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POLITICA E PARTITI TEDESCHI 


DOPO LA
 "GROSSE  KOALITIONS"

La descrizione e l'analisi delle vicende e delle fonti prese in esame possono essere commentate su due differenti piani di riferimento.
Il primo riguarda lo sviluppo dei fatti storici che portarono, dopo molti decenni, un socialdemocratico tedesco a ricoprire la carica di Cancelliere della Germania federale. Brandt, che ebbe questo grande onore, dimostrò, nel corso del quinquennio 1969-1970, un'abilità encomiabile nel compiere scelte strategiche molto coraggiose e anche impopolari nell'allearsi con gli storici rivali democristiani durante il gabinetto Kiesinger iniziando una politica estera a dir poco innovativa come Ministro degli Esteri e poi da Cancelliere nel governo di coalizione con i liberali del Ministro degli Esteri Scheel. Ammirevole e degno di nota fu anche il modo in cui seppe tenere unito il proprio partito, la Sdp, in cui ampi settori erano a dir poco insofferenti rispetto alla coalizione di governo con i cristiano-democratici della Cdu-Csu. 
Brandt diede prova di essere un degno uomo di stato e un politico dalla visione lungimirante e di lungo respiro nel non cadere vittima di estremismi e tentazioni massimaliste che trovarono un terreno fertile nei movimenti del 1968. L'iniziale impopolarità con cui fu accolta la Grosse Koalition si risolse a favore della sinistra tedesca in quanto gli esponenti socialdemocratici che ebbero incarichi di governo (soprattutto il Ministro dell'Economia Schiller), operarono in maniera saggia ed equilibrata contribuendo a portare nuovo elettorato alla Spd.

La Grosse Koalition non fu, come probabilmente doveva essere il "Compromesso di portata storica" ipotizzato pochi anni dopo dal segretario del Pci, on. Enrico Berlinguer, il tentativo di trovare un accordo di governo di lungo periodo tra democristiani e socialisti, ma una risposta temporanea e contingente alla negativa congiuntura economica e politica in cui si trovava la Repubblica Federale Tedesca nella seconda metà degli anni '60.
In un sistema tradizionalmente bipolare (anche se fino ad allora il solo centro-destra aveva avuto la possibilità di gestire il governo del paese) si sospese il bipolarismo e si diede vita ad un governo di unità nazionale che affrontò il periodo negativo.
Inoltre la coabitazione governativa tra le due maggiori forze politiche tedesco-occidentali permise una reciproca legittimizzazione e un reciproco riconoscimento delle due formazioni politiche. 
Da questo processo trasse maggiore fortuna il partito socialdemocratico che fu pienamente riconosciuto in grado di guidare il paese da posizioni di maggioranza e poté, una volta che i numeri lo resero possibile, riprendere il tradizionale bipartitismo del sistema politico della Germania federale costituendo la coalizione rosso-blu con i liberali della Fdp e relegando l'altro grande partito popolare (Cdu-Csu) nel ruolo (all'epoca inedito per i democristiani) di opposizione.

Brandt fu anche per molti aspetti aiutato da una certa dose di fortuna e dalle circostanze: come si è visto in precedenza nel 1969 la Spd non vinse nettamente le elezioni, ma semplicemente si ebbe un simultaneo aumento dei voti della socialdemocrazia (grazie alla assenza di ogni valida alternativa "a sinistra") e un sensibile calo dei democristiani (a causa dell'erosione subita a destra da parte della Npd). L'abilità di Brandt fu, come sottolineato da Soglian nel suo articolo analizzato in questo saggio, quella di stringere immediatamente l'alleanza di governo con la Fdp, prima che alla Fdp arrivassero offerte altrettanto o più vantaggiose da parte dei democristiani di Kiesinger e di Strauss. 
Probabilmente se ciò non fosse avvenuto Willy Brandt sarebbe stato presto additato da molti movimenti e uomini politici operanti "alla sua sinistra" come una sorta di "liquidatore" della sinistra e della socialdemocrazia tedesca, come già molti avevano fatto e scritto nei mesi di fuoco a cavallo tra il 1966 e il 1967 quando si era formato il governo Kiesinger.

Il secondo piano di analisi conduce ad un breve commento su come i partiti politici italiani presentarono e commentarono le vicende tedesche analizzate.
Inizialmente i democristiani e i loro organi di informazione tendono a presentare la Grosse Koalition come una tradizionale formula di governo di centro sinistra come quelle già esistenti in Italia, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Austria. In tale modello di maggioranza politica e parlamentare i partiti cattolici e democratico-cristiani mantenevano l'egemonia e la guida di indirizzo delle grandi scelte politiche. I partiti socialisti avevano un ruolo di alleato importante, determinante, ma minoritario della coalizione governativa. I democristiani avrebbero potuto cambiare partner di governo a loro piacimento quando e se ne avessero ritenuto il caso.
Solo dopo la formazione del governo Brandt-Scheel gli ambienti democristiani italiani si interessarono più marcatamente alla vicenda tedesco-federale perché era avvenuta una cosa che, a mio modesto avviso, era ritenuta dagli uomini di Piazza del Gesù semplicemente impossibile: la dc era stata rilegata alla opposizione.

Anche l'analisi del perché dell'estromissione dei democristiani tedesche dal governo viene analizzata applicando alla vicenda dei modelli italiani: la Cdu-Csu è stata sconfitta perché le mancava un'ala "sinistra" aperta al sociale . La mancanza di tale corrente ha impedito al colosso centrista di raccogliere molti voti "sociali" e "popolari" che sono andati a Brandt e al suo partito.
La naturale conclusione di questa analisi e di questa interpretazione porta a supporre che la Dc ritenesse impossibile in Italia una evoluzione della situazione politica in questo senso poiché il partito dello Scudo crociato era dotato di una sua forte (seppur minoritaria) componete di sinistra (la cosiddetta "sinistra democristiana").
I commentatori e i giornalisti di area comunista, invece, dimostrarono fin dal 1966 un forte interesse per le vicende in corso nella Bundesrepublik. Dagli articoli apparsi sulle colonne del settimanale Rinascita si possono desumere almeno due linee in parte discordanti fra loro.
 
La prima, minoritaria, è quella impersonata ed espressa da Pestalozza e risulta essere molto attenta e favorevole ai movimenti studenteschi di protesta del '68 che si opposero anche duramente alle svolte politiche imposte da Brandt alla Spd. Pestalozza, come si è visto, si schiera decisamente al fianco dei giovani berlinesi dei movimenti della sinistra estraparlamentare che vedono nella Grosse Koalition un nemico, un avversario e che ritengono i vertici della socialdemocrazia troppo teneri e rinunciatari nei confronti dei tradizionali centri di poteri della Rft.

La seconda è invece quella più ufficiale, maggiormente legata alla condotta del Partito Comunista Italiano in tema di politica estera e trova il proprio massimo divulgatore in Sergio Segre che, oltre che editorialista di Rinascita, è anche uno dei massimi esponenti del Pci dell'epoca impegnato nella politica estera del partito al fianco di uomini come Galluzzi, Gian Carlo Pajetta e lo stesso segretario Luigi Longo. La linea di Segre è molto aperta nei confronti di Brandt della cui politica da un giudizio positivo soprattutto per quanto riguarda la politica estera.
I commentatori vicini al Pci tendono ad interpretare e commentare la cronaca tedesca partendo da due diversi punti di vista. 
Il primo è di valorizzare al massimo il ruolo positivo che viene riconosciuto all'Urss nel campo della politica di distensione e di Ostpolitik nel settore dell'Europa centro-orientale. Uno dei massimi meriti del Cancelliere Brandt è quello di aver voluto trattare direttamente con i vertici sovietici (Gromiko in primis) a tutto campo e senza pregiudiziali.
Il secondo assunto da cui prendono le mosse i giudizi degli editorialisti di Rinascita, è voler confrontare la situazione tedesca con quella italiana. Da tale confronto esce una severa bocciatura della politica estera sia dei democristiani italiani, sia di quelli tedeschi che non hanno saputo ideare una politica estera innovativa e realistica in grado di affrontare realmente i problemi presenti sul tappeto preferendo riproporre soluzioni ormai logore e inutili risalenti alla fase più tesa e drammatica della "guerra fredda." 

Molte critiche per i loro ritardi sono rivolte ai socialisti e ai socialdemocratici italiani che, gli ambienti vicini al Pci, giudicano non all'altezza dei socialdemocratici della Spd di cui non hanno la duttilità e la capacità di innovazione e di elaborazione politica. 
La Spd, invece, viene ben giudicata dai vertici del partito di via delle Botteghe Oscure. Il Pci viene indicato dal suo segretario, l'on. Luigi Longo, come uno dei principali interlocutori della nuova dirigenza tedesco-occidentale nell'allacciamento e nello svolgimento della nuova politica del dialogo verso i paesi del blocco socialista. È proprio in questo clima che maturano i buoni rapporti, ampiamente documentati, tra il neosegretario comunista Enrico Berlinguer e Brandt. 
Il Pci probabilmente voleva svolgere nello scenario politico italiano un ruolo analogo a quello svolto dalla Spd nella Repubblica Federale Tedesca. è proprio in questa ottico e attorno alle esigenze della pace internazionale e della distensione che, come ha scritto Luciano Barca (dirigente comunista e stretto collaboratore di Berlinguer) "Berlinguer cominciò a tessere una fitti rapporti internazionali non solo con partiti comunisti europei, ma con Mitterand e i socialisti francesi e il socialista europeo che più stimò: Willy Brandt" .

I commentatori socialisti, invece, danno un giudizio delle vicende tedesche anch'esso fortemente influenzato dalla propria posizione politica e dal raffronto con la situazione politica italiana.
Il giudizio sulla politica estera e sui vantaggi della Ostpolitik è, negli articoli apparsi su Mondo Operaio, molto affine a quello di Segre e della linea ufficiale del Pci. Ciò che separa comunisti e socialisti è il confronto tra la situazione di politica interna in Italia e nella Germania federale e soprattutto sul ruolo svolto dai partiti socialisti dei due paesi. Comunisti e socialisti elogiano e lodano entrambi Brandt e la Spd (seppur con toni e sensibilità differenti), ma ciò su cui dissentono fortemente (e non poteva che essere ovviamente così) è il ruolo del socialismo italiano che, come si è detto in precedenza, in quegli ani cercava faticosamente (e senza riuscirci in realtà) di riunificarsi nel Psu. 
I comunisti giudicano molto insufficiente l'azione riformatrice del partito soprattutto se confrontato con quanto fatto dai socialdemocratici tedeschi rispetto ai quali gli italiani risultano essere molto arretrati. Invece i socialisti italiani si sentono affini alla Spd di cui condividono ogni singola scelta politica: i socialisti italiani affermano di aver preso a modello la Spd come punto di riferimento per la realizzazione del Psu e per dare al socialismo italiano un peso elettorale e politico assai simile a quello tedesco, ma, soprattutto dopo la nuova scissione socialdemocratica del 1969, le differenze e le diversità di linea politica e di peso specifico tra le due esperienze aumentò notevolmente. C'è da sottolineare che i socialdemocratici italiani non furono molto attenti alle vicende della Spd come i socialisti dl Psi: ma non c'è da stupirsi in quanto dopo la rinascita del Psdi, il partito di Ferri e di Tanassi assunse posizioni molto moderate (secondo alcuni anche conservatrici ) e lasciò al Psi di De Martino, Nenni e Mancini il ruolo e il compito di principale e maggiore rappresentante in Italia della tradizione del socialismo riformista e dell'Internazionale socialista.

In queste pagine si è voluto cercare di ricostruire, attraverso i commenti apparsi su alcuni organi di informazione italiani, uno dei più importanti quinquenni della nostra storia recente che ci piace ricordare con le parole di Alberto Missiroli secondo cui la Ostpolitik era nata "allo stesso tempo da un calcolo e da una necessità. Da una necessità, perché il <ritardo> della questione tedesca aveva ormai isolato la BRD in Europa, nel mondo e rispetto ai suoi stessi alleati (…). Da un calcolo, perché proprio la ristrettissima maggioranza parlamentare e il fatto che su altri temi l'intesa fra i due partners fosse molto minore facevano della politica estera, (…) il terreno più favorevole su cui qualificare la nuova coalizione. (…) il ritmo e la portata della <nuova> politica verso l'Est della coalizione social-liberale sarebbero comunque risultati, anche a distanza di anni, impressionanti"

(estratto) dalla TESI DI LAUREA 
     "Storia comparata 
dei sistemi politici europei"

Univ. Bologna. (anno 2000)
Candidato: Luca Molinari
Relatatore: Chiar.mo Prof Paolo Pombeni
 

bibliografia
BIBLIOGRAFIA


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· Villani P., L'Età contemporanea, il Mulino, Bologna 1993

Sono stati consultati tutti i numeri dei seguenti periodici pubblicate dal 1966 al 1970: 

· Avanti!
· Civitas
· Corriere della sera
· Critica Marxista
· Il Mulino
· Il Ponte
· La Voce Repubblicana
· Mondo Operaio
· Rinascita


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