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POLITICA E PARTITI TEDESCHI 


1969
L'anno della svolta:
 Brandt cancelliere


Il 1969 è un anno di svolta molto importante nella storia della Repubblica Federale Tedesca . All'inizio dell'anno il Presidente della Repubblica, il democristiano Lubke, è costretto a firmare le proprie dimissione dalla massima carica repubblicana a seguito delle rivelazioni inerenti alla collaborazione data per la costruzione dei lager durante il nazismo. 
I due maggiori partiti, la Cdu-Csu e la Spd, propongono due diversi candidati per la successione di Lubke, il Ministro della difesa Gerard Schroeder per i cristiano-democratici e il Ministro della Giustizia Gustav Heinemann per i socialdemocratici. 
A decidere in favore dell'uno o dell'altro furono i voti determinanti della piccola pattuglia di grandi elettori del partito liberale di opposizione. La linea politica della Fdp anche a seguito delle pressioni di una buona parte del mondo industriale che voleva la normalizzazione dei rapporti con i paesi dell'Est per ragioni essenzialmente economiche, era sempre più propensa ad abbracciare la via del dialogo con il mondo socialista.
 
Si aveva quindi una grande sintonia tra il partito di Scheel (che aveva sostituito Mande alla guida del partito) e quello di Brandt. Apparve così più che logico che i delegati liberali appoggiassero la candidatura di Heinemann che risultò essere il nuovo Capo dello Stato tedesco-occidentale.
L'altro grande avvenimento fu rappresentato dalle consultazioni elettorali avvenute il 29 settembre 1969 in cui, pur mantenendo la maggioranza relativa dei consensi, la Cdu-Csu (in calo) vide di molto ridotto il proprio margine di vantaggio rispetto alla Spd che aveva aumentato di oltre 3 punti in percentuale i propri suffragi. Willy Brandt venne eletto cancelliere da una maggioranza rosso-blu: i socialdemocratici si uniscono ai liberali in un governo di coalizione e, dopo trent'anni di poter, i democristiani sono all'opposizione. 
La linea del nuovo governo in tema di politica estera è molto più avanzata di quelle precedenti: in pochi mesi, dall'ottobre 1969 all'agosto 1970, Brandt e Scheel (che è divenuto Ministro degli Esteri) presero tutte le decisioni fondamentali della Ostpolitick che portarono ad una fitta rete di relazioni diplomatiche conclusasi con la conferenza di Helsinki. il governo Brandt riconobbe esplicitamente che la divisione della Germania non era avvenuta nel 1945, ma nel 1933, ossia nella guerra scatenata da Adolf Hitler. 
Inoltre la Sed fu riconosciuta come rappresentante della popolazione della Ddr in quanto, come disse Brandt nella sua dichiarazione programmatica fatta al momento dell'insediamento nell'ottobre del 1969, in Germania vi erano due stati. Era la prima volta che un dirigente politico governativo della Bundesrepubblick si esprimeva in tali termini. Il cammino verso la normalizzazione dei rapporti tra le due Germanie era iniziato.

Le riviste italiane analizzate ripercorrono e commentano essenzialmente questi due fatti. Prima delle elezioni la paura e l'incertezza per l'esito delle consultazioni erano molto forti e ciò è individuabile in quasi tutte le fonti prese in considerazione. 
Invece, negli articoli pubblicati dopo il 29 settembre, traspare molto chiaramente il clima di speranza e di attesa con cui i grandi organi di informazione affrontarono questa decisiva svolta politica nel cuore dell'Europa che faceva ben sperare per la realizzazione di un nuovo equilibrio basato sulla pace e su rapporti diplomatici normali e stabili tra le due rive dell'Elba.
L'Unione Cristiano-democratica (Cdu) si era preparata alle elezioni del 1969 fin dall'ottobre 1968, quando gli uomini di Kiesinger e Barzel si riunirono a congresso a Berlino e si accinsero alla stesura di un programma di cui viene data notizia su Civitas in articolo di Roberto Papini in cui si analizzano i principali aspetti del programma democristiano tedesco e i commenti da esso suscitati. 
Papini si sofferma molto sulla stessa genesi del programma democristiano per sottolineare la democraticità con cui è stato adottato: "Il programma attuale è il risultato di un lavoro molto approfondito, al quale, a partire dal gennaio 1967, si sono consacrate 24 commissioni del partito, composte di esperti di tutti i settori; il testo è stato elaborato da un comitato di redazione, di cui facevano parte i presidenti delle commissioni, ed un numero aggiuntivo d'esperti altamente qualificati, tra cui ad esempio, l'ex sotto-segretario di Stato e professore d'economia Muller Harmack; sotto la direzione de professor Bruno Heck, Segretario Generale della Cdu. Il testo è stato sottoposto, poi, all'approvazione degli organi nazionali, regionali provinciali e locali del partito che l'hanno esaminato ed hanno quindi proposto le modifiche".

Gli organi di stampa tedeschi hanno dato un giudizio abbastanza lusinghiero del programma elaborato da Heck di cui si è sottolineata, soprattutto, la maggior attenzione riservata alla politica economica e sociale rispetto, come avveniva in passato, alla politica estera. 
Anche le modifiche apportate dagli organi periferici del partito riguardano essenzialmente i tema della cogestione delle imprese su cui si è espresso un giudizio più favorevole rispetto al passato.
L'unica critica di rilievo riportata è riconducibile al "Bayern Kurier", il giornale della Csu di Strauss che accusa i gemelli di Cdu di aver sottovalutato la politica estera e di aver rinunciato ad ogni rivendicazione nel tema dei rapporti internazionali.
Dal punto di vista dell'ideologia la Cdu si autodefinisce un "moderno partito popolare" e ciò, per Papini, ne fa una formazione politica aperto e che "rinuncia a ad una concezione strettamente partigiana e ideologica" . 
Un aspetto importante che viene sottolineato dall'autore è una importante omissione rispetto al passato: a Berlino si è assunto come riferimento importante la "libertà di coscienza e la protezione della personalità" , invece al congresso di Amburgo del 1953 si affermava la volontà "di far vivere tutto il popolo tedesco in una comunità basata sul cristianesimo" .
Ampio spazio viene dato all'enunciazione della parte dedicata alla politica estera che verte essenzialmente su due punti: la "Germania in Europa e nel mondo" . 

La Germania in Europa è un sottile eufemismo per evitare di parlare esplicitamente del rapporto di Bonn con la Ddr. La realizzazione di una duratura e stabile pace in Europa è essenzialmente collegata alla risoluzione del problema tedesco. 
La Cdu vuole dipanare la matassa della questione germanica partendo dalla "libertà ed unità del popolo tedesco, con il diritto quindi di autodecisione, che deve portare al superamento delle divisioni della Germania e dell'Europa […] a diminuire le tensioni attuali, a facilitare le condizioni di vita dei nostri compatrioti e favorire l'unità dei tedeschi" .
Tutto questo "non significa riconoscimento del regime di Pankow […], significa ricerca della distensione, e volontà di collaborazione con i paesi dell'Est, ma senza alcuna accettazione del principio di due stati tedeschi ." 
Quindi la Ostpolitik più che accettata viene subita e se ne preferisce una visione riduttiva e ancora legata alla vecchia visione di unica legittimità del governo di Bonn a rappresentare tutto il popolo tedesco.

Il programma europeo della Cdu è improntato ad un forte europeismo e si pronuncia a favore dell'elezione diretta dei membri del Parlamento europeo a cui si vogliono dare reali poteri legislativi e di controllo.
Si arriva ad ipotizzare un asse diretto Bonn-Parigi per la gestione dell'economia comunitaria. Nel complesso delle relazioni internazionali, invece, ci si intende affidare al tradizionale asse preferenziale con Washington e tutte le velleità filogolliste vengono abbandonate. 
Prevale, quindi, la linea del Ministro Schroeder, tradizionale amico degli Stati Uniti, e non è presa in considerazione la posizione di una parte del partito (e della gemella Cdu) di aprire un canale preferenziale con Parigi. 
Probabilmente molte critiche venute da ambienti vicini a Strauss sono da ricondursi a questa posizione tradizionalista assunta in politica estera al congresso di Berlino.

Altro tema cardine del congresso è stato rappresentato dalla riforma della democrazia tedesca. 
I cristiano democratici ritengono che "il popolo tedesco ha ormai fatto della democrazia il suo principio di vita" e che rischi per il mantenimento della medesima non siano poi così gravi come sostenuto in ambienti internazionali e nazionali.
Per rafforzare la democrazia e renderla più efficace la Cdu propone una riforma elettore di tipo maggioritario che avrebbe il pregio di facilitare "la formazione di una maggioranza in Parlamento e rinforza l'influenza degli elettori sulla formazione del governo, evitando governi di coalizione" . 
Si avrebbero così governi monopartitici in un sistema bipartitico evitando sia la piccola coalizione di democristiani o socialdemocratici con i liberali, sia la grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici. 
Il gruppo dirigente della Cdu ritiene entrambe queste esperienze di governo, di cui è stato artefice e protagonista, non in grado di soddisfare le esigenze della democrazia della Germania di Bonn. 
La coalizione nero-blu, infatti, ha funzionato bene solo ai tempi di Adenuer perché "soprattutto perché la personalità del cancelliere riusciva a dominare i contrasti più difficili" , in altri casi (come si è visto con Erhard) "la minicoalizione ha l'inconveniente di mettere insieme un partito troppo forte con un partito troppo debole" , dando origine ad una situazione foriera di possibili tensioni. Invece la coalizione nero-rossa sconta l'handicap di mettere insieme due partiti che hanno programmi molto diversi e una comune "vocazione a governare da soli ." 
La Spd è indisponibile alla riforma elettorale maggioritaria poiché teme di essere sconfitta duramente alle elezioni del 1969 con tale sistema elettorale che consegnerebbe alle Unioni cristiano-democratiche la maggioranza assoluta al Bundestag. 
Quindi è molto difficile che tale riforma venga adottata nella Rft.
La Cdu chiama a raccolta nelle proprie fila i giovani e, probabilmente con chiaro riferimento alla ventata protestataria del '68, che "quello della gioventù, è un contributo necessario allo sviluppo della democrazia; questo impegno deve svilupparsi nel quadro dell'ordine costituzionale ." 
Papini conclude il proprio articolo lodando l'azione svolta dai democristiani tedeschi riuniti a congresso ed estensori del suddetto programma elettorale, auspicando che essi riescano a raccogliere la maggioranza assoluta dei consensi elettorali nelle consultazioni di fine 1969.

Ma l'egemonia democristiana nella Bundesrepubblick subì un grave colpo nel marzo del 1969 quando, come già detto all'inizio di questo capitolo, la Cdu-Csu non riuscì ad imporre il proprio candidato Gerard Schroeder alla Presidenza della Repubblica, carica alla quale fu eletto il candidato della Spd Gustav Heinemann che divenne così il primo esponente socialdemocratico a ricoprire la massima magistratura repubblicana nella storia della Germania federale.
Ezio Unfer da notizia dell'avvenuta elezione del dirigente socialdemocratico in una nota su Mondo Operaio del marzo 1969. 
L'autore rivela tutta la propria soddisfazione per una buona notizia che finalmente viene "da oltre Reno" poiché l'uomo politico eletto ha una biografi politica e personale di tutto rispetto ed una onestà intellettuale che fanno auspicare che "mai egli tollererà nello svolgimento delle sue funzioni che non sono soltanto rappresentative, specie in periodi di crisi, atti o fatti che permettano il ritorno della Germania verso un neo nazismo o un riarmo atomico" . 
La sua appartenenza alla Chiesa riformata protestante fa aumentare la fiducia sul fatto che la sua figura morale "rimarrà pulita come lo è stata sotto il nazismo (finalmente un uomo che non in nessun modo è stato complice del nazismo!) e durante l'era Adenauer in cui le tentazioni del potere e la paura dell'isolamento non gli hanno impedito di condurre con coraggio all'interno della CDU la propria battaglia contro il riarmo e per il dialogo con la Germania comunista" .
 
Antiautoritario per formazione civile e per fede religiosa Heinemann iniziò la propria carriera politica nella Cdu di Adenuaer di cui fu anche Ministro dell'Interno, ma si dimise dal governo ed uscì dal partito perché "contrario al riarmo tedesco, alla integrazione nel blocco occidentale e alla rottura definitiva con al Germania Est" . 
Insieme a Helene Wessel fondò allora un piccolo partito cristiano di sinistra, la Gesamtdeutsche Volkspartei (1952) che nel 1957 confluì nella Spd di cui Heinemann fu dirigente, parlamentare e poi Ministro della Giustizia nel governo Kiesinger. 
L'opposizione della Cdu ala sua elezione alla Presidenza della Repubblica ha così, secondo Ufner, una duplice spiegazione: da un lato Heinemann è troppo aperto al dialogo con l'Est, al Ddr e troppo propenso alla ratifica del trattato di non proliferazione nucleare, d'altra parte "la CDU non ha mai potuto perdonare a Heinemann di essere stata da lui rinnegata ed in nome di una scelta ideale cristiana" .
Da Ministro della Giustizia ha agito in maniera liberale: "di fronte alla contestazione giovanile ha da una parte ammesso come colpa dei dirigenti politici di aver perso contatto e la fiducia dei giovani; dall'altra mette in guardia quest'ultimi contro nuovi fanatismi e contro metodi d'azione che andrebbero infine a tutto vantaggio delle destre e del neonazismo" .

L'aspetto negativo dell'elezione del nuovo presidente è che essa è avvenuta non a Bonn, ma a Berlino ovest e ciò è apparso agli occhi della Sed e di Mosca come un'assurda provocazione da parte delle autorità della Rft. Tale avvenimento rischia di compromettere, o quantomeno di rallentare, i già precari equilibri, del dialogo tra la Germania occidentale l'Urss. 
Lo stesso Brandt ha ritenuto negativa questa vicenda, ma il successo del leader socialdemocratico è stato grande e gli permette di continuare a mantenere la candidatura a cancelliere da parte del proprio partito per il dopo elezioni 1969. 
L'intelligenza del gruppo dirigente della Spd è stata quella di sottrarsi all'abbraccio mortale dei partner-rivali della Cdu-Csu e di ricercare l'accordo con la Fdp. 
Il risultato positivo di questa "prova tecnica" di piccola coalizione rosso-blu "apre nuove prospettive alla politica estera tedesca e soprattutto sembra porre in questione lo strapotere democristiano" .
Gli stessi liberali possono rivendicare come un proprio successo l'elezione di Heinemann, perché ciò li reinserisce nel gioco delle alleanze politiche e li fa apparire come possibili ed affidabili partner di governo per la Spd.
 
La nuova dirigenza della Fdp, incarnata da Scheel e dal sociologo Ralf Dahrendorf, ha "provveduto ad ammodernare e ringiovanire il partito […] le posizioni del partito liberale sono molto vicine a quella della SPD in politica estera e nei rapporti intertedeschi" tanto che la coppia Scheel-Dharenforf vogliono strappare voti alla Spd all'insegna di un programma di politica estera più radicale di quello di Brandt per tamponare, così, la temuta emorragia verso la Cdu-Csu del tradizionale elettorato liberal-conservatore.
Unfer non si lascia andare a previsioni sullo sviluppo della situazione politica di Bonn poiché con l'avvicinarsi della data delle elezioni "i partiti entrano in una fase di riserbo e preparano i loro programmi" , ma una cosa appare chiara al commentatore socialista: "La Grande coalizione sembra finita e tutta la vita politica di Bonn è già volta alle elezioni del prossimo settembre" .
Sul tema dell'elezione di Heinemann scrive un articolo di commento anche Sergio Segre in cui si allarga il raggio del commento anche alle conseguenze di un'intervista rilasciata da Brandt allo Spiegel in cui il leader Spd "ha posto l'accento sul fatto che la RDT è oramai un fattore autonomo della politica europea" .
Segre condanna duramente l'elezione avvenuta a Berlino ovest e non a Bonn e ricorda che da sempre è caratteristica del Reich tedeschi: facevano così gli imperatori al tempo degli Ottoni che si facevano incoronare in Italia, fece così Guglielmo I che fu incoronato a Versailles. 
Non ci sarebbe, quindi, da stupirsi più di tanto se non fosse che la rigidità della dirigenza di Bonn ha fatto si che "per molti mesi ogni possibile colloquio con Mosca come con Berlino est sarà avvelenato" . 
Nonostante questo suo "vizio di forma e d'origine" anche Segre da una interpretazione positiva dell'avvenuta elezione di Heinemann di cui, ripercorrendo la biografia politica di cui si è già parlato in precedenza, traccia un ritratto di un vero galantuomo "per il passato antinazista e per la coerenza con cui ha combattuto contro il riarmo e la divisione della Germania" . 
Importanti e degne di una notevole rilevanza sono state le dichiarazioni rilasciate da Heinemann subito dopo la sua elezioni. Per quanto riguarda la vita politica interna tedesca il neo Presidente ha affermato che "lo stato non è una heilige Kuh, non è una vacca sacra" segnando così una forte discontinuità in una realtà dove l'assoluta e cieca obbedienza alle regole dello stato da parte dei singoli cittadini e dei governanti era un dato di fatto fin dall'epoca della vecchia Prussia. 

In politica estera Heinemann ha ribadito le proprie convinzioni pacifiste e favorevoli al dialogo interdesco, segnando anche in questo caso una forte discontinuità rispetto al passato e ponendosi sulla stessa linea, e per certi aspetti ancora più a sinistra, di Brandt. 
Queste dichiarazioni di Heinemann hanno non poco irritato la dirigenza delle Unioni cristiano-democratiche che, Strauss in primis, hanno ripetutamente attaccato il neo Presidente.
Segre sposta la polemica entro le mura domestiche italiane riportando una dichiarazione della Democrazia Cristiana italiana che, pur condividendo il contenuto delle dichiarazioni di Heinemann, le classifica come inopportune e non collimanti con la realtà "fintanto che un cristiano-democratico sederà alla Cancelleria" . 

Nel sottolineare la schizofrenia dell'atteggiamento della Dc, Segre ricorda a tutti come molto probabilmente il futuro governo della Rft potrebbe essere frutto di un accordo tra socialdemocratici e liberali che troverebbero un terreno di comune intesa proprio in una politica estera di maggiore dialogo a Est e oltre l'Elba. 
In questa direzione deve essere interpretata l'intervista rilasciata da Brandt allo Spiegel in cui invita, sostanzialmente, a prendere atto dell'esistenza della Repubblica Democratica Tedesca come di un soggetto geopolitico e statale diverso, indipendente ed autonomo rispetto alla Repubblica Federale Tedesca. 
Per confermare la reale possibilità di una cancelleria a guida Spd Segre cita una nota de Il Popolo, organo ufficiale della Dc, in cui si dice che "per la prima volta dal giorno in cui la Repubblica federale è nata, i cristiano-democratici potrebbero nel prossimo autunno essere messi all'opposizione" .
Tutti questi importanti cambiamenti hanno avuto come detonatore l'elezione di Gustav Heinemann alla carica di Presidente della Repubblica Federale Tedesca e Segre si augura che tale processo di pacificazione in Europa e di democratizzazione della vita politica tedesca continui con una velocità anche maggiore. 
Perché ciò avvenga è importante che contribuiscano e si adoperino tutte le forze democratiche di tutti i paesi europei, nel cui interesse si deve cooperare lungo un percorso che porti ad una nuova politica, che "prenda finalmente atto della realtà e contribuisca a disinnescare quel grosso elemento di pericolo che continua a essere rappresentato dal rifiuto di riconoscere le cose per quel che esse veramente sono" .

Dal 16 al 18 aprile 1969 la Spd riunisce il proprio congresso elettorale a Bad Godesberg, già sede del famoso congresso del 1959 con cui si era imboccata la via di un socialismo completamente liberale. Non furono compiute delle scelte strategiche nuove, anzi si preferì "eliminare ogni punto di frizione nel partito, il quale, trovandosi vicino ad una possibile presa del potere ha assoluto bisogno dell'unita e di non insospettire il futuro potenziale elettore" con deliberazioni troppo drastiche e innovative soprattutto nel campo della politica estera. 
In ogni caso si è accentuata la comunanza di punti di vista tra la Spd e la Fdp nel tema della politica estera che farebbe preludere ad una possibile collaborazione di governo.
Un'analisi dell'intera situazione politica estera europea viene pubblicato nel maggio 1969 da Il Mulino in un lungo articolo firmato da Karl Kaiser.
In tale articolo si analizzano tutti i principali avvenimento del 1968: dalla contestazione del maggio francese con la vittoria di De Gaulle e della "maggioranza silenziosa" all'invasione sovietica in Cecoslovacchia per soffocare la cosiddetta "Primavera di Praga" ed esautorare il suo leader, Alexander Dubcek.. 
Un certo interesse viene portato anche nei confronti della politica estera della Rft e della Ddr. 
L'autore sottolinea come, quasi paradossalmente, l'intervento del regime di Ulbricht a fianco dei sovietici in Cecoslovacchia, abbia smentito la ventennale teoria comunista e tedesco-orientale, secondo cui la Rft fosse "il più pericoloso covo di revancisti, militaristi e guerrafondai d'Europa" , è stata la Ddr, invece, il primo stato tedesco a muoversi in armi contro uno stato sovrano. 
Kaiser si chiede il perché ciò sia avvenuto e individua la risposta nella volontà di Ulbricht e del suo governo di mantenere inalterato il quadro politico europeo e di voler bloccare, con il ritorno della tensione tra i blocchi in Europa cenro-orientale, ogni possibile approccio diretto tra Bonn e Mosca. 
I rapporti tra le due Germanie, continua Kaiser, inizieranno e si evolveranno in maniera graduale e seguendo le vie della Ostpolitck tracciate da Brandt, che continua ad essere l'unica modalità possibile per normalizzare i rapporti tra la Rft e gli altri paesi della regione. 

L'Ostpolitik è una dottrina e una prassi diplomatica con molti limiti, primo fra tutti una naturale lentezza nel suo sviluppo, lentezza che è stata accentuata dall'interpretazione riduttiva che Kiesinger e Strauss hanno dato alla dato alla nuova politica estera.
L'altro grande limite è rappresentato dal fatto che la Rft nella sua azione diplomatica nelle capitali del blocco socialista non si è molto preoccupata di far capire a Mosca che da parte del governo di Bonn non c'è alcuna volontà di sfaldare o indebolire il blocco sovietico, ma solamente di intrattenere normali relazioni diplomatiche con i paesi del blocco orientale.
Importante è convincere anche la dirigenza comunista della Ddr che l'intenso pressing diplomatico sulle altre capitali non è affatto foriero di nessuna volontà egemonica di Bonn e che non mira affatto a ledere l'indipendenza e l'autonomia della Germania orientale. 
Kaiser ricorda come in ogni azione diplomatica si debba tenere conto che l'Unione sovietica è la massima interessata a mantenere inalterata la carta geografica politica uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e che, quindi, ci si deva muovere all'interno di questa cornice geopolitica. 
Un consiglio alla diplomazia tedesca conclude l'articolo di Kaiser: i tedesco-occidentali non si devono rivolgere solo verso Est con la loro azione diplomatica, ma devono operare anche per una maggiore collaborazione a occidente tra i paesi dell'Europa comunitaria e, in special modo, verso la Francia. 
Se opereranno in tal senso i diplomatici di Bonn avranno validi alleati ed un'utile rete di sicurezza e di comunicazione che permetterà loro di cogliere i migliori successi nei colloqui e nelle trattative con i paesi socialisti.

A poco più di due settimane dalle elezioni del 29 settembre, Giorgio Signorini tenta, su Rinascita del 12 settembre, di tratteggiare un breve quadro di come si sta svolgendo la campagna elettorale nella Repubblica Federale Tedesca. 
Da parte socialdemocratica la carta forte da spendere nella conquista di nuovi voti è stata individuata nella forte ripresa economica di cui si attribuiscono i meriti al Ministro dell'Economia socialdemocratico Schiller.
Si è deciso di puntare sull'economia come punto di forza dell'azione propagandistica della Spd soprattutto perché l'abilità di Schiller ha permesso il "rilancio espansionistico dopo la recessione del 1966-67" . 
Brandt spera così di acquisire nuovi consensi nell'elettorato borghese e nel ceto medio ormai convinti "della SPD come partito di governo" . 
Per raggiungere tale obiettivo si è ricorsi anche a "intere pagine di giornale comparse sulla stampa tedesca, pagine in cui uomini insigni di economia e di finanza, impresari e direttori di aziende proclamano la loro votare SPD e le loro sicurezza che ormai il partito di Willy Brandt ha tutte le carte in regola per assumere da solo le responsabilità di guidare il paese" .
A questa intensa campagna elettorale il blocco conservatore democristiano risponde evitando di parlare di economia, terreno in cui l'azione del Ministro delle Finanze Strauss (Csu) è stata di molto inferiore a quella del suo collega dell'Economia Schiller (Spd).
I conservatori hanno preferito rilanciare nel campo della politica estera, ma non tanto nei confronti dell'est, quanto nella ripresa del processo di unificazione europea con i vecchi partner occidentali.
Tanto Strauss, il vero uomo forte delle Unioni cristiano-democratiche, quanto il cancelliere Kiesinger, hanno espresso il proprio favore per la realizzazione di una moneta unica europea e di un esercito comunitario che, per il leader cristiano-sociale bavarese, dovrebbe poter gestire un arsenale nucleare europeo nel cui consiglio direttivo dovrebbero sedere anche generali tedeschi. 
Tutte queste affermazioni vengono ampiamente documentate da Signorini che fa riferimento agli articoli dello Spiegel su cui sono comparse.
Signorini polemizza con l'impostazione data dai democristiani tedeschi alla propria campagna elettorale, perché in realtà i temi messi sul tappeto dalla dirigenza della Cdu-Csu, non rispondono alla fondamentale, e più importante domanda, a riguardo di quale linea di politica estera si vorrebbe adottare in caso di vittoria e di governo monocolore.
La Spd risponde a queste polemiche ribadendo la propria linea di favore per la normalizzazione dei rapporti con il blocco sovietico in un'ottica della presa d'atto della realtà europea esistente e nata dalla tragedia del secondo conflitto mondiale.
I dirigenti socialdemocratici hanno iniziato una dura campagna contro Strauss e la linea politica che egli incarna. Signorini si associa a questa polemica e indica, come avevano fatto in precedenza altri commentatori della sinistra italiana, sia comunisti, sia socialisti (come Segre e Belihar), in Strauss un vero e proprio pericolo per la democrazia e la stabilità in Germania e in Europa.
La paura per l'entrata nel Bundestag di deputati neonazisti della Npd di von Thadden, non è più così presente nelle parole di Signorini come lo era stato in quelle di altri commentatori della stessa area politica solo un anno prima.
Si da per certo che il grosso dell'elettorato conservatore, nazionalista e anche nostalgico finirà per riversare i propri consensi, come da tradizione, sui partiti democristiani, sperando di trovare in Strauss un nuovo leader in grado di portare avanti le più antiche istanze nazionaliste e scioviniste di una parte dell'elettorato della Rft. 
A Strauss e alla destra democristiana rispondono quasi tutti i dirigenti della socialdemocrazia e in particolare il capogruppo al Parlamento, Helmut Schmidt per il quale "Chi si rifiuta di guardare bene nella personalità di Strauss, non comprende il pericolo che quest'uomo rappresenta per la politica tedesca" . 
Schmidt rincara la dose affermando che la prospettiva dell'arma nucleare europea è una pura illusione utilizzata dai democristiani come promessa elettorale poiché "è vano e ingannevole attendere da Francia e gran Bretagna una rinuncia alla sovranità nucleare in favore di una comunità europea di cui anche la Germania federale facesse parte" . 
Questo argomento appare molto più convincente di tanti discorsi pacifisti alle orecchie dell'elettore medio tedesco. Da registrare sono anche le rozze reazioni degli uomini di Strauss a un discorso improntato da un forte realismo a riguardo dei rapporti con la Polonia, pronunciato dal Presidente Heinemann lungo l'Oder-Neisse, in occasione dell'anniversario dell'inizio della II Guerra Mondiale. 
L'ultima parte dell'articolo di Signorini serve ad evidenziare le discrepanze tra le visioni di Brandt e di Kiesinger in politica estera: "la differenza fra il <il dialogo senza illusioni> di cui parla Brandt e la <disponibilità alla trattativa> che è la formula scelta da Kiesinger sta tutta nei contenuti e nella credibilità, ossia in un retroterra di possibilità e di volontà che il terreno elettorale è il meno adatto a rivelare, ma che, in luce del passato, fa delle carte di Brandt un'arma assai più efficace" . 
Il 28 ottobre 1969 32.600.000 elettori tedeschi si recano alle urne (gli aventi diritto sono 38.600.000) e con il loro voto segnano una svolta nella politica interna tedesca destinata, per le sue conseguenze, ad avere ripercussioni anche su tutta la politica estera e di sicurezza dell'Europa.
Le Unioni cristiano-democratiche mantennero la maggioranza relativa dei voti ottenendo il 46,5 % dei consensi, ma persero oltre il 2 % dei suffragi. Per l'esattezza la Cdu ebbe il 36,6 % dei voti (contro il 38 % del 1965) e 193 seggi (contro i 196 di quattro anni prima) e la Csu raccolse il 9,5 % dei voti con la perdita di un piccolo 0,1 % rispetto alle precedenti consultazioni, ma il partito di Strauss mantenne lo stesso numero di parlamentari (49). 
I socialdemocratici, invece, continuarono nel trend positivo che li contraddistingueva dal 1957 con un incremento di 3,4 punti in percentuale, passando dal 39,3 % del 1965 al 42,7 % del 1969 con un aumento di 22 deputati (da 202 a 224). Andarono male, invece, i liberali della Fdp che persero ben 19 seggi passando dal 9,5 % delle elezioni del 1965 al 5,8 % del 1969 segnando un preoccupante - 3,7 % (quasi un terzo in meno del proprio bacino elettorale). 
Nessuna altra forza politica entra nel Bundestag: i neonazisti della Npd si ferma al 4,3 % dei voti, ma segna un aumento di 2,3 punti in percentuale rispetto a quattro anni prima. 
Le opposizioni extraparlamentari di estrema sinistra, presentatesi con la sigla Adf (Alleanza democratica per il progresso) ebbero un calo di 0,7 punti rispetto al già magro bottino del 1965 (1,3 %) fermandosi allo 0.6 % dei consensi. 
Questo fu il segno che la Spd di Brandt era riuscita non solo a conquistare ampi spazi nell'elettorato medio-borghese, ma che aveva anche raccolto tutto l'elettorato di sinistra senza perdere consensi verso le ali estreme . 
Come abbiamo già detto in precedenza la Fdp e la Spd vanno a formare un governo di coalizione e Willy Brandt viene eletto cancelliere. Il leader liberale Sheel diviene Ministro degli Esteri e da un forte impulso alla politica di dialogo e normalizzazione con il blocco socialista. 
Un primo commento al cambiamento avvenuto a Bonn, lo offre un articolo di Ezio Unfer, apparso su Mondo Operaio dell'ottobre 1969. 
L'aspetto più importante di quanto avvenuto nella Rft secondo Unfer sta nel fatto che per la prima volta i democristiani sono stati relegati all'opposizione e che sono terminati "venti anni di strapotere democristiano, le cui conseguenze peseranno certo a lungo nella vita della Germania, ma che possono essere progressivamente attenuate e superate dalla svolta a sinistra in atto" .
La Cdu-Csu ha perso perché è "un partito ormai vecchio e logoro, esausto e incapace di rinnovarsi" che "ha sempre cercato di identificarsi con lo Stato sostenendo che solo essa sarebbe stata capace di preservarne la natura e le caratteristiche (estremamente conservatrici)" . 
Alla dirigenza democristiana Ufner imputa una serie di errori di calcolo e di strategia che sono facilmente imputabili all'errato calcolo per cui i due partiti conservatori credevano di ottenere da soli la maggioranza assoluta dei seggi al Bundestag. 
Questo grave errore di valutazione ha fatto si che Strauss e Kiesinger non abbiano tessuto nessuna tela diplomatica con i dirigenti della Fdp che si prospettava ad essere il vero e proprio ago della bilancia del sistema politico tedesco.
Invece di coltivare buoni rapporti con gli uomini di Scheel, "la CDU-CSU ha continuato a mantenere verso il vecchio alleato dei governi Adenauer e Erhard un atteggiamento sprezzante ed oltraggioso, in cui faceva sentire tutto il peso del gigante verso il piccolo partitino minacciato di scomparire nel caso dell'approvazione di un sistema maggioritario di cui Kiesinger si faceva sostenitore" . 
Venuta meno ogni opposizione e ogni timore per l'ascesa al governo federale dei socialdemocratici della Spd, il sistema politico tedesco-occidentale si è sbloccato e i liberali hanno svolto un ruolo decisivo per decidere chi tra Brandt e Kiesinger (o forse sarebbe meglio dire tra Brandt e Strauss) sarebbe stato il nuovo cancelliere della Germania federale alle soglie degli anni '70. 
La mancanza di una strategia di attenzione e di attrazione verso i liberali da parte dei democristiani ha fatto il gioco dei socialdemocratici che hanno approfittato della miopia degli storici rivali e hanno velocemente raggiunto l'accordo di governo con la Fdp: "Merito precipuo della Spd è stato quindi anche quello di prestare maggiore attenzione e comprensione alla realtà politica del paese e di allacciare, nel periodo in cui il partito liberale era l'unico debole oppositore nel Bundestag, una serie di contatti personali e di colloqui che le hanno permesso di seguire l'evoluzione del partito e valutarne tutte le conseguenze politiche" . 
Una avvisaglia di questa capacità di intesa e di comune azione tra Spd e Fdp la si era già vista nel marzo 1969 con l'elezione alla Presidenza della Repubblica del socialdemocratico Gustav Heinemann con i determinanti voti liberali.
Negli anni in cui è stato all'opposizione la Fdp ha cambiato radicalmente la propria linea politica e non può più essere considerata come un partito conservatore. Artefici di questi avvenimenti sono stati Walter Scheel, divenuto presidente del partito nel 1968 e Ministro degli Esteri nel governo Brandt, Hans Dietrich Genscher, Ministro degli Interni nel gabinetto rosso-blu, e il sociologo Ralf Dahrendorf che ha fornito una collaborazione per supportare sul piano ideologico lo spostamento a sinistra della Fdp. 
Scheel ha spostato in appena un anno di leadership il proprio partito a sinistra, ma "evidentemente questo a <sinistra> deve intendersi in maniera molto moderate e prudente, comunque con conseguenze importanti negli schieramenti politici di Bonn, con la cacciata della CDU-CSU dal potere detenuto da vent'anni" . 
Inoltre, continua Unfer, "Scheel si è reso conto che solo nuovi uomini, in regola col passato, potevano dare credibilità e possibilità di riuscita a questa nuova politica, per la quale è disposto a pagare una serie di concessioni e di riforme nel campo economico e sociale. Quindi la SPD in questo frangente era l'alleato naturale di una nuova impostazione politica" .
Una volta descritta la genesi e la formazione del gabinetto Brandt, Unfer, indica le principali linee che dovrebbe seguire nel campo della politica estera e di dialogo: "iniziare il dialogo con la Polonia, sulla questione dell'Oder-Neisse, con l'URSS, […], e con la RDT, per una normalizzazione dei rapporti economici e umani tra le due Germanie. […] Premesso a questo dialogo, reso da ciò più credibile, è la sottoscrizione del trattato di non proliferazione che Bonn si accinge ad operare" .
Su Rinascita del 3 ottobre 1969 Giorgio Signorini firma un articolo che illustra quanto avvenuto nella Rft dopo le elezioni del 28 settembre. 
Le novità rispetto dall'analisi di Unfer riguarda soprattutto una maggiore attenzione dell'organo di stampa del Pci ai voti provenienti dall'estrema sinistra extraparlamentare e comunista che sono stati decisivi per il successo del partito di Brandt: "l'aumento femminile e giovanile per le liste socialdemocratiche; lo stesso assorbimento da parte dei socialdemocratici di tutte le frazioni della sinistra radicale, a cominciare dagli studenti della contestazione - la APO, o <opposizione extraparlamentare> - per finire ai vecchi militanti comunisti che hanno giudicato più <utile> il voto per la SPD che non quello per il cartello di sinistra che si presentava col nome ADF (Alleanza democratica per il progresso); tutti questi sono altrettanto sintomi del ricambio ideologico in seno all'elettorato socialdemocratico e, al tempo stesso, della acutezza con cui gli strati più politicizzati del paese hanno sentito l'importanza della posta in gioco" .
Tutti questi elementi hanno permesso il successo del partito di Brandt, i cui candidati "hanno schiacciato i loro avversari democristiani" nelle liste in cui si esercitava il voto diretto sui singoli candidati. 
La Spd ha così conquistato la maggioranza nelle principali città della Repubblica Democratica Tedesca, sia nelle tradizionali roccaforti rosse come Amburgo e Francoforte, sia in aree del paese tradizionalmente più ostiche per i socialdemocratici come Monaco.
L'insuccesso della destra della Npd viene spiegata con il fatto che l'elettorato di destra e nostalgico non si è fatto attrarre dalla rumorosa propaganda elettorale di von Thadden, ma "continua a dare fiducia, come per il passato, ai suoi leader democristiani" . 
La Cdu, che ha assorbito anche i voti persi dai liberali a destra, "rappresenta, più che mai se possibile, la concertazione della destra - dai semplici conservatori fino ai reazionari più confessi - ma che, per la prima volta, si trova in posizione difensiva e di minore forza" . 

Come si è già visto per la prima volta dalla nascita della Repubblica Federale Tedesca le Unioni cristiano-democratiche sono costrette ad un inedito ruolo di opposizione. 
Signorini termina il proprio intervento con una nota di ottimistica speranza sull'operato del nuovo governo di coalizione rosso-blu guidato da Willy Brandt: tale esecutivo dovrà imboccare "la strada della sicurezza europea, rinunciando a ogni pretesa di armi atomiche" . 
Un'analisi più analitica delle elezioni appena avvenute e un paragone tra la situazione tedesca e quella italiana, viene offerto da un articolo di Giorgio Galli apparso su Il Mulino del mese di ottobre. 
I risultati delle principali consultazioni elettorali tenutesi negli ultimi mesi (Francia e Usa) avevano segnato un'ondata moderata che, da un punto di vista numerico, è stata confermata anche dalle elezioni tedesche. Infatti nella Germania di Bonn "distinguendo tra voto progressista e voto moderato, vi è stato un lieve incremento del secondo, che però ha portato al tendenza moderata (cristiano-democratici e nazional-democratici) dal 49,1 % al 50,1 %dei voti, mentre la tendenza progressiva (social-democratici, liberali e mini-fronte comunista) è scesa di circa altrettanto, dal 50,4 % al 49,6 %" .
I risultati in termini di seggi appaiono, invece, più favorevoli al fronte progressista e rendono possibile una maggioranza rosso-blu, grazie alle peculiarità della legge elettorale tedesca che, con la clausola di sbarramento, ha impedito la presenza di deputati della Ndp. 
È proprio sull'importanza delle riforme in teme di legge elettorale che Galli compie il primo paragone tra Rft e Italia.

Alle elezioni legislative del 1968, in Italia i partiti del centro-sinistra (Dc, Psu, Pri) hanno raccolto il 55,6 % dei voti, ma i gruppi dirigenti di tali partiti si sono sentiti (e così sono stati spinti a sentirsi dai commenti degli esperti e degli opinion makers) duramente sconfitto tanto che la precaria unificazione socialista è stata abbandonata e, proprio nel 1969, i due partiti sono tornati a dividersi e sia il Psi, sia il Psdi (provvisoriamente con il nome di Psu) hanno riassunto la propria autonomia e indipendenza. Invece, pur con percentuali di voti minori di quasi sei punti in percentuale, Brandt e Scheel si sono sentiti (e sono stati presentati) come vincitori. Questa differenza di interpretazione e di conseguenze di dati assai simili trova una spiegazione differenze tra i due sistemi politici. La legge elettorale tedesca e i meccanismi che regolano la vita pubblica della Bundesrepubblick, hanno fatto si che il sistema politico tedesco-federale, si sia evoluto verso un modello bipartitico in cui è possibile un'alternanza tra moderati e conservatori. Galli auspica, fuori da ogni politica di parte, che anche in Italia si assumano e si introducano clausole in grado di permettere l'evoluzione del sistema politico in tal senso. 
La vittoria della Spd viene definita un "vittoria d'arresto sul moderatismo" perché, pur senza superare in percentuale la Cdu-Csu, "l'elettorato tedesco ha bloccato l'ondata moderata" . 
Il merito degli uomini di Brandt sta nell'essersi riusciti a presentarsi come una forza di governo credibile e a ciò sicuramente ha giovato il triennio di coabitazione e di collaborazione governativa con i democristiani di Kiesinger e di Strauss. 
Di notevole importanza per l'incremento elettorale della Spd è stata l'ottima gestione dell'economia: "il vero protagonista della battaglia social-democratica è stato Schiller, non Brandt. […] Schiller rappresenta la piena credibilità della social-democrazia come alternativa nell'ambito del sistema. La politica economica di Schiller ha saldato voto operaio e voto del ceto medio" .
Galli ribadisce anche l'importanza della politica estera che, per via di "un paese diviso, le frontiere in discussione, i russi a Praga, la propaganda nazionalista di von Thadden" , poteva contribuire a "gonfiare l'ondata moderata" , ma se ciò non è avvenuto è stato "per la coerenza e la tenacia di Brandt" .

Un ultimo punto sottolineato è che la sinistra in Europa occidentale vince solo quando è unita e guidata da un partito socialdemocratico o laburista (come nei Paesi scandinavi, in Gran Bretagna, in Austria e in Germania) e non quando vi sia l'egemonia della componente comunista (come in Italia, pur tenendo conto delle peculiarità del Pci, e in Francia). Galli offre un grande elogio del riformismo come leadership per tutta quella sinistra che aspira ad assumere ruoli di governo in maniera democratica e moderna: "essere coerentemente riformisti richiede altrettanto impegno e coraggio dell'essere coerentemente rivoluzionari" . 
Franco Soglian nel ripercorrere, in un articolo apparso sul fiorentino Il Ponte , i fatti salienti della vittoria socialdemocratica e dell'elezione di Brandt alla cancelleria, si sofferma ad interrogarsi quanto potrà durare questo nuovo esecutivo che si regge su di una base parlamentare molto ristretta, avendo, infatti, "una maggioranza di dodici voti, e con soli cinque voti in più della maggioranza assoluta del Bundestag" .
Inoltre la Fdp non gode fama di alleato affidabile e sempre coerente (come insegnano le vicende di Adenauer e di Erhard) e già al momento dell'elezione di Brandt alla cancelleria "almeno tre deputati dell'ormai sparuto gruppo liberale si sono probabilmente astenuti dal voto" .
La sconfitta democristiana non sta soprattutto nelle urne che, anzi, ne hanno visto la riconferma come partito di maggioranza relativa, ma è da imputarsi alla lentezza ed alla miopia politica dei suoi dirigenti che, all'indomani del voto, si sono illusi di poter continuare a mantenere una egemonia data per scontata. 
Non hanno, quindi, fatto nulla per trovare possibili alleati e hanno completamente ignorato la via del dialogo con i vertici della Fdp. Proprio nello stringere immediatamente un patto politico con i liberali, invece, è stata la forza della socialdemocrazia che, grazie ai voti degli uomini di Scheel, ha potuto assicurare a Willy Brandt l'elezione alla guida del nuovo governo.

I rapporti tra socialdemocratici e liberali saranno caratterizzati da una forte sintonia in politica estera, infatti entrambi i partiti vogliono il dialogo con l'Est, ma in politica interna e in economia ci sono alcune differenze di fondo e la Spd ha dovuto rinunciare agli aspetti più riformatori del proprio programma come, ad esempio, una forte cogestione delle imprese.
In casa democristiana ci si interroga come affrontare questa nuova situazione che vede le Unioni cristiano-sociali all'opposizione. La linea che sta prevalendo è, per l'ennesima volta, quella del bavarese Strauss secondo cui bisogna lasciar operare il governo per un certo periodo di tempo affinché si logori, si deve "esporre <la coalizione degli sconfitti> a tutti i rischi del caso" .
La linea politica secondo cui alla Cdu-Csu faccia bene un certo periodo di opposizione è sostenuta anche, seppur con toni più morbidi, anche da alcuni giovani dirigenti del partito come il capogruppo del partito al Bundestag Barzel e al ministro-presidente della Renania-Palatinato H. Kohl. 
Questi astri nascenti della politica democristiana tedesca "possono aver scorto qualche vantaggio in un più o meno breve confinamento all'opposizione ai fini di una indispensabile cura ristoratrice del partito" .
Soglian, alla luce dei risultati delle elezioni amministrative in Renania-Vestfalia tenutesi dopo la costituzione del governo Brandt, sottolinea come la Spd al governo perda voti a sinistra a favore della Adf. Soglian afferma che ciò indica che il 28 settembre tutto l'elettorato di sinistra ha votato per i socialdemocratici volendo evitare di sprecare il proprio voto a favore di formazioni minori che mai avrebbero superato la sogliola di esclusione del 5 %.
Un'ultima annotazione riguarda il piccolo partito liberale che, sotto la guida di Scheel e Genscher, ha condotto una forte revisione della propria linea politica e che, pur avendo perso oltre il 3 % dei voti, è riuscito a raggiungere uno dei suoi principali obiettivi, ossia tornare al governo impedendo "con ogni mezzo il ristabilirsi della grande coalizione" , formula politica che lo stesso Brandt desiderava cambiare come ben documentato da una vignetta apparsa su Rinascita del 3 ottobre 1969. 

In tale illustrazione satirica tratta dalla Suddeutsche Zeitung di Monaco era rappresentata una canoa con tre uomini: Kiesinger, Strauss e Brandt. 
Il cancelliere si limitava a mantenere la rotta su cui, con vigorosi colpi di remi, il leader Csu indirizzava la piccola imbarcazione, invece il Ministro degli Esteri, fulminato dallo sguardo di Strauss e bagnato dagli schizzi prodotti dalle remate di quest'ultimo, mostrava una forte irritazione per i compagni di imbarcazione e, con un certo cipiglio, sembrava affermare o per lo meno confermare quanto scritto nella didascalia della vignetta umoristica: "Se sarà possibile con voi non ci sto più" . 
Per Rodolf H. Kaiser la Cdu ha perso molto di più dell'1,5 % come sostenuto da altri analisti: infatti ai cristiano-democratici sono andati anche i voti della destra liberale (circa il 3,5 % dei suffragi), quindi rispetto alle elezioni del 1965 il calo reale dell'elettorato tradizionale dei democristiani è stato di circa il 5 %, solo in parte bilanciato dall'acquisizione di consensi provenienti dall'ala destra della Fdp.
Il 5 % dei voti persi dal partito di Kiesinger sono in parte andati ad aumentare i consensi della Npd (circa il 2,3 %), ma almeno il 2,5-3 % dei voti tradizionalmente democristiani sono passati direttamente alla socialdemocrazia che solo in minima parte (0.7 %) hanno potuto godere del calo dell'estrema sinistra. 
Si è assistito, in sintesi, ad una rafforzamento del bipartitismo nel sistema politico tedesco in cui democristiani e socialdemocratici sommati raccolgono quasi l'80 % dei suffragi 
La Spd ha, quindi, esteso le proprie aree di influenza fuori dai tradizionali confini, sia geografici, sia sociali. Soprattutto nelle aree urbane e nelle grandi città il partito di Brandt ha distanziato i rivali democristiani: "i socialisti sono penetrati negli agglomerati urbani e nelle zone industriali quali Nordrhein-Westphalen, Stato federale che comprende le regioni della Ruhr, ed anche nelle principali città della Rft quali Monaco, Amburgo, Hannover, Francoforte, Stoccarda, ecc. .". .
Ai socialdemocratici hanno giovato i successi di Schiller alla guida dell'economia tedesca, la personalità di Brandt e la capacità amministrativa dimostrata da molti borgomastri e ministri-presidenti della Spd che governano molte delle città tedesche dove le Unioni cristiano-democratiche sono state sconfitte dal partito di Brandt.
Un caso emblematico che viene citato da Kaiser è quello di Monaco, tradizionale roccaforte di Strauss e della Csu, che ha dato la maggioranza alla socialdemocrazia. Nel resto della Baviera, invece, i cristiano-sociali hanno conquistato il 54 % dei voti: Monaco si presenta, quindi, come "<isola> socialista in un <mare> dc" .
Kaiser non è troppo preoccupato per il passaggio delle Unioni cristiano-democratiche all'opposizione perché il nuovo ruolo permette ai democristiani tedeschi "di rinnovarsi, sia dal punto di vista ideologico che per quanto riguarda il loro programma e la leadership del partito" .
Proprio sul versante della nuova dirigenza il nuovo leader dei democristiani potrebbe essere individuato in Helmut Kohl, il giovane ministro-presidente della Renania-Palatinato. 
Non a caso il primo congresso della Cdu dopo il passaggio all'opposizione si tenne il 16 e il 17 novembre 1969 a Mainz, il capoluogo del lander guidato da Kohl. 
Durante tale congresso si fronteggiano tre diverse linee: la prima vuole maggiore apertura sui temi sociali in un'ottica di cristianesimo sociale (Kaiser imputa all'assenza di una agguerrita "sinistra democristiana" la perdita di voti a favore della Spd), la seconda auspica "un programma di opposizione in grado di far fronte alla sinistra al governo" , il terzo vorrebbe "assorbire i voti della Npd" assumendo quella che Kaiser definisce "una linea programmatica di estrema destra" .
Sergio Segre esprime la propria soddisfazione per quanto è avvenuto a Bon in un articolo apparso alla fine del 1969 su Critica Marxista.

Ciò che è avvenuto rappresenta "per la Germania dell'Ovest una svolta profonda" che immette in tutta la politica europea "elementi di novità e di movimento" di cui Segre comincia a cogliere i primi sintomi nella richiesta di Scheel e di Brandt di una conferenza europea per la sicurezza su cui si sono espressi negativamente gli Stati Uniti per bocca del loro Segretario di Stato Henry Kissinger. 
Segre, invece, apprezza l'iniziativa della diplomazia di Bonn anche perché essa segue di pochi giorni altre importanti novità adottate e avviate da Brandt. Si tratta della firma del trattato antiproliferazione nucleare, dell'avvio delle trattative con Mosca per un trattato di amicizia e di rinuncia all'uso della violenza da parte della Germania ovest e della volontà di aprire un canale diplomatico con la Repubblica Democratica Tedesca. 
Il duplice incontro avvenuto nel dicembre 1969 tra l'ambasciatore della Germania federale a Mosca e il Ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromiko, segna "un energico colpo di acceleratore alle trattative germano-sovietiche sulla rinuncia all'uso della forza nella soluzione delle vertenze fra i due paesi" , ma i dirigenti del Pci italiano invitano Brandt e il nuovo governo tedesco ad un ulteriore atto di realismo "accettare di discutere con <l'altra Germania> un modus vivendi" comune. 
Affinché ciò accada è indispensabile che la nuova leadership tedesco-occidentale rinunci "a considerarsi rappresentante di tutti i tedeschi" . 
Ciò, a grandi linee, è una realtà accettata "dal governo di Bonn, il quale recalcitra tuttavia a farne discendere e ad accettarne tutte le implicazioni" come, in primis, procedere al riconoscimento reciproco della Repubblica Democratica Tedesca allacciando rapporti diplomatici bilaterali. 
Sul piano della politica interna tedesca va sottolineato come Sergio Segre sia certo che i liberali, partito divenuto molto progressista sotto la leadership di Scheel e Genscher, ma ancora fortemente influenzato dai grandi gruppi imprenditoriali, impediranno ai socialdemocratici di avviare riforme di struttura e di sistema nella realtà tedesco-occidentale. Ma Segre vuole dare "una valutazione più complessiva che vada al di là, anche, dei limiti pur notevoli che esistono nel programma di governo per cogliere quella che si presenta come una nuova linea di tendenza […] che ha costretto all'opposizione la CDU-CSU" .

Altro aspetto positivo del nuovo quadro parlamentare e governativo della Bundesrepubblick è rappresentato "che non si sono verificate leipotesi più negative, cioè il ricrearsi, al Bundestag, di condizioni politico-numeriche che permettessero un monocolore democristiano o rendessero inevitabile un ripetersi della <grande coalizione>" . 
La coalizione nero-rossa si sarebbe ricostituita qualora i neonazisti avessero ottenuto dei propri rappresentanti al Parlamento, invece un monocolore democristiano non sarebbe più stato guidato da Kisienger, ma dal vero capo della destra, Joseph Strauss. 
Tutte queste opzioni avrebbero ancora di più aggravato la crisi tedesco.occidentale ritardando il dialogo e la normalizzazione dei rapporti diplomatici con l'Est socialista, costituendo, così, una situazione di incertezza e di pericolo per la pace e per la stabilità dell'intera Europa.
Un sondaggio svolto per conto dello Stern e riportato da Carlo Belihar su Mondo Operaio si può desumere come una ampia parte dei cittadini della Germania federale approvino la nuova linea politica di Brandt e di Scheel: "per il cittadino tedesco medio, riconoscimento della realtà tedesca, cioè l'intangibilità della linea di frontiera dell'Oder-Neisse con la Polonia, il riconoscimento del governo della Germania-est e della esistenza dell'altro Stato tedesco sono ormai fatti accettabili" . 
Più di ogni commento vale la pena di riportare i dati del sondaggio dell'organo di informazione tedesco-federale.
Il 50 % degli intervistati non ha paura delle aperture (definite "esperimenti" ) di Brandt e di Scheel nella politica estera. Solo il 30 % teme le novità su cui ben il 20 %, però, non si è formato una propria opinione ben precisa e preferisce definirsi come indeciso.
Bisogna far notare che la cifra del 50 % favorevoli alla linea diplomatica del governo è di due punti in percentuale superiore alle percentuali di voti raccolti dalla Spd e dalla Fdp che si erano fermate al 48 % dei suffragi.
Il 43 % degli intervistati condivide la dichiarazione di Brandt secondo cui "esistono due Stati di nazionalità tedesca" (31 % contrario, 26 % indeciso), ma bel il 74 % è favorevole al fatto che il cancelliere tedesco-federale si segga al tavolo delle trattative diplomatiche con il presidente dei Ministri della Ddr per discutere delle relazioni tra le due Germanie (i contrari sono il 26 %, gli indecisi il 16 %).
Il sondaggio ritengono ormai assodati i confini usciti dalla II Guerra Mondiale, infatti ben il 68 % degli intervistati ritiene perdute per sempre la Pomerania, la Slesia e la Prussia orientale (nel 1953 solo l'11 % credeva in tale ipotesi, ma nel giro di sedici anni il trend è stato sempre tendente ad accettare la realtà esistente). Secondo sessantotto intervistati su cento gli immigrati polacchi hanno acquisito il diritto di rimanere entro i confini tedeschi. Solo due anni prima, nel novembre 1969, solo il 56 % riconosceva il diritto agli immigrati polacchi di risiedere nella Germania federale. 
L'ultimo dato su cui occorre soffermarsi è che solo il 46 % degli intervistati si dichiara favorevole al riconoscimento del governo di Stoph e di Ulbricht. Purtroppo, sottolinea Belihar a guisa di spiegazione, "ci sono troppo rivalità e troppe eredità contestate" . 

(estratto) dalla TESI DI LAUREA 
     "Storia comparata 
dei sistemi politici europei"

Univ. Bologna. (anno 2000)
Candidato: Luca Molinari
Relatatore: Chiar.mo Prof Paolo Pombeni
 

vedi per altri fatti politici  STORIA DELLA GERMANIA


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