SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
LEO VALIANI

.

UN 
   TESTIMONE 
       DI QUESTO SECOLO  

 

di LUCA MOLINARI

LEO WEICZEN nasce a Fiume nel 1909 quando la cittadina istriana è ancora uno dei principali porti dell’ormai morente Impero Austro-Ungarico. A soli undici anni diviene socialista (lo raccontò lui stesso) e a diciotto italianizzò il cognome da Weiczen in Valiani. In questo periodò conobbe i principali leader socialisti e maturò il suo attivismo antifascista che gli costò, nel 1928, un anno di confino a Ponza dove, entrato in contatto con gli oltre cinquecento comunisti lì rinchiusi, ne condivise le idee divenendo comunista. 

Nel 1931 viene di nuovo arrestato. Nel 1936 uscito di prigione, va in Spagna a combattere, anche se era partito come giornalista e corrispondente di guerra del foglio comunista Grido del popolo diretto da Teresa Noce, moglie di Luigi Longo.

Nel 1939, sospettato di essere comunista, viene internato nel campo francese di Vernet. Rifiutò la scarcerazione che poteva facilmente ottenere se avesse pubblicamente ammesso di non essere più comunista, ma non volendo apparire un opportunista tacque rimanendo, così, prigioniero, ma meritando il rispetto, la stima ed il saluto dei suoi ex compagni. 

A seguito del Patto Ribbentrop-Molotov con cui Stalin e Hitler si spartivano le spoglie della Polonia, rompe con il Pci e, influenzato da Altiero Spinelli e dalla lettura degli scritti dei fratelli Rosselli, aderisce al movimento liberalsocialista Giustizia e Libertà (GL) e poi al Partito d’Azione (Pd’A) di cui diventerà uno dei massimi leader, ricoprendone anche la carica di segretario per l’Italia settentrionale.

Con i comunisti italiani Leo Valiani si ritrovò fianco a fianco nella nuova avventura in cui si stava cimentando: la Resistenza di cui fu uno dei massimi dirigenti. Per conto del Partito d’Azione assunse la carica, con Emilio Sereni (sostituito poi da Luigi Longo) e Sandro Pertini (indicati rispettivamente dal Partito Comunista e dal Partito Socialista), di membro del Comitato di Liberazione Alta Italia (CNLAI). Fu in questa veste che, mentre dai microfoni di Radio Milano Liberata la voce del giornalista e socialista Umberto Calosso invitava i cittadini all’insurrezione democratica ed antinazifascista, decise, con Sereni e Pertini, la condanna a morte di Benito Mussolini. 
Poi con la stessa fermezza con cui aveva sostenuto la necessità della fucilazione del Duce condannò la vergognosa e macabra esposizione dei cadaveri del Duce e dei suoi compagni di fuga avvenuta a Piazzale Loreto che lo stesso Ferruccio Parri aveva bollato come “macelleria messicana”.

Nel 1946 è uno dei pochi (in tutto solo 7 e pensare che nella Resistenza erano stati secondi, per uomini e mezzi impiegati nella guerra di liberazione, solo ai ben organizzati comunisti!) eletti del Pd’A all’Assemblea Costituente. È in questa sede che continuerà la sua battaglia per una rivoluzione democratica all’insegna dei principi di una sinistra riformista di stampo europeo ed europeista, in Italia: sperava, come pure quell’altro grande galantuomo che fu Pietro Nenni (Psi), che su tutta l’Italia cominciasse a spirare quell’aria di innovazione progressista nota con il nome di vento del nord. 

In un paese ritenuto geneticamente e fortemente conservatore e privo di un reale senso civico pubblico, Valiani credeva che il miglior modo per la sinistra, di cui sarebbe stato sicuramente il leader naturale se si fosse andati oltre la ristrette e restrittiva formula frontista del 1948, per arrivare al governo fosse quello di agire in un quadro istituzionale di tipo presidenzialista.  Fu per questo che, insieme al giurista Piero Calamandrei, sostenne l’adozione di una forma di governo di tipo repubblicano presidenzialista che, però, non raccolse i voti sufficienti in seno alla Costituente che preferì adottare un modello di repubblica parlamentare: nonostante non ne condividesse l’aspetto puramente istituzionale Leo Valiani fu sempre un fermo e sincero difensore dei valori e dei principi della Costituzione repubblicane del 1948 che lui stesso aveva contribuito a redigere.

Al momento dello scioglimento del Partito d’Azione si ritira dalla politica attiva per dedicarsi alla sua attività di storico (ricca e di primo livello fu la sua produzione storiografica) e di giornalista (fu chiamato come editorialista al Corriere della Sera nel 1970 dal suo amico direttore Giovanni Spadolini e vi rimase fino alla morte) difendendo sempre i principi di libertà e di democrazia sociale in cui aveva creduto fin dalla tenera età di undici anni. 

Durante gli anni del terrorismo fu uno strenuo sostenitore della linea della fermezza e della difesa dello stato repubblicano (di cui non rinunciò  a criticare i limiti ed i ritardi) contro ogni tentativo lassista di compromesso con i terroristi: contrario ad ogni trattativa lo fu anche durante i giorni del sequestro dello statista democristiano Aldo Moro, facendo propria e sostenendo dalle colonne del Corriere, la linea della fermezza, nota come linea Zaccagnini-Berlinguer-La Malfa, in chiara opposizione con ogni velleità trattatista di Bettino Craxi (Psi) e del nuovo gruppo dirigente del Partito Socialista che aveva conquistato la guida del partito di via del Corso dopo il congresso del Midas nel 1976.

Valiani aderì anche per un breve periodo al Partito Radicale, prima che questo cadesse nelle mani di Marco Pannella ed egli ex goliardi. Sostenne il centro-sinistra degli anni ’60 dei Governi Fanfani e Moro, la Solidarietà nazionale negli anni ’70 dei Governi Andreotti e poi l’esperienza di centrosinistra del l’Ulivo dei Governi Prodi e D’Alema sul finire degli anni ’90.
Nel 1980 il suo vecchio amico Sandro Pertini lo nominò Senatore a vita e Leo Valiani, nell’accettare questa nomina che lo riportava in un’assemblea legislativa oltre tre decenni, aderì, nel periodo 1980-94, come indipendente al gruppo dei senatori del Partito Repubblicano Italiano per poi aderire, nel 1994-96, al gruppo della Sinistra democratica ideato e presieduto dal senatore Libero Gualtieri, suo vecchi amico e capogruppo dei tempi della comune militanza sui banchi dei senatori dell’edera.

Sabato 18 settembre 1999 Leo Valiami moriva nella sua Milano dopo aver festeggiato da soli sette mesi il suo novantesimo compleanno.
 

di LUCA MOLINARI

----------------------
L'intervento di un lettore

Quanto segue potrebbe aiurarVi nel completare l'opera.



A.P. Cifarelli IL MIO NOME E' LEGIONE
A.P. Cifarelli LO STORICO DEL MENAGRAMO
Cifarelli, Antonio Pippo
ISBD: Il mio nome e legione / Antonio Pippo Cifarelli - Milano : [s.n.], 1975 -
VII, 242 p. : ill. ; 24 cm.
Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Nomi: Cifarelli , Antonio Pippo
Soggetti: CIFARELLI, ANTONIO PIPPO
Paese di Pubblicazione: IT
Lingua di Pubblicazione: ita
Localizzazioni: BO0304 - Biblioteca comunale dell'Archiginnasio - Bologna - BO
MI0185 - Biblioteca nazionale Braidense - Milano - MI
RM0098 - Biblioteca della Fondazione Istituto Gramsci - Roma - RM
Codice identificativo: IT\ICCU\IEI\0086736.


A.P. Cifarelli, antifascista, partigiano, deportato a Mauthausen, medico, neurologo, laureato in giurisprudenza ed in altre discipline, cultura poliedrica, è uno spirito inquieto, egocentrico, impulsivo, individualista ed
irriducibilmente combattivo.

Con i suoi scritti tende alla giustizia contro ogni prevaricazione; è, con ragione, nemico acerrimo dei due santoni della resistenza Ferruccio Parri e Leo Valiani suoi denigratori, calunniatori e persecutori in una vicenda puteolente.
La storia ha inizio con l'attività partigiana del Cifarelli, paracadutato al Nord presso la Brigata Giustizia Libertà. Dalla montagna l'attività del nostro si sposta a Milano ove, carpendo la buona fede di un vecchio amico, riesce ad introdursi fra i componenti della Muti. Arrestato, in seguito ad una delazione di un partigiano, viene inviato in campo di concentramento. Rimpatriato al termine della guerra vede farsi il vuoto attorno a sé. Amici che lo evitano, lavori ed impieghi promessi che sfumano,
interventi a favore che si stemperano e si defilano.
Cifarelli, per il suo ambiente è un traditore, una spia fascista smascherata dallo storico Leo Valiani nel suo libro "Tutte le strade conducono a Roma". Naturalmente è una topica madornale (ma che storico è chi commette simili errori? figuriamoci il resto!!!). Il calunniato reagisce credendo nella magistratura, ma l'invasione dell'aula del tribunale, capeggiata da Parri ristabilisce chi è Ciccio e chi è Don Ciccio!
Solo dopo qualche anno Cifarelli ottiene che "lo storico" elimini la pagina dalle successive edizioni ed ancora attende la prevista lettera di scuse.

Cosa dire di questa vicenda?
La mafia è una organizzazione oppure è un modo di vivere del potente?
Quante mafie esistono, condizionando la vita del Paese e dei singoli?

Caro Dottore, noi abbiamo le idee chiare, siamo le vittime di quella enorme mafia politica che prospera sull'antifascismo. Lei ha rotto le uova nel paniere di questa mafia toccando, sfiorando due santoni come Ferruccio Parri e Leo Valiani. La Resistenza è solo un comune denominatore per coprire intrallazzi, carriere e prebende. Chi ricorda mai i Caduti dell'Esercito di Liberazione? Nessuno! Ricordandoli dovrebbero cedere una parte del loro ruolo di salvatori della Patria e relativi vantaggi e privilegi a vita.

Ferruccio Parri e Leo Valiani non hanno statura storica e non meritano il nostro interesse. Sono dei pigmei che si credono giganti, coinvolti in avvenimenti più grandi di loro, sono come dei piccoli travets promossi al rango di ministro. Non hanno spessore: Costoro sono stati i Suoi compagni di viaggio,
se l'è scelti Lei, proprio Lei così intelligente e perspicace.

La Sua calata al Nord Le ha dato modo di conoscere ben altri Uomini ed altri ideali lontani dal meschino interesse personale. Nel pieno rispetto delle Sue disavventure e sofferenze oso dirle che la Sua avventura al Nord si concluse bene. Decine di Ragazzi paracadutati al Sud e catturati dai "Liberatori" furono passati per le armi. Essi non piansero e non
chiesero grazia ma seppero morire gridando Viva l'Italia. Come Loro a migliaia seppero morire fronte al nemico, ad Anzio, a Roma, sugli Appennini, nella pianura Padana, nei cieli e sul mare solo per la difesa dell'Onore, non per riconoscimenti ed incarichi lucrosi.

Essi avevano appreso ad amare la Patria sui banchi di scuola e non si curavano di sapere se la guerra fosse giusta od ingiusta, sapevano di non essere amati ma davano amore agli ingrati e a chi tramava alle loro spalle. I personaggi stupidi o voltagabbana, da Lei incontrati, non fanno storia, sono cronaca miserrima.

Il Suo caso umano ci rattrista e non ci fa esultare per il coinvolgimento dei due santoni. Noi ancora attendiamo giustizia per i nostri Caduti.
Oggi i sovietici hanno chiesto scusa per l'eccidio di Katyn. Le nostre Foibe sono ancora in attesa di un fiore ed i Caduti della RSI sono ancora condannati all'oblio".

NUOVO FRONTE N. 104 (1990) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M. Bruno."


Distinti saluti

Paolo Rescalli



  ALLA PAGINA PRECEDENTE

CRONOLOGIA GENERALE  *  TAB. PERIODI STORICI E TEMATICI

 Invitiamo i lettori (STUDENTI, PROFESSORI, SCRITTORI, GIORNALISTI E APPASSIONATI DI LETTERE E ARTI)
ad arricchire questa galleria di personaggi o ampliare con altre notizie quelli che ci sono già.

Francomputer E-mail: cronologia@cronologia.it