purezza ci consola. 

Troppe lacrime: a coloro che verranno 
al mondo, per molto tempo ancora 
questa vergogna farà arido il cuore. 

                                                 [Aprile 1960]

 

Il poeta tiene a precisar la data della composizione [93]

 

 

 

 

 Entrava in campo  una nuovo soggetto politico che poi fu  il protagonista politico di tanta parte della vita politica degli anni successivi e che infine mise in crisi lo stesso concetto di partito  costruito da Togliatti

  L'irruzione dei giovani sulla scena politica fu una novità. Non che i giovani non abbiano sempre fatto parte  e  consistente di tutti i   movimenti politici ma in questo caso cominciava a delinearsi una  presenza di “ giovani” come categoria sociologica e non come parte di un più grande apparato. Insomma in altri termini non si trattava più degli attivisti più giovani e quindi meno ascoltati dei partiti di massa ma di soggetti politici che cercavano una loro  autonomia.

Era una cosa inaspettata: si pensava che dopo la stagione della resistenza della lotta anti fascista e poi dei primi entusiasmi del dopoguerra i giovani  fossero tutti rifluiti nel privato, che aspirassero solo ad comprarsi la macchina. i jens e lvetirsi alla moda allora  venuta dall’america : apparivano agli anziani privi di valori, futili e materialisti   

Nei fatti di Genova invece furono fra i protagonisti: furono detti   “le  magliette a strisce” dall’indumento generalmente allora usata dei giovani indumenti  di poco prezzo e pertanto preso a simbolo di uno status proletario.

Sicuramente, però, il valore dell'antifascismo fu un collante che funziono egregiamente  un valore che a tutti sembrava indiscutibili dopo l’esaltazione che la scuola e lo stato ne aveva fatto .

Un giudizio generale interessante sugli  avvenimenti è quello anche di Rossana Rossanda


Fine di una epoca

Si può dire che il 1960 è la fine del dopoguerra. Ma è stato l’antifascismo la dominante di questa stagione? No. Il 1960 è stato il detonatore d’uno scontro che aveva al centro, nel quadro istituzionale, la sorte della Dc e delle sinistre fra "modernizzazione" e "reazione". E nella società il maturare d’una spinta dalla "modernizzazione" alla "radicalità", il primo vero anticapitalismo dopo il 1945. I due livelli non vanno insieme, premono uno sull’altro. L’antifascismo non è più un riferimento simbolico sufficiente.

Ma da un pezzo. Per la generazione mia e quelle precedenti fascisti e nazisti avevano ancora una faccia, erano le sagome per le strade, le razzie, gli affissi di Kesserling, i corpi dei partigiani giustiziati, a terra o impiccati. E la guerra era stata interminabile. Nata lontana e in imprese che parevano facili e indegne, l’Albania, la Croazia, l’intervento sulla Francia già messa a terra dai tedeschi, la guerra si avvicina con lo scomparire dei parenti o i compagni di scuola, finiti chissà dove o perduti in mare. Ma dopo il 1941 con i raids aerei sulle case, la guerra è addosso a tutti, mentre si consuma la tragedia dell’Armir e nel 1943 il regime crolla su tutto e tutti, il paese si divide ma la guerra continua per altri due lunghi inverni. E poi - ad armi deposte - rivelava una distruzione impensabile: le atomiche, i campi di sterminio. Non finiva mai.

Non ne potevamo più.

Contrariamente a quel che si va dicendo, non ne abbiamo gran che parlato ai più giovani, e bastava avere cinque anni meno di me per esserlo ed essere rimasti in qualche modo protetti dall’infanzia, soltanto i piccoli ebrei già con le spalle al muro. Uscivamo da troppo orrore, c’era un mondo da scoprire, sarebbe stato migliore, c’era tutto da fare. Questo ci buttò sul domani. Quando Togliatti fece dell’amnistia un gesto di forza - i fascisti erano stati liquidati, si poteva chiudere. Rimase una fascia di inquietudine specie al nord: avevamo fatto una guerra civile - checchè se ne dicesse - perché l’Italia passasse al dominio democristiano e sempre Valletta fosse la Fiat? Ma eravamo forti, il partito comunista, i socialisti, la Cgil. Perfino il voto aveva il suo fascino, e spiega perché non passò nel 1953 una legge truffa meno pesante di quelle di cui oggi tranquillamente si parla.

In questo clima l’antifascismo si era spento come milizia ed era rimasto oggetto delle rituali celebrazioni. La memoria raramente appassiona. Rinasce l’antifascismo quando torna ad avere una valenza nel presente: nel 1960.

Ma è proprio un sussulto contro il fascismo o è piuttosto contro quel che diventa la già dura Dc nel momento in cui ha la fiamma tricolore nella maggioranza? E non è vero che sia una rivolta specifica dei giovani. È di tutti, a cominciare dagli ex partigiani e dai portuali di Genova che, grossi come armadi, sbaragliano le truppe del Msi e la polizia. Ma è la prima volta dal dopoguerra che i giovani spuntano fuori da tutte le parti. Inaspettati, agili, non preventivamente organizzati, con le magliette più che con le bandiere.

Sono un altra cosa. Del fascismo non sapevano niente, tanto meno dai manuali di storia e del resto a scuola non si arrivava alla prima guerra mondiale. Quando dall’autunno dopo tenemmo un corso di lezioni e testimonianze, a Milano ci volle il Teatro Lirico e grondava di gente (poi le pubblicò Feltrinelli). Sapevano poco e pareva che di politica non si occupassero affatto, eccezion fatta per alcune frange universitarie che erano terreno di cultura dei quadri dirigenti dei partiti. Neanche il Pci riusciva a portare i giovani nelle sezioni, Berlinguer, allora segretario della Federazione giovanile, ricorse ai biliardini per attirarli. Con poco successo. Da dove venivano magri, spiritati e senza alcuna paura? La verità è che si erano formati altrove, nel ribollire dei costumi, nella libertà del rock and roll, del primo giubbotto di pelle, nella prima moto contro la 500 di papà, nel rifiuto d’un tempo contato, dei soldi raggranellati dai grandi. Il primo conflitto è sempre generazionale.

Non credo invece che riscoprissero la conflittualità contro la mansuetudine dei vecchi comunisti. C’è un’oleografia della lotta sociale del dopoguerra che la vuole rara e ordinata. In realtà negli ultimi anni ’40 e nei’50 il conflitto non era stato niente affatto affettuoso, né da una parte né dall’altra. Volavano i sassi nelle manifestazioni operaie, i picchetti erano duri, le operaie della Borletti — lo ricorderà Pizzinato —cominciavano la vertenza spaccando a zoccolate i vetri della direzione. La polizia e poi la celere picchiava, a volte sparava, i quadri erano sorvegliati e licenziati, in fabbrica non ci si muoveva più, e si era perquisiti alle porte.

Non è dunque la combattività nelle strade che è la novità. È il venir fuori dei ragazzi da tutte le parti, la loro diversità rispetto ai partiti, la critica che cominciò allora non tanto a come si facevano le lotte ma a come si chiudevano. E poi non erano più meridionali o piemontesi, nella fabbrica era entrato un proletariato reattivo, non sempre amato dai più anziani e fuori le città conoscevano un modo ribelle, e ancora allegro, di essere e apparire. Quando Celentano cantò alla festa dell’Unità, il giorno dopo trovammo una vera collina di scarpe perdute nell’entusiasmo e Rita Pavone scandalizzò Nilde ma divertì Togliatti ballando la sua caricatura.

Ma è antifascismo? All’inizio no, è antiborghese, moderno, innovatore. Il 1968 ne sarà davvero il figli [94]

 

 

 

Leggiamo la testimonianza entusiastica di uno che  ha partecipato  agli avvenimenti del 1960 il  Mazzocchi, sul fenomeno sull’irrompere dei giovani sulla scena politica.

 

“I giovani con la piazza

I giovani sono scesi in piazza di loro iniziativa. Abbiamo assistito al magnifico spettacolo datoci dai giovani di Genova e i giornali di questi ultimi giorni ci portano la documentazione fotografica e cronistica delle manifestazioni che hanno coronato lo sciopero generale, dove i giovani sono stati all'altezza del loro dovere civico rivoluzionario. I feriti di Roma, i feriti ed i morti di Reggio Emilia, di Palermo, di Catania sono anch'essi come i feriti di Genova, per la più parte dei giovani…..

.

In questi 15 anni dalla caduta del fascismo, durante i quali il giovane avrebbe dovuto ignorarne ogni ripercussione fisica e morale, i privilegi di classe si sono mantenuti e ampliati; l'apparato della forza e dell'inganno si è perfezionato e raffinato; i dolori e i drammi umani sono, ogni giorno che passa, più profondi, più estesi, più sanguinosi; le sofferenze si moltiplicano; i pericoli di guerra crescono e il male si sviluppa: la tetra ombra dell'era fascista si addensa sulla gioventù disperata ed esasperata.

Il fascismo è dovunque, non soltanto nel M.S.I. Ma se lo scioglimento del M.S.I. viene imposto dalla volontà popolare, anche i sostegni dove si puntella dovranno ricredersi e capitolare. Questo i giovani hanno compreso e per questo hanno agito. Non vogliono essere gli assassini dei loro fratelli, come purtroppo lo furono quelli delle generazioni fasciste, delle "Disperate" di triste memoria; vogliono essere i militi della libertà: vogliono liberare il popolo, di cui sono i figli più cari, dalla lebbra fascista; non ammettono tentennamenti, né tregue, né compromessi.

Aperta con Genova la breccia ribelle per un motivo ideale, la sua efficacia risulterà soltanto da una continuità che in maniera consecutiva inutilizzerà tutti i mezzi di coercizione e abbatterà tutti gli ostacoli. La rivolta morale è indispensabile; il suo servizio sociale è dei più meritori..

I partiti di massa hanno prosperato, in questi ultimi 15 anni, grazie alla tendenza che spinge densi strati di esseri umani a credere in qualcuno o qualche cosa che faccia autorità su di loro. Anche la gioventù italiana si lasciò illudere dagli apparati, credette in essi in modo quasi religioso e fanatico; il partito e gli uomini che lo incarnano divennero la sua ragion di essere. Tal quale si affaccia oggi alla ribalta degli avvenimenti, la gioventù potrebbe costituire, se coltivata nei suoi impeti e nelle sue decisioni, una nuova leva capace di sforzo, di senso e ragione propria, ben disposta ad uscire dall'assurdo, dallo stato di ubbidienza e dalla disciplina di partito che la rese fino ad ora irrazionale, apatica e gregaria.

Il dramma della gioventù italiana risiede nell'aver seguito, senza amore, le tattiche politiche dei partiti, oggi elettorali e domani parlamentari, delle quali hanno tratto profitto agrari e industriali, borghesia e governo, preti e fascisti. Oggi siamo alla svolta dello Stato forte, alla minaccia di un ritorno sempre più temuto della tirannide fascista.

L'antifascismo ufficiale e parlamentare volle essere magnanimo e i da lui perdonati divennero e sono spietati contro gli uomini ed i valori della Resistenza.

E' giunta l'ora per tutti di impostare l'azione chiaramente, realisticamente. Impedire nuovi tradimenti, nuovi agguati, nuovi attacchi alle libertà è compito più che mai serio ed urgente. L'inizio è stato buono, valido, determinante. Di fronte all'azione di piazza, alla volontà fisica del popolo, allo slancio ardimentoso dei giovani, fascisti e governo hanno dovuto ripiegare. Vuol dire che gli italiani antifascisti hanno imboccato la strada giusta.

Attenti, ora, alla svolta parlamentare dei partiti antifascisti.

I giovani non devono permettere una seconda edizione della politica del suicidio fin qui da partiti legalitari praticata, politica che ci ha dato uno Stato capitalista e clericale, che porta gli ultimi ritocchi al rullo compressore sotto il quale vengono schiacciate le poche libertà che ci erano rimaste. E noi anarchici saremo con loro.

La piazza ha fornito prove di maschia energia, ha rimosso il morente, ha scosso la sonnolenza, ha rimesso ciascuno al suo posto.

Se la "tattica" parlamentare riprende il sopravvento, se la piazza cede alle manovre elettoralistiche dei partiti, se i giovani si lasciano convincere dai becchini di servizio, che si fanno premurosi, suadenti, pressanti attorno ai crocchi, nelle sedi del partito, nelle associazioni, nei sindacati, la rivolta popolare si trasformerà come per incanto in atto che si vuole ostinatamente politico, sarà svuotata di ogni contenuto sociale, i poveri assassinati avranno raggiunto la folla degli altri caduti e per noi vivi continuerà, senza soste e senza strappi, l'eterno gioco della politica del suicidio, fino alla restaurazione di un regime tenebroso di reazione fascista.

Stiano vigilanti i giovani, perché una cosa è conoscere i metodi della persecuzione fascista per sentito dire e dalla voce dei testimoni che vissero quegli orrori, ed altra è vedere con i propri occhi, toccare con mano la realtà, subire e soffrire quegli orrori nel primo spirito e nella propria carne.

Ma se i giovani vogliono assolvere ad una missione propria, debbono persuadersi, rappresentando una componente delle inquietudini generali, che vi debbono esercitare una funzione ed una pressione per dare un contenuto alle loro attività ed alla loro azione. E se gli adulti vorranno mantenere il contatto con i giovani, dovranno abbandonare il terreno della predica paternalistica e fornire esempi buoni più che buone parole, consigli e comminatorie.[95]

 

Le due valutazioni appaiono chiaramente unilaterali, non prendono in nessun conto la regioni deglo altri , della grande maggioranza degli italiani che a quelle manifestazioni non partecipò e non aderi, che sostennero il metodo della democrazia elettorale e  non quellodelle  violenze di piazza : tuttavia in un punto sono colgono indubbiamente la  realtà: il 1960 si presenta come un prolungamento della lotta antifascista, della Resistenza: in realtà pero chiudono l’età della Seconda Guerra Mondiale  e danno inizio a un’altra epoca a un’altra età che culmionerà con gli avvenimenti del ‘68.

 L’età di Togliatti volgeva implacabilmente  al termine.

 Ancor una volta il grande statista si era opposto alla Rivoluzione, forse aveva salvato ancora una volta il movimento operaio e e con esso l’italia da eventi luttuosi  ma ormai aveva perso cosi il rapporto con i giovani, con quanti sognavano ancora la Rivoluzione sempre annunciata e sempre  rimandata

 Il 68 ebbe  origine dalla frattura  fra i giovani imbevuti di spirito rivoluzionario e il Partitoo Comunista che la Rivoluzione la  aveva sempre impedita .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                               CAPITOLO DECIMO

 

IL MEMORIALE DI YALTA

 

 

Va sotto il nome di ” Memoriale di  Yalta” una serie di appunti che Togliatti scrisse nel 1964 nella località del Mare Nero ( in verità la grafia esatta sarebbe “ Jalta” come scriveva lo stesso Togliatti e non “Yalta”, ma seguiamo l’uso comune ormai affermatosi)

 Togliatti si trovava in Russia per conferire con i capi del PCUS, soprattutto a proposito della crisi che si era delineata per i dissidi con la dirigenza del partito comunista cinese  che raggiungeva momenti di acutissima tensione. Pertanto Kruscev voleva preparare un congresso che condannasse nettamente e senza riserva  le tesi  dei cinesi. Togliatti era contrario a una tale iniziativa ritenendo che essa in realtà portasse a una pericolosa spaccatura di tutto il movimento comunista mondiale a tutto vantaggio naturalmente delle forze reazionarie.

Partì piuttosto a malincuore  verso Mosca: una volta arrivato non trovò Kruscev occupato in altri impegni la qualcosa lo contrariò non poco. Comunque nell’attesa raggiunse una dacia a Yalta  dove fu poi colpito dalla trombosi che lo portò alla morte.

Nella dacia elaborò una serie di appunti ( che poi fu denominato “memoriale “)  che egli custodiva insieme ad altri documenti in una cartella personale. Non sembra quindi che fosse destinato alla pubblicazione ma solo una nota scritta da sviluppare nei colloqui o da far girare fra gli alti dirigenti. Subito però dopo la morte di Togliatti, Longo  decise la sua integrale e immediata pubblicazione.

D’altra parte era sempre stato di uso comune che ogni colloquio fra i dirigenti comunisti fosse poi accuratamente verbalizzato per iscritto.

Si è molto discusso che funzione avesse il memoriale nei riguardi di Kruscev: come è noto i rapporti personali  fra i due dirigenti non erano proprio dei migliori anche perché non si erano conosciuti nel lungo periodo di esilio moscovita di Toglatti. Secondo alcuni studiosi tuttavia si trattava di un tentativo di avvicinarsi di più alle

sue posizioni e di rompere il muro di incomprensione con il  il segretario del PCUS e rafforzarne dunque la posizione, per  altri invece si trattava di un documento che aveva il fine più o meno  nascosto di indebolire la posizione di  Kruscev. Sostengono la prima posizione la Jotti e Amendola

 

“ Dice la lotti: «Ma no, Togliatti voleva aiutare  Krusciov e non danneggiarlo. Certo fra i due non vi era intesa ideale. Krusciov sentiva la estraneità di Togliatti, probabilmente non aveva gradito le sue lezioni a cominciare dall'intervista a "Nuovi Argomenti"».

 E Amendola: «Fu un momento di  fiducia in Krusciov; aveva capito che il suo potere era tremante e temeva che gli potesse succedere un duro”.[96]

 

 

Fra i sostenitori della tesi del documento ambiguo contro Kruscev troviamo invece Leo Valiani:

 

“ Togliatti si prestò a una manovra contro Krusciov preparata da Suslov e da altri dirigenti. Lo detestava, lo giudicava incapace di dirigere il movimento. Tanto è vero che avendo intuito la mossa, non si fece trovare a Mosca”[97]

 

. Comunque va pure notato che due mesi dopo Kruscev fu posto in minoranza ed allontanato  dal potere soprattutto proprio in relazione alla gestione dei difficilissimi rapporti con Pechino .

 

 

Il memoriale non nasce dal nulla naturalmente, ma è il naturale proseguimento delle posizione del Partito comunista Italiano dei mesi precedenti, o meglio degli anni precedenti.

 Negli anni 60 il ruolo e le caratteristiche del movimento comunista   si erano  poste ormai in modo molto diverso dagli anni 40.

 Non si trattava più certamente di un partito di militanti, pochi  ma tutti  dediti soprattutto all’azione politica: si era andato delineando un partito di massa che comunque non intendeva certo rinnegare il passato resistenziale . Come nota Flores negli Annali Feltrinelli del 82 :

 

“Sembra di poter sostenere, da quanto si è ricostruito finora, che nel campo dell'organizzazione il "partito nuovo" significasse essenzialmente se non esclusivamente partito di massa. Partito di massa, naturalmente, dei lavoratori, centrato prevalentemente sulla classe operaia rispetto a cui gli altri strati sociali appaiono" alleati "; partito nazionale ma non per questo meno definito socialmente ne staccato e distante da una tradizione lontana con cui non si vuole rompere ma che l'esperienza resistenziale ha permesso di modificare profondamente”[98]

 

Si affacciavano inoltre nuovi problemi o almeno i problemi di sempre  trovavano un diverso contesto di riferimento. Nota da esempio Ilardi,  a proposito della rapporto fra rivoluzione e legalità, fra gestione del potere in una serie ampia di governi locali  e opposizione antagonista :

 

“E tutto questo perche anche in quegli anni di rivoluzione culturale, il pro­blema politico rimaneva quello di sempre: di fronte al mutamento e alla crescita del sociale che rimetteva in gioco la capacità di governo del sistema politico, la questione per le avanguardie politiche del movimento era quella vecchia di come riuscire ad avvicinare al livello del Potere - che rimaneva uno, e uno solo, e cioè quello dello stato, della conquista dello stato - il livello delle masse, era come "introdurre" lo stato nelle masse, dentro una forma di stato, seppure nuova, riformata o rivoluzionata.”[99]

 

Anche la dirigenza intorno a Togliatti era cambiata profondamente. Sebastiani considera il “ricambio “della classe dirigenziale in questi termini:

 

”Si possono individuare, dal dopoguerra ad oggi, quattro periodi distinti caratterizzati dal nucleo costitutivo del gruppo dirigente e insieme dal ruolo e dalle modalità di funzionamento dell'organismo: ossia da gruppi dirigenti cui corrispondono di volta in volta diversi "tipi" di potere, in senso webe­riano, e quindi diversi modelli di gestione, che comportano anche forme di­verse di apparato.

Fino alla metà degli anni cinquanta il nucleo dirigente ruota intorno alle figure centrali di Togliatti e Longo, Secchia e Scoccimarro: quattro leaders tra i piu prestigiosi della generazione dei fondatori. Intorno a questo gruppo stabile si alternano, in generale per brevi periodi, altri esponenti del gruppo dirigente della prima generazione: ……una leadership di tipo carismatico. Ciò sia per quanto riguarda la figura del segretario nazionale - gli interventi di To­gliatti vengono considerati " atti politici" veri e propri, a carattere direttivo.. - che più in generale per tutto il nucleo costitutivo della Segreteria. Sono il prestigio dei suoi membri e il loro ruolo politico che configurano in questa fase una forma di potere carismatico la quale pone di fatto la Segreteria al vertice della piramide organizzativa del partito.

La transizione alla fase successiva avviene tra il 1955 e il 1956. Dal vecchio nucleo scompaiono Secchia e Scoccimarro, ma per vie diverse: …….. un esempio, quindi, di "rinnovamento nella continuità", che contempera l'avvicendamento di nuove leve con la permanenza in posizioni di prestigio di vecchie figure di leaders “[100]

 

Si era inoltre gia posto fin dagli anni cinquanta, il problema del rapporto fra socialismo e libertà,  fra la  uguaglianza effettiva su base  economica del socialismo reale e la libertà che restava in pratica un retaggio della democrazie occidentali.

 Si poneva quindi il problema dei rapporti con il partito guida dell’URSS ma questo non avveniva solo a livello dirigenziale  ma era sentito soprattutto dalla base.

In realtà il rapporto con l’URSS era stato sempre centrale nel movimento comunista italiano  e non si era mai  trattato semplicemente di un incontro di vertice. Come giustamente nota Agosti negali Annali Feltrinelli del 1982:

 

Un primo elemento deve essere, ci sembra, sottolineato con forza: la storia dei comunisti italiani nell'Unione Sovietica non può ridursi alla sola ricostruzione della vicenda del vero e proprio gruppo dirigente del PCI pre­sente negli organismi centrali dell'Internazionale e delle sue organizzazioni parallele. A sfondo di questa vicenda dev'essere riportato alla luce, almeno a grandi tratti, il mondo dell'emigrazione politica italiana nell'URSS, "fatta sia di funzionari che di operai e di specialisti [...] - comunisti, socialisti, anarchici, senza partito, lavoratori perseguitati dal fascismo che hanno tro­vato rifugio, occupazione, e spesso famiglia nell'Unione Sovietica.

Una presenza di immigrati italiani nel paese della rivoluzione d'ottobre si manifesta fin dall'inizio degli anni venti, in stretta connessione con l'evo­luzione della situazione politica italiana. Dopo le aspre -lotte di classe del "biennio rosso", e mentre si allargava lo scontro armato con il fascismo ­che assumeva in alcune regioni il carattere di una vera e propria guerra ci­vile - numerosi quadri del movimento rivoluzionario vennero a trovarsi in una situazione estremamente difficile: braccati ora dalle minacce c!i rap­presaglie squadriste, ora dalla persecuzioni di una giustizia non ancora com­pletamente ligia al potere esecutivo, ma pur sempre apertamente di classe, posti talvolta nella impossibilità di trovare lavoro per i "bandi" decretati dai fascisti e dai padroni, non restava loro altra scelta che emigrare all'este­ro i militanti” [101]

 

 A partire poi dal 1956 dopo i fatti di Ungheria,  Togliatti tentò anche se con non molto successo di incidere sugli equilibri del comunismo internazionale  con una strategia più avanzata : si trasformava quella  che era sembrata una scelta tattica (la via legalitaria al socialismo  in una scelta invece strategica irrinunciabile.

In occasione della crisi con il comunismo cinese nascevano nuovi spazi : tuttavia non bisogna credere che Togliatti intendesse agire in opposizione o in contrasto con il partito comunista  russo. La Russia restava sempre il più importante  punto di riferimento di un movimento  che Togliatti stesso riteneva sempre “mondiale”, consapevole che il frazionamento del movimento era necessariamente un suo indebolimento  e quindi la preoccupazione fondamentale di non rompere mai in nessun caso l’unità .

Togliatti quindi non intendeva mirare  a una scissione del comunismo italiano da quello sovietico ma portare  su posizioni più avanzate l’insieme del movimento mondiale. Conseguentemente  egli vedeva nella conferenza che Krusciev intendeva  indire un grave pericolo per l’unità stessa del movimento mondiale. Si rendeva  conto che uno scontro frontale avrebbe portato a una frattura verticale non  facilmente riassorbibile fra partiti europei  e i partiti asiatici e ancora ad un’altra frattura all’interno dei partiti comunisti di tutto il mondo. Queste preoccupazioni erano state presentate dal partito comunista italiano già da vari mesi e aveva messo chiaramente in dubbio la opportunità di una tale  conferenza.

 In seguito poi la dirigenza comunista italiana guidata sempre da Togliatti aveva accettato in linea di principio la conferenza considerandola inevitabile, ma in ogni caso si voleva influire sulla sua composizione e direttive.  E in questo contesto che  vanno  quindi inquadrati  gli appunti che Togliatti redasse e che noi conosciamo come “memoriale di Yalta”

Esaminiamo ora più particolarmente il contenuto del memoriale.

Innanzi tutto il Togliatti condanna  senza ambiguità le posizioni cinesi e il pericolo che esse rappresentano per il  movimento comunista mondiale e quindi della necessità di un lavoro capillare per rispondere alle tesi cinesi:

 

Il piano che noi proponevamo per una lotta efficace contro le errate posizioni politiche e contro l’attività scissionista dei co­munisti cinesi era diverso da quello che effettivamente è stato seguito. In sostanza il nostro piano si fondava su questi punti:non interrompere mai la polemica contro le posizioni di principio e politiche cinesi;”[102]

 

Il problema e come condurre la polemica:

 

“   condurre questa polemica a differenza di ciò che fanno i cinesi, senza esasperazioni verbali e senza condanne generiche, su temi concreti, in modo oggettivo e persuasivo, e sempre con un certo rispetto per l’avversario

 in pari tempo procedere, per gruppi di partiti, a una serie di incontri per un esame approfondito e una migliore definizione dei compiti che si pongono oggi nei differenti settori del nostro movimento (Occidente europeo, Paesi dell’America latina, Paesi del terzo mondo e loro contatti col movimento comunista dei Paesi capitalistici, Paesi di democrazia popolare, ecc.). Questo la­voro doveva farsi tenendo presente che dal ‘57 e dal ‘60 la situa­zione in tutti questi settori e seriamente cambiata e senza un’at­tenta elaborazione collettiva non è possibile arrivare a una giusta definizione dei compiti comuni del nostro movimento;

· solo dopo questa preparazione, che poteva occupare an­che un anno o più di lavoro, avrebbe potuto essere esaminata la questione di una conferenza internazionale, la quale potesse vera­mente essere una nuova tappa del nostro movimento, un suo ef­fettivo rafforzamento su posizioni nuove e giuste. In questo modo avremmo anche potuto meglio isolare i comunisti  cinesi, opporre loro un fronte più compatto, unito non soltanto per l’uso di co­muni definizioni generali delle posizioni cinesi, ma per una più profonda conoscenza dei compiti comuni di tutto il

movimento e di quelli che concretamente si pongono in ognuno dei SUOI settori”[103]

 

Togliatti mostra di rendersi conto  che perché un lavoro del genere  fosse ben condotto sarebbe stato anche necessario non indire una conferenza  che avrebbe provocato delle  pericolose fratture:

 

Del resto, una volta ben definiti i compiti e la linea politica nostra settore per settore, si sarebbe anche potuto rinunciare alla conferenza internazionale, qualora ciò fosse apparso necessario per evitare una scissione formale”[104]

 

Ritiene anche possibile soluzioni alternative  che pur condannando le posizioni cinesi tuttavia evitino la paventata spaccatura:

 

“penso, per esempio, all’importanza che avrebbe avuto un incontro inter­nazionale, convocato da alcuni partiti comunisti , occidentali, con un’ampia sfera di rappresentanti dei Paesi democratici del « terzo mondo» e dei loro movimenti progressivi, per elaborare una con­creta linea di cooperazione e di aiuto a questi movimenti. Era un modo di combattere i cinesi coi fatti, non soltanto con le parole”[105]

 

 

Va ancora notato che il confronto con il comunismo cinese non è soltanto un fatto tutto interno al movimento comunista internazionale, ma trae le sue ragioni anche in profonde e antiche tradizioni storiche. Nota al proposito Hobsbawm:

 

per i duemila anni dell'Impero cinese la maggior parte dei suoi abitanti che avevano un 'opinione a riguardo avevano considerato la Cina il centro e il modello della civiltà mondiale. Con minori eccezioni tutti gli altri paesi nei quali i regimi  comunisti avevano trionfato, dall'URSS in avanti, erano e si consideravano culturalmente arretrati e marginali, in relazione a qualche I altro assunto come paradigmatico e più avanzato. Proprio l'energia la quale l'URSS insisteva negli anni di Stalin sulla sua indipendenza  intellettuale e tecnologica dall' Occidente e sulle origini autoctone delle invenzioni più importanti, dal telefono all'aeroplano, era un sintomo  eloquente di questo senso di inferiorità.”[106]

 

D’altre parte il pensiero di Mao era mosso dall’idea che una rivoluzione costante era necessaria per mantenere vivo il senso  il marxismo che comportava quindi un rifiuto di un accordo con le strutture tradizionale  di creazione borghese dell’Europa Occidentale e quindi anche di un periodo di pace con l’Occidente capitalistico a tempo praticamente indeterminato.

 Nota giustamente Hobsbawm:

 

Un altro aspetto del pensiero di Mao che si appoggiava alla sua lettura della dialettica marxista era infatti la convinzione dell 'im­portanza della lotta, del conflitto e della tensione elevata, come fattori non solo essenziali per la vita, ma anche per prevenire la ricaduta nelle debolezze della vecchia società cinese, che consistevano proprio nell'a­ver insistito sulla permanenza e sull'armonia immutabili. La rivolu­zione e il comunismo stesso potevano essere salvati dalla degenerazio­ne nella stasl solo mediante una lotta costantemente rinnovata. La ri­voluzione non poteva mai aver fine[107]

 

 

Realisticamente poi viene preso in esame la situazione dei partiti comunisti nei paesi capitalistici

 

Fatta eccezione per alcuni partiti (Francia, Italia, Spa­gna, ecc.) non usciamo ancora dalla situazione in cui i comunisti non riescono a svolgere una vera ed efficace azione politica, che li colleghi con grandi    masse di lavoratori, si limitano a un lavoro di propaganda e non hanno un ‘influenza effettiva sulla vita poli­tica del loro Paese. Bisogna in tutti i modi ottenere di superare questa fase spingendo i comunisti a vincere,  il loro relativo iso­lamento, a inserirsi in modo attivo e continuo nella realtà poli­tica e sociale, ad avere iniziativa politica, ‘a diventare un effettivo movimento di massa.” [108]

 

E la situazione finirebbe ancora con il peggiorare se si avesse una frattura nel movimento

 

Il pericolo diventerebbe particolarmente grave se si giungesse a una dichiarata rottura del movimento, con la formazione di un centro internazionale cinese che creerebbe sue « sezioni » in tutti i Paesi. Tutti i partiti e particolarmente i più deboli, sarebbero portati a dedicare gran parte della loro atti­vità alla polemica e alla lotta contro queste cosiddette «sezioni» di una nuova «Internazionale “.[109]

 

Tuttavia esistono possibilità di affermazione, ma occorre una politica adeguata alle circostanze, non dogmaticamente  ancorate a principi astratti:

 

“Oggettivamente esistono condizioni molto favorevoli alla avanzata, sia ‘nella classe operaia, sia tra le masse lavoratrici che  nella vita sociale, in generale. Ma è necessario saper co­gliere e sfruttare queste condizioni. Per questo occorre ai comu­nisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dog­matismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare metodi di lavoro adatti a un ambiente politico e ‘sociale nel quale si compiano continue e rapide trasformazioni” [110]

 

Si prende in esame il problema della programmazione economica  e dell’allargamento dei mercati nazionali.

 

In particolare sorge oggi nei più grandi Paesi la questione di una centralizzazione della dire­zione economica, che si cerca di realizzare con una programma­zione dall’alto, nell’interesse dei grandi monopoli e attraverso l’in­tervento dello Stato. Questa questione è all’ordine del giorno in tutto l’Occidente e già si parla di una programmazione interna­zionale, a preparare la quale lavorano gli organi dirigenti del Mer­cato comune. E’ evidente che il movimento operaio e democra­tico non può disinteressarsi di questa questione. Ci si deve bat­tere anche su questo terreno.. Ciò richiede uno sviluppo e una Co­ordinazione delle rivendicazioni immediate operaie e delle propo­ste di riforma della struttura economica (nazionalizzazioni, rifor­me agrarie ecc.) in un piano generale di sviluppo economico da’ contrapporre alla programmazione capitalistica.”[111]

 

 

Si pone quindi il problema fondamentale di una via pacifica legalitaria per l’edificazione del comunismo:

 

La possibilità di una via pacifica di questa avanzata è oggi strettamente legata all’impostazione e so­luzione di questo problema. Un’iniziativa politica in questa dire­zione ci può facilitare ‘la conquista di una nuova grande influenza su tutti gli strati della popolazione, che non sono ancora conqui­stati al socialismo, ma cercano una via nuova per avanzare”[112]

 

Ma questo pone il problema di una politica più aderente alla concreta situazione economica delle classi lavoratrici: 

 

La lotta per la democrazia viene ad assumere, in questo qua­dro, un contenuto diverso che sino ad ora, più concreto, più le­gato alla realtà della vita economica e sociale. La programmazio­ne capitalistica è infatti sempre collegata a tendenze antidemo­cratiche e autoritarie, alle quali è necessario opporre l’adozione di un metodo democratico anche nella direzione della vita eco­nomica.”[113]

 

Viene ribadito con forza e convinzione che questo non  significa affatto che venga rinnegata l’ ispirazione  internazionalista del comunismo:

 

La lotta dei ‘sindacati non può però più, nelle odierne condi­zioni dell’Occidente, essere condotta soltanto isolatamente, paese per paese. Deve svilupparsi anche su scala internazionale, con ri­vendicazioni e azioni comuni. E qui è una delle più gravi lacune del nostro movimento. La nostra organizzazione sindacale inter­nazionale (FSM) fa soltanto della generica propaganda. Non ha finora preso nessuna iniziativa efficace di azione unitaria contro la politica dei grandi monopoli. Del tutto assente è anche stata, finora, la nostra iniziativa verso le altre organizzazioni sindacali internazionali. Ed è un serio errore, perché in queste organizza­zioni già vi è chi critica e tenta di opporsi alle proposte e alla po­litica dei grandi monopoli”[114]

 

Si pongono nuovi problemi prima fra tutti l’abbandono della pregiudiziale anti religiosa.

 

“Nel mondo cattolico organizzato e nelle masse cattoliche vi è stato mio spostamento evidente a sinistra al tempo di Papa Giovanni. Ora vi è, al centro, un riflusso a destra. Permangono però, alla base, le condizioni e la spinta per uno spostamento a sinistra che noi dobbiamo comprendere e aiutare. A questo scopo non ci serve a niente la vecchia propaganda ateistica. Lo stesso problema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse cattoliche ed essere compresi da loro. Se no avviene che la nostra «mano tesa» ai cattolici viene intesa come un puro espediente e quasi come una ipocrisia.”[115]

 

E quindi una ampia apertura al mondo della cultura di varia ispirazione progressista che presuppone una ampia libertà di pensiero.

 

“Anche nel, mondo della cultura (letteratura, arte, ricerca scientifica, ecc.), oggi le porte sono largamente aperte alla pene­trazione comunista. Nel mondo capitalistico si creano infatti con­dizioni tali che tendono a distruggere la libertà della vita intel­lettuale. Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica del progresso scien­tifico. Ciò richiede che noi non contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti di diversa natura; ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si presentano”[116]

 

Tutto porta poi all’elemento più importante e duraturo del memoriale nel quale si pone il problema della possibilità di un via pacifica e legalitaria all’instaurazione del comunismo in una società capitalistica:

 

“Anche queste posizioni hanno però bi­sogno, oggi, di essere approfondite e sviluppate. Per esempio, una più profonda riflessione sul tema della possibilità di una via pacifica di accesso al socialismo, ci porta a precisare che cosa noi intendiamo per democrazia in uno Stato borghese, come si possono allargare i confini della libertà e delle istituzioni demo­cratiche e quali siano le forme più efficaci di partecipazione delle masse operaie e lavoratrici alla vita economica e politica. Sorge così la questione della possibilità di conquista di posizioni di po­tere, da parte delle classi lavoratrici, nell’ambito di uno Stato che non ha cambiato la sua natura di Stato borghese e quindi se sia possibile la lotta per una progressiva trasformazione, dall’inter­no, di questa natura. In Paesi dove il movimento comunista sia diventato forte come da noi (e in Francia), questa è la questione di fondo che oggi sorge nella lotta politica. Ciò comporta, natu­ralmente, una radicalizzazione di questa lotta e da questa dipen­dono le ulteriori prospettive.”[117]

 

Nasce naturalmente l’esigenza di una via nazionale  dei vari partiti

 

“ L’autonomia dei partiti, di cui noi siamo fautori de­cisi, non è solo una necessità interna del nostro movimento, ma una condizione essenziale del nostro sviluppo nelle condizioni presenti. Noi saremmo contrari, quindi, a ogni proposta di creare di nuovo una organizzazione internazionale centralizzata. Siamo tenaci fautori della unità del nostro movimento e del movimento operaio internazionale, ma questa unità deve realizzarsi nella di­versità di posizioni politiche concrete, corrispondenti alla situazione  e al grado di sviluppo di ogni Paese. Vi è naturalmente, il pericolo dell’isolamento dei partiti l’uno dall’altro e quindi di una certa confusione. Bisogna lottare contro questi pericoli e per questo noi crediamo si dovrebbero adottare questi mezzi: con­tatti assai frequenti e scambi di esperienze tra i partiti, su larga scala; convocazione di riunioni collettive dedicate allo studio di problemi. comuni a un certo gruppo di partiti; incontri interna­zionali di studio su problemi generali di economia, filosofia, sto­ria, eccetera”[118]

 

Quindi si afferma la  grande importanza del collegamento a tutti quei movimenti di liberazione che, pur non essendo comunisti, tuttavia oggettivamente nella loro lotta al capitalismo portano una carica rivoluzionaria affine a quella dei comunisti:

 

“Attribuiamo una importanza decisiva, per lo sviluppo del no­stro movimento, allo stabilirsi di ampi rapporti di reciproca co­noscenza e di collaborazione tra i partiti comunisti dei Paesi ca­pitalistici e i movimenti di liberazione dei Paesi coloniali ed ex coloniali. Questi rapporti non devono però essere stabiliti solo con i partiti comunisti  di questi Paesi, ma con tutte le forze che lottano per l’indipendenza e contro l’imperialismo e anche, nella misura del possibile, con ambienti governativi di Paesi di nuova libertà che abbiano governi progressivi. Lo scopo deve essere di giungere a elaborare una comune ‘piattaforma concreta di lotta contro l’imperialismo e il colonialismo. Parallelamente dovrà es­sere da noi meglio approfondito il problema delle vie di sviluppo dei Paesi già coloniali, di che cosa significhi per essi l’obiettivo del socialismo, e così via. Si tratta di temi nuovi, non ancora af­frontati sino ad ora.”[119]

 

E tutto ciò si salda  alla proposta da lui sostenuta  di convocare una conferenza allargata a tutti i movimenti anticapitalistici in alternativa a quella dei partiti comunisti  che implicherebbe necessariamente una frattura con i comunisti cinesi

 

“ Per questo, come ho già detto, noi avremmo salutato con piacere una riunione internazionale dedicata esclu­sivamente a questi problemi e ad essi bisognerà in ogni modo dare una parte sempre più grande in tutto il nostro lavoro.”[120]

 

Si rifiuta quindi la visione  trionfalistica dei paesi socialisti propria della  propaganda tradizionale : i problemi reali non sono conosciuti in occidente e quindi le crisi  e i problemi  in cui si imbatte il socialismo appaiono inesplicabili, sentiti come insufficienze dei principi del comunismo stesso.

 

“Non è giusto parlare dei Paesi socialisti (e anche dell’Unione Sovietica) come se in essi tutte le cose andassero sempre bene. Questo è l’errore, per esempio, del capitolo della risoluzione del ‘60 dedicato a questi Paesi. Sorgono infatti continuamente, in tutti i Paesi socialisti, difficoltà, contraddizioni, problemi nuovi che bisogna presentare nella loro realtà effettiva. La cosa peg­giore è di dare l’impressione che tutto vada sempre bene, mentre improvvisamente ci troviamo poi di fronte alla necessità di par­lare di situazioni difficili e spiegarle. Ma non si tratta solo di fatti singoli”[121]

 

La destalinizzazione ha messo in crisi in occidente il mito di un successo continuo  e ci si interroga pure in che misura  le deviazioni di Stalin siano dovuti, non a un caso personale, ma  a deficienze del sistema. Si apre cosi la via a una visione critica dell’intero movimento comunista, superando l’idea ingenua che tutte le deviazioni staliniane siano tutte riconducibili a un solo uomo.

 

Le critiche a Stalin, non bisogna nasconderselo, hanno la­sciato tracce abbastanza profonde. La cosa più grave è una certa dose di scetticismo con la quale anche elementi vicini a noi ac­colgono le notizie di nuovi successi economici e politici. Oltre a ciò, viene considerato in generale non risolto il problema delle origini del culto di Stalin e come esso diventò possibile. Non si accetta di spiegare tutto soltanto con i gravi vizi personali di Stalin. Si tende a indagare quali possono essere stati gli errori politici che contribuirono a dare origine al culto. Questo dibat­tito ha luogo tra storici e quadri qualificati del partito. Noi non lo scoraggiamo, perché spinge a una conoscenza più profonda della storia della rivoluzione e delle sue difficoltà. Consigliamo però la prudenza nelle conclusioni e di tener presenti le pubbli­cazioni e ricerche che si fanno nell’Unione Sovietica.”[122]

 

Si mostra quindi il  fatto che il ritorno ai veri valori della Rivoluzione comunista, identificati con il  pensiero di Lenin, non si sia verificata nella misura in cui la denuncia delle deviazioni di Stalin sembrava rimandare

 

“L’impressione generale è di una lentezza e re­sistenza a ritornare alle norme leniniste, che assicuravano, nel partito e fuori di esso, larga libertà di espressione e di dibattito, nel campo della cultura, dell’arte e anche nel campo politico. Questa lentezza e resistenza è per noi difficilmente spiegabile soprattutto in considerazione delle condizioni presenti, quando non esiste più accerchiamento capitalistico e la costruzione eco­nomica ha ottenuto successi grandiosi. Noi partiamo sempre dal­l’idea che il socialismo è il regime in cui vi è la più ampia libertà per i lavoratori e questi partecipano di fatto, in modo organiz­zato, alla direzione di tutta la vita sociale. Salutiamo quindi tutte le posizioni di principio e, tutti i fatti che ci indicano che tale è la realtà in tutti i Paesi socialisti e non soltanto nell’Unione So­vietica. Recano invece danno a tutto il movimento i fatti che talora ci mostrano il contrario”

Segue ancora una richiamo alla necessità dell’unita del movimento comunista sia pure nel rispetto delle singole vie nazionali che tengano conto delle peculiari situazioni storiche o politiche ed  economiche.”[123]

“Un fatto che ci preoccupa e che non riusciamo a spiegarci pienamente è il manifestarsi tra i Paesi socialisti di una tendenza centrifuga. Vi è in essa un evidente e grave pericolo, del quale crediamo che i compagni sovietici si debbano preoccupare Vi è senza dubbio del nazionalismo rinascente. Sappiamo però che il sentimento nazionale rimane una costante del movimento ope­raio e socialista per un lungo periodo anche dopo la conquista del potere. I progressi economici non lo spengono, lo alimentano. Anche nel campo socialista, forse (sottolineo questo « forse » per­ché molti fatti concreti ci sono sconosciuti), bisogna guardarsi dalla forzata uniformità esteriore e pensare che l’unità si deve stabilire e mantenere nella diversità e piena autonomia dei sin­goli Paesi.”[124]

 

Il memoriale si chiude con queste parole:

 

“Sulla situazione italiana

Molte cose dovrei aggiungere per informare esattamente sulla situazione del nostro Paese. Ma questi appunti sono già troppo lunghi e ne chiedo scusa. Meglio riservare a spiegazioni “[125]

 

Sarebbe stato di maggior interesse proprio una osservazione della situazione del  nostro paese che invece manca. Tuttavia è anche importante notare che Togliatti sin  dall’inizio della sua attività politica fino all’ultimo giorno della sua vita ha ragionato sempre in prospettiva internazionalista: in lui non vi è stato mai dualismo fra interessi del proletariato italiano e quello degli altri paesi.

L’importanza del Memoriale è stata riconosciuta quasi unanimamente ma il suo significato politico è stato variamente valutato

Recentemente un esponente importante  dei DS come D’Alema  ha sostenuto che con Il Memoriale  Togliatti  avrebbe compiuto un passo fondamentale per uscire dallo stalinismo, non tanto nel senso di dare spazio alle vie nazionali autonome al comunismo, ma proprio nel senso di un ripensamento generale della metodologia dell’instaurazione  comunismo . Egli infatti afferma :

 

Io ritengo però che sia l'intervista a Nuovi Argomenti sia il memoriale di Yalta   si collochino fuori dallo stalinismo. Può darsi che questo non configuri tutto un piede ma solo un alluce. In ogni caso, vi è una parte di Togliatti che è fuori dallo stalinismo. Non credo che questa parte sia "la via italiana al socialismo". Questa politica può in fondo essere considerata come un ripiegamento: un modo per rendere compatibile l'esperienza del Partito comunista italiano con lo stalinismo. Per me il Togliatti più interessante non è questo, bensì quello del policentrismo. è il Togliatti che, con il memoriale di Yalta  mette in discussione le modalità di funzionamento del sistema comunista mondiale e le modalità con le quali è governata l'Urss. E che con l'intervista a Nuovi Argomenti affronta il tema delle disfunzioni create in Urss dalla sovrapposizione del partito allo Stato. Sono questi gli ingredienti di una discussione storica seria, che non penso sia utile proiettare sui problemi dell'oggi che sono distantissimi dai fatti dei quali abbiamo parlato.”[126]

 

Secondo  Carlo Spagnolo, il memoriale di Yalta era  nelle intenzioni di Togliatti, un’ipotesi di accordo col Pcus di Krusciov sulla conferenza internazionale dedicata alla crisi col Pc cinese, accettando la partecipazione del Pci alla sua organizzazione, per poi convincere il capo del Pcus

 

"a un impegno diverso dei comunisti italiani verso il centrosinistra, cioè un programma di spostamento di quella formula (una nuova maggioranza aperta verso una prospettiva socialista) tentando di riapre un rapporto organico di collaborazione con il Psi". E anche qui si è discusso, senza finzioni.”[127]

 

A nostro parere però  il problema se il memoriale di Yalta  comporti   un mutamento della linea di Togliatti  è la semplice riproposizione , magari in termini nuovi, della linea  tradizionale, se insomma il memoriale sia veramente una novità dipende anche dal concetto che abbiamo  di conservazione e innovazione in politica.

 Un azione politica che  sia effettivamente calata nella realtà storica e sociologica non può attenersi a principi immutabili  quali fossero dogmi immodificabili. In religione infatti si può ammettere la presenza di dogmi come verità immutabili perchè si presuppone che siano stati rivelati da Dio, per sua natura immutabile.  Ma l’azione politica esige sempre una attenzione al reale ,al momento, alle circostanze che vanno inquadrate sì nello schema generale  ideale, ma che pur tuttavia su di esso influiscono realmente. Anzi è proprio della visione marxista l’idea della prassi, cioè dell’intima unione  fra azione e teoria, che  la teoria è sempre strettamente connessa alla attività politica. Da questo punto di  vista evidentemente l’azione politica deve quindi aggiornarsi continuamente alla realtà effettiva.

 Da questa prospettiva il memoriale di Yalta è una novità come ogni azione politica che sia viva e reale è sempre qualcosa di nuovo: d’altra parte il nuovo e vitale non nasce dal nulla o dall’improvvisazione ma dal ripensamento della linea politica fondamentale alla luce delle nuove circostanze dei nuovi apporti di forza fra le classi sociali, dell’evoluzione della politica  internazionale e nazionale.

Il memoriale di Yalta in effetti non è altro che una analisi approfondita,   precisa, (qualche volta anche  puntigliosa, come era propria nella natura del suo autore)  del momento storico.

Togliatti nel memoriale si sforzava di adeguare l’azione del comunismo nazionale e internazionale ai  tempi nuovi: ma non era un passo avanti, non aveva alcun contenuto nuovo ,non recepiva cioè quello che a noi moderni appare ben chiaro,con il senno di poi:l’Unione Sovietica, il movimento internazionale comunista  aveva perduto, come si disse,la sua spinta propulsiva , la possibilità che una società autenticamente  comunista che estirpasse il male dal mondo, la grande illusione  della Rivoluzione che ogni cosa avrebbe  rimesso al posto , che avrebbe per sempre eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo era definitivamente tramontata.  O almeno era tramontato  la possibilità  che in quella  direzione movessero ancora i paese del socialismo reale. Per Togliatti i paesi del socialismo reale  restavano pur sempre il sole dell’svvenire , a dispetto di tutto, a dispetto di ogni evidenza .

 Ma noi ragioniamo con il senno di poi……,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONCLUSIONE: IL PARADOSSO DI TOGLIATTI 

 

L’opera politica di Togliatti è caratterizzata da un paradosso: l’uomo che rappresentava la Rivoluzione comunista rivolse  la sua  azione proprio a impedire  che essa esplodesse in Italiane e quindi in Europa. Come abbiamo mostrato a impedire lo scoppio della  rivoluzione  in Italia non furono tanto  i partiti democratici di massa  ne la influente  Chiesa Cattolica ne le potenti forze  militari americane, ma fu il partito comunista di Togliatti che in ogni modo prevenne la rivoluzione e quando essa, comunque sembrè manifestarsi ugualmente come nella lotta partigiana, in occasione dell’attentato di Pallante, con i disordini contro il governo Tambroni intervenne attivamente per bloccarla .

L’azione di Togliatti però fu perfettamente coerente e razionale: la Rivoluzione non aveva possibilità di successo in Italia e quindi  non doveva scoppiare: Togliatti non era un poeta della Rivoluzione, né  un profeta , ne un ideologo  era una grande lucido e razionale e acuto politico, un grande ,un eccezionale politico che in quanto tale sapeva chiaramente distinguere quello che  era effettivamente possibile da quello che si desiderava fosse possibile .

Con il senno di poi possiamo dire che, date le sue premesse  il modo  secondo il quale agì, il modo migliore di agire fu proprio come egli effettivamente agi,

 

 

Già le sue premesse….ma è proprio sulle premesse che noi abbiamo dei dubbi

Constatare che la Rivoluzione non poteva avere successo  in Italia perchè in realtà non poteva avere successo  nel mondo Occidentale,  non equivaleva a concludere che le Rivoluzione aveva ormai  perso  la sua storica sfida ? Lo stesso Togliatti aveva compreso, con almeno 50 anni  di anticipo rispetto al pensiero di sinistra,  che il fascismo stesso era pure esso un fenomeno di massa, poteva non comprendere che ormai il capitalismo andava acquistando una sua base  popolare?   E allora perchè non fare il grande passo che molti fecero allora rescindendo il legame con il comunismo internazionale, legame che impedì sempre alle forze di sinistra di raggiungere il potere?

 E ancora di più: il bancario di Milano,l’operaio di Torino ,lo studente  di Napoli poteva anche pensare che in Russia si stesse preparando la grande Rivoluzione proletaria che avrebbe estirpato una volta per tutte,  tutta la ingiustizia e tutto il male dal  mondo e che a questa meta bisognasse sacrificare ogni cosa, anche la giustizia e la verità. 

 Ma nessun al mondo meglio di Togliatti conoscevano gli orrori dello stalinismo, le purghe che portarono alla morte della quasi totalità di quelli che avevano fatto la Rivoluzione, il terrore diffuso capillarmente in tutto il paese, i milioni di morti  viventi nei gulag: poteva  egli credere che questi fatti veramente avrebbero portato alla società idealizzata da Marx?

 Egli non era un poeta, né  un profeta , ne un ideologo  era una lucido e razionale e acuto politico, un grande eccezionale politico…..

 Sorge allora il sospetto che egli agisse non perchè credesse realmente nelle idee che professava  ma perchè cosi egli poteva mantenere il potere.

Collaborò con Stalin assecondando tutti i suoi crimini; cosi salvò la vita che tanti altri comunisti ingenuamente persero e divenne il capo incontrastato  del comunismo italiano solo perchè designato da Stalin, mantenne un potere assoluto sul partito e quindi su una fetta consistente dell’Italia  perchè era la guida alla Rivoluzione, quando sarebbe venuto il momento.

Ma lui, PalmiroTogliatti ci credeva veramente e fingeva solo di crederci?’ Non lo sapremo mai, crediamo, e forse non è nemmeno importante: la storia giudica gli avvenimenti dal punto  di vista politico non la moralità degli uomini .  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPENDICE  PRIMA

 

TOGLIATTI NELLA STORIOGRAFIA

 

 

 

 

La storiografia su  Palmiro Togliatti è ampia e articolata ed è naturalmente indissolubilmente legata non solo a quella del Partito  Comunista Italiano, ma anche a tutto il  movimento comunista  mondiale, quindi alla storia del secolo XX del quale certamente Togliatti fu uno dei maggiori protagonisti.

 

PIETRO GOBETTI

Fra i primi che  si sono interessati alla figura di Togliatti troviamo un “non comunista”, PIETRO GOBETTI. Questi infatti sulla rivista “ la rivoluzione liberale”  nel 1922 pubblicò un importante lavoro   sulla “Storia dei comunisti italiani vista da un liberale” [128], nel quale coglieva  alcuni degli aspetti salienti dell’appena nato partito comunista e della figura di Palmiro Togliatti, di cui colse forse per primo lo spessore culturale e politico.

Nato a Torino il 19 giugno del 1901. studente universitario di acuta intelligenza, pubblica a diciassette anni la sua prima rivista, "Energie Nove", nel novembre del 1918, ricca di riferimenti a Prezzolini, Gentile, Croce e con la quale diffuse le idee liberali di Einaudi. Si appassiona ai bolscevichi, studia il russo. Definisce subito il fascismo "movimento plebeo e liberticida", l'antifascismo "nobilità dello spirito". Interpreta la rivoluzione di Lenin e Trotzky come rivoluzione liberale, perché è azione, “movimento e tutto quello che si muove va verso il liberalismo”. Apprezza i bolscevichi in quanto élite, detesta lo statalismo e il protezionismo della vecchia Italia giolittiana. Esponente della sinistra liberale progressista, collegata con l'intellettuale meridionalista Gaetano Salvemini. estimatore di Antonio Gramsci e del giornale socialista e poi comunista “Ordine Nuovo”, Gobetti si avvicina al proletariato torinese, divenendo attivo antifascista. Nell'autunno del 1920 il sostegno di Gobetti all'occupazione delle fabbriche e i suoi frequenti incontri con gli operai e comunisti torinesi migliorano molto i rapporti, tanto che Gramsci gli affida la rubrica di teatro della rivista. La classe operaia, in particolare quella torinese, dei consigli di fabbrica, che frequenta insieme ai socialisti di Ordine Nuovo, diventa per lui la leva che innoverà il mondo: non verso il socialismo, ma verso "elementi di concorrenza”.  A vent'anni, il 12 febbraio del 1922, fa uscire il primo numero della rivista "La Rivoluzione Liberale" che via via diventa centro di impegno antifascista di segno liberale, collegato ad altri nuclei liberali di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. Vi collaborano intellettuali di diversa estrazione, tra cui Amendola, Salvatorelli, Fortunato, Gramsci, Antonicelli e Sturzo. Più volte arrestato nel '23-24 dalla polizia fascista, la sua rivista è ripetutamente sequestrata Nel '24 fonda la rivista letteraria "Il Baretti", alla quale collaborano Benedetto Croce, Eugenio Montale, Natalino Sapegno, Umberto Saba ed Emilio Cecchi. Il 5 settembre del '24, mentre sta uscendo di casa, è aggredito sulle scale da quattro squadristi che lo colpiscono al torace e al volto, rompendogli gli occhiali e procurandogli gravi ferite invalidanti. Costretto a espatriare in Francia, mai più ripresosi dalle ferite, muore esule a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926. Non aveva nemmeno venticinque anni, che avrebbe compiuto il 19 giugno di quell'anno. È sepolto nel cimitero di Père Lachaise.

 

MARCELLA E MAURIZIO FERRARA

 La prima opera però che  tratta in modo completo e organico la figura di Togliatti  è quella di MARCELLA E MAURIZIO  FERRARA  edita nel 1953 [129]  L’opera è il frutto di una serie di conversazioni tenute con Togliatti, raccoglie quindi materiale direttamente  dai  suoi ricordi personali : Togliatti all’inizio era  alquanto contrario  all’idea che, ancora lui vivente, venisse scritto qualcosa che in sostanza era una biografia: in seguito però ritenne che era che era giusto, soprattutto  utile al Partito Comunista. Scrisse quindi egli stesso una prefazione e riguardò attentamente tutta l’opera.

I due estensori dello scritto, erano due coniugi ambedue attivi nel movimento comunista e quindi in stretti rapporti con Togliatti stesso.

Marcella (nata “de Francesco”)  aveva  partecipato , giovanissima, ai Gap (Gruppi di azione partigiana) romani. Nel ’42 si iscrive al Pci. Per quasi vent’anni è la più stretta collaboratrice di Palmiro Togliatti. A Botteghe Oscure, poi a Rinascita, rifugge dagli eccessi dello spirito di parte, pur restando fedele a una “parte”. Gentile con i collaboratori che si chiamano Franco Rodano, Lucio Lombardo Radice, Renato Guttuso, Alberto Moravia, Umberto Saba, non lascia mai affiorare la tensione del lavoro giornalistico.

Nel 1945 sposa Maurizio Ferrara corrispondente dell’Unità (di cui sarà in seguito direttore). Ed ha tre figli fra cui Giuliano, noto giornalista e fondatore del “Foglio “.

I due coniugi sono a Mosca a tra il ’58 e il ’61 Conoscono  gli anni del disgelo, la presenza di un “Kruscev rozzo ma simpatico”. Nel 59 ancora insieme scrivono “Cronache di vita italiana” . [130] 

Quando esplode il femminismo, Marcella Ferrara partecipa attivamente, In particolare  sceglie  di testimoniare sul dramma delle gestanti “diossinate”.

Maurizio Ferrara mori nel 2000, mentre Marcella lo segui qualche anno dopo nel 2002.

 

MASSIMO CAPRARA

Altri scritti su Togliatti si devono alla singolare figura di MASSIMO CAPARRA. Questi fu a lungo segretario di Togliatti, in seguito Sindaco di Portici, deputato di Napoli per quattro legislature a partire dal 1954. Caprara fu poi radiato dal partito comunista con Rossana Rossanda e gli altri del gruppo de “Il Manifesto”, del quale è uno dei fondatori.

Tornato all'attività giornalistica (era stato redattore capo di Rinascita), ha scritto su Il Mondo, L'Espresso, Tempo Illustrato e ha diretto l'Illustrazione Italiana. Ha firmato numerosi reportage televisivi e volumi di saggistica. Ha vissuto dall’interno gli avvenimenti fondamentali della storia del Partito comunista dagli anni del dopoguerra fino alla fondazione del Manifesto

Tuttavia Caparra , più che riflessioni storiche e critiche  generali  sull’opera di Togliatti, tende  a raccontare aneddoti  particolari che se da una parte  ci fanno conoscere la figura di Togliatti d’altra parte   difficilmente possono dare una chiarificazione storicam scientifica    della sua opera.i [131]    

 

GIULIO SENIGA.

Aveva iniziato l'attività nella Resistenza, prima come sindacalista all'Alfa Romeo (estate del 1943) e poi come Commissario Politico della Brigata Garibaldi attiva nella Repubblica partigiana della Val d'Ossola. Da qui l'ingresso nel PCI e l'assegnazione di incarichi delicati, dal 1948 al 1954, come la "scuola-quadri" e la sicurezza dei dirigenti e degli archivi del partito.  Fu stretto collaboratore di Pietro  Secchia l'uomo "che inclinava per la lotta armata”.  Ruppe però clamorosamente con l’apparato del partito  comunista .

Con  esponenti di varie estrazione ( Troztskisti, massimalista socialisti, anche con Ignazio Silone), darà vita al "Comitato italiano per la verità sui misfatti dello stalinismo"

Negli anni Sessanta, SENIGA aderisce al Partito Socialista schierandosi ovviamente tra coloro che cercano di favorire un processo di maggiore autonomia dal PCI, anche con una intensa attività giornalistica.

 Tuttavia la sua opera rimane pur sempre su un piano di polemica personale  senza sollevarsi sostanzialmente sul piano della critica storica vera e propria. [132]

 

GIORGIO BOCCA

La prima biografia pero ampia e completa di Togliatti fu pubblicata  alcuni anni dopo la sua morte nel 1973 da GIORGIO BOCCA: uno  dei maggiori politologi della sinistra. [133]

Nato a Cuneo nel 1920 è tra i giornalisti italiani più noti e importanti.  Avendo partecipato alla guerra partigiana nelle formazioni di Giustizia e Libertà, ha poi mosso i primi passi, nell'immediato dopoguerra, nel foglio dell'omonima organizzazione a Torino. . In seguito, Bocca è stato un testimone e un lucido narratore del cosiddetto "boom" degli anni Sessanta, a cui ha coniugato inchieste sociali e servizi di vario tipo. Fra le tappe della sua carriera ricordiamo : redattore alla "Gazzetta del Popolo", nel 1954 è a Milano all'"Europeo", poi inviato del "Giorno" di Enrico Mattei diretto da Italo Pietra. È stato nel 1975 tra i fondatori di "Repubblica”.

Recentemente , ha trovato nuovi spunti polemici nei confronti della “Rete”, a cui ha dedicato controverse analisi. Il suo orrore nei confronti dei falsi traguardi e di chi promette un fittizio benessere non sembra addolcirsi, o trovare risposte che lo rassicurino. Si scaglia con forza contro la globalizzazione, che spogliata della sua bella superficie rivela il serpeggiare di interessi messi in moto da una potente ed incontrollabile macchina economica. Auspica, affinché si affaccino dei sintomi di ripresa, un ritorno del pensiero politico. [134] 
La prima edizione della sua opera su Togliatti è stata pubblicata nel 1973 ma in seguito è stata curata una seconda edizione nel 1991, dopo quindi il crollo del muro di Berlino e della fine  dell’esperienza del socialismo reale dei paesi dell’est europeo.

Più che su fonti di archivio egli però ha lavorato tenendo presente  i colloqui avuti  con gli esponenti della vecchia guardia  del partito comunista italiano. Infatti, con il nuovo corso del partito, tendente al cosi detto “compromesso storico”, e  con la presidenza di Berlinguer, i vecchi esponenti continuavano a far parte del Partito , formalmente onorati ma praticamente in disparte,non più nella direzione effettiva: pertanto erano pure più liberi di esprimere proprie opinioni e soprattutto di ricordare gli eventi vissuti con Togliatti. Sono stati quindi una fonte preziosa  per ricostruire dal vivo la personalità vera di Togliatti che difficilmente può essere ricavata dai documenti ufficiali.

 Bocca descrive questi antichi dirigenti come personalità singolari: avendo dedicato tutta la loro vita al Partito, in realtà non potevano vivere al di fuori di esso, il loro orizzonte culturale e anche materiale era tutto concluso nell’ambito del Partito stesso al quale si doveva ogni cosa e per il quale ogni sacrificio non era mai eccessivo.

Anche in questo Bocca ritrova l’ambito umano in cui Togliatti stesso svolse la sua esistenza.

Per sua stessa ammissione il saggio è incentrato soprattutto sul rapporto con lo stalinismo che appare all’autore come il più significativo e interessante: tuttavia non manca un ampio e chiaro riferimento al periodo posteriore alla morte di Stalin.  

La chiave di interpretazione che offre Bocca della personalità di Togliatti è quella di un Cavour del comunismo: come il piemontese dell’800 aveva razionalizzato e tradotto lucidamente in concreta ed accorta azione politica  gli ideali romantici e risorgimentali, cosi Togliatti, piemontese del 900, aveva dato alle istanze del  comunismo una veste politica concreta, razionale. In tale chiave egli spiega anche 

Il difficile e tormentato rapporto con Stalin; egli aveva la funzione di dare una veste politica accettabile anche dal punto di vista giuridico e formale  alle decisioni prese dal dittatore georgiano. Questo non significa che Togliatti si mettesse a servizio di Stalin per puro interesse personale, ma che egli era fermamente convinto che a prescindere da ogni cosa, alla fine il comunismo avrebbe trionfato per la forza stessa della storia, secondo  appunto le previsioni  del marxismo scientifico. 

Anche la “doppiezza” di cui si accusa Togliatti nella sua politica in Italia viene ricondotta allo stesso convincimento.

 In realtà effettivamente Togliatti da una parte appoggiava e sosteneva la costituzione italiana che era a carattere parlamentare e borghese, ma contemporaneamente era ben attento a non allentare i legami internazionali con la repubbliche popolari a partito unico dei paesi del socialismo reale, per cui è lecito domandarsi se il modello perseguito fosse quello occidentale  o quello sovietico e quindi l’accusa che l’appoggio al sistema costituzionale fosse un espediente tattico strategico e non invece una accettazione piena e definitiva.

 Togliatti era ben conscio della impossibilità di una rivoluzione comunista in Italia essendo questa nell’orbita di influenza americana: tuttavia riteneva sempre, per la fiducia nell’ordine oggettivo della storia, che alla fine il comunismo avrebbe trionfato tanto in Russia che in Italia, come nel  resto del mondo anche se per  vie diverse.

Un problema particolare che BOCCA affronta è la popolarità di Togliatti. Infatti il Cavour, pur essendo  l’artefice dell’unità italiana, in realtà non fu mai veramente popolare come invece lo fu un Garibaldi o un Mazzini .

Invece  Togliatti ebbe sempre una immensa popolarità e non solo nell’ambito del suo schieramento politico: anche gli avversari gli resero sempre onore e deferenza. Eppure  Togliatti aveva una personalità niente affatto adatta a catturare le simpatie generali: era un uomo gelido, che non lasciava mai trasparire le emozioni, parlava come un professore insofferente che ha poca pazienza per gli alunni che non lo comprendono (e seguono) immediatamente, tutto il contrario del grande comunicatore a affascinatore delle folle che è condizione essenziale per i politici contemporanei.

Secondo BOCCA la cosa può essere spiegata con il mito dell’uomo venuto dalla patria del comunismo ad instaurare il comunismo anche in Italia: le folle aspettavano proprio il “messia” capace di tradurre in realtà  politica e quotidiana le grandi aspettative di giustizia che ponevano nel comunismo. Ma d’altra parte Togliatti era effettivamente dotato di una cultura e di una intelligenza davvero fuori del comune, aveva esperienza dei veri meccanismi del comunismo, ignoti, a chi come lui, non aveva vissuto la rivoluzione dall’interno. Per quanto riguarda gli avversari inoltre vi era il riconoscimento di aver comunque dato un contributo essenziale alla instaurazione della democrazia in Italia e di aver saputo costruire un partito comunista diverso dagli altri : senza la scelta imposta da Togliatti al partito, certamente la democrazia sarebbe nata in Italia molto più fragile e asfittica.

 

ALDO AGOSTI

L’altra grande opera biografica  dedicata a Togliatti è quella di ALDO AGOSTI. [135]

Professore ordinario di  Storia contemporanea presso la Facoltà di   Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, si è interessato particolarmente a tre filoni di  indagine: storia del movimento operaio e sindacale, storia del socialismo e del comunismo nel XX secolo e   storia comparata dell’Europa.

Ha dedicato numerose pubblicazioni alla storia del movimento comunista ed in particolare all’Internazionale Comunista, tra cui alcuni capitoli  della “Storia del marxismo” curata da Hobsbawm  e una imponente raccolta commentata di documenti del Comintern. 
    In “ Un profilo storico dei comunismi europei,” [136]  traccia un profilo , sintetico ma non superficiale, dei comunismi europei, seguendone la complessa vicenda dalla prima guerra mondiale fino al crollo dell’Unione Sovietica. In esso si afferma in polemica con  una serie di pubblicazioni che  si richiamano al “Libro nero del comunismo” [137]  che Il comunismo è stato, malgrado i suoi innegabili errori e fallimenti, un movimento collettivo che ha riguardato la vita di milioni di persone e che ha assunto con gli anni un carattere sempre più differenziato e meno unitario. [138]
  Ha  dedicato, come accennato,  un ampio e fondamentale  saggio alla vita di Togliatti , biografia vasta e sistematica dell’ uomo politico.

Il saggio,  edito nel 1996 tuttavia fu iniziato nel 1988, prima cioè della storica caduta del muro e della fine improvvisa e traumatica dell’esperienza del socialismo reale. Pertanto la prospettiva generale del comunismo nella quale si inquadra la  figura di Togliatti rimane  pur sempre quella di una esperienza in atto ,e non politicamente  conclusa in modo definitivo e irreversibile.

Tutto ciò nulla toglie alla correttezza storica del saggio anche se va notato che non è stato possibile consultare tutti gli archivi del partito comunista sovietico i quali dopo  il 1989  sono stati messi a disposizione degli studiosi.

In oltre 600 pagine viene esaminata tutta la vicenda politica e umana di Togliatti.

Riporta anche interessanti vicende personali, particolarmente per quanto riguarda la formazione culturale e politica  che gettano anche una nuova luce interpretativa sul suo cammino verso il comunismo di Palmiro Togliatti.

Aldo Agosti, infatti mostra che l’adesione al comunismo fu per Togliatti, proveniente da una famiglia piccola borghese, una risposta intellettuale, morale e quindi anche politica all’affermarsi del  fascismo sulla scena italiana.

Secondo Agosti, Togliatti percepisce la differenza fra ideale comunista e realtà staliniana come uno scarto che la storia poi sarebbe riuscita a  colmare: non fu quindi opportunista, ma credette veramente e incrollabilmente nella vittoria ultima del comunismo profetizzato da Marx: lo stalinismo gli apparve come un incidente di percorso, come una fase, che sia pure buia, crudele e ingiusta, tuttavia andava accettata per il trionfo definitivo del socialismo e l’affermarsi di un mondo in cui non ci fosse più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo

Per quanto riguarda la svolta di Salerno, AGOSTI respinge l’idea che essa fosse semplicemente una accettazione passiva e subalterna della volontà di Stalin, mettendo in rilievo che essenzialmente quella politica realistica, attenta alle esigenze reali del momento economico,  fosse in realtà qualcosa che egli stesso aveva elaborato e alla quale egli stesso aveva sempre creduto e alla quale si era sempre  attenuto: in Italia non era possibile una rivoluzione comunista perchè il paese ricadeva nella sfera di influenza degli Stati Uniti: collaborare con gli altri partiti politici antifascisti era quindi non una semplice scelta staliniana alla quale egli si attenesse  supinamente, ma era l’unica scelta realistica se non si voleva portare il comunismo italiano alla catastrofe in una avventura senza sbocco. 

Agosti ascrive a merito soprattutto di Togliatti l’elaborazione di una via autonoma italiana. Sotto la sua guida si passa in Italia da una richiesta di democrazia popolare e bolscevica alla difesa della via parlamentare, della democrazia avanzata dei principi della Costituzione. 

AGOSTI ritiene che  l’affermazione della legalità costituzionale e parlamentare non contraddica la meta finale del comunismo e nemmeno rescinda i legami internazionali con il movimento comunista internazionale e l’URSS. In particolare si va sempre verso la meta ideale lontana e pure considerata certa di una società comunista secondo la visione marxista: si tratta di strade diverse ma che in qualche modo arriveranno alla stessa meta.

 

PAOLO SPRIANO

Un’opera fondamentale per inquadrare l’opera di Togliatti resta quella monumentale della storia del partito comunista scritta da PAOLO SPRIANO. [139]

Nato a Torino nel 1925 giovanissimo fu comandante partigiano;fu poi docente universitario e storico. Oltre che sulla storia del partito comunista italiano fondamentali le sue ricerche su Godetti e su Gramsci

Mori   a Roma nel 1988

 

GIANGIACOIMO FELTRINELLI

 Un particolare menzione va fatta anche all’opera di un personaggio singolare: GIANGIACOMO  FELTRINELLI. Non fu uno storico ma  ebbe grande importanza nella diffusione di studi sul comunismo e sul movimento della Sinistra in generale.

Nato nel 1926 a Milano da una famiglia della borghesia imprenditoriale, alla fine della seconda guerra mondiale si unisce agli antifascisti, per poi entrare nel 1945 nel Partito Comunista Italiano , da lui finanziato generosamente con una parte dell’eredità. Già in quegli anni si delinea il conflitto che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: da un lato l’appartenenza ad un ceto sociale ben preciso, cioè quello dell’alta borghesia, dall’altro l’impegno a favore dei diritti delle classi oppresse. Più che attirargli consensi, questa sua posizione fa scattare a partire dal 1948 la sua sorveglianza da parte del Ministero degli Interni e del controspionaggio militare-

La Biblioteca Feltrinelli, da lui fondata nel 1948 a Milano, rappresenta il primo passo verso una rielaborazione programmatica della storia del movimento operaio e del marxismo. Nel 1954 nasce a Milano l’omonima casa editrice a cui seguirà l’apertura delle librerie annesse. Coerentemente la casa editrice pubblica opere vietate in altri Paesi. È il caso di quei libri di analisi critica del fascismo, censurati in Spagna, o di quelli sulla guerra di Algeria, proibiti in Francia. Escono inoltre libri che altri editori non avrebbero osato pubblicare, come quelli dell’avanguardia italiana o di autori latinoamericani. Infine, viene dato spazio anche alla pubblicazione di scrittori provenienti da Paesi del Terzo Mondo.

Un  grande successo di Feltrinelli fu la pubblicazione  de “Il dottor Zivago” di Boris Pasternak. [140] L’uscita del romanzo, ostacolata dall’Unione Sovietica e dal PCI, avverrà dopo quasi due anni di intense trattative. Siamo nel 1957, in piena guerra fredda.

Il 1964 segna l’inizio della militanza politica dell’editore. Feltrinelli si reca a Cuba per incontrare Fidel Castro, sostiene i movimenti di liberazione e solidarizza con la guerriglia internazionale, soprattutto con quella dell’America Latina. Nel 1967 va in Bolivia per intercedere a favore di Régis Debray, uomo di collegamento tra Cuba e Che Guevara, e in Bolivia viene arrestato dalla CIA, Fidel Castro affida a Feltrinelli il Diario in Bolivia, ultimo lascito del “Che”. Il libro verrà tradotto dall’editore stesso e farà il giro del mondo insieme con la famosa foto che Alberto Korda aveva scattato al rivoluzionario nel 1968. [141]

Il colpo di stato militare in Grecia del 1967 rafforza in Feltrinelli la convinzione che, anche in Italia, possa accadere la stessa cosa per mano della destra. In Italia, intanto, la tensione cresce sempre più. Ad alimentarla è la serie di assalti, attentati ed esplosioni che colpiscono soprattutto treni e stazioni. La colpa di tali azioni terroristiche si attribuisce dapprima a esponenti della sinistra, mentre in realtà i responsabili appartengono a movimenti dell’estrema destra, tra cui Ordine Nuovo.

I disordini culminano nel dicembre 1969 nella strage di Piazza Fontana a Milano. La polizia in un primo momento mette pubblicamente sotto accusa Feltrinelli e altri attivisti della sinistra. Come si stabilirà anni dopo, i colpevoli sono invece dei neofascisti, intenzionati a destabilizzare il Paese. Feltrinelli sfugge all’arresto scomparendo dalla circolazione. Ormai senza più alcuna fede nei confronti di una “giustizia vera”, l’editore si sente vittima di una grande congiura ordita sia dai servizi segreti italiani sia, soprattutto, da quelli americani. Decide, quindi, di rendersi “irreperibile”, come scrive ai suoi amici e collaboratori. Invano questi ultimi cercano di farlo tornare. Da quel momento Feltrinelli vive nella clandestinità e solo di nascosto può incontrare persone fidate.  Feltrinelli pensa ad una resistenza armata come quella della guerriglia urbana. Tra i vari piani studiati a tal fine c’è anche quello di sabotare i tralicci dell’alta tensione. Feltrinelli e altri due militanti del GAP vogliono compiere un analogo attentato dopo la grande manifestazione del marzo 1972 a Milano. Il sabotaggio fallisce e Feltrinelli viene trovato morto il 14 marzo 1972

Non è mai stato chiarito se effettivamente i fatti si siano svolti in tal modo oppure se si è trattato di un omicidio compiuto da gruppi di destra o dai Servizi deviati.

Suo figlio Carlo, che oggi dirige la casa editrice insieme alla madre Inge, al tempo della morte di Giangiacomo aveva appena 10 anni. Nel 1999,  circa trent’anni più tardi, ha pubblicato un libro sulla storia del padre che può essere annoverato fra le più interessate  biografie del XX secolo. Tratta infatti non solo della vita di Feltrinelli e della sua famiglia, ma anche e soprattutto della situazione politica esplosiva in Italia e nel mondo nel periodo postfascista e della guerra fredda, in pratica gli anni dalla fine della guerra fino alla morte di Giangiacomo nel 1972. Il puzzle messo insieme da Carlo, grazie a ricordi personali e richieste di materiale a innumerevoli giornali, nonché documenti giudiziari e atti segreti, crea una tensione alla quale non ci si riesce a sottrarre.

Alla Fondazione FELTRINELLI si devono una serie di studi sulla storia del Comunismo fra i quali ricordiamo  quelli del volume del 1982 a cura  Ilardi e Accorsero.  Esso si incentra sulla struttura  e la storia  del PCI  dal 1921 l 1979 [142] e contiene interessanti contributi;  in particolare segnaliamo quello di RENZO MARTINELLI sulla composizione ed evoluzione del gruppo dirigente dalla fondazione al  ritorno di Togliatti in Italia  [143],quello di BRUNELLI e  AGOSTI sui comunisti italiani rifugiati  nell’URSS durante il regime fascista  [144]

quello di  FLORES  sul mutamento della struttura organizzativa    [145]  infine quello dell’ILARDI  stesso sul sistema di potere e ideologia nel PCI [146]

 

GIUSEPPE VACCA

Anche  particolarmente interessante fra gli altri è  l’opera di GIUSEPPE VACCA soprattutto nella funzione di  direttore dell’istitito Gramsci

Nato a Bari nel 1939, si è laureato in Filosofia del diritto nel 1961, discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di Benedetto Croce. Dopo la laurea, ha collaborato  alla casa editrice Laterza, per dedicarsi in seguito prevalentemente alla ricerca.

Fin dagli anni giovanili ha sempre svolto una intensa attività politica e di organizzatore di cultura. In questa attività si colloca anche la fondazione dell'Istituto Gramsci pugliese, nel 1975, alla quale Vacca diede particolare impulso. Libero docente in Storia delle dottrine politiche nel 1966, nel 1975 vinse la cattedra di tale disciplina presso l'Università di Bari. Nel 1968 ha frequentato la London School of Economics, seguendo corsi di Storia economica degli USA e dell'URSS. Dal 1978 al 1983 ha fatto parte del consigli di Amministrazione della RAI. E' stato deputato nella 9a e 10a legislatura,. Ha ricoperto anche incarichi di partito in Puglia e a livello nazionale. Membro del comitato centrale del PCI dal 1972 al 1991, e poi nel PDS Dal gennaio 1988 è direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma.

Nei primi anni di ricerca Giuseppe Vacca ha studiato l'idealismo novecentesco e l'hegelismo italiano del secondo Ottocento, con attenzione prevalente alla genesi del marxismo in Italia. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Negli anni Ottanta ha approfondito la trasformazioni dell'economia contemporanea alla luce della rivoluzione telematica, e su tale sfondo ha riesaminato alcuni aspetti fondamentali del "caso italiano".

Nella Direzione dell'Istituto Gramsci ha dedicato particolare attenzione ai temi del Novecento. In questo contesto si collocano la fondazione degli "Annali" dell'Istituto, della rivista "Europa", l'impulso alla ricerca che ha portato alla monumentale "Storia dell'Italia Repubblicana"  [147] le numerose acquisizioni di nuovi documenti dagli archivi del Comintern e del Pcus a Mosca, l'acquisizione dell'intero archivio storico del PCI da parte della Fondazione Istituto Gramsci. Si tratta del più grande archivio privato sulla storia del Novecento esistente in Italia e di recente aperto alla consultazione.

Fin dagli anni Sessanta GIUSEPPE VACCA ha svolto e svolge un'intensa collaborazione a riviste, giornali periodici e quotidiani italiani e stranieri. Scritti suoi sono tradotti in tutte le principali lingue europee. Anche per la sua vasta attività di conferenziere, le sue opere e il suo pensiero sono ampiamente noti in Europa, nelle Americhe, in India e in Giappone. Particolarmente interessanti sono i suoi contributi sul rapporto  fra  Gramsci e Togliatti  [148] e su aspetti meno noti  di un  Togliatti “sconosciuto” [149]

 

WALTER TOBAGI

Molto importante anche per  la comprensione  dell’atteggiamento e la personalità di Togliatti  è l’opera di WALTER TOBAGI sugli avvenimenti succedutosi all’attentato messo in atto contro Togliatti del 1948

WALTER TOBAGI era nato il 18 marzo 1947 a San Brizio, una piccola frazione di Spoleto. Cominciò a occuparsi di giornalismo  dal ginnasio come redattore della storica «Zanzara», il giornale del liceo Parini diventato celebre per un processo provocato da un articolo sull'educazione sessuale –

Tobagi si occupo prima di sport ma  presto superò questo primo ambito per  argomenti «seri», di commenti su fatti culturali e di costume, partecipando a polemiche appassionate.

Era entrato giovanissimo alI' «Avanti!» di Milano passando poi al quotidiano «l'Avvenire» per approdare quindi in seguito al”Corriere della sera”. 

Pubblicò molte analisi sulla contestazione, i movimenti studenteschi e giovanili, sulle vicende del terrorismo di destra e di sinistra. Seguì con scrupolo tutte le intricate cronache legate alle bombe di piazza Fontana, alle «piste nere» che vedevano coinvolti Valpreda, l'anarchico Pinelli, i fascisti Freda e Ventura, con tante vittime innocenti e tanti misteri rimasti avvolti nell'oscurità più fitta ancora oggi, Aveva capito che comunque i terroristi giocavano sostanzialmente per le forze reazionarie richiamando i sindacati a interventi più energici nei luoghi di lavoro per combattere i germi del terrorismo.

Per questa attività entrò nel mirino dei terroristi che lo uccisero in un attentato il 28 maggio del 1980

 Nel 1978 pubblica una ricostruzione attenta e documentata  degli avvenimenti succedutosi all’attentato a Togliatti del 1948  [150] 

 In esso egli mostra la impossibilità di un reale successo di una rivoluzione in Italia sia per motivi internazionali sia per la non sufficiente maturità della nazione nel suo complesso per un evento rivoluzionario: viene quindi riconosciuta  la positività  dell’opera moderatrice di Togliatti e del gruppo dirigente  a lui vicino che evitò una  catastrofe nazionale permettendo nel contempo alle forze di sinistra, proletarie , progressiste di affermasi e ed avere un loro posto  nelle vicende italiane e un peso effettivo nella formazione della democrazia in Italia.

ERIC J. E. HOBSBAWM

La storia del comunismo va inquadrata negli avvenimenti del periodo  storico in cui  si sono svolti. Sotto questo aspetto mi pare particolarmente  interessante e meritevole di attenzione  l’opera di HOBSBAWM  ,soprattutto  “ il secolo breve “. [151] Nato nel 1917, storico inglese di formazione marxista, ha dedicato le sue prime  ricerche alla classe operaia inglese privilegiando  gli aspetti sociali. [152] Partendo dall'analisi della cultura popolare preindustriale e delle forme di conflitto da esse attivate, lo studioso britannico ha tentato di cogliere, nello studio delle classi subalterne di epoche precedenti la rivoluzione industriale, aspetti culturali ed economici che potevano prefigurare moderne forme di resistenza e conflittualità operaia. Analizzando il nesso fra  cultura popolare e rapporti economici ha mostrato come le rivolte contadine e non organizzate, in diverse età e paesi, potessero, esattamente come il conflitto operaio nell'età del capitalismo, essere ricondotte ad una comune interpretazione vertente sui rapporti economici.

Ha spostato poi i propri interessi anche alla storia europea, affrontata in modo comparativistico. Sono quindi comparsi volumi sulle rivoluzioni borghesi [153] e  sull’età degli imperialismi [154] . Lo scopo di questi lavori era tentare di comporre un quadro corale del secolo diciannovesimo, affrontato come un compatto studio di storia sociale, oltre che di storia del lavoro.    L'ultima parte di questo progetto è  studiare la società industrializzata e le sue contraddizioni nelle varie angolature. Ciò ha gettato le basi per il suo tardivo volume sul novecento,” Il secolo breve” (Quest'ultimo volume ha suscitato grandissimo interesse in tutto il mondo anche se non sono mancate  polemiche per le tesi esposte).

HOBSBAWM è stato infine protagonista una importante impresa   storiografica:  la cura della “Storia del marxismo”, la cui introduzione suscitò numerose polemiche. Alla monumentale opera presero parte autori di formazione marxista, ma diversi fra  loro per orientamento e interpretazione del marxismo stesso (G. Procacci, R. Zangheri, F. Andreucci, M. Salvadori, P. Spriano, P. Vilar, M. Dobb, G. Haupt, I. Fetscher, O. Negt, S. Amin). [155] Scopo dell'opera era soprattutto fornire delle teorie interpretative  marxiste, una immagine plurale del marxismo, non secondo una linea ortodossa, bensì conciliando marxismo e mutamenti sociali avvenuti nel corso del tempo.

 

ERNESTO RAGIONIERI

Fra gli autori che hanno trattato ampiamente della storia del Partito Comunista,  un posto importante riveste ERNESTO RAGIONIERI. Prematuramente  scomparso, non ancora cinquantenne, nel  1975, è stato docente di Storia del Risorgimento all'Università di Firenze. Ha rivolto la sua attenzione a comprendere  la storia del movimento operaio italiano nel contesto del movimento operaio internazionale. Una caratteristica del lavoro di Ragionieri è la convinzione   che la storia del marxismo non è semplicemente una storia delle diverse interpretazioni del marxismo, ma è contrassegnata dalle posizioni assunte in rapporto alle tradizioni culturali e agli sviluppi peculiari di un paese.

Così allo studio su Lenin e l'Internazionale si collega immediatamente quello sul Socialismo italiano mentre il vasto lavoro sul Programma dell'Internazionale  comunista e un  profilo dedicato a Bucharin, sono  alla base di quella ricostruzione dei problemi e degli ambienti in cui operò il Partito comunista d'Italia. La  ricerca  di Ragionieri mette in luce aspetti e documenti che illuminano la gravità degli scontri di quegli anni, in cui il potere  di Stalin andava prevalendo in Urss e nel Comintern, e dà particolare spicco al contributo di Togliatti nell'elaborazione delle istanze  che sono alla base del «partito nuovo» e della «via nazionale al socialismo

 Ha pubblicato con interessante prefazioni le Lezioni sul fascismo di P. Togliatti [156]

 

Pur non trattando particolarmente la figura di Togliatti,  tuttavia sono interessanti le opere di  ROSSANA ROSSANDA in quanto danno una idea  viva e chiara  del clima politico del periodo
 Nata a Pola nel 1924, allieva del filosofo Antonio Banfi, antifascista, dirigente del PCI fino alla radiazione nel 1969 per aver dato vita alla rivista "Il Manifesto" (su posizioni di sinistra), in rapporto con le figure più vive della cultura contemporanea, fondatrice del  "Manifesto" (rivista prima, poi quotidiano) su cui tuttora scrive.
 Impegnata da sempre nei movimenti, interviene costantemente sugli eventi di più drammatica attualità e sui temi politici, culturali, morali più urgenti. Autrice di numerose opere, tuttavia  la maggior parte del lavoro intellettuale della testimonianza storica e morale, e della riflessione e proposta culturale e politica di Rossana Rossanda è tuttora dispersa in articoli e saggi pubblicati in giornali e riviste

Particolarmente interessante la sua ultima pubblicazione “Storia di una ragazza del secolo scorso “ nella quale  ella, tracciando la sua autobiografia,  ci da un quadro generale della storia del comunismo italiano dal dopoguerra ai nostri giorni.  [157]

E' “un'opera che rinfocola passioni civili, troppo frettolosamente sopite, e smuove dall'inedia di questi ultimi anni”

In questo tentativo di recuperare coscienza storica ed analisi critica del fenomeno, l'autrice si è trovata a dover descrivere se stessa e a ripercorrere tappe biografiche fondamentali della sua esistenza: l'incontro con l'ideologia comunista nel periodo della guerra, la militanza ventennale nel P.C.I. da cui fu espulsa nel 1969 a seguito delle critiche che vi rivolgeva per il modo in cui esso si relazionò ai movimenti degli anni sessanta e settanta, per poi concludere con la storia del Manifesto e questa contemporaneità che ella definisce "precaria"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPENDICE SECONDA

ELENCO OPERE DI TOGLIATTI

 

1.       Togliatti, Palmiro. «Le sens politique du procès contre le P.C. d'Italie,» La Correspondance Internationale, 122 (Dicembre  7, 1927). VII., 1823. [Fr.]

[L’ articolo è firmato  Ercoli. anche apparso nella versione tedesca del giornale: Internationale Presse Korrespondenz, VII, 117 (Novembre 29, 1927), pp. 2634-2635. La versione Italiana, «Il significato politico del processo contro il Parito comunista d'Italia," è in Id., Opere. Vol. II: 1926-1929 . Edito  da E. Ragionieri. Roma: Ed. Riuniti, 1975, pp. 271-74.]

2.      Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci un capo della classe operaia (In occasione del processo di Roma),» Lo Stato operaio, 8 (Ottobre, 1927). I., 871-74. [Ital.]

[Ristampato  in Id., Gramsci (1967), pp. 3-6. Ristampato  in Id., Opere scelte. Edito  da G. Santomassimo, Roma: Ed. Riuniti, 1974, pp. 55-58, e anche in Id., Opere Vol. II: 1926-1929. Edito  da E. Ragionieri. Roma: Ed. Riuniti, 1975, pp. 261-64.]

3.      Togliatti, Palmiro. «[Introduzione a Gramsci, "Il programma dell'Ordine Nuovo"],» Lo Stato operaio, 4 (Aprile, 1930). IV., 249-50. [Ital.]

[La introduzione, ampia polemica contro  Angelo Tasca, non è firmata .]

4.      Togliatti, Palmiro. «Perché Antonio Gramsci è stato assassinato,» L'aiuto del popolo. [Organo della solidarietà popolare], 1 (1937), 2. [Ital.]

[Un passo da  Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937).]

5.       Togliatti, Palmiro. «Gramsci et le Parti communète d'Italie,» L'Internationale Communète, 7 (1937), 620-36. [Fr.]

   [L’ articolo è firmato  M. Ercoli. E’ la versione francese (con alcune differenze ) di Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937).]

6.       Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana,» Lo Stato operaio, 5-6 (Maggio -giugno, 1937). XI., 273-89. [Ital.]

   [Discorso in Parigi maggio , 1937. Parzialmente  edito  in L'Unità, 8 (1937), p. 6, e più esteso  in L'Unità (1938), pp. 4-5. Una piccola parte anche come «Gramsci», in Lo Stato operaio, 7 (1938), p. 113. Ristampato  e ampliato  in Gramsci (1938), pp. 17-60 (e nelle sue ristampe , Roma: 1945a, pp. 11-40; Roma: 1945b, pp. 115-55; Roma: 1948, pp. 15-59). Anche ristampato  come  Id., Antonio Gramsci capo della classe operaia (1944). Anche in Id., Gramsci (1949), pp. 9-71; in Id., Gramsci (1955), pp. 3-45; e in Id., Gramsci (1967), pp. 7-36. Partzialmente  ristampato  con il   titolo «Antonio Gramsci» (1942), pp. 107-10. Ristampato  in P. Togliatti, Opere Vol. IV: 1935-1944, t. 1. Edito  da F. Andreucci e P. Spriano. Roma: Ed. Riuniti, 1979, pp. 199-231 (con testi di Gramsci,. Anche ristampato  in Gramsci ritrovato (1991), pp. 97-121.]

7.      Togliatti, Palmiro. «Palmiro Togliatti su Gramsci [Section: L'uomo],» in L'hanno ucciso !. Pubblicato a cura del Soccorso Rosso Italiano. Parigi: Edizioni della solidarietà (Collezione «Il volto feroce della reazione», n. 2), 1937, p. 12. [Ital.]

          

8.       Togliatti, Palmiro. Pamjati Antonio Gramöi: Rec' na internacional'nom vecere 27 maja 1937g., posvjascennom pamjati vozdja kompartii Italii tov. Gramöi. [In memoria di Antonio Gramsci: Un discorso all’incontro internazionale del ricordo del 27 Maggio, 1937, dedicato alla momeoria del  leader del PCI compagno Gramsci]. Mosca: CK MOPR SSSR, 1937. Pp. 24. [Russ.]

 [L’ articolo è firmato  M. Ercoli. Michele Pètillo. Vedi   Pètillo introduzione di Pètillo al  discorso in «Critica marxistata», 6 (1991). Il discorso è stato  tradotto da Serena Daniele ed è nella stessa edizione  del giornale .]

9.      Togliatti, Palmiro. Gramshi i Kompartiia Italii. [Gramsci il partito comunista italiano]. [Mosca]: , 1937. Pp. 23. [Russ.]

[Traduzione di Id., «Antonio Gramsci, capo della classe operaia italiana» (1937). L’articolo è firmato  "M. Ercoli"]

10. Togliatti, Palmiro. «Gramöi i kompartija Italii [Gramsci e ilpartito comunista italiano ,» Kommunètičeskij Internatsional, 6 (1937), 33-45. [Russ.]

[L’ articolo è firmato  Mario Ercoli. Ristampato  at Mosca: Partizdat, 1937; e in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e discorsi scelti , Tom I, Mosca: Politizdat, 1965, pp. 190-211.]

11. Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci: Assassiné par le fascisme le 27 avril 1937. Le militant,» in Antonio Gramsci: Témoignages. Parigi: Entente internationale pour la défense du droit de la liberté et de la paix en Italie, 1938. [Fr.]

[La fonte di questo  testo non è  indicata ).]

12.  Togliatti, Palmiro. «Un rivoluzionario dei tempi moderni,» La Voce degli Italiani (Aprile 27, 1938). [Ital.]

[Un passo da Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937).]

13.  Togliatti, Palmiro. «La creazione del Partito Comunista d'Italia,» Stato operaio. [New York], 1-2 (Gennaio-febbraio , 1941). I., 20-23. [Ital.]

[L’articolo è firmato  "Ercoli." "Nel ventesimo anniversario del Partito Comunista d'Italia, 21 gennaio 1921 - 21 gennaio 1941, pubblichiamo la parte di un articolo di Ercoli su Gramsci che riguarda particolarmente la fondazione del Partito Comunista d'Italia"]

14. Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci,» Stato operaio. [New York], 5 (maggio, 1942). II., 107-110. [Ital.]

[Ristampa  di parte di Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937). Alla fine del saggio  vi è l’annunzio  che nel numero di giugno è incluso un articolo su ann "Antonio Labriola e Antonio Gramsci," che però di fatto non fu pubblicato]

15.  Togliatti, Palmiro. «L'eredità letteraria di Gramsci,» L'Unità. [Napoli ] (Aprile 30, 1944). [Ital.]

[L’articolo non è firmato. Ristampato  in L. Cortesi, «Palmiro Togliatti, la "svolta di Salerno" e l'eredità gramsciana» (1975), pp. 31-32. Anche ristampato  in Gramsci ritrovato (1991), pp. 147-48.]

16.  Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci capo della classe operaia. Napoli : Edizioni del Partito comunista italiano, 1944. Pp. 48. [Ital.]

  [Ristampa  di Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937). Per le varie edizioni di questo saggio  cfr.    la introduzione del   1937. lo stesso libro fu  ristampato  con la introduzione datata  1944, e come  Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana, Roma: Edizioni dell'Unità, 1944. Pp. 55; anche in 1945 (Pp. 45).]

17.    Togliatti, Palmiro. «Gramsci,» L'Unità. [edizione meridionale] (Gennaio 21, 1944). [Ital.]

[L’articolo è firmato  Ercoli.]

18.   Togliatti, Palmiro. «Politica nazionale,» Fronte unito. Quindicinale italiano indipendente di lotta, informazione, cultura. [Il Cairo - Egitto] (Aprile 27, 1944), 3. [Ital.]

19. [L’ articolo è firmato  Ercoli, e datato Aprile 30, 1944.]

20.  Togliatti, Palmiro. «La politica di Gramsci,» L'Unità. [Napoli] (Aprile 30, 1944). [Ital.]

[Ristampato  in L. Cortesi, «Palmiro Togliatti, la "svolta di Salerno" e l'eredità gramsciana» (1975), pp. 29-31; anche in Antologia del pensiero socialèta, vol.5.2: Socialismo e fascismo. Edito  da Alfredo Salsano, Roma-Bari: Laterza, 1983, pp. 492-94; e in Gramsci ritrovato (1991), pp. 143-46.]

21.  Togliatti, Palmiro. «La figura del Maestro e del Capo ,» Fronte unito. Quindicinale italiano indipendente di lotta, informazione, cultura. [Il Cairo - Egitto] (Maggio 4, 1944), 3. [Ital.]

[L’ articolo è firmato  Ercoli.]

22.   Togliatti, Palmiro. «L'insegnamento di Antonio Gramsci nella commossa rievocazione di Togliatti,» L'Unità. [Roma] (Aprile 28, 1945). [Ital.]

[il discorso fatto  in Aprile 27, 1945, per la cerimonia commemorotiva al cimitero protestante di Roma. Ristampato  in L. Cortesi, «Palmiro Togliatti, la "svolta di Salerno" e l'eredità gramsciana», (1975), pp. 39-44.]

23.  Togliatti, Palmiro. «Lezione di marxismo,» Rinascita, 3 (1945), 94-95. [Ital.]

[L’ articolo non è firmato . Una risposta a Ernesto Buonaiuti, «Risveglio,» in Epoca, riguardante  A. Gramsci, «La questione meridionale» (1945).]

24.   Togliatti, Palmiro. «Quinto Congresso,» Rinascita, 12 (Dicembre , 1945). II., 257. [Ital.]

[Il PCI è divenuto:  "la salda compagine di un partito di tipo nuovo, di un partito nazionale, così come lo vedeva venticinque anni or sono Antonio Gramsci.... L'insegnamento di Antonio Gramsci non è caduto nel vuoto."]

25.  Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci,» L'Unità. [edizione piemontese] (Gennaio 2, 1945). [Ital.]

26.   Togliatti, Palmiro. «Nello spirito di Gramsci sulla via della rinascita (Togliatti commemora Gramsci a Napoli),» L'Unità. [edizione romana] (Maggio 1, 1945). [Ital.]

[discorso tenuto  da Togliatti a Napoli in  Aprile 29, 1945. La parte riguardante  Gramsci fu ripubblicata  da Ernesto Ragionieri, prima come  P. Togliatti, «Discorso su Gramsci nei giorni della liberazione» (1964), e quindi  in Id., Gramsci (1967), pp. 37-46.]

27.  Togliatti, Palmiro. «Commemorazione di Gramsci a Napoli,» L'Unità. [edizione romana] (Maggio 1, 1945). [Ital.]

28.   Togliatti, Palmiro. «Il discorso di Togliatti [tenuto a Cagliari il 27 aprile],» L'Unità (Aprile 29, 1947). [Ital.]

[Il  titolo, a 8 colonne , è: «Gramsci ha indicato la via per rinnovare l'Italia: Il suo pensiero è oggi patrimonio della Nazione». Ristampato  con il titolo «Antonio Gramsci,» Rinascita, 4 (April, 1947), 73-76; anche ristampato  con il  titolo «Gramsci, la Sardegna, l'Italia,» in Id., Gramsci (1949), pp. 73-91; in Id., Gramsci (1955), pp. 47-59; in Id., Gramsci (1967), pp. 47-56, e in Id., Gramsci, l'Italia, il socialismo (1976), pp. 5-11. Parzialmente  ristampato  in Nuova Rinascita sarda, Speciale edizione in   «Gramsci e la Sardegna», 4 (1987), 46-49, e in nello stesso giornale con il titolo «Gramsci, l'Italia e il mondo dei sardi», 1 (Gennaio , 1991), 18-21. Anche in G. Sotgiu, Movimento operaio e autonomismo: la «questione sarda» da Lussu a Togliatti . Bari: De Donato, 1977, pp. 254-61.]

29.   Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci e don Benedetto,» Rinascita, 6 (giugno, 1947), 152. [Ital.]

[L’articolo non è firmato . Ristampato  in Id., La politica culturale. A cura di Luciano Gruppi. Roma: Editori Riuniti, 1974, pp. 82-84.]

30.  Togliatti, Palmiro. «Commemorazione di Gramsci ad Ales,» L'Unità. [edizione romana] (Aprile 29, 1947). [Ital.]

[Pubbblicato in L'Unità [Milan], conil titolo: «Gramsci ci guida nella lotta per rifare l'Italia dalle sue rovine».]

31.   Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci,» Fórum, 10 (1948), 755-57. [Hung.]

32.  Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci, Az olasz munkásosztály vezére [A.G., il capo dela classe operaia italiana ],» in Antonio Gramsci, Levelek a börtönből [Letters da Prèon]. Budapest: Szikra Kiadás, 1949, pp. 5-43. [Hung.]

[Traduzione di Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937).]

33.   Togliatti, Palmiro. «Unità di pensiero e azione nella vita di Antonio Gramsci: discorso commemorativo di Palmiro Togliatti all'Università di Torino il 23 aprile,» L'Unità. [edizione piemontese] (Aprile 24, 1949). [Ital.]

[Anche in L'Unità [Roma], Maggio 1, 1949. Ristampato  con il titolo «Pensatore e uomo di azione» in Id., Gramsci (1949), pp. 93-128; in Id., Gramsci (1955), pp. 61-85; e in Id., Gramsci (1967), pp. 57-74; e in P. Togliatti, Dècorsi di Torino. Turin: 1974, pp. 153-70.]

34.   Togliatti, Palmiro. Gramsci. Milan: Milano-Sera editrice, 1949. Pp. 138. [Ital.]

[ discorso di Togliatti: «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937); «Discorso tenuto a Cagliari il 27 aprile» (1947); «Unità di pensiero e di azione nella vita di Antonio Gramsci» (1949). L’appendice contiene   di Tania Schucht «Racconto della morte di Gramsci».]

35.   Togliatti, Palmiro. Gramsci. Cu un adaus de Tania Schucht. [s.l.]: Editura de Stat, 1950, pp. 3-94. [Rom.]

[Traduzione di Id., Gramsci (1949).]

36.   Togliatti, Palmiro. «Sui libri che Gramsci lesse in carcere (Iº incontro tra Togliatti e Gramsci),» L'Unità. [edizione romana] (Marzo19, 1950). [Ital.]

37.   Togliatti, Palmiro. «Gramsci sardo,» Il Ponte, 9-10 (1951), 1085-89. [Ital.]

[Ristampato  in Id., Gramsci (1967), pp. 75-79.]

38.   Togliatti, Palmiro. «XXX anniversario del PCI (da Mosca),» L'Unità (Gennaio 21, 1951). [Ital.]

39.   Togliatti, Palmiro. «30-letie kommunètičeskoj partii Italii,» Pravda (Gennaio 20, 1951). [Russ.]

[Traduzione di Id., «XXX anniversario del PCI (da Mosca)» (1951). Ristampato  in P. Togliatti, Izbrannye stat'i i reči [Selected Writings e Discorsoes], Tom 1. Moskva, Politizdat, 1965, pp. 673-78.]

40.  Togliatti, Palmiro. «L'antifascismo di Antonio Gramsci,» Rinascita, 3 (Marzo, 1952), 133-43. [Ital.]

[Conferenza tenuta alla  «Associazione di cultura», Bari (Marzo23, 1952). Ristampato  con il titolo «Storia come pensiero e come azione,» in Id., Gramsci (1955), pp. 87-119; in Id., Gramsci (1967), pp. 81-104; e in Id., La politica culturale. Roma: Ed. Riuniti, 1974, pp. 164-92; e in Id., Momenti della storia d'Italia. Roma: Ed. Riuniti, 1964 e 1974, pp. 165-88. Anche ristampato  in L'Unità (Marzo24, 1952), e in L'Unità [Turin] (Marzo27, 1952); anche con il titolo «L'antifascista Gramsci», Vie Nuove, 17 (Aprile 29,1952), 19.]

41.   Togliatti, Palmiro. «Discorso a Crotone per campagna elettorale e anniversario morte di Gramsci,» L'Unità. [edizione romana] (Aprile 29, 1952). [Ital.]

[Pubblicato  in L'Unità [Milan], con il titolo: «Togliatti chiama a votare per le forze popolari». Anche registrato  e parzialmente  trasmesso da "Oggi in Italia" (un radio programma  trasmesso da Praga).]

42.   Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci, chef de la classe ouvrière italienne,» in Antonio Gramsci, Lettres de Prèon. [Tradotto da Jean Noaro.]. Parigi: Editions Sociales, 1953, pp. 13-55. [Fr.]

[Traduzione di Id., «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937).]

43.   Togliatti, Palmiro. «Dècours sur Gramsci,» La Nouvelle Critique, 46 (1953), 2-22. [Fr.]

[Traduzione da Jean Noaro di Id., «Unità di pensiero e azione nella vita di Antonio Gramsci» (1949).]

44.   Togliatti, Palmiro. «El antifascismo de Antonio Gramsci,» Cuadernos de cultura, 9-10 (febbraio, 1953), 41 e ss. [Spagnolo.]

[Traduzione di Id., «L'antifascismo di A. Gramsci» (1952).]

45.  Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci: Ein Leben für die italienèche Arbeiterklasse. Berlin: Dietz Verlag, 1954. Pp. 91. [Ger.]

46.   Togliatti, Palmiro. «Storia come pensiero e come azione,» Rinascita, 11-12 (1954), 709-13. [Ital.]

[Edito in  «Problemi e discussioni per la 4a Conferenza nazionale del Pci». Ristampato  in Id., Gramsci (1955), pp. 121-32; e in Id., Gramsci (1967), pp. 105-13; anche in Id., Opere. Vol. 5: 1956-1964. Edito  da L. Gruppi. Roma: Ed. Riuniti, 1984, pp. 856-62.]

47.   Togliatti, Palmiro. Gramsci. Firenze: Parenti, 1955. Pp. 140. [Ital.]

[Ristampa  di Id., Gramsci (1949), con aggiunta di «L'antifascismo di A. Gramsci» (1952) e «Storia come pensiero e come azione» (1954). L’appendice consiste  in : T. Schucht, «Racconto della morte di Antonio Gramsci», pp. 135-40.]

48.   Togliatti, Palmiro. «Od Hegela k marxismu [Da Hegel to Marx],» Filozdiicky Casopè, 1 (1956). [Czech.]

49.  Togliatti, Palmiro. Per un Congresso di rinnovamento e rafforzamento del Partito comunista. Discorsodi chiusura alla sessione del CC del Pci del 27-29 settembre 1956 e rapporto ai quadri della Federazione . [S.l.: s.n.], [1956] (Roma: Stabilimento tipografico SETI). Pp. 99, pp.45-48 («L'esempio di Gramsci nel dibattito con le ideologie avversarie»). [Ital.]

50.   Togliatti, Palmiro. «Il piano di Gramsci,» L'Unità. [edizione piemontese] (Gennaio 23, 1956). [Ital.]

[Dal discorso di Gennaio 22, 1956, a Torino nell’occasione della’inaugurazione della nuova sede del Partito comunista.]

51.   Togliatti, Palmiro. «Aktuálnost Gramsciho mèlení a cinnosti [The actuality di the thoughts e activity di Gramsci],» Nová Mysl, 8 (1957). [Czech.]

[Traduzione di P. Togliatti, «Attualità del pensiero e dell'azione di Gramsci.» .]

52.  Togliatti, Palmiro. «Vyznam A. Gramsciho pro dnesní boj IKS [Ilsignificato di   Antonio Gramsci per l ‘attuale lotta del PCI ],» Nová Mysl, 8 (1957), 755-61. [Czech.]

53.   Togliatti, Palmiro. «Attualità del pensiero e dell'azione di Gramsci,» Rinascita, 4 (Aprile,1957), 137-45. [Ital.]

[Il discorso tenuto in   Aprile 17, 1957, all’incontro del comintato centrale dicontrollo per il 25° anniversdario della morte di Gramsci  Pubblicato  in «L'Unità», Aprile 18, 1957. Anche stampato  in M. Scoccimarro - P. Togliatti, XX anniversario della morte di Gramsci (1957). Ristampato  in P. Togliatti, Attualità del pensiero e dell'azione di Gramsci. Edito  da Sezione centrale scuole di partito del Pci. Roma: Salemi, [1957?], pp. 31. Anche in Id., Gramsci (1967), pp. 115-34, e in Id., Opere scelte. Edito  da Gianpasquale Santomassimo. Roma: Ed. Riuniti, 1974, pp. 881-97.]

54.  Togliatti, Palmiro. «K sovetskomu citatelju [To the Soviet reader],» in A. Gramsci, Izbrannye proizvedenija [Selected Works] . Edito  da K. G. Mèiano. Moscow: Izdatel'stvo inostrannoi literatury, 1957, t. 1, pp. 7-9. [Russ.]

55.   Togliatti, Palmiro. «L'attualità dell'insegnamento di Gramsci per una avanzata delle forze democratiche: il discorsodi P.T. nel XX [anniversario della morte di Gramsci (Discorso a Palermo il 28 aprile 1957),» L'Unità. [Milan] (Aprile 29, 1957). [Ital.]

[Ristampato  con il titolo «Commemorando Gramsci» in P. Togliatti, La questione siciliana, a cura di F. Renda, Palermo, Edizioni Libri siciliani, 1965, pp. 133-41.]

56.   Togliatti, Palmiro. Gramsci a lenismus. [Gramsci e Leninèm]. Praha: VSS, 1958. [Czech.]

[Traduzione di P. Togliatti, «Gramsci e il leninismo» (BG-6535).]

57.  Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci et le Léninisme,» Bulletin pour l'étranger. Parti Communète Italien, 1 (1958), 30-36. [Fr.]

[Traduzione di P.Togliatti, «Antonio Gramsci e il leninismo.».]

58.   Togliatti, Palmiro. «Gramsci es a leninizmus [G. e Leninèm],» Társadalmi Szemle, 2 (1958), 53-63. [Hung.]

[Traduzione di BG-6535.]

59.   Togliatti, Palmiro. «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di A. Gramsci: Appunti,» in Studi gramsciani. Atti del convegno tenuto a Roma, nei giorni 11-13 gennaio 1958. Roma: Editori Riuniti - Itituto Gramsci, 1958, pp. 15-35. [Ital.]

 Ristampato  in Rinascita, XV, 2(1958), pp. 109-16; in P. Togliatti, Gramsci. Edito  da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti, 1967, pp. 135-55; in P. Togliatti, Il partito. Edito  da Romano Ledda. Roma: Ed. Riuniti, 1964, pp. 139-63; in P. Togliatti, Il partito: scritti e discorsi. A cura della Sezione centrale di stampa e propaganda [del Pci] per la campagna del proselitismo 1973 [Introduzione di Giorgio Amendola], [S.l.: s.n.], [1973], pp. 73-104; in P. Togliatti, Gramsci, l'Italia, il socialismo (Allegato all'Almanacco PCI '77 ). Roma: Fratelli Spada, 1976, pp. 19-31; in P. Togliatti, Antonio Gramsci e il leninismo (1987); e in Togliatti, Opere, vol. 6: 1956-1964, a cura di Luciano Gruppi. Roma: Editori Riuniti, 1984, pp. 283-99.]

60.   Togliatti, Palmiro. «Gramsci e il leninismo,» in Studi gramsciani. Atti del convegno tenuto a Roma, nei giorni 11-13 gennaio 1958. Roma: Editori Riuniti – Istituto Gramsci, 1958, pp. 419-44. [Ital.]

[Ristampato  con il titolo «Il partito rivoluzionario della classe operaia nel pensiero e nell'azione di Gramsci,» Rinascita, 3 (1958), 181-91; e con il titolo «Gramsci e il leninismo,» in P. Togliatti Gramsci Edito  da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti, 1967, pp. 157-82 e in Letture di Gramsci (1987), pp. 43-67.]

61.   Togliatti, Palmiro. «Antonio Gramsci e il leninismo,» L'Unità (Gennaio 13, 1958). [Ital.]

62.   Togliatti, Palmiro. Il Partito comunista italiano. Milan: Nuova Accademia Editrice, 1958. Pp. 149 (passim). [Ital.]

[Ristampato  con lo stesso  titolo da  Editori Riuniti, 1961. Pp. 137.]

63.   Togliatti, Palmiro. «Gramsci a leninizm. Partia rewolucyjna klasy robotniczej w swietle mysli i dzialalnosci Gramsciego [Gramsci e Leninèm» Zeszyty Teoretyczno-Polityczne, 5-6 (1958), 3-21. [Pol.]

[Traduzione di P. Togliatti, «Gramsci e il leninismo».]

64. Togliatti, Palmiro. Ital'janskaja kommunèticeskaja partija. [Partito Comunista Italiano ]. Moskva: Političeskoj literatury, 1959. Pp. 114. [Russ.]

[Traduzione di Id., Il partito comunista italiano (1958).]

65.  Togliatti, Palmiro. Le Parti communète italien. [Tradotto da Robert Parè.]. Parè: Maspero, 1961. Pp. 176. [Fr.]

[Traduzione di Id., Il partito comunista italiano (1958).]

66.   Togliatti, Palmiro. «La formazione del gruppo dirigente del Partito Comunista Italiano nel 1923-24,» Annali. Istituto Giangiacomo Feltrinelli, III, 1960 (Milan: Feltrinelli, 1961), pp. 388-530. [Ital.]

[Ristampato  e ampliato  in P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924. Roma: Editori Riuniti, 1962, pp. 380 (Nuova edizione  e, con  introduzione da P.Spriano, del 1986). In P. Togliatti, Gramsci. Edito  da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti, 1967, pp. 183-206. Parzialmente  ristampato  con il titolo «Nuova documentazione sulla "svolta" nella direzione del Partito Comunista d'Italia nel 1923-1924,» Rivista storica del socialismo, 23 (1969), 513-40.]

67.   Togliatti, Palmiro. Nel 40º anniversario del Partito comunista italiano: rapporto alla sessione pubblica del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo del Pci (Roma, 22 gennaio 1961). [S.l.: s.n.], [1961] (Roma: Stabilimento tipografico SETI). Pp. 30. [Ital.]

[discorso tenuto a  Roma (Teatro Adriano) in Gennaio 22, 1961. Fu prima pubblicato  in L'Unità (Gennaio 23, 1961), con il titolo «L'inestimabile valore dell'insegnamento di Antonio Gramsci».]

68. Togliatti, Palmiro. «Aktualne znaczenie mysli i dzialalnosci Gramsciego [Attualita del pesnoiero e dell’azione di Gramsci],» in A. Gramsci, Pèma wybrane. Warsaw, 1961, t.1, pp. v-xxxiv. [Pol.]

[Traduzione di P. Togliatti, «Attualità del pensiero e dell'azione di Gramsci.».]

69.   Togliatti, Palmiro. «Sorok let Ital'janskoj kommunètičeskoj partii [40th Anniversary di the Italian Communèt Party],» Pravda (Gennaio 21, 1961). [Russ.]

[Ristampato  in P. Togliatti, Izbrannye stat'i i reči [Selected Writings e Discorsoes], Tom 2. Moskva, Politizdat, 1965, pp. 470-75.]

70.   Togliatti, Palmiro. «Huszonöt éve halt meg Antonio Gramsci - a nagy olasz forradalmárról [A.G. mopri 25 anni fa: un grande rivoluzionario italiano  )-» Népszabadság (Aprile 27, 1962), 4. [Hung.]

71.   Togliatti, Palmiro. «Togliatti sulla democrazia nella vita del Pci,» L'Unità (Gennaio 15, 1962). [Ital.]

[Un resocondo del  discorso nella dimostrazione tenuta presso  Marino (provincia di Roma) in  occasione di di una targa commemorativa  posta alla casa  di Aurelio Del Gobbo.

72. Togliatti, Palmiro. «Nel maggio '24 dal Parlamento italiano avvilito e insultato dai fascisti si levò alta e nobile la voce di Gramsci. Il primo e ultimo discorso del fondatore del Pci,» Rinascita, 6 (June 9, 1962), 17-18. [Ital.]

[L’ articolo è firmato  palm.togl. Introduzione al testo di Gramsc alla   Camera dei Deputati  (Maggio 16, 1925) (pp. 18-21).]

73. Togliatti, Palmiro. «240 lettere di Georges Sorel,» Rinascita, 30 (July 27, 1963), 24. [Ital.]

[L’ articolo è firmato  "p.t." Review di G. Sorel, Lettere a un amico d'Italia. Bologna: Cappelli, 1963.]

74.  Togliatti, Palmiro. éizn' i bor'ba Ital'janskoj kommunètičeskoj partii. [La vita e le lotte del PCI ]. (v častnosti -- reč' na plenume TsK i TsKK IKP po povodu 40-letija partii). . Mosca: Gosudarstvennoe izdatel'stvo političeskoj literatury, 1963. [Russ.]

75. Togliatti, Palmiro. «Gramsci, un uomo,» Paese sera (giugno 19, 1964). [Ital.]

[Ristampato  in P. Togliatti Gramsci (1967), pp. 217-20. Anche ristampato  in P. Togliatti, Gramsci, l'Italia, il socialismo (Allegato all'Almanacco PCI '77), pp. 3-4; in Togliatti, Opere, vol. 6 (1956-1964), pp. 816-18, Edito  da L. Gruppi. Roma: Ed. Riuniti, 1984; e in Id., Opere scelte. Edito  da Gianpasquale Santomassimo. Roma: Ed. Riuniti, 1974, pp. 1163-65.]

76. Togliatti, Palmiro. «Rileggendo "L'Ordine nuovo",» Rinascita, 3 (Gennaio 18, 1964), 21-23. [Ital.]

[L’articolo è firmato  "p.t." Ristampato  in P. Togliatti Gramsci. Edito  da Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti, 1967, pp. 207-16; e in Id., I corsivi di Roderigo. Edito  da O. Cecchi, G. Leone, G. Vacca. Bari: De Donato, 1976, pp. 395-405.]

77. Togliatti, Palmiro. «Due lettere inedite di Gramsci (1924: al professore  Zino Zini, collaboratore dell'Ordine Nuovo) ,» Rinascita, 17 (Aprile 25, 1964), 32. [Ital.]

[L’articolo è firmato  p.t. Introduzione a due  lettere da Gramsci a Zini: Gennaio 10, 1924; e Aprile 2, 1924; ora in Gramsci, Lettere  1908-1926 (1992), pp. 172-73, 312-14.]

78.  Togliatti, Palmiro. «A proposito dello scambio di lettere tra Gramsci e Togliatti,» Rinascita, 24 (June 13, 1964), 24. [Ital.]

[L’ articolo è firmato  "p.t." Vien discusso lo scambio di lettere tra  Gramsci e Togliatti nel 1926 (Cf. Rinascita, 22 [1964]).]

79. Togliatti, Palmiro. «I primi incontri con A. Gramsci (Due lettere di Togliatti ad Alfonso Leonetti),» Rinascita, 34 (August 29, 1964), 17-18. [Ital.]

[Due lettere da Togliatti a Leonetti datate  Aprile 1 e 11, 1964.]

80. Togliatti, Palmiro. «Discorso su Gramsci nei giorni della liberazione (tenuto a Napoli il 29 aprile 1945),» Rinascita, 34 (August 29, 1964), 15-17. [Ital.]

[La prima pubblicazione  del  discorso è apparso come un breve riassunto  in L'Unità (Maggio 1, 1945) (cf. **, «Nello spirito di Gramsci...»). Ristampato  in P. Togliatti, Gramsci (1967), pp. 37-46; e in Id., Gramsci, l'Italia, il socialismo (1976), pp. 13-18.]

81. Togliatti, Palmiro. «Le classi popolari nel Rèorgimento,» Studi storici, 3 (1964), 425-48. [Ital.]

[Testo di un  discorso tenuto  a Torino  in  Aprile 13, 1962, alla  conferenza "Il Risorgimento e noi," sponsorizzato  dal Circolo della Resistenza, la Unione culturale, e La Consulta. Ristampato  con lo stesso titolo in opuscolo [s.l.: s.n.] [1962], Pp. [34]. Anche in Id., Scritti sul centrosinètra: 1958-1964. FIrenze: Istituto Gramsci - Cooperativa editrice universitaria, 1975, pp. 1075-83; in Id., discorsi di Torino. Edito  da Renzo Gianotti. Torino: Gruppo editoriale piemontese, 1974, pp. 412-36.

 

Togliatti, Palmiro. «[Lettera testimonianza a Giansiro Ferrata sullo scambio epistolare Gramsci-Togliatti nell'ottobre 1926],» Rinascita, 22 (Maggio 30, 1964), 17-18. [Ital.]

[La lettera di ferbbraio  26, 1964, è la introduzionea alla lettera di Gramsci dell’ Ottobre  1926 to the CPUSSR. La replica di Togliatti dello stesso mese è pubblicata per la prima volta.   La lettera del 1964 fu anche pubblicata  nell appendice a A. Gramsci, 2000 pagine di Gramsci (1964), pp.827-28.]

82. Togliatti, Palmiro. «"La prima volta che vidi Gramsci" [a cura di Licia Perelli],» Noi Donne, 35 (Sttembre 5, 1964), 7. [Ital.]

83. Togliatti, Palmiro. «Aus dem Bericht der öffentlichen Sitzung des Zentralkomitees und der Zentralen Kontrollkommèsion der Kommunètèchen Partei Italiens, 23, Januar 1961,» in Id., Kampf für Frieden Demokratie und Sozialèmus. Aus Reden und Schriften uberden Kampf der italienèchen und der deutschen Arbeiterklasse. Berlin: Dietz, 1965, 114-28. [Ger.]

[Traduzione di Id., Nel 40º anniversario del Partito comunista italiano (1961).]

84.  Togliatti, Palmiro. «A leninizmus Antonio Gramsci gondolkodásában és tevékenységében [Leninèm in the thought e action di A.G.],» in Id., A demokrácia és a szocializmus problémái: Válogatott irások és beszédek. [The Problems di Democracy e Socialèm: Selected Writings e Discorsoes]. valogatott irasok es beszedek ; [valogatta Szanto Gyorgy]. Budapest: Kossuth Kiadó, 1965, 234-265. [Hung.]

[Traduzione di  discorso di Togliatti's 1958.]

85. Togliatti, Palmiro. «Appunti di Togliatti per un saggio di Croce (Un manoscritto inedito del 1952-'53),» Rinascita, 18 (Maggio 1, 1965), 21-25. [Ital.]

86. Togliatti, Palmiro. «Formirovanie rukovodjaöčej gruppy Ital'janskoj partii v 1923-1924gg. [La formazione del gruppo dirigente del PCI  nel  1923-24],» in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e discorsi scelti ], Tom I. Moscow: Politizdat, 1965, pp. 7-33. [Russ.]

[Prima  pubblicazione  in Russia. Selezione  da La formazione del gruppo dirigente... (1961).]

87. Togliatti, Palmiro. «Pè'ma 1923-1924gg. k Gramöi, Scoccimarro, Terracini [Letters di 1923-1924 a Gramsci, Scoccimarro e Terracini],» in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e discorsi scelti ], Tom I. Mosca: Politizdat, 1965, pp. 34-78. [Russ.]

[Prima  pubblicazione  in Russia. Selezione  da La formazione del gruppo dirigente... (1961).]

 

 

88. Togliatti, Palmiro. «Leninizm v mysli i dejstvii Antonio Gramöi [Leninèm in Gramsci's Thought e Action],» in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e discorsi scelti], Tom 2. Mosca: Politizdat, 1965, pp. 116-39. [Russ.]

[Prima  pubblicazione  in Russia). Traduzione di Id., «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di A. Gramsci: Appunti» (1958).]

89. Togliatti, Palmiro. «Gramöi i leninizm. Revoliutsionnaja partija rabočego klassa v mysli i dejstvii Gramöi [Gramsci e Leninèm. The Revolutionary Party di the Working Class in Gramsci's Thought e Action],» in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e discorsi scelti ], Tom 2. Mosca: Politizdat, 1965, pp. 140-69. [Russ.]

[Prima  pubblicazione  in Russia . Traduzione di «Gramsci e il leninismo» (1958).]

90. Togliatti, Palmiro. «Lenin i naöa partija [Lenin e Our Party],» in Id., Izbrannye stat'i i reči [Scritti e discosi scelti ], Tom 2. Moscow: Politizdat, 1965, pp. 362-64. [Russ.]

[Prima  pubblicazione  in Russia ]

91. Togliatti, Palmiro. «Gramsci y el leninismo,» in Gramsci y el marxèmo. Buenos Aires: Editorial Proteo, 1965, pp. 11-36. [Span.]

[Traduzione di BG-6535.]

92. Togliatti, Palmiro. «Leninèmus v myölení a činnosti A. Gramsciho [Leninèm in the thought e action di A.G.],» in A. Gramsci, Hètorický materialèmus a filosdiie Benedetta Croceho [Materialismo storico e filosofia  di Benedetto Croce]. Praga: Svoboda, 1966, pp. 5-44. [Czech.]

[Il saggio è una introduzione alla  traduzione ceca del volume nella prima  edizione Einaudi del  «Prèon Notebooks». La collezione  contiene  anche traduzione ceca di «Note sul Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno [Poznámky o Machiavellim, politice a moderním státu]» (Praga: Svoboda, 1970. Pp. 403)

93.  Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im Denken und Handelns Antonio Gramscè,» in Id., Ausgewählte Schriften. Herausgegeben von Claudio Pozzoli; mit einem Vorwort von Franco Ferri; [Aus dem Italienèchen ubersetzt von Chrètel Schenker]. Frankfurt am Main: Neue Kritik, 1967, pp. 135-61. [Ger.]

[Traduzione di P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di Antonio Gramsci» (1958). Lo stesso libropubblicato  anche da Fèher Verlag (s.d.), con il titolo Reden und Schriften: Eine Auswahl.]

94.  Togliatti, Palmiro. Gramsci. A cura di Ernesto Ragionieri. Roma: Editori Riuniti, 1967. Pp. 222. [Ital.]

[Il libro include: «Antonio Gramsci: un capo della classe operaia» (1927); «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana» (1937); «Discorso su Gramsci nei giorni della liberazione (tenuto a Napoli il 29 aprile 1945)» (1964); «Discorso tenuto a Cagliari il 27 aprile» (1947); «Unità di pensiero e di azione nella vita di Antonio Gramsci» (1949); «Gramsci sardo» (1951); «L'antifascismo di A. Gramsci» (1952); «Storia come pensiero e come azione» (1954); «Attualità del pensiero e dell'azione di Gramsci» (1957); «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di A. Gramsci: Appunti» (1958); «Gramsci e il leninismo» (1958); «La formazione del gruppo dirigente...» (1961); «Rileggendo "L'Ordine nuovo"» (1964); «Gramsci, un uomo» (1964).]

95.  Togliatti, Palmiro. «Ho conosciuto Gramsci sotto il portico dell'università di Torino,» in I comunisti nella storia d'Italia. Prefazione  di Gian Carlo Pajetta. Introduzione di Ernesto Ragionieri. Milan: Calendario del Popolo, 1967, p. 81. [Ital.]

96.  Togliatti, Palmiro. «La lettera inedita di Togliatti a Sraffa,» Rinascita - Il contemporaneo. [a cura di Paolo Spriano], 15 (Aprile 14, 1967), 15. [Ital.]

[La lettera di Maggio 20, 1937, appare (con una foto del manoscritto ) come un inserto nell’articolo di Spriano  «Gli ultimi anni di Gramsci in un colloquio con Piero Sraffa» (1967). Fu in seguito ristampato    in Spriano, Gramsci in carcere e il partito (1977), pp.161-62.]

97.  Togliatti, Palmiro. «Dobbiamo curare noi l'eredità di Antonio,» L'Unità. [edizione piemontese] (Aprile 14, 1967). [Ital.]

[Una lettera inedita scritta da Ercoli a Piero Sraffa in Maggio 20, 1937, accompagnata  da un commento non firmato. Ristampato  nella  appendice a Spriano, G. in carcere e il partito (1977).]

98.  Togliatti, Palmiro. «Togliatti per Gramsci nel 1928: documenti inediti, a cura [e con una introduzione] di Paolo Spriano,» Rinascita, 6 (February 7, 1969), 21-22. [Ital.]

[Due lettere  da Togliatti a Bukharin (giugno  13, 1928) e a Tasca (Novembre 26, 1928).]

99.  Togliatti, Palmiro. «En el XL aniversario del Partido comunista italiano,» in Id., Escritos políticos. Prólogo de Adolfo Sánchez Vázquez. Mexico: Ediciones Era, 1971, 128-42. [Span.]

[Traduzione di Id., Nel 40º anniversario del Partito comunista italiano (1961).]

100.       Togliatti, Palmiro. «El leninismo en el pensamiento y en la acción de Antonio Gramsci,» in Id., Escritos políticos. Prólogo de Adolfo Sánchez Vázquez. Mexico: Ediciones Era, 1971, 47-64. [Span.]

[Traduzione di Id., «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di A. Gramsci: Appunti» (1958).]

101.       Togliatti, Palmiro. «Gramöi mèlilac i covek akcije [Gramsci thinker e man di action],» in Antonio Gramöi, Problemi revolucije. Belgrade: Dzepna knjiga, 1973, pp. 7-25. [Serbo-Croat.]

[Traduzione di P. Togliatti, «Pensatore e uomo d'azione.».]

102.      Togliatti, Palmiro. Discorsi di Torino. Prefazione di  Ugo Pecchioli. Edito  da Renzo Gianotti. Torino: Gruppo editoriale piemontese, 1974. Pp. xv, 457. [Ital.]

[La collezione  contiene  (con un aintroduzione  ): «Discorso ai quadri...» (Maggio 23, 1945, pp. 4-32 con pp. 4-7 su Gramsci), stampata ivi per la prima volta ; la ristampa  di «Unità di pensiero....» (1949), pp. 153-70; «L'Ordine nuovo e i consigli di fabbrica», una  ristampa  di Saverio Vertone' che fu pubblicata la prima volta  in «L'Unità» (Northern edition), 6, febbraio  1961, pp. 405-09; «Le classi popolari nel Risorgimento» (Il  discorso fu anche pubblicato  in «Studi storici», 3, 1964. Cf. BG-6550).]

103.       Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci. Selezione e  e prefazione  di Ernesto Ragionieri. Lèbon: Seara Nova, 1975. Pp. 294. [Port.]

[Traduzione di P. Togliatti, Gramsci. Edito  da Ernesto Ragionieri.]

104.      . Togliatti, Palmiro. «Pensador y hombre de acción,» in La proletarización del trabajo intelectual. Madrid: Comunicación, 1975. [Span.]

[Traduzione di BG-6519.]

105.      Togliatti, Palmiro. «Figure del Congresso (Cinque scritti finora , con trenta caricature di Cip),» Belfagor, 6 (1976), 655-74. [Ital.]

106.       Togliatti, Palmiro. Sur Gramsci. Traduit de l'italien par Béatrice Bretonnière. Préface de Jacques Texier. Elements pour une biographie politique de Togliatti par Jean Rony. Parè: Editions Sociales, 1977. Pp. 350. [Fr.]

[traduzione da P. Togliatti, Gramsci. Edito  da Ernesto Ragionieri.]

107.       Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im Denken und Handeln von Antonio Gramsci,» in Ausgewählte Reden und Aufsätzen . Herausgegeben von der Akademie für Gesellschaftswèsenschaften. Berlin: Dietz Verlag, 1977, pp. 503-26. [Ger.]

[Traduzione da P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di Antonio Gramsci» (1958).]

108.       Togliatti, Palmiro. Gramsci, l'Italia, il socialismo (quattro scritti). [Allegato all'Almanacco PCI '77]. Roma: Fratelli Spada, 1977. Pp. 31, ill. [Ital.]

109.      Togliatti, Palmiro. «Gramsci y el leninismo ,» in Actualidad del pensamiento político de Gramsci. Francèco Fernández Buey (Ed.). Barcelona: Grijalbo, 1977. [Spagnolo .]

[Traduzione di «Gramsci e il leninismo» (1958).]

110.       Togliatti, Palmiro. On Gramsci e Other Writings. Edito  e Introduced da Donald Sassoon. London: Lawrence & Wèhart, 1979. Pp. 302. [Eng.]

111.      Togliatti, Palmiro. «The Present Relevance di Gramsci's Theory e Practice,» in Id., On Gramsci e Other Writings. Edito  e introduced da Donald Sassoon. Tradotto da John Fraser. London: Lawrence e Wèhart, 1979, pp.143-60. [Eng.]

[Traduzione da saggio di  Togliatti del 1957 ]

112.      Togliatti, Palmiro. «Leninism in the Theory e Practice di Gramsci,» in Id., On Gramsci e Other Writings. Edito  e introduced da Donald Sassoon. Tradotto da Denèe De Rôme. London: Lawrence e Wèhart, 1979, pp. 161-81. [Eng.]

 

113.       Togliatti, Palmiro. «Gramsci e Leninism,» in Id., On Gramsci e Other Writings. Edito  e introduced da Donald Sassoon. Tradotto da Barbara Garvin. London: Lawrence e Wèhart, 1979, pp. 183-207. [Eng.]

[Traduzione del secondo saggio del 1958 .]

114.      Togliatti, Palmiro. «The Formation di the Leading Group di the Italian Communèt Party in 1923-24,» in Id., On Gramsci e Other Writings. Edito  e introduced da Donald Sassoon. Tradotto da Peter Wright. London: Lawrence e Wèhart, 1979, pp. 261-83. [Eng.]

[Traduzione della prefazione  del 1962 .]

115.      Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im Denken und Handeln von Antonio Gramsci,» in Betr.: Gramsci. Philosophie und revolutionäre Politik in Italien. Herausgegeben von H.H. Holz und H.J. Sandkühler. Köln: Pahl-Rugenstein, 1980, pp. 71-93. [Ger.]

[Traduzione da P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di Antonio Gramsci» (1958).]

116.       Togliatti, Palmiro. «O leninismo no pensamento e na ação de Gramsci,» in Socialismo e democracia. Rio de Janeiro: Muro, 1980, pp. 165-82. [Port.]

[Traduzione da P. Togliatti «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di Antonio Gramsci» (1958).]

117.       Togliatti, Palmiro. [Antonio Gramsci]. 1983. [Chin.]

[Traduzione da P. Togliatti, Gramsci. Tradotto da Jan Go-sun da the Italian edition di 1977.]

118.       Togliatti, Palmiro. Antonio Gramsci e il leninismo. Edito  da Associazione Culturale Marxista. Roma: Anzaloni, s.d. [1987?]. Pp. 50. [Ital.]

[Contiene  la ristampa  di «Il leninismo nel pensiero e nell'azione di A. Gramsci: Appunti» (1958), a pp. 5-21; e «Gramsci e il leninismo» (1958), pp. 23-45.]

119.      Togliatti, Palmiro. «Gramsci y el leninismo,» in Gramsci, actualidad de su pensamiento y de su lucha. Introduzione da Enzo Santarelli. [Roma]: C. Salemi editore, 1987, pp. 100-126. [Span.]

120.      Togliatti, Palmiro. «Un pensiero e una volontà forti,» L'Unità (Gennaio 18, 1988). [Ital.]

[Ristampa di un discorso tenuto a Cagliari nell’aprile 22 1947  .]

121.       Togliatti, Palmiro. «Una nota ad Alicata per le lettere di Gramsci,» IG Informazioni, 2 (1989), 85-86. [Ital.]

[Lettera non datata a   Mario Alicata riguardante la antologia  A. Gramsci, 2000 pagine di Gramsci (1964).]

122.       Togliatti, Palmiro. «Gramsci, l'Italia e il mondo dei sardi,» Rinascita sarda, 1 (Gennaio , 1991), 18-21. [Ital.]

[Da un discorso tenuto  a Cagliari in Aprile 22, 1947. ]

123.       Togliatti, Palmiro. «Un discorso sconosciuto di Togliatti su Gramsci del 1937,» Critica marxista , 6 (Novembre-Dicembre , 1991), 123-34. [Ital.]

[La prima traduzione italiana del discorso comemorativo di Togliatti  del  Maggio 27, 1937

124.       Togliatti, Palmiro. «Der Leninismus im Denken und Handeln von Antonio Gramsci,» in Antonio Gramsci heute: Aktuelle Perspektiven seiner Philosophie. Herausgegeben von H.H. Holz und G. Prestipino. Bonn: Pahl-Rugenstein Nachfolger, [1992], pp.140-65. [Ger.]

[Traduzione di BG-6534.]

125.       Togliatti, Palmiro. Gramsci e il leninismo. Prefazione di A. Cossutta. Roma: Robin Edizioni, 2000. Pp. 207. [Ital.]

[Contiene   articoli di Togliatti  su Gramsci di 1937, 1957, 1958, e 1962.]

126.      Togliatti, Palmiro. Scritti su Gramsci. A cura di Guido Liguori. Roma: Editori Riuniti, 2001. Pp. 316. [Ital.]

[Contiene  20 saggi)

 

                                         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIbliografia

 

 

Agosti Aldo (a cura di),  Togliatti negli anni del Comintern, (1926-1943), documenti inediti dagli archivi russi / in collaborazione con Marina Litri, Roma, Carocci 2000.

 

Agosti Aldo, Togliatti : un uomo di frontiera, Torino,  UTET  2003.

 

Agosti Aldo, Palmiro Togliatti, Torino, UTET 1996.

 

Arno Mario, Vita e battaglie di Palmiro Togliatti, Milano, Tip. A. Fiorin 1956.

 

Albertina Vittoria, Togliatti e gli intellettuali : storia dell'Istituto Gramsci negli anni Cinquanta e Sessanta; prefazione di Francesco Barbagallo, Roma, Editori riuniti 1992.

 

Alcara Rosa, La formazione e i primi anni del partito comunista italiano nella storiografia marxista, Milano, Jaca book 1970.

 

Amendola Giorgio, Riflessioni su una esperienza di governo del PCI: 1944-1947, Bologna, il Mulino, < Storia contemporanea> n. 5,1974.

 

Aga-Rossi Elena, Togliatti e Stalin : il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Bologna, Il mulino 1997. 

 

Agosti Aldo (a cura di), La stagione dei fronti popolari, Bologna, Cappelli 1989.

Auciello Nicola, Socialismo ed egemonia in Gramsci e Togliatti, Bari, De Donato 1974

 

Barth Urban Joan, Moscow and the Italian communist party : from Togliatti to Berlinguer,  Ithaca, N. Y.  ,Cornell university press 1986.

 

 

Belligni Silvano, Vita di Palmiro Togliatti : gli anni giovanili : 1893-1921, Torino, Universita degli studi 1967/1968.

 

 

Bocca Giorgio,Palmiro Togliatti, Bari, Laterza 1973, 1977.

Altra edizione: Milano,  A. Mondadori 1991.

 

Bocenina Nina Del nova, La segretaria di Togliatti : memorie di Nina Bocenina, con un saggio di Sergio Bertelli, Firenze, Ponte alle Grazie 1993.

 

Botti Alfonso, Religione, questione cattolica e DC nella politica comunista : 1944-45, presentazione di Lorenzo Bedeschi ,Rimini, Maggioli 1981.

 

Bufalini Paolo, La concezione del partito nuovo in Togliatti, Napoli, L'Arte Tipografica 1984.

 

Canfora Luciano, Togliatti e i critici tardi, Milano, Teti 1998.

 

Canfora Luciano, Togliatti e i dilemmi della politica, Bari, G. Laterza 1989.

 

Canfora Luciano, Un ribelle in cerca di liberta : profilo di Palmiro Togliatti, Palermo, Sellerio 1998.

 

Caprara Massimo, L' attentato a Togliatti : 14 luglio 1948 : il PCI tra insurrezione e programma democratico, Venezia, Marsilio 1978.

 

Caprara Massimo, Quando le Botteghe erano oscure :1944-1969, uomini e storie del comunismo italiano, Milano, Il saggiatore 1997.

 

Centro studi sui sistemi socio-economici dell'est (a cura di Renato Mieli), Il PCI allo specchio, Milano, Rizzoli 1983.

 

Cerreti Giulio, Con Togliatti e Thorez : quarant'anni di lotte politiche,Milano, Feltrinelli 1973.

 

Ciacci Otello, Palmiro Togliatti : profilo di uno staliniano, Marciano, P.C.R.-Falini 1981.

 

Ciatti Mario, Palmiro Togliatti; prefazione di Ambrogio Donini, Roma, Latinia 1946.

 

Corbi Gianni, Togliatti a Mosca, Milano, Rizzoli 1991.

 

Corsivieri Silverio, Resistenza e democrazia, Milano, G. Mazzotta 1976 .

 

Cortesi Luigi, Palmiro Togliatti, la svolta di Salerno e l'eredita gramsciana

(tredici documenti del marzo-giugno 1944, uno dell'aprile 1945),<Belfagor>n.30, fasc.1, 31 gennaio 1975

 

De Feo Italo, Tre anni con Togliatti, Milano, U. Mursia 1971.

 

Fiori Giuseppe, Gramsci, Togliatti, Stalin (presentazione di Norberto Bobbio), Bari, Laterza 1991. 

 

 

Ferrara Marcella e Ferrara Maurizio,Conversando con Togliatti  note biografiche con una lettera di Palmiro Togliatti, Roma, Edizioni di cultura sociale 1953, 1954. 

L’opera ha avuto varie traduzioni: ne ricordiamo alcune:

In  lingua Francese: Ferrara Marcella e Maurizio Ferrara, Palmiro Togliatti : essai biographique  traduit de l'italien par Jean Noaro ,Paris,  Editions Sociales 1954.

In lingua tedesca : Ferrara Marcella e Maurizio Ferrara, Palmiro Togliatti : mach Gesprachen mit Togliatti aufgezeichnet, Berlin, Dietz 1956.

In slovacco: Hovory s Togliattim: prelozil Ivan Gavora!, Bratislava 1955.

 

Flores Marcello e Nicola Gallerano, Sul PCI : un'interpretazione storica,  Bologna, Il mulino 1992.

 

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (a cura di Ilardi, Acorneri), Annali: Il Partito Comunista Italiano.Struttura e storia dell'organizzazione 1921-1979,Milano, Feltrinelli 1982.

 

Froio Felice, Togliatti e il dopo Stalin, in appendice: Il rapporto segreto di Krusciov al 20. Congresso del PCUS ,Milano, Mursia 1988.

 

Galli Giorgio, Storia del PCI : nuova edizione di una celebre e polemica interpretazione del comunismo italiano, Milano, Bompiani 1976.

 

Galli Giorgio, Storia del PCI : Livorno 1921, Rimini 1991, Milano, Kaos 1993.

 

Galli Della Loggia Ernesto (a cura di Mario Baccianini), Le ceneri di Togliatti 1945-1979, prefazione di Giuliano Amato, Roma, Lucarini 1991.

 

Gozzini Giovanni e Martinelli Renzo,  Dall'attentato a Togliatti all'8 settembre, Torino, G. Einaudi 1998.

 

Gozzini Giovanni, Hanno sparato a Togliatti, Milano,Il saggiatore 1998

 

Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca : il carteggio del 1926 / a cura di Chiara Daniele ; con un saggio di Giuseppe Vacca, Torino,  Einaudi  1999.

 

Gruppi Luciano, Togliatti e la via italiana al socialismo, Roma, Editori riuniti 1976.

 

Guerra Adriano, Comunismi e comunisti : dalle svolte di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico, Bari,Dedalo 2005.

 

Hobsbawm Eric J., Il secolo breve, Milano, Rizzoli 1995,1996,1997,1998,1999,2001,2004,2005

Titolo originale dell’opera.

 Age of extremes : the short twentieth century, 1914-1991,London, Michael Joseph 1994.

 

Iraci Fedeli Leone, Togliatti: partito nuovo e restaurazione preventiva, Roma, <Archivio Trimestrale> n. 2, 1985.

 

Istituto Giangiacomo Feltrinelli (a cura di Berti Giuseppe), Annali: I primi dieci anni di vita del Partito comunista italiano : documenti inediti dell'Archivio Angelo Tasca, Milano, Feltrinelli 1966Lanchester Fulco, La dirigenza di partito : il caso del PCI : <Il politico>, Università di Pavia,1976, 41, n. 4

 

Istituto Gramsci (a cura di Franco De Felice), Sezione pugliese, Togliatti e il Mezzogiorno : atti del convegno tenuto a Bari il 2-3-4 novembre 1975, Roma, Editori Riuniti. Collezione”Nuova biblioteca di cultura”

 

Lapicirella Lorenzo e Silvano Levriero, Ferrario Clemente, Dalla crisi del primo dopoguerra alla fondazione del Partito comunista : l'avvento del fascismo, Roma, a cura della sezione centrale scuole partito del PCI 1972.

 

Lecis Vindice, La resa dei conti : per fortuna che c'era Togliatti, Ferrara, Editrice Ariostea 2003.

 

Macaluso Emanuele,Togliatti e i suoi eredi / con un'intervista a cura di Orazio Barrese, Soveria Mannelli, Rubbettino 1988.

 

Maitan Livio, Al termine d'una lunga marcia : dal Pci al Pds, Roma, Erre emme 1990. 

 

Maitan Livio, PCI 1945-1969: stalinismo e opportunismo, Roma, Samona e Savelli 1969. 

 

Marino Giuseppe Carlo, Autoritratto del PCI staliniano : 1946-1953, Roma, Editori riuniti 1991.

 

Martinelli Renzo, Togliatti, lo stalinismo e il 22. congresso del PCUS : un discorso ritrovato / a cura di Renzo Martinelli,  2000,< Italia contemporanea>, giugno 2000, n. 219.

 

Mieli Renato, Togliatti 1937, Milano, Rizzoli 1988.


Misler  Nicoletta, La via italiana al realismo : la politica culturale artistica del P.C.I. dal 1944 al 1956, Milano, Mazzotta 1973.1976.

 

Montagnana Mario, Sotto la guida di Togliatti, Roma, Rinascita 1949.


Murena Antonio, Togliatti, Roma, Partenia 1946.

 

Napolitano Giorgio, Togliatti: il rapporto democrazia-socialismo, Roma a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, stampa 1974 :Bozze di stampa della relazione presentata ad un seminario tenuto presso l'Istituto di studi comunisti a Frattocchie dall'11 al 15 dicembre 1973

 

Natta Alessandro, Le ore di Yalta, Roma, Editori riuniti 1970.

 

Natta Alessandro, Il partito nuovo : relazione al seminario:” Il pensiero e l'opera di Palmiro Togliatti”, Roma, Sezione formazione e scuole di partito del PCI 1983 (Roma : Salemi) 

 

Natta Alessandro,  Togliatti che cosa ci ha lasciato / intervista con Alessandro Natta, Roma, l'Unita 1984 (supplemento di).

 

 Pellicani Luciano, Gramsci, Togliatti e il Pci : dal moderno Principe al post-comunismo, Roma, Armando 1990.

 

Peregalli Arturo, Togliatti guardasigilli 1945-1946  ; in appendice: circolari e documenti, Paderno Dugnano, Colibri 1998. 

 

Ragionieri Ernesto, Palmiro Togliatti, Roma, Editori riuniti 1973.

Ragionieri Ernesto, Palmiro Togliatti : aspetti di una battaglia ideale e politica, Roma, Editori riuniti 1966.

 

Ragionieri Ernesto, Palmiro Togliatti : Per una biografia politica e intellettuale, Roma, Editori riuniti 1976.

 

Ragionieri Ernesto, La Terza Internazionale e il Partito comunista italiano : Saggi e discussioni ; Con una presentazione di Franz Marek, Torino, Einaudi 1978.

 

Rossanda Rossana, La ragazza del secolo scorso , Torino, Einaudi 2005

 

Sassoon Donald, Togliatti e la via italiana al socialismo : Il PCI dal 1944 al 1964, Torino,  Einaudi 1980. Opera originale:

Sassoon Donald, THe Strategy of the Italian Communist Party : From the Resistance to the Historic Compromise / Donald Sassoon ; foreword by E. J. Hobsbawm, London, Frances Pinter 1980, Paese di pubblicazione:GB

 

Sbarberi  Franco, I comunisti italiani e lo Stato, 1929-1945, Milano, Feltrinelli 1980,

Sbarberi Franco, La svolta del 1929 : la polemica Togliatti-Bucharin, Torino, Loescher 1975,<Rivista di storia contemporanea> N. 4, 1975.

 

 Seniga Giulio, Togliatti e Stalin : contributo alla biografia del segretario del  PCI,  Milano, Sugar 1961.

 

Seniga Giulio, Togliatti e Stalin, Milano, SugarCo  1978.

 

Spagnolo Carlo. Relazione : Togliatti  e il movimento comunista internazionale, 1956-1964   Convegno internazionale di studi: Togliatti nel suo tempo Roma 9|10|11 dicembre 2004  l'Università degli studi Roma Tre

 

Spallone Mario, Vent'anni con Togliatti, Milano, Teti 1976. 

 

Spallone Mario, Seguendo Togliatti : vent'anni d'amicizia e di PCI, prefazione di Paolo Bufalini, Roma, R. Napoleone 1993.

 

Speroni Gigi, L' attentato a Togliatti : i giorni della paura, Milano, Mursia 1998.

 

Spinella Mario, Togliatti, protagonista della democrazia italiana / intervista di Mario Spinella ad Alessandro Natta, Milano, Teti 1993.

 

Spriano Paolo,Storia del Partito comunista italiano

(5 volumi)

1: Da Bordiga a Gramsci 
2: Gli anni della clandestinita
3: I fronti popolari, Stalin, la guerra
4: La fine del fascismo. Dalla riscossa operaia alla lotta armata

5: La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo

Torino, Einaudi 1969, 1970,1973, 1974 1976,1977.

 

Spriola Benedetto, Togliatti e il comunismo antirivoluzionario, Roma, Cremonese 1975.

 

Tobagi Walter, La rivoluzione impossibile : L'attentato a Togliatti:violenza politica e reazione popolare, Milano, Il Saggiatore 1978.

 

 

Vacca Giuseppe, Togliatti sconosciuto, Roma, L'unita, stampa 1994. Collezione”I libri dell'Unita”

 

Vacca Giuseppe, Gramsci e Togliatti, Roma, Editori riuniti 1991.

 

Vacca Giuseppe, Saggio su Togliatti e la tradizione comunista, Bari, De Donato 1974 .

 

Valenzi Maurizio (a cura di Pietro Gargano), C'e Togliatti : Napoli 1944 : i primi mesi di Togliatti in Italia, Palermo, Sellerio 1995.

 

Valiani Leo, Togliatti nella storia del comunismo, Firenze,  Le Monnier 1990,<Nuova Antologia> N. 2176,ott.-dic. 1990.

 

Zaslavsky Victor, Lo stalinismo e la sinistra italiana : dal mito dell'URSS alla fine del comunismo, 1945-1991, Milano, Mondadori 2004

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



          [1] Aldo Agosti, Palmiro Togliatti,Torino,  UTET 1992, pag  14

 

         [2] Giorgio Bocca,Palmiro Togliatti,Milano, Mondadori  1991, pag  19

 

                   [3] Giorgio Bocca,op. cit., pag. 18

                     [4] Giorgio Bocca,op.cit., pag. 378

                    [5] Giorgio Bocca,op.cit., pag 22

         [6] Flores Marcello e Gallerano Nicola, SUL PCI, Bologna, Il mulino  1992, pag. 23

 

                     [7] Flores Marcello e Gallerano Nicola,op.cit.,pag.25

[8] Piero Gobetti,Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale,nella rivista “La                                                Rivoluzione liberale”, anno 1, n 7   del  2-4-1922, p. 5

 

                     [9] Piero Gobetti ,op.cit.,pag.6

            [10] Aldo Agosti,op. cit., pag   12

 

                    [11] Giorgio Bocca,op. cit., pag  25

                    [12] Giorgio Bocca,op. cit., pag  27

[13] Marcella e Maurizio Ferrara(a cura di),Conversando con Togliatti,note biografiche,Edizione di cultura sociale, Roma 1953, pag  20

 

 [14] Giuseppe Vacca,Togliatti nel suo tempo, Relazione al convegno, Fondazione Gramsci,                                                         Roma 9 dicembre 2004

 

                    [15] Marcella e Maurizio Ferrara (a cura di),op. cit, pag  42

                    [16] Piero Gobetti,op. cit., pag 8

         19 Giorgio Bocca,op. cit.,  pag 26

 

          [18] Giorgio Bocca,op. cit.,  pag 29

 

          [19] Aldo Agosti,op. cit., pag  26

 

               [20] Aldo Agosti,op. cit., pag  29

 

[21] Togliatti Palmiro,Lezioni sul fascismo con introduzione di E. Ragionieri, Editori Riuniti, Roma 1970,pag 25

 

 

[22] Togliatti Palmiro,op.cit., pag 19

[23] Togliatti Palmiro,op.cit., pag 21

[24] Palmiro Togliatti, La lotta contro l'opportunismo, da Archivio PCI, 1929, 736/1-65. Pubblicato in "Opere" a cura di E. Ragionieri, Editori Riuniti, Roma 1973; volume III, 1° tomo, pag. 33-34.

[25] Agosti A. e Brunelli L., Struttura  e storia  del PCI 1921/79, I comunisti italiani nell’URSS 1921/43, Annali Feltrinelli(a cura di Ilardi-Accorneri),Milano 1981/82,pag  101

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

              [26] Giorgio Bocca,Palmiro Togliatti,Milano, Mondadori  1991, pag  15

 

[27] Flores Marcello e Gallerano Nicola, SUL PCI, Il mulino Bologna  1992,pag 123  

 

[28] Flores Marcello e Gallerano Nicola,op.cit.,pag 47

[29] Martinelli Renzo (a cura di), Struttura  e storia  del PCI  1921/79, il gruppo dirigente nazionale; composizione meccanismi di evoluzione,1921/43,Annali Feltrinelli,Milano 1981/82,  pag  383

 

[30] Eric Hobsbawn,op.cit.,pag 16

[31] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 22

[32] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 60

[33] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 66

[34] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 73

[35] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 440

[36] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 72

[37] Eric Hobsbawn,op.cit., pag 73

[38] Eric  Hobsbawn,op. cit., pag 92

[39] Flores Marcello e Gallerano Nicola,op. cit., pag  47

 

[40] Eric. Hobsbawn,op. cit., pag 16

 

[41] Silvio Pons, Togliatti nel suo tempo,intervento al convegno dell’istituto Gramsci, Roma 9 dicembre 2004

 

 

 [42] Agosti A. e Brunelli L.,op. cit.,pag  1022

 

 

[43] Eric. Hobsbawn,op. cit., pag 445

 

[44] Eric. Hobsbawn,op. cit., pag 447

 

[45] Giorgio Bocca,op. cit., pag 23

[46] Martelli Renzo,op. cit., pag  375

 

[47] Seniga Giulio, Togliatti e Stalin : contributo alla biografia del segretario del PCI, Sugar, Milano  1961, pag 7

[48] Ragionieri Ernesto,op cit.,  pag 367

[49] Rossanda Rossana, La ragazza del secolo scorso , Einaudi, Torino 2005,pag. 213

 

[50] Giorgio Bocca,Palmiro Togliatti, Mondatori,Milano  1991, pag 335

 

[51] Martinelli Renzo, Il gruppo dirigente nazionale; composizione meccanismi di evoluzione,1921/43, Annali Feltrinelli, Struttura  e storia  del PCI  1921/79 (a  cura di Ilardi-Accorneri)Milano 1981/82,  pag  381

[52] Franco Andreucci e Paolo Spriano (a cura di),Palmiro Togliatti Opere 1935-1944, Editori Riuniti,  Roma 1979, pag 392-393

[53] Franco Andreucci e Paolo Spriano,op.cit., pag 447

[54] Giuseppe Vacca,Togliatti nel suo tempo, Relazione al convegno, Fondazione Gramsci,Roma 9|11 dicembre 2004

 

[55] Martinelli Renzo,op. cit., pag  381

 

[56] Spriano Paolo,Storia del Partito comunista,Einaudi, Torino 1975,vol V,pag278

[57] Aldo Agosti,Palmiro Togliatti, UTET,Torino 1992, p 307

 

[58] Aldo Agosti,op,cit,. pag 308

[59] Rapporto ai quadri dell'organizzazione comunista napoletana.11 Aprile 1944

 

[60] Ilardi Massimo,Sistema di potere e ideologia nel PCI,Annali Feltrinelli,Strutture e storia dell’organizzzione del PCI 1921/79 ( a cura di  IIardi e Accornero),Milano 1981/82,pag 11

 

[61] Ilardi Massimo,op. cit. ,pag 14

 

[62] Flores Marcello, Dibattito interno sul mutamento della struttura organizzativa,   Annali Feltrinelli Strutture e storia dell’organizzazione del PCI 1921/79 ( a cura di  IIardi e Accornero)Milano 1981/82, pag 57

[63] Togliatti Palmiro, Cosa è il partito nuovo ,”Rinascita”, anno 1, ottobre- dicembre 1944, pag 35

 

[64] Giorgio Galli ,Storia del PCI, Il Partito comunista italiano: Livorno 1921, Rimini 1991,Kaos, Milano 1993 pag 260

[65] Spriano Paolo,Storia del Partito comunista italiano, Einaudi,Torino 1977 pag 312  

 

[66] Giorgio Bocca,Palmiro Togliatti, Mondatori, Torino  1991, pag  406

[67] Giorgio Bocca,op.cit., pag 416

[68] Giorgio Bocca,op.cit., pag 418

 

[69] Walter Tobaci,La rivoluzione impossibile,Il saggiatore,Milano   1978, pag 140

 

[70] Marcella e Maurizio Ferrara (a cura di) ,Conversando con Togliatti ,note biografiche , Edizione di cultura sociale, Roma 1953, pag 372

 

[71] Carlo Lucarelli, Quando l’Oss spiava Togliatti ,in Repubblica del 12 febbraio 2003,

 

[72] Vindice Lecis, Togliatti deve morire. Il luglio rosso della democrazia , Robin edizioni, Roma 2005

[73] Marcella e Maurizio Ferrara (a cura di),op. cit. , pag 369

[74] Giorgio Bocca,op. cit., pag 463

 

[75] Walter Tobaci,op. cit., pag 78

 

[76] Giorgio Bocca,op. cit., pag 31

[77] Giorgio Galli, La sinistra  italiana nel dopoguerra,il saggiatore,Milano 1978,pag 250

 

[78] Marcella e Maurizio Ferrara (a cura di),op. cit., pag  378

[79] Walter Tobaci,op. cit.,pag 11

[80] Walter Tobaci,op. cit.,pag 12

[81] Ginsborg Paul,  Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi , Einaudi, Torino 1988, pag 24

 

[82] Eric Hobsbawn, Il secolo breve,1914/91,Rizzoli edizioni B.U.R, Milano 1994 pag 270 

 

[83] Giorgio Galli ,Storia del PCI Il Partito comunista italiano: Livorno 1921, Rimini 1991,Kaos, Milano 1993 pag 235 

 

[84] Marcella e Maurizio Ferrara (a cura di), Conversando con Togliatti ,note biografiche,Edizione di cultura sociale, Roma 1953, pag 366

 

[85] Martinelli Renzo (a cura di), Struttura  e storia  del PCI  1921/79, il gruppo dirigente nazionale; composizione meccanismi di evoluzione,1921/43,Annali Feltrinelli,Milano 1981/82  pag 385

 

[86] Giorgio Bocca,Palmiro Togliatti,Milano, Mondadori  1991, pag 482

[87] Giorgio Bocca,op.cit., pag 514

[88] Flores Marcello e Gallerano Nicola, SUL PCI, Il mulino ,Bologna  1992,pag 109

 

[89] Berti Giuseppe,Problemi di storia del PCI e dell’ IC, Il Mulino, Bologna 1970 pag 156

 

[90] Giorgio Bocca,op. cit., pag 584

 

[91] Pintor Luigi, Ricordo di Togliatti, ne Il Manifesto, 20/3/89

[92] Rossana Rossanda,Evoluzione  del partito, da IL Manifesto, 27/6/93

[93] )  P.P. Pasolini, La croce uncinata, "Vie Nuove", 1960 

[94] ) Rossana Rossanda ,“il manifesto”, 4 luglio 2000 ,

[95] Umberto Marzocchi da "Umanità Nova", n.29 del 17 luglio 1960

[96] Giorgio Bocca,Palmiro Togliatti, Mondatori,Milano  1991, pag 608

 

[97] Carlo spagnolo Relazione, Togliatti  e il movimento comunista internazionale, 1956-1964 ,Convegno internazionale di studi: Togliatti nel suo tempo, Roma 9|10|11 dicembre 2004,  l'Università degli studi Roma Tre

[98] Flores Marcello,dibattito interno sul mutamento della struttura organizzativa,Annali Feltrinelli, Struttura  e storia  del PCI 1921/79( a cura  di  iIardi-Accorneri),Milano 1981/82, pag 57 

 

[99] Ilardi Massimo, Sistema diptere e ideologia nel PCI,Annali Feltrinelli, Struttura  e storia  del PCI 1921/79( a cura   IIlardi-Accorneri),Milano1981/82  pag 28

 

[100] Sebastiani Chiara,  Organi dirigenti nazionali, meccanismi di fomzione edi evoluzione,Annali Feltrinelli, Struttura  e storia  del PCI 1921/79(a cura  IIlardi-Accorneri),Milano 1981/82,pag 425

 

[101] Agosti Aldo,I comunisti italiani nell’URSS,Annali Feltrinelli, Struttura  e storia  del PCI 1921/79 (a cura   iIardi-Accorneri)Milano 1981/82,pag 1008

[102] Il memoriale di Jalta: Testo  integrale  riportato da RINASCITA, 5 settembre 1964,pag 2

 

[103] Il memoriale di Jalta,op.cit. pag 4

[104]Il memoriale di Jalta,op.cit. pag 5

 

[105] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 2

[106] Eric, Hobsbawn, il secolo breve,1914/91,Rizzoli edizioni B.U.R,Milano 1994 pag 538

 

[107] Eric, Hobsbawn,op.cit.,  pag 538

 

[108] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 3

 

[109] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 2

 

[110] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 3

 

[111] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 3

 

[112] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 3

 

[113] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 4

 

[114] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 4

 

[115] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 4

 

[116] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 4

 

[117] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 4

 

[118] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 5

 

[119] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 6

 

[120] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 5

 

[121] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 5

 

[122] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 7

 

[123] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 7

 

[124] Il memoriale di Jalta,op.cit., pag 8

 

[125] Il memoriale di Jalta,op.cit.,pag 5

 

[126] Intervista Gaetano Quagliariello, “Ideazione”, gennaio 1977

 

[127] Carlo Spagnolo,op cit., pag 3

[128] Piero Godetti, Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, nella rivista “La Rivoluzione liberale”del  4-1922 anno 1, n. 7

 

[129] Marcella e Maurizio Ferrara (a cura di), Conversando con Togliatti ,note biografiche,Edizione di cultura sociale, Roma 1953.

 

[130] Ferrara Marcella e Maurizio, Cronache di vita quotidiana, 1944-1958, Editori Riuniti,Roma 1960

[131] Fra le opere di  Massimo Caprara, ricordiamo:  Ritratti in rosso, Rubbettino    1989; Riscoprirsi uomo. Storia di una coscienza, Marietti , 2004; L'inchiostro verde di Togliatti, Simonelli, 1996; Togliatti. il comintern e il gatto selvatico, Bietti,1999;  Quando le botteghe erano oscure,  Il Saggiatore ,2000; Gramsci e i suoi carcerieri,  Ares , 2001

[132] Seniga Giulio, Togliatti e Stalin : contributo alla biografia del segretario del PCI , Sugar, Milano 1970 

 

[133] Giorgio Bocca,Palmiro Togliatti, Laterza, Bari 1973,  seconda edizione,  Mondatori,Milano  1991

 

[134] Fra le opere di Bocca ricordiamo:La Repubblica di Mussolini, Laterza, Bari 1977;  Storia dell’Italia partigiana (1966);. Storia d’Italia nella guerra fascista (1969); Il provinciale. Settant’anni di vita italiana (1992)

[135] Aldo Agosti,Palmiro Togliatti,Torino,UTET 1992

[137] AA VV, Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondatori, Milano 1998

[138] Fra le altre opere di  A. Agosti ricordiamo: Rodolfo Morandi. Il pensiero e l’azione politica, Laterza, Bari, 1971; Le Internazionali operaie, Loescher, Torino, 1973;  Terza Internazionale. Storia documentaria, 3 voll., Editori Riuniti, Roma,  1974-1979; Stalin, Editori Riuniti, Roma, 1983;  Storia del Pci, Laterza, Roma-Bari, 2000

[139] Spriano Paolo, Storia del Partito Comunista Italiano, Einaudi, Torino 1967-1975 - 5 volumi.

[140] Borìs Pasternàk, Il Dottor Zivago, Feltrinelli,Milano 1957

 

[141] Ernesto  Che Guevara, Diario in Bolivia,  Feltrinelli, Milano,  Prima edizione 1957 , ultima edizione 2005

 

[142] Annali Feltrinelli (a cura di Ilardi-Accorneri), 1981/82 Struttura  e storia  del PCI  1921/79,Milano 1982.

 

[143] Martinelli Renzo, il gruppo dirigente nazionale; composizione, meccanismi di evoluzione,1921/43,  Annali Feltrinelli 1981/82, Struttura  e storia  del PCI  1921/79 (a  cura di Ilardi-Accorneri

[144] Agosti A. e Brunelli L., I comunisti italiani nell’URSS 1921/43, Annali Feltrinelli, 1981/82 Struttura  e storia  del PCI 1921/79  (a  cura di Ilardi-Accorneri)

 

[145] Flores Marcello, Dibattito interno sul mutamento della struttura organizzativa,   in   Annali Feltrinelli 1981/82, Strutture e storia dell’organizzazione del PCI 1921/79 ( a cura di  IIardi e Accorneri)

[146] Ilardi Massimo ,Sistema di potere e ideologia nel PCI, in  Annali Feltrinelli 1981/82.Strutture e storia dell’organizzzione del PCI 1921/79 ( a cura di  IIardi e Accorneri)

 

[147] Storia dell'Italia Repubblicana  Einaudi. Aggiornta finoal 1996, diretta da A . Barbagallo

[148] Vacca Giuseppe , Gramsci e Togliatti,Editori Riuniti,Roma 1991.

[149] Vacca Giuseppe, Togliatti sconosciuto, Edizioni l'Unità, 1994

 

[150] Walter Tobaci ,La rivoluzione impossibile,Il saggiatore,Milano  1978

 

[151] Eric  Hobsbawn, Il secolo breve,1914/91,Rizzoli edizioni B.U.R,Milano 1994

[152] Eric  Hobsbawn, Studi di storia del movimento operaio, Einaudi, Torino 1972

 

[153]Eric Hobsbawn, Rivoluzione industriale e rivolta nelle campagne, Captain Swing, Einaudi, Torino 1973

 

[154]Eric Hobsbawn, L'età degli Imperi. 1875-1914, Mondadori, Milano 1987

[155] Eric  Hobsbawn, Storia del marxismo, Einaudi, Torino 1988

[156] Ragionieri Ernesto,La terza internazionale e il partito comunista italiano , Einaudi, Torino  1978

 

[157] Rossanda Rossana, La ragazza del secolo scorso,Torino,Einaudi 2005