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GRECIA - 1556 - 510 a.C.

MUTAMENTI DEI SISTEMI POLITICI - Il grande desiderio di libertà

LA GRECIA
DALLA CESSAZIONE DEL GOVERNO MONARCHICO NEI PRINCIPALI STATI,
FINO AL TEMPO CHE IPPIA SI RIFUGIÒ IN PERSIA (510 a.C.)

(Testo integrale di William Robertson
"Istoria dell'Antica Grecia")

Da quanto si è detto nel precedente capitolo, appare che il governo in tutti i differenti stati di Grecia era originalmente monarchico. Ma la tirannia dei loro principi presto produsse un totale mutamento nel sistema. Risvegliatosi nella mente dei Greci quell'ardente desiderio di libertà che d'allora in poi così fortemente distinse il carattere di questo maraviglioso popolo, lo distribuì in molte separate repubbliche. Per qualche tempo, infatti, noi vedremo private persone sorgere di tratto in tratto, le quali ispirate dalla loro ambizione, si orchestrarono di farsi sovrani del loro paese, alcuni - meno forti- con destrezza politica, altri - i forti- con aperta violenza e con la forza delle loro armi.

Ma di tutti questi stati, Sparta ed Atene si distinsero molto più degli altri, e con il loro straordinario merito e con la saggezza delle loro leggi acquistarono una così gran superiorità sopra gli altri che divennero le principali molle della macchina politica della Grecia. Fra queste due repubbliche, ovviamente sorse uno spirito di rivalità, che alla fine diede inizio a lunghe contese e discordie; nel corso delle quali noi vedremo gli altri stati, qualche volta alleati di Sparta, qualche volta di Atene, ovviamente secondo i loro differenti interessi. Pertanto i principali avvenimenti di questa istoria, più sovente riguardano queste due repubbliche che costantemente occupano il primo posto e sembrano in tutte le occasioni sostenere il fato della Grecia.
Noi procediamo quindi a riassumere l'istoria di Sparta e di Atene, dal periodo al quale abbiamo accennato nell'ultimo capitolo.
LICURGO con la sua giusta e disinteressata condotta, distruggendo le barbare intenzioni della regina e procurando che CARILAO, ancora fanciullo in culla (che l'ambiziosa madre voleva sopprimere per continuare a governare da sola) fosse dichiarato re, aveva altamente provocato quella principessa, che per vendetta con tutto il suo potere si adoperò a formare una fazione contro di lui, e lo fece accusare di cospirazione contro lo Stato.
Ma Licurgo presto si ritirò dal pericolo di queste macchinazioni. Poi scorgendo che le leggi erano interamente non osservate, o spesso non comprese, egli meditò una straordinaria riforma sul governo. Ma prima volle viaggiare in paesi stranieri, onde potere opportunamente osservare con i suoi propri occhi i diversi costumi e le istituzioni di differenti popoli, i più famosi allora per la saggezza delle loro legislazioni.

Con queste intenzioni, egli prima se n'andò all'isola di Creta, dove il celebre Minosse, il cui rigido carattere era molto simile a quello di Licurgo, aveva già stabilito un sistema di leggi. Fu questo Minosse un potente principe, il quale fiorì cent'anni avanti la guerra di Troja, e le cui virtù gli avevano procurata la più alta stima. Avendo soggiogata l'isola di Creta, egli decise di assicurarsi la sua conquista non con la sola brutale forza ma con la saggezza delle sue leggi.
A Creta, il governo, quando Minosse se ne rese padrone, era monarchico. Ma per portare la forma alla sua più alta perfezione, giudicò necessario di rendere il principe soggetto al potere delle leggi, come la nazione era soggetta al poter del principe; di modo che quest'ultimo avrebbe ottenuto in tal modo un illimitato potere di fare del bene, e nello stesso tempo sarebbe trattenuto dal nuocere le leggi affidando a lui il più prezioso di tutti i doveri: la cura di un intero popolo, a condizione che egli lo governerebbe come padre e protettore, e non come oppressore e tiranno.

Dopo Creta, LICURGO se n'andò poi in Asia Minore; dove raccolse in un solo corpo tutte le opere di Omero, che prima erano qua e là disperse in diversi frammenti. Dall'Asia Minore viaggiò in Egitto dove acquisì una grandissima quantità di cognizioni.

Dopo avere considerato le varie forme di governo che erano cadute sotto la sua osservazione, e saggiamente pesati i vantaggi e gli svantaggi di ciascheduno, adottò quello che gli sembrò il più completo, il più confacente per realizzarlo come sistema nel proprio Stato.

II risultato di tutte queste laboriose ricerche, fu la famosa legislazione Spartana che è stata l'ammirazione delle età successive, e che a noi in questi ultimi tempi sembrerebbe interamente chimerica ed impraticabile, se non fosse attestata oltre ogni possibilità di dubbio da ogni antico autore che ne parla. Molti di quelli, come Platone, Aristotele, Senofonte e Plutarco, sono stati testimoni oculari di ciò che hanno narrato. Inoltre è un indubitato fatto che questo sistema esistette realmente durante uno spazio di oltre settecento anni. Noi possiamo pertanto sufficientemente ammirare come fosse possibile per un uomo di pervenire a stabilire una forma di governo, così violentemente ripugnante in varie particolarità alle più potenti passioni dell'animo umano.

Durante l'assenza di Licurgo i Lacedemoni divennero estremamente turbolenti; e Sparta fu sul punto di cadere nella più profonda anarchia. Prendendo gli spartani coscienza di quanto abbisognavano di un uomo di giudizio e qualità superiori, spedirono messaggeri a supplicare Licurgo di ritornare a Sparta; e lui con le idee di un sistema ormai da qualche tempo maturate, immediatamente accettò l'invito.
Ma prima di procedere alla promulgazione delle sue leggi, volle rafforzarsi dell'autorità degli Dei, e a tale oggetto andò a consultare l'oracolo di Delfi, dove trovò, non sappiamo con quali mezzi, di ottenere una favorevole risposta ai suoi progetti.

Correva l'anno 884 a.C.
LICURGO arrivando a Sparta, prima comunicò privatamente il suo disegno ai principali uomini della città. Essendosi procurata la loro approvazione, si recò al mercato per affrontare la piazza, scortato da un numero di uomini armati; e lì spiegò al popolo le modifiche che intendeva fare riguardo al governo, e le nuove istituzioni che si proponeva di stabilire.
Noi ci asterremo qui di entrare nei minimi particolari di queste istituzioni, poiché il corso degli avvenimenti sarebbe frequentemente interrotto; ma di ciò parleremo lungamente in seguito quando dedicheremo un intero capitolo alle due forme di governo: quello Spartano e quello Ateniese.

LICURGO impiegò quasi tutto il resto della sua vita, nel portare le sue leggi alla perfezione e nel dare forza a farle osservare. Incontrò molta opposizione, ma dimostrò forse non meno fermezza e prudenza nell'indurre i suoi concittadini a sottomettersi ai suoi regolamenti, manifestando di volta in volta saggezza nel concepirli.

Dopo aver dato l'ultima mano all'opera sua, e gustato il piacere di vedere fermamente stabilite le sue istituzioni e i suoi concittadini esercitati all'esercizio di quelle, Licurgo dichiarò la sua intenzione di consultare l'Oracolo se era necessario ulteriormente migliorarle, e ottenne da loro una solenne promessa che le istituzioni già in atto le avrebbero osservate fino al suo ritorno.

Giunto a Delfo, posta la domanda alla Sacerdotessa questa rispose, che Sparta se avesse mantenute e osservate le sue leggi, sarebbe diventata la più illustre e felice città del mondo. Licurgo trasmise a Sparta questa risposta; e considerando essere la sua opera oramai interamente compiuta, si diede una volontaria morte astenendosi da ogni cibo.

La riforma del governo Spartano fatta da Licurgo è reputata una seconda. Nel futuro, pertanto, noi consideriamo questo stato come una repubblica, nella quale i re non erano più monarchi assoluti, ma nulla più che i principali magistrati.

Gli Istorici pongono la nascita di Omero non molti anni prima di quella di Licurgo.
Poco dopo la morte di Licurgo, essendo scoppiata una guerra fra i Lacedemoni e gli Argivi, circa un piccolo territorio chiamato Tirea, le due parti per risparmiare la vita dei loro concittadini in un'inopportuna guerra, convennero di porre fine alla disputa con trecento scelti soldati da ciascun lato. Questi seicento combattenti affrontandosi, si scatenarono con tale furia e ostinazione, che esclusi tre, rimasero tutti uccisi sul campo; due dei tre sopravissuti erano Argivi e il terzo un Lacedemone chiamato ORTRADE. Ma dal momento che -in quella ecatombe- entrambi le due parti reclamavano la vittoria, seguì una furiosa generale battaglia che coinvolse tutti quelli che avrebbero dovuto essere dei semplici soldati spettatori. Alla fine i Lacedemoni restarono vincitori, ma a che prezzo! Anche in questo ulteriore furibondo scontro pochi furono i sopravvissuti. E fra questi ORTRADE, che però provocato dallo sdegno di essere sopravvissuto ai suoi compagni soldati, si uccise sul campo di battaglia.

Correva l'anno 760 a.C.
Questo stesso anno, Teopompo, uno dei re di Lacedemone, istituì gli "Efori" a Sparta. In realtà fu il basso popolo che provocato dall'oppressione sotto cui gemeva, impose al re questi magistrati, come un freno sopra il suo potere. Gli "Efori" erano i componenti (cinque) di una magistratura collegiale eletti dalla "Gerusia" (consiglio di anziani, composto da 30 membri eletti a vita dall'assemblea, e scelti fra coloro che avessero superato i 60 anni).

I Lacedemoni all'incirca nello stesso periodo dichiararono guerra ai Messeni per avere violate alcune giovani donne di Lacedemone, che erano andate, secondo un'antica consuetudine, ad esprimere la loro devozione a un tempio che era posto sui confini di ambedue gli stati. Per vendicare quest'insulto, i Lacedemoni sotto il comando di ALMENO, assalirono di notte la città di Anfèa, e passarono tutti gli abitanti a fil di spada. I Messeni a quel tempo non erano in grado di fare una rappresaglia. Ma circa quattro anni dopo, entrarono in Laconia sotto il comando del loro re EUFAE, e scatenarono una battaglia, alla quale solo la stanchezza e la notte pose termine alla strage in ambo le parti, e a quanto sembra terminò senza un vero e proprio vincitore, lasciando però i Lacedemoni la sete di vendetta per la subita invasione.

Correva l'anno 743 a.C.
L'anno seguente i Lacedemoni si misero in campagna dopo essersi impegnati con giuramento di non ritornare a Sparta, se non prima di aver recuperato tutte le piazze occupate dai Messeni. Questi ultimi in casa avevano già un altro maligno nemico, ed era la peste.

Ignari di questa calamità, i Lacedemoni scatenarono comunque la loro battaglia, nella quale ambo le parti combatterono con tale furia e ostinazione, che anche questa volta lo sfinimento le obbligò - in mutuo consenso- a smettere di scannarsi.
I Messeni esausti per la doppia calamità della guerra e della peste si radunarono ad Itome, piazza forte posta sulla sommità di un colle, e mandarono a consultare l'oracolo di Delfo intorno ai mezzi per poter risorgere in questa critica e disperata situazione. L'oracolo diede per risposta, che era necessario sacrificare agli Dei una vergine di sangue reale.
ARISTODEMO, Messenio di reale origine, per obbedire al divino comando offrì e sacrificò la sua propria figlia.
Negli successivi giorni, un'altra sanguinosa battaglia avvenne nelle vicinanze di Itome, dove i Messeni, guidati da Aristodemo, fecero prodigi di valore, soprattutto per ricuperare - e vi riuscirono- il corpo del loro re EUFAE che nell'azione era caduto riportando gravissime ferite.
Aristodemo ottenne il premio del suo valore da quelli che avevano combattuto con lui, che lo nominarono loro re al posto di Eufae che per le gravissime ferite riportate in battaglia era nel frattempo morto.
Aristodemo si fece onore e più tardi avendo condotto i suoi soldati ad un altro fatto d'armi contro i Lacedemoni, sconfisse questi e catturò il loro re Teopompo con più di trecento cittadini spartani che si erano uniti ai soldati, e che poi uccise a sangue freddo.
I rimanenti Lacedemoni superstiti, temendo che le loro famiglie fossero in ansia per la loro sorte perché da lungo tempo assenti da casa in conseguenza del giuramento che avevano preso, decisero di rimandare a Sparta tutti gli uomini che avevano unito all'esercito, e a coabitare con le loro mogli o con quelle dei trecento uccisi rimaste vedove.

I figli che nacquero da questa singolare unione furono distinti col nome di Parteni, i quali appena cresciuti e abili a portare learmi, si bandirono spontaneamente da Sparta, e si stabilirono a Taranto in Italia.

Quattro anni dopo, seguì una generale battaglia fra i Lacedemoni e i Messeni, nella quale una fazione degli ultimi assalì i Lacedemoni in un'imboscata, una parte la massacrarono l'altra la misero in fuga, e procurò la vittoria ai suoi concittadini. Ma nonostante gli Spartani avessero in questo combattimento perduto il fiore fiore delle loro truppe, riuscirono a mettere sotto un lungo assedio Itome, che ben presto ridussero la popolazione alla fame. Re Aristodemo vedendo i suoi concittadini ridotti alle estreme forze, e spegnersi uno dopo l'altro dall'inedia, per disperazione si uccise sulla tomba della figlia che aveva sacrificata all'oracolo di Delfi. Ma lasciò un figlio infante, che assumerà il suo stesso nome.
I pochi superstiti Messeni, dopo aver sofferto fino all'estremo gli spasimi della fame, furono alla fine costretti a capitolare. I Lacedemoni fecero schiavi la maggior parte di loro, e li obbligarono a coltivare le loro terre; molti di questi o morirono o fuggirono rifugiandosi in varie nazioni. Questa prima guerra era durata quasi vent'anni.

Correva l'anno 685 a.C.
I pochi Messeni superstiti dopo aver sofferto trent'anni il giogo dei Lacedemoni, decisero di tentare di ricuperare la loro libertà. E per farlo si posero sotto il comando di Aristomene il giovine, uomo di straordinario coraggio, espertissimo nell'arte della guerra. Con lui i Messeni iniziarono l'agognata rivincita e con lui proseguirono conseguendo una lunga serie di vittorie contro i loro aguzzini nemici.

I Lacedemoni fortemente in crisi in questa bellicosa riscossa dei Messeni, furono questa volta loro a consultare l'Oracolo. La risposta fu; "che bisognava chiedere un generale agli Ateniesi" per condurli alla vittoria; ma gli Ateniesi alla richiesta si presero gioco degli Spartani e invece di un generale mandarono TIRTEO, un poeta.

I Lacedemoni ignari, conobbero ben presto che questo era una derisione ateniese ai loro problemi; infatti, dopo aver ripreso le ostilità con i Messeni, ed essere stati battuti in tre successive battaglie, decisero di tornarsene a Sparta.

Ma a questa rassegnata risoluzione si oppose TIRTEO, che da quieto poeta, si trasformò in un singolare esortatore della riscossa, e che per scuotere il loro coraggio recitò alcuni suoi versi che aveva con gran cura composti. Questi versi erano così bene adattati ad ispirare valore e disprezzo per il pericolo, che furono proprio questi a spronare i Lacedemoni al più alto grado di furore guerriero; e fecero sentire una sola voce, di essere immediatamente pronti a scendere in campo contro il nemico. Questa determinazione ad agire diede subito i suoi frutti, ripresa la guerra, dopo una sanguinosissima battaglia ottennero una completa vittoria. I resti dell'esercito Messeno messo in difficoltà si ritirò al Monte Eira, difendendosi per un lungo tempo contro gli attacchi dei Lacedemoni. Ma Aristomene, il loro generale, essendo caduto in mezzo ad una moltitudine di Spartani, contro i quali aveva fatto un disperato assalto, i suoi concittadini credendolo morto, demoralizzati ed esausti nella loro ultima disperata battaglia con i Lacedemoni, alla fine furono sopraffatti; molti caddero nelle mani dei nemici e furono ridotti alla condizione di Eloti.

Chi invece scampò alla morte, alla cattura e riuscì a fuggire, essendo il paese rovinato e senza alcuna speranza di risorgere, fuggirono e si ritirarono in Sicilia, e qui fondarono una Città che all'inizio prese il loro nome: Messe, o Messana che in seguito diventò Messina.
(altri affermano che l'originario nome dato a Messina -in questo periodo VII sec.- era Zancle, e che solo nel 490 a.C. Anassilao tiranno di Reggio (fondata contemporaneamente a Messana), occupandola tornò a chiamarla Messana).
Il loro ultimo bravo generale Aristomene, che sopravvisse allo sfacelo, seguitò ad essere il giurato nemico degli Spartani, e finché visse, fu il loro continuo terrore.

Abbiamo dunque osservato che la monarchia abolita ad Atene sotto i figli di Codro, e dai Governatori chiamati Arconti (nobili proprietari terrieri, che diedero vita a un governo aristocratico) presero il posto del Re. Questi nuovi soggetti erano i principali magistrati della repubblica, nominavano uno di loro Arconte (comandante) e assieme a lui erano incaricati a governare lo stato secondo le stabilite leggi.
All'inizio godevano per tutta la vita del loro ufficio. Medone fu il primo ad essere rivestito di questa dignità di "comandante". In seguito (anno 682 a.C.) dopo la morte di Almeone, il popolo creò nove Arconti, e ristrinse la loro autorità allo spazio di dieci anni. Il capo di questi fu chiamato Eponinio Arconte, e dal suo nome fu distinto quell'anno; il secondo fu chiamato Re; il terzo Polemarco; e gli altri sei assunsero il generico nome di Tesmoteti.

Una così limitata autorità, come quella di cui gli Arconti furono rivestiti, era insufficiente a reprimere uomini con una così turbolenta disposizione. Gli Ateniesi conseguentemente furono per vari anni lacerati da controversie e fazioni legate ad alcuni capipopolo. Poiché non avevano ancora leggi scritte, questi dissentivano sopra ogni questione connesse alla religione e al governo.
Uno di questi capi fazione, CILONE (632 a.C.) fece un tentativo di instaurare la tirannide, e colse vantaggio da queste turbolenze, per impadronirsi della cittadella. Ma gli Ateniesi, con l'Arconte MEGACLE, della potente famiglia degli Almeonidi, trovarono il modo di reprimere la sua ribellione e quello sciagurato tentativo che li avrebbe riportati indietro nel tempo.

Avendo conosciuto per esperienza, che la reale libertà, consiste nella dovuta dipendenza alle leggi e al governo, gli Ateniesi dopo quel fallito tentativo, decisero di prendere le più efficaci misure per porre un termine alle loro discordie che spesso davano vita a tipi come Cilone. La questione era solo una: chi eleggere?

Correva l'anno 623 a.C.
Gli Ateniesi niziarono in questo anno a fissare l'occhio sopra uno dei loro Arconti. E questi era DRACONE, cittadino di esemplare virtù e della più rigida severità di costumi; ma il cui estremo rigore in materia di governo era molto vicino quasi all'inumanità.

Correva l'anno 621 a.C.
Scelto dagli Ateniesi per essere il loro legislatore, DRACONE accettò, ma per il troppo zelo di frenare le licenziose loro maniere, cadde nell'opposta estremità, dalla clemenza all'inclemenza, punendo con la morte le pene delle offese più comuni, e perfino dell'ozio e dell'indolenza.
Per queste ragioni le leggi di Dracone si afferma essere state scritte non con l'inchiostro ma con il sangue; e la loro eccessiva severità procurò loro il destino di tutte le più violente istituzioni. Aveva sottratto la formulazione e l'applicazione delle leggi agli abusi dei giudici, e aveva dato l'impressione di voler così tutelare maggiormente i diritti dei ceti popolari, ma questa tutela, fatta con le sue leggi severissime, fu ben presto rifiutata e le sua inflessibile giustizia cadde presto in disuso con il suo successore.


Fu SOLONE, nel 594 a.C. nominato arconte; con lui sorse finalmente un uomo degno di prescrivere leggi agli Ateniesi, e queste costituiscono, secondo la tradizione, il primo codice scritto di Atene. Solone era nativo di Salamina. Venne alla ribalta quando (610 a.C.)) rimise gli Ateniesi al governo di quell'isola con uno stratagemma, e si era con quest'azione acquisita una grande riputazione; la sua integrità, la sua saggezza, le sue cognizioni nella scienza del governo, ma soprattutto la dolcezza della sua indole presto gli procurarono la sconfinata stima dei suoi concittadini.

Gli Ateniesi pertanto scelsero lui per ristabilire la tranquillità nella loro città; lo crearono Arconte straordinario, e lo rivestirono di tutta l'autorità per fare nel governo quelle modifiche che lui giudicava essere necessarie. L'illimitato potere che gli era stato affidato l'avrebbero certamente potuto condurlo sul trono come monarca assoluto; ma la sua moderazione e virtù non gli permisero di farsi prendere dalla tentazione.

SOLONE si applicò con gran diligenza e cura nell'adempiere bene l'incarico dai suoi concittadini a lui affidato. Egli stabilì il pubblico governo sovra una più ferma base, e concepì per gli Ateniesi un corpo di eccellenti leggi.
Di quelle istituzioni che riguardano la pubblica amministrazione, ne parleremo in seguito in modo più ampio. Lasceremo da parte invece quelle leggi riguardanti i rapporti tra privati, che nell'elencarle sarebbe noioso.

Solone cercò di ridurre i persistenti contrasti tra le classi che caratterizzavano la vita politica della città, promuovendo una serie di riforme costituzionali: da un governo aristocratico ad uno a base prevalentemente censitaria e timocratica.
Oltre a prendere provvedimenti a favore di contadini, piccoli commercianti e artigiani (riduzione di debiti, abolizione retroattiva della schiavitù per debiti), promulgò una costituzione secondo la quale tutti i cittadini, suddivisi in 4 classi in base al reddito, era concesso il diritto elettorale attivo, la partecipazione all'assemblea popolare (l'Ecclesia che approva le leggi, delibera sulla pace e la guerra, elegge gli arconti) e al tribunale del popolo o Elica. Solo ai membri delle prime due classi era consentito di divenire arconti. Questi definitivamente stabiliti in numero di nove (re, polemarco, eponimo, e sei tesmoteti), essi esercitavano il potere esecutivo.
SOLONE rafforzò inoltre l'Aeropago (che giudicava sui delitti di sangue, sulla condotta degli arconti, proponeva le leggi, sorvegliava sulla loro osservanza, l'amministrazione, la giustizia). Fra le tante punizioni per i delitti di sangue, gli fecero notare che non aveva previsto una pena per il parricidio e il matricidio; "avete ragione -rispose- ma perché non ho creduto potervi essere delle persone tanto scellerate da uccidere il loro padre e la loro madre" .

Dopo avere pubblicate le sue leggi, e aver costretti i cittadini con giuramento ad obbedirle, Solone lasciò Atene per lo spazio di dieci anni, affinché le sue istituzioni potessero in questo tempo prender profonda radice, ma anche per evitare le difficoltà e i giornalieri lamenti che gli sarebbero stati fatti intorno alla loro esecuzione o interpretazione.
In quest'intervallo viaggiò in Egitto e visitò Creso, re di Lidia. Questo principe avendo fatta pomposa mostra della sua vasta ricchezza e magnificenza, nell'eccitare l'ammirazione di Solone, si ebbe la mortificazione di veder guardate dal filosofo gli oggetti della sua felicità con la più imperturbabile indifferenza, né riuscì a trarre da lui il più piccolo apprezzamento, e se ne dolse. Solone colse l'opportunità per fargli notare, che non può l'uomo con sicurezza mai vantare la propria felicità.
E visto che l'altro insisteva, chiedendogli se lui non avesse mai visto un uomo dalle vesti più belle e ricche delle sue, Solone rispose "sì, i pavoni, e non si danno nemmeno tanto da fare, tutto quello splendore gli è regalato dalla natura".
Solone non era certo il tipo che apprezzava l'insolente magnificenza. Di lui ricordiamo una sua celebre massima: "Bisogna stare sul mediocre in ogni cosa".

Durante l'assenza di Solone, ad Atene ci furono grandi disordini cagionati da tre fazioni formate da tre differenti capi; MEGACLE, PISISTRATO, e LICURGO.
MEGACLE era potentissimo per la sua ricchezza, essendo figlio di Almeno, che il re Creso aveva colmato di beni, ed avendo sposata la figlia di Clistene, uno dei più opulenti principi della Grecia.
PISISTRATO con la dolcezza delle sue maniere, con la sua affabilità, e la sua liberalità verso i poveri cittadini, aveva acquistato una grandissima popolarità. Ma tutto ciò, essendo un uomo scaltro, non fu null'altro che un'artificiosa tattica per coprire i suoi futuri ambiziosi progetti.

Correva l'anno 561 a.C.
Pisistrato per meglio mandare ad effetto il proprio disegno usò uno dei più singolari e bassi stratagemmi. Essendosi ferito in varie parti del corpo, ordinò ai suoi amici di portarlo tutto coperto di sangue al mercato, dove poi raccontò al popolo, che lui aveva sofferto questo crudele trattamento dai nemici solo per il fatto di aver agito per il bene della repubblica, e si dichiarò minacciato da quelle varie classi che da anni con i loro contrasti si opponevano alla sua più saggia politica.
Il popolo commosso dal suo racconto e dalle apparenza, si sollevò in suo favore, abbatté le opposte fazioni, ed assegnò una guardia di cinquanta uomini alla sua persona. Con l'assistenza di questi e di un grandissimo numero di suoi propri uomini che egli armò entrambi, Pisistrato prima prese la cittadella, e poco dopo si rese padrone dell'intera Città.

Solone nel suo ritorno ad Atene trovò le cose in questo stato, con le sue leggi la maggior parte non più osservate, e dopo aver rimproverato inutilmente a Pisistrato l'ingiustizia della sua usurpazione, e al popolo la sua codardia e follia, si ritirò da Atene, oppresso dall'afflizione, e se n'andò a passare il resto della sua vita nell'isola di Cipro. Ma il dispiacere nel vedere il suo paese oppresso, presto pose fine ai suoi giorni; morì il primo anno del suo volontario esilio, e nel suo ottantesimo di vita.

Solone possedeva indubbiamente uno spirito filosofico, ed era animato da uno straordinario zelo per la repubblicana forma di governo. Ma il suo sistema mancava nei principi in quanto egli mise tutto il potere nelle mani della moltitudine, la quale, come dimostrarono i raggiri di Pisistrato, è estremamente disposta ad essere sedotta dagli ingannevoli artifizi messi in atto dalle mire di un uomo molto scaltro.
Dobbiamo ammettere pertanto che agli Ateniesi, i quali erano nati nella più gran licenziosità, Solone diede le migliori nozioni di ordine, leggi e giustizia, di cui a quel tempo essi erano forse non ancora all'altezza di comprenderle.
Solone fu all'incirca contemporaneo ai SETTE SAVI della Grecia, e lui stesso fu annoverato nel loro numero. I nomi degli altri sei erano, TALETE, BIANTE, PITTACO, CLEOBOLO, PERIANDRO, E CHILONE.
(ognuno li menzioniamo in un capitolo a parte in questa storia - vedi indice)

Essi furono onorati col titolo di Savi per ragione di essere stati tutti legislatori, più o meno, e di avere date molte massime di moralità, in brevi laconiche sentenze .
Pisistrato non godé della sua male acquistata tirannia che per lo spazio di soli tre anni, avendo MEGACLE e LICURGO unite le loro fazioni e procurata la sua cacciata.
Ma anche Megacle divenendo presto geloso del potere del suo rivale, offrì sua figlia in sposa a Pisistrato, e con lei la sovrana autorità. Pisistrato accettò l'offerta, e Licurgo fu così cacciato da Atene.

Il tiranno Pisistrato tornato in Atene, per assicurarsi più efficacemente l'approvazione della massa composta da piccoli e medi proprietari e dalla plebe, risolvette di fare apparire questa restaurazione, come un immediato effetto di una volontà divina; per questa messa in scena, persuase una donna di eccezionale bellezza, a rappresentare in questa occasione il personaggio di Minerva, e in tale veste essa doveva entrare in Atene e annunziare il suo arrivo. La donna per l'occasione indossò l'abito in cui questa Dea era abitualmente raffigurata, e come una dea, apparendo improvvisamente nella città, sopra un magnifico carro, fece la sua parte alla perfezione, poi proclamò ad alta voce, che lei, Minerva, era intenta a ricondurre in Atene Pisistrato.
Il popolo, come il solito, sempre disposto ad essere sedotto dagli ingannevoli artifizi, prese il sotterfugio come un ordine divino e ricevette esultante il tiranno.

IPPARCO e IPPIA i due figli di Pisistrato del primo matrimonio, temendo che i loro fratelli nati dalla seconda moglie e con lei avrebbero fatto di tutto per escluderli dalla successione, artificiosamente ispirarono nell'animo del padre dei loro infamanti sospetti sulla matrigna per farla cadere in disgrazia (Lei era la figlia di Megacle data in sposa a Pisistrato pur di unirsi a lui per cacciare il rivale Licurgo, ma che poi il tiranno non gli riservò la sperata gratitudine).

Correva l'anno 555 a.C.
MEGACLE colse l'occasione al volo e per sostenere sua figlia e i nipoti messi in cattiva luce dalle voci infamanti, convinse una gran parte degli Ateniesi, con altrettante accuse infamanti di malgoverno, a ribellarsi al dittatore il quale temendo di essere ucciso fuggì da Atene per la seconda volta, rifugiandosi nell'isola di Eubea dove visse con la sua famiglia undici anni.

Pisistrato, come vedremo più avanti, fece poi un nuovo ritorno in Atene nel 544 a.C., e governò
Durante il suo esilio, suo figlio IPPIA, uomo di carattere attivo e irrequieto, avendo ottenuto che varie città marittime si dichiarassero in favore di suo padre, Pisistrato grazie a lui presto si vide alla testa di un considerevole corpo di truppe, con l'assistenza delle quali si mise in marcia e sorprese Atene, quando non vi era aspettato ed era quasi stato dimenticato; rientrò in città, dopo la vittoria al santuario di Atena presso Pallene, come vincitore, acclamato e festeggiato dalla plebe; che del resto da questa era stato sempre appoggiato.

Correva l'anno 544 a.C.
Pisistrato dal suo rientro in Atene, ininterrottamente governò fino alla morte. Nonostante quanto detto sopra, Pisistrato ebbe poi particolare cura del progresso economico e culturale della città e fu esaltato per la sua straordinaria abilità politica; di cui parleremo ancora.

Appena rientrato in città, per ristabilire la sua autorità, Pisistrato pensò che era necessario prima di tutto fare una radicale pulizia di tutti coloro che sostenevano il partito di Megacle; ma dopo aver tagliato la strada a tutti quelli che avevano il potere o l'inclinazione a contrastarlo, s'impegnò a cancellare agli Ateniesi i ricordi dei suoi errori commessi e le sue passate crudeltà: e conviene confessare che la saggezza e la giustizia esercitata da lui nella successiva amministrazione, fece veramente dimenticare in gran parte i suoi primi delitti; e iniziò ad applicare il suo potere nel miglior dei modi.
Si avvalse molto della sua eloquenza, per riguadagnare l'affetto pubblico e addormentare gli Ateniesi nell'oblio della loro prima libertà, e non smise mai di conquistarsi con ogni mezzo la popolarità, come quando spalancò i suoi stupendi giardini a tutti i cittadini di ogni classe; e soprattutto -facendo ammenda dei suoi errori passati- giustificò quell'amara affermazione di Solone; che lui, sarebbe stato il miglior cittadino di Atene, se non fosse stato il più ambizioso.

Finì in pace i suoi giorni (nell'anno 528 o 527 a.C.) e trasmise ai suoi figli l'usurpata sovranità; di cui egli aveva quasi continuamente fruito per lo spazio di trentatre anni, e durante gli ultimi diciassette regnando nella maggior pace e tranquillità.

IPPARCO od IPPIA i due suoi figli maschi (detti anche Pisistrati), si divisero fra loro il regno, e vissero in perfetta concordia, riscuotendo Ipparco come maggior fratello i principali onori. Questi ereditò lo straordinario amor di suo padre per le scienze. Per inspirare agli Ateniesi l'incantesimo della poesia, il gusto per le lettere e i costumi, che sono la naturale conseguenza del sapere, egli invitò alla sua corte il grande e brillante poeta ANACREONTE (che cantava l'amore, i piaceri, ma non disdegnava l'invettiva e la satira) e il poeta SIMONIDE (celebre per i suoi carmi, le poesie celebrative, gli epigrammi funerari) e protesse tutti gli uomini che si distinguevano per il loro genio. Secondo Platone, la tranquillità e la felicità che primeggiarono durante il suo regno, richiamano l'idea dell'età dell'oro.

All'incirca nello stesso ultimo periodo di Pisistrato, il suo alleato POLICRATE usurpò a Samo il potere sovrano, e per il desiderio di occupare la reale dignità di tiranno, sacrificò il proprio fratello. Essendosi procurata un'armata navale di cento vascelli, si rese formidabile tanto in Asia quanto in Europa, ed oppresse capricciosamente i suoi sudditi e quelli a lui vicini che temevano da un momento all'altro una sua invasione.
Sparta per le sue gesta guerriere era allora guardata come la principale repubblica della Grecia. Quindi la sua protezione, dai vari stati che Policrate molestava, fu implorata contro la sua tirannia; e siccome gli Spartani si professavano nemici di ogni specie di dispotismo e oppressione, si ritennero onorati e obbligati a frenare i progressi del tiranno. Per questo fine allestirono una flotta navale e un'armata, e fecero uno sbarco all'isola di Samo, assediando la città. Ma la loro impresa non riuscì, e dopo essere respinti in ripetuti assalti, furono alla fine obbligati ad abbandonare il loro progetto punitivo e ritornarsene a casa.

Policrate proseguì nei suoi grandi progetti di conquiste, con poco chiare alleanze; dopo quella di Pisistrato, si alleò con il faraone Amasi, poi con il persiano Cambise; fu vanamente assediato da Lacedemoni e Corinzi. Infine recatosi dal satrapo Orete per chiedere anche a lui un'alleanza e degli aiuti, forse contro i Persiani, da questi fu fatto prigioniero e poi punito con la crocifissione.
EACE succedette a lui nella tirannia; ma il popolo trovò il modo di scuotersi dal torpore, di togliersi giogo che gli aveva messo Policrate, e di ricuperare la sua libertà.

Correva l'anno 514 a.C.
IPPIA, dopo aver regnato diciott'anni ad Atene, con il fratello in buona armonia, all'improvviso mutò atteggiamento e divenne dispotico e crudele. Non era sufficiente la saggezza del fratello Ipparco (che abbiamo accennato sopra) ed alcuni Ateniesi approfittarono della tirannia di Ippia, per fomentare una cospirazione contro di lui e anche contro suo fratello. La fazione degli Almeonidi, così chiamata dal suo condottiero Megacle figlio di Almeno, fu la fomentatrice e la responsabile principale di questa cospirazione. ARMODIO ed ARISTOGITONE, entrambi cittadini di Atene e reciprocamente uniti dall'amicizia, decisero di vendicare un affronto fatto alla figlia del primo da Ipparco, che -non sappiamo per quali motivi- l'aveva obbligata a ritirarsi da una pubblica processione dalla quale non poteva essere esclusa, perché aveva solo l'incarico di portare un paniere di fiori.
Per soddisfare il risentimento (ma con ben altri motivi all'origine) questi due uomini decisero in grande: quello di assassinare i due Pisistrati. Avendo concertato le convenienti misure per la loro impresa, segretamente parteciparono alla congiura alcuni cittadini pure loro con del rancore verso i due, e stabilirono che l'esecuzione doveva avvenire nel giorno della festa di Panatenea, in cui tutti i cittadini quel giorno portavano le armi. E così fu: il giorno fissato assalirono ed uccisero Ipparco; ma sia Armodio che Aristogitone furono loro stessi presi istantaneamente e messi a morte; gli altri complici che avevano collaborato furono tutti catturati.

IPPIA, sfuggito incredibilmente a tutte quelle mani assassine che avevano colpito suo fratello e mancato lui, nel succedergli come unico sovrano, non tralasciò di premunirsi dei migliori mezzi per il timore di dover raggiungere nella tomba il fratello.
Nel processo ai catturati, istituì la tortura, per costringere i complici degli assassini a confessare le altre circostanze della trama. In questa occasione una donna chiamata LIONNA, la quale era stata molto intimamente unita con Armodio, fece sfoggio di un grande eroismo. Ella sopportò i più crudeli tormenti con un coraggio infinitamente superiore che da una donna si poteva sperare, e temendo che le pene della tortura riuscissero a farla parlare, si tagliò da se stessa la lingua. Gli Ateniesi in seguito eressero alla sua memoria una statua senza lingua.

Ma in quella circostanza molti Cittadini furono sacrificati con i sospetti d'Ippia che vedeva congiure da ogni parte; tutti i partigiani della fazione degli Almeonidi per salvarsi da questi sospetti furono costretti tutti a fuggire da Atene.
Tuttavia gli Almeonidi non rimasero inattivi, e meditarono i mezzi per tornare ad Atene per vendicarsi. Con queste intenzioni, furono così fortunati da coinvolgere nei loro interessi - ma facendo moltissimi doni- la sacerdotessa di Delfo; la quale più volte quando i Lacedemoni andarono a consultarla o ad implorare in loro favore la sua intercessione presso gli Dei, costantemente essa rispose: "Che dovevano liberare Atene dalla tirannia dei Pisistratidi".

I doni degli Almeonidi e questo stratagemma ebbe l'effetto desiderato. I Lacedemoni allestirono un'armata navale, e sbarcarono in Attica; ma giungendo la notizia del loro disegno a Ippia, lui fece in segreto i necessari preparativi per riceverli approntando un poderoso esercito. E quando fu informato che i Lacedemoni erano ormai sbarcati a terra, s'incamminò con il suo esercito per affrontarli, uccise il loro comandante e mise in fuga l'armata allo sbando.
Ma questo cattivo risultato servì soltanto ad inasprire i Lacedemoni. I quali poco dopo tornati in Attica con un nuovo esercito annientarono la cavalleria Tessala, che era la principale forza del tiranno, e posero l'assedio ad Atene.
Ippia non volendo esporre i suoi figli alle conseguenze di un assedio, li mandò segretamente fuori della città affinché fossero condotti in qualche luogo di maggiore sicurezza. Ma i figli essendo caduti nelle mani del nemico, Ippia per salvar loro la vita, prontamente convenne di rinunciare alla sua sovranità; e in conseguenza di quest'accordo, diede ad Atene l'addio e si ritirò a Sigeo nella Frigia.

Correva l'anno 510 a.C.
Fu così gli Ateniesi ricuperarono la loro libertà da una tirannia che era con i Pisistratidi durata cinquant'anni.
Eressero statue alla memoria di Armodio e di Aristogitone che avevano dato inizio a questa rivoluzione, e le misero ben in vista per il pubblico affinché il loro aspetto potesse ispirare ai cittadini il più violento odio per la tirannia.
(Facciamo notare, che quasi contemporaneamente, appena pochi mesi prima, cioè nel corso dell'anno 511 a.C, a Roma, Tarquinio fu espulso da Doma, e vi fu stabilito il governo Consolare).

Atene godette una certa calma per un brevissimo tempo. Clistene ed Isagora entrambi potenti cittadini, tutti e due aspiravano alla primaria autorità, e crearono ben presto due nuove fazioni. Ma Clistene essendo più ricco del suo rivale, facilmente trasse il popolo dalla sua parte e presto ebbe il vantaggio sopra il suo antagonista.

Clistene fece varie modifiche nella forma del governo: ed in particolare creò sei nuove tribú. Fu egli che inventò la pena contro l' OSTRACISMO; così il popolo poteva soddisfare la sua gelosia contro alcuni cittadini, il cui potere, ricchezza, abilità e scaltrezza li ponevano troppo al di sopra degli altri concittadini, con il bandirli dalla città per lo spazio di dieci anni. Il nome di questa pena derivò da una Greca parola, significante una particolare specie di nicchia e su questa ciascun cittadino scriveva il suo voto in questa occasione.

I Lacedemoni in questo periodo scoprendo l'inganno della Delfica sacerdotessa, ed essendo già degli Ateniesi gelosi, vollero trarre profitto per averli liberati dalla tirannia, col prendere sopra di loro una specie di superiorità. Con queste intenzioni, CLEOMENE re di Sparta, trovò il pretesto che gli serviva, abbracciando la causa di ISAGORA, che si era in quella città rifugiato, impegnandosi a bandire CLISTENE da Atene. Ma non soddisfatto del risultato presso gli Ateniesi, pur avendo questi esiliato Clistene, il re di Sparta marciò contro Atene alla testa di un esercito e cacciò dalla città settecento famiglie, quasi tutte partigiane di Clistene, e s'impadronì della cittadella. Qui però Cleomene fu investito dalla pronta reazione degli Ateniesi, non disposti a esiliare un tiranno per farne entrare un altro forse peggiore, cosicché nella cittadella lo assediarono, e dopo aver sofferto tre mesi di assedio, Cleomene fu alla fine costretto a capitolare, a condizione che gli si concedesse di partire in piena libertà con i suoi Spartani.

Tutti però quegli Ateniesi che lo avevano in quest'impresa assistito, furono messi a morte. Dopo questa "pulizia" CLISTENE e gli altri che erano stati banditi furono richiamati. CLEOMENE nuovamente si adoperò in favore di ISAGORA, ma anche per vendicarsi, organizzando un'altra incursione in Attica, sostenuto dai Beozi. Ma pure in questa occasione gli Ateniesi ebbero il vantaggio in diversi scontri uscendone sempre vincitori.

I Lacedemoni vedendo in una miglior condizione gli Ateniesi, da quando questi avevano ricuperata la libertà, incominciarono a deliberare intorno il ristabilimento della monarchia schierandosi pure loro nel ristabilire l'esule Ippia sul trono ateniese.

Con questo progetto Ippia fu invitato a Sparta, per assistere ad un convegno dove la questione doveva essere discussa. In quest'adunanza CLEOMENE intervenendo si schierò a favore del ritorno del Pisistratido Ippia in Atene, ma il suo appoggio non causò nessun effetto. Lo ottenne invece SOSICLE, il deputato di Corinto, che parlò dopo lui, e dimostrò ai presenti convenuti con tale eloquenza e buon senso, quanto disonorevole sarebbe stato mettersi contro i nemici della tirannia, e altrettanto era riprovevole l'intraprendere la difesa e il sostegno di un tiranno; quando Sosicle finì di parlare quasi tutti i convenuti furono della sua opinione.

IPPIA fu così deluso che si ritirò presso Artaferne il Persiano governatore di Sardi, ed implorò la sua assistenza per riconquistare il trono dei Pisistratidi. Questo satrapo compiacendosi di una così bella opportunità per ridurre sotto il potere di Dario suo signore una così tanto importante città come Atene, che poteva aprire una facile via alla conquista del resto della Grecia, riservò a Ippia un'entusiastica accoglienza, e persuase Dario ad intimare agli Ateniesi di rimettere il Pisistratido sul trono.
Ma le minacce del re di Persia furono senza effetto. Gli Ateniesi si rifiutarono, risoluti a soffrire ogni calamità piuttosto che aprire le porte di Atene per far rientrare un tiranno.

Ippia pertanto può essere considerato come la prima causa della discordia fra i Greci e i Persiani; sebbene sia vero che questi ultimi ricevettero altri motivi di provocazione, dei quali accenneremo più avanti.

Prima di procedere - con gli avvenimenti- nella parte più interessante della nostra storia,
con i prossimi due capitoli, è opportuno ritornare a parlare delle istituzioni dei due più importanti governi della Grecia in questo periodo: quello di Sparta e quello di Atene.


iniziamo con quello di Sparta > > >

 

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