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POLITICA E PARTITI TEDESCHI 


1968
La contestazione studentesca 
e la Ostpolitik

La maggior parte degli articoli redatti nel 1968 e riguardanti la Repubblica Federale Tedesca sono incentrati sui fenomeni di contestazione studentesca sviluppatisi nella Rft così come in buona parte del resto del mondo. Non è questa la sede per compiere un'analisi del 1968, anno molto importante della storia contemporanea che ha apportato grandi mutamenti nel costume, nella società e nella stessa vita politica . 
Nella Germania occidentale il 1968 ebbe il suo apice nell'aprile quando si svilupparono violente agitazioni studentesche contro l'ormai noto progetto di legge governativo tendente a promulgare leggi eccezionali in materia di sicurezza . 
La protesta degli studenti e degli intellettuali era motivata dall'opposizione ad ogni provvedimento che prevedesse la sospensione delle garanzie democratiche in caso di minaccia sovversiva.
 
Il '68 tedesco ebbe in Rudi Dutschke il proprio leader.
Originario della Germania orientale (era nato nel Brandeburgo nel 1940) Dutschke si trasferì nella Rft prima della costruzione del muro di Berlino e si iscrisse alla facoltà si sociologia. Nel 1968 assunse la guida dei movimenti dei giovani studenti socialisti Yusos e fu animatore della rivolta giovanile. 
I suoi punti di riferimento erano Marcuse, Fanon, Guevara, il radicalismo terzomondista di Mao e di Lin Piao e la guerriglia cattolica di Camillo Torres. Secondo Dutschke l'Occidente era paralizzato dalla cultura borghese e capitalista e, quindi, il motore della protesta si era trasferito nel Terzo mondo da dove veniva coordinata la lotta aniticapitalista. 
Nell'aprile del 1968 Rudi Dutschke rimase vittima di un attentato che lo ferì gravemente alla testa procurandogli danni permanenti caratterizzati dai frequenti attacchi di epilessia ai quali era soggetto. 
Cessò ogni attività politica attiva e si stabilì in Gran Bretagna, ma nel 1971 il governo conservatore ne decretò l'espulsione; Dutschke trovò allora asilo in Danimarca dove fu professore di storia presso l'Università di Aarhus dove morì alla vigilia del Natale del 1979. 
A seguito dell'attentato ai danni di Rudi Dutschke gli studenti diedero vita a grandi manifestazioni ma restarono sostanzialmente isolati rispetto al resto della popolazione. 
In maggio le leggi d'emergenza vengono approvate dal parlamento federale di Bonn e l'ondata di protesta entra in una fase di reflusso che la porterà a spegnersi in un lasso di tempo relativamente breve.

Nel gennaio 1968 il settimanale democristiano Civitas pubblica un articolo a firma del tedesca Bernhard Gebauer che riflette sul ruolo delle formazioni estremiste nella vita politica tedesco-occidentale e su quanto la loro presenza possa influenzare i rapporti della Rft con i tradizionali alleati occidentali. 
Gebauer tende a ridimensionare molto il livello dell'allarme per la presenza della Ndp nel panorama partitico tedesco e per i suoi recenti successi in alcune consultazioni elettorali amministrative svoltesi durante il 1967. 
Si fa spazio in questo articolo alla tendenza tipica degli uomini politici e degli intellettuali democristiani di cercare di minimizzare ogni estremismo tendendo, tutt'al più a parlare di una specularità tra frange estremiste di destra e di sinistra.
 
Si affaccia la teoria degli "opposti estremismi" (che in Italia avrà una grande fortuna per tutti gli anni '70) secondo cui di fronte al rischio che sia la destra, sia la sinistra contengano dentro di se degli aspetti estremistici e pericolosi per la democrazia, i partiti democristiani (che si autoproclamano di centro, quindi equidistanti dalle posizioni estreme e indisponibili a collaborare con queste) sono quasi gli unici partiti realmente in grado di governare in maniera democratica e senza essere potenzialmente pericolosi per il mantenimento della democrazia stessa. 
L'avanzata della Npd viene ridimensionata e si sottolinea come essa sia solamente dovuta a fattori di "carattere psicologico" in seno al corpo elettorale che votando per il partito di von Thadden ha cercato solamente di trovare un "mezzo di espressione di una protesta irrazionale generale dovuta alla rottura dell'equilibrio tra consenso e conflitto nella società" . Quindi non si tratterebbe di "rinato nazionalismo" .Secondo l'autore i risultati elettorali dell'estrema destra non sarebbero un segnale di grave pericolo: la democrazia tedesca non è afflitta da nessuna grave patologia, anzi il fenomeno è fisiologico perché "in tutte le democrazie occidentali vi sono gruppi estremisti, di destra o di sinistra, relativamente piccoli, ma tuttavia molto attivi che possono essere mobilitati in ogni momento e che possono avere successi rispettabili, anche se solo passeggeri" .
 
A sostegno di tale ipotesi si citano esempi come il poujadismo i Francia, il Britich National Party nel Regno Unito e il goldwaterismo negli Stati Uniti e si cita il caso di altre democrazie europee, come l'Italia e la Francia, in cui le forze estremiste antisistema sono di molto superiori alla Npd, ma non richiamano un allarme internazionale grave come le affermazioni elettorali della Ndp. 
Quindi nella Rft non starebbe accadendo nulla di troppo preoccupante, tanto meno niente che giustifichi il clima di allarme che si avverte nelle cancellerie e nei mass media d'Europa. 
Ogni paura per un possibile rigurgito nazista o nazionalista in Germania è solo giustificato dalla storia e non dai fatti, ma, prosegue Gebauer, "ignorare le riserve di nostri alleati, spiegabili dalla storia più recente, porta solo ad un inasprimento delle indesiderate reazioni all'estero" .
Gebauer è convinto, e vuole convincere il lettore, che l'esistenza della Npd è a tutto vantaggio dell'estremismo opposto, quello di stampo comunista poiché la presenza dei neonazisti in ben cinque parlamenti regionali non fa altro che confermare "pregiudizi e cliché" sulla Germania e sui tedeschi. 
Tali pregiudizi sono propedeutici alla campagna propagandistica "dell'Urss e dei suoi alleati e non per ultimo su quella dei comunisti tedeschi" per cui "la Germania dovrebbe ancora pagare le conseguenze della II Guerra Mondiale e che la Repubblica è il guastafeste internazionale per eccellenza" .
 
La democraticità e l'affidabilità internazionale della Rft trovano conferma in tutte le scelte internazionali effettuate dai governi a guida democristiana da Adenauer in poi. 
La conferma dell'onestà intellettuale e democratica che erano alla base di esse sono date dal fatto che tutti questi atti sono avversati dalla Npd e, anzi, costituiscono argomento per la propaganda elettorale e scandalistica dei neonazisti contro il governo di Bonn. 
Per Gebauer la Ndp è solo uno strumento del disagio di una parte del corpo elettorale poiché "esiste solo in parte una identità tra Npd e coloro che la votano" . 
In realtà il vero pericolo per la democrazia della Germania occidentale potrebbe provenire dall'estrema sinistra, ossia dalla rinascita (se la costituzione venisse modificata in tal senso) di un Partito Comunista tedesco. 
Ciò rappresenterebbe, secondo l'autore democristiano, della ripresa di una guerra civile che ai tempi della Repubblica di Weimar fu contro il comunismo interno e che ora è contro il comunismo esterno, l'Urss. Il comunismo è più pericoloso (anche se ha meno voti!) del neonazismo poiché è "un nemico che fa della violenza, della critica continua alla forma politica liberal-costituzionale e del terrore razionale un principio di azione politica" . 
Paradossalmente Gebauer è assolutamente avverso a permettere la rinascita di un Partito comunista tedesco, ma è anche contrario allo scioglimento della Npd temendo che ciò porterebbe alla nascita di vaste aree di solidarietà nei confronti del neonazionalismo e del neonazismo. 
Il successo dei neonazisti non viene tanto imputato alla riscoperta o alla nostalgia del nazionalsocialismo e dell'esperienza hitleriana, ma è da ricondursi ad una forte insofferenza del ceto medio nei confronti del governo federale di Bonn e delle strutture e dei comportamenti dei partiti tradizionali.

La soluzione al problema rappresentato dalla Npd caldeggiata da Gebauer prevede due differenti modalità di comportamento, l'una di carattere politico, l'altro pedagogico.
Il compito della politica è quello di dare risposte ai timori ed alle ansie della classe media che, dopo anni di grande sviluppo economico vede un certo grado di ristagno del proprio grado relativo di benessere e cerca nell'illusione neonazista una possibile soluzione di tutti i mali. 
Questo compito spetta ai partiti democristiani che, facendosi carico delle mutate (in senso più conservatore) aspettative della borghesia tedesca, può evitare che essa venga ammaliata dalle suggestioni e dalle false illusioni provenienti dall'estrema destra. 
Può essere la Cdu a ricondurre nel proprio alveo quei settori di piccola borghesia che ricercano sicurezza personale (forse in maniere abbastanza egoistica) nel mutato quadro politico ed economico che vede messe in dubbio vecchie certezze e anche qualche privilegio. 
Quello che l'autore non fa è il ricercare le eventuali responsabilità di quasi un ventennio di governo egemonizzato dalla Cdu nel non essere stati in grado di prevenire questi fenomeni.
Il secondo punto su cui si deve agire è la formazione del cittadino-politico. Questa è la parte più autorevole dell'articolo di Gebauer e rappresenta una lezione di filosofia politica in cui affiora la tipica visione democratico-cristiana dei rapporti tra cittadino e stato. Lo stato non deve essere né dirigista, né troppo invadente negli affari privati ed economici del cittadino. 

A questo punto è forte la polemica con gli opposti estremismi, di sinistra e di destra, a cui si attribuisce una visione autoritaria dello stato e del rapporto che esso deve avere con le sue componenti e i suoi membri.
La proposta democristiana, invece, prevede una continua e progressiva integrazione dei vari soggetti componenti la comunità statuale che, coinvolti in ogni decisione in maniera democratica e continua, finiscono per riconoscersi nella vasta entità statuale di cui essi fanno parte evitando così, forme di disadattamento che condurrebbero inevitabilmente ad assumere posizioni estremiste e potenzialmente eversive che vengono sempre avversate. 
Sul numero di febbraio di Mondo Operaio viene pubblicato una articolo di Piero Calzini che analizza le connessioni e i legami tra le posizioni assunte dalla Germania federale e la sicurezza militare e diplomatica nell'Europa continentale. 
Calzini ripercorre la storia dei rapporti tra le due Germanie e più nello specifico tra quella occidentale e il mondo comunista. 
Data per morta, e fallita, la dottrina Hallstein, l'autore sottolinea il ruolo positivo dell'avvento al governo della socialdemocrazia per la ripresa di un'autonoma politica estera distensiva della Rft. 
Gli accordi di riconoscimento reciproco e di ripresa delle relazioni diplomatiche firmati dal governo di Bonn con le cancellerie di Romania e Jugoslavia vengono indicati come un successo personale del Ministro degli Esteri Brandt a cui va ascritto tutto il merito di aver saputo sfruttare al meglio il mutato clima internazionale.
A partire dai primi anni '60, le due super potenze, Usa e Urss, hanno sostanzialmente rivisto le proprie ambizioni e i propri punti di vista nei confronti della questione tedesca. 
Il clima di distensione che si è sviluppato in tali anni ha reso meno importante il tema del controllo dell'area centro-europea per cui alle due Germanie sono stati concessi maggiori spazi di autonomia nella gestione delle rispettive politiche estere.
All'ordine del giorno, sia nelle agende dei diplomatici sia di Mosca, sia di Washington, non c'è più la possibilità di giungere ad una riunificazione della Germania (da inserire poi nella propria orbita di influenza) con la forza. 
La dirigenza sovietica e quella di Berlino Est già dai primi anni '50 ipotizzavano un riconoscimento internazionale dell'esistenza di sue stati tedeschi separati ed entrambi sovrani. L'idea di riunire tutti i tedeschi in un unico stato socialista non era mai stato caldeggiata più di tanto dalla diplomazia sovietica. 
Ciò che stava più a cuore a Mosca era di arrivare ad una situazione di stabilità lungo l'Elba in modo che nulla e nessuno potesse insidiare gli interessi sovietici nell'Est Europa. Quindi a metà anni '60 "l'ipotesi di una riunificazione tedesca in un unico stato comunista finisce per essere ufficialmente rimandata ad un lontano futuro, condizionata a sviluppi interni di tipo socialista della Germania occidentale fuori da dirette responsabilità di Mosca" .

Dal punto di vista statunitense si assiste ad una simultanea perdita di interesse per la questione tedesca e si comincia "a considerare la divisione della Germania come un fatto tollerabile, se non addirittura soddisfacente" . 
Gli alleati di Bonn sono tutti più o meno schierati su questa linea di condotta che è realisticamente diplomatica. Una posizione peculiare viene assunta dalla Francia di De Gaulle che si fa interprete di un "un accordo diretto fra europei e Unione sovietica per arrivare alla soluzione del problema" , volendo così sottolineare un'ulteriore autonomia europea rispetto agli Stati Uniti.
Il mutato clima internazionale e la presenza di Brandt alla guida della diplomazia della Rft hanno fatto sì che in ampi settori del governo di Bonn si "va facendo strada l'opinione che occorra portare avanti un'iniziativa autonoma nei confronti dell'Est , basata fra l'altro sul richiamo che l'alto potenziale economico e tecnologico tedesco occidentale può avere nella regione" . 
Il limite che si è riscontrato nell'avviare rapporti con il mondo comunista è che la diplomazia di Bonn intendeva portarli avanti in maniera bilaterale e non affrontando il problema nella sua organicità. Inoltre l'ostinazione del governo della Rft (soprattutto di ampi settori della Cdu che fanno capo ai Ministro delle Finanze e della Difesa, ossia Strauss e Schroeder) a non riconoscere la Ddr hanno provocato una vibrante reazione in alcuni governi dei paesi del Patto di Varsavia guidati dal governo della Ddr. Polacchi (che ancora vedono aperto il problema dell'Oder-Naisse), tedeschi dell'Est e cecoslovacchi (che vogliono sanzionare la definitiva rinuncia tedesca alla zona dei Sudeti) sono riusciti a convincere il governo do Mosca di farsi promotore della richiesta avanzata a nome di tutto il blocco socialista, di "condizionare il ristabilimento di rapporti diplomatici con Bonn, ad effettive nuove concessioni sul problema del riconoscimento delle frontiere della Rdt e della disponibilità atomica" . 
Mosca teme che rapporti bilaterali tra la Rft e solo alcuni dei paesi sovietici, possa determinare motivi di frizione e di divisione nel Patto di Varsavia. 
Calzini giudica schizofrenica la politica del governo Kiesinger poiché alterna grandi aperture al mantenimento di punti fissi e di pregiudizi che, invece, andrebbero superati. A favore di un'accelerazione nella politica di distensione verso la Ddr, giocano alcuni dati derivanti da un sondaggio pubblicati nell'articolo di Calzini. 
Secondo questa indagine demoscopica il 60 % dei cittadini della Rft vuole una normalizzazione dei rapporti con l'altra Germania, il 26 % giudica necessario il riconoscimento della Ddr e solo il 19 % vorrebbe impiegare soluzioni forti e militari per risolvere la vertenza con Berlino Est e giungere, così, ad una riunificazione forzata caratterizzata da un assorbimento della Ddr entro in confini (e le alleanze) della Rft. 

La linea impostata da Brandt va proprio nel senso di un progressivo miglioramento dei rapporti con tutti i vicini tedeschi, ma tale nuova impostazione della politica estera è avversata da tutti quei democristiani legati "agli schemi del revanscismo e della guerra fredda" che non accettano, contrariamente alla Sdp, che la via della distensione passa per Mosca in quanto i sovietici dispongono della "chiave della soluzione del problema" .
Appare quasi impossibile a Calzini che si giunga ad un rapido e reciproco riconoscimento tra la Rft e la Ddr a causa delle rispettive rigidità e di oltre venti anni di incomprensioni. 
Occorrerebbe, quindi, cercare di aggirare l'ostacolo rappresentato dai rapporti diretti tra le due Germanie, giungendo ad un più ampio clima favorevole di distensione tra tutti i paesi interessati schierati nei due rispettivi blocchi: "la via della normalizzazione sembra passare, almeno in una prima fase, da un miglioramento nei rapporti con ambedue le Germanie degli stati al di qua e al di là della linea di divisione fra est e ovest" . 
In poche parole si dovrebbe procedere ad un miglior rapporto tra tutti i paesi socialisti e la Rft e, simultaneamente, ad un miglioramento delle relazioni tra la Ddr e i paesi occidentali per poi giungere ad avere una normalizzazione diretta nei rapporti tra la Germania occidentale e quella orientale. 
Calzini torna a sottolineare come si trovi nella positiva soluzione dei rapporti tra le due Germanie la possibilità di giungere ad una distensione europea e ad una normalizzazione dei rapporti tra est e ovest che passa inesorabilmente attraverso un reciproco riconoscimento della realtà geopolitica uscita dalla II Guerra Mondiale. 
A seconda di come si svilupperà il dialogo diplomatico inerente alla questione tedesca si saprà quale aspetto assumerà l'Europa nei decenni futuri. 
Calzini non nasconde la propria simpatia per una nuova struttura europea che veda i governi occidentali trattare direttamente, sul modello della Francia di De Gaulle, con Mosca e con le altre capitali di oltre cortina, ma ciò porterebbe ad un rimescolamento delle alleanze internazionali che avrebbero come primo effetto l'esclusione degli Stati Uniti dallo scacchiere diplomatico occidentale. 
Tale sviluppo della prospettiva diplomatica appare abbastanza improbabile proprio perché essa implicherebbe l'esautorazione degli Usa, che restano il maggiore partner politico e commerciale degli altri stati occidentali.

Un riassunto delle vicende politiche tedesche del II dopoguerra compare in un contributo di Sergio Segre apparso nella primavera del 1968 su Critica Marxista, bimensile comunista diretto da Emilio Sereni. 
Segre torna ad esprimere molte delle preoccupazione che abbiamo già trovato contenute nei suoi articoli apparsi su Rinascita negli anni 1966-67, ma la novità peculiare di questo editoriale è rappresentata dall'attribuzione alla sola Cdu-Csu della responsabilità della fase di stallo dei rapporti con l'Est. 
I partiti moderati tedeschi hanno avuto, fin dal 1945, la grave colpa di aver rinfocolato le varie spinte nazionalistiche presenti, ma sopite, in seno alla società della Rft. 
Il primo a compiere questo grave errore di calcolo fu Adenauer che giocò "la carta del nazionalismo" per "strappare agli Stati Uniti e ai loro alleati tutta una serie di concessioni tese a <riabilitare> la Germania" . 
Questa ripresa delle tentazioni egemoniche tedesche sono andate a tutto vantaggio dei movimenti neonazisti come la Ndp che sono sorti e prolificati in questo ventennio, fornendo un valido ausilio, seppur indirettamente, a quei settori democristiani rappresentati da Strauss che vogliono impedire ogni dibattito a riguardo della normalizzazione dei rapporti con l'altra Germania, che Segre vede, invece, come una delle protagoniste di un processo di pace e di distensione. 
Strauss fa paura per lo spirito di rivalsa e di revanscismo di cui si fa portatore. 
Invece, in queste pagine, si elogia la Spd che, nell'azione di governo dei suoi uomini, si sta adoperando per la pace e per lo sviluppo di relazioni amichevoli con i vicini paesi comunisti partendo dal presupposto, ormai diffuso tra i dirigenti socialdemocratici, del "riconoscimento della realtà europea e tedesca" . 
Segre, come di consueto, termina il proprio intervento auspicando una decisa presa di posizione dei partiti e del governo italiano nel senso di una nuova linea politica completamente svincolata dalla dottrina Hallstein che è stata ritenuta superata pure a Bonn: "l'interesse dell'Italia, la sicurezza e le stesse prospettive democratiche del nostro Paese, richiedono che si metta tutto in opera per assicurare un appoggio concreto alle forze democratiche della Germania dell'Ovest" . 
Il governo Moro è invitato a procedere al più presto al "riconoscimento dell'esistenza di due Stati tedeschi e la normalizzazione delle relazioni con la Repubblica democratica come passi in direzione di una politica di superamento dei blocchi contrapposti e di costruzione di un sistema di sicurezza collettivo" . 

Nel marzo 1968 i socialdemocratici si riuniscono a congresso a Norimberga e in questa sede il loro leader Brandt nella sua replica finale assume una posizione tendenzialmente favorevole al riconoscimento dei confini con la Polonia. 
I toni e la formula usati da Brandt (che è anche Ministro degli Esteri e che, in virtù di tale carica, non può certamente distaccarsi dalle linee ufficiali assunte dalla cancelleria) sono molto ambigui, lasciano aperte più interpretazioni e hanno fatto riversare sul Presidente della Spd una marea di critiche, sia da destra, sia da sinistra.
Di tutto questo da notizia un articolo di Sergio Segre apparso su Rinascita di fine marzo . 
Brandt si era espresso per "il riconoscimento, o, altrimenti detto, il rispetto della linea dell'Oder-Neisse sino alla sistemazione del trattato di pace" . 
L'ambiguità di questa formula sta nel fatto che essa non dice se il confine con la Polonia sia da ritenersi valido e riconosciuto per sempre o se, invece, si tratti solo di una eventuale soluzione temporanea. Nelle parole di Brandt si potrebbero trovare entrambe le opzioni e ciò ha provocato reazioni negative sia da destra, sia da sinistra di cui Segre da notizia citando diversi editoriali (alcuni favorevoli, altri no) apparsi su giornali italiani a riguardo delle dichiarazioni del Ministro degli Esteri di Bonn. 
C'è stato chi "ha accusato Brandt di essersi spinto troppo in avanti rispetto alle posizioni tradizionali di Bonn e chi lo ha accusato, invece, di aver usato un tono eccessivamente ambiguo con questo riconoscimento pro tempore" . 
Per Segre quella di Brandt era stata un'apertura diplomatica storica, ma "la Spd non ha avuto sufficiente coraggio: ha detto, ma non ha detto, ha sentito l'esigenza di misurarsi con la realtà in modo diverso al passato ma non lo ha fatto sino in fondo, per cui si è trattato, soprattutto, di un congresso di transizione" . 

Comunque il congresso di Norimberga viene visto e valutato in maniera positiva da Segre perché i socialdemocratici hanno acquisto alcuni punti fissi come il fatto che "il superamento della divisione della Germania può essere ottenuto solo attraverso la distensione e il superamento della divisione dell'Europa […] che l'unità del Paese non è adesso all'ordine del giorno della politica internazionale […] Questo significa contemporaneamente che la Repubblica democratica tedesca esisterà per un tempo non prevedibile" . 
Ma l'azione diplomatica del leader socialdemocratico viene ostacolata, secondo Segre, dalla formula di governo di Grande Coalizione che, formata in un momento di crisi dei democristiani, si sta rivelando un danno per la Spd che ha perso voti in tutte le elezioni tenutesi dopo la formazione del governo Kiesinger. 
L'incompatibilità tra il programma riformatore e distensivo in politica estera di Brandt e quello nazionalista di Strauss è sottolineato da Segre come l'ennesimo motivo per cui i socialdemocratici dovrebbero abbandonare il governo federale di Bonn ed assumere posizioni ancora più avanzate nel tema dei rapporti con l'Est.
In conclusione del suo editoriale Segre rivolge l'ennesimo appello al governo ed alla diplomazia italiana che vengono invitati ad assumere una nuova posizione diplomatica verso il riconoscimento della Germania democratica adoperandosi in maniera attiva perché ciò avvenga. Sarebbe compito del nostro governo non esitare oltre e agire "per una normalizzazione delle relazioni con la RDT" assicurando "un contributo non soltanto alla soluzione ad uno degli aspetti del problema (della distensione in Europa, N. d. A.), ma di questo nel suo insieme" tenendo conto che il processo di pace "è destinato a riflettersi positivamente sulla vita interna di ogni singolo paese" .

Nell'aprile 1968 compare su Civitas una breve nota in cui si parla della politica di apertura di Bonn (senza mai citare Brandt) nei confronti dell'Est Europa senza, però, specificare in cosa consistano queste novità nello specifico. 
Una descrizione di quanto avvenuto al congresso di Norimberga viene offerta da Ezio Unfer su Mondo Operaio . 
L'ala moderata della Spd è uscita vincitrice, ma su molte tematiche sono stati accettate alcune proposte della sinistra interna. Il congresso ha visto Brandt imporsi "come non mai leader indiscusso a tutte le forze del partito" . 
Si passa poi a tracciare un bilancio dei cinque mesi di governo in coabitazione con la Cdu-Csu. L'unico che può vantare una serie di successi è Schiller, Ministro dell'Economia, che si è caratterizzato come "abile timoniere della politica economica" , mentre il suo collega ai trasporti Leber ha incontrato ostacoli insormontabili nella realizzazione de suo piano di ristrutturazione del settore. 
La stessa politica estera della coppia Brandt-Wehner è stata boicottata da settori della destra democristiana, ma nonostante queste opposizioni alcuni successi (trattati con la Romania e la Jugoslavia) sono stati raggiunti, anche se sono ancora insufficienti. 
L'assise socialdemocratica si è espressa a favore dell'approvazione delle leggi d'emergenza con soli quattro voti di scarto (147 a 143) e dopo che Brandt aveva ribadito di avere ottenuto da Kiesinger delle modifiche in senso più liberale e garantista nella stesura dei provvedimenti speciali. 
La sinistra interna ha ottenuto l'abbandono della riforma in senso maggioritario della legge elettorale che "se da una parte potrebbe impedire la rappresentanza della NPD al Bundestag, dall'altra servirebbe magnificamente alla CDU a conquistare la maggioranza assoluta in un periodo in cui la SPD nelle ultime elezioni regionali e comunali ha mostrato un deciso regresso" . 
La maggior svolta si è avuta in politica estera. Ufner cita il discorso di Brandt relativo al confine dell'Oder-Neisse e, pur sottolineandone una certa ambiguità, lo interpreta positivamente vedendo in esso una decisione della Spd al "rispetto dello status quo europeo ed impegno a non mutarlo con la forza" . 

Ultimo capitolo affrontato dai congressisti socialdemocratici è stato quello dei rapporti con i giovani: dopo la condanna di ogni violenza ("la plebe resta plebe anche se vi si vedono molti giovani […] intolleranza e terrore, sia provenienti da destra che da sinistra, non devono usare la libertà per distruggerla" ) Brandt ha sottolineato l'importanza dell'impegno giovanile in politica come motore del progresso e dello sviluppo della democrazia. 
È sottolineata l'importante novità per cui per la prima volta nella storia tedesca i giovani politicamente impegnati non si trovino su posizioni nazionalistiche, ma, invece, si siano schierati a sinistra. 
Sullo stesso numero di Mondo Operaio si da notizia dell'attentato subito dal leader studentesco Rudi Dutschke ad opera di un giovane neonazista "ventitreenne ammiratore di Hitler e di Napoleone" .
Fu questo il fatto più rilevante e più drammatico del '68 tedesco.
Su questo grave fatto Luigi Pestalozza redige un lungo articolo su Rinascita e prende posizione a favore degli studenti accusando la dirigenza di Bonn di gravi violenze nei loro confronti e di usare un doppio livello di valutazione: tolleranza sostanziale verso la Npd e forte repressione verso i movimenti studenteschi giovanili. 
Pestalozza descrive con grande enfasi la grande partecipazione giovanile e studentesca alle manifestazioni di protesta del 15 aprile avutesi in tante città (Lubeca, Esse, Francoforte, Amburgo) e soprattutto a Berlino Ovest dove migliaia di giovani sono sfilati invocando giustizia per il loro leader brutalmente ferito da un neonazista che ha dichiarato di aver provato ad assassinare Dutschke solo perché questi è comunista. 
Pestalozza individua nelle forze dell'ordine tedesche degli strumenti della repressione del potere di Bonn che è avverso a favorire una reale emancipazione studentesca e giovanile.
 
L'autore sottolinea (con l'intento di stupire il lettore) come sia stata "straordinaria la rapidità con cui si avvia la macchina della protesta" : la protesta è stata popolare e di massa e ha caratterizzato tutti gli ambienti sociali giovanili berlinesi; tutte le organizzazioni studentesche (sia comuniste, sia socialdemocratiche, sia di ogni altro orientamento democratico e avanzato) hanno preso parte a queste dimostrazioni di sdegno e di rabbia verso non solo l'attentatore di Dutschke, ma l'intero sistema politico della Rft.
L'obiettivo principale degli studenti è coinvolgere la pubblica opinione che, invece, rimane spesso estranea all'impegno politico soprattutto a causa della mancanza di un'adeguata informazione. 
Non è un caso, quindi, che i manifestanti abbiano preso d'assalto le sedi degli organi di stampa appartenenti al magnate dell'editoria Springer.
Pestalozza individua nel potente "industriale dell'informazione" uno dei massimi artefici e beneficiari della cappa di silenzio che ricopre dal 1945 la Germania federale. 
L'apatia del cittadino tedesco medio verso la politica è uno dei punti di forza degli elementi più reazionari della Germania (e del governo) di Bonn. 
In tal senso, oltre che l'opera di disinformazione svolta da Springer, va individuata la tendenza della polizia a descrivere i giovani dimostranti come semplici teppisti contro cui usare le maniere forti cercando così di isolarli sia dalla cittadinanza comune, sia dalla classe operaia, potenziale (ed esplosiva) alleata della contestazione giovanile.
 
I giovani di Berlino sono pienamente consci di ciò e per questo motivo il primo obiettivo delle loro manifestazioni è divulgare l'idea che "l'attentato non è opera di un singolo, fanatico nazista, […] ma è il frutto del sistema, del clima politico tedesco" per cui la protesta risulta "diretta precisamente contro il sistema" facendo dell'attentato a Dutschke "il punto di riferimento per un'azione di ampio respiro, che investe il regime, i suoi aspetti peculiari" .
L'idea che nella Rft ci sia un regime da avversare è propria di Pestalozza e si trova tendenzialmente in conflitto con la linea (come si è visto più moderata e realista) espressa in altri articoli da Sergio Segre.
I giovani berlinesi vogliono realizzare una società più moderna e più democratica, in cui non prevalgano gli interessi economici forti e precostituiti come quelli di Springer che viene individuato come l'anima nera e reazionaria della Rft, uno dei massimi responsabile del clima di sostanziale apatico disinteresse in cui il cittadino medio vive non curante (o forse proprio ignorandoli) dei grandi avvenimenti nazionali ed internazionali.
Pestalozza denuncia come la nuova sinistra berlinese sia sostanzialmente isolata rispetto ai tradizionali settori della sinistra poiché è separa dalla classe operaia. Ciò avviene non per responsabilità dei movimenti giovanili, ma perché la classe operai tedesca è sostanzialmente moderata e conservatrice non aperta al confronto con le esperienze alternative allo stutus quo. 
Luigi Pestalozza torna sul tema della nuova sinistra tedesca con un articolo apparso una decina di giorni dopo l'attentato a Dutschke in cui cerca di fornire una mappa delle forze politiche dell'estrema sinistra tedesca. 

A sostegno delle organizzazioni socialiste autonome come la Sds ci sono anche molti quadri intermedi dei sindacati che, contrariamente ai vertici ufficiali, non si sono allineati alla linea ufficiale della Spd a favore delle leggi eccezionali e della collaborazione di governo con i democristiani. 
È proprio la lotta alle leggi d'emergenza (alla cui partecipazione i sindacati si sono detti favorevoli in cambio dell'aumento delle fabbriche in cui gli operai sono compartecipi della gestione aziendale) che unifica i vari spezzoni del movimento alternativo extraparlamentare e settori della tradizionale sinistra socialdemocratica. 
Il principale avversario di questi giovani marxisti non è tanto il governo di Bonn, ma piuttosto la stampa tedesca nel suo complesso in cui, sotto i diktat di Springer, vengono presentati come "invasati distruttori come mistici apostoli, biondi e nibelungici, del male e del delitto, disperatamente isolati in una società solida e sicura di sé" . 
Su questa posizione, accusa Pestalozza, si è schierato anche l'inviato a Francoforte de Il Corriere della Sera, Enzo Bettizza, che contribuisce, con i suoi articoli, a diffondere un clima di paura e di ostilità verso i giovani marxisti tedeschi. 
Tale clima di terrore e di sicurezza fomentato dalle maggiori testate conservatrici tedesche ed internazionali potrebbe essere propedeutica alla messa fuorilegge della Sds come vorrebbero alcuni socialdemocratici come Benda e la Csu di Strauss. 
Anche se i giovani socialisti marxisti non verranno estromessi dall'agone politico con la forza, le campagne di stampa orchestrate da Springer avranno raggiunto, comunque, l'obiettivo di facilitare e velocizzare l'approvazione delle leggi eccezionali proposte a suo tempo da Erhard e fatte proprie dalla coppia Kiesinger-Brandt.
Pestalozza descrive una situazione di grande fermento, pronta ad esplodere da un momento all'altro in cui si cominciano a vedere i primi segnali di cedimento anche nel modo dell'informazione. Infatti i giornali non di proprietà di Springer si sono rifiutati di autocensurarsi e di non dare notizie obiettive delle dimostrazioni studentesche: "si allarga il campo di chi non è disposto al mestiere del manipolatore delle coscienze" . 
Pestalozza annuncia con grande enfasi e soddisfazione la diffusione e la maggiore importanza dei movimenti studenteschi poiché tali fenomeni dimostrano che la Repubblica Federale Tedesca non è più un "esempio di ordine e di disciplina capitalistica" ma sta diventando una "situazione apertasi a una trasformazione dei suoi rapporti interni, passibile di ulteriori sviluppi" . 

La Grosse Koalition e i vertici sindacali sono i massimi freni alla realizzazione della trasformazione auspicata dai giovani marxisti animatori del '68 tedesco-occidentale. I sindacati vengono dipinti da Pestalozza come una struttura burocratizzata e tendente ad imbrigliare le spinte più progressiste in esse presenti. 
I sindacati vengono analizzati come elementi separati dalla classe operaia: "i sindacati non vogliono necessariamente gli operai, se non nel senso di una organizzazione potente che li controlla e li condiziona in larga misura" . 
La stessa classe operaia tedesco-occidentale viene separata tra giovani e vecchi operai: i primi sono naturali alleati degli studenti e sono sostenitori delle loro lotte, mentre i più anziani vengono assimilati ai vertici socialdemocratici come elementi di freno in quanto "coinvolti da vent'anni nella logica corruttrice, piccolo borghese del sistema" . 
Pestalozza conclude il proprio intervento auspicando una continuazione ed una maggiore incisività delle azioni politiche dei giovani marxisti che, sfruttando anche le difficoltà dell'economia e dell'industria tradizionale in particolare, potranno concentrarsi essenzialmente su pochi obiettivi "unità tutte le forze di opposizione che si oppongono alla Grande Coalizione […], combattere le leggi eccezionali […], per combattere la catena Springer […], lotta contro il riarmo atomico" .
Adolfo Scalpelli fornisce, su Rinascita del 3 maggio 1968, una preoccupata ricostruzione degli affari di Springer. 
Tale articolo può apparire come l'ideale e naturale proseguimento di quello di Carlo Belihar comparso su Mondo Operaio nel dicembre 1967 e di cui ho parlato nel capitolo precedente. Più che ricostruire l'entità e la potenza di fuoco dell'organizzazione dell'editore di Amburgo, Scalpelli preferisce analizzare e denunciare l'uso perverso che Springer fa dei suoi giornali a favore delle tesi e degli elementi più reazionari della Rft. 
Accanto ad una tradizionale campagna elettorale a favore delle destre, Springer compie un'azione ancora più insidiosa: manipola psicologicamente le coscienze dei cittadini tedeschi, rendendoli come dei potenziali sostenitori delle proprie opinioni politiche estremiste. 
Per ottenere ciò "promuove il processo di spoliticizzazione a tutti il livelli sociali" in modo da tenere "in uno stato di immaturità politica e completamente digiuno di ogni cognizione storica e giuridica" il lettore dei suoi giornali che permettono di "sapere senza pensare" . 
L'aspetto preoccupante dell'attività imprenditorial-giornalistica di Alex Springer è rappresentato non tanto dalla situazione di monopolio in cui opera, ma dall'uso che ne fa a favore di una propria personale strategia politica nazionalista e di un narcisismo dai tratti morbosi. 
Celebrando il Natale 1957 ha detto che "Prima realizzeremo la riunificazione mondiale, poi andremo a Berlino e faremo un giornale come il mondo non ha mai visto. E poi creeremo un popolo tedesco come il mondo non ha mai visto" . 
In seguito ha poi rincarato la dose affermando che "Lo crediate o no, sarò io a fare l'unità della Germania".

Il commento adatto a dichiarazioni di questa portata e gravità non può che corrispondere con le parole usate dallo stesso Scalpelli "Una dichiarazione pericolosa, ma non certo originale" .
Le dinamiche più interessanti descritte da Scalpelli sono le modalità attivate da Kiesinger per risolvere il problema: è stata istituita una speciale commissione composta da giornalisti, giuristi ed editori, questi ultimi rappresentati proprio da Springer. 
Una volta che la commissione aveva prodotto un testo fortemente restrittivo nei confronti dei monopoli, Springer si è dimesso con l'intento di far naufragare l'iniziativa.
Gli altri membri della commissione sono rimasti al loro posto permettendo la continuazione dei lavori che, però, si sono insabbiati a causa dei conflitti tra i singoli esperti (tutti rappresentanti di specifici interessi particolari): dimettendosi Springer non è riuscito a far chiudere la commissione di controllo sui monopoli, ma è riuscito ugualmente a impedirle di raggiungere un successo ottenendo così un duplice risultato. 
Da un lato mantiene intatto il proprio monopolio, dall'altro può sempre screditare quei membri della commissione a lui avversi accusandoli di essere stati incapaci di trovare una soluzione ad un problema che proprio loro aveva sostenuto di volere di risolvere.
Non è quindi un caso, conclude Scalpelli, che la battaglia degli studenti e degli intellettuali sia stata rivolta "contro questo mastodontico impero che viola la libertà di pensiero" e, così facendo anche se tra incertezze e contraddizioni hanno attaccato "la costruzione monopolista tedesca in un punto molto sensibile" .

Una seria analisi della situazione interna alla Spd e più in generale di quella di tutta la Rft viene offerto da un intervento di Ezio Unfer apparso sulle pagine di Mondo Operaio nel giugno del 1968. 
Unfer prende il via dalla recente sconfitta socialdemocratica nel Baden Wuettemberg dove il partito ha perso oltre il 7 % dei voti rispetto al 1964, passando dal 37,3 % al 29 % dei suffragi. 
Contrariamente all'opinione diffusa secondo cui la Spd perderebbe voti a sinistra a causa della collaborazione con i democristiani, Unfer crede invece che il partito di Brandt stia subendo un logoramento (nel caso del Baden Wuerttemberg si tratterebbe di una vera e propria emorragia) alla propria destra, a vantaggio dei liberali (unica opposizione democratica e costituzionale alla Grosse Koalition) e della Cdu (che è in lieve flessione a seguito dell'erosione perpetuata dalla Npd). 
Poiché il bilancio del primo semestre di governo presentati da Brandt a Norimberga è stato tutt'altro che entusiasmante, avviene che "molti elettori recentemente acquisiti dalla SPD spaventati dall'estremismo di sinistra del movimento studentesco e incapaci di seguire il partito nelle scelte coraggiose che sta delineando in politica estera hanno cercato ancora una volta rifugio nella democrazia cristiana e nei liberali" . 
Una piccola perdita di voti vi è stata anche a sinistra a seguito dell'appoggio determinante dato dal partito all'approvazione delle famigerate leggi d'emergenza. 
Unfer si rammarica per la sconfitta socialdemocratica poiché la Spd è "l'unico partito che ha preso chiaramente coscienza che tanto prima la Germania riconoscerà la situazione derivante dai nefasti hitleriani tanto meglio sarà per la democrazia tedesca ed europea e per la pace mondiale" .
 
Il problema più immediato che viene individuato per il partito di Brandt è rappresentato dalla posizione da assumere nel governo di Bonn dopo la sconfitta elettorale nel Baden Wuerttemberg. Se la Spd abbandonasse repentinamente l'esecutivo federale si andrebbe inesorabilmente verso elezioni anticipate che segnerebbero una grave sconfitta per la sinistra che ci arriverebbe impreparata. 
La continuazione della collaborazione governativa con gli uomini di Kiesinger e di Strauss, invece, rischierebbe di logorare ancora di più il partito socialdemocratico facendogli perdere altri consensi. 
La Spd ha una sola possibilità per non rimanere schiacciata dal corso degli eventi: costringere il governo federale a prendere decisioni in politica estera di "estrema importanza" , ossia lo stabilizzare e normalizzare i rapporti con la Ddr e con la Polonia (riconoscendo il confine dell'Oder-Neisse) e il far aderire la Germania federale al trattato di non proliferazione atomica. 
Brandt ha da tempo, sia come Presidente del partito, sia come Ministro degli Esteri, sposato una politica di distensione, tanto che a Vienna ha dichiarato che la Germania federale "non ha alcuna pretesa territoriale" verso i paesi dell'est "neppure verso la Ddr" , con cui "ha intenzione di ricercare una forma di collaborazione nell'ambito di una più vasta collaborazione europea, Unione Sovietica compresa" .
Brandt ha anche pubblicamente dichiarato la "rinuncia all'uso della forza […] con una graduale riduzione delle armi atomiche" dispiegate in Europa. 

Questa apertura diplomatica del Ministro degli esteri tedesco-federale avveniva poco tempo dopo che i sovietici avevano schierato loro testate atomiche a Pankow, nella Ddr e con la benedizione di Ulbrich. 
Unfer teme che questa ripresa delle tensioni e dell'attività sovietica nella Germania orientale serva ai conservatori di Bonn da pretesto per impedire a Brandt di firmare, a nome del governo tedesco-occidentale, il trattato di non proliferazione atomica. 
Il giornalista socialista elogia la mossa diplomatica che Brandt ha adottato come risposta a questo irrigidimento delle trattative: ha incontrato in gran segreto l'ambasciatore sovietico a Berlino Est e lo ha invitato a riprendere le trattative e a far pressioni su Ulbricht perché si adoperi anch'egli in tal senso. In caso contrario, teme Brandt, i nazionalisti di Bonn (Npd e settori reazionari presenti nella Cdu-Csu) avrebbero gioco facile nell'isolare Brandt e nel riadottare una politica estera sul modello della dottrina Hallstein. 
Questa opzione non è nell'interesse né delle forze democratiche della Germania occidentale, né dei paesi socialisti (Ddr e Urss in primis), né, tantomeno, dell'Europa nel suo insieme: gli unici a guadagnarci sarebbero Strauss e i suoi uomini. 

Un'interpretazione differente della sconfitta socialdemocratica nel Baden Wurttemberg la si può trovare in un articolo di Luigi Pestalozza apparso ai primi di maggio su Rinascita. 
In questa sede si imputa la perdita di voti socialdemocratica all'eccessiva moderazione assunta dal partito di Brandt che, lasciando la Germania federale senza una reale opposizione ha consegnato una buona parte del proprio elettorato alle forze neonaziste. 
Benché ciò possa apparire paradossale Pestalozza individua nel successo della Npd una parte di voto proveniente dal tradizionale elettorato di sinistra moderata che è ha votato per l'estrema destra a causa della "delusione nei confronti della socialdemocrazia per la mancata tutela di fronte alla ripresa economica industriale e del grande capitale" .
Per il resto l'elettorato del partito di von Thadden sarebbe costituito da piccoli borghesi, commercianti e pensionati; tutte categorie in cui serpeggia scontento per l'eccessiva pressione fiscale e per l'insicurezza nascente dopo anni di continua e inarrestabile crescita. Altro punto di forza della Npd viene individuata "nello scontento, nelle campagna, dei piccoli proprietari soprattutto colpiti, come le altre categorie, dalle conseguenze della recessione di un anno fa, non del tutto riassorbita. In particolare l'agricoltura, tuttora vittima di una politica che la sacrifica ai piani del MEC" . 
Da quest'analisi fornita da Pestalozza la Npd esce descritta come il tradizionale partito di estrema destra, tendenzialmente reazionario, con la confluenza dei nostalgici del passato e di coloro che hanno paura del futuro, un futuro in cui non vedono più sicurezza per sé e per il mantenimento della propria condizione attuale. 
Tutte queste categorie possono trovare nella Npd e nei fenomeni politici ad essa assimilabili una valvola di sfogo in cui scaricare le proprie frustrazioni e le proprie paure.
Non vengono individuati come elettori della Npd i borghesi ed i cittadini medi "amanti dell'ordine" poiché, polemicamente, si afferma che essi sono garantiti dalla Grande Coalizione e dai tradizionali partiti governativi. 

La parte più polemica dell'articolo di Pestalozza è riservata alla persona del cancelliere Kiesinger che, come il gruppo dirigente democristiano e alcuni socialdemocratici, tende ad equiparare e a mettere sullo stesso piano i movimenti socialisti e marxisti dell'estrema sinistra e i neonazisti della Npd. 
Anzi, per il cancelliere e il Ministro degli Interni Benda (Spd), appaiono più pericolosi i movimenti studenteschi e i comunisti che, fino ad ora invano, hanno chiesto di potersi ricostituire in partito legale ed uscire, così, dalla clandestinità. 
L'autore è scandalizzato dal fatto che nel mentre si continua a vietare la costituzione di un partito comunista tedesco e, alcuni, vorrebbero mettere fuori legge la Sds, il cancelliere Kiesinger si limiti a dichiarare che la Npd va solo "tenuta sotto controllo" , come se l'esistenza del partito di von Thadden servisse alla coppia Kiesinger-Strauss come un'arma di ricatto da brandire nei confronti di Brandt e di quella parte della dirigenza socialdemocratica più avanzata che comincia a dare segni di insofferenza nei confronti dell'immobilismo in cui versa il governo federale. 
Pestalozza fa affidamento sull'onestà intellettuale e sulla lungimiranza politica di Brandt affinché si opponga ad ogni tentativo autoritario nei confronti degli studenti e alla messa in stato di illegalità della Sds. Della Sds e delle altre organizzazioni della sinistra estrema ("l'altra Germania" come le definisce l'autore) si da una breve descrizione dell'organizzazione interna, per lo più costituita da sociologi (studenti e professori) e da giovani economisti che vorrebbero realizzare una società in cui il potere delle organizzazioni multinazionali e del grande capitale fosse o abbattuto o fortemente ridotto. 
Il carattere extraparlamentare della Sds viene sottolineato come un tratto caratteristico del movimento a cui merito va ascritta la forte (e proficua) azione di proselitismo che da un anno sta compiendo nei confronti non più solamente degli studenti universitari, ma anche di quelli medi. 
A questo punto Pestalozza vuole puntualizzare quali sia le reale e corretta natura e definizione della Sds: "non è un movimento studentesco, ma si presenta come un movimento politico di studenti, sorto fra gli studenti che hanno saputo sviluppare una coscienza critica e antagonista al sistema […] fino a capire che il loro antagonismo e la loro critica sarebbero stati politicamente validi in quanto si fossero riempiti di contenuto socialista, avessero trovato una verifica classista" . 
La Sds rimane un movimento prettamente giovanile e intellettuale e rappresenta una grande novità in questo settore perché per la prima volta le nuove generazioni non sono attratte dal nazionalismo, ma dal marxismo, anzi i giovani non recepiscono più nazionalismo e anticomunismo "come problemi loro attuali" .
Il limite della Sds è di essere una forza astensionista, ossia che rifiuta di costituirsi in partito organizzato e di partecipare alle consultazioni elettorali, non potendo, quindi, rappresentare una forma di espressione parlamentare delle posizioni della sinistra classista e alternativa. 
Pestalozza evidenzia quindi la necessità pratica, oltre che morale, che si permetta la ricostituzione nella Repubblica Federale Tedesca di un partito comunista legale, che, nell'auspicio dell'autore, sarebbe in grado di raccogliere a livello elettorale il disagio e lo scontento giovanile e di sinistra. 
Le opposizioni alla ricostituzione di un partito comunista nella Rft sono ascritte alla volontà dei vertici della Cdu di ricreare, attraverso la coalizione nero-rossa il tradizionale modello paternalistico bismarckiano e adenaueriano, in cui, attraverso poche (e piccole) riformette e tanta retorica si cerca di accontentare tutti i ceti sociali. Più di ogni parola ciò può essere descritto dalla vignetta pubblicata a corollario dell'artico di Pestalozza e tratta dal Vorwerst. 
Si vede un Kiesinger bifronte: quello di destra ben vestito e con il classico elmetto prussiano si rivolge ad una coppia di coniugi borghesi (si noti che il marito ha in tasca una copia della Bild edita da Springer) con fare rassicurante, mentre quello di sinistra è più informale nell'abbigliamento e dialoga, con atteggiamenti paternalistici, con una coppia di giovani studenti .

Su Civitas del maggio 1968 Mino Brunetti offre un'interpretazione peculiare e nuova della questione tedesca. 
Il commentatore democristiano si trova, quasi paradossalmente, sulla stessa lunghezza d'onda di Segre e degli editorialisti della sinistra comunista, nel denunciare come la Grosse Koalition abbia lasciato la Germania occidentale senza una reale opposizione costituzionale (i liberali sono numericamente troppo esigui) a tutto vantaggio dei neonazisti: la coalizione nero-rossa ha avuto il merito di creare "condizioni di equilibrio politico nel paese. Ha però uno svantaggio: quello di eliminare, in pratica, un'opposizione parlamentare" .
Brunetti è sinceramente allarmato dall'avanzata dei neonazisti di von Thadden ed invita le autorità di Bonn ad adoperarsi in maniera più incisiva per cercare di contenere i danni nefasti prodotti dalla Npd.
Si compie un'analisi molto accurata dei movimenti studenteschi che da oltre un anno sono al centro della scena politica tedesca. Viene avanzato un paragone tra i dimostranti della Rft e quelli di altri paesi nordici come la Svezia e la Gran Bretagna: da ciò si evidenzia la superiore preparazione dei giovani tedeschi che, contrariamente ai coetanei scandinavi ed inglesi, non si limitano a protestare solamente, ma sono anche propositivi o, per lo meno, sviluppano in maniera razionale le proprie lotte avendo individuato almeno un obiettivo principale su cui dirigere i loro sforzi e le loro rivendicazioni. 
Se gli studenti di Stoccolma e di Londra vengono presentati come protestatari "che non avevano programmi da proporre" la cui protesta "non andava al di là dell'aspetto <distruttivo>, non investiva né la politica né, concretamente, il <sistema>" , gli studenti tedeschi vengono indicati come persone che hanno un preciso programma che verte su di un punto fondamentale, che è rappresentato dalla riforma della scuola. 
Contestano, secondo Brunetti, lo stesso principio di autorità e di disciplina cieca e senza obiezioni che regola da secoli il sistema scolastico tedesco. In alternativa propongono un modello sociale alternativo, più democratico in grado di coinvolgere maggiormente gli individui e le masse fino ad ora escluse (per scelta o per imposizioni) dal processo decisionale nella Germania di Bonn. 
Queste rivendicazioni sembrano trovare una non troppo velata condivisione da parte del giornalista democristiano che nel corso del suo articolo simpatizza apertamente con gli universitari.
Brunetti contesta che l'ideologia ispiratrice e portante del movimento di protesta sia il comunismo, o per lo meno sia il comunismo come conosciuto in occidente ed in Italia in particolare. Per i giovani della Ddr Kiesinger e Ulbricht sono due facce della stessa medaglia, due esponenti della stessa "borghesia" (atlantica o sovietica che sia) che essi vedono come il principale avversario contro cui scontrarsi per raggiungere i propri obiettivi. 

I punti di riferimento dei giovani studenti vanno ricercati in altri ambiti, non nella Ddr o a Mosca. Per trovare gli ispiratori ideali dei ragazzi tedeschi si deve tornare a Marx per poi spingersi fino a Mao, ma senza dimenticare tutto il blocco storico dei sociologi della cosiddetta "Scuola di Francoforte" e i principi ispiratori delle contestazioni avvenute nei campus universitari statunitensi. 
Possono apparire principi guida eterogenei ed anche in contraddizione fra di loro, ma hanno in comune due cose: l'ideale della progressiva emancipazione degli esclusi e l'uso della "provocazione e manifestazione permanente" per coinvolgere e attrarre a se il maggior numero di sostenitori. 
Brunetti li individua staccati dalla classe operaia tradizionale essenzialmente perché i lavoratori tedeschi vengono percepiti dagli studenti come una classe già integrata nel sistema, invece i seguaci di Duschke contestano il sistema alle sue stesse radici essenzialmente perché si sentono esclusi da esso. 
Quella di Brunetti è un'ottima analisi sociologica e politologica della situazione sociale interna alla Germania di Bonn che si conclude con l'auspicio che le autorità federali sappiano ascoltare il disagio e le rivendicazioni giovanili, mettendo in movimento un processo che, finalmente, faccia si che i cittadini tedesco-occidentali siano e sentano di essere finalmente parte importante della propria società e non più solo come utenti del grande benessere che la Rft ha prodotto, e messo a disposizione della maggior parte dei propri membri, nel II dopoguerra. 
Rinascita torna ad occuparsi della questione tedesca con due brevissime note di politica estera nella seconda e nella terza settimana di maggio. 
Non si tratta né di editoriali, né di commenti, ma semplicemente di un breve riassunto delle recenti consultazioni elettorali in cui si sottolinea l'allarmante avanzata della Npd (che si teme possa ottenere una cinquantina di seggi nel Bundestag che verrà eletto nel 1969) ed il progressivo e rilevante calo dei consensi per la Spd che si avvia verso una sconfitta prevista per le consultazioni federali dell'autunno 1969. 
L'unica alternativa per Brandt sarebbe rappresentata dall'abbandonare la coalizione con i democristiani e di presentarsi alla consultazione popolare su di una piattaforma caratterizzata fortemente a sinistra. 
Oppure, in subordine, potrebbe cercare di incunearsi nelle differenze esistenti tra Kiesinger e Strauss, provocando una rottura fra i due ed imponendo al cancelliere una svolta nell'azione di governo nel senso di "una maggiore capacità di iniziativa sia in politica estera che in politica interna" .
In queste due brevi note dal punto di vista dei fatti narrati e dei commenti prettamente riguardanti la situazione tedesca, non vi è nulla di nuovo che non fosse stato già preso in esame in precedenti e più ampi articoli. Ma i due brani sono interessanti perché sembrano scritti con un occhio rivolto alla situazione politica interna. 
La Spd, o per meglio dir la sua ala destra e favorevole ad una collaborazione acritica con Kiesinger e Strauss, viene paragonata al Psu italiano. Non a caso i moderati socialdemocratici tedeschi vengono definiti "i Tanassi e i Nenni locali" .
 
Il 19-20 maggio 1968 in Italia si sono tenute le elezioni politiche generali, le prime in cui Psi e Psdi si sono presentati uniti (Psu) e sono stati duramente puniti dall'elettorato. Il Psu ha avuto, infatti, oltre il 5 % dei voti in meno rispetto alla somma dei suffragi ottenuti separatamente da socialisti e socialdemocratici presentatisi divisi alle elezioni del 1963. Il settimanale comunista teme che la Spd, con la sua linea moderata e non aperta al dialogo con l'estrema sinistra (la stessa linea adottata dal Psu), finisca per andare incontro alla stessa bruciante sconfitta del partito di Nenni e di Tanassi. Ma la situazione tedesca sarebbe addirittura peggiore di quella italiana. 
Infatti "in Italia i voti sono andati a sinistra (i voti persi dal Psu sono stati in buona parte intercettati dal Pci e dal Psiup che hanno raggiunto, sommando i voti dei due partiti, un insperato 31,3 %, N. d. A.) mentre nella Repubblica federale andrebbero, in buona parte, con buona probabilità, ad ingrossare le fila dei neonazisti" .
Secondo il settimanale del Pci l'accordo tra i partiti socialdemocratici ed i democristiani si potrebbe rivelarsi, a Roma come a Bonn, un "abbraccio mortale" per i primi a tutto vantaggio dei secondi. 
L'autunno del 1968 segna il ventennale della nascita della Repubblica Federale Tedesca e della Repubblica Democratica Tedesca. Il "compleanno delle due Germanie" viene commentato con qualche mese d'anticipo da Sergio Segre su Rinascita nel giugno 1968.
Dopo aver ricostruito i fatti che portarono alla nascita dei due stati tedeschi ed alle tensioni fra le varie diplomazie relativamente al riconoscimento o meno dei medesimi, Segre procede ad esporre al lettore un proprio personale commento relativo alla situazione tedesca con una focalizzazione centrata sulle elezioni previste per l'autunno 1969 in cui si teme una grave sconfitta socialdemocratica ed una vittoria della Npd. 

Questi infausti avvenimenti, secondo Segre, avrebbero una naturale conclusione nell'approdo alla cancelleria di Bonn del leader bavarese Strauss che imporrebbe alla Germania un nuovo corso sia nella politica interna, sia in quella estera. Nella politica interna si assisterebbe ad un inasprimento della repressione e del tasso di autoritarismo verso i movimenti di protesta e nelle relazioni diplomatiche con gli altri paesi sarebbe scontata la cessazione delle pur tiepide aperture avanzate da Brandt e la ripresa di una politica di chiara impronta nazionalista.
Nel ricordare il ventennale della Rft Segre torna a denunciare i ritardi della politica estera tedesco-occidentale che ancora si rifiuta di riconoscere "che esistono, oramai, due Stati tedeschi, e che bisogna fare i conti fino in fondo con questa realtà" .
Segre esprime apprezzamento per l'attività svolta da Brandt che è osteggiata non solo dai circoli nazionalisti, ma anche dai suoi partner di governo democristiani che preferirebbero un rapido ritorno a forme di diplomazia più tradizionali sul modello della dottrina Hallstein, ma che in questo senso no trovano neanche più l'appoggio dei tradizionali alleati occidentali (Washington e Londra in primis) che, approfittando del clima di distensione internazionale, hanno deciso di "disinteressarsi degli interessi di Bonn" . 
La posizione avanzata di Brandt, però, risulta essere scoperta su due fronti, l'uno a destra, l'altro a sinistra. Per spiegare meglio questo fatto Segre cita Le Monde. 
Secondo l'organo di stampa francese il Ministro degli Esteri tedesco-occidentale si è assunto "l'ingrata missione di difendere la politica di distensione su due fronti: da una parte contro coloro che, sempre più numerosi all'interno della socialdemocrazia, rimproverano al ministro di no essere andato abbastanza avanti, specie nei confronti con la RDT, e, dall'altra parte, con la folla di coloro che, sui banchi democristiani, attendono l'occasione per portare il colpo di grazia a una politica che non hanno mai sostenuto se non a fior di labbra e controcuore" . 
Segre individua nelle Unioni cristiano-democratiche le responsabili della lentezza del processo di distensione e le fautrici di un eventuale ritorno al passato, ossia al nazionalismo tedesco più acceso e virulento. 
Alla Cdu-Csu "nulla importa che Bonn, anche in questo caso sia dalla parte del torto, poiché è stata la Repubblica federale a tirare la corda conducendo avanti una politica di annessione a freddo di Berlino ovest" .

L'invito che Segre rivolge a Brandt ed alla Spd è quello di sapersi presentare al corpo elettorale come una forza politica davvero innovativa, in grado di attrarre a se quelle forze nuove della società, scontente e frustrate che altrimenti potrebbero rivolgersi alla Npd. 
Il partito neonazista non viene temuto solo come una forza di estrema destra nostalgica, ma come un fenomeno molto più pericoloso e composito in quanto "intorno a von Thadden non si riuniscono soltanto i nostalgici dell'hitlerismo ma cominciano a raggrupparsi anche determinate forze sociali, come strati non trascurabili di contadini" .
Segre termina il proprio articolo con appello a tutte le forze democratiche europee affinché operino nella direzione del riconoscimento dell'esistenza dei due Stati tedeschi nati nel 1948 e che favoriscano "le forze di sinistra e democratiche della Germania occidentale a resistere alla pressione di destra e neo-nazionalistica" .

Su Rinascita del 12 luglio 1968 si ipotizzano le prossime dimissioni del Presidente della Repubblica federale Lubke (Cdu) a seguito di rivelazioni sul suo passato gravemente compromesso con il nazismo per le forniture fornite dalle sue aziende all'esercito tedesco utilizzate, tra l'altro, per la costruzione dei campi di concentramento e dei famigerati lager.
Altro argomento trattato nell'articolo è l'opposizione di Strauss e di Schroeder alla firma del trattato di non proliferazione nucleare sostenuto, invece, da Brandt. 
In questa diversità di posizioni tra i membri del governo di Bonn viene identificato una possibile causa di imminente crisi della Grosse Koalition ed aprire la strada ad una spirale negativa in cui la Rft rischia di essere risucchiata "per non aver superato il passato ed essersi rifiutata di riconoscere il presente (l'esistenza della Ddr e il confine Oder-Naisse con la Polonia, N. d. A.)" ponendosi così "sul medesimo piano inclinato che già condusse alla fine tragica della Repubblica di Weimar" .
L'autunno del 1968 segna l'inizio del reflusso del movimento studentesco tedesco che, dopo l'approvazione delle leggi d'emergenza ha perso uno dei suoi principali bersagli d'azione. 
La Sds, punta avanzata ed autonoma della lotta giovanile marxista contro il sistema nella Rft si riunisce a Francoforte a congresso per analizzare la situazione e programmare le azioni future. 
Ne da notizia un articolo di Giulietto Chiesa che, dopo aver brevemente riassunto i principali avvenimenti del '68 tedesco, procede a sottolineare le novità autocritiche espresse dai giovani congressisti . 
Il limite della Sds (che ne sta segnando una temporanea crisi) è nel non aver saputo collegarsi realmente con la classe operaia tedesca e di essere rimasta isolata dal grosso della società. La lotta contro l'autoritarismo e l'intolleranza del sistema di potere capitalistico tedesco restano alla base della stessa ragione d'essere della Sds, ma è lo strumento che viene proposto che è nuovo: si passa alla "resistenza attiva" .
Tale espressione indica lo sbandamento in cui il movimento: continuare a lottare con i mezzi tradizionali significherebbe essere duramente repressi e, invece, cessare le dimostrazioni sarebbe un segno di resa. 
Resta aperta, quindi, un'unica possibilità rappresentata dalla "azione diretta" , cioè un "tipo di condotta politica finalizzata a far saltare i limiti di tolleranza delle autorità. […]. Si tratta di una violazione sistematica delle <regole del gioco> che costringe chi le ha imposte a scoprirsi, esercitando apertamente quella violenza continuata che altrimenti riuscirebbe a mistificare nascondendola" .
Si passa, quindi, dal piano della protesta e della politica a quello dell'elaborazione teorica per cui si svolge "una funzione demistificante e pedagogica che si proietta al di fuori di coloro che l'hanno promossa consentendo una prima maturazione politica su cui si innesta, in seguito, l'azione di propaganda" .

Come si vede l'urto più forte delle proteste del '68 sta per essere riassorbito e gli stessi toni dell'articolo di Chiesa sono di cautela. Si è passati dall'entusiasmo degli articoli di Pestalozza, tutti propensi a sostenere gli studenti e ad enfatizzarne le azioni, ad una interpretazione più moderata e circospetta dell'articolo esaminato. 
Tale svolta è stata sicuramente influenzata e determinata dal dibattito interno al Partito Comunista sul '68 italiano. Nel partito di Longo è prevalsa una linea moderata e di diffidenza verso il movimento studentesco impersonata dalla figura dell'allora vicesegretario Enrico Berlinguer il cui influsso è ben presente nelle parole di Giulietto Chiesa.
Nell'ottobre 1968 Rinascita può annunciare con grande soddisfazione l'avvenuta rinascita del partito comunista in Germania. 
Dopo anni di clandestinità è stata permessa la ricostituzione di un partito dichiaratamente comunista che, tuttavia ha dovuto rinunciare al vecchio nome di Kpd assumendo quello di Dkp. 
La Dkp ha rinunciato ad ogni velleità rivoluzionaria, afferma di voler operare lungo la linea del "rinnovamento democratico e socialista, delle riforme di strutture, delle lotte popolari" . 
Gaetano Cortese e Roberto Papini ricostruiscono in un lungo articolo apparso sull'ultimo numero di Civitas del 1968, le principali caratteristiche della politica estera della Rft dal 1948 al 1968. 
Come abbiamo già visto per tutto l'era Adenauer la diplomazia della Germania federale applicò la dottrina Hallstein secondo cui, basandosi sul presupposto giuridico che il "Reich, malgrado la sua incapacità di agire dal punto di vista dal punto di vista politico esiste ancora dal punto di vista del diritto internazionale" , il governo di Bonn si riteneva "il solo governo legittimo ed eletto liberamente nel Reich, mentre la Repubblica Democratica sarebbe <un'entità politica> voluta dai sovietici e mantenuta con la forza , senza consenso popolare: non potrebbe essere un soggetto di diritto internazionale" .
 
Non vi era stato, quindi, alcun riconoscimento della Ddr da parte della Rft che, anzi, aveva invitato i paesi alleati a fare altrettanto, ritenendo un atto di ostilità ogni apertura al governo di Ulbricht.
All'inizio degli anni '60 il clima di distensione internazionale favorito dalla presenza ai vertici di Usa e Urss di J. F. Kennedy e N. S. Krusciov, fa sì che anche il problema del riconoscimento della Germania orientale si cominci ad affrontare in termini nuovi. 
Nel 1962 al congresso del proprio partito, il Ministro degli Esteri tedesco-occidentale in carica, Gerard Schroder (Cdu), avrebbe voluto iniziare un processo di normalizzazione dei rapporti con i paesi dell'Est. La destra democristiana e la Csu si oppongono duramente a ciò, ma nel 1963 cominciano a stabilirsi "missioni commerciali tedesche in Polonia, in Ungheria, in Romania" . 
La vera svolta arriva a partire dal 1966 quando, con la partecipazione socialdemocratica al governo e la nomina di Brandt agli esteri, si avvia "un nuovo corso, una nuova Ostpolitik, senza dichiarare pertanto decaduta la dottrina Hallstein" . 
Si stabiliscono contatti tra le due Germane e la Rft stabilisce relazioni diplomatiche con la Romania (1967), la Jugoslavia (1968) e avviene uno scambio di missioni commerciali con la Cecoslovacchia (1967). 

L'allargamento della zona d'influenza della Rft comporta che "Mosca, sentendosi minacciata invada la Cecoslovacchia (1968) ed inizia una dura campagna di stampa contro la Repubblica Federale" che viene accusata di voler attuare una nuova politica d'espansione sul modello di quella di Hitler. 
Cortese e Papini affermano di individuare una maggiore analogia tra la nuova politica di Bonn e la "drang nach Osten" di Bismarck e von Bulow: "a causa della sua struttura economica e della sua posizione geografica l Germania ha avuto sempre bisogno di un grande mercato che non ha trovato che all'Est" , area geopolitica verso cui, per l'appunto, ha cercato di estendere la propria influenza.
La Ddr teme di rimanere isolata da questa politica di riconoscimenti bilaterali tra Bonn e le altre capitali del blocco sovietico, per cui, forte dell'appoggio di Bresnev ha adottato un "dottrina Hallstein <al contrario>. Ogni apertura verso la Repubblica Federale viene considerata come un atto non amichevole" .
La Ostpolitik, alla fine del 1968, è in una situazione critica perché osteggiata dalla destra democristiana guidata de Strauss, che accusa Brandt "di essersi lasciato giocare dal governo di Pankow senza ottenere nessun risultato completo" e ritenuta troppo lenta e riduttiva dai liberali e dalla sinistra socialdemocratica che auspicano un'accelerazione nella ripresa dei rapporti diplomatici tra la Rft e i paesi socialisti, Ddr inclusa. 
Qualora alle elezioni previste per l'autunno del 1969 la Cdu-Csu avesse la maggioranza assoluta e volesse governare da sola "la politica dell'Est sarà di molto ridimensionata e la dottrina Hallstein sarà rivalutata" .
Nelle pagine di Cortese e Papini si trovano miscelati sia un apprezzamento per i passi in avanti avviati dal governo di Bonn lungo la via della distensione, sia un forte timore per il futuro. È chiaramente espressa l'apprensione degli autori per un ritorno al passato, ad un clima di rigidità tipico della prima fase della guerra fredda che sarebbe alimentato dalle nuove rigidezze di Mosca e di un eventuale governo tedesco-federale composto da soli democristiani in cui prevalesse la linea nazionalista e intransigente di J. Strauss e della sua corrente. 


(estratto) dalla TESI DI LAUREA 
     "Storia comparata 
dei sistemi politici europei"

Univ. Bologna. (anno 2000)
Candidato: Luca Molinari
Relatatore: Chiar.mo Prof Paolo Pombeni
 

vedi per altri fatti politici  STORIA DELLA GERMANIA


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