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LA POLITICA TEDESCA


1966

UN ANNO DI POLITICA TEDESCA 
VISTO DAI GIORNALI ITALIANI

Paura del neomilitarismo, agonia e caduta di Erhard e nascita della Grosse Koalition


(estratto) dalla TESI DI LAUREA 
     "Storia comparata 
dei sistemi politici europei"

Univ. Bologna. (anno 2000)
Candidato: Luca Molinari
Relatatore: Chiar.mo Prof Paolo Pombeni
 

Il 1966 è il primo anno che viene preso in esame in questa ricerca che vuole cercare di ricostruire come questo periodo nodale fu recepito dai principali periodici di partito nell'Italia dell'epoca. 

I fatti principali dell'anno sono rappresentati da una apprensione per le richieste tedesche di un forte riarmo della zona e un inserimento dei vertici della Rft in organismi ed in strutture militari prettamente organizzate per la "difesa atomica unilaterale" in seno al blocco occidentale; l'altro tema portante è rappresentato dalla lunga agonia politica del cancelliere democristiano Ludwig Erhard, che dopo mesi di polemiche sarà costretto a passare la mano al compagno di partito Kurt Kiesinger che darà vita alla Grosse Koalition tra democristiani e socialdemocratici. 
La rivista politica più attenta alla questione tedesca è senz'altro il settimanale del Partito Comunista Italiano Rinascita che, fra reportage e articoli di commento, dedica alla Germania Federale circa una quindicina di articoli, molti dei quali firmati da un autorevole conoscitore e commentatore della politica tedesca come Sergio Segre. Meno attenti alla questione risultano essere gli organi di informazione di ispirazione democristiana (Civitas quasi ignora l'argomento, pubblicando solo una breve nota ed evitando ogni commento) e socialista (Mondo Operaio pubblica solo, a fine anno, un articolo, completo ed esauriente a firma di Carlo Belihar che è un utile riassunto dell'intero anno politico).

Su Rinascita del 1 gennaio 1966 , Sergio Segre firma un lungo articolo dedicato al viaggio, avvenuto alla fine del 1965, del cancelliere Erhard a Washington cercando di individuarne i temi centrali per inserirli nel più vasto contesto della politica militare e di riarmo dell'area tedesca. 
La soddisfazione del cancelliere tedesco di ritorno dalla capitale statunitense dopo il suo incontro con il Presidente Johnson è espressa con le parole dello stesso Erhard: "un successo il quale va oltre la solita misura delle conferme di amicizia" , ma la stampa tedesca non è dello stesso avviso e sostiene che "Erhard è tornato a mani vuote" . 

Segre collega l'enfasi data dalla cancelleria federale ai successi conseguiti negli Usa agli avvenimenti politici in corso a Bonn: il simultaneo ritiro dalla politica attiva del novantenne Adenauer (che lascia libera la segreteria della Cdu a cui in molti e non solo il grigio Erhard ambiscono) e una dichiarazione del Presidente della Repubblica Luebke che ha espresso la propria simpatia per un nuovo governo basato su di una coalizione tra democristiani e socialisti la cui guida, evidentemente, non può essere affidata all'ex Ministro dell'Economia di Adenauer. 
In questo quadro è chiaro che Erhard ha avuto tutto l'interesse a drammatizzare al massimo la propria missione diplomatica statunitense "per motivi di propaganda e di politica interna" .
Segre non è del tutto convinto che la dichiarazione trionfalistica di Erhard sia solamente di carattere propagandistico, ma la presenta come una realtà di politica estera molto più reale e concreta. La Germania federale ha ottenuto dagli alleati occidentali la possibilità di "avvicinarsi alle armi atomiche" e rivendica in pieno, anche con il viaggio americano di Ehard, questa nuova posizione di politica estera. 

La paura segreta dei dirigenti di Bonn è che il nuovo clima politico di distensione degli anni '60 faccia venire meno l'interesse e i legami preferenziali tra gli Usa e la Rft nel cuore dell'Europa e che, minando così le basi della politica estera tedesco occidentale, la Germania Federale non sia più vista anche dai partner occidentali come l'unico interlocutore "tedesco" europeo dopo che la Rft ha ottenuto il diritto ed il permesso di entrare a far parte degli organismi preposti al controllo degli arsenali di difesa nucleare unilaterali della Nato. 
A convalida di questa ipotesi Segre cita un piano tedesco il cui punto centrale è "la creazione di un deterrente atomico collettivo basato su una flotta di dieci sottomarini ( sei americani e quattro inglesi) Polaris in comproprietà, insieme all'Olanda e all'Italia" . 
La fonte a cui si riferisce Segre è il giornale svizzero Neue Zurchcer Zeitung, secondo cui a Washington. Erhard e Johnson si sono accordati con il governo "amico" inglese di mantenere segreto tale ipotesi di proliferazione nucleare unilaterale per almeno due anni in attesa delle elezioni legislative francesi da cui ci si aspetta una sconfitta di De Gaulle e la formazione di una nuova maggioranza sempre di centrodestra, ma non più antiatlantista come quella del generale e che quindi determini "un ritorno di Parigi alla politica atlantica" . 

La volontà di tornare ad essere protagonisti nel campo del riarmo e della politica estera e militare da parte della dirigenza della Rft sono denunciati con forza e preoccupazione dall'autore che, sposando la linea neutralista del Pci, si appresta a denunciare i rischi di questa fiammata militarista del governo di Bonn. 
L'opposizione di sovietici e polacchi al progetto di Erhard e del suo Ministro degli Esteri G. Schroeder, è preannunciato a chiare lettere dal settimanale comunista e viene presentato come un baluardo per la pace europea. 
Una volta denunciato il clima di tensione che si sta accumulando nell'area tedesca Segre sposta la mira del proprio ragionamento alla politica estera con un chiaro invito al Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, l'on. Aldo Moro (Dc), di fare una netta e chiara scelta in opposizione al progetto di inserimento di Bonn "nella strategia nucleare e di allargamento delle sfera di armamenti atomici" .
 
Lo stesso governo italiano aveva subordinato il proprio appoggio all'approvazione di una nuova direttiva in campo di difesa nucleare al fatto che essa "rispondesse alle esigenze della sicurezza del paese e non determinasse proliferazione e disseminazione" : anche in ottemperanza di questi impegni Segre sferza il governo Moro a compiere immediatamente l'auspicata scelta avversa ai progetti tedesco-federali.
 
Nella parte conclusiva dell'articolo viene ampliato il campo della polemica contro il militarismo dell'occidente dal campo tedesco a quello vietnamita insinuando il sospetto che la diplomazia di Bonn voglia sfruttare lo stato di crisi nel Sud Est asiatico a proprio vantaggio per assicurarsi l'armento atomico. 

Il legame tra le scelte militari della Rft e la guerra del Vietnam viene ribadito anche nella conclusione dell'articolo: Sergio Segre auspica che al progetto militare di Bonn non si oppongano solo i governi, ma anche un movimento di protesta e di opposizione popolare sul modello di quello già esistente e che lotta "contro l'aggressione americana al Vietnam" .
L'interesse del Pci e dei suoi organi di stampa per la questione tedesca è confermata da un lungo articolo comparso su rinascita la settimana successiva rispetto all'editoriale di Segre. 
L'8 gennaio 1966 Franco Bertone firma un reportage sul riarmo tedesco il cui titolo (Tornano le croci di ferro) e la cui grafica fanno ben capire il timore per quanto avvenuto nel ventennio 1945-1965 nella Rft. 

Le immagini scelte per accompagnare il testo di Bertone sono costituite da soldati tedeschi in alta uniforme che ben ricordano i militari del III Reich che occuparono l'Italia settentrionale dopo l'8 settembre 1943 e di cui, sicuramente, molti lettori di Rinascita conservano un ricordo negativo e pieno delle paure e dei timori della II Guerra Mondiale. 
L'intero articolo suona come un atto di denuncia verso un riarmo della Germania Federale che, oltre che in violazione progressiva di quanto stabilito alla fine del secondo conflitto mondiale, era stato permesso e favorito e permesso dalle potenze occidentali, in primis dalla Gran Bretagna. 
La rinascita dell'esercito tedesco (e nell'ottica dell'autore del militarismo teutonico) viene fatta risalire ad una riunione di volontari "desiderosi di servire nella risorta Bundeswehr" avvenuta in Renania nel gennaio del 1956 alla presenza de cancelliere Adenauer. Nel giro di meno di un decennio "i mille desiderosi di Adernach (nome della cittadina in cui si erano riuniti, N. d. A.) sono diventati meno di mezzo milione, sono dotati di razzi, di centinaia di aerei da combattimento e di migliaia di carri armati e costituiscono il più potente esercito nazionale occidentale" .
 
L'articolo di Bertone continua denunciando il gran numero di ufficiali comandanti e di quadri intermedi dell'esercito della nuova Rft che erano stati collaboratori di Hitler e dei capi del nazismo. I massimi responsabili del riarmo tedesco e del ritorno a posti di comando di ufficiali coinvolti nella tragedia nazista viene addossato alle potenze occidentali ed in particolare al generale inglese Montgomery che, su esplicito ordine del Primo Ministro sir W. Churchill, aveva provveduto a "raccogliere con cura le armi tedesche e immagazzinarle in modo che siano facilmente distribuibili ai soldati tedeschi con i quali dovremo cooperare se l'offensiva sovietica dovesse continuare" . 

Si vuole stabilire, quindi, una relazione tra l'anticomunismo della Nato e la cessazione dei divieti ai tedeschi di riarmarsi. I nuovi vertici politici e militari di Bonn vengono assimilati a quelli prussiano-nazisti, in quanto "si era tenuto i vecchi nemici: il comunismo e i popoli dell'Europa orientale" . 
Un'Europa orientale dove invece, a leggere Bertone, si troverebbe la Ddr, "il Primo stato pacifico operaio e contadino della storia germanica e la garanzia principale che tutta le Germania non si sarebbe più levata in armi contro il resto d'Europa" . 
Il permesso sovietico alla costituzione della repubblica Democratica tedesca è descritto come una risposta a quello occidentale nei confronti della nascita della Germania di Adenauer e non come la volontà di Mosca, al pari dei paesi atlantici, di controllare attraverso uno stato alleato una delle zone strategicamente più importanti nel centro dell'Europa continentale. Bertone continua ad elencare tutte le tappe e gli aspetti più significativi della politica e dell'attività di riarmo perseguita dai governi di Bonn il cui ultimo atto sarebbe rappresentato dalla proposta Erhard di "comproprietà" dei missili atomici Polaris avanzata a Johnson e analizzata (e condannata) una settimana prima dall'articolo di Segre sempre sul settimanale comunista.
 
Se l'articolo di Segre suonava più come un atto di accusa nei confronti della dirigenza democratico-cristiana di Bonn e contro l'opportunismo di molti governi europei (in prima linea di quello di centro-sinista italiano presieduto dall'on. Moro), Bertone indirizza le proprie critiche verso il Presidente L. Johnson. Il presidente Usa viene accusato di ambiguità, ossia di non aver chiaramente rinunciato all'idea di armare la Rft di materiale bellico nucleare, ben sapendo che ciò provocherebbe la fina di ogni ipotesi di dialogo con i paesi socialisti dell'Est Europa.
Proprio l'ambiguità di Johnson, scrive Bertone, "lascia ancora aperta alle speranze dei generali tedeschi […] anzi è proprio il riconoscimento americano di un <diritto> di Bonn a svolgere un ruolo militare corrispondente alla sua potenza economica che sembra essere il miglior terreno di coltura per il germe della follia militarista che inquina ancora il sangue della Germania federale e la cui infezione può estendersi al resto d'Europa" . 

Sergio Segre torna ad occuparsi del problema tedesco con un articolo pubblicato nel mese di marzo e concentrando la propria attenzione sulle ipotesi di dialogo tra la Spd della Rft e la Sed della Ddr possibili a seguito della lettera inviata dal leader comunista (Sed) Ulbricht ai socialdemocratici tedesco-federali che si stanno per riunire a congresso a Dortmund. 
La lettera del leader comunista orientale ha ampio spazio sulle colonne di Rinascita che ne pubblica ampi stralci e viene indicata come un elemento positivo sulla via del dialogo tra le due Germanie per sbloccare la situazione di stallo in cui sono ingessati i rapporti tra le due rive dell'Elba dalla fine della II Guerra Mondiale. La "lettera aperta" di Ulbricht invita i due partiti operai a dialogare per contribuire alla soluzione del problema tedesco affermando che in caso contrario "il problema tedesco resterà bloccato anche in futuro" . 
Con una buona dose di domande retoriche di ciceroniana memoria Ulbricht si domanda se sia giusto o no che "che due grandi partiti operai tedeschi, i due maggiori partiti della Germania non parlino l'un con l'altro e non intrattengano buone relazioni" e che, su questo punto il leader comunista tedesco orientale insiste a più riprese, ciò avvenga mentre "I monopolisti tedesco-occidentali vanno a Lipsia e a Berlino" . 

In sintesi il ragionamento di Ulbricht appare molto semplice e quasi lapalissiano: se dialogano fra loro il governo socialista di Berlino Est e i rappresentanti delle imprese di Bonn, perché non possono farlo i rappresentanti dei partiti della sinistra operaia delle due Germanie? Questa avance sono correlate da molte righe in cui si descrive una idilliaca collaborazione tra socialdemocratici e comunisti che convivono e cooperano insieme nella Sed. 
È da notare che sia Ulbricht, sia Segre si dimenticano di annotare e di ricordare che la fusione tra socialdemocratici e comunisti in un unico partito a Est dell'Elba fu imposto in maniera diretta dagli occupanti sovietici e non derivava affatto da una libera scelta dei vertici e dei militanti della Spd e della Kpd che, anzi, continuavano a mantenere tutte le reciproche divisioni e diffidenze fin dai tempi infausti della Repubblica di Weimar. 
Segre e il Pci salutano in maniera positiva l'inizio di dialogo tra Spd e Sed e fanno ciò anche con un occhio rivolto alla politica interna italiana volendo così cercare di scalfire il muro di opposizione al dialogo che da parte socialdemocratica e socialista italiana si stava ergendo, anche su indicazione democristiana, da quando si era formata la nuova formula governativa di centro-sinistra. 
Non a caso a fianco dell'articolo di Segre compaiono alcune righe in corsivo in cui, citando un discorso parlamentare del segretario generale della Democrazia Cristiana, on. Mariano Rumor, si invita a mantenere una sorta di "cordone sanitario" nei confronti del Pci. La contrapposizione (a mio avviso non casuale e, quindi, fortemente polemica) tra l'articolo di Segre e la citazione di Romor è tanto forte ed incisiva, quanto sottile e ricercata.
 
Segre analizza anche la reazione dei vertici della Spd alla lettera di Ulbricht che, per la prima volta nel dopoguerra, non solo non ha ignorato le missive provenienti da oltre cortina, ma se ne è occupata ampiamente e ai suoi più alti livelli tanto che "la direzione socialdemocratica ha già preannunciato, per bocca del suo vice presidente Herbert Wahner, che la lettera di Ulbricht sarà pubblicata integralmente sull'organo centrale del partito, il settimanale Vorwaerts, insieme a una risposta che esprimerà, su ogni punto, l'opinione della Spd" .
 
Il giornalista di Rinascita già preannuncia che la risposta socialdemocratica si prepara ad essere polemica in quanto incentrata sulla richiesta che le forze di polizia della Ddr non sparino più su chi vuole fuggire nella Rft oltrepassando il Muro di Berlino, e su questo punto il rifiuto della dirigenza comunista della Germania orientale è assoluto e irremovibile. Ma nonostante questa frizione data ormai per certa e appurata tra Spd e Sed l'editoriale de Rinascita appare non del tutto pessimista, ma, con una punta di vago ottimismo, parla della possibilità che la Spd accetti una revisione della propria linea di politica estera anche alla luce dei molti movimenti intellettuali e giovanili di protesta (tra cui Segre cita la pubblicazione del Katechismus zur deutsche Frage del poeta H. M. Enzensberger in cui si chiede una maggiore apertura nei rapporti tra Rft e Ddr). 
La sconfitta elettorale socialdemocratica del settembre 1965 e l'influenza degli intellettuali e di alcuni sindacalisti, può spingere la Spd a farsi sostenitrice "dell'esigenza di abbandonare una linea (di politica estera, N. d. A.) rivelatasi senza via di uscita" e di farsi sostenitrice della necessità di imboccare la via del dialogo con il blocco socialista. 

La situazione descritta dall'articolo di Segre appare molto fluida ed in movimento, ma in grado di aprire degli spiragli nei rapporti tra le due Germanie tanto che l'autore afferma, in maniera quasi hegeliana, che il dialogo Spd-Sed "appartiene ora, se non alla categoria del reale, almeno alla categoria del possibile" e che "il <problema tedesco> presenta sul piano interno i suoi sviluppi più interessanti" di fronte alla situazione di stallo in cui si trovano le relazioni sul piano internazionale tra le diplomazie delle due capitali tedesche.
 
Il tema del dialogo tra la Spd e la Sed viene ripreso sempre da Sergio Segre due settimane dopo con un altro lungo editoriale sempre sul settimanale del Pci. In questo nuovo intervento si sottolinea il procedere, seppur tra polemica ed un sostanziale disaccordo, del dialogo tra le formazioni politiche della sinistra delle due Germanie. 
La risposta della Spd alla lettera di Ulbricht chiedeva sostanzialmente di permettere la libertà di fuga verso occidente di tutti quei cittadini della Ddr che lo avessero voluto. Come gli organi di informazione socialdemocratici avevano integralmente pubblicato la lettera di Ulbricht, così l'organo ufficiale della Sed, il Neues Deutschland, si è impegnato a pubblicare per intero la risposta socialdemocratica. 

L'organo di stampa tedesco-orientale rileva che la direzione della Sed si appresta ad esaminare a fondo quanto contenuto nella lettera proveniente dai socialdemocratici di Bonn e prende l'impegno di far avere ai mittenti una sollecita ed esaustiva risposta. 

Più che nella narrazione dei fatti, che per molti casi sono quasi obbligati per non dire scontati, la novità sta nella nota di commento del succitato giornale tedesco che viene integralmente riproposta da Rinascita: "Il fatto che la direzione socialdemocratica abbia espresso le sue opinioni sulla lettera aperta del Comitato centrale della SED dimostra che, nonostante le numerose divergenze, lo scambio di vedute […] tra il Partito socialdemocratico e la SED, non solo è necessario, ma anche possibile ed è anche cominciato" . 

L'articolo prosegue con una sonora bocciatura di tutta la politica estera tedesca seguita dalla coppia Adenauer-Erhard e, soprattutto, con l'accelerazione nazionalista e militarista (ritorna la polemica a riguardo della volontà nucleare tedesco-occidentale) imposta dal cancelliere in carica Erhard. In maniera acuta, ma quasi paradossale Segre affida il ruolo di accusatore della politica estera della Rft allo stesso ex cancelliere Adenauer di cui cita ampiamente il discorso di congedo tenuto al momento delle dimissioni dai vertici della Cdu in cui, lungi dal fare "un discorso patetico" l'ex "uomo forte" di Bonn ha riconosciuto all'Unione sovietica il ruolo di una politica estera "di pace" , ribaltando di fatto quanto sostenuto nei lunghi anni di cancelleria e, così, avvicinandosi alla posizione francese di de Gaulle (da qui probabilmente il titolo dell'articolo). Ci si chiede anche se Adenauer "accetta e riconosce, ora, l'esistenza di due Stati tedeschi ?" .
Può essere che l'interpretazione del settimanale del Pci sia abbastanza tendenziosa e improntata ad certo calcolo di parte, ma è vero che la dichiarazione del novantenne statista renano provocarono una prima crepa sia in seno alla coalizione di governo Cdu-Csu-Fdp, sia in seno allo stesso partito democristiano tra i sostenitori di una possibile revisione della dottrina Hallestain e i suoi più fervidi e tradizionali sostenitori. 
Tra questi ultimi va inserito il cancelliere Erhard che proprio nella primavera del 1966 cominciò a vivere la lunga agonia politica del suo esecutivo. 
Le divisioni in casa democristiana vengono evidenziate da Segre che contrappone, anche, la diversa reazione della Cdu verso il dialogo con un partito fratello della Ddr rispetto al comportamento avuto dalla Spd. Dopo la pubblicazione dello scambio epistolare Spd-Sed, anche la Cdu della Repubblica Democratica Tedesca aveva inviato una propria lettera alla presidenza della Cdu di Bonn che aveva respinto la missiva assumendo un atteggiamento diametralmente opposto rispetto a quello del partito di Brandt. 

La volontà di aprire relazioni diplomatiche tra Rft e Ddr viene attribuita da Segre non solo a chi vuole stemperare le tensioni in una delle zone più strategiche e più calde d'Europa, ma anche ai grandi gruppi economici di Bonn che, dall'apertura dei mercati dell'Est, otterrebbero innumerevoli vantaggi. Quindi a favore della normalizzazione dei rapporti tra le due Germanie e più in generale tra l'Europa dell'Est e quella dell'Ovest, gioca un inedito mix tra ragioni politiche ed economiche i cui massimi sostenitori a Bonn sono i socialdemocratici e le associazioni padronali (molto influenti nei confronti di alcune correnti democristiane e del piccolo Partito liberaldemocratico Fdp).

Nel giugno del 1966 la Spd si riunisce a congresso a Dortmund. È un momento molto difficile per il partito e per il suo leader Willy Brandt in quanto la socialdemocrazia tedesca è reduce dalla sconfitta elettorale del settembre del 1965. Ma qualcosa all'interno della Spd si sta muovendo e cominciano a vedersi una serie di cambiamenti nel campo della politica estera che, pur risalendo agli anni precedenti, vengono ufficializzati proprio al congresso di Dortmund. Il congresso socialdemocratico ha anche una valenza speciale perché avviene alla vigilia dell'annunciato confronto tra Spd e Sed in programma per la metà del luglio successivo a Karl Marx Stadt ed a Hannover. 

Il solito Segre, che oltre che essere un commentatore di politica estera è uno dei massimi esperti del Pci nel campo della politica estera, dedica un articolo molto schematico dai tratti quasi pedagogici alla svolta della politica estera tedesca . 
Indicativo della linea seguita dall'editorialista a proposito dell'argomento è la vignetta satirica (tratta dalla Eulenspiegel della Ddr) che accompagna l'articolo. 
Si vedono due operai, l'uno dell'Est e l'altro dell'Ovest a confronto. Il "compagno socialdemocratico occidentale" è sovrastato da un'ombra di un uomo di grossa stazza con tanto di sigaro che non può essere che il cancelliere tedesco-occidentale Erhard. L'operaio orientale porge al "compagno" dell'occidente una missiva intitolata, a caratteri maiuscoli cubitali, "LETTERA APERTA SED" ed invita l'omologo a fare un passo in avanti uscendo così dal cono d'ombra prodotto dal pachiderma Erhard: il tutto è un chiaro invito alla Spd a smarcarsi dalle ipoteche e dalle scelte politiche della cancelleria democristiana. 

L'articolo di Segre inizia con una sonora bocciatura delle scelte fatte dal congresso Spd di appoggiare le leggi eccezionali in materia di sicurezza (con necessaria revisione della costituzione) proposte dal governo federale Cdu-Csu-Fdp. La condanna tanto delle leggi speciali, quanto dell'appoggio che la socialdemocrazia si appresta a dare al varo di queste avviene anche alla luce dell'opposizione che la legislazione di emergenza ha suscitato in vasti ambienti del mondo tedesco-occidentale. Segre riporta un "appello di cinquecento professori contro il varo delle leggi eccezionali" e "la lettera con cui sacerdoti e teologi delle due principali confessioni" si oppongono alle leggi speciali. 

Segre fa risalire la conversione socialdemocratica a favore dei provvedimenti legislativi straordinari alla svolta di Bad Godesberg del 1959 indicandola come un evento pernicioso per l'azione della Spd il nuovo comportamento "conferma tutti i guasti profondi che la linea involutiva di Bad Godesberg ha prodotto non solo nella capacità del partito di esprimere un'alternativa democratica al potere di forze storicamente e oggettivamente antidemocratiche, ma nella stessa capacità di esprimere e interpretare istanze proprie di società rette secondo i principi della democrazia parlamentare" . 
La denuncia della crisi democratica interna alla Spd sull'argomento in questione viene estesa a tutto il sistema politico tedesco occidentale. 
Ma il tono complessivo dell'articolo di Sergio Segre non è affatto negativo sul complesso delle scelte effettuate dall'assise di Dortmund, anzi ne da un giudizio positivo. Forse non è un caso che l'unico "grave passo indietro" di cui si sono macchiati gli uomini di Brandt sia il primo aspetto analizzato per poi passare ad enunciare e descrivere le "cinque novità positive" . 
A mio avviso si tratta di una finezza stilistica giornalistica che mette l'editorialista nella condizione di poter svolgere il suo ragionamento sulla linea del "non tutto è stato sbagliato, ma anzi…". 
Da un punto di vista formale viene molto apprezzato il ritorno dell'uso delle bandiere rosse e dell'appellativo "compagno" deciso dal congresso, simbolo di una iconografia più tradizionalmente marxista in gradi di avvicinare, almeno nella forma, comunisti e socialisti. 
L'elogio delle deliberazioni socialdemocratiche scaturite dal congresso di Dortmund riguarda essenzialmente i cinque seguenti punti.

1) Pur non parlando ancora dell'esistenza di due stati tedeschi, la Spd individua "due parti della Germania" che devono collaborare reciprocamente per poter aspirare, in un futuro imprecisato, ad una riunificazione. Ciò non solo rappresenta un duro colpo per la dottrina Hallestain, ma fa esplicita che "il partito socialdemocratico si differenzia nettamente dalla concezione sinora espressa dal governo federale e da esso impostata ai suoi alleati nell'alleanza atlantica secondo cui esisterebbe una sola Germania, rappresentata dal governo di Bonn" .

2) Il riconoscimento da parte socialdemocratica che nella Ddr si sono raggiunte delle conquiste sociali ed economica di buon livello. Brandt ha posto così fine ad una tradizionale tendenza tedesco-federale a descrivere tutto il sistema tedesco-orientale come attraverso "un'immagine tutta nera della vita della Repubblica democratica" . Questo secondo punto non può che fare piacere al Pci che ha ora un argomento in più da utilizzare nei confronti degli avversari politici [soprattutto socialisti e socialdemocratici recentemente riunitisi nel Psu (Psi-Psdi unificati)].

3) La rinuncia da parte socialdemocratica di ogni velleità di riarmo nucleare tedesco. Questo, per la Spd, è un cambiamento a centottanta gradi rispetto alle posizioni solo di pochi anni prima. Il settimanale del Pci non che apprezzare l'affermazione della Spd secondo cui "l'avvenire della Germania non può essere costruito sulla potenza militare, che Bonn non deve avere alcuna ambizione atomica e che un co-possesso delle armi non è una necessità" . Stroncatura netta, da parte del partito di Brandt, delle proposte avanzate da Erhard a Johnson nel gennaio precedente e che tanto avevano allarmato Segre e il Pci . 

4) Come naturale conseguenza di questa svolta Segre indica la richiesta della Spd di cambiare il contenuto politica della Nato. La socialdemocrazia atlantica pur continuando ad essere (ed ad essere ritenuta) un partito atlantico, vorrebbe fare della Nato "uno strumento di distensione nei confronti dell'Europa dell'Est" . Inoltre, prosegue Segre, "il partito si pronuncia anche per un superamento dei blocchi militari e per la creazione di un sistema di sicurezza collettiva comprendente sia i paesi della NATO che quelli dell'alleanza di Varsavia, nonché per l'allacciamento di relazioni normali tra Bonn e i paesi socialisti" .

5) Altro punto di fondamentale importanza è il riconoscimento della frontiera dell'Oder-Naisse con la Polonia. L'accettazione da parte socialdemocratica che anche una eventuale riunificazione tedesca non potrebbe che avvenire all'interno dei confini stabiliti alla fine della II Guerra Mondiale, viene salutato come un elemento di stabilità e di pace europea che "si distacca dalla campagna nazionalistica che ha in tutti questi anni ammorbato al vita politica della Repubblica federale" . 

Dialogo con la Sed e con l'Est e cambio di linea in politica estera segnano l'aspetto fondamentale più apprezzato da La Rinascita del congresso Sdp che viene messo in stretta relazione con le imminenti elezioni amministrative che si terranno nel luglio 1966 in Renania. L'auspicio è che se la Spd avrà un successo elettorale in tale tornata amministrativa ciò non potrà rimanere senza ripercussioni, anzi il partito democristiano di Erhard sarà costretto ad una inversione di linea e ad una maggiore apertura nei confronti del blocco socialista. 
Segre, avviandosi alla conclusione del suo ragionamento politico, ribadisce che le decisioni assunte dalla Sdp vanno in direzione opposta rispetto a quanto stabilito a Bad Godesberg nel 1959 e che ciò dovrebbe essere un esempio per le forze socialiste a ricercare il dialogo e l'accordo con quelle comuniste e non ad isolarle. 
Questo ultimo passo è squisitamente riferito alla politica interna italiana e appare come una sottile, ma forte polemica nei confronti del neonato Psu che, pur richiamandosi alle esperienze socialdemocratiche e socialiste centro-nord europee, viene accusato dai comunisti di non avere la stessa lungimiranza dei socialdemocratici di Bonn. 
Diverso è, ovviamente il commento proveniente dalle fila della Democrazia cristiana. Nel numero di Luglio-Agosto 1966 della rivista ufficiale della segreteria democristiana Civitas si da nota di alcuni comizi congiunti tra la Spd e i comunisti di Panckow senza l'aggiunta di alcun commento. Per il resto l'organo di stampa democristiano ignora completamente la questione tedesca. 

Su Rinascita, invece, Sergio Segre torna ad occuparsi del problema tedesco con un articolo che, a naturale sviluppo di quello del giugno precedente, si occupa della vittoria socialdemocratica nelle elezioni amministrative tenutesi in Renania-Westfalia. Segre non dà nessuna cifra della vittoria Spd e del crollo della Cdu di Erhard, ma si dilunga in un sottile ragionamento politico per analizzare le ragioni del crollo democristiano.
 
Contro Erhard, "padre del miracolo economico tedesco", hanno giocato soprattutto ragioni di carattere economico come la crisi del carbone e della siderurgia che in una tradizionalmente di minatori e operai hanno aumentato già ricco bottino elettorale socialdemocratico. Ma non è questo il motivo principale che secondo Segre ha punito la Cdu: è la politica estera, con l'immobilismo dei dirigenti di Bonn, ad aver segnato la fine del monopolio democristiano nella Rft. 
A favore del partito di Brandt ha giocato anche l'assenza di liste concorrenti alla propria sinistra come, invece, nella Renania-Westfalia era avvenuto in passato con la presenza di un secondo partito di sinistra (la Deutsche Friedensunion) che si attestava tradizionalmente attorno al 2 % dei consensi. Segre attribuisce a questo fatto e all'ipotesi di comizi congiunti tra dirigenti socialdemocratici e della Sed (naufragati per l'opposizione e l'ostruzionismo dei dirigenti democristiani di Bonn) il successo della Spd che ha fatto il "pieno dei voti a sinistra" proponendosi come un partito fautore di un forte cambiamento, soprattutto nel campo della politica estera alla luce della nuova via di dialogo con la Sed intrapresa dal partito di Brandt al congresso di Dortmund che è risultata così premiata dal corpo elettorale. 
Segre individua in questa voglia di cambiamento e di distensione dei tedeschi-federali nei rapporti con i fratelli tedeschi dell'Est il fulcro principale dell'avanzata socialdemocratica in Renania. La Spd viene individuata ed indicata come il partito del dialogo e della pace "che oggettivamente può presentarsi, tra il Reno e l'Elba, capace di assicurare un contributo tedesco occidentale alla creazione di un regime di convivenza europea" .

Bersaglio principale della prosa di Segre è la dirigenza democristiana di Bonn, Erhard in testa, di cui si sottolinea e si denuncia una incapacità di movimento e di innovazione nel terreno della politica diplomatica verso l'Est Europa. 
La polemica viene estesa, quasi per osmosi, all'intera dirigenza democristiana europea di cui si denuncia l'insufficienza della politica estera "europeista" ritenuta obsoleta e da sola incapace di assicurare distensione e pace all'Europa. 
Con il solito occhio attento alla politica interna italiana Segre conclude l'articolo invitando ironicamente il Presidente del Consiglio italiano, l'on. Moro di recente recatosi in missione diplomatica a Bonn, a trarre un insegnamento da quanto avvenuto in Germania e a non contrastare, ma anzi a favorire, il dialogo tra i due Stati tedeschi. 
Il clima di crisi che cominciò ad essere respirato nella Germania federale nella seconda metà degli anni '60, viene analizzato e descritto in un reportage di quattro puntate pubblicato sui numeri 36, 37, 38 e 41 di Rinascita e firmati da Sergio Segre.

Nel primo di questi articoli ci si sofferma a descrivere lo scontento e la preoccupazione che serpeggia nelle file delle forze armate tedesche alla luce del dibattito in corso a Bonn sulla politica estera della Rft. 
I vertici militari temono di vedere venire meno la centralità del ruolo tedesco negli interessi politici statunitensi a seguito del clima della pressante drammaticità ed urgenza del conflitto nel Vietnam. Inoltre è preoccupazione diffusa nello stato maggiore tedesco-federale che una minore importanza della Rft nello scacchiere politico internazionale, eventualmente anche a seguito di una normalizzazione dei rapporti tra Bonn e Berlino, finirebbe per ridimensionare l'influenza degli ufficiali tedeschi in seno alla Nato. 
Segre sottolinea come nella classe dirigente democristiana di Bonn è in corso uno scontro tra due diverse correnti di pensiero. La prima corrente è composta da personaggi come l'ex responsabile della difesa J. Strauss (Csu), il novantenne Adenauer (Cdu) e molti vertici militari (tra cui l'ex capo di stato maggiore generale Tritter e con lui molti ufficiali che, come lui, avevano ricoperto ruoli di primo piano nell'esercito durante con Hitler). 
Essi mirano a creare un ruolo forte per le forze armate tedesche anche con un graduale sganciamento rispetto alle direttive dei tradizionali alleati di Washington, volendo continuare a presentare la Rft come la rappresentate unica di tutto il popolo tedesco.

La seconda linea di pensiero annovera tra i propri membri i Ministri degli Esteri (Schroeder, Cdu) della Difesa (von Hassel, Fdp) in carica che ritengono che "tutto il disegno politico su cui Adenauer fondò l'azione della Repubblica federale è oramai anacronistico, per non dire completamente fallito" . 
I toni dell'articolo di Segre sono allarmistici e molto preoccupati per la crisi che sta vivendo la Rft e i toni di drammaticità contenuti vogliono essere trasmessi più direttamente al lettore e, per questo, vengono accompagnati dal consueto aiuto della grafiche che, abbandonate le vignette satiriche, è costituita di inquietati fotografie ritraenti minacciosi generali, un ben poco rassicurante aereo da guerra e le macabre scene della profanazione del cimitero ebraico di Bomerg da parte di neonazisti che, come ricordo della propria scorribanda, hanno scolpito sulle lapidi della tombe svastiche e scritte del tipo "Viva le SS, sei milioni (perché, vale la pena di ricordarlo anche in questa sede, questo fu il numero delle persone di religione e di origine ebraica assassinati dal nazismo per il solo fatto di essere di origine semita, N. d. A.) sono stati pochi" . 
La settimana successiva Segre torna sull'argomento della crisi nella Rft con un lungo articolo i cui due protagonisti sono il leader cristiano-sociale bavarese Strauss e il partito socialdemocratico Spd. 
I cambiamenti della politica estera Usa hanno fatto sentire i vertici politici della Rft come orfani e ciò, teme Segre, può provocare una forte ondata neonazista e nazionalista i cui primi sintomi sono rappresentati dai successi elettorali del partito neonazista di von Thadden che, con oltre il 10 % dei suffragi, è risultato essere la terza forza politica nelle elezioni amministrative tenutesi a Norimberga, Bayreuth e Erlangen. Il fallimento della dottrina Hallstain è stato certificato dagli stessi membri del governo di Bonn che "stanno cercando i mezzi più eleganti per gettare a mare (la dottrina Hallstein, N. d. A.) senza doverla sconfessare" .
 
Ma la leadership di Erhard è ormai giunta la capolinea e l'anziano uomo politico non riesce più a dettare una nuova linea politica né interna, né estera. È questo il punto fondamentale del ragionamento di Segre che usa parole molto dure con la Spd di cui, in altre occasioni, aveva apprezzato le nuove direttive nel campo della politica estera. 
Ora il partito di Brandt viene sospettato di eccessivo filoatlantismo e di non essere in grado di fronteggiare adeguatamente i tentativi autoritari che serpeggiano nella Rft, anzi, appoggiando le leggi speciali in materia di sicurezza i socialdemocratici si fanno complici della dirigenza governativa. 
A Bonn, continua Segre, si sta assistendo ad una resa dei conti in casa democristiana tra i fedeli (ormai pochi) del cancelliere Erhard e gli uomini di Strauss. È proprio Strauss che viene accreditato come il possibile nuovo cancelliere federale (in alternativa si fa il nome del Presidente del Bundestag Gerstenmaier, anch'egli esponente della destra democristiana) con il desiderio di divenire l'uomo forte di una forte Germania. Segre cita la tedesca Deutsche Volkszeitung, secondo cui "Quando tanti signori si affrontano con il pugnale in tasca, è il momento, per il popolo, di stare in guardia" . 
Strauss e la Spd tornano ad essere protagonisti della puntata successiva del reportage di Segre sulla Rft in cui l'autore appare molto preoccupato, ai limiti dell'angoscia, dalle presunte mire di Strauss per giungere alla cancelleria di Bonn. Segre sa bene che, se non altro per la sua origine bavarese e di leader non della Cdu, ma della gemella Csu, Strauss ha ben poche chance reali di sedersi sulla sedia che fu Adenauer e che è (ancora per poco) di Erhard.
 
Si attribuisce al politico bavarese la volontà di rientrare nell'esecutivo come semplice ministro per potere influenzare da vicino Erhard e i suoi fedeli (il cui numero cala sempre più con il passare del tempo!): Strauss è temuto di più che il leader neonazista von Tadden. Erhard è sempre più isolato e il suo annunciato viaggio a Washington (ne darà notizia un Osservatorio di Rinascita del 1 ottobre ) per cercare un sostegno Usa alla volontà dei militari tedeschi di avere una maggiore autonomia operativa e di potersi dotare di armi nucleari. Segre preannuncia, e non sbaglia previsione, un fallimento della missione diplomatica del cancelliere tedesco che, bruciatosi anche la carte di un rapporto granitico con Johnson, ha sempre minori possibilità di vincere il duro braccio di ferro con gli oppositori interni allo stesso proprio partito. 
Di fronte a questo sconcertante quadro di lotta intestina per il potere di cui sono responsabili i maggiorenti delle correnti democristiane la Spd è accusata di non essere dotata di un programma politico sufficientemente elastico. Segre accusa i dirigenti della socialdemocrazia tedesca di aver reso vani i dialoghi avvenuti nell'estate precedente con i comunisti della Sed. 
Contrariamente ai vertici delle Chiese, a molti intellettuali progressisti e ai sindacati (in special modo quello dei metallurgici, IG METAL) la Spd viene accusata da Segre di aver sposato in pieno la politica estera degli altri partiti moderati (Cdu-Csu-Fdp) proprio nel momento di maggiore tensione e crisi della coalizione governativa. 
La condanna della politica seguita dai socialdemocratici è affidata alle parole dei vertici della Sed che Segre finisce per individuare come l'unico partito tedesco dinamico e realmente interessato al distensione e alla pace in Europa. Scrivono i comunisti di Berlino: "la direzione della Spd assume sempre più chiaramente la funzione di punta avanzata di tutta una più dinamica politica imperialistica di rivincita contro la RDT […] si è posta il compito di superare in nazionalismo la stessa CDU e di schierare il partito sulla linea di un comunismo militante contro la RDT" .
 
Ma la via del dialogo è ancora possibile poiché "Malgrado tutto l'idea del dialogo ha però fatto in pochi mesi dei progressi enormi, sino quasi a diventare, per alcuni, un vero e proprio miraggio, una sorta di toccasana miracoloso con cui risolvere di punto in bianco problemi che son ben altrimenti complessi" . 
A conferma di questa ventata di ottimismo Segre cita fonti non meglio precisate della Sed per i quali "La SED non si lascia provocare o scoraggiare. Con pazienza e tenacia farà tutto il possibile per migliorare i rapporti con la socialdemocrazia tedesca occidentale, anche contro la resistenza di determinate forze nella direzione della SPD" . 
Oramai la linea politica ufficiale della Sed e l'interpretazione della situazione tedesca espressa da Segre sono in ampia sintonia anche se il dirigente comunista italiano amplia l'arco delle forze tedesche favorevoli al dialogo Rft-Ddr oltre i soli partiti della sinistra, inserendoci anche a pieno titolo ampi settori delle Chiese tedesche (sia evangeliche, sia cattoliche).
La conclusione del suo reportage sulla situazione tedesca Sergio Segre la pubblica nella seconda metà di ottobre con un titolo abbastanza allarmante in quanto fa esplicito riferimento alla tragedia della Germania nel primo dopoguerra con il passaggio dal fallimento della Repubblica di Weimar alla dittatura nazista. 

L'articolo di Segre contiene due ragionamenti concatenati: nella crisi della Rft si sta assistendo ad un chiaro rifacimento del clima di Weimar con tanto di scontro personalista per il potere al centro del quale vi sono la persona del cancelliere Erhard e le ambizioni reazionarie di Strauss. Ma contrariamente agli anni '30, afferma Segre nella seconda parte del proprio ragionamento, le mutate condizioni della politica estera sono un impedimento al ripetersi del dramma hitleriano. La principale differenza rispetto ad un trentennio prima è rappresentata dalla divisione tra Rft e Ddr ed al ruolo di pacificazione e di distensione che viene attribuito al governo di Berlino. 
La lenta caduta di Erhard viene ribadita utilizzando anche, nel sottotitolo, il vocabolo "cesarismo" a cui si aggiunge una divertente vignetta tratta dal giornale moderato di Francoforte Frankfurter Allgemeine Zeitung.
 
Si vede rappresentato un Erhard nei vesti (anzi sarebbe meglio dire nella toga!) di un novello Giulio Cesare sotto una colonna con il busto di un ossuto e divertito Adenauer. Di fronte al Cesare-Erhard vi è un nutrito numero di autorevoli notabili democristiani (come si deduce dalla sigla CDU che, ripetuta molte volte, funge da decorazione delle loro toghe) che porgono all'indispettito cancelliere mazzi di fiori con la mano destra, mentre, con la sinistra celano un appuntito coltello dietro alla schiena. 
Anche attraverso la stessa satira tedesca si deduce come la congiura contro Erhard si sia sviluppata proprio in seno al suo stesso partito. 
Segre ripercorre le tappe della crisi della Rft che aveva già esposto negli altri tre articoli analizzati in precedenza. Aggiunge, però, in questa sede una novità di non poco rilievo: le forti simpatie di molti esponenti della destra democristiana e liberale per molti movimenti neonazisti che si stanno rafforzando tra il Reno e l'Elba e che rappresentano un pericolo oltre i confini tedeschi e anche nel territorio italiano. 
Si fa in fatti riferimento alle accuse lanciate dal segretario del Partito Repubblicano Italiano, l'on. Ugo La Malfa, nei confronti di alcuni esponenti liberali e democristiani di aver avuto "connivenze politiche e materiali ai terroristi dell'Alto Adige" . 
Alle accuse dell'on. La Malfa sono seguite violenti attacchi da parte della stampa tedesca che vengono indicati da Segre come un sintomo del nervosismo e delle torbide collusioni che si stanno avendo a Bonn tra la destra governativa e gli ambienti neonazisti. 
Questa ricostruzione dei fatti serve per avanzare un parallelo calzante tra le dinamiche in atto nella Germania federale e quelle che avevano segnato la fine della Repubblica di Weimar e portato al potere Adolf Hitler. 

Altro fattore di similitudine tra questi due periodi storici viene individuato da Segre nell'azione della Spd su cui esprime un giudizio altamente negativo in quanto incapace di spostarsi più sinistra e di avere una politica estera realmente autonoma rispetto a quella attuata dal governo federale. 
È infatti la politica estera, ancora più che il clima di recessione e di inflazione in corso nella Rft, a rappresentare l'agente detonatore della crisi secondo l'interpretazione del dirigente del Pci. Infatti le già analizzate posizioni di Erhard e sono un freno allo sviluppo di una politica dinamica e distensiva nel cuore dell'Europa. 
"La causa […] dell'insicurezza sta nel rifiuto di riconoscere la realtà europea uscita dalla seconda guerra mondiale con i suoi confini e l'esistenza di due Stati tedeschi. […] nella pretesa di Bonn di rappresentare tutta la Germania, quando invece ne rappresenta una parte soltanto" . 
Queste parole suonano come una solenne bocciature di tutto l'impianto della politica estera della Repubblica Federale Tedesca in cui vengono individuati elementi di nuovo pangermanesimo che sono il viatico della ricerca di un uomo forte per superare la crisi politica del governo di Bonn. Segre ha pochissima fiducia nei confronti del personale politico della Rft e lo afferma a chiare lettere dicendo che "ci potrà essere in Germania federale un qualsiasi governo, ma tutti falliranno se non abbandoneranno la politica attuale" , soprattutto nei riguardi di Berlino.
 
Deluso dalla dirigenza occidentale Segre affida tutte le proprie speranze nei vertici della Sed che, ben lieta di accettare il confine dell'Elba tra le due Germanie non si oppone ad una ipotetica e futura riunificazione al solo patto che il nuovo stato sia neutrale e senza rivendicazioni oltre l'Oder-Naisse. 
Qualora questo non sia possibile è meglio adoperarsi per riconoscere la realtà contingente e normalizzare i rapporti diplomatici con tutti i paesi a dirigenza socialista. 
Quello della distensione internazionale lungo l'Elba non è, dice Segre, una questione solamente tedesca, ma internazionale e, per questo, la diplomazia e il governo italiano dovrebbero analizzare a fondo il problema e adoperarsi per riconoscere la Ddr in modo da "favorire uno sbocco positivo, realistico, della crisi che ora angoscia la Repubblica federale" . 
Nel novembre del 1966 la lunga agonia del Cancelliere Erhard stava raggiungendo il suo apice e si prospetta ormai imminente la sua sostituzione ai vertici dell'esecutivo tedesco-occidentale. A far precipitare la crisi erano stati i liberali della Fdp che, per contrasti sulla politica economica, avevano tolto il proprio appoggio al governo ritirando i propri ministri. 
Segre ne da notizia in un altro articolo apparso all'inizio sul sempre sul settimanale comunista corredato, come al solito, da una graziosa vignetta satirica tratta dal Die Zeit in cui è rappresentato il crollo di una monumentale statua con le fattezze del solito Cesare-Erhard, dotato dell'immancabile sigaro (che si sta spegnendo!) e di una tavola con scritto 1+1=5 (segno del fatto che i conti non tornano!). 
Segre da conto dei motivi politici contingenti che hanno portato la Fdp ad abbandonare il governo che, formalmente, è ancora in carico poiché in virtù della cosiddetta formula della "sfiducia costrutti" un governo è sostituibile solo in presenza di uno nuovo che goda di una propria maggioranza in parlamento. 
Segre critica questa formula costituzionale che viene vista non come strumento di stabilità politica, ma come un marchingegno che divide il paese reale da quello legale (essendo in ambito tedesco non può non sorgere il dubbio a chi scrive che ci sia una forte influenza delle idee di Carl Scmitt in questo ragionamento di Sergio Segre).

Appurate le motivazioni contingenti della caduta di Erhard e preso atto che la democrazia cristiana tedesca non ha ancora avanzato né una nuova candidatura per la cancelleria, né ha indicato quale sarà la nuova formula politica del governo, Segre estende l'orizzonte del proprio ragionamento crisi più generale che intravede nella Rft. 
I fatti dell'autunno 1966 sembrano agli occhi del dirigente del Pci come la conferma di quanto da lui scritto nei mesi precedenti: a determinare la caduta di Erhard sono stati essenzialmente fattori di politica estera. In poche parole l'incapacità di determinare una nuova visione dei rapporti diplomatici con i paesi socialisti ha portato il governo tedesco-federale in una situazione di empasse da cui era impossibile uscire senza una soluzione traumatica come le dimissioni del cancelliere alla cui miopia politica si attribuisce la colpa dello stato di fibrillazione della politica tedesco-occidentale: "Non si tratta solo del declino di un cancelliere, della crisi di un governo, dell'impotenza di un partito. La crisi è molto più profonda […]. Per diciassette anni i dirigenti della Germania dell'ovest si sono illusi inseguendo miti, e hanno pensato di poter rovesciare la situazione creata alla fine della seconda guerra mondiale. Si sono rifiutati di riconoscere le nuove frontiere e la esistenza di due Stati tedeschi" . 
Segre non si dilunga nell'ipotizzare i futuri scenari della politica tedesca occidentale anche se ipotizza la fine della carriera di Erhard che in ogni caso non potrà più tentare di ricostruire la tradizionale coalizione liberal-democristiana e che non trarrà nessun giovamento dalle imminenti elezioni in Assia (in quanto il land di Francoforte è una tradizionale roccaforte socialdemocratica) e in Baviera (un'avanzata democristiana a Monaco sarebbe interpretabile e interpreta come una vittoria di Strauss finendo con l'aggravare ulteriormente la già precaria situazione del cancelliere).

L'unico accenno al futuro fatto da Segre è polemico: non basta cambiare l'uomo, ma è la politica estera tedesca che è definitivamente in crisi. Limitarsi a sostituire Erhard con un altro democristiano come si fece con Adenauer nel 1961 (anche all'ora a causa delle rivendicazioni della Fdp) non risolverebbe nulla, anzi aumenterebbe la cancrena che, nell'interpretazione di Segre, sta infettando la democrazia nella Rft. 
Ciò va cambiata è la politica estera tedesca che deve essere di maggiore apertura verso l'Est ed i paesi del blocco sovietico.
Nel novembre 1966 si vota, come già detto, in due lander molto popolosi e importanti: l'Assia e la Baviera. Sono consultazioni elettorali dall'esito choccante in quanto, a fronte di un rafforzamento della Spd, si assiste ad una forte avanzata del partito neonazista Npd guidato da von Thadden che ha candidato numerosi esponenti del passato regime nazista. 
La rinascita (anche elettorale) del neonazismo tedesco viene denunciata in modo molto duro da molti organi di stampa italiani, molto preoccupati dei legami tra i neonazisti di Bonn e i terroristi di destra che hanno compiuto attentati in Alto Adige. 
Il grido di allarme viene innanzi tutto dall'organo del Partito Repubblicano Italiano che, per bocca del segretario politico del partito dell'Edera on. La Malfa, parla di "grave sintomo della crisi tedesca" e il democristiano Franco Amadini parla di un "campanello d'allarme" . 
Ma l'allarme più grave viene lanciato dal solito Sergio Segre che su Rinascita si lamenta della scarsa preoccupazione che il governo italiano presieduto dall'on. Moro ha dato all'avanzata neonazista in Assia. 

Il titolo è probabilmente stato ispirato da quanto scritto da Augusto Guerriero sul Corriere della Sera: "per il popolo tedesco è venuta l'ora di smettere di sognare e di guardare in faccia la realtà" , ma l'invito ad aprire gli occhi è esteso alla classe politica di governo italiana ed in particolare all'on. Moro di cui si condanna l'immobilismo in tema di politica estera. 
L'Italia avrebbe dovuto, invece "riconoscere il carattere definitivo di tutte le frontiere attuali in Europa, riconoscere l'esistenza di due Stati tedeschi" poiché "una dichiarazione ufficiale in questo senso avrebbe un duplice ed immediato effetto: servire da stimolante a tutti gli altri paesi occidentali, e servire da incoraggiamento a tutte le forze politiche della Germania dell'ovest nella loro battaglia contro il ritorno di fiamma di un neo-nazionalismo che già assume i contorni cupi del neonazismo" .
La rinascita di fenomeni neonazisti vengono imputati da Segre soprattutto alla politica antisovietica e anticomunista dell'occidente che ha cercato di sfruttare il neonazionalismo tedesco "in funzione della guerra fredda contro i paesi socialisti" .
 
Questa connivenza tra le forze moderate e la rinascita (con i relativi successi) di un partito neonazista come la Npd di von Thadden costituisce l'ossatura portante del commento di Sergio Segre alla vittoria della Npd nelle elezioni in Baviera del 20 novembre 1966 in cui la Npd ha avuto più voti di quelli avuti da Hitler in tutta la Germania nel 1928. 
L'avanzata della Npd è avvenuta ai danni dei liberali e dei bavaresi (partito linguistico) ed ha portato i neonazisti ad essere la terza forza politica della regione alle spalle dei democristiani e dei socialdemocratici. 
Il vero vincitore delle consultazioni viene, però, individuato nella persona di J. Strauss che, pur non essendo riuscito ad avere l'indicazione come nuovo cancelliere da parte dei gruppi parlamentari democristiani, è stato in grado di imporre un proprio uomo, Kurt Kiesinger (Cdu), ex collaboratore del Ministro degli Esteri nazista von Ribbentrop. 
Strauss non sarà cancelliere, ma, teme Segre, potrà controllare molto da vicino ed influenzare da vicino l'azione del nuovo esecutivo di cui ancora non si consce né la base parlamentare, né tantomeno la composizione. Strauss viene indicato come il Kanzler-macher , ossia colui che, miracolosamente risorto dopo gli scandali che lo avevano travolto ai tempi di Adenauer, influenzerà a lungo tempo l'intera politica tedesca. 
La scelta di Keisenger come candidato cancelliere viene giudicata completamente negativa in quanto conservatrice in politica estera. Una scelta innovativa sarebbe stata rappresentata dalla candidature del Ministro degli Esteri G. Schroeder (avversario di Strauss), ma così non è stato e si è preferito optare per un uomo gradito al leader bavarese con lo scopo, dice Segre, di procedere ad un "rilancio della guerra fredda […] riarmo forzato, nuove pressioni per giungere al controllo o al possesso dell'arma atomica" . 

L'ombra (nera?) di settori della Cdu di Strauss viene individuata dietro alle connivenze tra estrema destra tedesca e terroristi neonazisti altoatesini inserendosi così nel solco tracciato mesi prima dall'on. La Malfa (Pri) e da un volume che conteneva tali denuncie pubblicato a Berlino Est nel 1961 . 
A sostegno di tale tesi si ricordano sia le intimidazioni di cui sono stati vittime lavoratori italiani immigrati a Monaco di Baviera e le dichiarazioni dei Ministri italiani dell'Interno e di Grazia e Giustizia, rispettivamente l'on. Paolo Emilio Taviani (Dc) e l'on. Oronzo Reale (Pri, compagno di partito dell'on. La Malfa). 
Segre in conclusione del proprio articolo si fa forte di queste autorevoli dichiarazioni per tornare a sferzare il governo Moro a prendere una chiara posizione di condanna nei confronti del neonazismo tedesco e di ogni ipotetica velleità della Germania federale in politica estera. 
Per avere un quadro complessivo riassuntivo della situazione tedesca occidentale alla fine del 1966 ci si può rifare ad un completo e preciso articolo di Carlo Belihar apparso nel novembre 1966 su Mondo Operaio diretto dal co-segretario del Psu, on. Francesco De Martino. 
Contrariamente al collega comunista Segre, Belihar usa termini meno apocalittici limitandosi a dare un resoconto puntuale dei fatti dell'anno. La crisi secondo il giornalista socialista è data da due diversi elementi: la contingenza economica negativa che ha colpito la Rft durante il cancellierato di Erhard e, concordando con Segre, per l'assenza di una nuova e migliore politica estera verso la Ddr e gli altri paesi dell'Est. 
Il giudizio negativo dell'esperienza Erhard è molto esplicito e sostenuto con la citazione di autorevoli testate straniere che rendono il testo di Belihar una vera e propria rassegna stampa delle principali testate internazionali sulla questione tedesca. già il titolo dato all'articolo ("Sulla situazione tedesca") indica la volontà di mantenere un maggiore distacco rispetto alla chiara volontà di commento politico degli articoli apparsi su Rinascita. 

La caduta di Erhard viene attribuita da Belihar più alla difficile congiunture economica interna ed ai ritardi in politica estera rispetto che alle trame in casa Cdu-Csu ad opera di Strauss. 
Del leader cristiano-sociale bavarese Belihar parla poco, limitandosi a definirlo un gollista poiché sostenitore di una politica estera tedesca "nazionale", ossia più indipendente rispetto a Washington e, come auspicato già da Adenauer nel lontano 1961, più vicina alla Francia di de Gaulle. 
La via di politica estera che la Rft dovrebbe imboccare secondo il commentatore socialista è quella del dialogo con il blocco sovietico, cosa resa possibile dall'uscita di scena della vecchia guardia democristiana che aveva fatto della dottrina Hallstein la propria stella polare in politica estera. 
È proprio nel campo della politica estera che Belihar vede una sostanziale novità alla luce delle dichiarazioni rilasciate dalle forze politiche della Rft durante la crisi. 
Infatti nel descrivere il panorama partitico tedesco Belihar non si muove lungo il continuum sinistra-destra, ma preferisce assumere come spartiacque la disponibilità al dialogo con l'Est: "Le trattative per la formazione del nuovo governo tedesco hanno confermato per la prima volta dopo 17 anni di esistenza della Repubblica federale tedesca una novità: due partiti in lizza presentano un programma di governo che comporta seri elementi di rottura con la tradizione di Adenauer" . 
Infatti sia i socialdemocratici, sia i liberali "hanno deciso di mettere in dubbio due dei cardini della politica governativa fin qui seguita, vale a dire con la dottrina di Hallstein e con l'Alleinvertretunstrecht, cioè il principio per cui la Germania orientale non esiste quale Stato, mentre la Repubblica federale tedesca è il solo ed esclusivo erede e rappresentante del Reich e della comunità germanica" . 

Questo cambiamento non è solo teorico in quanto, continua Belihar, sia la Spd, sia la Fdp, sono favorevoli a ripristinare normali relazioni diplomatiche con tutti quei paesi socialisti con cui già la Rft intrattiene rapporti commerciali. Poiché questi stati hanno "riconosciuto de jure la Germania orientale, l'apertura di ambasciate della Germania occidentale nel loro territorio costituisce un passo implicito verso il riconoscimento implicito della Germania orientale" . 
Inoltre le novità nei programmi dei due partiti continuano: infatti essi sono pronti a "discutere con le autorità della Germania orientale" , anzi i socialdemocratici già lo hanno fatto e "sono ostili a una partecipazione vera e propria della Germania federale a qualsiasi comunità atomica" . 
Le posizioni dei democristiani sono invece criticate aspramente da Belihar che, forse in maniera non del tutto precisa e influenzato dalla situazione politica italiana, definisce di continuo la Cdu-Csu come un partito "clericale" lacerato al proprio interno dai nostalgici dell'alleanza preferenziale con gli Usa e della coppia Adenauer-Erhard e chi vorrebbe una politica estera più autonoma e più dinamica in senso gollista con "certe tentazioni nei rapporti con l'Europa orientale" . 
Strauss, von Guttemberg e il Presidente del Parlamento Gerstenmaier sono indicati come gli animatori di questa nuova corrente in politica estera e, molto probabilmente, sono le loro le mani che hanno guidato i coltelli che hanno colpito Erhard. Sono sempre loro ad aver incoronato candidato cancelliere il Presidente del Baden Wuerttember, il Cdu (amico di Strauss) Kiesenger, su cui pesa un fosco passato di collaboratore di primo piano del Ministero degli Esteri durante il nazismo. 
Crisi economica e crisi della politica estera vengono individuati come la causa della già citata avanzata della Npd in Assia ed in Baviera che viene, però ridimensionate: in fin dei conti la Spd ha avuto un successo elettorale in queste consultazioni e i voti i successi di von Thadden sono visti da Belihar come una questione interna allo schieramento conservatore-moderato (Cdu-Csu-Fdp), anzi una uscita delle "destre interne" a questi partiti potrebbe renderli più dinamici e più propensi ad un dialogo con la socialdemocrazia. 
Contrariamente a Segre, Belihar si avventura nella descrizione dei tre scenari possibili per il dopo Erhard. L'ordine con cui Belihar avanza al lettore le proprie proposte è molto esplicito delle preferenze del giornalista.
 
Infatti entrambe le prime ipotesi (quindi le più accreditate in casa socialista) prefigurano uno sdoganamento della Spd e l'assunzione di responsabilità governative da parte dei suoi uomini. 
La prima ipotesi di Belihar prevede una "grande coalizione" tra i democristiani ed i socialdemocratici. È l'ipotesi auspicata anche dal Presidente tedesco Luebke e avrebbe il pregio "costituire la base solida ed efficiente per il varo di una nuova politica verso l'oriente e , in particolare, verso l'altra Germania" . 

La seconda ipotesi prevede una "piccola coalizione" tra i socialdemocratici di Brandt e i liberali di Mande. Essa permetterebbe "maggiore agilità nei rapporti con l'est […], ma sarebbe assai instabile, perché i liberali sono un partito composito e poco omogeneo (e sono stati i responsabile sia a contribuire alla detronizzazione di Adenauer nel 1961, sia provocare la caduta di Erhard nel 1966, N. d. A.)" . 
La terza possibilità, la riedizione della coalizione conservatrice Cdu-Csu-Fdp con Kiesinger al posto di Erhard, viene solo accennata e non commentata visto che appare poco possibile e, così pare di capire, poco gradita a Belihar. 
La novità della crisi tedesca è, quindi, riscontrata nel nuovo ruolo governativo che i socialdemocratici stanno (molto probabilmente) per assumere. Belihar conclude l'articolo con la speranza che "In ogni modo il nuovo governo non potrà mancare un approccio verso l'est" e riconoscere definitivamente la frontiera dell'Oder-Naisse con la Polonia. 
A supporto delle sue tesi Belihar cita un documento delle Chiese evangeliche (che, a dire il vero aveva suscitato le ire e le accuse di tradimento da parte dei neonazisti e degli esponenti democristiani e liberali più reazionari) e una serie di proposte formula

di Luca Molinari

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