SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
I VISCONTI

 GLI UOMINI DI VENTURA DIVENTATI RICCHI E FAMOSI 

CON LA SPADA E IL CROCEFISSO 
FONDARONO UNO STATO

di Mario Veronesi


(vedi anche "L'apogeo dei VISCONTI" )

Alcuni personaggi, di questa famiglia originaria sul lago Maggiore, seppero con carisma, audacia e determinazione, emergere in quel periodo storico che va dalla fine dei comuni, alla nascita delle signorie/stato, in un'Italia frammentata in mille realtà, gelose tra loro, e sempre in guerra.
Anche i Visconti vissero questa realtà, tradimenti e assassini furono praticati all'interno della stessa famiglia, padri contro figli, fratelli contro fratelli, lottarono tra loro per il controllo del potere, ma furono sempre uniti, quando la minaccia alla loro casata, arrivava dall'esterno.

Tra la fine del trecento e i primi anni del quattrocento, il ducato milanese di Gian Galeazzo, raggiunse la sua massima espansione territoriale.
È il più grande e potente stato dell'Italia di allora, per la prima volta numerose città e borghi sono aggregati sotto una sola signoria.
Il dominio dei Visconti va dal Canton Ticino alle Marche, e si spinge fin sotto le mura di Firenze.
L'ultima ondata di grandezza al ducato sarà portata da Ludovico il Moro, quarto figlio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, poi il buio.

OTTONE 1207 - 1295
Il prete (poi arcivescovo)  che inizia la fortuna della casata

Originari nei territori vicini al Lago Maggiore, di famiglia nobile ma non ricca, il padre Uberto lo vuole prete, e lui si fa prete sapendo che si può raggiungere il potere anche in abito talare.
A Milano dominano da qualche tempo la famiglia dei della Torre, detti (Torriani) che gestiscono il potere a loro piacimento.
Martino della Torre è il signore indiscusso della città e del suo circondario, ha confinato nella città di Legnano, l'arcivescovo Leone da Perego, e vietandogli di porre piede a Milano.
La curia romana è molto preoccupata da questo stato di cose, decide di mandare un suo autorevole rappresentante, il cardinale Ottaviano Ubaldini, per cercare di risolvere la situazione con Martino della Torre, al suo seguito si trova anche Ottone Visconti.
Il cardinale non conclude nulla, vista l'intransigenza di Martino, ma Ottone riesce a mettersi in evidenza agli occhi del porporato.

Poco dopo l'arcivescovo Leone da Perego muore, Martino propone un suo candidato, Raimondo della Torre, il pontefice Urbano IV boccia la proposta, e con il suggerimento del cardinale Ubaldini, nomina arcivescovo di Milano Ottone Visconti, corre l'anno di grazia 1262.
La curia romana, nominando il Visconti vuole così bilanciare la politica troppo anticlericale dei Torriani, e per il cardinale è una piccola vendetta personale, sapendo che Ottone è altamente sgradito a Martino.
Il nuovo arcivescovo, come il precedente non può avvicinarsi a Milano, Ottone si deve accontentare di prendere possesso simbolicamente della diocesi ad Arona sul Lago Maggiore, però non è confinato a Legnano, e potendo muoversi raccoglie attorno a se, nobili milanesi scontenti dei signori tiranni, e parte del popolo, stanco delle esose tassazioni che prima Filippo, fratello e successore di Martino, e in seguito Napoleone, cugino e successore di Filippo, esigono.
La chiesa di Roma scomunica i Torriani, in quei tempi l'anatema rappresentava per le masse analfabete e superstiziose, un potere spirituale di notevole suggestione.

Ottone sente che il suo momento è arrivato, raduna più uomini che può e si accampa a Seregno, Napoleone non dà peso alla cosa, è troppo sicuro di se, in fin dei conti è il signore di Milano, la città più ricca e popolosa dell'Italia settentrionale, e poi Ottone è soltanto un arcivescovo.
Così nella gelida notte del 21 gennaio 1277, Ottone sconfigge i Torriani e diventa l'arcivescovo di Milano di nome e, di fatto, ma sopratutto ne diventa il signore assoluto, ora può officiare nella basilica di S. Ambrogio, proclamando la pace, mentre i suoi uomini saccheggiano e distruggono le case dei Torriani.
Per la popolazione non cambia assolutamente nulla, l'arcivescovo ripristina le medesime tasse, e mantiene in vigore lo stesso regime poliziesco, in auge con i precedenti signori.
Con lui inizia la signoria viscontea che durerà per cento cinquant'anni.
Dopo la nomina del pronipote Matteo a capitano del popolo, Ottone muore a 88 anni (un'età ragguardevole, per il periodo in cui visse) nel 1295 nei pressi del monastero di Chiaravalle.

MATTEO 1250 - 1322
Il diplomatico

Matteo nominato Capitano del popolo, è associato dallo zio Ottone nel governo della città di Milano, e alla morte dello zio ne prende decisamente il comando, l'eredità dello zio è una signoria ancora debole, Matteo di carattere moderato riesce con la sua politica, fatta di mediazioni, d'accordi e di compromessi a mantenersi a galla.
Ottiene di essere nominato dall'imperatore vicario imperiale, per Matteo è un successo importante, infatti, ora il suo governo ha una base legittima, un crisma d'ufficialità, il Visconti controlla buona parte del territorio lombardo, e lo amministra con i figli Galeazzo, Marco, Giovanni, Luchino e Stefano.
All'improvviso scoppia una rivolta capeggiata dai Torriani, smaniosi di vendicare la sconfitta di Desio...

(VEDI - BATTAGLIA DI DESIO)

(con albero genealogico della famiglia DELLA TORRE e dei VISCONTI)


... e la tragica fine di Napoleone, rinchiuso in una gabbia, appeso ad una torre del castello Baradello in Como, e lasciato lì morire.
Il colpo di mano riesce, e nel 1302 Guido della Torre caccia i Visconti da Milano, e ne prende possesso.

Matteo si rifugia a Nogarole, e aspetta con pazienza che la ruota del destino rigiri dalla sua parte, attende per ben nove anni, appena saputo che l'imperatore Arrigo VII è sceso in Italia, lo raggiunge ad Asti, facendo atto di sottomissione e ricordando all'imperatore la sua nomina di vicario, nomina avvenuta nel 1292 da parte di Rodolfo d'Asburgo, e successivamente confermata dallo stesso Arrigo nel 1311, ora con l'appoggio del sovrano Matteo è più che sicuro di riprendere il potere.
Sulla chiesa ora regna Giovanni XXII che Dante, divino poeta ha definito (lupo rapace in veste di pastor), questo papa teme l'eccessiva espansione dei Visconti, scomunica il signore di Milano e bandisce una santa crociata contro i Visconti, Matteo ormai settantenne lascia il potere al primogenito Galeazzo, morirà il 24 giugno 1322.

GALEAZZO 1277 - 1328
Trascorre otto mesi, nel suo supercarcere

Con la morte di Matteo, Galeazzo eredita la signoria di Milano, e la scomunica paterna, intanto il papa non disarma, indice una seconda crociata contro i Visconti, poiché la prima è fallita, comperata da Galeazzo con due barili zeppe di monete d'argento.
Questa volta partecipa anche il re di Napoli, e l'esercito antivisconteo è comandato da Raimondo Colonna, ci sono milizie venute dall'Europa settentrionale con prospettive di saccheggio, ci sono i francesi, e gli ultimi Torriani, è un'armata troppo variegata, ognuno ha interessi diversi.
Il 15 giugno del 1323 l'esercito antivisconteo è sotto le porte di Milano, in soccorso dei Visconti giunge un contingente di milizie tedesche, inviategli dall'imperatore Ludovico il Bavaro, lo scontro decisivo avviene a Vaprio sulle rive dell'Adda, l'armata antiviscontea subisce una disfatta, e molti nemici annegano nell'Adda.

Passata la tempesta, tra i fratelli Visconti continua a covare il fuoco della discordia, fomentata sopratutto dal cugino Lodrisio, personaggio poco raccomandabile che passa il tempo ad ordire trame e congiure, ma è anche un gran combattente, astuto e audace, finisce per diventare l'anima dannata di Marco, sobillandolo contro il fratello Galeazzo.
Marco consigliato da Lodrisio, manda a dire all'imperatore che i fratelli, stanno tramando contro di lui, Ludovico ingenuamente gli crede e due mesi dopo l'incoronazione, avvenuta a Milano nel maggio 1327, da ordine di catturare Galeazzo, Giovanni, Luchino e il giovane Azzone, al signore di Milano e al figlio è riservato un trattamento di favore, sono rinchiusi nel (supercarcere) fatto costruire proprio da loro a Monza e chiamato: (I Forni).
Quando l'imperatore lascia Milano per recarsi a Roma, Marco ha la speranza di essere nominato vicario imperiale.

La nomina non avviene, e a questo punto Marco, si rende conto che senza l'appoggio dei fratelli, non riuscirebbe a rimanere al potere. Quindi cerca di riparare al torto fatto ai congiunti, non per rimorso, ma per puro calcolo di convenienza, fa che l'imperatore liberi il fratello e il nipote.
Galeazzo ed Azzone hanno trascorso otto mesi nel supercarcere di Monza, Galeazzo non è più lui, smagrito, febbricitante si stenta persino a riconoscerlo. E nell'agosto del 1328 a Pisa, di ritorno da Roma, dove aveva raggiunto l'imperatore, muore all'età di cinquant'anni.
Signore di Milano diviene il giovane Azzone, che della prigionia nei (Forni) apparentemente ne ha risentito meno.
Marco rientra a Milano e si reca a Palazzo Ducale, vuole spiegarsi con il nipote, stranamente perde l'equilibrio, cade da una finestra e muore.

AZZONE 1302 - 1339
Urbanista e legislatore

E' l'unico figlio maschio di Galeazzo, con lui ha condiviso la terribile esperienza dell'ingiusta carcerazione, nei terribili Forni di Monza, giovane di bell'aspetto, di modi cortesi e affabili, prende in moglie Caterina, una Savoia del ramo dei Vaud, ma stranamente non vuole figli, ottiene dall'imperatore tedesco il vicariato, al prezzo di 125.000 fiorini di cui l'imperatore ha urgente bisogno per pagare i suoi mercenari, conoscendo bene il peso politico e morale della chiesa, nel 1330 lascia il titolo di vicario imperiale, per quello di signore generale, e perpetuo della città e del distretto di Milano, questo per far revocare quella famosa scomunica contro il nonno Matteo, ancora pendente sulla famiglia.

Lodrisio nel frattempo, pensa sia giunto per lui il momento di divenire signore di Milano, con tremila cavalieri attacca, borghi, e devasta le campagne, i suoi uomini sono in maggioranza mercenari tedeschi, dediti più al saccheggio e a violenze d'ogni genere.
Lodrisio si muove in continuazione, evitando accuratamente lo scontro con le milizie viscontee, finalmente una pattuglia dei Visconti in avanscoperta, avvista Lodrisio accampato presso Parabiago.
Azzone si trova a letto per un violento attacco di gotta (malattia ereditaria per molti Visconti) ma dispone immediatamente per l'attacco.

Lo zio Luchino, alla testa di un discreto contingente di milizie scelte va alla ricerca dell'accampamento di Lodrisio, sotto una tempesta di neve avviene lo scontro, Luchino fatto prigioniero è legato ad un albero, per le milizie viscontee sembra la fine, catturato il loro capo iniziano a sbandare, ma ecco arrivare cinquecento cavalieri, mandati dal previdente Azzone in rinforzo dello zio, la situazione si capovolge e la battaglia è vinta, Lodriso catturato finisce in carcere, poi riabilitatosi riapparirà validamente sulla scena viscontea.

Azzone va ricordato sopratutto per le opere d'architettura e per gli interventi urbanistici che cambiano notevolmente il volto di Milano, costruendo strade, fognature e ponti.
La sua corte è anche arricchita da letterati, il Petrarca su tutti, e moltissimi artisti noti o in cerca di notorietà.
In campo legislativo Azzone promuove i celebri Statuti, il primo ordinamento dei traffici commerciali, e delle attività artigianali.
Fa battere moneta, prima fa circolare monete con inciso Sacro Romano Impero, e accanto al nome dell'imperatore aggiunge le proprie iniziali, così inizia a far circolare anche il proprio monogramma.
Successivamente fa togliere completamente il nome del sovrano, e le nuove monete portano solo il suo nome e il suo stemma, la biscia viscontea.

Muore all'età di trentasette anni nel 1339 per un attacco di gotta, gli zii Giovanni e Luchino ereditano così non più soltanto la città di Milano, ma un vero stato.

MARCO VISCONTI 1280 - 1329
Pagò con la vita il suo tradimento

Figlio di Matteo I e Bonacossa Borri, nella storia dei Visconti appare per la prima volta il 27 dicembre 1310 ad Asti, a fianco del padre e del fratello Luchino, nella trattativa di pace con i Torriani, voluta da Arrigo VII.
Nel dicembre del 1314 entra in Tortona, s'impadronisce d'Alessandria e di Vercelli proclamandosi podestà e proclama il padre signore.
Verso il 1318 corre in aiuto dei ghibellini genovesi, si tratta di far rientrare a Genova i fuoriusciti Doria e Spinola, Casagrande della Scala gli manda in aiuto mercenari tedeschi con a capo Uguccione della Faggiola, mentre Simone della Torre va in aiuto di Roberto d'Angiò, ma non c'è battaglia, Marco corrompe il comandante delle milizie guelfe Filippo del Maino.
L'esercito anti visconteo è ora comandato da Raimondo di Cardona, e nel maggio del 1321 si porta ad Asti con un buon numero di soldati, occupa Valenza e Pontecurone.
Nel frattempo Matteo si ritira e gli subentra il figlio Galeazzo, Marco il 6 luglio sconfigge le forze guelfe, e nel febbraio del 1323 avviene lo scontro decisivo a Vaprio, la vittoria appartiene a Marco, Raimondo è fatto prigioniero e Simone della Torre annega nell'Adda.
Le ultime forze pontificie si rifugiano a Monza, che cinta d'assedio si arrende il 1 dicembre del 1324, mantenendo fede alle promesse fatte ai mercenari tedeschi, lascia la città nelle loro mani per un saccheggio durato tre giorni.

Rientrato a Milano in combutta con il cugino Lodrisio, fa arrestare Galeazzo e il figlio Azzone e istaura un governo repubblicano, in attesa della nomina di vicario imperiale che però non arriva, e sapendo di non poter mantenere il potere senza l'aiuto dei fratelli, preme sull'imperatore Ludovico il Bavaro, per ottenere la liberazione dei fratelli, grazia avvenuta il 25 marzo 1328.
I parenti lo temono, sanno che Marco è ambizioso e nutre un profondo odio contro Galeazzo, il suo indiscusso valore militare, rappresenta per il giovane Azzone un notevole pericolo.
Azzone volle vendicare il padre e se stesso per i tremendi mesi passati nel carcere di Monza, e il 5 settembre del 1329 ordina l'assassinio dello zio.

LODRISIO VISCONTI 1280 - 1364
Costituì la prima compagnia di ventura

Probabilmente va considerato il primo italiano, capitano di un'autentica compagnia di ventura, che abbia agito in Italia con una sua organizzazione, la (Compagnia di S. Giorgio) fondata nel 1339.
Figlio di Pietro Visconti e d'Antiochia Crivelli, fa le prime esperienze militari con il padre Pietro.
E' partecipe, con il cugino Marco alle ingiuste accuse che porteranno Galeazzo e il figlio Azzone nel supercarcere di Monza, ad avvenuta liberazione Lodrisio fugge nei suoi possedimenti di Seprio, chiudendosi nel castello di Crenna.
Azzone nuovo signore di Milano è deciso a saldare i conti, lo assedia e ne distrugge il castello, ma Lodrisio riesce a fuggire a Vicenza presso Mastino della Scala, e gli offre i suoi servigi.
Nel gennaio del 1339 riunisce un grosso esercito di mercenari per lo più tedeschi, in pochi giorni si arriva a duemilacinquecento cavalieri, ottocento fanti e duecento balestrieri, nasce così la Compagnia di S. Giorgio è Lodrisio n'è acclamato capo.
Alla fine di gennaio la compagnia lascia Vicenza, e avanza nel bergamasco devastando terre, castelli e borghi, passa l'Adda si porta nel territorio di Seprio, arruola altra gente e si rifornisce di viveri.

Azzone affida al fratello Luchino il comando delle milizie, e nella notte tra il 19 e il 20 febbraio avviene lo scontro, Luchino è catturato prigioniero, Lodrisio sogna già il suo ingresso in Milano, ma piombano su di lui, le milizie d'Ettore da Panigo, ingaggiati da Azzone qualche giorno prima, e per la Compagnia di S. Giorgio è la fine, Lodrisio è catturato.

Questi combattimenti passeranno alla storia, come la battaglia di Parabiago, la leggenda ci dice: che S. Ambrogio in persona partecipasse allo scontro, guidando le milizie viscontee, così tra Parabiago e Nerviano, Giovanni Visconti pose la prima pietra della chiesa, e dell'abbazia cistercense eretta in onore del Santo.
Lodrisio rimane prigioniero con il figlio Ambrogio, in una gabbia di ferro nel castello di S. Colombano, per dieci lunghi anni.
Il nuovo signore di Milano Giovanni, ne decise la liberazione pensando che il vecchio Lodrisio sarebbe potuto tornare utile alla casata, e non si sbagliava.
Alla morte di Giovanni, subentrano nella signoria i tre figli di Stefano: Marco, Galeazzo e Bernabò.
Fu Galeazzo ad avere bisogno di Lodrisio, per recuperare il territorio visconteo in Piemonte, il vecchio Lodrisio è nominato capo delle milizie viscontee, sconfigge le milizie confederate nei pressi di Pavia, catturando il conte Lando e il legato pontificio, per il vecchio capitano è un enorme soddisfazione.
Visse alla corte di Galeazzo, e morì nel 1364.

LUCHINO 1292 - 1349
Inizia la figura del signore principe

Alla morte d'Azzone, il potere passa nelle mani dei due fratelli Luchino, e Giovanni, ma l'arcivescovo per il momento si fa da parte, lasciando a Luchino i pieni poteri, uomo colto, ma spietato e crudele contro chiunque gli contrasti il passo.
Il suo scopo principale è il consolidamento dello stato, sono dieci le città che costituiscono i possedimenti viscontei, Milano capitale, Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lodi, Pavia, Piacenza, Vercelli e Vigevano.
Luchino attua una politica espansionistica, con l'ausilio dei suoi tre nipoti “terribili" figli del fratello Stefano, Matteo, Galezzo e Bernabò, e con un esercito di mercenari provenienti in gran parte dal nord dell'Europa.
Si sposa tre volte, prima con una Saluzzo, poi una Spinola e quindi una Fieschi a nome Isabella dalla quale avrà un figlio chiamato Luchino Novello.

Luchino da qualche tempo è roso dal sospetto non infondato che la bella moglie si conceda qualche scappatella extraconiugale, un giorno perdendo la pazienza esclamò: (Un bel falò purificherà finalmente l'aria di Milano).
Non riuscirà a mantenere la terribile promessa, pochi giorni dopo Luchino muore improvvisamente sicuramente di veleno, siamo nel 1349 e il popolo non perde tempo a soprannominare la vedova "Isabella del veleno".

GIOVANNI 1290 - 1354
Per caso arcivescovo e per natura politico

In tutte le famiglie nobili dell'epoca, era naturale che almeno un figlio seguisse la carriera ecclesiastica, e tra i vari fratelli Visconti, il prescelto era stato Giovanni.
Si può considerare l'artefice del consolidamento, e del futuro ingrandimento dello stato visconteo.
Nel 1349 la signoria si trova saldamente nelle sue mani, la vedova di Luchino, per nulla inconsolabile, cerca in tutti i modi di far riconoscere nella successione il figlio Luchino Novello, per gli intimi (Luchinetto), Giovanni li rispedisce entrambi a Genova dagli antenati Fieschi, chiama i tre nipoti e fa capire loro che è meglio lavorare per il futuro stato, che un giorno sarà loro.
L'Arcivescovo è un uomo seducente, affabile di raffinata cultura, amante della buona tavola e delle belle donne, ne possiede una piccola collezione che tiene costantemente aggiornata come l'amata biblioteca.
Per assicurarsi l'alleanza o quantomeno la neutralità dei due potenti vicini, i Savoia e gli Scaligeri di Verona, nel 1350 fa sposare il nipote Galeazzo a Bianca di Savoia, e all'altro nipote Bernabò Beatrice Regina della Scala, figlia del grande Mastino II.

Con Giovanni il potere visconteo si allarga in Toscana, Umbria e Marche, su città quali Alba, Alessandria, Asti, Bologna, Genova, Novara, Parma e Savona, alcune sono state comperate, come Bologna pagata 170.000 fiorini al Pepoli che n'era signore, e questo per evitare che la città con la più antica università cadesse sotto il potere dei papi.
Papa Clemente VI infuriato per la perdita di Bologna, manda il proprio ambasciatore a Milano, il nunzio apostolico, in colloquio con Giovanni gli ribadisce l'ordine del papa: scelga ho signore di tante città o arcivescovo.
Giovanni gli risponde che la sua mano destra regge il potere temporale, e saprà difendere la sinistra che regge quello spirituale.
Naturalmente arriva la scomunica del Papa, anche se ormai in famiglia erano abituati, con l'ordine di presentarsi a Roma.
Giovanni non si scompone, e risponde al pontefice: sto partendo e prego vostra Santità di far predisporre alloggi anche per il mio seguito, dodicimila cavalieri e seimila fanti.
Papa Clemente VI gli fa sapere che non è il caso che parta da Milano, gli invia la propria benedizione e la revoca della scomunica, Giovanni da gran signore, ringrazia e fa giungere al pontefice un suo obolo personale di 100.000 fiorini per la chiesa.
Nell'autunno del 1354, causa una banale incisione alla fronte praticatagli dal medico di corte, improvvisamente muore.

MATTEO II 1319 - 1335
Assassinato dai fratelli

I tre nipoti di Giovanni poco arcivescovo ma gran politico, si trovano ad essere signori di Milano, per prima cosa estromettono definitivamente, da qualsiasi pretesa sulla signoria Luchinetto, figlio dello zio Luchino, e Leonardo figlio dello zio arcivescovo, poi da buoni fratelli si spartiscono il vasto territorio, a Matteo primogenito aspetta Milano.
A causa della sua condotta in breve tempo riesce ad inimicarsi nobili, maggiorenti e la massa della popolazione, nel frattempo è incoronato imperatore Carlo IV e il nuovo sovrano arriva in Italia nel 1355 come prassi per farsi incoronare prima a Milano e poi a Roma dal papa.
Il nuovo sovrano è accompagnato da circa trecento cavalieri che lo scortano, è sceso in Italia per duplice incoronazione, ma intende riempire le sue vuote casse, spera d'incassare centocinquantamila fiorini dai Visconti, in cambio del vicariato imperiale per tutti i fratelli, in alternativa pensa di vendere il vicariato al miglior offerente. Ma i Visconti parano il colpo

La prima città che Carlo incontra dello stato milanese è Lodi, lo riceve Galeazzo scortato da cinquecento cavalieri in assetto di combattimento, nel proseguire verso Milano appare Bernabò, con altrettanti armati, e giunti alle porte di Milano è accolto da Matteo con il resto dell'esercito.
In città durante i festeggiamenti, i Visconti fanno sfilare il loro esercito al completo, Carlo IV ne rimane colpito, i Visconti sono riusciti ad intimorire l'imperatore, mostrandogli tutta la loro potenza, in un'eventuale guerra in Italia converrà averli come alleati, non come nemici.
Il comportamento di Matteo si fa sempre più dispotico, e si arriva ad una congiura famigliare, il veleno toglie di mezzo Matteo, nessuno lo rimpiange tranne la madre, che spesso in privato accuserà i fratelli dell'assassinio.
I possedimenti di Matteo sono immediatamente divisi tra Galeazzo e Bernabò, e la vita nello stato milanese può riprendere il suo consueto ritmo, come se nulla fosse accaduto.

GALEAZZO II 1320 - 1378
Pavia fu la sua capitale

A trent'anni sposa per ragioni politiche Bianca di Savoia, sorella del conte Verde, e nel 1351 gli nasce un figlio chiamato Gian Galeazzo, che tanto fece parlare di se.
Per sua volontà furono costruiti a Milano una grandiosa fortezza, conosciuta come (Castello di Porta Giovia) sulle cui rovine sarà edificato l'imponente castello sforzesco, a Pavia in soli cinque anni sarà edificato quel bellissimo maniero, oggi conosciuto come (castello visconteo), in quest'elegante rocca Galeazzo tiene la propria corte sfarzosa, frequentata d'artisti, poeti e letterati, tra cui nel 1361 il Petrarca.
Nel suo splendido parco è facile incontrare animali esotici, e ammirare fiori e pinte di rara bellezza, negli stessi anni dà un nuovo impulso all'università di Pavia e v'istituisce una splendida biblioteca.

La città di Bologna, in mano viscontea passa alla chiesa grazie al cardinale Albornoz, più uomo (d'armi che di chiesa) per il tradimento del governatore visconteo.
I due fratelli attaccano la città, ma l'Albornaz resiste e da filo da torcere alle milizie dei Visconti.
I due Visconti propongono al nuovo pontefice Urbano V nel 1364, in cambio della loro rinuncia perpetua alla città di Bologna, una buonuscita di 500.000 fiorini d'oro, l'accordo è raggiunto con la disperazione dell'Albornoz che voleva una vera guerra contro i Visconti.
Galeazzo stravede per il figlio e tramite il Petrarca, gli combina un matrimonio importante, la sposa è Isabella di Valois figlia del re di Francia, che gli porta in dote la contea di Vertus nella Champagne, che sarà subito tradotta in Virtù.
Galeazzo muore nell'anno del signore 1378.

BERNABO' 1323 - 1385
Amava i cani e le donne.

Alla morte di Galeazzo, tutti i possedimenti dello stato milanese, ritornano nelle mani di un solo padrone e signore Bernabò, che rimasto solo regna da vero tiranno, alla sua volontà è meglio piegarsi, alto e possente, prepotente e irascibile, solo tra le mura domestiche sembra essere più malleabile, nonostante le innumerevoli infedeltà, è legato da sincero affetto alla moglie Regina della 
Scala.
Tra i suoi "hobby" oltre la guerra e le sottane, sono la caccia e i cani, ne possiede circa cinquemila, d'ogni razza e li tratta amorevolmente, che se fossero cristiani lo porterebbero alla beatificazione.
Nel frattempo il nipote Gian Galeazzo rimasto vedovo, sposa in seconde nozze sua figlia Caterina, il nipote agli occhi dello zio-suocero si mostra mite e tranquillo, conducendo la sua vita nel castello di Pavia, non interessandosi del governo dello stato.
Bernabò tra lo stupore di tutti, dà in moglie la figlia prediletta Donnina, all'avventuriero inglese John Ackuood italianato in Giovanni Acuto, definito da tutti per la sua ferocia "lo scannatore".

Nato nella contea dell'Essex verso il 1320, aveva fatto le prime esperienze militari in Francia nella guerra dei cent'anni, arriva in Italia nel 1361 e si unisce alla "Compagnia Bianca" dello Stern, combatte in Piemonte al comando di 1200 lance, è tristemente ricordato per i massacri di Cesena e Faenza, si mise al servizio di vari signori, poi scelse Firenze dove trascorse il resto della sua vita.
Mori nel 1394, ebbe funerali di stato, più tardi il re d'Inghilterra richiese le sue spoglie.
Firenze non lo volle dimenticare, facendolo immortalare a cavallo da Paolo Uccello, in un famoso affresco sulle pareti della cattedrale.
Bernabò con la moltitudine dei suoi figli, regnano indisturbati sullo stato milanese, ma la svolta avviene quando il nipote Gian Galeazzo dal suo castello di Pavia, gli fa sapere che dovendosi recare al Sacro Monte di Varese, e dovendo passare per Milano, sarebbe onorato d'incontrarlo 
per rendergli omaggio.
Bernabò acconsente, e la mattina del 6 maggio 1385, in groppa ad una mula, accompagnato dai figli Rodolfo e Ludovico, va incontro al nipote fuori porta Giova, Gian Galeazzo procede a piedi con la moglie, ma ad un segnale convenuto arriva Jacopo dal Verme con i suoi armati.
Bernabò e i suoi figli sono disarmati e condotti nel castello di Trezzo.

Si era verificato un colpo di stato in piena regola, che liberava Milano da un signore, tiranno e feroce, grazie alla freddezza di Jacopo che con quest'azione si assicurò un futuro tutto visconteo.
Bernabò morirà mesi dopo sembra per veleno, propinati nel suo piatto preferito: i fagioli l'inchiesta ufficiale parlerà d'infarto, ora il giovane Gian Galeazzo è l'unico signore dello stato milanese, correva l'anno di grazia 1385.

AMBROGIO VISCONTI 1334 - 1373

Faceva parte di quella corte di (bastardi) di Bernabò, era uno dei quattordici figli ufficialmente riconosciuti, e chiamati tutti a partecipare alle numerose guerre del casato.
Ambrogio aveva 15 anni, quando il padre lo spedì con cinquecento cavalieri e mille mercenari in aiuto di Firenze, contro la (Grande Compagnia) del conte Lando, fu per lui una grande esperienza.
Partecipò alle numerose guerre di quel tempo, fu catturato dalle milizie pontificie il 16 aprile del 1363 e trasferito ad Ancona.
Nel frattempo Bernabò s'accorda con il papa per la città di Bologna e Ambrogio è libero.
Espose al padre il suo disegno, come illegittimo non poteva aspirare a traguardi signorili, così se il padre l'avesse aiutato, avrebbe cercato con le armi quella supremazia che i suoi natali gli negavano.
Bernabò acconsente, è così nasce la sua compagnia di ventura, che in omaggio al vecchio prozio Lodrisio, che moriva proprio in quell'anno, prese il nome di (Compagnia di S. Giorgio.)
Ambrogio si porta in Liguria occupa La Spezia, giunge sotto le mura di Genova e obbliga la città a pagare un forte tributo.Si dirige su Siena che occupa, infine Perugia che segue la stessa sorte.

Nel 1367 contro il potere dei Visconti, papa Urbano V organizza una lega che apre nuovi fronti nella penisola, Ambrogio scende in Abruzzo, deve fermare l'esercito napoletano alleato del pontefice.
A Sacco del Tronto è sconfitto e catturato, portato in carcere a Napoli è la sua seconda prigionia. Ci pensa Bernabò a liberarlo e con la compagnia, lo manda in aiuto di Reggio assediata dai ferraresi alleati del papa, libera dall'assedio la città che diviene viscontea.
Tutto il bergamasco si ribella al potere visconteo, è Bernabò manda Ambrogio a riportare l'ordine, Ambrogio si porta nella valle di S. Martino, dove è attaccato da una moltitudine di contadini e di montanari, che al grido di S. Marco lo fanno a pezzi, non aveva ancora trent'anni.

GIAN GALEAZZO 1351 - 1402
Da vicario imperiale a Duca

Dopo il riuscito colpo di stato, a trentaquattro anni è il padrone assoluto della stato milanese, si giustifica con l'imperatore Venceslao, preparando un dettagliato rapporto sulla sua presunta prigionia nel castello di Pavia, e dei vari tentativi dello zio, dei cugini e dei nipoti per assassinarlo con il veleno.
Ordina funerali solenni per il defunto zio-suocero, poi si dedica alla politica del suo stato.
Prima di tutto Jacopo dal Verme, in nome di Gian Galeazzo, occupa tutti i territori di Bernabò riunendoli sotto la signoria del giovane Visconti.
Approfitta del conflitto tra le signorie di Verona e di Padova, si allea con i Carraresi, e Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, in nome del Visconti occupa Verona e Vicenza, mentre il restante territorio scaligero è occupato dai padovani.
Più tardi lo tesso Jacopo dal Verme occuperà Padova, ponendo fine alla casata dei Carraresi.
Questo grazie all'aiuto di Venezia, acerrima nemica dei signori di Padova.
Nel 1386 da inizio alla costruzione del Duomo, non immaginando che sarebbe divenuto il simbolo della città di Milano, nella fabbrica del duomo partecipano proprio tutti, anche il pontefice 
Bonifacio IX, che gli invia denari e promette indulgenza a chi ne donerà.

L'anno successivo Gian Galeazzo, dà in moglie a Luigi d'Orleans, fratello del re di Francia sua figlia Valentina, portando in dote la contea di Virtù e d'Asti e i diritti di successione allo stato di Milano, non essendogli ancora nati i figli maschi Giovanni Maria e Filippo Maria.
Da questo matrimonio nasceranno cinque figli, due dei quali li ritroveremo come re di Francia.

L'espansionismo visconteo continua, la città di Pisa è comperata, Bologna riconquistata dalle sue milizie.
Firenze allarmata, chiama in suo aiuto il conte d'Armagnac, questi scende in Italia con 12.000 uomini, è fermato da Jacopo dal Verme che lo cattura e ne distrugge l'esercito.
Nel settembre del 1395 l'apoteosi, Milano è in festa per la solenne cerimonia d'investitura a duca di Gian Galeazzo (nomina acquistata per 200.000 fiorini d'oro).
Ora accanto alla biscia, nel suo stemma compare l'aquila con le ali spiegate, simbolo di nobiltà imperiale.
L'anno seguente per compiacere alla moglie Caterina, decide la costruzione della Certosa di Pavia, anche per quest'insigne monumento lombardo si avranno ritardi, e la sua costruzione sarà ultimata un centinaio d'anni dopo.

Nel frattempo i grandi elettori tedeschi proclamano imperatore, Roberto di Baviera, inizia subito un'azione diplomatica da parte di Firenze per creare un'alleanza antiviscontea, Roberto accetta e nel 1401 scende in Italia, i comandanti viscontei Otto Terzi e Facino Cane attaccano subito gli imperiali, catturando oltre mille cavalieri, Roberto colpito da tanta irruenza, per evitare una peggiore sconfitta ritorna in Baviera.
Il 5 settembre 1402 a soli cinquant'un anni, il duca muore di peste nel castello di Melegnano, nonostante tutte le precauzioni prese per evitare il contagio.
Lascia alla moglie Caterina e ai due figli, uno stato giovane, basato 
esclusivamente sul suo carisma e sulle proprie milizie.

GIOVANNI MARIA 1389 - 1412
I suoi prediletti: i "mastini"

Lo stato visconteo costruito da Gian Galeazzo, non resiste ai colpi che gli sono dati specialmente dall'interno, numerose città si ribellano e riacquistano la loro indipendenza, la duchessa Caterina, regge il comando in nome dei figli Giovanni Maria di quattordici anni e Filippo Maria di dieci.
Nomina un consiglio di reggenza con le più spiccate personalità del ducato, tra i quali Francesco Barbavara, e Jacopo dal Verme.
Nel 1404 il giovane Giovanni Maria, fa imprigionare la madre nel castello di Monza, e s'impadronisce del potere, mentre il fratello se ne sta rintanato nel castello di Pavia, il territorio del ducato è in fermento, il condottiero Facino Cane in nome dei Visconti, occupa e saccheggia città e campagne, ma in realtà è per il proprio tornaconto, ma chi è questo personaggio che non volle o seppe prendersi il ducato.

Cane era il cognome di una nobile famiglia pavese che si era trasferita a Casale Monferrato, ottenendo la signoria dei castelli di Celle, Rosignano e Frassineto, a Casale Facino era nato nel 1360, di temperamento irascibile e impetuoso da giovane aveva appreso l'arte militare da Ottone di Brunswich.
La sua vita ebbe una svolta quando Alberico Da Barbiano, lo prese fra i suoi capitani nella compagnia di S. Giorgio al soldo di Gian Galeazzo Visconti; con quest'incarico si distinse nelle varie battaglie e per il suo furore e la sua ferocia, fu chiamato "il terribile", poi s'invento un titolo nobiliare, e si fece chiamare Conte di Biandrante.
Il giovane duca poco alla volta è abbandonato da tutti, anche da Jacopo dal Verme valente capitano di suo padre, artefice delle conquiste viscontee.
Giovanni Maria ama solo i suoi cani, adora i mastini e la caccia. Per il tipo di caccia che predilige, i mastini sono cani ideali, con il suo "istruttore" Gerolamo Squarcia, in verità un prezzolato assassino che esegue indistintamente tutti gli ordini del duca, gironzolano per le vie di Milano, sia di notte che di giorno, facendo aizzare i mastini contro persone inermi e per futili motivi, in una sola giornata ne sono sbranati circa duecento.
Ironia della sorte, un discendente di Bernabò partecipa all'uccisione del duca nel maggio 1412, davanti alla chiesa di S. Gottardo, Astorre Visconti e il nipote Giovanni Carlo, vendicano così dopo ventisette anni Bernabò.

FILIPPO MARIA 1392 - 1447
L'ultimo Visconti, un attacco di gotta lo mise in sella.

Quel giorno da Milano gli arriva la notizia dell'assassinio del fratello, e la proclamazione dei due pugnalatori a signori della città, che però non hanno il tempo d'assaporare il potere, il capitano Franceso Bussone detto il Carmagnola, ha provveduto a rimettere le cose a posto, eliminando Astorre e occupando con le sue milizie la città di Milano, Filippo Maria si trova in una situazione drammatica, rinchiuso nel castello di Pavia, senza soldati e con le casse vuote, è il nuovo duca ma solo sulla carta, in realtà non è padrone di nulla.
Ma la fortuna l'aiutò:

Nel 1412 un violento attacco di gotta costringe Facino Cane a ritirarsi a Pavia, dove moriva pochi mesi dopo.
Il giovane duca ne sposò la vedova, la quarantenne Beatrice da Tenda (si narra che le nozze furono volute dallo stesso Facino).
La sposa gli porta in dote 400.000 fiorini, ma sopratutto le milizie del Cane, che giurarono fedeltà al nuovo signore, e di conseguenza il Visconti rientra in possesso di tutti i territori del ducato controllati dal "terribile".
Triste la vicenda di Beatrice, dopo sei anni di matrimonio, accusata d'adulterio, è decapitata con il presunto amante nel castello di Binasco.
La sua storia la troviamo secoli dopo, nell'opera di Vincenzo Bellini su libretto di Felice Romani "Beatrice di Tenda", nome con cui è battezzata la moglie di Facino Cane.

Il sedicenne Filippo sposa per ragioni di stato Maria di Savoia, la quale trascorrerà vent'anni a Milano, nell'antico palazzo dell'Arengo sola, il marito che la sposata per procura lo vedrà una sola volta.
La sua fiamma è Agnese del Maino, dalla quale avrà una figlia Bianca Maria che sposerà Francesco Sforza, una seconda figlia di nome Caterina, morirà dopo pochi giorni dalla nascita.
L'ultimo Visconti, sempre in guerra con tutti e contro tutti, perderà definitivamente il controllo delle città di Brescia e di Bergamo, che dopo la sconfitta di Maclodio nell'ottobre del 1427, passeranno sotto il controllo della repubblica di Venezia, è il confine con la Serenissima, sarà il fiume Adda, dove lo troverà nel 1628 Renzo Tramaglino fuggendo da Milano.
Dopo circa trent'anni di governo, l'ultimo Visconti muore nel castello d'Abbiategrasso, ha solamente cinquantacinque anni, ma sembra un settantenne.
Dopo 217 anni dalla nascita del primo Visconti Ottone, termina il dominio di questa casata, che nel bene e nel male, fu protagonista nella storia del nostro paese.

LE MILIZIE VISCONTEE DEL DUCA FILIPPO MARIA
(I famigliari e le lance spezzate)

La storia delle milizie viscontee, scritte dal nobile milanese Biglia, appartenente all'ordine degli agostiniani nel 1431, ci dà un idea dell'esercito visconteo sotto Filippo Maria.
La forza numerica di quest'esercito era di quattromila cavalieri e d'altrettanti fanti, oltre alle milizie territoriali, l'esercito ducale era un esercito relativamente nuovo, la necessità di amalgamare i (faciniani), con ciò che restava dell'esercito di Gian Galeazzo, spiega la necessità di procedere alla riforma voluta da Filippo Maria.
Gli armigeri a cavallo dell'esercito ducale risultano divisi in tre corpi: Il primo gli armigeri ducali o armigeri nostri chiamati (famigliari), in tutto settecento lance di cavalleria, il duca ne aggiunge altre settecento che formano il secondo corpo chiamato "le lance spezzate".
Il terzo gruppo costituito dall'insieme dei cavalieri della condotta, forza militare reclutata su base contrattuale.

I (famigliari armigeri), sono uomini di distinta condizione sociale e veterani, con una carriera alle spalle di almeno cinque anni, costituivano quindi una vera compagnia selezionata di veterani.
Le (lance spezzate) avevano la prerogativa di scendere in campo sotto le insegne ducali.
La composizione e la dotazione della (lancia) era composta di 4-6 persone, un uomo d'arme a cavallo (capo lancia), e da quattro o cinque uomini al seguito, la loro dotazione era: il cavallo del capo lancia, un ronzino da uomo d'arme, e uno da carriaggio, i "ragazzi" che 
formavano il seguito erano di solito a piedi, ma nelle "lance" meglio fornite, alcuni di loro disponevano di parti d'armatura e del cavallo.
Sappiamo che nel 1439 una squadra di dieci armigeri ducali, che da Bergamo si recavano a Brescia, erano formate da sessanta persone, quindi sei persone per lancia.
La cronaca lombarda di Pietro Azario, menziona più volte la "Militum et Mediolanensium Comitiva" di Bernabò Visconti, presente in tutti i fatti d'arme, costituita in gran parte da nobili, provenienti dalle terre di Seprio e della Martesana, territori nei quali le tradizioni militari risalivano alle origini comunali.

Sotto il comando del Carmagnola, l'esercito ducale era schierato con compattezza ed ordine, i capi si riconoscevano, per i vessilli e gli stendardi in evidenza, i (famigliari) in testa seguiti dalle (lance spezzate), dalle milizie dei condottieri poco noti, dalle fanterie stipendiate accompagnate dai rispettivi comandanti a cavallo, e dai cariaggi.
Con una lettera, si associa il fedele al (consorzio dei famigliari ducali), che comprendeva anche un ampio salvacondotto, esentava il famigliare e il suo seguito di persone e cavalli, da dazi, pedaggi e gabelle, e gli consentiva il libero transito nei territori del ducato.

Il cavaliere era inserito nei ruoli del (banco degli stipendiati) e riceveva la (prestanza), si trattava di un anticipo sui futuri salari, di solito cinquanta ducati per ogni singola lancia.
La (prestanza) era un elemento fondamentale nell'economia dei militari, a garanzia della (prestanza), gli uomini d'arme presentavano la fideiussione di un cittadino milanese, a garanzia d'eventuali diserzioni.
Presso il (banco), tutti gli arruolati prestavano il giuramento, i (famigliari armigeri), si impegnavano a notificare al duca, ogni voce sospetta di fedeltà e lealtà, era il controspionaggio, o polizia segreta, del duca, dipende dalle interpretazioni.
Lo stipendio dei "famigliari armigeri" nel 1425 era di 20 o 25 fiorini mensili, avevano diritto all'alloggiamento nella località assegnata, la cui comunità provvedeva al loro mantenimento.

Tra il 1443 e il 1445 fu elaborato un "compatio" generale per distribuire fra tutte le città del ducato, l'onere dell'alloggiamento e del mantenimento di migliaia di lance.

IL TITOLO DI MARESCIALLO

Titolo che il duca attribuiva ai capitani, che per la loro storia personale o la loro carriera risultavano particolarmente affidabili e fedeli, il titolo oltre al comando militare, configurava anche quello di funzioni giuridiche e commissariali, tra i primi marescialli dell'esercito ducale troviamo personaggi famosi come il Carmagnola.

Arasmino Trivulzio, ebbe molti incarichi importanti civili e militari, "camerario" del duca (Gubernator Lanciarum Spetiatarum et Familiarum ad Armis) titolo molto ampio che gli conferiva amplissima autorità, di comandare, ordinare, di multare e di licenziare, sopratutto gli attribuiva la giurisdizione senza limiti, fino alla mutilazione e alla pena di morte.
Suoi sostituti nel governo dei "famigliari" sono "l'Armiger" Pietro Matteo Visconti da Garbagnate e Niccolò Stanga con compiti militari e commissariali.

Il Trivulzio apparteneva ad una grande famiglia milanese, molto legata alla dinastia viscontea, la madre una Bianca Visconti, e anche la sua prima moglie era una Visconti.
Per il Trivulzio si sa per certo che comandò fino a mille cavalieri del duca, una parte consistente dei quali (famigliari e lance spezzate).

GLI ANTAGONISTI
I della Torre detti Torriani

Pagano della Torre signore della Valsassina, nel 1237 dopo la battaglia di Cortenuova aveva soccorso i milanesi, e da quel gesto si era guadagnato la gratitudine della città, nel 1240 il popolo milanese lo aveva proclamato "capitano del popolo".
Alla sua morte il titolo fu preso da Martino, alcuni storici riferiscono fosse il fratello, altri il nipote. Nella guerra contro Ezzelino da Romano che costò la vita allo stesso, grandi vantaggi ne trasse Martino che aveva partecipato alla lotta, Lodi lo nominava signore della città.

L'alleanza con il marchese Pelavicino (ghibellino) non piacque alla chiesa romana, che più tardi si vendicò, favorendo contro i Torriani l'ascesa dei Visconti.
Volendo accrescere la sua potenza, Martino tentò di far eleggere arcivescovo il congiunto Raimondo, i nobili opposero un loro candidato Francesco Settala, il pontefice pose fine alla contesa nominando Ottone Visconti, con questa elezione inizia il declino dei Torriani.
Alla sua morte, gli successe il fratello Filippo, visse solo due anni, ma riuscì ad estendere il dominio famigliare su Vercelli, Como e Bergamo che nel 1264 lo nominarono loro signore.
A Filippo come signore di Milano succedette lo zio Napoleone, che prestò aiuto alla città di Brescia che si era ribellata al marchese Pelavicino, e mandò il fratello Francesco come podestà, è il massimo dominio della famiglia della Torre, poi Ottone li sconfisse e Napoleone fece la tremenda fine nel castello di Baradello.

di Mario Veronesi
& Francomputer

Bibliografia
Guido Paolo Giusti -Visconti e Sforza i Signori di Milano -Gianni Juculano editore
Gli Studi L'età dei Visconti -Autori vari - Editrice la storia
Claudio Rendina -I Capitani di Ventura -Newton Compton Editori
Paolo GiudiciStoria d'Italia Vol 2
Il Medioevo -
Editore Nerbini Firenze 1930
Storia Universale Cambridge, ed Garzanti.

vedi anche -

< BATTAGLIA DI DESIO - MILANO MEDIOEVALE 1026-1447)
(con l'albero genealogico della famiglia DELLA TORRE e dei VISCONTI)

 

< MILANO RACCONTATA DA UN FRATE (ANNO 1288)

 

< in Riassunti, L'ASSEDIO DI MILANO DEL BARBAROSSA


  ALLA PAGINA PRECEDENTE

CRONOLOGIA GENERALE  *  TAB. PERIODI STORICI E TEMATICI