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ANALISI DI TRE PROFESSIONI INTELLETTUALI
TRA L'800 E  IL '900

AVVOCATE E MAGISTRATI


Racconteremo ora brevemente la disavventura di una giovane e brillante laureata in legge piemontese della seconda metà del 1800.
Nel luglio 1881 all'Università di Torino la signorina Lidia Poet di Pinerolo ottenne la laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti.
Tornata come dottore in legge nella sua città natale fu acclamata e festeggiata dai suoi concittadini come una delle prime donne ad aver ottenuto tale riconoscimento nel campo degli studi giuridici.
Aveva dimostrato un grande ingegno e una grande forza di volontà coadiuvate da un notevole e ammirabile spirito di abnegazione che le aveva permesso di ottenere un risultato atteso quanto auspicato come una laurea in giurisprudenza con pieni voti.

Un giornale femminile militante dell'epoca "La Donna" (1) diede ampio risalto a tale fatto poiché esso dimostrava la grande forza "ch'essa diede nel superare tutti quegli ostacoli che ancor si oppongono alla donna, perché ella possa, pari al suo compagno, darsi, quando la vocazione e l'intelligenza superiore ve la chiamino, agli studj scientifici, letterarj, a quegli studj in una parola che furono e pur troppo ancora sono riservati esclusivamente all'essere privilegiato che si chiama uomo (1)"

Inizialmente il consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino votò (con ben 8 voti a favore contro soli 4 voti negativi) una risoluzione con cui la Poet veniva ammessa nell'albo degli avvocati patrocinanti: poteva anche svolgere attività di avvocatura come da laurea conseguita e da esami di stato conseguiti. Dà notizia di tale fatto "La Donna" del 5 dicembre 1883 (1) usando toni e temi di uguale tenore dell'articolo del 1881.

Nel 1884 un noto avvocato torinese, l'avv. Santoni De Sio, ha appena pubblicato un libro a difesa del diritto femminile che la redazione de "La Donna" (1) invita caldamente le lettrici ad acquistarlo. Le tesi espresse da Santoni vengono utilizzate dalle colonne de "La Donna" a difesa della Poet e della sua naturale possibilità ad operare l'attività di avvocata. 
L'avv. Santoni De Sio ha studiato l'attività delle donne nella magistratura nordamericana e si schiera a favore di un'evoluzione in tale direzione anche nella realtà italiana come sostenuto da tempo dai nascenti movimenti femministi e dalla rivista "La Donna" in particolare. 

Ma la gioia delle donne per i successi della signorina neolaureata di Pinerolo furono brevi e ben presto il maschilismo e il pregiudizio dominante si fecero sentire.
Cominciarono a diffondersi testi e articoli pubblicati da autorevoli commentatori e uomini politici dell'epoca in cui ci si opponeva a tale decisione. 
Di tutto questo si da notizia soprattutto nel lungo articolo pubblicato nel 1885 intitolato inequivocabilmente "Lidia Poet e l'Avvocatura (1) " in cui si analizzano tutti gli aspetti del caso Poet.

I punti forti delle teorie avverse alla carriera delle donne in avvocatura furono essenzialmente due: l'uno di carattere medico, l'altro di carattere giuridico.
Dal punto di vista medico cominciò ad affermarsi la supposizione secondo cui le donne, causa il ciclo mestruale non avrebbero avuto, almeno in circa una settimana al mese, la giusta serenità di giudizio nei casi di cui si sarebbero dovute occupare.

Paradossalmente l'equilibrio fisico e biologico della donna veniva ad essere considerato come una deficienza psicologica a cui appellarsi per impedirne l'accesso all'attività forense. Come abbiamo già visto il fascismo estremizzerà questa posizione producendo normative severe atte ad impedire alle donne l'esercizio dell'attività in avvocatura e in magistratura. Solo nei decenni avanzati della storia repubblicana si metterà fine a questo scempio e anche le donne potranno intraprendere senza ostracismi questo tipo di carriere professionali.

La seconda obiezione sollevata contro la signorina Poet era di carattere giuridico. Le donne all'epoca, non godevano della parità di diritti con gli uomini. Ad esempio non potevano essere testi per processi dello Stato Civile o testimoni per un testamento. Inoltre esse erano sottoposte alla volontà del marito che dovevano seguire in ogni suo minimo spostamento e cambiamento di domicilio. 

Alla luce di quanto detto il permettere alle donne di svolgere attività d'avvocato sarebbe stato lesivo per i clienti perché si sarebbe dato loro "un patrono che non ha tutte le facoltà giuridiche (1)".
La situazione era talmente paradossale e arcaica che il consiglio dell'ordine degli avvocati di Venezia invitava la classe politica a porre fine alle discriminazioni nei confronti delle donne e di procedere ad una modifica del codice e della legislazione vigente al fine di equiparare donne e uomini e di dare anche alle donne i medesimi diritti degli uomini in modo di permettere la piena e incontestabile attività di avvocate (1).
I toni usati dalle redattrici de "La Donna" furono di forte denuncia nei confronti di queste forme di ostruzionismo e di opposizione.

La proposta dei movimenti femministi e delle forze progressiste era molto semplice: per quanto riguarda il primo punto si trattava di superstizioni e pregiudizi, per il secondo (quello più fine in quanto suggellato dalla legge in vigore) si sarebbe dovuto procedere alla revisione in senso più egualitario del codice in modo da superare quelle oggettive impossibilità che la legge stessa vigente frapponeva tra le donne e una reale loro possibilità a svolgere l'attività forense. In tal senso va interpreto l'auspicio fatto dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Venezia che, chiamato ad esprimersi sul caso Poet, affermava essere compito del legislatore dirimere la questione adottando nuovi ordinamenti nel senso liberale prima esposto.

Il giornale femminile "La Donna" riporta molti annunci in cui si da notizia dell'avvenuta laurea di molte donne in legge che vorrebbero esercitare. Ciò indica come il caso Poet non sia un'esperienza isolata, ma il l'avanguardia di un più ampio movimento.
Il giornale "La Donna" da notizia di cosa avviene negli altri stati: in Scandinavia e in Francia l'attività era aperta alle donne che potevano anche divenire notaie.
Peculiare è il caso della signora Elisa Lemonner in Morellet (1) , moglie dell'avvocato Morellet che aveva sostituito il marito nell'attività quando questi era stato deputato all'Assemblea Nazionale e poi, dopo la morte del coniuge, ne aveva rilevato l'affermato studio facendosi aiutare da una giovane laureata in legge.

Sempre proveniente dalla Francia si cita il caso della signora Fichon che "ha adempiuto per tredici anni le funzioni di scrivano presso un notaio, in una piccola città della Bretagna" (1).
Un particolare interesse è rivolto verso l'esperienza americana come già testimoniato dalla particolare attenzione rivolta al viaggio e alle conclusioni del medesimo dell'avv. Santoni De Sio.
Si citano i giornali della California nei quali è contenuta la notizia che "a San Francisco, la sig. Gordon esordì davanti a' giurati quale avvocatessa, assumendo la difesa di un imputato di omicidio ." Si da notizia del successo avuto dall'avvocatessa americana che, tra gli applausi del pubblico, riuscì a far assolvere il proprio cliente. Con grande obiettività e onestà intellettuale "La Donna" si complimenta con al sig. Gordon per il risultato, ma afferma che riterrebbe uno scandalo che il reo fosse in realtà colpevole e che, quindi, il verdetto di assoluzione, fosse stato emesso solo perché difeso da una donna; le donne non devono diventare delle attrazioni o degli "strumenti": "vorremmo solo che le donne avvocatesse sorgessero solo a difendere gli innocenti e a far trionfare la verità e la giustizia (2)."

Altro elogio per il sistema americano lo si ha tramite un articolo del 1881 che, riprendendo quanto scritto dai giornali di New York, cita il caso della signorina Maria Hall di Hartfrod che, superati gli esami di avvocatura con tanto di lodi, è stata ammessa alla professione di avvocato. Viene citata la motivazione con cui la Corte suprema del Connecticut ha fatto ciò: "siccome nella Costituzione non vi era nulla che vietasse di utilizzare nell'interesse generale, la capacità d'una dona del pari che quella d'un uomo, e poiché le donne erano state ammesse a prestare servizio negli ufficj postali e telegrafici ed in altri ufficj governativi, i tribunali possono benissimo seguire quell'esempio (3)."

Ultimo articolo degno di nota è un pezzo antecedente (1872) (3) a quelli citati che serva a far capire come anche negli Usa la possibilità femminile di svolgere la professione di avvocato abbia avuto un'evoluzione per tappe: prima la possibilità di studiare legge e poi, una volta che ci furono delle laureate, la possibilità di esercitare. L'articolo citato riporta la notizia che presso l'Università di Michigan le donne possono frequentare i corsi di laurea in legge e in medicina. Furono 70 le prime studentesse (contro 700 uomini) di tale Università. Ciò che più stupì le redattrici de "La Donna" è che fu proprio una di queste 70 studentesse, la signorina Whete del Kentucky, a risolvere un difficile quesito (denominato pons asinorum) che il professore di matematica sottopone all'attenzione di tutti i suoi studenti. Fino ad allora (da circa 15 anni, cioè dalla fondazione dell'Università) nessuno dei circa 1500 studenti maschi che ci avevano provato erano riusciti a trovare la soluzione al problema a loro sottoposto. Bisognava aspettare la signorina Whete per avere la soluzione. Anche il Professore di matematica in questione si stupì ed elogiò la sua studentessa.

Nel 1883 in Belgio la signorina Maria Popelin, una volta laureatasi in legge, si presenta ai togati della Corte di Appello di Bruxelles per avere l'abilitazione a svolgere la professione forense. Il caso belga in questione è molto simile a quello della torinese Lidia Poet e "La Donna" (3) si chiede come si comporteranno i togati belgi. La redazione della rivista femminista ripropone con le stesse parole e gli stessi argomenti degli altri articoli riguardanti il caso Poet: si deve dare alle donne la piena possibilità di svolgere la professione in avvocatura e modificare le leggi e i codici in senso egualitario per rimuovere tutti quegli ostacoli di carattere legale e legislativo a difesa corporativa del predominio maschile e maschilista nel campo forense e realizzare così una reale emancipazione ed una completa uguaglianza tra uomini e donne a cui è propedeutica l'azione di bonifica legislativa prima citata.

DONNE IN MEDICINA

Tradizionalmente alle donne era permessa solo a livello di assistenza infermieristica e di sussistenza.
Assistere i malati e i moribondi era ritenuto l'unico lavoro che le donne fossero in grado di svolgere nel campo della salute, impossibile pensare che la carriera di medico o di ricercatore fosse aperta anche al sesso femminile.
Le opposizioni a tale richiesta di parità avanzata da parte delle donne già a metà del 1800 era motivata all'insegna del tradizionalismo più becero e più bigotto.
Si andava dalla consueta idea secondo cui l'intelletto femminile, inferiore per struttura e definizione rispetto a quello maschile, non fosse in grado di svolgere un'attività così impegnativa.

I più strenui oppositori della partecipazione femminile alla carriera medica sostenevano di farlo sia in nome della scienza e del suo bene (la presenza delle donne, inferiori e più stupide degli uomini, avrebbe rallentato i nuovi saperi), sia in nome degli interessi dei malati che sarebbero stati male curati da persone ritenute non all'altezza del compito.
Al pari di quanto già avvenuto per la scienza giuridica ed il campo del diritto, le donne vollero sfidare gli uomini in questo campo riuscendo ad ottenere buoni risultati però solo dopo molti anni di lotte e di pubblicazioni in cui si sosteneva e si documentava la pari capacità di studio e di applicazione nel campo medico tra uomini e donne.

Negli ultimi decenni del 1800 la causa delle femministe italiane che si battevano a favore dell'entrata delle donne nella carriera medica trovò nuova linfa in quanto stava avvenendo in altri paesi europei, soprattutto dell'Europa nordica o della vicina Francia repubblicana, in cui anche la carriera medica stava aprendo le porte alle donne.

Nel 1870 (si veda "La Donna" n. 119 del 24 luglio 1870) Re Carlo XV di Svezia sottoscrisse un'ordinanza pubblica in cui si concedeva anche alle donne la possibilità ed il diritto di esercitare la medicina. Le Università svedesi e i professori delle medesime devono adoperarsi per realizzare appositi corsi per le donne, creandoli dal nulla e mettendoli in funzione, sotto la supervisione del Ministero della Pubblica istruzione, entro l'agosto 1870. Si tratta di corsi che devono essere separati e diversi da quelli degli uomini, ma che hanno i medesimi argomenti di studio e gli stessi sbocchi professionali.

Anche in Russia, nella retriva e reazionaria Russia dell'Impero zarista, furono approntati centri di studio per le donne che volevano entrare in medicina.
All'Accademia di San Pietroburgo fu realizzata una specifica sezione per le donne che avrebbero sostenuto gli stessi esami e le stesse esercitazioni dei colleghi maschi, seppur, come in Svezia, in corsi rigorosamente separati. Ma contrariamente che i Svezia, dove una volta laureate le donne avrebbero avuto la piena libertà di professione, in Russia le medichesse avrebbero avuto delle restrizioni all'attività.
Lo stesso discorso vale per la Polonia dove alle ragazze laureate in medicina era permessa la sola attività inerentemente alle malattie prettamenti femminili e dell'infanzia.
Infatti i riconoscimenti ricevuti e l'abilitazione all'esercizio della professione medica a cui sarebbero accedute dopo un regolare esame di stato (come gli uomini) non avrebbe permesso loro di curare tutte le malattie, ma solamente quelle delle donne e dei fanciulli. In questa restrizione stava un altro aspetto della perdurante diffidenza degli uomini verso le donne.

In Francia, invece, alle donne laureate in medicina, specializzate negli appositi corsi e che avevano superato gli esami di stato potevano dedicarsi sia all'attività professionale, sia alla ricerca.
Negli Stati Uniti la professione medica è ampiamente svolta dalle donne che studiano medicina soprattutto alla scuola di medicina di Filadelfia. Ci sono ben cinquecento donne medico nel 1880 ognuna delle quali guadagna centomila lire all'anno.
Nella Spagna borbonica si conferisce abitualmente la possibilità alle donne di studiare medicina, ma solo a Madrid, poiché altre università dello stato iberico si rifiutano di accettare l'iscrizione delle donne ai loro corsi di medicina.

In Italia la via delle donne allo studio ed all'esercizio della professione medica fu più perigliosa che negli altri paesi poiché i medici uomini agirono in maniera corporativa opponendosi in massa alle ambizioni femminili, ma dopo anni di lotte anche nel nostro paese si ebbero donne medico.

Ciò fu possibile grazie ai solitari esempio di alcune donne eroiche che, sfidando il perbenismo imperante, riuscirono ad imporsi. Ad esempio è nota la vicenda di
ANNA KULISCIOV , una delle fondatrici del Partito Socialista Italiano che, dopo aver conseguito la laurea in medicina, esercitò la propria attività in favore dei poveri e dei bisognosi e si adoperò per iniziare grandi lotte per l'uguaglianza tra uomo e donne e per fare avere alle donne "pieno diritto di cittadinanza" nel Regno d'Italia parificandole agli uomini cercando, così di incrinare quel grande muro di pregiudizi e di avversità che da parte maschile esisteva verso la componente femminile della società.

(( - Nel 1911 col sostegno di Anna Kulisciov, nasce il Comitato Socialista per il suffragio femminile e l'anno dopo viene fondata la rivista "La difesa delle lavoratrici" dove confluiscono tutte le migliori penne del socialismo femminile italiano: Linda Malnati, Giselda Brebbia, Angelica Balabanoff, Maria Gioia, Argentina Altobelli, Margherita Sarfatti. Si riuniscono in casa di Anna, direttrice del giornale, con un intento di concretezza, e cioè quello di stabilire un rapporto di comunicazione diretta con le operaie e le contadine e renderle consapevoli della loro condizione, del diritto di associarsi, di difendere il proprio lavoro e naturalmente del diritto al voto. Il lavoro è immane perché si tratta di parlare a persone analfabete, cresciute ed educate secondo i canoni della tradizione che impone alla donna di rispettare un ruolo subalterno, ma la mobilitazione riesce egregiamente. Ma nella primavera del 1912 il governo dice no alle donne con una legge di Giolitti che "concedendo il voto a tutti i maschi anche analfabeti, adduce poi l'analfabetismo tra le cause che inducono a non estendere il voto al sesso femminile" (Per il suffragio femminile. Donne proletarie a voi!, Milano, ed. "Avanti!", 1913).
Il clero con la sua concezione antimodernista teorizzata e riaffermata dal Pio X con l'enciclica Pascendi, non fa che radicalizzare la posizione di inferiorità e sottomissione della donna. (Ndr.) -))

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