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CRONOLOGIA

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CINA 


dal 1900 in poi, di un immenso Paese dalla storia complessa e travagliata
LA LUNGA MARCIA



IL DILEMMA DELLA CINA


di PAOLO DEOTTO


La Cina: un paese immenso e lontano, con una storia che si misura a millenni. La Cina e il mito, un binomio che sembra inscindibile. Messer Marco Polo iniziò a far sognare i suoi contemporanei, narrando le meraviglie di quel paese; un sogno comprensibile, perché con i mezzi di comunicazione di sette secoli fa la Cina era un pianeta lontano. Ma poco più di trent'anni fa il fascino irresistibile del paese lontano colpiva ancora, e i sessantottini, con poche ma ben confuse idee, erano pronti a scannarsi anche tra loro per stabilire chi fosse il più puro seguace del pensiero di Mao Tse Tung, il Grande Timoniere di Pechino.

E solo dodici anni fa, nel maggio del 1989, gli studenti cinesi, che dopo le dimostrazioni di dissenso nella piazza Tienanmen subivano una dura repressione militare, venivano eletti frettolosamente a simbolo della lotta per la libertà. E anche in questo caso (e vedremo perché) l'Occidente preferiva contemplare il mito anziché sforzarsi di capire la realtà.

Sullo sfondo, mentre il mondo occidentale cerca rifugio nel sogno, ognuno costruendosi l'immagine della Cina che più lo affascina, un uomo, con un sorriso indefinibile, un po' sapiente e un po' beffardo, guarda tranquillo tanto agitarsi e sembra voler dire, con modi tanto garbati quanto decisi: "Non avete capito nulla".

Quell'uomo potrà essere maestro Kong (o Confucio), o l'imperatore mongolo Qubilai, il grande scrittore Lu Xun, o il grande politico Mao Tse-tung, o il suo collega Chou En-lai, o il grande avversario di entrambi, Chiang Kai-shek; personaggi diversi, ma accomunati da antiche radici che li portano ad essere diversi da noi. Non sempre necessariamente migliori, non necessariamente peggiori. Ma val la pena sforzarsi di capirne qualcosa di più, perché lo sforzo di comprensione, e non il mito, ci aiuta a crescere.

Quando è nata la nostra rivista (ormai quasi cinque anni fa) già si parlava di morte delle ideologie. Spero, come già più volte ho detto su queste pagine, che le ideologie non siano morte, perché questo vorrebbe dire che ci si è rassegnati anche alla morte degli ideali. Piuttosto deve attenuarsi (e un poco si è attenuato) l'approccio passionale alla realtà, presente o passata, ossia quel tipo di approccio che fa sorgere i miti che sopra stigmatizzavo.
Non ho la pretesa, sia ben chiaro, di fornire agli amici lettori una storia della Cina. Per trattare i millenni, ammesso che ne sia in grado, dovrei chiedere al direttore di riservare alcuni numeri della rivista solo a me. Piuttosto cercheremo assieme di esplorare il pianeta Cina dell'ultimo secolo, pur se questo ci porterà inevitabilmente anche a riferimenti ben più lontani nel tempo. Da dove vogliamo partire?

Partiamo da una data vicina, poco meno di trent'anni fa. Il 25 ottobre 1971, era un lunedì, l'ONU (Organizzazione della Nazioni Unite) riconosceva finalmente il governo di Pechino come unico e legittimo rappresentante del popolo cinese. Si poneva così fine ad una situazione assurda: dal 1949 una nazione di oltre un miliardo di abitanti su una superficie di 9 milioni e mezzo di kmq, la Repubblica Popolare Cinese, era ufficialmente ignorata, mentre il popolo cinese era rappresentato in seno all'ONU dal governo di Taiwan, o Formosa, o Cina nazionalista, che esercitava la sovranità su venti milioni di abitanti, su un territorio di 36.000 kmq.
Era l'atto finale di un dramma iniziato sessant'anni prima, nell'ottobre del 1911, quando l'ormai agonizzante Impero Cinese cadeva sotto i colpi della rivoluzione scatenata dal Kuo-min tang (partito nazionale del popolo), partito cinese fondato nel 1900 da Sun Yat-sen sotto il nome di Associazione per la rigenerazione della Cina, divenuta Lega dell'unione dei rivoluzionari (1908), poi, nel 1911, Kuo-min tang.

L'Impero, in continua alternanza tra conservazione di un regime feudale e arci-classista e cauti tentativi di modernizzazione, era in agonia da tempo, e il colpo di grazia era venuto dopo la violenta repressione internazionale della rivolta dei boxers, membri di una società segreta xenofoba, che, nell'indifferenza della corte imperiale, avevano posto sotto assedio diverse legazioni occidentali (giugno 1900).
Le truppe di Regno Unito, Francia, Germania, Russia erano intervenute, nell'agosto di quello stesso anno, avevano sconfitto i rivoltosi, saccheggiato Pechino, imponendo poi al governo cinese, complice quanto meno passivo dei boxers, il pagamento di forti indennità, che avevano messo in crisi le già vacillanti finanze cinesi.
La morte, nel 1908, dell'imperatrice Tzü Hsi, una donna di ferro che aveva tentato di tenere assieme una costruzione che ormai si andava disgregando, segnò la fine dell'Impero. Il Kuo-min tang, in fondo, uccise un cadavere.

Ma qui converrà sostare un attimo e rivolgere lo sguardo al secolo precedente, per meglio capire cos'era la politica occidentale nei confronti della Cina. La violenza xenofoba dei boxers non nasceva dal nulla; la Cina, vista fondamentalmente come un enorme potenziale mercato, aveva subìto nel corso dell'800 la politica cosiddetta delle concessioni: porzioni di territorio cinese, in genere città costiere con vasto entroterra, venivano cedute in concessione alle nazioni occidentali, per i loro traffici di merci, prevedendo sovente anche l'esenzione dal rispetto delle leggi cinesi per i cittadini degli stati titolari delle concessioni. Più che di concessioni, sarebbe corretto parlare di imposizioni, non avendo la Cina, debole militarmente e divisa al suo interno da mille discordie, la forza di opporsi alle potenze europee, alla Russia, al Giappone e agli Stati Uniti.
Questo genere di politica che, pur favorendo una modernizzazione della Cina, con l'avvicinamento della stessa all'Occidente, altro non era che una brutale imposizione, in nome della sacra convenienza commerciale, della legge del più forte, ebbe il suo culmine di immoralità nelle guerre scatenate per il commercio dell'oppio.

Si potrebbe pensare che una nazione civile muova guerra contro i trafficanti dell'oppio, per stroncare un sordido guadagno e tutelare le popolazioni dall'uso di una droga che non conduce che alla distruzione psichica e fisica. Nossignori: la guerra dell'oppio si fece per tutelare il diritto dei mercanti inglesi ad importare oppio in Cina (importazione peraltro severamente vietata nei territori di Sua Maestà).

Nel 1839 il governo di Pechino decise di rimettere in vigore un antico editto che proibiva l'importazione dell'oppio, e il commissario di Canton, Lin Tse-hsü, applicandolo in senso stretto, confiscò e distrusse un carico d'oppio indiano, scaricato da navi inglesi. Londra rispose con l'invio di una spedizione navale che bombardò Canton (1841), occupò facilmente Sciangai e risalì lo Yangtze fino a Nanchino, dove fu firmato nel 1842 un trattato che apriva cinque porti (Treaty Ports, porti del Trattato) al commercio con l'Inghilterra, alla quale veniva anche ceduta l'isola di Hong-Kong, e che fissava i diritti di dogana a non più del 5% del valore della merce.

Ma l'avidità del mondo civile non era ancora soddisfatta. Era facile peraltro trovare buoni motivi per altre azioni militari; la difficile comprensione tra due mondi, quello cinese e quello occidentale, creava spesso incidenti. Quando, terminata la guerra di Crimea che aveva tenuto impegnate Inghilterra e Francia, una nave che batteva bandiera inglese, l'Arrow, fu presa a Canton dai Cinesi e un missionario cattolico francese fu ucciso (1856), si offrì a Londra e a Parigi l'occasione per una spedizione congiunta, che permettesse di migliorare le rispettive posizioni in Cina. Canton fu bombardata ancora una volta e i forti di Taku, presso Tianjin, occupati, finché nel 1858 Francesi e Inglesi ottennero la firma di trattati che concedevano loro nuovi privilegi (accordati dai Cinesi, subito dopo, anche alla Russia e agli Stati Uniti). Sorsero però ulteriori difficoltà e un nuovo corpo di spedizione franco- inglese si impadronì di Pechino (1860), che fu incendiata, mentre il palazzo d'Estate veniva saccheggiato per rappresaglia contro la tortura di alcuni prigionieri inglesi. I trattati imposti a Pechino nel 1860 portarono all'apertura di altri undici porti e riconobbero agli stranieri il diritto di insediarvisi senza soggiacere alla legislazione locale e di compiere viaggi.

Un'altra attività commerciale occidentale era la tratta dei coolies, lavoratori cinesi reclutati con il sistema che oggi chiameremmo del caporalato, e destinati alle grandi piantagioni americane e australiane. Le condizioni inumane con cui venivano trattati questi uomini, su vere e proprie navi schiaviste, faceva sì che la mortalità in viaggio toccasse punte superiori al 40 per cento.

Torniamo quindi alla rivolta dei boxers, nel giugno del 1900. Se il senso morale impedisce di approvare la violenza selvaggia che caratterizzò il comportamento dei rivoltosi, e l'acquiescenza della corte imperiale, riflettiamo però un attimo sull'assoluta immoralità che caratterizzò la politica occidentale. In Cina avevano fatto irruzione le cannoniere occidentali, non per portare la giustizia, ma per equilibrare la bilancia dei pagamenti, oltretutto a tutela di commerci, come quelli dell'oppio o degli schiavi, degni di veri criminali. Di questa realtà non si può non tener conto, se si vuole capire la diffidenza cinese verso l'Occidente, che perdurerà ben oltre quegli anni, caratterizzando la politica cinese di tutto il Novecento. E, ci permettiamo di aggiungere, di questa realtà dobbiamo tenere conto noi occidentali, se vogliamo fare un sano esercizio, poco diffuso, che si chiama esame di coscienza.

La caduta dell'Impero e la proclamazione della Repubblica non portò la pace in Cina. Il generale Yüan Shih-k'ai, incaricato dalla Corte di effettuare la repressione dei disordini causati dal Kuo-min tang, consigliò invece l'abdicazione (febbraio 1912), che segnò la fine della dinastia imperiale Manciù. Sun Yat- sen, il fondatore del Kuo-min tang, ritornato dall'esilio alla notizia della rivolta nel dicembre 1911, fu acclamato al suo sbarco a Sciangai presidente provvisorio della repubblica. Confermato in tale carica dall'assemblea riunitasi il 1° gennaio 1912 a Nanchino, accettò con la riserva di rinunciare a favore di Yüan Shih-k'ai (con cui era intanto segretamente in trattative) se questi, che comunque deteneva il controllo di gran parte dell'esercito, si fosse impegnato a sostenere la repubblica. Dopo l'abdicazione dell'imperatore (dichiarata da un consiglio di reggenza, perché l'ultimo imperatore, P'u-yi, era un bimbo di sette anni), Yüan divenne così presidente (marzo 1912). Ma Yuan soprattutto mirava ad accrescere il suo potere personale e nel 1913 sciolse il Kuo-min tang, che nel frattempo gli si era rivoltato contro. Nel 1916 la sua scomparsa fu seguita da una lotta confusa, e disastrosa per il paese, tra i generali (i Signori della guerra, di fatto a capo di eserciti personali) e i dirigenti repubblicani.

All'inizio del 1918, la Cina del Sud (fino al fiume Yangtze), controllata dal Kuo-min tang che, ricostituitosi, aveva formato un governo rivale a Canton sotto Sun Yat-sen, si oppose a quella del Nord, che era nelle mani del governo di Pechino. Quest'ultimo, pur reso instabile dai contrasti sorti fra i Signori della Guerra, poteva contare sull'aiuto finanziario del Giappone, che mirava già da tempo a estendere la propria zona d'influenza in Cina, e che in base alle clausole del trattato di Versailles era subentrato alla Germania nelle concessioni dello Shandong, suscitando la reazione dei delegati cinesi. Nell'ambito della conferenza di Washington (1921-1922) tale problema venne ridiscusso e la Cina ottenne infine la restituzione delle ex concessioni tedesche e il ritiro delle truppe giapponesi dallo Shandong: ciò rappresentava il primo passo verso la graduale abolizione dei privilegi di cui godevano le nazioni straniere nel territorio cinese. Nel Sud, Sun Yat- sen riorganizzò nel 1923 il Kuo-min tang con l'aiuto di consiglieri inviati in Cina dal Politburo sovietico. Gli iscritti al partito comunista cinese, fondato nel 1921 ed entrato nel 1922 nel Comintern, furono ammessi quali membri nel Kuo-min tang. La morte di Sun Yat-sen, nel 1925 provocò però nel suo partito una frattura tra radicali, favorevoli all'unione con i comunisti, e moderati, che miravano invece ad espellere questi ultimi dal Kuo-min tang e in genere dalla direzione della vita nazionale.

Fu da questo momento che iniziò l'ascesa di due uomini che avrebbero determinato i successivi destini della Cina: Mao Tse-tung e Chiang Kai-shek. Quest'ultimo, capo dell'ala moderata del Kuo-min tang, riuscì a imporre la propria autorità e alla testa dell'esercito nazionalista del Sud iniziò da Canton l'avanzata verso il Nord. In seguito al verificarsi di eccessi contro le popolazioni locali e i residenti stranieri, imputati a estremisti comunisti, durante l'occupazione di alcune città, Chiang Kai-shek la notte del 12 aprile 1927 (dimostrando come sia relativo in politica il significato della parola moderato), fece sopprimere a Sciangai un gran numero di dirigenti comunisti, disorganizzando il loro movimento, e in seguito ruppe con la missione sovietica. L'eliminazione fisica degli esponenti dell'estrema sinistra proseguì sistematicamente anche in altre regioni, e a Nanchino, già occupata nel marzo 1927, venne stabilito il governo nazionalista cinese. Chiang Kai-shek marciò quindi verso il Nord ed entrò, nel giugno 1928, a Pechino appena abbandonata dal generale Chang Tso-lin.

La feroce repressione aveva costretto i comunisti a rifugiarsi nella regione montuosa del Jianxi, dove nel 1927 costituirono, sotto la guida di Mao Tse-tung, Chou En-lai e Chu-teh, una Repubblica Sovietica Cinese, che poteva contare su un forte esercito a base popolare, intensificando con successo la loro propaganda tra i contadini, attratti dalla prospettiva di una riforma agraria.
E qui è opportuno fare un'altra sosta, per chiedersi quale spazio potesse trovare in Cina, paese con una forte carica spirituale, una dottrina materialista come il marxismo.

Una rigida suddivisione in classi caratterizzava da sempre la società cinese, e le stesse dottrine di Confucio (che elaborò, si badi bene, una filosofia morale e non una religione), nonché quelle di Mozi (da cui la parola moismo), pure moralista, con un riferimento trascendente puramente strumentale, queste stesse dottrine, dicevamo, predicavano elevati sentimenti umani (fratellanza, giustizia, operosità, senso del dovere ecc.), ma senza porre in discussione l'ordine fondamentale della società. Le virtù morali, insomma, andavano esercitate tenendo ben salde le differenze intellettuali e sociali.
La speculazione filosofica era del resto patrimonio di pochi, ed è significativo il fatto che in Cina esistessero, fino alla definitiva instaurazione del regime comunista (1949), due linguaggi, nonché due alfabeti e due letterature. I letterati erano assolutamente staccati dal popolo, e l'opera letteraria o filosofica aveva come finalità l'ammaestramento morale. Il testo scritto in lingua volgare (per usare un'espressione nostra) era considerato opera rozza e non degna di attenzione.

In una società prevalentemente agricola, l'uomo del popolo, quasi sempre contadino, non aveva accesso ad attività intellettuali, sia perché gli mancava lo stesso linguaggio, sia perché la sua condizione normale non gliene lasciava il tempo materiale: era quella di assoluto vassallaggio verso la grande proprietà, secondo un collaudato schema di salari bassissimi, che obbligavano il contadino a indebitarsi col padrone, restandogli poi legato per rimborsarlo col lavoro. La condizione operaia nell'attività più diffusa, la filatura e la tessitura della seta, era ancora peggiore. In quest'attività erano impiegate molte donne (circa il 95% della forza lavoro), essendo gli uomini per lo più al lavoro sui campi; ma anche i bambini, già all'età di sei - sette anni, entravano in stabilimento, sottoposti agli stessi ritmi e allo stesso orario degli adulti. Il lavoro si svolgeva in condizioni inumane, al caldo umido, con l'aria impregnata del fetore dei bozzoli sfruttati. Orario di lavoro: dodici ore al giorno. Giorni di lavoro settimanale: sette.
Non migliori erano le condizioni nei cotonifici, dove il lavoro prevedeva anche turni di notte (esclusi invece nelle seterie, perché la sottigliezza del filo è tale da divenire invisibile alla luce artificiale).
Attenzione: non vi stiamo parlando solo della condizione popolare nel periodo imperiale: i dati impressionanti sopra esposti provengono da un'inchiesta condotta a Shanghay dal colonnello inglese L'Estrange Malone, deputato laburista alla Camera dei Comuni. L'anno dell'inchiesta è il 1926, quattordici anni dopo la fine dell'impero.

Insomma, tornando alla domanda che ci ponevamo sopra, la risposta è una sola: lo spazio al marxismo veniva offerto da una consuetudine di sfruttamento totale, che non conobbe variazioni col passaggio dal regime imperiale a quello repubblicano. E' da chiedersi quanto potesse e volesse agire in campo sociale il governo nazionalista. Abbiamo visto che la Cina repubblicana fu da subito travagliata da lotte interne, prima tra Yuan e il Kuo-min tang, poi tra la Cina del Sud e quella del Nord e i Signori della Guerra, poi tra il Kuo-min tang e il partito comunista. In questa situazione torbida si inserì anche il Giappone, le cui mire continentali non si erano mai sopite. Nel 1931, prendendo pretesto da certi incidenti locali, i Giapponesi invasero la Manciuria e ne fecero uno Stato indipendente con il nome di Man-chu-kuo (marzo 1932). Si trattava però in realtà di un protettorato, alla testa del quale figurava nominalmente P'u-yi, ultimo imperatore mancese in Cina. La Cina reagì con il boicottaggio delle merci giapponesi; i Giapponesi attaccarono allora Sciangai (1932), mentre la Società delle Nazioni si mostrava impotente a modificare la situazione.

I Giapponesi penetrarono nella Cina del Nord nel 1933, e nel 1935 si infiltrarono fino alla regione di Pechino.
In questa condizione di perpetuo disordine il governo nazionalista non poteva certo elaborare una politica sociale, né peraltro questa rientrava nei suoi programmi, perché il Kuo-min tang, con l'affermazione definitiva dell'ala moderata di Chiang Kai-shek, si era fatto piuttosto corifeo di una difesa della tradizione che inevitabilmente si traduceva in una difesa anche di uno status quo sociale. D'altra parte l'uomo del popolo in Cina, imbevuto di quella parte di confucianesimo strumentale alle esigenze delle classi dominanti, difficilmente poteva concepire l'idea della rivolta. Ci volle un uomo della statura e della personalità di Mao Tse-tung per iniziare un processo che avrebbe cambiato radicalmente la faccia della Cina.

Nato nel 1893 in una famiglia di contadini relativamente benestanti, Mao, dopo un anno di servizio volontario nell'esercito repubblicano di Sun Yat-sen, si dedicò agli studi di istitutore. Dopo essersi diplomato alla scuola normale di Changsha nel 1918, trascorse un breve soggiorno a Pechino per seguire alcuni corsi universitari e qui ebbe i suoi primi contatti con il nascente movimento marxista cinese e in particolare con l'economista Li Ta-chao e il futuro segretario del Partito comunista Ch'en Tu-hsiu. Partecipò attivamente all'organizzazione del movimento rivoluzionario dello Hunan e nel 1920 fondò i primi circoli marxisti locali, dai quali fu poi delegato al congresso costitutivo del partito comunista cinese, che si tenne a Sciangai nel 1921. Per due anni lavorò come segretario dell'organizzazione del partito dello Hunan, quindi, dal 1923, essendo stato allontanato dallo Hunan, come funzionario del partito a Sciangai. In seguito alla confluenza del PCC nel Kuo-min tang (1924), fu, nel 1926, nominato membro del comitato centrale della nuova organizzazione e rinviato nello Hunan quale esperto dei problemi rurali. L'anno successivo, come vedevamo sopra, iniziò la repressione anticomunista operata da Chiang Kai-shek, cui seguì la proclamazione della Repubblica Sovietica cinese nella regione montuosa del Jianxi.

La carica rivoluzionaria del Partito Comunista Cinese, sostenuta da un'elaborazione dottrinaria semplice, operata da Mao per adattare le teorie marxiste, nate in una realtà industriale, al mondo prevalentemente agricolo cinese, era un pericolo troppo grande per la supremazia del Kuo-min tang, e l'eliminazione fisica del maggior numero possibile di comunisti rientrava nell'antica tradizione cinese di guerra totale e feroce. Mentre Chiang Kai-shek basava il suo potere anzitutto sulla forza militare e sulla potenza finanziaria (con l'appoggio determinante dei capitali americani che volevano tutelare i propri interessi in Cina), Mao Tse-tung aveva capito l'enorme importanza della partecipazione popolare. La neo costituita Armata Rossa della Repubblica Sovietica cinese manteneva stretti legami col mondo contadino. I suoi soldati erano addestrati anche per aiutare nel lavoro dei campi, avevano ordine di trattare sempre con gentilezza la popolazione, di non abbandonarsi mai a quei sequestri ingiustificati, saccheggi, abusi, che erano pratica corrente dei militari nei confronti dei civili delle classi più umili.

Nel 1933 la guerra tra nazionalisti e comunisti ebbe le sue punte massime. Quest'ultimi furono costretti a una penosa e lunghissima ritirata verso lo Shaanxi, nota come Lunga marcia (1934- 1935). Frattanto però l'ala sinistra del Kuo-min tang si batteva per una conciliazione nazionale in vista della lotta antigiapponese. Chiang Kai-shek, nel 1936, fu attirato a Xi'an in un agguato, organizzato dal capo comunista Chou En-lai, e liberato solo dietro l'impegno di una tregua con i comunisti.
Il fronte comune antigiapponese non fu in verità mai totale e compatto e iniziò una strana guerra in cui spesso l'alleato era trattato come nemico, in un gioco di reciproche diffidenze che non poteva che fare le fortune del comune nemico. Nell'agosto 1937 infatti le truppe nipponiche si impossessarono di Pechino, scesero verso sud, sbarcarono a Sciangai e cacciarono da Nanchino Chiang Kai-shek, che si installò ad Hankou. Le milizie comuniste erano ancora esigue, ma la loro azione era molto efficace, soprattutto nella guerriglia, in cui eccellevano. Esse impegnarono le truppe giapponesi rendendole incerte sull'opportunità di addentrarsi ulteriormente nel paese. I Nipponici si limitarono quindi per allora a controllare le coste e le grandi città, le ferrovie e le frontiere della Cina, ma lo scoppio della guerra nel Pacifico contro gli Americani (7 dicembre 1941) assorbì ben presto la maggior parte delle loro energie. La cessazione delle ostilità, con la disfatta del Giappone, tolse l'unico elemento che univa i comunisti del PCC ai nazionalisti del Kuo-min tang. Il generale americano Marshall, inviato in missione straordinaria, tentò allora una formula di compromesso per favorire l'integrazione dei comunisti in una Cina unificata e guidata da Chiang Kai-shek, al quale gli Stati Uniti continuavano a dimostrare fiducia; ma dopo una serie di tregue precarie la guerra civile riprese nel 1946; i nazionalisti persero a poco a poco terreno, soprattutto nella Manciuria, sottratta ai Giapponesi dalle forze sovietiche; i comunisti all'inizio del 1947 si allinearono con l'URSS. Il capo del Kuo-min tang acuì allora la propria intransigenza: sciolse la Lega democratica, di carattere moderato e di origine recente, ma nella quale confluivano sempre più numerosi gli scontenti. Mentre nelle regioni controllate dai nazionalisti regnava l'anarchia, aggravata dalla miseria e da una grave inflazione, Mao Tse-tung propose ai propri seguaci un programma di rinnovamento, pura dottando drastici sistemi. Dopo lunghi e sanguinosi scontri che sconvolsero il paese, le forze comuniste, occupata nell'aprile del 1949 la capitale nazionalista Nanchino, costituirono nell'agosto un governo popolare del Nord- Est e poco dopo quello della Cina del Nord. La partita era ormai perduta per Chiang Kai-shek, che l'8 dicembre 1949 si rifugiò nell'isola di Formosa (Taiwan), stabilendo a Taipei la capitale della Cina nazionalista.

Il 1º ottobre 1949, Mao Tse-tung annunciò a Pechino, ridivenuta capitale, la presa del potere da parte del partito comunista e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Egli ne fu eletto presidente da un'Assemblea nazionale; Liu Shao-chi, Chu-teh e Sung Ch'ing-ling (vedova di Sun Yat-sen) diventarono vicepresidenti e Chou En-lai presidente del consiglio e ministro degli esteri.
Iniziava un'opera radicale di riforma della società, con l'intento di attuare un passaggio morbido al socialismo. La politica agraria, basata inizialmente sull'abolizione del latifondo e la distribuzione delle terre ai contadini, non diede però i frutti sperati, perché le porzioni di terra erano troppo esigue e coltivate ancora con sistemi agricoli primitivi. Iniziò così, nel 1953, la costituzione delle comuni agricole, fattorie collettive nelle quali venne introdotta anche la meccanizzazione dei sistemi di coltura.

Ma nel frattempo si erano attuate altre importanti riforme, nel campo del diritto di famiglia (con il riconoscimento della parità dei diritti tra coniugi), come in quello dell'istruzione, con intense campagne contro l'analfabetismo. La costituzione cinese, che sanciva il principio del PCC come guida del paese, prevedeva anche garanzie per le minoranze nazionali e una certa libertà religiosa. Si trattava però di garanzie molto più teoriche che pratiche, perché il regime di Mao accentuava sempre più il proprio carattere autoritario. Hong-Kong e Cina Nazionalista iniziarono così a conoscere il fenomeno dei profughi, non così numerosi come la propaganda anticomunista voleva, ma neanche rappresentati solo da elementi antisociali, come pretendeva il governo di Pechino.

Aldilà della disapprovazione, ovvia, per qualsiasi sistema autoritario, non si può però disconoscere che la politica del PCC e di Mao portò ad un enorme miglioramento di vita la gran massa della popolazione cinese; tratteggiavamo, qualche pagina prima, le condizioni miserabili in cui vivevano contadini e operai sotto il regime imperiale, e come queste condizioni non conobbero miglioramenti con la Repubblica diretta dai nazionalisti. Il prezzo da pagare per questo miglioramento era la perdita della libertà: ma era forse libero l'operaio che lavorava (come abbiamo visto) sette giorni la settimana, con un orario di lavoro di dodici ore quotidiane? O era libero il contadino che si trovava in una posizione di dipendenza, vita natural durante, con il padrone delle terre?
La grande arretratezza della situazione sociale cinese era stato il vero motore della vittoria comunista; il miglioramento di vita avrebbe però portato, poco a poco, a mettere in discussione il sistema autoritario. Ma non anticipiamo i tempi.

Cerchiamo piuttosto di fare ora un rapido excursus sulle vicende interne della nuova realtà politica che abbiamo visto nascere, la Repubblica Popolare Cinese. Inizialmente assistita dall'URSS, che inviò numerosi tecnici, la Cina tendeva però ad una autonomia da Mosca, ponendosi sempre più come paese guida del socialismo reale in Asia e nel Terzo Mondo. L'aiuto "fraterno" dell'URSS peraltro aveva sempre più le caratteristiche di ingerenza. I rapporti con l'URSS si spezzarono definitivamente dopo il 1960, dividendo il blocco comunista in due tronconi, uno in prevalenza europeo stretto attorno a Mosca e uno in prevalenza asiatico, che guardava invece a Pechino. Tale spaccatura in certo modo si istituzionalizzò quando nel luglio 1963 a Mosca una conferenza tra i partiti comunisti sovietico e cinese, convocata per comporre il dissidio, si chiuse senza raggiungere alcun risultato. Né le dimissioni di Mao da presidente della repubblica (pur conservando la carica di presidente del partito) né la caduta di Krusciov (ottobre 1964) attenuarono la polemica tra i due centri del movimento comunista, anche perché il contrasto rispondeva, oltretutto, a profondi motivi storici che superavano le contingenze ideologiche. L'accusa di revisionismo, lanciata dai cinesi contro la politica riformista (molto timidamente) di Kruscev nasceva dal fatto che i due paesi vivevano momenti storici diversi.
La Cina, che praticamente ricominciava da zero, aveva la necessità di mantenere una tensione interna per far fronte agli impegni assunti nei piani economici, e questo portò all'esasperazione della linea politica del comunismo cinese che si atteggiò a un rigido dogmatismo. L'URSS era ben più avanti della Cina e Kruscev, senza minimamente pensare a riforme in senso democratico, si rendeva conto però che bisognava iniziare ad allentare, seppur con molta prudenza, le mille limitazioni che opprimevano la vita del cittadino sovietico. Ricordavamo in precedenza anche una sfiducia cronica, e storicamente fondata, dei cinesi nei confronti degli europei e degli occidentali in generale.

Anche questa sfiducia giocò la sua parte nello spingere la Cina al distacco dall'URSS e alla costruzione di un proprio modello di comunismo. Né si può scordare che l'URSS intratteneva rapporti costanti con gli USA, che si erano resi garanti, anche con cospicui aiuti militari, dell'indipendenza di Taiwan, da loro considerata come unica legittima rappresentante del popolo cinese.
Internamente la Cina iniziava a conoscere, consolidata ormai la supremazia del PCC, le lotte interne per il potere. L'appannarsi del mito di Mao in seguito al raggiungimento solo parziale degli obiettivi economici pianificati aveva spinto il timoniere a rinunciare alla carica di presidente della repubblica, mantenendo solo la direzione del partito. Ma non per questo Mao era deciso a cedere il potere effettivo. Proprio la frattura che si manifestò in seno al partito tra i teorici della rivoluzione permanente e i revisionisti fu l'occasione per Mao per scatenare la rivoluzione culturale, che interessò la Cina per il periodo 1966-1969 con conseguenze negli anni Settanta, e che sin dagli inizi assunse aspetti contraddittori; soprattutto non fu chiara la distinzione tra opposte fazioni, in quanto nessuno osava attaccare apertamente Mao.

Gli alti funzionari di partito si difendevano ricorrendo alla tattica descritta come "sventolare la bandiera rossa per opporsi alla bandiera rossa" e organizzando gruppi che usavano gli stessi slogan della rivoluzione culturale. Le forze su cui Mao si appoggiò per lanciare questa "rivoluzione nella rivoluzione" furono dapprima gli studenti, poi l'esercito popolare di liberazione. Dapprima furono gli studenti delle maggiori università e anche delle scuole secondarie che, organizzati nel movimento delle guardie rosse e in altri gruppi rivoluzionari, sferrarono pesanti attacchi contro le autorità accademiche e gli alti funzionari di partito e dello Stato "impegnati nella via capitalista". Principali bersagli furono il presidente Liu Shao-chi e i suoi seguaci. Nella prima metà del 1967, quando ai militari venne ordinato di appoggiare la sinistra, la rivoluzione culturale raggiunse il suo momento culminante e ottenne come risultato l'effettiva distruzione dell'apparato del partito. Anche i rappresentanti dell'amministrazione governativa, che faceva capo al primo ministro Chou En-lai, vennero attaccati dall'ultrasinistra.

Tuttavia la vittoria dell'ala sinistra estremista, rappresentata dalle guardie rosse alla base e, al vertice, da alcuni alti esponenti politici, fra cui la moglie di Mao, Chiang Ch'ing, fu di breve durata, in quanto essa si dimostrò incapace di proporre un modello di organizzazione alternativa.
Nel frattempo la lotta tra fazioni e organizzazioni rivoluzionarie non accennava a placarsi, cosicché all'esercito venne affidato il compito di restaurare l'ordine e di fornire amministratori competenti. Venne lanciato un movimento per l'organizzazione di comitati rivoluzionari, ai quali doveva essere affidato il potere amministrativo. La situazione di caos e di incertezza si prolungò fino all'agosto del 1968, quando Mao in persona espresse la sua insoddisfazione nei confronti degli studenti e approvò la costituzione delle "squadre di lavoro di operai e contadini", che furono mandate nelle università a restaurare l'ordine con l'appoggio dell'esercito. Di conseguenza si accelerò la costituzione dei comitati rivoluzionari, a tutti i livelli, in cui i rappresentanti dell'esercito detenevano posti chiave, e venne lanciata una campagna contro l'ultrasinistra.

Nel settembre 1968 Chou En-lai proclamò la "vittoria completa e definitiva della rivoluzione culturale" e nell'ottobre una sessione plenaria del comitato centrale del PCC destituì ufficialmente Liu Shao-chi. La convocazione del 9° congresso del partito comunista, nell'aprile 1969, a undici anni di distanza dal precedente, segnava il trionfo della linea maoista e il riassetto organizzativo del partito. LinPiao, ministro della difesa e protagonista della rivoluzione culturale, venne ufficialmente designato come successore di Mao Tse-tung. La situazione parve essersi stabilizzata a favore dei militari rispetto ai civili. Ma nel 1971 l'improvvisa scomparsa dalla scena politica di Lin Piao e di altri alti esponenti dello stato maggiore, accompagnata da voci di complotto, dimostrava come fosse precario l'equilibrio raggiunto. La lotta tra le diverse fazioni riprese e a essa non fu estranea la nuova politica estera, voluta da Chou En-lai, di apertura all'Occidente, contro il riavvicinamento all'Unione Sovietica, perseguito dai seguaci di Lin Piao. Nell'agosto 1973 il 10° congresso del partito decretò la definitiva condanna postuma di Lin Piao e sancì la vittoria del gruppo che si identificava con il primo ministro Chou En-lai, cioè dei civili rispetto ai militari, del partito ricostituito rispetto all'esercito e alle forze sociali spontaneiste (studenti), di una linea pragmatica e centrista rispetto alla sinistra radicale.

Per quanto riguarda la politica estera, dopo una paralisi dell'iniziativa cinese nel periodo della rivoluzione culturale, una nuova fase si aprì nel marzo 1971, quando la squadra cinese di ping-pong, in apertura dei campionati del mondo, invitò i giocatori statunitensi a recarsi in Cina: era il primo segno della distensione fra i due paesi. La ripresa dell'attività diplomatica di Pechino coincideva da un lato con la stabilizzazione interna, dall'altro con gli importanti cambiamenti sopraggiunti nel contesto sia asiatico sia mondiale (progressivo disimpegno americano nel Sud- Est asiatico, rinascita politica e militare del Giappone, minaccia sovietica alle frontiere e pericolo di una collaborazione tecnica ed economica russo-giapponese in Siberia).

E arriviamo così all'ammissione della Cina all'ONU (che comportò l'espulsione di Taiwan) il 25 ottobre 1971, che ponevamo come punto di partenza del nostro studio. Il progressivo miglioramento dei rapporti con il Giappone, fino al riconoscimento diplomatico (settembre 1972), il viaggio del presidente americano Nixon in Cina nel febbraio del 1972 furono importanti successi della nuova linea di politica estera di Pechino e portarono al riconoscimento della posizione internazionale di grande potenza assunta ormai dalla Cina.
Ci siamo volutamente dilungati sul periodo della rivoluzione culturale perché ci appare come estremamente significativo: il regime di Pechino iniziava a conoscere le lotte interne per il potere. E qui ci si consenta una breve parentesi.

Parlavamo in apertura di sessantottini con poche idee, ma ben confuse. E' difficile non sorridere, oggi, rileggendo gli avvenimenti cinesi di quel periodo e riflettendo sul fatto che i manifestanti inneggiavano al comunismo in versione maoista, inteso come il più puro dei puri, esempio di progressismo, mentre all'interno della Cina si scatenava una violenta lotta per il potere che alla fine vedeva la vittoria della parte moderata dell'apparato. Il mito è certo più affascinante, la strada della rivoluzione permanente (anche se resta da capire contro chi vada fatta… ) è più consolante, rispetto al riconoscere che la tradizione delle violente lotte tra i Signori della Guerra non si era ancora spenta, bensì aveva solo cambiato abito e localizzazione.
Insomma, neanche il socialismo reale riusciva a portare quella concordia che sembra l'eterna grande assente nella storia umana, anche (e tanto meno) quando la si vuole imporre dall'alto. Non desidero però essere frainteso: sarebbe fazioso non riconoscere il cambiamento radicale, in positivo, che la rivoluzione comunista portò nella vita cinese. Ma l'esercizio del potere, una volta risolti i maggiori problemi interni, diventa sempre fonte di lotta tra chi ha preso gusto ad esercitarlo e tra chi ritiene che sia venuto il suo turno, né la Cina ha fatto eccezione a questa regola, della quale la Storia ci fornisce innumerevoli esempi.

Potremmo qui esaminare le ulteriori vicissitudini interne cinesi, che si acuirono con la morte di Mao, nel 1976, e il cui denominatore comune fu comunque lo scontro tra le due opposte fazioni del gruppo dirigente, l'una tendente a continuare la politica di apertura all'occidente e di allentamento morbido del regime, l'altra legata ad una stretta ortodossia. Ma credo che tedierei gli amici lettori con un elenco interminabile di nomi, illustri o meno, di uomini succedutisi al potere. Chi volesse nel dettaglio approfondire questi particolari, potrà far riferimento ai testi che indichiamo in bibliografia e, quantomeno per l'ultimo decennio, soprattutto sfogliare giornali su giornali.

Ci sembra piuttosto utile fermare la nostra riflessione su un altro aspetto: la Cina ha superato indenne la tempesta che, dalla caduta del Muro di Berlino, ha scosso tutto il mondo comunista, facendolo crollare in pochi mesi. Ovviamente anche in Cina la dissidenza ha iniziato a serpeggiare: nessun popolo sopporta a lungo, esaurita una fase di emergenza rivoluzionaria (che può durare anche diversi anni) un regime dittatoriale. Già nel 1979 si era verificata una fase di leggera apertura verso la dissidenza, peraltro rapidamente frenata quando questa iniziò a prendere le connotazioni di aperta contestazione del sistema politico. La risposta del governo di Pechino fu flessibile: repressione dei dissidenti, ma contemporaneamente emanazione di provvedimenti di legge sull'elezione delle assemblee locali, per dare almeno uno strumento di dialettica, seppur rigidamente inquadrata nel sistema socialista.
Successivamente la costituzione del 4 dicembre 1982, la quarta nella storia della Repubblica Popolare Cinese, ha ribadito il predominio del partito comunista sulla società e sullo Stato. La Costituzione ha inoltre confermato che la Cina Popolare è uno Stato socialista di dittatura del proletariato e ha affermato che essa è uno Stato unitario plurinazionale. Nel 1993 è stato inscritto il principio dell'economia socialista di mercato. Quest'ultima è una contraddizione in termini solo apparente: diciamo meglio che è un escamotage per prendere atto di una realtà che è comunque in evoluzione, senza per questo abiurare d'un colpo i principi fondamentali di un sistema. Chi oggi ha rapporti d'affari con la Cina conosce una figura che meno di un decennio fa era inesistente, l'imprenditore cinese, che agisce entro limiti fissati dalla legge e sottoposto a numerosi controlli, ma che comunque è un imprenditore privato che opera in un paese che si proclama, come abbiamo visto, Stato socialista di dittatura del proletariato.

Non crediamo che la fedeltà della dirigenza cinese al marxismo-leninismo-pensiero di Mao e la conservazione di un regime comunque dittatoriale siano originate da cecità politica o da testarda ortodossia. Piuttosto vediamo tornare a galla un'antica saggezza, unita ad una sana diffidenza verso il mondo occidentale, quello stesso che diede così belle prove nel XIX secolo, con lo sfruttamento, la guerra dell'oppio, la tratta dei coolies. La Cina è un enorme mercato potenziale e ad essa guarda, con interesse, tutto il mondo. Un allentamento improvviso dei freni, un'apertura totale e immediata alle, pur legittime, richieste di libertà e di democrazia politica, si risolverebbe, con ogni probabilità, in uno sfascio non dissimile da quello che ha travolto il l'URSS e i suoi satelliti, che Gorbacev si illuse di poter frenare, a cui Eltsin diede furibondi colpi di acceleratore. I risultati di questo sfascio sono sotto gli occhi di tutti, con la nascita di nuove ricchezze e nuove miserie regolate principalmente dalla legge della giungla, con un disordine totale che mette a rischio anche le libertà politiche riconquistate.

Quando, nel maggio del 1989, abbiamo visto le terribili immagini della rivolta di piazza Tienamen, dove le dimostrazioni studentesche vennero brutalmente schiacciate dai cingoli dei carri armati, nella nostra ottica di occidentali abituati a vivere nella libertà e nel benessere, ci siamo commossi e profondamente indignati. Tuttavia, dopo aver ricordato questa tragedia, vorrei chiudere questo studio, che non ha la pretesa di esaurire argomenti così impegnativi ma piuttosto di fornire spunti di riflessione, con una domanda: cosa poteva fare il governo cinese, se non reprimere quella dissidenza, che comunque metteva in discussione le fondamenta stesse della società? Poteva autoliquidarsi, certamente, e forse sotto un profilo unicamente morale questo sarebbe stato giusto. Ma se la morale non sa confrontarsi con la realtà, non è più al servizio dell'uomo. E allora il quesito finale è questo: era giusto autoliquidarsi e, forse, dare la libertà, ma, di sicuro, consegnare oltre un miliardo di nuovi clienti alla logica spietata e inumana del mercato e del profitto? E' una domanda alla quale è duro e difficile rispondere ma, se vogliamo ragionare seriamente, responsabilmente e scientificamente di storia, non possiamo rifiutare di farcela.

di PAOLO DEOTTO

Bibliografia
La rivoluzione cinese, di Sergio Ciuffi - Ed. SEI, Torino 1976
La Cina, storia e civiltà del paese di mezzo, di Maurizio Brunori - Ed. Mursia, Milano 1988
Breve storia della Cina contemporanea, di Ettore Masi . Ed. Laterza, Bari 1979

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(e solo per apparire su Cronologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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