MILANO MEDIOEVALE
(1026 - 1447)

La nascita e i primi sviluppi del Comune
di ELENA M.



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(la cartina di Milano al tempo dell'assedio del Barbarossa - anno 1158)
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qui MILANO NAPOLEONICA (cartina gigante, e 50 vedute dell'epoca)
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Le lotte tra capitanei e valvassores:
il problema feudale a Milano


ANNO 1024 - Alla morte di Enrico II, venne eletto imperatore un pronipote in linea femminile di Ottone I, Corrado II di Franconia (detto il Salico); questi, nonostante l’opposizione dei signori laici, venne riconosciuto (in Italia come in Germania) dalla feudalità ecclesiastica, tanto che, ARIBERTO D'INTIMIANO, arcivescovo di Milano, si recò in Germania a offrigli la corona d’Italia, lo incoronò nel 1026 a Milano e, nel 1027, lo accompagnò a Roma, dove il papa Giovanni XIX lo nominò imperatore.
Ariberto d'Intimiano era uno dei personaggi di primo piano dell’epoca, in quanto, essendo arcivescovo di Milano, accentrava nella sua persona il potere politico e amministrativo della città [1] pur ricoprendo formalmente la carica di vescovo-conte sottoposto all’imperatore; proprio quest’ultimo, richiamato in Germania da un’insurrezione di feudatari, lo nominò suo vicario per l’Italia.

Vinta questa ribellione, Corrado II volle dedicarsi al consolidamento del potere politico-militare-territoriale dell’Impero sulla falsariga della politica ottoniana; in effetti, dopo l’acquisizione della corona di Borgogna in aggiunta a quella di Germania, d’Italia e dell’Impero la potenza e il prestigio di Corrado II sembravano aver toccato l’apogeo come ai tempi di Ottone il Grande. In realtà, però, i tempi erano diversi: Ottone era riuscito a domare la grande feudalità con l’istituzione dei vescovi-conti; ora a Corrado non bastava più l’appoggio della feudalità ecclesiastica.
Il problema feudale si presentava a Corrado II in termini profondamente diversi rispetto ai tempi di Ottone: tanto la feudalità laica tanto quella ecclesiastica avevano accresciuto in Italia il loro potere, e non erano più un docile strumento nelle mani dell’imperatore.
D’altra parte, contro le due feudalità maggiori agivano i vassalli minori, provenienti dalla campagna, che, desiderosi di svincolarsi dall’autorità dei grandi feudatari e di uscire dalla condizione di inferiorità giuridica, rivendicavano per i propri feudi il diritto di ereditarietà.

L’episodio che convinse l’imperatore ad affrontare il problema feudale si svolse in Italia ed ebbe per protagonisti proprio Ariberto d'Intimiano e i valvassori milanesi.
Questi ultimi, in seguito alla rinascita della città che aveva cominciato a padroneggiare su tutta la Lombardia e sulla stessa Pavia, antica capitale del regno italico,si erano trasferiti a Milano dove ora ricoprivano cariche pubbliche.
Essi mal sopportavano i soprusi della grande feudalità, che imponeva loro oneri fiscali insostenibili.
Nella lotta tra feudalità laica e feudalità ecclesiastica, tra feudalità laica ed imperatore, essi avevano maturato sempre di più la coscienza dei propri diritti tanto da unirsi in una lega, la Motta, contro Ariberto d'Intimiano che, con i grandi feudatari laici (capitanei) strettisi intorno a lui, rappresentava gli interessi della grande feudalità coalizzata contro i valvassori.
Sconfitto Ariberto a Campomalo, nel 1036, le parti in lotta chiesero l’intervento dell’imperatore; Ariberto, però, all’invito dell’imperatore di restituire le terre usurpate ai valvassori, non solo respinse l’ordine, ma assunse un atteggiamento di rifiuto nei confronti dell’autorità imperiale, che portò al suo arresto.
Riuscì però a fuggire e a rifugiarsi a Milano, dove sollevò il popolo contro Corrado II; qualcosa di nuovo si presentava all’imperatore: la resistenza appassionata di una città consapevole della sua forza,costruita sugli interessi economici e politici delle nuove classi artigianali e mercantili, diffidenti contro gli interventi imperiali.
Corrado, allora, con l’aiuto dei feudatari minori, cinse d’assedio Milano; tuttavia, mancandogli forze sufficienti, fu costretto a ritirarsi in Germania.

Scontri tra nobiltà e popolo, le figure di Lanzone e Erlembaldo

Prima di rientrare in Germania, però, Corrado II convocò a Piacenza una dieta ed emanò l’editto De beneficiis regni italici, meglio noto come Constitutio de feudis (1037), col quale concesse l’ereditarietà dei feudi, anche quelli minori, e il ricorso a un giudizio paritario anche per i valvassori, nonché, in ultima istanza, all’imperatore stesso.
Con questo editto, egli pensava di dividere il fronte della nobiltà milanese, attirando a sé la feudalità minore e mettendola contro l’alta nobiltà.
In realtà la Constitutio de feudis, pur segnando il riconoscimento esplicito della decadenza della grande feudalità, contribuì essenzialmente all’affermazione di una nuova forza, quella del popolo, che aveva giocato, per la prima volta, un ruolo di particolare importanza.
Le conseguenze di questo editto si videro ben presto nella stessa Milano, dove, alla morte di Corrado II (1039), i valvassori, ottenuta la parità dei diritti coi grandi feudatari, non avevano più ragione di combatterli e poterono dunque riappacificarsi con Ariberto d'Intimiano.
Successivamente, valvassori e feudatari maggiori non tardarono a fare un fronte unico quando lo stesso popolo [2] che nella lotta all’imperatore aveva sperimentato la propria forza, si ribellò al successore di Ariberto d'Intimiano, Guido da Velate, cacciandolo dalla città nel 1041 insieme a tutti i feudatari [3].
Si poteva ora meglio vedere che la vittoria riportata da Ariberto d'Intimiano contro Corrado II, non era stata la vittoria della grande feudalità, ma quella della città risorta a nuova vita dopo i bui secoli dell’alto medioevo, la vittoria del popolo; gli avvenimenti degli anni 1036-1039, la difesa della città, la partecipazione al combattimento, avevano, infatti, risvegliato le nuove forze che mal sopportavano lo stesso governo vescovile-feudale.
Si ha così un rovesciamento di alleanze: da una parte la nobiltà feudale, grande e piccola, che si strinse intorno al vescovo-conte che rappresentava ora gli interessi di tutta la feudalità minacciata nei suoi privilegi; dall’altra parte il popolo che, guidato da un nobile scissionista, Lanzone da Corte [4], e da uno dei capi della pataria, Erlembaldo (poi santificato), si oppose al ricostituito fronte delle classi sociali.
Le parti ricorsero così ancora una volta all’imperatore, in questo caso il neoeletto Enrico III, ma quando videro profilarsi la minaccia dell’insediamento in città di un presidio tedesco per mantenere l’ordine, giunsero a un compromesso: nobili e vescovo potevano rientrare in città, ma negli affari cittadini non sarebbe più prevalsa unicamente la parte nobiliare, ma anche la parte popolare (borghesia) sarebbe stata interpellata.
La conciliazione fra i contendenti sulla base di un governo misto di nobili e popolani, costituì un fatto di fondamentale importanza che, se da un lato indicava il tramonto del sistema feudale, dall’altro preannunciava nuove forme di vita cittadina che avrebbero dato vita al Comune e, con esso, a una nuova epoca storica.

L’arcivescovo “signore” di Milano

Così, anche se dal 1075 al 1117 si assistette rinnovata a una legittimazione del governo arcivescovile, questa avvenne in termini differenti rispetto ai tempi di Ariberto d'Intimiano, tanto che, pur essendo l’arcivescovo il capo indiscusso della città [5], non si registrò alcun malcontento presso la popolazione.
Il clima storico era cambiato, non c’era più spazio per gli esperimenti di Lanzone e di Erlembaldo; l’arcivescovo, senza contrasti, governava col pieno appoggio delle tre classi dei cittadini, i primi consoli, infatti, altro non furono che i suoi consiglieri.
In base ai documenti a nostra disposizione è possibile far risalire l’istituzione consolare al 1085, anno in cui il Giulini si riferisce al governo di Milano con l’espressione “il vescovo coi consoli a capo della repubblica” [6].
In questi anni in cui si afferma il consolato, Milano si volse alla parte imperiale (1081) probabilmente per ottenere dall’imperatore il riconoscimento giuridico della libertà di fatto conquistata nell’XI sec (riconoscimento, però, mai pienamente concesso).
Così, gli arcivescovi di questo periodo, Tealdo e Anselmo da Bovisio [7], furono nominati col favore dell’imperatore. Nel frattempo, la costituzione comunale si era ormai affermata e la figura dell’arcivescovo appariva come quella di un capo stabile e sicuro della città, in quanto tutte le tre classi dei cittadini lo riconoscevano e lo appoggiavano [8] e il diritto autonomo della città lo legittimava.
Tuttavia, nonostante l’atteggiamento filoimperiale, l’arcivescovado di Milano non fu mai totalmente riconosciuto dal punto di vista della legislazione regia [9], e, fu proprio questa condizione di formale subordinazione all’imperatore che, successivamente, avrebbe segnato l’inizio del declino del governo arcivescovile milanese.

Le strutture dell’amministrazione comunale

In questi anni la magistratura consolare costituì l’organo principale del comune, raccogliendo in sé le funzioni giudiziarie, amministrative e politiche [10]e indisse le prime elezioni “democratiche”.
Queste avvenivano per ceti e ogni ceto eleggeva tra i propri membri un dato numero di consoli (numero precedentemente stabilito negli accordi fra le diverse parti sociali [11] a noi però sconosciuto) che rimanevano in carica presumibilmente un anno.
Altro elemento costituito fondamentale del governo milanese era rappresentato dal consiglio popolare, organismo derivato dall’antica consuetudine delle adunanze popolari già documentata a partire dall’879 [12].
Nel XII secolo le adunanze, indette per comunicare al popolo gli atti principali della politica interna ed estera di Milano, furono dette conciones e diminuirono sensibilmente mana mano che il governo consolare si rafforzava.
Intanto anche l’assemblea tumultuaria (costituita dai borghesi) si organizzava in forma giuridica costituendo cioè la credentia o consiglio generale di 800 membri eletti direttamente dalla cittadinanza.

Gli anni che trascorsero dalla formazione storica e giuridica della città di Milano fino alla lotta con Federico Barbarossa, attestano il rafforzarsi di una forma di governo molto particolare: una sorta di repubblica sotto l’alta signoria dell’arcivescovo.
Negli anni immediatamente precedenti l’avvento di Federico I Barbarossa, dunque, questa figura mantenne intatto il suo grande prestigio e accrebbe anche quello della città, ormai la più potente della Lombardia [13].
Del resto, alla dieta di Ronacaglia (1158) i milanesi andarono non solo con i consoli ma anche con l’arcivescovo; il perno delle controversie con l’Impero era, infatti, oltre alla formale questione delle regalie, il tentativo di scindere il governo consolare dall’influenza dell’arcivescovo e riportarlo sotto il diretto controllo imperiale.

Milano e gli imperatori svevi

La politica del nuovo imperatore e le discese in Italia

Dopo la crisi dinastica seguita alla morte di Enrico V e i brevi e precari interregni di Lotario II e Corrado III segnati dalle lotte intestine gra guelfi e ghibellini, nel 1152, fu eletto imperatore Federico I (detto il Barbarossa), figlio di fadre ghibellino e madre guelfa.
Questi, posta a termine la guerra civile e dilaniava la Germania, si volse all’Italia con l’intento di ricondurre in suo potere l’antico Regnum Italiae sottomettendo i comuni che in quel periodo si erano di fatto svincolati dal controllo imperiale.
La prima discesa (1154) in Italia ebbe piuttosto un carattere dimostrativo e lo scopo fondamentale di cingere la corona imperiale (ottenuta a Pavia).
Così, nella prima dieta generale di Ronacaglia ,presso Piacenza, si limitò a confermare il divieto di alienazione dei feudi senza il consenso del signore feudale, dichiarando nulle tutte le precedenti deliberazioni, e ad ascoltare le lamentele dei comuni lombardi (principalmente di Lodi) contro Milano, divenuta troppo potente nella sua espansione politica e commerciale.
Successivamente, una rivolta antitedesca a Roma lo costrinse a ritirarsi in Germania.
Più decisa ed energica fu invece la seconda discesa (1158-62) durante la quale si trovò ad affrontare proprio il Comune di Milano.
Nella seconda dieta di Roncaglia, Federico I Barbarossa, alla presenza di giuristi bolognesi, dei rappresentanti dei comuni e dei grandi signori feudali, fece sancire, da una commissione di 28 membri scelti fra i rappresentanti dei comuni, la Constitutio de Regalibus (1158); un lungo elenco di regalie, cioè dei diritti sovrani a lui solo spettanti (usurpati dai comuni), che andavano da una lunga serie di diritti fiscali (pedaggi, dazi, proventi di pesca e di saline…) alla potestà di nominare magistrati.
Semprea Roncaglia fu emanata la Constitutio pacis che proibiva le leghe intercomunali, imponeva un giuramento quinquennale di fedeltà all’imperatore e sanciva l’invio in ogni comune di missi o potestates imperiali.
Alcune città, però, non vollero riconoscerli e li scacciarono, una di queste fu proprio Milano.

Distruzione e rinascita: la Lega Lombarda e la pace di Costanza

La città, dunque, fu cinta d’assedio da Federico che, aiutato dalle milizie lombarde ostili a Milano, la costrinse alla resa nel 1162.
Le conseguenze della resa, per Milano, furono pesantissime : vennero abbattute tutte le fortificazioni e anche qualche palazzo pubblico, i cittadini furono costretti ad accamparsi in quattro piccoli borghi all’esterno dell’ex-cinta muraria.
Là vissero per quattro anni in condizioni spaventose che funsero da monito per tutti gli altri comuni lombardi, anche ostili a Milano, i quali si accorsero di quanto fosse dura l’oppressione germanica (anche perché anch’essi gravati dai missi imperiali di stanza nei comuni) e trovarono la forza di coalizzarsi.
Così, violando la Constituzio pacis, si riunirono nel 1167 (col giuramento di Pontida) nella Lega Lombarda., la quale, nel 1176, pur contando sulla semplice fanteria stretta intorno al Carroccio, inflisse una pesante sconfitta alla cavalleria tedesca nei pressi di Legnano.
Lo stesso imperatore fuggi per miracolo e riuscì a riparare, con i pochi superstiti, nelle mura di Pavia.
Dopo Legnano iniziarono le trattative che si conclusero nel 1183 con la pace di Costanza: Federico I Barbarossa riconosceva ai comuni il godimento delle regalie e la libera elezione dei consoli, in cambio pretese il fodrum (ossia le spese di alloggio) ogni qual volta fosse sceso in Italia e il privilegio nell’investitura ufficiale dei consoli qualora il signore della città non godesse del comitatus [14].
“Si apriva una nuova storia per i Comuni: il 1183 era l’anno primo” [15].

Conseguenze della pace di Costanza a Milano

La pace del 1183, che avrebbe dovuto aprire alla vita comunale una vita tranquilla, preparò invece una serie di gravi problemi.
In un continuo sovrapporsi di avvenimenti politici diventa molto difficile seguire le linee del diritto pubblico.
La costituzione del primo comune non reggeva più, una volta che i patti di Costanza, avevano escluso di fatto l’arcivescovo dalla politica comunale.
Svanita ogni sua ingerenza nell’elezione dei consoli [16], però, anche l’aristocrazia feudale, avvezza a disporre largamente delle istituzioni comunali, si vedeva messa da parte.
Dunque tutta la città acquistò pienamente il diritto di eleggere i consoli (salvo un formale riconoscimento dell’imperatore) e le classi popolari si fecero avanti: incominciò così un periodo di instabilità e transizione che portò il governo di Milano da una magistratura plurima consolare a quella unica del podestà.
Dal comune aristocratico si passò a quello podestarile.

Il regime podestarile


Il passaggio al regime podestarile fu segnato da contrasti sempre più evidenti fra l’aristocrazia e il popolo: i nobili si strinsero sempre più intorno all’arcivescovo formando così un’efficace opposizione alla parte popolare.
Alle parti in lotta si aggiunse la motta, l’associazione composta da negozianti ed ex-feudatari, che, inizialmente s’inserì fra le due contrapposte fazioni, poi, col tempo, si tese ad avvicinarsi maggiormente alla classe popolare ormai ufficialmente inquadrata nella Credenza di S. Ambrogio (1198) che partecipava alla vita politica tramite le corporazioni.
Nonostante la mediazione della motta, lo scontro non si placò, anzi, degenerò passando, dal piano puramente politico, agli scontri aperti fra le milizie popolari e le squadre dette dei gagliardi promosse dall’aristocrazia.
La classe popolare era in continuo aumento [17] e, al contrario di quella aristocratica era estremamente unita; quest’ultima, infatti, già a partire dal 1204 fu vittima di svariate tensioni interne [18] che, nel tempo, finirono per penalizzarla.
Questo momentaneo indebolimento favorì l’opera del podestà Aveno da Mantova che riuscì ad accordare temporaneamente le parti garantendo a Milano una breve parentesi pacifica e democratica (1225).
I principali obbiettivi di questo governo furono tre: ripartire equamente gli oneri fiscali mediante il catasto (nonostante la strenua opposizione dei nobili e del clero), distribuire molte delle regalie che erano ancora esclusivo appannaggio della classe dominante e garantire un’equa amministrazione della giustizia tramite l’applicazione delle Consuetudini di Milano, raccolte da vari giureconsulti negli anni precedenti [19].
Alla morte del potestà ripresero gli scontri.
In mezzo a queste lotte intestine, inoltre, s’inserì una nuova crisi con l’Impero: la guerra della seconda Lega Lombarda contro Federico II di Svevia.
L’imperatore, infatti, volendo ristabilire il controllo imperiale sull’Italia settentrionale si trovò in aperto contrasto con i comuni Lombardi.
Il conflitto, però, ebbe esiti ben differenti dal primo contrasto fra Impero e comuni avvenuto all’epoca di Federico I Barbarossa; e per Milano significò essenzialmente il disastro di Cortenuova sull’Oglio.
Quasi non bastassero i tumulti politico-sociali e le guerra esterna, si aggiunsero anche violente controversie legate all’intolleranza religiosa.
Così si chiuse il periodo comunale.

La signoria dei Torriani e la battaglia di Desio
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Nascita e apogeo della signoria

Nel caos che fece seguito alla battaglia di Cortenuova, emerse la figura dell’arcivescovo Leone da Perego che, nel 1256, tentò invano di imporre un governo aristocratico alla città, mettendo in allarme la parte popolare che si appoggiò a una potente famiglia guelfa di origine valtellinese, la famiglia dei Torriani o Della Torre.
L’ascesa politica di quest’ultimi coincise con la battaglia di Cortenuova; essi, infatti, accolsero i reduci nella Valsassina di cui erano signori ottenendo il plauso dei milanesi, i quali, memori dei supporti ricevuti in un momento così difficile, elessero nel 1240 a Capitano del Popolo, Pagano della Torre.
Sette anni più tardi (1247), il nipote di quest’ultimo, Martino della Torre, divenne anziano della Credenza di S. Ambrogio, cioè capo del popolo, carica che celava una signoria di fatto.
Alla morte dell’arcivescovo, avvenuta il 14 ottobre 1257 (a Legnano), iniziò un periodo di sede vacante, durato quattro anni, durante il quale si affrontarono le diverse fazioni per la lotta alla successione della cattedra di sant'Ambrogio.
Nel 1259 il principale sostenitore della fazione aristocratica, Ezzellino da Romano, venne sconfitto a Cassano d'Adda e Martino, trovandosi in tal modo padrone quasi incontrastato della città, per consolidare il suo potere, nominò capitano generale il feroce Uberto Pelavicino (Pallavicini)e aspirò a creare arcivescovo un proprio parente.
Tuttavia, la scelta di Uberto, noto esponente ghibellino e sospetto di eresia, non piacque al Pontefice, tanto che nel 1262 papa Urbano IV destinò alla sede arcivescovile milanese Ottone Visconti, esponente dell’aristocrazia milanese [20].
Per compensare parzialmente la mancata nomina, il candidato torriano, Raimondo, venne insediato a Como ed un suo congiunto, Manfredo, divenne arciprete di Monza.
Alla notizia dell'elezione di Ottone, Martino ed Oberto Pelavicino sequestrarono tutti i beni arcivescovili, probabilmente con l’intento di indurre il papa a trasferire altrove Ottone; tuttavia il pontefice non modificò le sue precedenti decisioni e si limitò a lanciare l'interdetto, una sorta di scomunica collettiva sulla città di Milano.
Il nuovo podestà (1263) e continuatore della signoria torriana, Filippo (fratello di Martino), nell'intento di far recedere papa Clemente IV dal provvedimento preso dal suo predecessore, iniziò una politica distensiva licenziando il Pelavicino.
I contrasti con l’aristocrazia, però, non si attenuarono, anzi, crebbero continuamente, fino a culminare con la nomina di Napo o Napoleone Della Torre a Vicario Imperiale (da parte di Rodolfo d’Asburgo) e la conseguente legittimazione di un potere che si era venuto lentamente consolidando nelle mani della potente famiglia torriana a da sempre avversa alla fazione nobiliare.
Così Napo Torriani, eletto Console Il 24 dicembre 1265, come primo problema, dovette affrontare le continue aggressioni dei nobili che ore avevano trovato un capo in Ottone Visconti.

Politica interna

I Torriani, per molti versi, possono essere considerati come uno dei primi esempi di signoria regionale. Il ventennale processo della loro ascesa politica si delineò lungo due direttrici convergenti: da un lato l'occupazione dei centri di potere senza intaccare le antiche magistrature comunali (consolato, capitanato, Credenza di sant'Ambrogio), dall'altro la cura nel collocare in posizioni di prestigio membri della stessa famiglia.
La politica torriana, pur con tutte le ambiguità di un termine moderno applicato ad un'epoca così lontana, può certamente dirsi democratica; prova ne è la realizzazione di opere di pubblica utilità che coincise con una forte compressione dei poteri aristocratici.
Per tanto, durante tutto il trentennio di indiscusso predominio che Martino ed i suoi successori ebbero su Milano, i Torriani godettero di un forte consenso popolare che solo in seguito andò scemando, fino alla loro definitiva disfatta, sia a causa di violenze e prevaricazioni compiute su numerosi avversari, sia soprattutto per il pesante carico fiscale a cui i cittadini, ed in particolar modo gli abitanti del contado, furono sottoposti.
Le ragioni ultime del loro fallimento politico vanno però ricercate nell'atteggiamento eccessivamente intransigente nei confronti della nobiltà e nel non essere stati in grado di contemperare le esigenze dei diversi ceti.
Per tanto, i movimenti politici milanesi dell’ultimo trentennio del XIII secolo, possono essere sintetizzati nella contrapposizione fra la fazione popolare e quella aristocratica e si raccolgono essenzialmente nell’antagonismo di due grandi famiglie: i Torriani e i Visconti (in primis l’arcivescovo Ottone); capi del popolo e guelfi i primi, capi dell’aristocrazia e ghibellini i secondi.

I prodromi dello scontro

I nobili milanesi che erano stati costretti ad abbandonare la città nel frattempo riuscirono ad organizzare militarmente le loro forze, anche grazie agli appoggi offerti dalla popolazione rurale oppressa dalle forti tassazioni imposte dai Torriani.
Ottone, raccolte le truppe degli esuli, il primo aprile 1263 occupò Arona, ma fu costretto ad una rapida fuga nel Novarese in seguito all'intervento delle milizie comunali del Pelavicino.
La fine degli anni Sessanta vide una continua serie di sanguinosi scontri tra le opposte fazioni, senza giungere, però, a risultati decisivi.

L’ingerenza pontificia

Complessivamente la situazione apparve maggiormente favorevole per i Torriani; bloccate la azioni di Ottone, nel 1266 Napo riuscì, infatti, a far revocare l'interdetto papale mediante un giuramento collettivo di fedeltà del popolo milanese alla Sede Apostolica (27 gennaio 1267).
Nella sua politica di conciliazione verso il Papato, accettò inoltre la presenza in città di un vicario generale che amministrasse i beni della mensa arcivescovile, ma fu irremovibile nell'opporsi all'ingresso in città di Ottone; evidentemente il suo scopo era quello di prendere tempo, avvicinandosi al Papato nella speranza che il Pontefice provvedesse ad una nuova nomina più gradita ai signori di Milano.
Nel 1268 Ottone, politicamente sconfitto, si ritirò a Viterbo presso la curia papale, nel frattempo i Torriani, divenuti i capifila della lega guelfa nel Nord Italia, godevano di un benefico non-intervento papale nella questione.
Punto cruciale per lo sviluppo della storia milanese fu segnato dal conclave che, nel 1271 elesse papa, col nome di Gregorio X, il piacentino Tebaldo Visconti [21].
Napo per avvicinarsi il pontefice compì un’abile manovra diplomatica, facendo eleggere podestà di Milano il fratello del medesimo, Visconte De Visconti.
Nel 1274, durante il viaggio per recarsi al concilio di Lione, Gregorio X entrò trionfalmente in Milano ma senza Ottone che venne lasciato per precauzione a Piacenza; favorevolmente impressionato dall'accoglienza ricevuta e conscio di avere nei Torriani degli alleati fedeli, Gregorio al ritorno da Lione si fermò nuovamente a Milano ed impose d'autorità ad Ottone (che era stato privato dell’appoggio dell’arcivescovo Ottaviano degli Ubaldini, deceduto poco prima) di rimanere "confinato" a Biella.

La ripresa delle ostilità

Alla morte di Gregorio X (1274), Ottone uscì dal suo isolamento e, recatosi a Vercelli, radunò forze locali e valligiani novaresi, uomini tradizionalmente soggetti alla sua famiglia. L'Arcivescovo, però, venne nuovamente sconfitto ad Aicurzio e Tabiago, perciò, consapevole della necessità di nuovi appoggi, si alleò con Alfonso re di Castiglia, il quale, seppur con notevole ritardo, gli inviò alcuni contingenti guidati da Guglielmo, marchese del Monferrato.
Seguendo la ricostruzione del Corio [22], successivamente ripresa ed ampliata dal Giulini [23], sappiamo che Ottone, soccorso dai ghibellini pavesi, scatenò, nel 1276 un'ampia offensiva nei territori del Seprio e della Martesana [24], riuscendo ad occupare senza eccessive difficoltà Cantù, Mariano, Seregno Meda, Vimercate ed il borgo di Carate, la cui custodia era stata affidata a milizie milanesi e provenzali.
Dal racconto del Corio emerge chiaramente che Desio, borgo prossimo a Milano nel quale si svolgerà la decisiva battaglia tra i Della Torre e Visconti, era nelle mani dei Torriani; infatti proprio da questa base prese il via la successiva spedizione torriana guidata da Napo e Francesco, che riuscì in breve tempo a riportare all'obbedienza tutta la Martesana.
In seguito a tali avvenimenti, Napo ordinò la distruzione di torri e sistemi di difesa posti a più di dieci miglia da Milano, per evitare che potessero fungere da base d'appoggio ai Viscontei [25].
Nel 1276 Arona ed Angera caddero sotto il controllo dell'Arcivescovo, ma il sopraggiungere delle milizie comunali sfociò in un cruento scontro a Guassa che si concluse con la sconfitta di Ottone che vide cadere sul campo una trentina dei suoi congiunti.
Subita questa nuova sconfitta, Ottone si rifugiò nel Canton Ticino, a Zornico.
Raccolte nuove forze, organizzò sul Lago Maggiore una flotta di battelli che attaccò e sconfisse quella nemica nei pressi di Germignaga.
La "flotta" viscontea guidata da Simone da Locarno puntò allora su Arona dal lago, mentre Riccardo di Langosco assediava il centro novarese da terra.
Un tempestivo intervento di Napo costrinse nuovamente Ottone alla fuga verso Como, dove il presule godeva dell'appoggio del vescovo locale, Giovanni degli Avogadri.
Forte di nuovi appoggi raccolti nella città lariana, il comandante delle truppe, Simone da Locarno, riuscì a prendere possesso di Lecco, Civate e dintorni; Ottone mosse così alla volta di Milano attestandosi nel castrum di Mariano.
Frattanto Napo della Torre, uscito da Milano con gran parte della cavalleria, si rinchiuse con le sue soldatesche entro le difese del borgo di Desio, era il 20 gennaio 1277.

La battaglia di Desio

Le fonti

La battaglia di Desio costituisce l’elemento più importante nello scontro tra Torriani e Visconti. Occorre però a questo punto analizzare quantità e qualità delle fonti a nostra disposizione per ricostruire le fasi della battaglia.
La maggior parte delle ricostruzioni è assai posteriore e risale all'epoca moderna (Corio [26], Calco [27], Giovio [28]); le informazioni offerte sono spesso generiche e presentano sempre una versione dei fatti “ufficiale”, tesa a sottolineare le glorie viscontee.
L'unica fonte coeva ampiamente analizzata e ricca di dettagli è il Liber de gestis in civitate Mediolani [29], opera di Stafanardo da Vimercate.
L'Autore, un frate domenicano del convento di sant'Eustorgio vissuto nel XIII secolo, scrive quest'opera con un tono decisamente celebrativo, esaltando in modo scopertamente elogiativo le imprese del Visconti; l'opera, un ampio testo in poesia, presenta lo scontro in toni epici, deformando, ma non più di quanto si possa credere, la dinamica dei fatti. Osservazioni simili devono essere fatte per il tardivo e non sempre attendibile Manipulus Florum [30] di Galvano Fiamma che, essendo come l'autore precedente frate domenicano a sant'Eustorgio, è ampiamente debitore dell'opera di Stefanardo, tanto da giungere talvolta a citarne per esteso interi brani.
Si può dunque capire che non abbiamo a disposizione fonti qualitativamente e quantitativamente adatte per una ricostruzione organica degli avvenimenti.
Ad arricchire il quadro della situazione contribuisce però una fonte che non è mai stata adeguatamente considerata dalla storiografia locale; nel Duecento il podestà di Piacenza, Muzio [31] da Modoetia (Monza), redasse gli Annales Placentini Gibellini [32], ossia la cronaca della città emiliana, facendo ampi riferimenti a fatti generali che interessano l'area centro-settentrionale della Penisola.
Le notizie che Muzio ci offre sono davvero interessanti ed uniche perché inizialmente egli narra gli avvenimenti desumendoli da propri informatori, poi riporta la comunicazione ufficiale della vittoria, il cui testo dovrebbe risalire verosimilmente alla cancelleria viscontea.
Ci troviamo dunque di fronte ad una testo che presenta due chiavi di lettura del medesimo avvenimento: uno informale, l'altro ufficiale.
Per un’analisi più possibilmente aderente alla realtà è necessario procedere alla ricostruzione delle fasi della battaglia tenendo a confronto i vari testi, integrandoli reciprocamente ed evidenziando eventuali divergenze.

Le forze in campo

Occorre precisare che i Torriani chiusi in Desio erano solo una parte delle forze cittadine. Erano stati predisposti, infatti, due contingenti di cavalleria composti, a quanto pare, da cinquecento uomini ciascuno (il beneficio d'inventario per tutte le cifre è obbligatorio).
Un primo gruppo formato da cavalieri tedeschi era guidato da Cassone e Godofredo della Torre e si portò a Cantù. Il secondo gruppo, quello che si stanziò a Desio, era condotto da Napo in persona e comprendeva tutta l’élite torriana.
Secondo i progetti, il giorno seguente le truppe di stanza a Desio sarebbero state raggiunte dal console Oldeprandino Tangentino che comandava la fanteria accompagnata dal Carroccio.
Secondo alcune fonti le truppe di Ottone mossero da Mariano, secondo altre da Carate; le due informazioni sembrano peraltro conciliabili tra loro considerando il fatto che il sopraggiungere della colonna di Cassone a Cantù potrebbe aver costretto l'Arcivescovo ad abbandonare Mariano per portarsi in posizione più sicura a Carate.
Come per tutte le fonti antiche, risulta difficile calcolare con esattezza l'entità numerica delle forze in campo; solo Muzio riporta alcune cifre indicative: l'armata torriana doveva essere composta da circa 1.400 uomini, ma quelli presenti a Desio dovettero essere solo cinquecento, quasi tutti cavalieri armati pesantemente; le forze viscontee, al contrario, erano molto eterogenee: 400 arcieri, 150 fanti comaschi, 300 mercenari stipendiati dall'Arcivescovo, 200 fanti pavesi, per un totale di circa 1.200 uomini.
A partire dal Corio tutta la storiografia locale è concorde nel sostenere che un chierico desiano, generalmente indicato nel prevosto Leonardo, si recò nottetempo da Ottone, informandolo che le milizie torriane erano numericamente ridotte e che era necessario attaccare prima del sopraggiungere della colonna canturina o del grosso della fanteria [33].
Gli Annales Placentini di Muzio forniscono invece un'altra versione dei fatti.
Secondo questo testo gli abitanti del borgo di Seregno, volendo consegnarsi ai Viscontei, presero contatti con un tale Malexartis; quindi, raggiunti da un nipote del vescovo di Como, avrebbero riferito la scarsa consistenza numerica del nemico.
È sicuramente possibile che Ottone abbia goduto dell'appoggio di un cittadino di Desio, chierico o laico che fosse, ma la versione offertaci dagli Annales Placentini Gibellini non può essere messa in secondo piano. La presenza di più informatori testimonia soprattutto l'insofferenza del contado verso la signoria torriana ed i suoi gravami fiscali.
Chiusa tra le mura, la popolazione maschile di Desio (forse cinquecento uomini) che possiamo immaginare male armata e irreggimentata all'ultimo momento, attendeva lo scontro insieme ad un cospicuo numero di cavalieri (500 ci dicono le fonti) ristretti in poco spazio ed impossibilitati alla manovra.
Certamente Ottone fu molto favorito dall'attacco a sorpresa che colse impreparati i Torriani, ma l'obiettivo di Napo fu certamente quello di resistere in attesa della colonna di Cassone e della fanteria cittadina; apparirebbe altrimenti illogica la scelta di tenere chiuse in uno spazio angusto truppe a cavallo che avrebbero potuto volgere in ben altro senso gli esiti dello scontro se avessero avuto a disposizione un adeguato spazio di manovra.
Dalla parte dell'Arcivescovo militavano invece numerosi nobili comaschi e pavesi con i loro seguiti, anche se il grosso era costituito da valligiani e contadini raccolti durante la marcia da Como a Milano.
Come riferisce Muzio, i cavalieri viscontei, vedendo che il nemico non intendeva affrontarli in campo aperto, decisero di attaccare direttamente il borgo; cioè mandare allo sbaraglio le esigue forze di fanteria che avevano a disposizione.
La descrizione dello scontro che ritroviamo in Stefanardo rende benissimo la situazione venutasi a creare: sotto un fitto tiro di frecce e proiettili da entrambe le parti, i Viscontei dovettero risalire il vallo che cingeva il borgo e superare il terrapieno seguente dove i Torriani organizzarono la difesa per non far avvicinare il nemico alle mura.
Si noti che anche il frate domenicano, pur filo-visconteo, non accenna una sola volta all'intervento armato dei cavalieri aristocratici al seguito di Ottone; furono, infatti, montanari e contadini armati di frecce e scuri a dover sfondare le linee nemiche.
Dopo un iniziale assalto vittorioso che li aveva portati fin sotto le mura, i Viscontei furono costretti a retrocedere abbandonando le posizioni faticosamente conquistate; spinti dalle lance torriane, si ritirarono rovinando nel vallo difensivo.
A questo punto emerge nel racconto di Stefanardo un dettaglio che, per quanto secondario, mostra chiaramente come lo scontro dovette essere sostenuto da popolani per risparmiare le vite dell'aristocrazia viscontea: la massa degli assalitori batté in ritirata, ma si trovò puntate contro le lame delle spade dei nobili che li costrinsero a ricomporre i ranghi ed a ritentare l'assalto [34].
Analizzando il testo di Stefanardo si avverte il desiderio dei nobili di salvare le proprie persone, ma anche un disprezzo aristocratico per un tipo di combattimento ritenuto indegno.
Sotto una pioggia di proiettili "a guisa di grandine" [35], i Comaschi riuscirono a raggiungere una porta del borgo (probabilmente la Damasca di Sopra) che venne abbattuta a colpi di scure. Solo a questo punto le forze viscontee ebbero la meglio e riuscirono a dilagare per le vie del borgo bloccando qualsiasi tipo di resistenza.
A questo punto la cronaca piacentina offre un'informazione che ribalta la versione generalmente diffusa circa gli sviluppi dello scontro; secondo lui i Desiani, probabilmente per evitare ulteriori danni alle loro case ed in risposta ad un potere mal tollerato:

"si riunirono ed aggredirono i Torriani; dapprima uccisero Francesco della Torre e successivamente catturarono ed eliminarono tutti gli altri" [36]

Un particolare secondario suffraga questa versione e nel contempo rivela la disperazione di quei momenti.
Secondo Muzio, Francesco della Torre cadde sotto i colpi dei Desiani; fonti secondarie ricordano che Francesco, prima di essere disarcionato ed ucciso, con un colpo di spada staccò le mani ad un uomo disarmato che gli aveva afferrato il cavallo per le briglie.
Ovviamente la notizia di questo intervento dei Desiani non è riportata da alcuna fonte ufficiale; meriti e glorie sono naturalmente attribuite ad Ottone ed ai suoi uomini, tacendo i sacrifici di tanti anonimi, Desiani e non, che contribuirono alla loro vittoria.

Gli esiti della battaglia

Quante furono le perdite su entrambi i fronti non ci è dato sapere con esattezza. Non è ricordata la morte di nessun nobile visconteo (vista la dinamica dei fatti la cosa non risulta così assurda).
Sul fronte nemico Muzio ricorda che furono catturati seicento cavalli; la fonte piacentina informa inoltre che nello scontro caddero una ventina di maggiorenti torriani tra cui: il podestà Ponzio degli Amati, Napoleone da Crema, Manfredo da Tabiago, Guglielmo Lamberti, Francesco ed Andreotto della Torre le cui teste mozzate [37] vennero presentate al capitano visconteo Riccardo di Langosco.
Napo, dopo un duello con il podestà di Como, venne catturato.
Secondo Stefanardo, Ottone, con un gesto di clemenza lo salvò dall'ira del conte Riccardo intenzionato a vendicare la morte del fratello; molto più probabilmente, invece, Napo fu salvato da morte certa solo per essere sottoposto ad una fine più tormentosa e disonorante. Consegnato ai Comaschi, fu infatti chiuso con cinque congiunti in una gabbia di ferro che venne appesa sulla parete esterna della torre del Baradello della città lariana.
Napo morì il 16 agosto dell'anno seguente e, come ricordano alcune fonti, fu sepolto sotto un albero di fico ai piedi della torre.
Altri esponenti della famiglia furono catturati e tradotti in carcere, ma non abbiamo informazioni sulla loro sorte.
La notizia dell'improvvisa disfatta dovette giungere velocemente a Milano.
Il podestà Oldeprandino Tangentino ed i mercenari parmensi e cremonesi fuggirono scompigliando le fila del contingente di fanteria; Cassone e Godofredo con un nutrito stuolo di cavalieri la sera del ventuno puntarono su Milano, ma furono cacciati dalla popolazione che li assalì e li costrinse alla fuga; solo dopo una lunga peregrinazione trovarono rifugio a Parma che offrì loro accoglienza e protezione.
Nel frattempo, senza alcun ordine del Comune, la cittadinanza milanese assalì e distrusse le abitazioni dei Torriani; a ricordo, il luogo è ancora oggi denominato via Case Rotte.
Una delegazione di maggiorenti cittadini raggiunse Ottone e gli offrì le chiavi della città, cosicché il giorno seguente l'Arcivescovo poté entrare trionfalmente in città e prendere possesso del potere religioso e civile.
La battaglia di Desio segnò dunque la decadenza della famiglia Torriani e, nella memoria collettiva della dinastia visconteo-sforzesca, assunse la fisionomia di una data capitale, coincidente con l'affermazione della famiglia sull'area lombarda.
Non a caso l'opera di Stefanardo si conclude con l'ingresso di Ottone in città [38], ponendo quindi il 21 gennaio 1277 come la data conclusiva di una lotta pluridecennale per il ristabilimento della giustizia.
Agnese, la santa ricordata il 21 gennaio ebbe sempre particolari onori da parte dei Visconti: Ottone nel suo testamento legò una forte somma per l'erezione di una cappella in suo onore nella chiesa di Sana Maria Maggiore (l'antico duomo di Milano) e ancora a secoli di distanza l'ufficio della Santa veniva celebrato al suono delle chiarine d'argento del Comune.
Forse questa particolare devozione di Ottone per sant'Agnese andava ben oltre la semplice ricorrenza di una data fortunata. L'Arcivescovo poté ravvisare un parallelismo tra la sua vicenda e quella di papa Liberio che nel 358 si rifugiò proprio nella basilica di sant'Agnese prima di prendere possesso della sua sede occupata dall'antipapa Felice.
A Desio, oltre all'annuale ufficio funebre, non rimase alcun ricordo dello scontro. Il canonico Curione, autore di un interessante volume manoscritto di memorie parrocchiali, ricorda che quando fu abbattuto l'oratorio di sant'Agata (1745) "si rinvenne una grande quantità di tibie e di crani spezzati". Ovviamente l'area circostante il piccolo edificio di culto accolse i resti dei caduti della battaglia che vennero trasportati successivamente all'ossario comune detto "foppone" [39].

Il ciclo pittorico commemorativo

Unica immagine dellla battaglia resta il ciclo di affreschi che adorna la sala maggiore, detta dello Zodiaco, nella Rocca di Angera.
Tali dipinti furono fatti eseguire tra il 1342 ed il 1346 dall'arcivescovo Giovanni Visconti per commemorare le glorie del suo predecessore Ottone.
Secondo la critica, l'esecuzione degli affreschi dovrebbe risalire all'opera di alcuni maestri d'Oltralpe, specializzati nella miniatura e venuti a Milano per decorare i numerosi volumi della biblioteca viscontea dedicati ai cicli cavallereschi.
Purtroppo gran parte della decorazione della parete su cui era raffigurata la Battaglia di Desio è andata persa; sono unicamente visibili nella parte superiore le punte delle lance e degli stendardi. Rimane sopra l'ingresso l'affresco raffigurante la scena dell'incontro tra Ottone e Napo. L'Arcivescovo a cavallo, avvolto in una cappa scura, interviene con un gesto assolutorio per salvare il nemico in ginocchio che sta per cadere sotto i colpi di numerosi avversari inferociti.
La narrazione prosegue con il corteo dell'Arcivescovo che fa ingresso in Milano, scortato dalle sue truppe ed accolto da clero, magistrati e popolo festanti.
Il ciclo di Angera è uno dei primi esempi di pittura ad affresco a soggetto profano; non a caso stupisce la laicità della narrazione.
Non una volta emerge il senso di una giustizia superiore che regoli gli avvenimenti; sul fondo della parete campeggia la grande raffigurazione simbolica della ruota della fortuna che innalza o fa decadere i potenti senza distinzioni.
Il ciclo in questione sembra parafrasare le parole di Ottone di fronte a Napo immaginate da Stefanardo:

“O fortuna ingannevole,
Quante volte volgi in basso chi sta in alto!
Ecco, si ravvoltola nel fango
Colui che toccava le stelle splendenti.
La tua gloria è un fiore vano” [40]

Tutti gli eventi narrati lungo le pareti sono dominati dall'alto della volta dai simboli zodiacali, unici arbitri delle azioni umane e dell'alterna fortuna.

I Visconti
La famiglia

Le origini tra storia e leggenda

La fortuna raggiunta dalla famiglia nel corso del XIII secolo fece sorgere svariate leggende sulla sua origine, leggende create dai cortigiani e promosse dai signori stessi.
Questo castello di favole prese maggior consistenza per la vanità dei rami collaterali milanesi della famiglia, in quel terreno fertile di genealogie fantastiche che fu l’età spagnola.
La leggenda cominciò attorno all’insegna viscontea della vipera che ingoia un saraceno che veniva fatta derivare dalle gesta eroiche di un Ottone Visconti [41]; ebbe poi largo sviluppo nelle cronache di Galvano Flamma [42]: la vipera, in questo caso, sarebbe il cimiero di un re saraceno ucciso davanti alla porta di Gerusalemme da Eriprando Visconti.
La leggenda trecentesca risalì, però, a tempi ancora più lontani giungendo a far discendere i Visconti da una fantastica famiglia di conti di Angera cui il papa Gregorio Magno avrebbe concesso, nel 606 , le corti regie di Monza, Treviglio e Angera [43].
Questa fantasia (che fu ancora sviluppata col far fondare Angleria da Anglo, nipote di Enea) non meriterebbe cenno se Gian Galeazzo Visconti non avesse ottenuto dall’imperatore Venceslao (1397) il riconoscimento di questa discendenza insieme col titolo di Conte di Angera e non avesse perciò dato al figlio Filippo il nome di Anglo.
A prescindere da queste inattendibili genealogie, l’origine storica della famiglia si può far verosimilmente risalire alla fine del X secolo, quando l’arcivescovo Landolfo, costretto dall’avidità dei vassalli, concesse alle famiglie più in vista i feudi detti “caput plebis”, ossia quella parte della decima delle varie pievi riservata all’arcivescovado, dando vita al gruppo dei capitanei.
Da una sentenza del 1157, risulta che la famiglia Visconti possedeva la caput plebis di Mariano [44] e, dunque,faceva parte della militia sancti Ambrosii (feudatari dell’arcivescovo).
Successivamente, ma le fonti non ci permettono una datazione precisa, la famiglia ottenne l’ufficio di vicecomes, lo rese ereditario e ne derivò anche il cognome.
Al rango di vicecomes corrispondeva l’insegna della biscia, che sostituì quella più antica della famiglia, formata, secondo la tradizione, da sette corone d’oro in un campo d’argento [45].

I più antichi esponenti

Primo esponente certo del ramo che poi acquistò la signoria di Milano fu Uberto (m. 1248) di cui sono noti i figli: Obizzo, console di giustizia nel 1236, Azione, canonico di Milano poi vescovo di Ventimiglia e Andreotto; ed il nipote Tebaldo (1255).
Queste sono le poche notizie sicure sugli ascendenti dei signori di Milano le quali ci mostrano un’antica famiglia di capitanei ridotta ad un grado secondario per la dispersione in rami numerosi e lontani.
L’ascesa viscontea fu dunque esclusivamente dovuta alla fortuna di uno dei suoi membri: Ottone Visconti.

I Visconti nel XIV secolo

La figura dell’arcivescovo Ottone

A Milano, fin dal X secolo, pur senza precise concessioni imperiali, l’arcivescovo esercitava il massimo potere, perché disponeva con le grandi famiglie dei capitanei e dei _ valvassores di una forza effettiva e per mezzo dell’autorità metropolitana assicurava alla città un predominio su tutta la regione.
Ora, la famiglia Visconti arrivò alla signoria proprio attraverso la dignità arcivescovile assegnata a Ottone Visconti da papa Urbano IV nel 1262.
Ottone nacque nel 1207 da Uberto Visconti ; la sua prima dignità ecclesiastica fu di canonico a Desio.
Successivamente nel 1252 fu inviato dall’arcivescovo Leone da Perego in Francia da Innocenzo IV di cui divenne cappellano; fu poi camerlengo del cardinale Ottaviano degli Ubaldini assicurandosene il prezioso favore.
Egli era arcidiacono della chiesa milanese quando la sede arcivescovile rimase vacante dopo la morte di Leone da Perego nel 1257.
Essendovi discordia tra i canonici che sostenevano, gli uni Raimondo della torre, gli altri un candidato del partito nobiliare, la scelta passò a papa Urbano IV, che, il 22 luglio 1262 nominò Ottone arcivescovo di Milano.
La sua nomina provocò, come prevedibile, l’ira dei Torriani che saccheggiarono i beni arcivescovili attirando l’odio del pontefice che colpì Milano con l’interdetto.
A causa delle tensioni cittadine Ottone dovette aspettare, esule per parecchi anni, prima di occupare la propria sede; infatti papa Clemente IV, nonostante le insistenti richieste di Ottone non acconsentì al suo rientro in Milano: in quei mesi in cui si attendeva la venuta di Corradino in Italia, il pontefice non poteva permettere che una famiglia ghibellina controllasse tutto il nord Italia.
La condizione dell’arcivescovo peggiorò ulteriormente alla morte del cardinale Ubaldini e all’elezione al soglio pontificio di Gregorio X (1272) che si dimostrò amico dei Torriani.
Nel 1276, i nobili milanesi crearono Ottone loro capo e tentarono di imporre con la forza il suo ingresso in città; dopo svariati vani tentativi riuscirono nella notte del 20-21 gennaio 1277, a sorprendere a >Desio (dove Ottone aveva relazioni) parte dell’esercito torriano e a catturarne i capi tra cui lo stesso Napo della Torre.
Il 22 gennaio, Ottone entrò trionfalmente in Milano dove fu riconosciuto signore: iniziava così la signoria dei Visconti:
Durante la sua signoria riformò gli statuti a favore della aristocrazia nobiliare e cancellò le vecchie istituzioni comunali.
Ottone Visconti morì l’8 agosto 1295 nell’abbazia di Chiaravalle dopo aver eletto signore di Milano il pronipote Matteo.

Matteo Visconti

Figlio di Tebaldo (nipote di Ottone), nacque a Invorio il 15 agosto 1250; nel dicembre 1287 entra nella scena politica milanese quando il prozio Ottone lo fa eleggere capitano del popolo.
Inizialmente la nomina ebbe durata semestrale, successivamente fu riconfermata di cinque in cinque anni nel 1289, 1294, 1299.
Alla morte dell’arcivescovo fu costretto all’esilio dalla fazione popolare e riuscì a riprendere il controllo di Milano solo nel 1302 grazie all’imperatore Enrico VII che nel 1311 lo nominerà vicario imperiale.
In questo periodo appare chiaramente che la situazione interna di Milano era ancora condizionata dalla guerriglia interna fra la fazione popolare, animata dai superstiti Torriani, e quella nobiliare.
Sotto Matteo, la signoria milanese si estese su diverse città, oltre che della Lombardia, anche del Piemonte e dell’Emilia, e giunse a minacciare Genova.
L’espansione viscontea incontrò, però, l’opposizione dello schieramento guelfo, guidato dal cardinale Bertrando del Poggetto, e le numerose leghe antimilanesi sorte in quegli anni.
Matteo per contrastare queste ultime adottò un’estesa politica matrimoniale con gli scaligeri e con gli Estensi, che gli permise, nel 1315, un dominio (diretto e indiretto) su Milano, Piacenza, Bergamo, Lodi, Como, Cremona, Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli e Novara.
La lotta dinastica risorta in Germania alla morte di Enrico VII, e la violenza con cui papa Giovanni XXII tentò di ottenere il dominio sull’Italia settentrionale avvolsero Matteo Visconti in una lotta su più fronti con le leghe guelfe.
Egli allora, il 23 marzo 1322, rinunciò al governo in favore del figlio Galeazzo; lo stesso Matteo poi morirà , a Crescenzago, il 24 giugno successivo.
Lasciava cinque figli maschi (Galeazzo, Marco, Giovanni, Luchino e Stefano) e numerose femmine [46].

Galeazzo I

Figlio primogenito di Matteo Visconti e Bonacossa Borri, nacque a Milano verso il 1277.
Nel 1298 è eletto capitano del popolo accanto al padre che era vicario imperiale; e, due anni più tardi, sposò Beatrice d’Este, garantendo a Milano l’appoggio di Ferrara.
Nel 1302 seguì il padre in esilio rifugiandosi, prima nella città estense dove nacque il figlio Azzone (1303), poi a Treviso dove fu podestà per alcuni anni.
Rientrò a Milano nel 1311 insieme al padre che, ricevuto il mandato imperiale, lo delegò al figlio per la città di Piacenza; da lì Galeazzo partecipò attivamente alla lotta contro i Guelfi.
Alla morte del padre (1322), respinto l’esercito papale che si dirigeva verso Milano, si rifugiò, in novembre, a Lodi e fece rientro a Milano solo due mesi più tardi dopo che la milizia comunale aveva soppresso le rivolte interne.
Una crisi improvvisa fu segnata dalla discesa di Ludovico il Bavaro nel 1327; l’imperatore infatti si urtò con Galeazzo I e lo rinchiuse nel castello di Monza mentre creava a Milano un governo a lui sottoposto.
Galeazzo dovette seguire Ludovico a Roma dove fu finalmente liberato il giorno della sua incoronazione.
Morì sulla via del ritorno il 6 agosto 1328 lasciando a Milano il figlio Azione che tenne la signoria per i dieci anni successivi.

Il ritorno in Germania di Ludovico il Bavaro (1324), il fallimento dell’avventura italiana di Giovanni di Boemia (1331-33), l’esaurirsi dei tentativi pontifici, con la cacciata de l legato Bertrando dall’Italia e la morte di Giovanni XXII (1344) segnarono il tramonto dei disegni universalistici del papato e dell’Impero sull’Italia, e dei diretti tentativi di intervento straniero. La signoria viscontea si propose di nuovo e naturalmente alle città lombarde come la struttura politica più sicura, l’unica capace di assicurare uno stabile assetto all’Italia centrosettentrionale.
In pochi anni, dal 1332 al 1337,, varie città, anche se precedentemente se ne erano distaccate, tornarono sotto il dominio di Milano, altre nuove si sottomisero; e l’azione di governo di Azzone Visconti (ispirata alla pacificazione della fazioni, al riordinamento legislativo, all’impianto di una rudimentale amministrazione unitaria) potè esercitarsi, nelle nuove condizioni di relativa pace e stabilità, con maggiore efficacia.
Il nuovo prestigio raggiunto dalla casata milanese è dato anche dalla fioritura dei racconti leggendari circa le sue origini sopra riportati.
Alla morte di Azzone gli succedettero gli zii Luchino e Giovanni.

Giovanni Visconti

Fratello di Galeazzo I, nato nel 1290, fu nominato dal padre Matteo prima canonico di Monza e poi arciprete di Milano.
Alla venuta dell’imperatore Ludovico IV (1327) Giovanni era giudice del clero milanese, ma fu privato della carica quando venne arrestato dall’imperatore stesso insieme ai fratelli.
Liberato l’anno successivo, fu creato cardinale dall’antipapa Niccolò V; poco dopo, per ottenere l’assoluzione del legittimo papa, Benedetto XII, reinsediatosi in Roma, rinunciò a tali cariche in favore di una nomina a vescovo di Novara.
Nella città piemontese divenne anche signore soppiantando la locale famiglia dei Tornelli nel 1332.
Nell’agosto 1339, alla morte dell’arcivescovo di Milano Aicardo, Giovanni fu acclamato suo successore dal clero milanese, ma il pontefice tenne in sospeso l’approvazione che giungerà solo con Clemente VI il 17 luglio 1342.
Nello stesso anno in cui veniva eletto arcivescovo, divenne, insieme al fratello Luchino [47], signore di Milano, ma parve non interessarsi alla politica fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1349.
La sua principale opera di governo fu, nel 1351, l’emanazione degli statuti milanesi, in cui si contemperavano abilmente le esigenze accentratrici del dominio signorile e la necessità di conservare le tradizionali libertà comunali, anche se di fatto erano le prime a prevalere.
Dal punto di vista della politica estera, Giovanni riuscì ad impadronirsi di Bologna e della Romagna, vendutegli dai Pepoli, e arrivò a minacciare Firenze la quale, però, gli resistette molto energicamente anche con l’aiuto dei signori ghibellini del contado.
Nel 1353, inoltre, Giovanni Visconti ottenne la signoria di Genova, peraltro miseramente ridotta dopo la sconfitta che la sua flotta aveva subito ad Alghero ad opera di quella veneto-aragonese, e si accinse a riprendere la lotta contro la lega delle città venete capitanata da Venezia.
La morte, però, lo colse improvvisamente il 5 ottobre 1354, fermando il suo ambizioso progetto politico.
Nel corso del suo dominio Giovanni promosse anche manifestazioni culturali ed artistiche attirando a Milano anche il tetrarca; la sua morte segnò la momentanea crisi del dominio visconteo che venne ripartito fra i suoi nipoti, figli di suo fratello Stefano: Bernabò, che rimase a Milano ed ebbe i domini orientali; Galeazzo II che si stabilì a Pavia controllando l’area occidentale e Matteo II i cui domini vennero spartiti tra i fratelli dopo la sua precoce scomparsa.

La divisione determinò l’indebolimento dell’azione viscontea.
Per circa un trentennio le iniziative di espansione furono più rare e sporadiche, si rafforzarono i movimenti di opposizione e le leghe antiviscontee, che raccolsero Estensi, Gonzaga, Carraresi, Scaligeri, Caminesi, e si giovarono dell’energica iniziativa del cardinale E. Albornoz.
Alcune città (come Genova e Bologna) andarono perdute.
Ma il blocco visconteo rimase la più potente forza politica dell’Italia settentrionale, e cominciò a stringere legami di parentela con famiglie principesche di tutta Europa (Valois, Asburgo, Baviera, Württemberg).
Una ripresa della politica di espansione che era già stata di Azzone e di Giovanni si rese evidente nel 1385 quando il figlio ed erede di Galeazzo II, Gian Galeazzo, signore di Pavia nel 1378, si sbarazzò spregiudicatamente dello zio Barnabò, ne disperse i figli, e concentrò nelle sue mani tutti i domini viscontei.

Gian Galeazzo Visconti


Con Gian Galeazzo si ebbe il più coerente e vigoroso sforzo di costituire un vasto stato visconteo abbracciante tutta l’Italia centrosettentrionale e mirante ad assumere un ruolo di guida nella penisola: in questo sforzo, il signore di Milano manifestò doti finissime di politico e diplomatico.
Nel 1387 eliminò, alleandosi con i Carraresi di Padova, la signoria scaligera di Verona e impossessandosi di questa città, per poi subito rivolgersi, alleandosi questa volta con Venezia, contro i Carraresi, cui strappò Padova e Vicenza (1388).
A questo punto Gian Galeazzo, approfittando anche delle crisi interne che indebolivano lo stato della chiesa (per i contraccolpi dello scisma d’occidente) ed il regno di Napoli (lacerato dalle lotte tra Angioini e Durazzeschi) puntò direttamente sull’Emilia e la toscana.
Firenze si preparò alla guerra; e la sua lotta, oltre che a difesa della propria indipendenza fu, in una certa misura, una strenua resistenza dei principi repubblicani contro quello principesco dei Visconti, del principio di un sistema di stati contro quello di un sistema unitario, della politica dell’equilibrio, contro quella dell’egemonia, del mondo comunale contro quello signorile.
Il 3 maggio 1390, i fiorentini lanciarono una specie di appello agli italiani perché difendessero la loro libertà contro la biscia viscontea.
Firenze resistette a Gian Galeazzo e nel 1392 si giunse ad una pace di compromesso.
Sul fronte occidentale, Gian Galeazzo dovette cedere la signoria di Genova, conquistata fatica, al re di Francia Carlo VI.
Pochi anni più tardi, però, i Visconti ottennero una sorta di rivincita sconfiggendo nel 1396 una lega franco fiorentina grazie ai condottieri Jacopo dal Verme e Alberico da Barbiano.
Allora Gian Galeazzo potè dilagare nell’Italia centrale impadronendosi in pochissimi anni di Pisa, Siena, Perugia, Assisi e Spoleto; sconfiggendo, a Casalecchio, nel 1401 l’imperatore Roberto del Palatinato accorso agli appelli di Firenze e conquistando Bologna nel giugno 1402.
“Gian Galeazzo poteva ormai stringere Firenze in un cerchio di ferro; ma la morte lo colse improvvisamente il 3 settembre 1402, e con lui tramontava definitivamente il tentativo egemonico dei Visconti “ [48]
Nel 1395 Gian Galeazzo aveva ricevuto dall’imperatore Venceslao il titolo di duca di Milano, che sanciva ufficialmente la trasformazione della signoria dei Visconti in principato.
Il duca di Milano organizzò in modo saldamente accentrato l’amministrazione del suo stato, mantenendo tuttavia,come avevano fatto i suoi immediati predecessori, statuti, consuetudini locali, peraltro sottoposti al potere centrale.
Affermò anche il suo diritto di controllo sul clero, riservandosi la nomina degli ecclesiastici e proibendo loro di ricevere benefici senza la sua autorizzazione.
La posizione anche internazionale raggiunta dal duca di Milano fu sancita dal matrimonio della figlia Valentina con Luigi d’Orleans, fratello di Carlo VI re di Francia , cui Valentina portò in dote la contea di Asti.
Con questo acquisto la Francia rimetteva piede in Italia.

I Visconti nel ‘400: la decadenza


La morte di Gian Galeazzo provocò una grave crisi nello stato milanese che fu nuovamente spartito fra i vari figli, tutti in giovanissima età, sotto la reggenza della madre Caterina: Giovanni Maria ebbe il titolo ducale e il controllo di Milano; Filippo Maria fu conte di Pavia e Gabriele Maria ebbe i domini toscani.
I territori periferici andarono subito perduti e anche in Lombardia, con le lotte dei capitani di ventura e lo scatenarsi delle fazioni, il dominio si disgregò.

L’instabilità politica di Milano favorì la città di Firenze che, allontanatasi la minaccia viscontea, potè riprendere il pieno controllo sulla toscana riuscendo anche a conquistare la città di Pisa (1406); anche Venezia approfittò della crisi per ampliare i suoi possedimenti; essa, infatti, nel 1405, abbattè la signoria di Francesco Novello da Carrara annettendo a sé Padova e Verona e, negli anni successivi, occupò il Friuli, l’Istria e parte della Dalmazia.
La lunga fase di anarchia si concluse solo dopo l’uccisione, nel 1412, di Giovanni Maria e del potentissimo governatore Facino Cane, cui seguì l’assunzione del titolo ducale da parte di Filippo Maria che ricostituì il ducato nelle sue dimensioni regionali in meno di un decennio e tentò anche una ripresa della politica espansionistica.
I tempi, però, erano cambiati e le ambizioni viscontee si scontravano ora con un assetto politico nazionale assai più robusto.

Filippo Maria Visconti

Filippo Maria, sposata la vedova di Facino Cane, riuscì a riaffermare la sua autorità sui territori del defunto condottiero servendosi si un altro capitano di ventura: Francesco Bussone detto il Carmagnola.
Ristabilita l’unità territoriale il duca si rivolse agli stati confinanti riconquistando rapidamente alcune città del Piemonte, Parma, Piacenza e Genova (1421), riuscendo a strappare agli svizzeri, nel 1422, il controllo dei varchi alpini e ad avvicinarsi a Firenze combattendo per Luigi III d’Angiò contro gli Aragonesi (1423-24).
A questo punto il ducato di Milano sembrava aver riacquistato la potenza politica perduta, ma si trattava di un’illusione; Firenze, infatti, non dimentica del pericolo corso ai tempi di Gian Galeazzo, si alleò con Venezia, le cui mira espansionistiche animate dal doge Francesco Foscari (1423) si scontavano inesorabilmente con gli interessi milanesi: la guerra era ormai imminente.

Il conflitto e la morte di Filippo Maria Visconti

L’alleanza fra Firenze e Venezia, stipulata nel dicembre 1425 e poi allargata agli Estensi, ai Gonzaga, al marchese del Monferrato e ai Savoia, affidò il proprio esercito al Carmagnola che si era urtato con Filippo Maria Visconti ed era passato al loro servizio; i milanesi, invece, erano capitanati da Francesco Sforza e Niccolò Piccinino.
Inizialmente la guerra volse al peggio per Milano che fu sconfitta nel 1427 a Maclodio nel bresciano e invocò una tregua durata fino al 1431, quando Venezia riprese le ostilità.
Il Carmagnola, però, non seppe approfittare della debolezza dei Visconti e per questo suscitò i sospetti dei veneziani che dopo averlo arrestato e fatto decapitare (1432), stipularono la pace di Ferrara con la quale si garantirono il controllo di Bergamo e Brescia.
Furono i Visconti a riprendere la guerra nel 1434 assalendo lo stato pontificio e allargando il conflitto a Renato D’Angiò e Alfonso d’Aragona (prima sostennero gli angioini sconfiggendo Alfonso a Ponza nel 1435, poi si schierarono con quest’ultimo).
Si ripresentarono, però, gravi tensioni interne che costrinsero Filippo Maria, per avvicinarsi lo Sforza, a concedergli in sposa la figlia Bianca Maria e a donargli la città di Cremona.
Si giunse così alla pace di Cremona (1441) con cui si sancì la vittoria di Venezia, che ottenne Ravenna; Filippo Maria, però, non si arrese e tentò di reagire, ma morì improvvisamente nel 1447; alla sua morte Milano, in mancanza di eredi, passò al genero: cominciava così (dopo il fallimentare esperimento della repubblica ambrosiana) la signoria sforzesca.



Albero genealogico della famiglia Della Torre [49]



Albero genealogico della famiglia Visconti


Impianto viario del borgo di Desio all’epoca della battaglia [50]


Legenda: = porta

La nomenclatura delle strade e delle piazze è quella attuale.
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ELENA. M.


Bibliografia:

Le fonti

I. Liber de Gestis in Civitate Mediolani – Fratris Stephanardi de Vicomercato (ed. G.CALLIGARIS, in RISS, n.e., IX, 1, Città di Castello 1912).
II. Manipulus Florum – Galvanus Flammae (ed. L.MURATORI, in RISS, XI, Milano 1727, coll.703).
III. Annales Placentini Gibellini (ed. P.JAFFÈ, in MGH, SS, Hannoverae 1863, pp.564s).

Studi antichi e moderni
I. Le vite de i dodici Visconti e di Sforza prencipi di Milano,- P. Giovio (Vinegia 1558).
II. Mediolanensis historiae patriae libri vigenti - T. Calchus (Mediolani 1627).
III. Historia di Milano - B. Corio (Padova 1646).
IV. Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della Città e della campagna di Milano nè secoli bassi, VIII – G. Giulini (Milano).

Ambito locale
I. Storia di Desio, I – P. Malberti e A. Barzaghi (Desio 1963).
II. Desio e la sua pieve – A. Cappellini (Desio 1972).
III. In burgo de Dexio, in 3° Palio degli Zoccoli – E. Brioschi (Desio 1991).
IV. Note storiche sulla battaglia di Desio, in 1° Palio degli Zoccoli – E. Brioschi (Desio 1989)

NOTE.
[1] Nel medioevo, infatti, furono i vescovi a salvare la città dal decadimento totale e gettare le basi per la successiva nascita del comune.
[2] Il popolo era composto dai commercianti, dai giudici, dai notai e dal clero (senza terra), ossia dalla borghesia.
[3] In questo caso si trattava anche di una lotta religiosa, in quanto, la neonata Pataria milanese, guidata da Anselmo da Baggio (il futuro Alessandro II), insorse per invocare la riforma religiosa e non per ottenere il potere politico. Questo, però, solo ufficialmente.
[4] Quando nel 1041 i cibes milanesi insorsero contro il loro arcivescovo, egli abbraccio la loro causa e difese la città dagli asselti ei nobili. Ridotto allo stremo, come del resto tutta la popolazione, si recò dall’imperatore Enrico III che decise l’invio di 4000 cavalieri tedeschi; rientrato in città prospettò la situazione agli assediati e agli assedianri convincendoli alla pace (1044). Per la sua opera di mediazione ottenne il titolo di messo imperiale.
[5] Dominus in tempore lebus, dicono i cronisti.
[6] “Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della Città e della campagna di Milano nè secoli bassi” (vol. VIII) - G. Giulini (Milano).
[7] Anselmo da Bovisio, più tardi, cercherà, senza successo di volgersi alla parte guelfa, ma questo fallito esperimento non avrà conseguenze sul futuro sviluppo della citta.
[8] La definizione della sua autorità era dunque più netta e precisa che non ai tempi di Ariberto d'Intimiano e Guido da Velate, quando il predominio dell’arcivescovo era incerto e soggetto a crisi e dittature.
[9] Di ciò abbiamo prova nel testo del trattato di pace di Costanza; infatti, nel capitolo VIII del suddetto documento, si fa una netta distinzione fra le città in cui il vescovo “per privilegium imperatoris vel regis comitatum habet” e quelle che tare privilegio non hanno. Dunque, si ammette come base della distinzione dei comuni l’origine del governo arcivescovile, ossia per privilegio imperiale. Proseguendo nello stesso capitolo, si legge che, qualora l’arcivescovo abbia il comitato per delegazione regia i consoli devono ricevere “consulatum per ipsum episcopum, ab ipso recipiant sicut recidere consueverunt”, cioè, il consolato è legittimo, ma deve ricevere una conferma imperiale, e, se il vescovo non ne è in possesso, come a Milano, la sua autorità deve essere scavalcata.
[10] Più tardi l’amministrazione della giustizia verrà affidata a due consoli di giustizia.
[11] Con molta probabilità le elezioni avvenivano per porta,dato la costante presenza del numero sei negli elenchi consolari (sei erano le porte delle città).
[12] Nel testamento dell’arcivescovo Ansperto si trovano infatti queste parole: “in foro publico quodo vocatur Asamblatorio”.
[13] Probabilmente, considerata la sua influenza sul territorio, Milano avrebbe potuto aspirare all’accrescimento di un potere effettivo sulla regione, tuttavia, quando tentò, a suo profitto, di ricreare l’unità che la distruzione del Palatium pavese aveva frantumato, vide coalizzarsi contro di lei tutte le altre città lombarde (in quel periodo, la gelosa autonomia dei comuni fu la causa della loro debolezza).
[14] Cfr. 9
15] “Storia medioevale” – G. De Rosa (Roma, 1971).
[16] Nei primi anni del comune di Milano, infatti, i consoli furono in realtà i consiglieri dell’arcivescovo.
[17] Almeno fino alla pace di Umberto di Vidalta nel 1214.
[18] Nel 1212 si separarono gli ordinari della chiesa milanese e nel 1221 l’arcivescovo esulò con gran parte della nobiltà. Questo dimostra come il rapporto che legava gli ex-capitanei e gli ex-valvassores all’arcivescovo, era ancora di natura feudale e, per tanto, l’arcivescovo, per aumentare la forza del suo partito era costretto a fare enormi concessioni ai laici perdendo, però, numerose rendite.
[19] Si trattava di leggi e normative stese ufficialmente nel 1216 sotto le podesterie di Brunasio Porca e Iacopo Malacorigia.
[20] Le notizie su Ottone sono piuttosto confuse ed approssimative; nato nel 1207 ad Invorio da Uberto Visconti. Nel 1246 egli è a Lione quale Procuratore dell’arcivescovo Leone da Perego (cfr. 6) dove difende davanti al papa Inoocenzo IV gli antichi diritti della chiesa milanese su Varese e Castellana (diritti minacciati dai podestà di quei paesi elettisi senza nomina arcivescovile); la sua abilità impressiono il pontefice cui presto Ottone divenne molto vicino.
Nel 1247 divenne podestà a Bologna e da quel momento ha inizio la sua folgorante carriera ecclesiastica dovuta in gran parte all’arcivescovo Ottaviano degli Ubaldini, del quale fu per lungo tempo collaboratore. Questi, divenuto legato pontificio in Lombardia, si stanziò a Milano, portando con sé il suo protetto. Nel 1257, Ottone diviene canonico di Desio e, nel 1262, arcivescovo di Milano.
[21] Il neo Pontefice, sensibilissimo ai problemi della Terrasanta, meditava una nuova crociata e perciò varò una vasta politica di pacificazione nella cristianità.
[22] Historia di Milano, Padova 1646.
[23] Cfr. 6
[24] Il territorio milanese era all’epoca diviso in quattro contadi:
* I. Contado della Martesana (12 Pievi: Desio, Alzate, Seveso, Asso, Incino, Cantù, Missaglia, Oggiono, Garlate, Brivio, Vimercate, Mar(l)iano);
* II. Contado di Barzana (3 Pievi: Gorgonzola, Pontirolo, Comeliano);
* III. Contado di Burgaria (8 Pievi: Carnago, Corbetta, Rosate, Castrate, Decimo, Settimo, Trecate, Oleggio);
* IV. Contado di Serpio (non sono note le pievi che comprendeva).
[25] Visto che le fortificazioni cittadine appaiono funzionanti nel 1277, è chiaro che tale provvedimento non interessò Desio. Già alcuni decreti legislativi del podestà Visconte Visconti testimoniano che l'area extraurbana fino a dieci miglia (Desio compresa) era considerata parte integrante del territorio cittadino e pertanto soggetta direttamente al potere centrale.
[26] Cfr. 22
[27]Mediolanensis historiae patriae libri viginti - T. Calchus (Mediolani 1627):
“Seregnium, Caratumque oppia occupant cum quibus Decium vicum, qui Carato Seregnoque confinisest se omnes contulerunt […uscita del carroccio dalla città…] elapsus transfuga deciensis Othonem monuitpaucissimos miltes in vico suo hospitatos esse […attacco notturno rischiarato dlle fiaccole, grande quantità di dardi…episodio di Francesco Della Torre che taglia il braccio a un nemico…elenco di prigionieri…prigionia nel Baradello…]”
[28] Le vite de i dodici Visconti e di Sforza prencipi di Milano – P. Giovio (Vinegia 1558).
[29] Liber de Gestis in Civitate Mediolan ( ed. G.CALLIGARIS, in RISS, n.e., IX, 1).
[30] Manipulus Florum – Galvanei Flammae (ed. L.MURATORI, in RISS, XI, Milano 1727, coll. 703-4): “Tunc Otto Vicecomes compassione perfusus, totus sine armis ad ipsum Napum accedens, ne interfiveretur, prohibuit. Et videns ipsum tam miserabiliter in luto iacentem infremuit, et fundens super ipsum lacrymas, amicabiliter etiam ipsum alloquutus est consolans eum. Supervenit autem comes Ricardus de Pomello, qui ultionem Gothfredi comitis de Laguscho facere cupiens prohibetur per Ottonem Archiepiscopum. Itaque genus Torrianorum cecidit in festo sancte Agnetis anno suprascripto. […Cassone e 50 soldati tedeschi vanno al Brolettp e annunciano…] quod erat paratus ire Dexium contra Ottonem archiepiscopum. […] Anno Domini 1277, sub dominio Napi de la Turre, favente ei Radulpho imperatore, exulante Ottone Vicecomite archiepiscopo mediolanensi, Pontius Amatus de Cremona et Oldeprandinus Tangentinus brixiensis simul fuerunt CXVII et CXVIII potestates Mediolani. Isto tempore Otto archiepiscopus, ipsum prededente Ricardo comite, subsequnte eum summi potentia Cumanorum, Papiensium, Novarensium et proscriptorum militum, Cumis exiens, per comitatum Mediolani libere equitabat, inimicis, pacem dabat, amicos promissionibus animabat, et finaliter pervenit ad burgum de Dexio. Quo audito, Turriani adhunc plus timuerunt, miseruntque unum de potestatibus, scilicet Ponntium de Amatis de Cremona, versus Dexium cum maximo exercitu militum et peditum. Interim supervenit Napus de la Turre, et Franciscus de la Turre, qui erat secundus dominus civitati. Pugna committitur tam fortis, qualem nullam meminit aetas. Pontius potestas Mediolani primo pugnans, statim de equo prostatus moritur ; deinde Francescus gladio in ventre merso perfoditur ; Napus ad terram deiectus iacebat in luto”
[31] Uomo di sicura fede ghibellina e dotato di ottime capacità politico-amministrative, Muzio fu capitano del popolo a Novara, podestà ad Alessandria, Vercelli e Piacenza, rifiutò invece la podesteria di Alba, Fabriano e Perugia; nel settembre 1298 fu infine creato miles a Verona da Alberto della Scala.
[32] Annales Placentini Gibellini (ed. P.JAFFÈ, in MGH, SS, Hannoverae 1863, pp.564).
[33] La notizia di questo tradimento non è documentata da nessuna delle fonti ufficiali milanesi. Sembra che il Corio abbia potuto sostenere tale ipotesi collegandosi alla tradizione secondo cui Ottone sarebbe stato canonico a Desio e, pertanto, avrebbe avuto stretti contatti con il clero locale.
[34] “…’ensibus in facies exactis revocatur ad arci Valli | turba fugax…”
[35] “…solvuntur turbine magno | baliste, lapides iaciuntur grandinis instar…” .
[36] “…quidam percussit Francischum de la Turre et […] illi de la Turre occiderunt”.
[37] “…quidam percussit Francischum de la Turre et multi venientes super eum conculcaverunt eum pedibus eorum et finaliter amputaverunt caput eius et Andrioti de la Turre fratris Herech, et amborum capita presentaverunt comiti Riccardo de Langusco…”.
[38] “…accedens natale solum mucrone cruento | leta acies, multis olim conata periclis | ad proprios remare lares, comitatur erile | Vexillum”.
[39] Da circa quindici anni, a Desio, in commemorazione della battaglia, ogni prima domenica di giugno si celebra il “Palio degli Zoccoli”; nella città sfilano rappresentanti delle diverse contrade in costumi del ‘200, al termine della processione, ha luogo una corsa con gli zoccoli intorno alla Basilica.
[40] “…o falax, inquit, quociens fortuna revolvis | imis summa gradu, nam siderea splendida tangens | volvitur’ ecceduto! Flos est tua gloria vanus”.
[41] De Magnalibus urbis Mediolani - Bonvesin da Riva.
[42] Cfr. 29
[43] Questa probabilmente serviva solo per giustificare le usurpazioni della rocca di Angera.
[44] Cfr 24
[45] Probabilmente il saraceno fu aggiunto in occasione delle crociate.
[46] Una di queste, Caterina, fu sposata nel 1298 ad Alboino della Scala.
[47] Quartogenito di Matteo I, ascese al potere nel 1339 alla morte di Azione; morì senza lasciare eredi, avvelenato dalla sua terza moglie. Durante la sua signoria ottenne l’annullamento delle esazioni feudali; istituì la magistratura dello sgravatore contro le ingiuste gravezze fiscali, permise il ritorno degli esuli politici (tranne i Torriani) e abolì l’obbligo del servizio militare.
[48] Cfr. 15
[49] In entrambi gli alberi genealogici, i riquadri in grigio indicano i personaggi di maggiore rilievo.
[50] La ricostruzione è stata eseguita dal prof. Massimo Brioschi.


vedi anche
RIASSUNTI STORIA D'ITALIA- IL BANDO E L'ASSEDIO DI MILANO

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