1946: MONARCHIA O REPUBBLICA ?

1 MARZO - Roma - Il consiglio dei ministri, riunitosi stamani alle 11,30 sotto la presidenza dell'on De Gasperi, ha approvato il progetto di legge definitivo sulla Costituente, che è stato inviato alla Consulta per il parere. La formula del referendum sarà: Repubblica o Monarchia?" (Ag. Ansa, 1.3.1946, ore 17.20)

12 MARZO
- Roma - Il Consiglio dei ministri ha deciso la convocazione il giorno 2 giugno prossimo per il referendum sulla forma istituzionale dello stato e per le elezioni dei deputati della Costituente. (Ag. Ansa, 12.3.1946. ore 20.00)

18 MARZO
- Roma - Il Luogotenente Umberto nel restituire firmati i due decreti sul referendum, ha indirizzato al presidente del consiglio on. Alcide De Gasperi la seguente lettera di Vittorio Emanuele:

"Signor presidente, Le restituisco, muniti della mia sanzione, i provvedimenti con i quali si indice i referendum....Nel compiere questo atto sento di ricongiungermi alle gloriose tradizioni del Risorgimento nazionale quando, attraverso eventi memorabili indissolubilmente legati alla storia d'Italia, la monarchia potè suggellare l'unità della Patria alla storia d'Italia ed i plebisciti
 
furono espressione della volontà popolare.

(ma alle elezioni del 1861, furono ammessi e votarono solo lo 0,9 per cento degli italiani. Ndr.). 
La sanzione di oggi è dunque il coronamento di una tradizione che sta a base del patto fra popolo e monarchia....
"In questo solenne momento non posso fare a meno di rivolgere un commosso pensiero ai nostri fratelli ancora prigionieri o internati, i quali per ragioni indipendenti dalla nostra volontà...
(ha dimenticato la fuga a Chieti dell' 8 settembre '43 , e l'abbandono dell'esercito italiano.  Ndr.) 
...non potranno partecipare alla consultazione che dovrà decidere del loro avvenire.
Io, profondamente unito alle vicende del paese, rispetterò, come ogni italiano, le libere determinazioni del popolo....

Il popolo italiano sa che sono stato sempre al suo fianco
 nelle ore gravi e nelle ore liete. Sa che otto mesi or sono
 ho posto fine al regime fascista...
.
Ponendo in atto quanto ho già comunicato alle autorità alleate ed al mio governo, ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica nominando Luogotenente generale mio figlio Principe di Piemonte. Tale nomina diventerà effettiva mediante il passaggio materiale dei poteri lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l'unità nazionale, è definitiva e irrevocabile. Vittorio Emanuele". (Ag. Ansa, 18 marzo 1946, ore 10.30)


25 APRILE
- CONGRESSO DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA - "Roma - Il delegato Attilio Piccioni, parla delle prime posizioni prese dal partito democristiano rispetto alla questione istituzionale. Ricorda che nel settembre 1944 il Consiglio del partito dichiarò che la DC non era legata alla monarchia e nell'agosto del '45 lo stesso consiglio prendeva atto della prevalente tendenza repubblicana e ordinava una inchiesta interna su tale questione.
I dati pervenuti da 86 comitati provinciali della DC sono i seguenti: su 836.812 votanti, 503.085 hanno votato per la soluzione repubblicana. 146.061 per la soluzione monarchica, mentre 187.666 hanno assunto una posizione di neutralità od agnostica. Si ha così una percentuale del 60 per cento per la repubblica, del 17 per cento per la monarchia e del 23 per cento della posizione agnostica.
La Democrazia cristiana avrebbe preferito che all'Italia fosse risparmiata questa nuova dura prova, ma la storia , come la Provvidenza, ha le sue vie ed è vano tentare di sbarrarle". (Ag. Ansa, 25 aprile. 1946, ore 15.10).

Da notare che la Democrazia Cristiana come simbolo ha già scelto un opportunistico e singolare logo, che ne evoca però due: lo scudo crociato, che da una parte ricorda lo stemma sabaudo, e dall'altra il simbolo della cristianità (fedeli monarchici e fedeli cristiani hanno sì l'imbarazzo della scelta ma la destinazione resta una sola).

9 MAGGIO
- NENNI SULLA QUESTIONE ABDICAZIONE -  Al termine del suo colloquio con l'on. De Gasperi, il vicepresidente del consiglio Nenni, ha dichiarato di ritenere possibile, entro breve tempo, l'abdicazione di Vittorio Emanuele III. Tale atto, ha egli aggiunto, si limita ad essere un fatto interno di Casa Savoia, che potrà avere le sue conseguenze soltanto dopo il 2 giugno allorchè il popolo avrà espresso la sua volontà sul problema istituzionale". ( Ag Ansa, 9 maggio, 1946, ore 11.45)

9 MAGGIO - ore 20.00
- Napoli - Da precise informazioni risulta che le lance dell'incrociatore Duca degli Abruzzi si sono accostate al molo San Vincenzo di Posillipo, prospiciente  Villa Savoia  per l'imbarco di Vittorio Emanuele con 50 grossi bagagli provenienti dalla stessa Villa Maria Pia . Pare  che faccia rotta verso Porto Said.
Tre giorni or sono il comandante aveva ricevuto l'ordine di tenersi pronto per una "missione speciale", tenendo le caldaie sotto pressione. Messo tutto ciò in relazione con le voci relative ad una abdicazione del re, si era subito compreso che Vittorio Emanuele avrebbe lasciato l'Italia su detto incrociatore. Ed infatti  ciò è avvenuto questa sera dopo un lungo colloquio che Vittorio Emanuele III ha avuto con Umberto di Savoia, qui giunto nella mattinata da Roma. (Ag. Ansa. 9 maggio 1946, ore 20.00).

9 MAGGIO - ore 20.30
- "Roma - L'ufficio stampa del ministero della Real Casa comunica: Oggi alle ore 12, in Napoli, il re Vittorio Emanuele III ha firmato l'atto di abdicazione e, secondo la consuetudine, è partito in volontario esilio".(Ag. Ansa, 9 maggio, ore 20.30).

IL PROCLAMA DEL SOVRANO



10 MAGGIO ore 00.40
- Roma - "S. M. il Re Umberto ha indirizzato nel giorno della sua ascensione al trono questo proclama al popolo:
"Italiani, l mio Augusto Genitore, effettuando il proposito manifestato da oltre due anni, ha oggi abdicato al trono nella fiducia che questo Suo atto possa contribuire ad una più serena valutazione dei problemi nazionali nella pace imminente.
Nell'assumere da Re quegli stessi poteri che già esercitavo come Luogotenente Generale, ho la piena consapevolezza delle responsabilità e dei doveri che mi attendono.
Fiero e commosso ricordo i caduti della lunga guerra, i morti nei campi di concentramento, i martiri della liberazione e rivolgo il mio primo pensiero agli italiani della Venezia Giulia e delle terre d'oltremare che invocano di rimanere cittadini della Patria comune, ai prigionieri di cui aneliamo il ritorno, ai reduci a cui dobbiamo ogni riconoscenza, a tutte le incolpevoli vittime della immane tragedia della Nazione.
La volontà del popolo espressa nei comizi elettorali determinerà la forma e la nuova struttura dello Stato, onde non solo garantire la libertà del cittadino e l'alternarsi delle parti al potere, ma porre altresì la costituzione al riparo da ogni pericolo e da ogni violenza. Nella rinnovata monarchia costituzionale, gli atti fondamentali della vita nazionale saranno subordinati alla volontà del Parlamento, dal quale verranno anche le iniziative e le decisioni per attuare quei propositi di giustizia sociale che, nella ricostruzione della Patria, unanimi perseguiamo.
Io non desidero che di essere primo fra gli italiani nelle ore dolorose, ultimo nelle liete, e nelle une e nelle altre restare vigile custode delle libertà costituzionali e dei rapporti internazionali che siano fondati su accordi onorevoli e accettabili.
Italiani,
Mentre nel mondo sussistono divergenze e divisioni e affannosamente si ricerca la via della pace, diamo esempio di concordia nella mostra Patria martoriata, con quella tolleranza che ci è suggerita dalla nostra civiltà cristiana.
Stringiamoci tutti intorno alla bandiera sotto la quale si è unificata la Patria e quattro generazioni di italiani hanno saputo laboriosamente vivere ed eroicamente morire.
Davanti a Dio giuro alla Nazione di osservare lealmente le leggi fondamentali dello Stato che la volontà popolare dovrà rinnovare e perfezionare. Confermo altresì l'impegno di rispettare come ogni italiano le libere determinazioni dell'imminente suffragio che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria ". Roma, 9 maggio 1946
.
Umberto (Com. Diffuso dall'Ag. Ansa, 10 maggio, ore 00.40)

10 MAGGIO ore 16.40
- Roma - Il Consiglio dei ministro ha affrontato la questione dell'abdicazione del re. Ampia discussione, nel corso della quale sono stati sollevati alcuni appunti all'ammiraglio De Courten per aver messo a disposizione di Vittorio Emanuele III un incrociatore. (L'incrociatore era impegnato al trasporto di ex prigionieri italiani. Così la notizia del 9 maggio trasmessa dall'Ansa alle ore 20.00.  Ndr).
Al Consiglio è stata pure approvata una legge che consta di un solo articolo in cui si afferma che i decreti e le sentenze saranno intestati a Umberto I re d'Italia, ma sarà eliminata la formula tradizionale "per grazia di Dio e volontà della nazione". (Ag. Ansa, 10 maggio, ore 16.40).

10 MAGGIO - ore 18.07
- Roma - Il Consiglio dei ministri ha preso in esame la situazione determinatasi a seguito dell'abdicazione di Vittorio Emanuele III. Ha dato lettura dell'atto notarile in favore del figlio, e una lettera diretta al presidente del consiglio, con quale l'ex re dona allo stato italiano la sua raccolta di monete italiane (?), che nonostante la SOTTRAZIONE avvenuta da parte dei fascisti e dei tedeschi, rimane la più vasta raccolta del mondo. (Ag. Ansa, 10 maggio ore 18.07). 

(Della raccolta (circa 114.000 pezzi)  se ne sono poi perse le tracce; soprattutto quelle d'oro).

(***Il notaio che ha proceduto all'apertura del testamento di Vittorio Emanuele spentosi ad Alessandria d'Egitto, il 28 dicembre 1947, si è limitato ad affermare " Il patrimonio di molti milioni di sterline attribuito all'ex re d'Italia è assai esagerato. In realtà esso ammonta a un milione di sterline.   Durante la guerra (!!!!) Vittorio Emanuele aveva lasciato questa somma (l'assicurazione non incassata alla morte di re Umberto I) in Gran Bretagna dove si trova tuttora".(Ag. Ansa, 29 dicembre 1947, ore 23.00)*** )

(Resta singolare che un Re di una nazione dichiari guerra a un'altra, dove ha affidato i suoi risparmi; e che secondo i sabaudi sono le loro uniche sostanze)


10 MAGGIO - ore 23.30
- ROMA - DIMOSTRAZIONE MONARCHICA - La  giornata è stata caratterizzata da una manifestazione che, iniziatasi stamani con piccoli gruppi stazionanti e acclamanti in piazza Quirinale, si è sviluppata assumendo notevoli proporzioni nel pomeriggio. La folla infatti dalle 17.00 in poi è andata progressivamente infittendo sì che alle 17.30 la vasta piazza era interamente gremita. Re Umberto che indossava la divisa militare, si è affacciato al balcone per ringraziare, e gli insistenti colorissimi applausi lo hanno costretto a tornare più volte al balcone unitamente alla regina ed ai principi" (Ag. Ansa, ore 23.30)

10 MAGGIO - ore 23.55
- ROMA - DIMOSTRAZIONE ANTIMONARCHICA -  Il partito d'azione, il partito democratico cristiano, il partito comunista, il partito repubblicano, il partito socialista e la Camera confederale del lavoro di Roma, hanno deciso di lanciare domattina il seguente manifesto: "Romani! per rispondere alle provocazioni di ieri, i partiti e le organizzazioni popolari vi invitano a sospendere il lavoro ed a raccogliervi oggi alle ore 11.00 a piazza del Popolo in una manifestazione per la libertà, per la democrazia, per la repubblica, per le elezioni del 2 giugno". (Ag. Ansa, ore 23.55)

1 GIUGNO
- IL MESSAGGIO DELLA VIGILIA - "Roma - S.M Umberto di Savoia ha rivolto il seguente messaggio agli italiani: "Italiani! Ormai alla vigilia della consultazione in cui dovrete scegliere monarchia o repubblica, desidero ancora una volta parlarvi a cuore aperto. Come ho già più volte dichiarato, io accetterò il responso del popolo liberamente espresso, e aggiungo che chiederò ai fedeli sostenitori della monarchia di rispettare anch'essi senza alcuna riserva la decisione della maggioranza. (Ag. Ansa, 1 giugno 1946, ore 02.20)
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DOMANI 2 GIUGNO 1946, SI VA AL VOTO (ib.)
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una pagina di Stefania Maffeo

Nel 1946 i cittadini al voto per la prima volta dopo vent'anni di dittatura.
Quel 2 giugno fu vittorioso…

 

IL POPOLO CINSE LA CORONA
CHE APPARTENNE AI SAVOIA

Il 2 giugno 1946, giorno in cui cadeva l’anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi, ci fu bel tempo su tutta l’Italia. Il paese intero si destò con la sensazione di dover vivere una grande giornata. Si votava la domenica ed il mattino del lunedì, con la chiusura dei seggi alle ore 12. Per prevenire eventuali iniziative di malintenzionati eccitati dall’alcool, fu disposto che caffè e bar restassero chiusi mentre si svolgevano le operazioni di voto, come si legge nel diario del Ministro dell’Interno Giuseppe Romita, socialista. Le premesse sembravano preoccupanti. Nella notte tra l’1 ed il 2 fu lanciata, senza gravi conseguenze, una bomba contro la sede della tipografia milanese in cui si stampavano “L’Avanti” e “L’Unità”[1]. Tutto, invece, finì per andare come doveva. L’affluenza alle urne fu, sin dalle prime ore, serratissima. Sembrava che la gente temesse di non arrivare in tempo, di giungere troppo tardi per dire sì o no alla Monarchia od alla Repubblica e per eleggere i propri rappresentanti all’Assemblea Costituente. Da Milano a Palermo, da Torino a Bari, da Venezia a Firenze, a Roma, a Napoli, a Cagliari, ovunque la stessa impazienza; ovunque lo stesso entusiasmo; ma ovunque anche la stessa calma.

La competizione impegnava 4.764 candidati riportati in 51 liste, 12 delle quali nazionali ( i raggruppamenti presenti in almeno 6 circoscrizioni potevano presentare, oltre alle candidature, appunto, circoscrizionali, liste nazionali. Su queste, una volta assegnati i seggi a quoziente intero, confluivano i resti non utilizzati in sede locale, che, altrimenti, sarebbero andati perduti. In genere, le liste del Collegio Unico Nazionale erano guidate dai segretari dei partiti)[2]. Le circoscrizioni erano 31; le sezioni elettorali 35.317; furono stampate 40 milioni di schede, provenienti dal Poligrafico di Via Gino Capponi di Roma e dalle cartiere Fedrigoni e Varone di Verona; furono affissi o distribuiti 3 milioni di manifesti “divulgativi”; furono impiegate 700.000 lapis; furono inviati 450.000 opuscoli contenenti i testi legislativi. Napoli e Roma avevano le schede più grandi, in color camoscio per il referendum ed in verd’azzurro per la Costituente.

Avevano diritto al voto (e per la prima volta anche le donne) il 61,4% degli Italiani, cioè 28.005.449 cittadini dovettero scegliere fra il simbolo della Repubblica e quello della Monarchia[3]. Fin dalle prime ore si capì che le apprensioni – o le speranze – per un eventuale scarso afflusso alle urne erano del tutto ingiustificate. Gli italiani si recavano ai seggi con una solerzia che poteva essere interpretata come il desiderio di fruire, dopo tanto digiuno, di questa novità, ma anche come la consapevolezza che la posta in gioco era importante e che i riti della democrazia non si riducevano a quei deteriori “ludi cartacei” indicati dalla politica mussoliniana. Alla fine risultò che aveva deposto le schede nell’urna l’89,1% degli aventi diritto al voto, pari a 24.947.187, di cui 12.998.131 donne.

Le operazioni di voto si svolsero nel rispetto sostanziale dell’ordine e senza incidenti di rilievo. Dal punto di vista simbolico, il 1946 ha rappresentato, probabilmente, il punto più elevato, raggiunto fino a quel momento, di esercizio della sovranità popolare: perché si realizzava un suffragio pienamente universale; perché lo stesso “re sovrano” era sottoposto al giudizio del “popolo sovrano”; perché il processo di rifondazione politica era legittimato da un’ampia partecipazione elettorale.

Le novità della politica creavano problemi anche alle teste coronate. Infatti sorse un problema: il re e la regina erano titolari del diritto di voto?come sempre accade in questi casi, si andò alla ricerca dei precedenti, finché il quesito fu sciolto positivamente quando un vecchio maggiordomo di Corte ricordò di aver accompagnato, più di venticinque anni prima, Vittorio Emanuele III al seggio elettorale[4]. Per quello che riguardava la regina, la questione era già stata risolta. Maria Josè[5] aveva fatto la sua apparizione alla sezione romana di Largo Brazza il 2 giugno pomeriggio alle ore 18.30.

Davanti agli scrutatori, compresi nel loro importante ruolo, dovettero far fede della sua identità il giornalista Manlio Lupinacci, che l’accompagnava, ed altri presenti, perché la sovrana non aveva documenti di riconoscimento[6]. Il re andò al seggio di via Lovanio il lunedì mattina alle 10.30, accompagnato dal Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, dopo aver parlato con il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Alcuni elettori presenti inscenarono una
manifestazione di simpatia nei suoi confronti, con qualche battimani, guadagnandosi immediatamente il rimbrotto dell’austero presidente. Umberto chiese correttamente scusa per i suoi sostenitori e fece il suo dovere di elettore. Ma anch’egli pagò un prezzo all’inesperienza. Dopo che ebbe votato, il presidente si accorse che non aveva chiuso le schede. Dovette quindi tornare in cabina, ripiegarle diligentemente e riconsegnarle[7].

Senza storia il voto dei maggiori esponenti politici. Palmiro Togliatti depose le schede nell’urna di un seggio di Frascati. De Gasperi a Roma. Il Presidente del Consiglio si mise disciplinatamente in fila davanti al seggio. I presenti gli diedero la precedenza, ma egli disse, quasi a scusarsi: << Tanto faccio presto. So già per chi votare>>[8].

Più agitata fu la prova di Pietro Nenni, che fu subito circondato da diversi fotografi. All’improvviso si udì uno scoppio che diffuse allarme tra i presenti, facendo subito pensare alla deflagrazione di un ordigno. La verità era molto più banale. Era esplosa la lampada di un flash[9].

Nell’imminenza e nelle ore della votazione ci furono, tra i due schieramenti, scambievoli, vibranti accuse di incetta di certificati elettorali e di brogli. Ci fu anche qualche arresto, come quello della Marchesa Maria Balestra Nunziante, nipote di Benedetto Croce, che sembra avesse tentato di votare due volte. Fu deciso di dare la precedenza nello spoglio all’esame delle schede per eleggere l’Assemblea Costituente. Esame più lungo, per la molteplicità delle liste e la necessità di calcolare i voti di preferenza. Questa scelta, unita alla difficoltà di trasmissione dei dati nelle condizioni in cui erano la viabilità e la rete dei trasporti, comportò una serie di ritardi scarsamente accettabili da parte di un’opinione pubblica la cui attesa era concentrata soprattutto sul risultato della competizione referendaria.

Il Ministro dell’Interno Romita, che si trasferì in pianta stabile nel suo ufficio al Viminale, nello svolgimento del suo compito, tutt’altro che facile, aveva chiesto la collaborazione dei partiti. I rappresentanti delle liste che, presumibilmente avrebbero raccolto i maggiori suffragi, furono convocati al Viminale perché, appunto, facessero il possibile per non turbare l’ordine pubblico, soprattutto nel periodo dell’attesa ed a risultati acquisiti. Anche dal loro punto di vista ci fu molto senso di responsabilità, al di là delle voci di cui si parlava con grande, e forse eccessiva, disinvoltura. Un altro impegno importante era quello di assicurare il regolare funzionamento delle comunicazioni radiofoniche. Prese tutte le misure necessarie, cominciò quella che lo stesso Romita ha definito la propria “agonia”[10].

Il Ministro dell’Interno considerò “una vera beffa della sorte” il fatto, del tutto inatteso, che i primi dati affluissero dal Sud: la Repubblica vinceva, ma la minoranza monarchica era più consistente di quanto si fosse pensato. Il pessimismo diffuso inizialmente fu temperato dalla circostanza che, nel Mezzogiorno, la Repubblica stava, sì, perdendo, ma non in misura da essere travolta. Bisognava attendere i voti degli elettori residenti nelle regioni settentrionali, che erano in numero maggiore. Con il passare delle ore diventava anche difficile resistere all’assedio dei giornalisti assetati di notizie. Il buon Romita raccomandava loro di considerare attendibili soltanto comunicazioni ufficiali che, però, nell’estrema incertezza dei risultati, si guardava bene dal fornire.

Nella notte fra il 3 ed il 4 giugno un afflusso improvviso di dati dal Sud rovesciò la situazione e si passò da una lieve prevalenza repubblicana ad una monarchica. Alla notizia trapelata tra i numerosi giornalisti in attesa al Viminale non fu dato molto credito. Fu in quelle ore che si sparse la voce che il ministro Romita, considerato “troppo furbo” per poter perdere, aveva “un milione di voti nel cassetto per la Repubblica”. La sera dello stesso giorno ci fu una nota dei Carabinieri che assicurava la vittoria finale della Monarchia con almeno il 58% dei voti. La “fedelissima” non aveva mai avuto tra i suoi compiti quello di svolgere sondaggi e fare previsioni elettorali ed il fatto che vi si cimentasse in quel momento appariva sicuramente non senza significato, se si teneva conto dei sentimenti filomonarchici nettamente prevalenti al suo interno.

Man mano che passavano le ore, tuttavia, la situazione sembrava riequilibrarsi. A questo punto, in modo del tutto inopinato, intervenne una trasmissione di radio Montevideo, che attribuì la vittoria della Repubblica. Nonostante le smentite del Ministro Romita che, conoscendo la situazione di sostanziale stallo tra le due alternative, era andato su tutte le furie, alcuni giornali la raccolsero pubblicando edizioni straordinarie. Nel primo pomeriggio del 4 giugno Umberto II, sicuro che la Monarchia avesse vinto, disse al Ministro Lucifero che intendeva determinare, a tempo debito, lo svolgimento del secondo referendum. Ma, verso le 22, De Gasperi aveva telefonato a Lucifero chiedendo di essere ricevuto l’indomani dal re per portargli la ferale notizia. Ed intanto la anticipò al Ministro reale, dicendosi costui sorpreso che la situazione fosse mutata nelle ultime ore con una sensibile maggioranza a favore della Repubblica. 

Nel tardo pomeriggio del 5 giugno, delineatasi ormai con certezza la vittoria della Repubblica – mancavano un migliaio di sezioni le cui schede, anche se fossero state tutte in favore della Monarchia, non sarebbero state sufficienti a ribaltare il risultato – alle ore 18 il Governo diede le notizie che attribuivano il 54% circa di suffragi alla Repubblica. Alla radio l’annuncio del Ministro Romita fu trasmesso e commentato nel corso di un programma curato da Lello Bersani, Sergio Giubilo e Vittorio Veltroni. Lo stesso giorno la regina Maria Josè ed i figli si spostarono a Napoli, da dove si sarebbero imbarcati sul Duca degli Abruzzi ( lo stesso incrociatore che aveva portato in esilio Vittorio Emanuele III) con destinazione Lisbona. Per la proclamazione ufficiale della Repubblica Italiana si dovette attendere il 18 giugno alle ore 18.05, quando fu diffuso l’esito dei dati precisi dalla Corte di Cassazione, interpellata in seguito ai numerosi ricorsi inerenti alla consultazione elettorale.

L’abdicazione di Vittorio Emanuele III del 9 maggio, per quanto tardiva, aveva funzionato abbastanza nel rilanciare tra la gente la causa della dinastia. Inoltre si dimostrava che non avevano avuto torto, dal loro punto di vista, quei monarchici che avevano tentato in tutti i modi di far scivolare al massimo la data delle elezioni. Il tempo aveva lavorato per loro attraverso il consolidamento di una presenza regale al vertice dello Stato ed attraverso il progressivo indebolimento delle spinte innovatrici che avevano percorso la società italiana nei primi mesi dopo la conclusione del conflitto.

Comunque, sulla base dei dati [11], uno spartiacque disposto all’altezza del Lazio divideva nettamente in due l’Italia. Gli elettori avevano dato una maggioranza alla Repubblica, più o meno netta, tra l’85% del Trentino ed il 57% del Piemonte, in queste regioni: Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto, Emilia Romagna,Toscana, Umbria e Marche. Scendendo al Sud ed alle isole, aveva vinto dappertutto la Monarchia, le cui quotazioni oscillavano dal 76,5% della Campania al 51,4% del Lazio.
Al Nord Repubblica e Monarchia avevano ottenuto, rispettivamente, il 64,8% ed il 35,2%. Al centro, il 63,4% ed il 36,6%. La situazione era rovesciata al Sud, dove la Monarchia si collocava in testa con il 67,4% contro il 32,6% e nelle isole, con il 64% contrapposto al 36%. Il capoluogo di provincia più repubblicano era Ravenna, con una percentuale del 91,2%, che oggi si definirebbe “bulgara”. Seguiva a ruota Forlì con l’88,3%. Siciliani i comuni più monarchici: Messina (85,4%) e Palermo (84,2%).

I risultati sorpresero un po’ tutti. La maggioranza repubblicana del Centro-Nord era inferiore alle aspettative, come lo era quella monarchica nelle altre regioni. Qualche delusione per i monarchici era venuta dal Piemonte, culla della dinastia sabauda, dove, non soltanto la Repubblica aveva prevalso, ma si era affermata in tutti i capoluoghi. Ma soprattutto i risultati colpirono perché dalla prova elettorale sembravano emergere due Italie, che poteva essere difficile conciliare tra loro e ricondurre ad unità, almeno dal punto di vista politico e spirituale. La spaccatura tra un Sud prevalentemente monarchico ed il Centro-Nord repubblicano fotografò la diversa storia delle due parti del Paese, l’una passata quasi insensibilmente dal fascismo alla monarchia di Brindisi e di Salerno, l’altra invasa dai nazisti e liberata dopo venti mesi di una guerra feroce.

Tuttavia il responso referendario, per essere interpretato in modo corretto, andava letto in connessione con l’esito delle elezioni per la Costituente. I 556 seggi messi in palio risultavano essere così ripartiti: alla Dc (35,2%) andavano 207 eletti; al Psiup (20,7%) 115, seguito a ruota dal Partito Comunista (18,9%) con 104 costituenti. C’era poi un notevole salto. La quotazione successiva era quella dell’Unione Democratica Nazionale (6,8%), con 41 seggi. Seguivano i 30 dell’Uomo Qualunque (5,3%), i 23 del Pri (4,4%), i 16 del Blocco Nazionale (2,8%), i 7 del PdA (1,5%). Infine, le liste minori, con quotazioni inferiori all’1%.

Stefania Maffeo

BIBLIOGRAFIA
[1] Attacco alla stampa, in L’Unità, 2 giugno 1946; Ci attaccano, in “L’Avanti”, 2 giugno 1946.
[2] Erano, in ordine di presentazione, quelle di Pci, Partito Unionista Italiano, Fronte dell’Uomo Qualunque, Pri, Partito Cristiano Sociale, Dc, Psiup, Concentrazione Democratica Repubblicana, PdA, Unione Democratica Nazionale, Contadini d’Italia, Blocco Nazionale delle Libertà.
[3] Carte e matite per il 2 giugno, in “Il Messaggero”, 19 maggio 1946.
[4] L’anno della Repubblica, di Lucio Cecchini – Rai-Eri, Roma, 2000.
[5] La regina riferì in seguito che non le sembrò elegante votare per il marito e di aver messo la croce sul simbolo del Partito Socialista per la Costituente, con preferenza a Giuseppe Saragat. Cinquant’anni anni dopo, in un’intervista pubblicata da “Il Messaggero”, il 2 giugno 1996, la stessa Maria Josè precisò le motivazioni del suo voto:<<…in realtà io non votai per il socialismo, bensì per il sociale. Era stato l’insegnamento dei miei genitori, che ai sudditi, allo spirito sociale, avevano sempre badato molto. E forse per questo sono stati sempre molto amati>>.
[6] Prego, Maestà, di Manlio Lupinacci, ( in “Il Secolo XX”, 4 giugno 1946).
[7] L’anno della Repubblica, cit.
[8] Tanto faccio presto. So già per chi votare, in “Il Popolo”, 4 giugno 1946.
[9] Attimi di paura, in “L’Avanti”, 4 giugno 1946.
[10] Dalla Monarchia alla Repubblica, di Giuseppe Romita, - Nistri-Lischi, Pisa, 1959.
[11] I voti per la Repubblica furono 12.717.923 e quelli per la Monarchia 10.719.284 con uno scarto di 1.998.639.


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