SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
URBANO VIII - MAFFEO BARBERINI

URBANO VIII - Maffeo Barberini (1568-1644)
(Pontificato 1623-1644)


MAFFEO nacque a Firenze dalla nobile famiglia BARBERINI nell'aprile 1568. Si formò a Roma, presso il Collegio Romano, dove completò i suoi studi umanistici e di diritto. Attraverso l'influenza di uno zio, che era diventato Protonotaio Apostolico, ricevette, ancora molto giovane, diverse promozioni da Sisto V, che lo nominò Referendario, e da Gregorio XIV. Clemente VIII lo nominò Governatore di Fano e, nel 1604, Protonotaio Apostolico e arcivescovo di Nazareth; sempre nello stesso anno lo troviamo Nunzio Apostolico a Parigi. Nel 1606 fu elevato al cardinalato da Paolo V, protettore della Scozia nel 1607, arcivescovo di Spoleto nel 1608, Prefetto della Segnatura Apostolica di giustizia nel 1610, Legato Pontificio presso la città di Bologna dal 1611 al 1614. La sua brillante carriera venne coronata dall'ascesa al soglio pontificio il 6 agosto 1623, dopo neanche un mese di conclave apertosi alla morte di Gregorio XV. Il cardinale Barberini scelse di chiamarsi URBANO VIII.

Nel quadro della politica internazionale la sua opera incontrò ostacoli insormontabili non solo da parte degli Stati protestanti, ormai definitivamente sottratti alle direttive romane, ma anche da parte di alcuni grandi Stati cattolici: Francia, domini absburgici iberici e imperiali e, in Italia, Venezia, Stati sabaudi, Toscana. Gelosissimo della propria autorità, si mostrò sostenitore convinto del potere temporale del papato e si adoperò per la sua restaurazione, non con un'abile politica ma con la forza delle armi. Il suo pontificato coprì ben ventuno degli anni durante la Guerra dei Trent'anni. In un primo momento appoggiò la politica imperiale perché questa favoriva la restaurazione del cattolicesimo in Germania, ma quando comprese che Spagna ed Impero, diventando troppo potenti, minacciavano di turbare l'equilibrio europeo e potevano nuocere all'autorità del papato, Urbano VIII cercò di rialzare il prestigio della Francia. Fu ingannato dall'abilissimo cardinale Richelieu, primo ministro preoccupato più ai trionfi della monarchia alla quale si era asservito che al prestigio della Santa Sede, che portò la Francia in guerra (ultima parte della Guerra dei Trent'Anni) e che, con l'aggiunta di epidemie e saccheggi, trasformarono la cattolica Germania in un deserto.

Contemporaneamente cercò d'allargare più che poteva i confini dello Stato della Chiesa. Ci riuscì annettendo ai territori pontifici il ducato di Urbino. Quando Federigo Ubaldo, unico erede di Francesco Maria II Della Rovere, morì, Urbano VIII con abilità costrinse il vecchio duca a riconoscere i diritti della Santa Sede sul ducato di Urbino ed il 1° gennaio 1625 incaricò Berlinghiero Gessi di assumere il governo del ducato. Nel 1631, alla morte dell'ultimo roveresco, l'annessione fu completa.

Urbano VIII fu l'ultimo papa che praticò il nepotismo su vasta scala e diversi membri della sua famiglia vennero enormemente arricchiti dai suoi favori: infatti nominò il fratello Carlo Generale della Chiesa e duca di Monterotondo comperandogli da don Filippo Colonna il principato di Palestrina, nominò Francesco Barberini suo primo ministro, cercò di dare al nipote Taddeo, cui assegnò una rendita annua di 60.000 scudi, il ducato d'Urbino e, fallitogli il disegno di sposarlo con Vittoria della Rovere, gli diede in sposa Anna Colonna. In compenso essi lo implicarono in una guerra di parecchi anni con il ducato di Parma e Piacenza. Era qui feudatario il duca Odoardo Farnese che per la rovinosa guerra contro la Spagna e per le spese pazze si era ingolfato nei debiti, ipotecando nei Monti di Roma le rendite del suo ducato di Castro. I Barberini avevano proposto al duca di sollevarlo dalle strettezze finanziarie in cui si trovava purché avesse ceduto loro il ducato di Castro e avesse dato in sposa a suo figlio Ranuccio, una figlia di Taddeo; ma il Farnese rifiutò le proposte e questo fatto costituì il primo germe di odio tra le due famiglie che portò ad una completa rottura quando Odoardo, recatosi a Roma, fu sicuro di non essere stato ricevuto con i dovuti onori dal pontefice e richiamò dallo Stato Pontificio il suo rappresentante diplomatico. Le rappresaglie pontificie non tardarono a venire; infatti il 20 marzo del 1641, violando i privilegi accordati ai Farnese da Paolo III, si vietò con un editto la raccolta del grano dal ducato di Castro, che era formato dai paesi di Nepi, Capodimonte, Vesenzo, Teseo, Signeno, Morano, Ronzano, Arlena, Civitella, Valerano, Corchiano, Fabbrica, Borghetto e Acquasparta. All'editto papale Odoardo Farnese rispose fortificando Castro. Urbano VIII allora gli intimò con un primo monitorio di sospendere i lavori di fortificazione e poichè il duca non accennava ad obbedire, gli inviò una seconda intimazione fissandogli un termine di trenta giorni e minacciandolo di scomunica.

Il pontefice se da un lato cercava di incutere paura al duca, dall'altro, sapendo che vane sarebbero state le minacce, allestiva un esercito di 15.000 uomini ponendolo sotto il comando di Taddeo Barberini, di Luigi Mattei e di Cornelio Melvagia, con il quale fece invadere Castro che cadde in potere dello Stato Pontificio l'11 agosto 1642. Poco dopo Odoardo veniva scomunicato e dichiarato decaduto da tutti i feudi e sul suo ducato veniva lanciato l'interdetto. Questi nel frattempo aveva iniziato delle trattative con il Richelieu, non andate a buon fine e, sostenuto dalla Lega formatasi il 31 Agosto 1642 tra i Veneziani, il granduca di Toscana e il duca di Modena, aveva invaso con un esercito la Romagna sgomentando con i suoi successi la Curia Romana. Il Pontefice cercò di stornare dai suoi Stati il nemico e nel medesimo tempo di ingrandire il patrimonio a spese della Spagna. Per mezzo del Cardinale Spada propose alla Francia un'alleanza in cui dovevano essere inclusi il Farnese, il Granduca, Modena e Venezia. Scopo della lega doveva essere la cacciata degli Spagnoli dal Napoletano; a impresa compiuta, Odoardo Farnese avrebbe avuta la corona di Napoli, la Chiesa si sarebbe estesa fino a Gaeta, sul trono di Parma e Piacenza si sarebbe posto Taddeo Barberini, alla Toscana si sarebbero date le città marittime vicine, e parte del ducato di Milano sarebbe stato del duca di Modena e della Repubblica di Venezia, il resto sarebbe andato alla Francia. Ma i negoziati per risolvere la questione del ducato di Castro non approdarono a nulla; si rinnovò la Lega contro il pontefice e dopo alcuni fatti d'arme, nella primavera del 1644 si pose fine alla guerra con il Trattato di Ferrara, nel quale si stabilì che Odoardo si sarebbe dovuto ritirare dai luoghi occupati nello Stato Pontificio e Urbano VIII doveva restituire ai Farnese il ducato di Castro e togliere l'interdetto.

Attivissima la sua opera diplomatica nella guerra di successione dei Gonzaga a Mantova, coronata con la conclusione della Pace di Ratisbona nel 1627, con la successione del Duca di Nevers, contro le pretese degli Asburgo, dei quali temeva la preponderanza.
Altre spinose situazioni dovette affrontare in Valtellina e, all'estero, in Inghilterra, dove il matrimonio di Carlo I con Enrichetta di Francia non dette i frutti sperati nei riguardi dei cattolici inglesi.
Fu l'ultimo Papa ad estendere il territorio dello Stato Pontificio.


(vedi "ATTO DI ABIURA")

Sotto il pontificato di papa Urbano ebbe luogo il famoso processo che portò alla condanna definitiva di GALILEO GALILEI (1564-1642); questo processo va inquadrato nella serie degli interventi che il papa fece per ridare il giusto potere al Tribunale dell'Inquisizione che, oltre Galileo, aprì processi contro M.A. de Dominis, C. Cremonini e T. Campanella; quest'ultimo, stimato dal papa, fu però da lui personalmente liberato dalla sua prigionia in Castel S. Angelo.
Dopo lo scritto di Niccolò Copernico "De revolutionibus orbium" del 1543, che aveva formulato la teoria eliocentrica contro quella tolemaica basata sulla terra come punto centrale del sistema dell'universo, il cattolico Galileo Galilei e il protestante Giovanni Keplero fecero di quella intuizione la base delle loro ricerche scientifiche. In campo teologico nacque lo scontro con il nascente mondo scientifico moderno a motivo delle affermazioni della Bibbia circa la fissità della terra e il girarle attorno del sole. Sta infatti scritto nella Bibbia: "Giosuè disse al Signore sotto gli occhi degli israeliti: «Sole, fermati in Gàbaon e tu, luna, sulla valle di Aialon». Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici. Non è forse scritto nel libro del Giusto: «Stette fermo il sole in mezzo al cielo...»" (Libro di Giosuè 10,12-13).
Galilei stesso precisò il senso delle affermazioni bibliche riguardo al sole e alla terra: "Sebbene la Scrittura non può errare, potrebbe non di meno errare qualcuno dei suoi interpreti [...] quando volessimo fermarci sempre sul puro significato delle parole" (dalla Lettera al benedettino Castelli).

E nel Memoriale, indirizzato alla granduchessa Maria Cristina, faceva propria una sentenza del card. Federico Borromeo: "L'intenzione dello Spirito Santo è d'insegnarci come si vada in cielo e non come il cielo vada". Nonostante le più che ragionevoli spiegazioni bibliche da parte di Galilei, il domenicano Lorini del convento di san Marco in Firenze presentò nei suoi riguardi formale denuncia presso il Tribunale dell'Inquisizione. Il Santo Uffizio iniziò il processo esaminando due asserzioni di Galilei contenute nella sua opera "Sulle macchie solari": 1.'che il sole sia centro del mondo e quindi immobile di moto locale'; 2.'che la terra si muove secondo sé tutta anche di moto diurno'. La condanna non si fece attendere: nel 1616 Paolo V gli ingiunse il silenzio.

Galileo accolse con tranquillità la disposizione papale. Nel 1623, all'elezione papale di Urbano VIII, un Barberini che egli aveva già precedentemente conosciuto e che si era reso disponibile nei suoi confronti, Galileo sperò di nuovo di potere liberamente trattare questioni astronomiche. Proprio al nuovo pontefice Galileo dedicò, nel 1623, "il Saggiatore" trattato fondamentale sul metodo sperimentale. Recatosi a Roma per omaggiare l'amico papa, Galileo ne trasse solo la convinzione dell'assurdità scientifica delle tesi clericali; i commenti papali, ricevuti di persona ed amichevolmente nel corso di colloqui privati, pur con tutto il rispetto, gli sembrarono folli.
La ricostruzione del 'caso Galileo' fatta da William SHEA (cattedra galileiana di Storia della scienza all'Università di Padova) nel saggio, firmato insieme con Mariano Artigas, dal titolo "Galileo a Roma: ascesa e caduta di un genio scomodo" riporta alcuni di questi colloqui:

- Galileo: «Ho la prova fisica della fondatezza della mia tesi!».
- Urbano: «Guarda che la tua è soltanto una teoria, una speculazione matematico- astronomica. E io sono convinto di due cose: 1. Dio può fare il mondo come vuole e perciò noi non possiamo vantare certezze; 2.Voi scienziati non potete andare lassù a fare esperimenti. E poi spiegami: come fa la Terra a girare attorno al Sole senza perdersi la Luna che le gira sempre attorno?».
Galileo non trovava una risposta convincente. Ma quale era la sua prova «fisica» della rotazione della Terra? Rispose al papa:
- «Sono le maree, il flusso e il riflusso del mare, a dimostrare che la Terra gira su se stessa e attorno al Sole».

Ma noi sappiamo che le maree dipendono direttamente dall'attrazione della Luna e non (o solo in parte) dal movimento di rotazione della Terra. Keplero aveva già prospettato questa verità, ma Galileo non aveva mai voluto accettarla.

Urbano VIII, per sua buona sorte, già preso dai suoi progetti di rinnovamento architettonico trascurò temporaneamente Galileo. Dopo varie altre opere lo scienziato scrisse "Il Sistema del Mondo" nel 1630, che inviò subito a Roma per ricevere l'imprimatur papale. Si recò poi anch'egli a Roma, dove il papa lo ricevette con calore, enfatizzando però la necessità di esporre le sue opinioni in maniera ipotetica e proponendogli di intitolare il libro "Dialoghi dei due massimi sistemi". Il papa gli promise anche di scrivere un prefazio personalmente. I censori al ricevimento della copia a loro destinata, rimasero disturbati dal contenuto, ma, vista l'approvazione papale, lasciarono perdere la faccenda.

Nel 1632 Galileo provò a far stampare a Roma i "Dialoghi sopra i due massimi sistemi mondiali Tolemaico e Copernicano", un testo fondamentale per la scienza moderna in cui, sotto un'apparente neutralità, dava risalto all'astronomia copernicana a discapito di quella tolemaica. Non riuscendovi a Roma, lo fece stampare a Firenze, ma senza le autorizzazioni di rito; il libro creò sensazione. Nel testo, mettendo in scena la discussione sul sistema copernicano, Galileo presentava tre personaggi: il Salviati, portavoce dell'autore, che spiega la teoria di Copernico, il Sagredo, ex-allievo di Galileo, e un professore aristotelico, persona alquanto stupida, di nome Simplicio. E proprio a quest'ultimo Galileo affidò il compito di illustrare le argomentazioni di Urbano VIII. Come se non bastasse, nella discussione, fa dire a Sagredo, in tono di scherno, rivolto a Simplicio: "Oh che bella dottrina è la vostra! Davanti ad essa dobbiamo tacere; ma io l'ho già sentita da una somma autorità...". L'arroganza di Galileo mandò il papa su tutte le furie; inoltre, benché le autorità ecclesiastiche avessero autorizzato la pubblicazione dell'opera e, nella prefazione e nelle conclusioni, Galileo affermasse di accettare la verità religiosa secondo la Bibbia, la difesa del sistema copernicano era manifesta.

Urbano ebbe allora una involuzione verso la più intransigente difesa delle tradizioni: convocò immediatamente a Roma il vecchio e ammalato astronomo e, anche a causa dell'influenza di alcuni padri gesuiti, il 15 gennaio 1633 fece riprendere il processo. Dopo varie sedute Galileo, trovando anche un accordo in ordine ad alcune accuse e per evitare il carcere a vita, abiurò le sue teorie. Il processo si concluse il 22 giugno dello stesso anno con la sentenza: "Noi affermiamo, giudichiamo e dichiariamo che tu, Galileo [...] avendo creduto e ritenuto una dottrina falsa e contraria alle Sacre Scritture [...] ti condanniamo al carcere formale di questo Santo Ufficio da limitarsi a tempo ed arbitrio nostro; e per titolo di salutare penitenza ti comandiamo che nei tre seguenti anni reciti una volta per settimana i sette salmi penitenziali". Lo scienziato scontò il suo confino prima a Siena, nel palazzo del suo amico Arcivescovo, e poi nella sua villa di Arcetri presso Firenze. Roma rifiutò di pubblicare i documenti dell'affare Galileo. Una parte di essi sparirono quando gli Archivi Vaticani vennero trasportati a Parigi da Napoleone. All'ipotesi di qualcuno che lo scienziato fosse anche stato torturato, parte delle carte riapparirono immediatamente e furono rese pubbliche, fornendo prova che tortura fisica non vi era sicuramente stata. Galileo morì nel 1642, dopo otto anni di arresti domiciliari.

Il 31 ottobre 1992, in occasione del 350° anniversario della morte dello scienziato, Giovanni Paolo II così commentava: "Il caso Galileo era il simbolo del preteso rifiuto, da parte della Chiesa, del progresso scientifico, e dell'oscurantismo dogmatico, opposto alla libera ricerca della verità. Una tragica reciproca incomprensione è stata interpretata come il riflesso di una opposizione costitutiva tra scienza e fede. Le chiarificazioni apportate dai recenti studi storici ci permettono di affermare che tale doloroso malinteso appartiene ormai al passato".
Il caso è chiuso.

Ma torniamo ad Urbano VIII.
Il XIII Giubileo fu da lui indetto con la bolla 'Omnes Gentes plaudite manibus', datata 29 aprile 1624, ma pubblicata solo il 6 agosto (anche se Urbano aveva già indetto un Anno Santo straordinario partendo dal 23 ottobre 1623). I preparativi iniziarono fin dal settembre 1624 organizzando anche il servizio d'ordine e l'approvvigionamento dei viveri, sia nei paesi vicini che in quelli più lontani. I cardinali furono esortati a riordinare le loro chiese e a seguire la buona condotta del clero. Anche all'interno del Vaticano furono allestiti vari e lussuosi appartamenti per ospiti illustri. Solenne fu l'apertura della Porta Santa il pomeriggio della vigilia di Natale annunciata con il suono delle campane per tre volte al giorno nei tre giorni precedenti.
Durante questo Giubileo il Papa vietò ai sacerdoti di fiutare tabacco in chiesa e, il 28 gennaio 1625, con la bolla 'Pontificia sollicitudo' concesse di lucrare l'indulgenza giubilare anche a quanti erano impediti di recarsi a Roma, nonché ai carcerati e agli ammalati. Stabilì anche che i pellegrini che giungevano a Roma potevano vedere le opere di sistemazione della nuova basilica di san Pietro mentre il Bernini stava lavorando al Baldacchino sull'altare della confessione.

Il 30 gennaio con il breve 'Paterna dominici gregis cura', dato il pericolo del colera che veniva dalla Sicilia e da Napoli, sostituì la visita della basilica di San Paolo con quella di Santa Maria in Trastevere alla quale concesse l'apertura di una Porta Santa sul fianco sinistro, tuttora conservata; e concesse la visita alle chiese di santa Maria del Popolo e san Lorenzo in Lucina in sostituzione di quelle di san Sebastiano e di san Lorenzo, situate fuori le mura. Venne introdotta la novità, divenuta poi usanza comune, di lucrare l'indulgenza ogni volta che si ripetessero a Roma le opere prescritte.

Fu proprio sotto il pontificato di Urbano VIII che 85 vescovi di Francia chiesero la condanna, perché ritenute eretiche, dell'Augustinus di Giansenio; il libro fu inserito nell'Indice dei testi proibiti con un decreto del 1641. L'anno successivo lo stesso pontefice si espresse con la bolla di condanna "In eminenti"; questo fu il primo atto ufficiale contro il Giansenismo e ciò, tuttavia, non me impedì lo sviluppo.

Nel governo della Chiesa si attenne scrupolosamente al Concilio di Trento. A lui si deve la riforma del breviario e del clero romano. In proposito concesse a tutti i cardinali di fregiarsi, al posto di 'Illustrissimo', del titolo di 'Eminenza', prima riservato solo ai nobili. Obbligò i vescovi alla residenza nelle rispettive diocesi.
Favorì l'attività missionaria, specie in Asia (Persia, Birmania, Siam, Molucche, Filippine, Giappone) e in Africa (Etiopia). A tale scopo eresse, con la bolla "Immortalis Dei Filius" del 1° agosto 1627, un Collegio de Propaganda Fide, sotto la protezione dei santi Pietro e Paolo, dandogli il proprio nome 'Urbanum'. Questa istituzione doveva provvedere al "reclutamento e alla formazione di zelanti missionari per la diffusione della fede presso tutti i popoli del mondo, per la raccolta di notizie e di studi riguardanti i nuovi popoli che venivano in contatto con la fede cristiana, specialmente in Oriente, e per la riconduzione all'unità della Chiesa a tanti cristiani divisi da Essa".

Procedette alla regolamentazione del culto dei beati e dei santi determinando che solo le persone beatificate o canonizzate dalla Sede Apostolica potevano essere oggetto di venerazione: per le persone da accettare come sante prima del suo decreto del 1634 si richiedeva un culto di almeno cento anni; per quelle venute dopo il 1634 si richiedeva un duplice processo, prima locale, fatto dall'Ordinario del luogo, poi quello Apostolico. Il processo sulle virtù doveva essere corredato, inoltre, anche da due miracoli rigorosamente provati.
Beatificò e canonizzò molti santi, tra questi i più noti sono: Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Luigi Gonzaga, Filippo Neri, Andrea Avellino, Gaetano da Thiene, Felice di Cantalice, Francesco Borgia (gesuita, nipote di Alessandro VI), Giacomo della Marca (il francescano che con i Monti di Pietà aveva combattuto l'usura), Elisabetta regina di Portogallo.

Inoltre, in seguito a numerose richieste dei vescovi francesi e germanici, con la bolla "Universa per orbem" del 24 settembre 1642 provvide a regolare un nuovo calendario di giornate festive: furono fissete 31 feste di precetto; a queste 31 si aggiungevano le domeniche, le feste dei patroni, le feste delle diocesi e quelle delle varie nazioni. Ai vescovi fu vietata l'introduzione di nuove giornate festive.
Nel 1631 soppresse le Dame Inglesi, un'associazione di Gesuite fondate nel 1609 dalla nobile inglese Maria Ward, in stretta aderenza alla Compagnia di Gesù, per l'educazione della gioventù femminile, abolita in seguito a intrighi avversari e ad una sua pretesa di ribellione.
Sostenne molto la stampa, non ancora molto diffusa, ampliando la Stamperia Poliglotta Vaticana.

Ma Urbano VIII fu soprattutto, e forse per questo è oggi maggiormente ricordato e apprezzato, il massimo mecenate della squisita stagione del Barocco romano. Sotto il suo pontificato moltissime opere, che ancora oggi abbelliscono Roma, videro la luce: palazzi, mura, monumenti, statue, ma anche quadri, arazzi e mosaici. E per far fronte alla realizzazione dei tantissimi lavori commissionati, spese ingenti somme di danaro che assottigliarono non poco le casse pontificie ed impose tasse salatissime; "Urbano VIII dalla barba bella, finito il giubileo, impone la gabella", commentava Pasquino.

Fu anche egli personalmente un uomo colto nonchè un un abile scrittore di versi in latino: una sua collezione di parafrasi delle Scritture e diversi inni di sua composizione sono stati frequentemente ristampati. Per le sue doti di poeta e per le tre api che ornavano il suo stemma gentilizio, venne denominato dai contemporanei l''Ape attica'.
Nel 1625 iniziò la costruzione del Palazzo Barberini ad opera di Carlo MADERNO e Gian Lorenzo BERNINI. Al Maderno il papa affidò anche l'incarico di dirigere i lavori della ricostruzione del palazzo sforzesco delle Quattro Fontane, le cui sale vennero ornate di pregevoli pitture tra le quali quella di Pietro Berretini che rappresentò l'apoteosi di Maffeo Barberini. Al Bernini, entrato particolarmente nelle sue grazie, il papa commissionò lavori molto diversificati, tra i quali il Collegio Urbano e la Fontana del Tritone. Inoltre Urbano riuscì a patrocinare anche altri artisti come Nicolas Poussin e Claude Lorrain, pittori, e l'erudito professore gesuita Athanasius Kircher. Sotto il suo pontificato Giovanni Bollando iniziò la monumentale opera dei Bollandisti, l''Acta Sanctorum', e l'archeologo Antonio Bosio gli dedicò la sua celebre opera di 'Roma sotterranea'. Grazie al suo interessamento, nacque anche la Biblioteca Barberiniana, diretta da Luca Holste, di Amburgo; nel 1902 fu incorporata alla Biblioteca Vaticana. Intraprese opere di bonifica delle paludi pontine e di quelle romagnole; innalzò Casteldurante a città e diocesi, che ribattezzò, nel 1636, dandole il suo nome: Urbania.

Nel 1623, appena eletto papa, diede subito inizio ai lavori di trasformazione dell'antica residenza Savelli nel Palazzo Pontificio e nell'annessa villa Barberini a Castel Gandolfo, scegliendo il sito dell'antichissima acropoli di Alba Longa, su cui i Gandulphi avevano costruito la loro rocca; era una zona che conosceva bene, perchè qui aveva già trascorso le sue vacanze da cardinale. L'incarico fu affidato al Maderno, coadiuvato da Bartolomeo Breccioli e Domenico Castelli.
Nel 1626 il papa partì per la sua prima villeggiatura nel rinnovato edificio. Nel 1659 il Bernini ebbe l'incarico di sistemare la piazza con la fontana e di erigere la chiesa di S. Tommaso. Castel Gandolfo continuò ad essere meta preferita di cardinali e prelati della Curia romana e luogo di villeggiatura dei papi fino al 1870. Da quell'anno il palazzo rimase inutilizzato fino al 1929, quando ne venne riconosciuta la proprietà al Vaticano.

Durante il suo pontificato pensò che Roma dovesse aver bisogno di una nuova cinta muraria lungo il fianco del Gianicolo; già il colle di per sé agiva da roccaforte naturale, poiché da occidente sovrastava l'intera città, ma il vecchio confine edificato da Aureliano quasi quattordici secoli prima non era in buone condizioni, e non avrebbe più rappresentato una valida difesa. Il nuovo muro, terminato nel 1643, fu disegnato dall'architetto Marcantonio de Rossi lungo una linea diretta che percorreva il lato occidentale del colle e, per la sua realizzazione, furono demolite numerose abitazioni che si affacciavano sulla calata. La cinta muraria è rimasta intatta dopo quattro secoli.
Rafforzò Castel Sant'Angelo dotandolo di una batteria di cannoni in bronzo, che fu ricavato dalle massicce travi tubolari in bronzo del Pantheon, utilizzate anche per il baldacchino in san Pietro. Questa violazione di un edificio sopravvissuto fin dai tempi dell'Impero Romano, portò al celeberrimo detto: "QUOD NON FECERUNT BARBARI, FECERUNT BARBERINI" - Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini. Fortunatamente, però, durante l'anno santo, quei cannoni non spararono altro che proiettili a salve, in occasione delle cerimonie più solenni e festose. Inoltre fece erigere a Roma alcune fabbriche di armi e chiamò a lavorarvi dall'estero operai e rinomati maestri, facendo sì che in breve l'armeria pontificia poteva fornire armi per 40.000 soldati a piedi e a cavallo.


Sempre Urbano VIII fu il commissionatore dell'originale 'Barcaccia', la fontana a forma di barca in piazza di Spagna. La tradizione vuole che egli rimanesse talmente impressionato da una barca che era venuta ad arenarsi sulla piazza a seguito di una piena del Tevere, da volerne far restare perpetua memoria. Il lavoro, affidato prima al Bernini padre e poi al Bernini figlio, si presentò arduo: bisognava fare i conti con la scarsa pressione dell'acqua, non sufficiente per innalzare gli zampilli e le cascatelle. Fu grazie alla genialità di Gian Lorenzo che si trovò una soluzione: questi costruì la fontana (da notare il disegno simmetrico: la prua e la poppa sono identiche) sfruttando la raffigurazione di una barca in apparente pericolo di affondare e, quindi, leggermente sotto il livello del terreno e semisommersa dalle acque. L'opera fu inaugurata nel 1629; il committente ci lasciò il segno apponendovi i suoi simboli araldici: le api.

Ultimo capolavoro che segnaliamo, segno del mecenatismo di papa Urbano, è il maestoso e imponente Baldacchino, un colosso bronzeo di quasi trenta metri, che si innalza in mezzo alla crociera e riveste l'altare principale della basilica di san Pietro. Commissionato dal papa nel 1624 al Bernini (tanto per cambiare!!!) e portato a termine nel 1633, l'opera non doveva impedire la vista del fondo della tempio, nè sfiguare nei confronti di quel miracolo d'architettura che è la cupola michelangiolesca. Parte del bronzo fu fatta venire da Venezia, l'altra parte fu asportata dal Pantheon. Per colmare lo spazio sotto la cupola, problema di non facile soluzione, l'artista scelse le quattro altissime colonne che s'attorcigliano sul loro fusto, come giganteschi rampicanti, e che sono raccordate in alto da una incastellatura di volute a 'dorso di delfino'. Tali colonne tortili, con il peso del loro bronzo e il fulgore dell'oro, con i pilastri marmorei su cui poggiano, con il sontuoso cornicione coronato dal globo e dalla croce, ebbero il pregio di avviluppare di particolare bellezza l'altare pontificio e di rendere più suggestivo il sito della tomba dell'Apostolo, intorno alla quale, giorno e notte, ardono cento lampade. Le otto grandi fasce esterne delle basi di marmo sono stemmi papali, fregiati con il motivo araldico di casa Barberini. Ogni stemma porta alla sommità una minuscola figura delicatamente scolpita. Sette di queste propongono un viso di donna dall'intensa espressione di dolore, espressione che muta di stemma in stemma. Nonostante parecchi si siano arrovellati nel cercare una spiegazione plausibile, il marmo ha conservato il suo mistero. L'interpretazione più attendibile è quella che vede, in questi volti femminili, la donna al momento del travaglio del parto; e il fatto che l'ottavo stemma rappresenti un florido e sorridente puttino, la avvalora.

Ad Urbano toccò l'onore di inaugurare solennemente la basilica di san Pietro, finalmente completata fin dal 1612, nel 1626.

La morte, avvenuta dopo quasi ventuno anni di pontificato, colse papa Urbamo il 29 luglio 1644, accellerata, si disse, dal dispiacere per i risultati della guerra intrapresa contro il Duca di Parma. Le sue spoglie riposano in san Pietro, sotto il solenne mausoleo funebre, commissionato da lui personalmente al Bernini.


Nel monumento le due figure allegoriche (Carità e Giustizia) sono in piedi: una nell'atto di volgersi verso un bambino che piange mentre ne tiene fra le braccia uno che dorme; l'altra pensosa. Entrambe inclinate verso il centro, determinano una spinta verso l'alto, dove il moto ascensionale culmina nella maestosa figura del pontefice con il braccio benedicente, con la veste e il mantello arabescato d'oro ampiamente panneggiati. Il monumento è dinamico, grazie alla varietà cromatica dei marmi e del bronzo, in una parola: fastoso; non poteva essere altrimenti: Urbano VIII è ricordato come il simbolo del fasto barocchesco che contraddistinse la sua epoca.

 
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