SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
BENIGNO ZACCAGNINI

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L’ONESTO ZAC
CHE EVITÓ 
IL “SORPASSO” 

di LUCA MOLINARI

Primavera 1975, elezioni amministrative nazionali: grande vittoria del Pci di Berlinguer. I comunisti conquistano le principali la guida delle principali città italiane. A Milano, Roma, Torino, Napoli, Venezia, Pavia, Cagliari, Ancona, Taranto e nei principali capoluoghi provinciali del centro-nord, oltre che nelle tradizionali roccaforti “rosse” dell’Emilia-Romagna, della Toscana, dell’Umbria e delle Marche, si insediano giunte di sinistra composte da Pci, Psi, Psdi e Pri. 
La differenza di voti tra i comunisti ed i loro storici rivali democristiani è minima: già si parla di un possibile “sorpasso” nelle elezioni politiche previste per l’anno successivo.
 
Un’epoca sembra chiudersi definitivamente. Berlinguer e il Pci sono oggetto dell’interesse della stampa e degli analisti di mezzo mondo che prevedono una stagione di successi per il “partitone rosso” e per il suo taciturno segretario.
Se a Botteghe Oscure si festeggia e si sogna, a Piazza del Gesù lo stato maggiore democristiano è in crisi. Coma profondo ed encefalogramma piatto dicono gli esperti ed i bene informati. 

Il Biancofiore sembra appassito, forse irrimediabilmente appassito. Troppi anni al potere che, con buona pace di Andreotti, logora eccome!. Troppi scandali e troppa corruzione segnavano l’inizio della fine del potere democristiano sull’Italia.

Come ebbe a dire Guido Bodrato, democristiano e galantuomo piemontese, “Siamo stati spazzati via da tutti i principali municipi d’Italia”. Infatti, Novelli (Pci, Torino), Valenzi (Pci, Napoli), Rigo (Psi, Venezia), Zangheri (Pci, Bologna), Aniasi (Psi, Milano), Argan (Pci, Roma) rappresentavano una buona ipoteca su una reale partecipazione comunista al governo del paese.

Il ventre molle della “Balena Bianca”, ferita, ma non del tutto arpionata, entrarono rapidamente in crisi: occorreva trovare una spiegazione alla sconfitta elettorale. La spiegazione era chiara e sotto gli occhi di tutti: gli ultimi anni erano stati segnati da un crisi di identità e di legame con il Paese. Troppi scandali e troppi rinvii nell’azione di governo.
 
Di certo, per dirla con Moro, “La Dc non si farà processare nelle piazze”, ma di sicuro dalle urne venivano chiari messaggi d’allarme. 

La discussione vera fu affossata ed i nodi più scabrosi (lentezza di governo con conseguenti scelte corporative e primi gravi fatti di corruzione) dimenticati. Troppi erano gli interessi in gioco, a partire dalla carriera di molti alti esponenti (grandi e piccoli) del partito dello Scudocrociato.

Ci si limitò a trovare un capro espiatorio cui addossare tutte le colpe. Fu il segretario del partito, Amintore Fanfani, a pagare per tutti. Il “pony d’Arezzo” era reduce da una duplice sconfitta: il referendum abrogativo della legge sul divorzio del 1974 e le amministrative del 1975. Fu il “mezzo toscano” a soccombere di fronte alla voglia di rinnovamento del partito ed a cadere vittima delle paure di molti boiari piccoli e grandi della Dc.

Fanfani, per essere chiari, di colpe ne aveva non poche, primo fra tutti una spigolosità di carattere non certo popolare in un mondo ovattato e curiale come quello democristiani. Certamente, però, i problemi della Dc (e del Paese) erano ben più profondi. Andavano ben oltre i singoli personalismi.
Trovata la vittima sacrificale occorreva individuare chi potesse mettere a posto le cose, salvare il partito dandogli un’immagine nuova e più in consonanza con il Paese reale.

Aldo Moro, che ben aveva intuito i problemi esistenti ed anche le soluzioni necessarie (cosa che, probabilmente, gli costò la vita), individuò in Benigno Zaccagnini l’uomo giusto per riannodare il legame tra la Democrazia Cristiana ed il Paese e per traghettare il partito fuori della crisi.

BENIGNO ZACCAGNINI  era galantuomo romagnolo, 
nato a Faenza, in provincia di Ravenna, nel 1913. 

Laureatosi in medicina, era divenuto pediatra, ma la sua vera passione era la politica. 
Da sempre di fedeli ideali democratici e progressisti era stato uno dei massimi rappresentanti dell’antifascismo romagnolo. Aveva partecipato attivamente alla lotta di Liberazione e durante la guerra partigiana aveva stretto amicizia con Arrigo Boldrini, comandante partigiano comunista e poi dirigente di primo piano del Pci.

Il legame con Boldrini era molto forte, tanto da superare le divisioni e gli steccati che potevano sorgere tra un dirigente della Dc ed il suo omologo del Pci. Fu vera amicizia, libera da condizionamenti di parte e di partito. In fin dei conti, entrambi erano giunti alla politica forgiandosi nella comune lotta partigiana, in quella Resistenza che li aveva visti combattere fianco a fianco dalla “parte giusta”, quella democratica ed antifascista.
I due, il democristiano ed il comunista, giunsero a stabilire un patto: l’orazione di quello che per primo fosse morto, sarebbe stata tenuta dall’amico sopravvissuto. Un bel gesto di amicizia, simbolo  di quell’Italia che, rossa o bianca che fosse, voleva continuare a convivere e a collaborare, nonostante la guerra fredda e la “cortina di ferro” che stava scendendo dal baltico al Mediterraneo.

Nel 1946 Zaccagnini è eletto all’Assemblea Costituente. Nel 1948 viene eletto alla Camera dei Deputati. Verrà riconfermato fino alle elezioni del 1979, sempre nella circoscrizione Bologna-Ravenna, sempre per la Democrazia Cristiana. Nel 1983 e nel 1987 passa al Senato: è senatore del collegio dell’Emilia-Romagna.
All’interno del partito è schierato sulle posizioni più avanzate, aderisce alle correnti della sinistra democristiana. È vicino ad Aldo Moro ed al suo tentativo di innovare e riformare il partito ed il Paese dall’interno del sistema.

Nel 1958 è sottosegretario al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale nel II Governo Fanfani. L’anno successivo Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel II Governo Segni. Manterrà tale carica anche durante la breve esperienza del Governo Tambroni (1960), per passare, sempre nello stesso anno, al Ministero dei Lavori Pubblici nel successivo governo guidato da Amintore Fanfani, il terzo esecutivo presieduto dallo statista aretino. 
In tutti questi incarichi ha lasciato un odore di pulizia e di onestà profonda.

Questa fu l’ultima esperienza governativa di Zaccagni, che si dedicò anima e corpo alla vita interna del partito. Diventa leader della sinistra democristiana e nel 1975 viene eletto segretario del partito.
Il suo programma è quello di Aldo Moro: strategia di attenzione verso i comunisti, ma nessuna concessione e nessuna subalternità. 
Sotto la guida “dell’onesto Zac”, inizia una rimonta elettorale della Dc. Le elezioni del 1976 sono alle porte: la possibilità di un sorpasso elettorale da parte dei comunisti di Berlinguer è tangibile e auspicato da molti settori della società italiana.

La cosa, però, spaventa i ceti più arretrati e moderati del paese. L’invito a “Turarsi il naso e votare Dc”, lanciato dal decano dei giornalisti (e dei liberalconservatori) Indro Montanelli dalle colonne del “suo” “il Giornale nuovo” e l’attività di gruppi fiancheggiatori come Comunione e Liberazione, riescono a spostare voti moderati e conservatori a favore della Dc. 
La faccia onesta di Zaccagnini fa il resto.

Ad urne chiuse il risultato è chiaro: la Dc ha recuperato rispetto all’anno prima (1975) e tenuto sostanzialmente le posizioni del 1972. A farne le spese sono stai i partiti minori di laici e di destra. Tutti, ad eccezione del Pri di Ugo La Malfa, escono decimati. Psdi, Pli e Msi vedono calare i propri consensi in modo direttamente proporzionale al recupero della Dc. 

risultati ( --- Ultime Politiche del 1972) - ( --- Amministrative 1975 )

DC  - 38,7 % - ( 38,7 ) - ( 35,3 )
PCI  - 34,4 % - ( 27,1 ) - ( 33,4 )
PSI  - 9,6 % -  ( 9,6 )  - ( 12.0 )
MSI - 6,1 %  - ( 8,7) - ( 6,4 )
PSDI - 3,4 %  - ( 5,1 ) - ( 5,6 )
PRI - 3,1 % - (  2,9 ) - ( 3,2 )
PLI - 1,3 %  - (  3,9 ) - ( 2,5)

Anche il Pci e il suo leader Berlinguer hanno di che gioire: un ulteriore incremento rispetto al 1975. Giovani e neoelettori hanno premiato le buone amministrazioni di sinistra individuando nel partito di via delle Botteghe Oscure, l’artefice di ciò. A favore del Pci gioca anche la decisione assunta da Psi, Psdi e Pri di non partecipare ad alcun governo che escluda ed emargini i comunisti.
Per usare le parole dell’illustre politologo Giorgio Galli, fu “l’anno dei due vincitori”.

Anche la Dc di Moro e Zaccagnini accetta il confronto con i comunisti. Si forma il III Governo Andreotti, un monocolore democristiano che vive grazie all’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale (Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli). È la prima fase del progetto moroteo e berlingueriano di entrata del Pci prima nella maggioranza di governo e poi nell’esecutivo stesso.

Tutto sembra indicare che quella è la direzione giusta, ma il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro ad opera della Brigate Rosse, pose fine a tutto ciò. Furono proprio i 55 giorni della tragedia di Moro che distrussero Zaccagnini. Il Segretario democristiano si trovò a difendere al “linea della fermezza” e del rifiuto a trattare con gli aguzzini del Presidente del suo stesso partito, benché il suo amico Aldo Moro lo scongiurasse, nelle lettere che scriveva dal sedicente “carcere del popolo”, di salvarlo.

"Caro Zac, se si proroga, come si deve, dev'essere per fare davvero qualche cosa, non per perdere tempo.  So che tutto è difficile ma spero non ti sottrarrai a questa responsabilità (il contrario sarebbe disumano e crudele) di far procedere il negoziato verso una conclusione ragionevole ma positiva.  Non puoi capire che cosa si prova in queste ore.  Non cedere a nessuno, non ammettere tatticismi.  La responsabilità è tua, tutta tua.  Se fossi nella tua condizione non accetterei mai di dire di sì all'uccisione, di pagare con la vita la prigionia che non si crede di poter interrompere.  Ma stai bene attento alla scala dei valori. Con [...] Aldo Moro - [...] parola indecifrabile" (Ndr.)


Morto Moro termina l’esperienza della Solidarietà Nazionale ed il Pci viene respinto di nuovo all’opposizione. Le elezioni del 1979 permettono nuove maggioranze e le posizioni assunte dal nuovo leader del Psi, Bettino Craxi, privilegiano un accordo diretto tra Dc-Psi e laici che escluda il Pci.
Il mutato quadro politico permette alle correnti di centro-destra democristiane di riprendere la guida del partito. 

Nel 1980 Flaminio Piccoli, leader del blocco conservatore definito “Preambolo”, viene eletto Segretario della Democrazia Cristiana al posto di Benigno Zaccagnini. Qui termina la carriera politica di uno dei più onesti politici del cinquantennio repubblicano italiano.

 
Benigno Zaccagnini è morto nella sua Ravenna il 5 novembre 1989
 e, in ottemperanza a quel patto fraterno contratto sugli Appennini romagnoli nei caldi giorni della lotta partigiana, l’orazione funebre è stata tenuta dal suo amico ed avversario Arrigo Boldrini, comandante “Bulow” della Resistenza. 

di Luca Molinari


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