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DAL CONGRESSO DI VIENNA 
ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

(IL CONTESTO STORICO)



Il Congresso di Vienna portò ad una divisione della penisola che affermava la superiorità e la massima influenza dell'Impero austriaco che, direttamente od indirettamente, riusciva a controllare tutti i regni italiani a parte quello dei Savoia.
Il regno subalpino iniziò, a partire dagli anni '20 una politica di riforme interne con cui mirava ad aumentare la propria influenza tanto nella penisola, quanto nell'intero continente europeo.
Ciò non poteva comportare nient'altro che lo scontro con la potenza austriaca che controllava, come si è già detto, la politica italiana.

Primo momento di frizione fu il 1848 quando si ebbe il primo scontro militare diretto con le truppe viennesi guidate dal maresciallo Radeski (I guerra di Indipendenza).
La guerra con gli austriaci non fu altro che la naturale conclusione dei moti insurrezionali che sconvolsero l'intero continente.
Le elitès liberali e democratiche si ponevano come obiettivo la concessione di Statuti o Carte costituzionali in grado di garantire la borghesia e di determinare e ridimensionare il potere del sovrano.
Tali documenti furono concessi in tutti gli stati italiani, ma dopo la disfatta di Novara e la riconferma del potere austriaco solo in Piemonte i Savoia mantennero lo Statuto Albertino.

Dopo il decennio di preparazione ('49-'59) la politica del Cavour permise di giungere all'unità d'Italia (II guerra d'Indipendenza) anche se essa per lungo tempo fu nient'altro che l'ampliamento del Regno di Piemonte e non la nascita reale di un nuovo stato: infatti non vi furono né assemblee costituenti né patti federativi, ma solamente il prolungamento del potere dei Savoia; Vittorio Emanuele non mutò neppure il numero dinastico da II a I.
A vincere fu il modello monarchico cavouriano e non quello democratico e repubblicano di Mazzini, sostenitore dei moti nazional-popolari.
Come disse il D'Azeglio "fatta l'Italia bisogna fare gli italiani"; rimasero aperte numerose questioni, prima fra tutte la forma di stato. Fu scelta una forma accentrata sul modello francese e si ebbe l'estensione a tutta la penisola dello Statuto e delle leggi sabaude: ciò fu visto dalla maggior parte della popolazione come un atto di colonizzazione.

Altra grande problematica fu di carattere sociale: la "questione meridionale", ossia l'integrazione delle masse popolari nella nuova realtà statuale. Tale questione fu analizzata da economisti e politici di grande prestigio: da Sonnino a Nitti, da Salvemini a Colajanni, da Sturzo a Gramsci.
La "questione meridionale" non ha ancora trovato una reale soluzione ed una reale spiegazione dei problemi da cui è stata provocata.

La III guerra d'Indipendenza e la presa di Roma servirono a dare completezza al territorio italiano, ma l'impresa di Cadorna del 1870 aprì vaste tensioni tra lo stato liberale ed i cattolici: il Papa Pio IX non riconobbe lo stato italiano e vietò ai cattolici di fare politica sia attiva sia passiva (non expedit).
Ciò minò alle basi la legittimità del nuovo stato; le tensioni tra cattolici e liberali furono parzialmente risolte in epoca giolittiana con il Patto Gentiloni, poi in epoca fascista con i Patti Lateranensi e la completa autonomia nel reciproco rispetto tra lo Stato e la Chiesa è stato definitivamente affermato nella Carta Costituzionale del 1948.

La vita politica italiana aveva, nel frattempo assistito al passaggio del potere dalla Destra alla Sinistra storica: furono gli anni del "trasformismo" di Agostino Depretis a cui seguì l'epoca di Francesco Crispi che segnò l'inizio della "crisi dello stato liberale" anche a causa delle sciagurate imprese coloniali intraprese dall'uomo politico siciliano.
I danni causati dall'autoritarismo di Crispi furono parzialmente alleviati durante il periodo di governo di Giovanni Giolitti, sostenitore ed artefice di riforme politiche, sociali ed economiche: l'Italia sembrava aver imboccato la giusta strada per un progresso e per un proprio miglioramento. Sulla scena politica cominciavano ad affacciarsi le masse socialiste, cattoliche, ma anche nazionaliste con i loro bisogni, le loro rivendicazioni, le loro esigenze e la loro forza, ma all'orizzonte vi erano le nubi da cui scese la grandine della Grande Guerra. Nasceva un nuovo secolo. 

A partire dagli anni '30 del XIX secolo si erano diffuse teorie ed idee di grande fiducia nei confronti della scienza e della tecnologia (la ragione si era già affermata ed era stata consacrata come elemento guida nella vita degli uomini già nel periodo illuminista, il XVIII secolo, "l'età dei lumi"), si credeva che la tecnologia potesse risolvere tutte le problematiche e le tensioni della vita degli uomini e la fiducia cieca ed incondizionata nella scienza aveva portato alcuni intellettuali a sostenere che anche il problema della morte sarebbe stata ben presto risolto.

Tale assoluta dipendenza dalle conoscenze scientifiche si era facilmente diffusa ed affermata nel corso del XIX secolo grazie al forte sviluppo che la medicina, la chimica e le altre scienze avevano avuto: molti problemi millenari erano stati risolti.

Inoltre tutto ciò si inseriva in quadro geo-politico di sostanziale stabilità: l'Europa disegnata a Vienna nel 1814 da Metternich aveva resistito e vi era stato il più lungo periodo di pace conosciuto fino ad allora. Era la "belle epoque". 
Ma tutto questo stava per naufragare: nel 1914 l'Europa sarà sconvolta dalla Grande Guerra che spazzerà via ogni speranza (la scienza sarà usata per scopi bellici, quindi per uccidere) e sconvolgerà le menti degli Europei provocando la fine di buona parte delle classi dirigenti.

Tre millenari imperi, Impero d'Austia-Ungheria, Impero ottomano, Impero zarista, cesseranno di esistere e saranno smembrati: l'Austria diventerà una piccola ed ininfluente repubblica, la Turchia perderà ogni influenza nel vecchio continente ed in Russia sulle note dell'Internazionale trionferà la Bandiera Rossa con l'affermazione del comunismo bolscevico leninista. 

L'Europa fu sconvolta dal conflitto che segnò l'inizio di un'epoca di incertezze che sfocerà nei tre grandi totalitarismi (fascismo, nazismo e stalinismo) e nella Seconda Guerra mondiale alla fine della quale l'Europa troverà un nuovo equilibrio, ma perderà la propria centralità a vantaggio delle due nuove superpotenze: gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica.

Il Congresso di Vienna aveva strutturato una composizione geo-politica dell'Europa che rimase stabile, a parte le unificazioni italiana e tedesca, fino al XX secolo.
Le tensioni politiche ed economiche accumulatesi nell'Europa continentale tra gli imperi Centrali ed il blocco anglo-franco-russo incrinarono la stabilità europea dando origine a due diversi schieramenti militari: la "Triplice Intesa", composta dalla Francia, dalla Russia e dallo Gran Bretagna , e la "Triplice Alleanza", composta dall'Austria-Ungheria, dalla Germania e dall'Italia, anche se poteva apparire incoerente la presenza del Regno d'Italia a fianco dei suoi nemici storici, gli Austriaci; ciò è spiegabile solo con l'isolamento internazionale in cui Crispi aveva gettato la penisola.

L'epicentro delle tensioni era costituito dalla zona balcanica in cui si fronteggiavano le velleità egemoniche austriache e quelle della Serbia spalleggiata dalla Russia zarista.
Nella primavera del 1914 un fanatico serbo uccise l'erede al trono d'Austria l'arciduca Francesco Ferdinando e ciò fu sufficiente a far scoppiare il conflitto: con una reazione a catena in poco tempo tutte le potenze europee, i virtù delle già citate alleanze internazionali, furono coinvolte nella guerra.

La Germania, vera artefice del conflitto, si schierò, assieme all'Impero ottomano ormai morente a fianco dell'Austria; la Francia, paese in cui vi era un forte "revanscismo" anti-tedesco per i fatti del 1870 appoggiò, con l'Inghilterra che tornava ad occuparsi direttamente delle questioni europee rompendo così lo "splendido isolamento" caratteristico del periodo vittoriano, la Serbia che ebbe anche l'appoggio della Russia intenzionata a contrastare l'influenza asburgica nei Balcani.

Peculiare fu la posizione italiana; si fronteggiarono, infatti, due diversi schieramenti: da un lato i neutralisti (cattolici, la maggioranza dei socialisti ed i liberali giolittiani), contrari alla partecipazione al conflitto, e dall'altro lato gli interventisti (alcuni socialisti e democratici come Mussolini, Labriola e Bonomi, i nazionalisti di D'Annunzio e i liberali di destra di Salandra e Sonnino), favorevoli alla partecipazione, assieme alle potenze dell'intesa, al conflitto mondiale.

Con l'appoggio determinante ed incostituzionale, si sfiorò infatti quel colpo di stato regio attuato poi nel 1922, passò la linea degli interventisti e l'Italia il 24 maggio 1915, in virtù dei Patti di Londra, entrava anch'essa nel conflitto mondiale.
Nettamente contrari alla guerra furono il Pontefice Benedetto XV che parlò di "Inutile strage" e la II Internazionale anche se quest'ultima ben presto fu travagliata e sconquassata da dubbi e divergenze che contribuirono a segnarne la fine.
La guerra si trasformò da "guerra lampo" a dolorosa e sanguinosa "guerra di trincea" che costò molti milioni di morti su entrambi i due differenti fronti.

Nel 1917 la Russia, travagliata dalla Rivoluzione bolscevica, uscì dal conflitto nel quale, però, entrarono, a fianco dell'Intesa, i potenti Stati Uniti che stabilirono la definitiva superiorità dell'Intesa le cui forze, nel 1918, costringevano gli Imperi centrali alla resa a cui seguirono umilianti e duri trattati di pace.
Benché ufficialmente fosse una potenza vincitrice l'Italia si sentì umiliata ("vittoria mutilata") e si posero le basi per l'affermazione del fascismo.
Dopo il conflitto, come ha scritto Enzo Biagi "Nulla fu più come prima": all'orizzonte vi erano i tre grandi totalitarismi del XX secolo (fascismo, stalinismo e nazismo) la cui genesi fu un frutto diretto della Grande Guerra. 

BREVE ANALISI DEL PERIODO LIBERALE
La nascita dell'Italia unita si pone, in qualche modo, in continuità col Regno di Sardegna: lo Statuto Albertino era già stato adottato nel 1848, inoltre la numerazione dei re segue quella del Regno sabaudo (il primo re d'Italia è Vittorio Emanuele II). Lo Statuto Albertino è una costituzione flessibile (diversamente dalla Costituzione Italiana attualmente in vigore): si può modificare con una legge ordinaria e non c'è alcun organo che ne garantisca l'effettiva osservanza.

FASI
- 1861-1876: governo della destra storica
- 1876-1900: governo della sinistra storica
- 1901-1914: età giolittiana
- 1914-1922: fine del regime liberale

Periodo della destra storica (1861-1876)
Gli obiettivi principali che il governo persegue in questo periodo sono:
- unificare lo Stato con l'aiuto delle potenze europee;
- garantire l'ordine pubblico contro il brigantaggio;
- risanare il bilancio (obiettivo portato a compimento da Minghetti, all'epoca Ministro del Tesoro, nel 1876).

Periodo della sinistra storica (1876-1900)
Nel 1876 sale al governo Agostino Depretis, esponente della sinistra liberale, a cui succederà, nel 1887, Francesco Crispi. Si delinea in questi anni lo Stato di diritto, che, per Vittorio Emanuele Orlando, è una persona giuridica, diversa da governo e società, fonte del sistema giuridico. 
Questo Stato-persona ha la sovranità, che, pertanto, non è né del Re, né, tantomeno, del popolo. Questo principio trova una sua realizzazione nell'opera svolta da Crispi, che mira ad una profonda riforma dell'organizzazione centrale e periferica dello Stato per rafforzarne l'autorità. Da questa riforma escono rafforzati il governo e l'amministrazione centrale e periferica.
Nel 1883 si dissolve la differenza tra sinistra e destra (entrambe liberali), dando luogo al trasformismo. La maggioranza che sostiene il governo è mutabile e composta da gruppi di centro, mentre in parlamento nasce l'Estrema (formazione composta da Radicali, Repubblicani e Socialisti).
Negli ultimi due decenni dell'Ottocento si assiste alla crisi di fine secolo, caratterizzata da:
- governi instabili,
- grandi conflitti sociali.
Durante il governo presieduto dal gen. Pelloux (1898-1900), esponente della destra, si verificano dimostrazioni che vengono represse con l'artiglieria: ciò provoca una forte opposizione parlamentare, inizialmente da parte dell'Estrema, poi anche da parte della sinistra liberale di Giolitti e Zanardelli.

Età giolittiana (1901-1914)
È caratterizzata dalla figura di Giovanni Giolitti Presidente del Consiglio (con brevi intervalli). Giolitti ha una grande conoscenza dell'amministrazione pubblica, che gli serve per gestire il governo e i prefetti (che, praticamente, rappresentano il governo nelle città).
È ormai in vigore un regime parlamentare: il parlamento ha molta importanza, mentre al Re viene lasciato un ruolo marginale. La maggioranza parlamentare è centrista, trasformista e instabile; obiettivo di Giolitti sarà quello di integrare socialisti e cattolici.
Nel 1912 diviene legge una riforma elettorale, che verrà applicata alle elezioni del 1913, con la quale viene introdotto il suffragio universale maschile: i maschi analfabeti possono votare a ventun'anni, se hanno fatto il servizio militare, altrimenti a trent'anni.

Fine del regime liberale (1914-1922)
Nel marzo 1914 Giolitti si era dimesso per, poi, ritornare dopo un breve intervallo (come era a avvenuto in passato), ma questa volta i suoi piani falliscono, poiché nel giugno 1914 scoppia la 1^ guerra mondiale. L'Italia, allo scoppio del conflitto, si mantiene neutrale, ma il 26 aprile 1915, con la firma del Patto di Londra, si impegna ad entrare in guerra a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia: il 24 maggio 1915 vengono consegnate le dichiarazioni di guerra.

Scontro neutralisti/interventisti
Neutralisti: socialisti, cattolici, liberali giolittiani.
Interventisti: anarchici, repubblicani, socialisti riformisti (Bonomi, Bissolati), liberali conservatori (Salandra, Sonnino), nazionalisti (Rocco, De Stefani).

Caratteri della 1a  guerra mondiale
- lunga
- con molte perdite
- con momenti di crisi (Caporetto 1917)

Eredità della 1a guerra mondiale
- problemi sociali
- problemi economici
- problemi politici

Nel 1919 una nuova riforma elettorale estende ancora di più il suffragio: possono votare tutti i cittadini maschi che abbiano compiuto ventun'anni e, transitoriamente, coloro che, pur non avendo compiuto i ventun'anni d'età, abbiano prestato servizio militare in reparti mobilitati in zona di guerra. Cambia anche il sistema elettorale: il maggioritario cede il posto al proporzionale.

Alle elezioni politiche del 16 novembre 1919 i liberali perdono la maggioranza in Parlamento: il partito socialista ufficiale ottiene il 32,3% ed il partito popolare il 20,5%.


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