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POLITICA E PARTITI TEDESCHI 


1967
Commenti alla
GROSSE KOALITION

 Il 1967 non presenta avvenimenti di grande rilevanza: rappresenta piuttosto un "anno ponte", un periodo di transizione in cui politici, giornalisti e politologi riflettono su quanto avvenuto l'anno precedente e cominciano ad interessarsi ai presupposti di quella grande ventata di rivolta che sarà, universalmente, il 1968. 
L'interesse per quanto riguarda la genesi e le caratteristiche della svolta avvenuta a Bonn alla fine dell'anno precedente trovò grande eco su Mondo Operaio. 
Probabilmente la rivista di area socialista fu sostenitrice della nuova coalizione di governo tedesca essenzialmente per due motivi. 
Il primo di essi è sicuramente rappresentato dalla svolta auspica in politica estera: la presenza di Brandt e di Wehner faceva ben sperare quanti, in casa comunista e socialista, speravano in una normalizzazione dei rapporti tra le due Germanie come presupposto di una più ampia distensione europea tra i paesi appartenenti al blocco atlantico e quelli inseriti nel blocco diretto da Mosca. 
È da notare che a favore di una distensione europea era anche il Ministro degli Esteri in carica, il democristiano Amintore Fanfani che non mancò di svolgere alcune azioni diplomatiche in questo senso.

La seconda motivazione che fece assumere ai socialisti una posizione molto favorevole alla Grosse Koalition fu squisitamente di politica interna. Proprio nel 1966, dopo diciannove anni di divisione, i due partiti socialisti, il Partito Socialista Italiano (Psi) di Pietro Nenni e di Francesco De Martino e il Partito Socialdemocratico (Psdi) di Giuseppe Saragat (che ricopriva in quel periodo la carica di Presidente della Repubblica) e Mario Tanassi e Flavio Orlandi, si riunificarono dando origine al Psu, il Partito Socialista Unificato. Questa fu una breve e precaria esperienza che terminò con una nuova separazione nel 1969, appena tre anni dopo e il forte insuccesso ottenuto dal Psu alle elezioni legislative generali del 1968.
Il richiamo all'esperienza tedesca viene presentato dalla rivista socialista come un successo della linea socialista riformista rispetto all'intransigenza del comunismo: la Grande Coalizione può essere interpretata come una nota polemica nei confronti del Pci e come un sostegno alla linea governativa italiana di centro-sinistra che cominciava, dopo il 1964, a dimostrare molti dei suoi limiti e che incontrava opposizioni (implicite ed esplicite) in ampi settori (soprattutto moderati e conservatori) della società e della politica italiana.
 
L'assimilare la nuova coalizione di governo tedesca all'esperienza di centro-sinistra italiana ed alle altre formule di governo del genere che si erano formate, fin dall'immediato dopoguerra, in altri paesi dell'Europa occidentale (Austria, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi) è una linea di condotta seguita anche dalla democristiana Civitas. Sulla rivista diretta dall'on. Paolo Emilio Taviani e che riflette la posizione ufficiale della segreteria di Piazza del Gesù (che vedeva maggioritario il gruppo centrista-moderato cosiddetto "doroteo" dalle cui fila proveniva il segretario del in partito in carica, l'on. Mariano Rumor), non compaiono articoli di commento relativamente al nuovo corso tedesco, ma ci si limita ad una sola nota. 
Proprio le caratteristiche di questa nota avvalorano quanto sostenuto in precedenza: l'equiparazione tra i centro-sinistra tradizionali e la Grande Coalizione è totale (quindi non richiede nessuna spiegazione aggiuntiva!) e deve servire come ulteriore sostegno del centro-sinistra italiano e del ruolo centrale che la Democrazia Cristiana ha in esso (come la Cdu-Csu lo ha a Bonn). Il ritenere l'accordo di governo tra i democristiani di Fanfani, Moro e Rumor e i socialisti di Nenni, De Martino e Tanassi come la "Grande Coalizione" nostrana viene smentita da un articolo di Giorgio Galli pubblicato su Il Mulino nell'ottobre 1967 in cui is afferma che una "<grande coalizione all'italiana>" deve comprendere "accanto alla DC e al PSU, anche il PCI" .

Dalle pagine di Civitas si desume una prima svolta nel politica estera tedesca. Una nota del marzo annuncia l'avvenuto incontro tra il Presidente francese de Gaulle e il nuovo cancelliere tedesco Kiesinger in cui si sono evidenziate non meglio specificate identità di vedute per quanto riguarda la politica estera dei due paesi e, più in generale, una comunanza di intenti sulla gestione delle questioni europee. 
Questo fatto è uno dei maggiori sintomi dell'influenza della corrente gollista del Ministro Strauss in seno al nuovo gabinetto tedesco che si sta lentamente smarcando dalle ipoteche integralmente atlantiste della precedente gestione Erhard.
La prima analisi integrale ed approfondita del governo Kiesinger viene offerta da un articolo di François Bondy apparso su Il Mulino che esprime giudizi molto lusinghieri sulla collaborazione tra democristiani e socialdemocratici che viene collocata sulla stessa via delle omologhe formule di governo presenti nell'Europa occidentale, compresa l'Italia, poiché "non è più molto differente da quella che regge l'Italia già da due anni" . 
Bondy elogia la nuova formula politica della Rft affermando che "Nella situazione odierna il governo attuale era il solo possibile" in grado di rappresentare "una risposta ragionevole a una crisi che aveva disgregato il blocco borghese" . 
Il governo Kiesinger viene elogiato in quanto, in un momento di crisi del sistema politico tedesco, è stato capace di raggruppare al proprio interno tutte le maggiori culture politiche della Rft: "Il governo tedesco attuale è una équipe di leaders, con Brandt, Wehner, Carlo Schmid e Schiler a sinistra, Staruss e Schroeder a destra. Riunisce uomini di ogni tendenza che si sono duramente avversati, anche in seno al loro partito" . 
Questa eterogeneità nella composizione del gabinetto potrebbe essere foriera di instabilità dovuta ad antipatie personali o a forti divergenze sulle politiche da seguire. 
Tali frizioni interne potrebbero produrre due effetti tanto negativi, quanto contrapposti: o la deflagrazione con conseguente distruzione del ministero o la paralisi nell'attività governativa. Bondy è convinto che ciò non avverrà perché le condizioni politiche contingenti costringono il gabinetto a scelte rapide e drastiche per cui il nuovo governo tedesco non può che fare una sola cosa: "andare avanti" . L'autore è fortemente interessato soprattutto alle novità in politica estera potrebbero derivare dalla presenza della Spd nella maggioranza e della coppia Brandt-Wehner in Ministeri chiave. Soprattutto la questione del riconoscimento dei confini usciti dalla II Guerra Mondiale e la rinuncia ad ogni forma di rivendicazione nazionalista rappresentano due importanti auspicate novità sulla cui realizzazione Bondy è molto fiducioso. 
Tale fiducia trova linfa vitale dalla succitata eterogeneità e ampiezza delle posizioni politiche presenti nel governo di Kiesinger: "…un ministero in cui possano trovare posto contemporaneamente uomini come Strauss e Wehner ha già infranto tanti tabù che il riconoscimento della frontiera Oder-Neisse non sembra più, a paragone, un atto di inconcepibile audacia" . 
Bondy sembra quasi dire che una volta che il sistema politico e partitico tedesco ha ritrovato una sua unità e una sua reciproca fiducia interna è pronto per affrontare in maniera soddisfacente e proficua anche le più ardue prove in politica estera. 

La Grosse Koalition rappresenta "un grande cambiamento per la Germania" una grande opportunità per i socialisti tedeschi che "non hanno più detenuto il potere da 30 anni" , ma contrariamente a quanto sostenuto dal politologo francese Maurice Duverger non è un "un cambiamento di regime" . 
Per Bondy si tratta semplicemente dell'estensione anche nella Germania federale delle decennali esperienze di centro-sinistra che governano molti paesi europei ad esclusione della Francia dove il locale partito di ispirazione socialista, la Sfio, "sembra rifiutare a priori ogni alleanza con il centro" .
Il periodo di coabitazione e collaborazione al governo con i democristiani viene individuato come una fase di progressiva legittimazione della Spd che potrà puntare, in un secondo momento, ad assumere direttamente la guida della Repubblica Federale Tedesca relegando le Unioni Cristiano-democratiche in un ruolo di opposizione. 
Da anni è questa la linea condotta dalla dirigenza della Spd e il governo di coalizione con la Cdu-Csu viene indicato da Bondy come una vittoria della coppia Brandt-Wenher e non come una capitolazione dei vertici socialdemocratici come si legge nella stampa comunista e della sinistra di opposizione più in generale. 
La tesi della progressiva legittimazione della Spd come risultato del governo Kiesinger-Brandt viene sostenuta facendo un paragone tra l'attuale situazione tedesca e quanto avvenuto nel Regno Unito durante la II Guerra Mondiale. 
In una situazione di crisi come fu il secondo conflitto mondiale la sinistra britannica, il Labour Party, entrò nel governo inglese in alleanza con i conservatori del Primo Ministro sir Wiston Churchill. Il governo di coalizione nella tradizione prettamente bipartita inglese è una eccezione giustificata dalla guerra, tanto che una volta terminato il conflitto "il paese ha ritrovato, senza difficoltà, la sua tradizione" . 
Le prime elezioni del secondo dopoguerra furono vinte dai laburisti di Clement Attlee che sconfissero duramente il Conservative Party di Churchill benché quest'ultimo fosse stato il principale artefice della vittoria inglese: "…i laburisti sono stati i maggiori beneficiari di questa coalizione perché, nei ministeri che hanno detenuto, hanno potuto dare una prova delle loro qualità di <uomini di governo> smentendo dubbi e perplessità al riguardo, alquanto diffusi" . 
Nell'analisi di Bondy ciò sta ad indicare come per un partito socialista che abbia la necessità di legittimarsi agli occhi di una opinione pubblica tendenzialmente conservatrice, sia quasi obbligata la via della collaborazione iniziale con il partito moderato-conservatore dominante (e in fase di crisi). 
La linea della Spd da Bad Godesberg in poi viene molto apprezzata dall'autore che vede l'intero percorso del partito di Brandt, come un lungo e razionale tentativo di "diventare <rispettabile>" , di cui l'accordo di governo con i moderati cristiano-democratici non è che una tappa necessaria ed intermedia per potersi legittimamente candidare (con buone possibilità di successo) alla guida della società tedesca che "non è in via di proletarizzazione, ma di imborghesimento" .
 
Con queste argomentazioni Bondy risponde a quanti, da sinistra, avevano descritto la coalizione "nero-rossa" come una grave resa della sinistra tedesca: non solo non si tratterebbe di una sconfitta, ma addirittura di un ragionato calcolo per aspirare a maggiori risultati in un futuro anche prossimo. 
Bondy non si stupisce che fini e autorevoli intellettuali non siano stati in grado di capire ciò preferendo lanciare anatemi contro la spuria coalizione governativa, d'altronde, sembra voler dire l'autore, la politica ha tempi più brevi e più contingentati che la Storia. 
Bondy non è neppure molto preoccupato dall'eventuale aumento di consensi della Npd poiché, seguendo le orme di Duverger, la Grosse Koalition è in grado di approvare una riforma elettorale in grado di rafforzare il bipartitismo e di eliminare i neonazisti. 
La situazione tedesca è vista, quindi, come una realtà tradizionalmente bipartitica in cui, a causa di una serie di contingenze eccezionali, il bipartitismo è stato momentaneamente sospeso per tornarvici appena ve ne saranno le condizioni. 
Neanche i trascorsi filonazisti di Kiesinger sembrano preoccupare più di tanto Bondy che si limita ad affermare che la quasi totalità dei tedeschi aveva appoggiato o collaborato con il III Reich e che quindi non c'è molto da stupirsi della presenza di un uomo come l'ex collaboratore di von Ribbentrop alla cancelleria. 
Questa per la verità appare la parte più debole del ragionamento di Bondy, ma è anche la più stimolante poiché sottolinea come, a vent'anni dalla fine della guerra, in Germania ci sia la volontà di chiudere una volta per tutte la questione delle responsabilità personali del periodo hitleriano: "La maggior parte dei quadri medi, e anche superiori, della Germania d'oggi non rappresenta la lotta contro il nazismo, ma piuttosto la continuità di una amministrazione […]. Ciò non vuol dire che, nel suo spirito la Repubblica Federale sia una continuazione del III Reich, ma questa permanenza di una parte dei quadri che hanno collaborato all'amministrazione di uno Stato criminale e successivamente a quello di uno Stato liberale è un dato della storia contemporanea" . 
Come a dire che la politica (e i politici) passano e l'amministrazione (e gli amministratori) restano.
Nel quadro già molto positivo tratteggiato da Bondy si aggiunge una nota positiva per quanto riguarda la risoluzione dei ventennali problemi tedeschi in politica estera. 
La risoluzione di tali vertenze è determinate e può essere raggiunta solo se il nuovo esecutivo "si preoccuperà di ispirare ai tedeschi occidentali l'idea che la Repubblica Federale deve ormai diventare uno stato con dei ben confini ben definiti, situandosi chiaramente nel paesaggio politico del dopoguerra, e abbandonando l'inutile rivendicazione territoriale (che diventerebbe in qualche modo lo slogan di un nazionalismo nostalgicamente rivolto al passato)" , inoltre "Il governo attuale, grazie all sua maggioranza parlamentare - i <rulli compressori> - è il primo che possa rifiutare la dottrina Hallstein e riconoscere le nuove frontiere della Polonia, con possibilità di successo rapide e notevoli" . 
È proprio dalla risoluzione delle questioni in questo campo che dipende buona parte del successo della Spd, quindi c'è da aspettarsi una rapida apertura con conclusione positiva dei negoziati con la Ddr da parte del nuovo Ministro degli esteri Willy Brandt per il quale, da buon leader di partito, "è impossibile far parte di un governo senza tentare di imprimervi un suo marchi personale, attraverso qualche iniziativa <ad ali spiegate>" . 
Carlo Belihar commenta la svolta di Bonn con un breve articolo comparso nel febbraio 1967 su Mondo Operaio concentrato essenzialmente sui possibili scenari di mutamenti nel campo della politica estera. 
Una prima novità nel campo delle relazioni internazionali il nuovo esecutivo lo ha già apportato nei primi mesi di vita ristabilendo rapporti diplomatici con la Romania comunista. 
Tale fatto viene visto come l'inizio di un più ampio processo di riconoscimento reciproco anche con gli altri stati del blocco sovietico.
Di fatto si potrebbe affermare che la dottrina Hallstein, seguita e sostenuta dai due ultimi cancellieri Adenauer ed Erhard, è stata archiviata a vantaggio del nuovo corso diplomatico sostenuto da Brandt, ma il cancelliere Kiesinger si ostina a sostenere che "tutto resta come prima" per rasserenare gli animi degli ambienti più conservatori del suo partito.
Ma il cambiamento c'è stato e questo è il segno tangibile che, dopo gli anni di stagnazione della Cancelleria Adenauer e la lenta entropia di quella di Erhard, a Bonn molte cose stanno cambiando e che la socialdemocrazia sta facendo sentire il proprio peso nel cuore del potere.
Belihar indica nella situazione di eccezionale crisi politica ed economica il motivo della genesi e dell'affermazione della Grosse Koalition. 
Tale "situazione eccezionale" è stata determinata essenzialmente da tre fattori:

1) La mancanza di alternativa al governo nero-rosso. A onor del vero una reale, e forse più dinamica, possibile coalizione di governo si sarebbe potuta avere con l'alleanza tra Spd e Fdp, ma non c'era un margine numerico sufficiente per assicurare la riuscita e la tenuta di una coalizione rosso-blu. Sono gli stessi organi di stampa tedeschi citati da Belihar a sostenere tale tesi. Si legge infatti sull'autorevole (e conservatrice) Frankfurter Allgemeine Zeitung: "il terzo cancelliere si chiamerebbe Willi Brandt, se il partito liberaldemocratico avesse al Parlamento federale dieci voti in più, oppure se i deputati berlinesi disponessero al Bundestag del diritto di voto deliberativo […]. I socialdemocratici hanno aderito alla grande coalizione soltanto perché la loro alleanza con i liberaldemocratici avrebbe dato luogo a una coalizione troppo piccola" .

2) La grave crisi economica che ha colpito la Rft: già compare da molti mesi la parola recessione che sembrava essere stata cancellata dal vocabolario economico tedesco. Le misure da prendere nei confronti di questo fenomeno rappresentano un motivo di forte divisione tra i due nuovi partner di governo e fra le loro rispettive ali estreme (i sindacati per la Spd e gli industriali per la Cdu-Csu). Per affrontare la crisi economica sarebbe stata più efficace e più omogenea la riedizione della coalizione nero-blu tra Cdu-Csu e Fdp. Ma potenti e autorevoli industriali tedeschi, molti dei quali siedono in parlamento eletti nelle liste della Cdu (come ad esempio il segretario generale della Federazione delle industrie del ferro e dell'acciaio, l'on. H. Dichgans e il direttore delle industrie chimiche Hoechst, l'on. A. Menne), sostengono che ormai il mercato tedesco-occidentale sia saturo e che l'unica soluzione per far riprendere le vendite e quindi la produzione sia quello di aumentare gli scambi con l'Europa dell'Est. È proprio da questa necessità contingente di natura economica (capitalista) che deriva la disponibilità di ambienti democristiani ad aprire un dialogo (prima politico e poi, sicuramente, economico) con i vicini paesi socialisti.

3) L'avanzata registrata nel corso del 1966 della Npd di von Thadden e Thiele che viene indicata come il frutto della "sterilità della politica fin qui condotta dai governi borghesi (Cdu, Csu, Fdp)" che, non proponendo una vera politica estera, hanno fatto sembrare il ritorno al nazionalismo (maschera del neonazismo) come l'unica alternativa alla oramai sorpassata dottrina Hallstein. La stessa composizione della base elettorale della Npd viene fatto risalire ad uno sfaldamento ed indebolimento dei tradizionali partiti moderati. Viene citato ad esempio il caso delle elezioni regionali del 20 novembre tenutesi in Baviera nelle quali i neonazisti hanno ottenuto quasi l'8 % dei voti che, scorporati sembrano essere così composti: il 5 % proveniente dallo sfaldamento del partito dei profughi, l'1,45 % dalla scomparsa del partito bavarese (partito regionale) e lo 0,84 % dall'indebolimento della Fdp. Anche da questo forte timore per di una ricomparsa dell'estrema destra (che si teme possa superare la clausola di sbarramento ed essere rappresentata nel Bundestag che uscirà dalle elezioni del 1969) i partiti borghesi e i socialdemocratici si sono affrettati a dare una soluzione alla crisi scaturita dal ritiro dell'appoggio liberale al governo del cancelliere Erhard.

Belihar sottolinea come già altre volte (durante la Prima Guerra Mondiale e durante la Repubblica di Weimar) i socialdemocratici tedeschi siano stati chiamati a far parte del governo tedesco in coalizione con i moderati ed i conservatori nei momenti di difficoltà. 
Il breve excursus storico che Belihar propone ai lettori serve a fornire una legittimazione non solo contingente alla Grosse Koalition, ma ad inserirla nella storia della Germania senza tenere troppo in considerazioni le grandi differenze esistenti tra i diversi periodi storici citati, ma semplicemente dicendo che l'abbraccio tra democristiani e socialdemocratici ha come fine quello di "rinfrescare <lo spirito di unione nazionale> fra le forze disponibili, nell'intento di concepire una nuova politica tedesca" . 
Nuova politica in patria e apertura nel campo internazionale vengono indicati come i due maggiori obiettivi da raggiungere da parte del governo di coalizione. La politica estera torna ad essere al centro del ragionamento di Belihar che sprona la nuova diplomazia tedesca, anche tra le forti opposizioni della vecchia guardia di G. Schroeder , a mettere da parte i tabù della dottrina Hallstein e "migliorare concretamente le relazioni con i paesi non confinanti: Bulgaria, Jugoslavia Albania e Cina". 
Più difficile e quindi da affrontare con maggiore gradualità, ma con la stessa determinazione, sono la ripresa dei rapporti diplomatici con la Polonia ( poiché si dovrebbe riconoscere il confine dell'Oder-Neisse) e con la Cecoslovacchia (che prevede la definitiva ad ogni eventuale rivendicazione da parte tedesca dei Sudeti). 
Per quanto riguarda i rapporti con la Ddr, Belihar è molto realista e auspica un "graduale riconoscimento (della Germania occidentale, N. d. A.), subordinato a un graduale miglioramento dei rapporti, che attraverso il rispetto reciproco dei due Stati apra la via a una più fattiva collaborazione" .
Ma la prosa di Belihar è attraversata dalla paura che un'eventuale ripresa dell'azione diplomatica dei tedeschi possa essere scambiata come la ricomparsa di una volontà "imperialista" della Germania. 
Tale timore viene fugato dall'auspicio che "la diplomazia tedesca […] si studierà di inserirsi ragionevolmente nel concerto delle relazioni europee, allora la ricomparsa dei tedeschi sui mercati orientali sarà salutata come un fatto positivo e durevole" .
Nel settembre 1967 a Bonn si incontrano il giornalista de l'Unità Jacoviello e Leo Bauer, redattore di Stern e futuro consigliere di Brandt. 
Il tema dell'incontro era la sicurezza europea che, entrambi gli interlocutori, avevano individuato essere strettamente collegata alla distensione e alla ripresa dei rapporti diplomatici tra la Rft e la Ddr. 
Il segretario del Partito Comunista Italiano, l'on. Luigi Longo, aveva individuato una serie di forze promotrici di questo dialogo tra l'Est e l'Ovest. 
Le due principali erano, secondo Longo, la Chiesa cattolica (nella persona di Monsignor Agostino Casaroli) e la Spd di Brandt. Il Pci stesso si offre alla Spd come un credibile interlocutore per facilitare il dialogo tra i socialdemocratici e la Sed dopo i risultati per niente brillanti del 1966 . 
Uno dei consiglieri di Longo per la politica estera era Sergio Segre che, pur lavorando (con Gian Carlo Pajetta, Giuseppe Boffa e Carlo Galluzzi) ad un positivo successo di queste iniziative, continua a scrivere articoli su Rinascita in cui esprime tutta la propria avversione per la Grosse Koalition.
Alla fine di marzo Segre fa pubblicare un articolo in cui traccia una rapida analisi dei primi tre mesi del nuovo governo. 
L'esecutivo viene metaforicamente, grazie alla consueta vignette (questa volta proveniente dal Westfalische Rundschan) paragonato ad una nave che, nella sua pur breve navigazione, vede affiorare già molti scogli e molte difficoltà lungo la propria rotta.
Segre passa in rassegna tutte le posizioni assunte dalla dirigenza dei paesi socialisti verso il nuovo governo tedesco. Il sovietico Kossighin accusa Bonn si essere un elemento di freno in un contesto europeo dove "si manifestano chiaramente delle nuove tendenze […] convinto che il processo di attenuazione della tensione e di espansione della cooperazione tra tutti i paesi d'Europa" che il governo tedesco-occidentale ostacola a causa del suo rifiuto di "di prendere finalmente atto della realtà europea" . Realtà europea che è caratterizzate da due Stati tedeschi, entrambi autonomi e sovrani per cui i governati della Rft dovrebbero rinunciare, per usare le parole di Bresnev riportate nell'articolo di Segre, "all'illusione di poter parlare a nome di tutto il popolo tedesco" e riconoscere "la reale situazione europea, compreso il fatto dell'esistenza di due Stati tedeschi" . 
Il punto principale dell'analisi della politica estera tedesca si sposta dall'iniziale necessità da parte di Bonn di dialogare con i paesi comunisti (cosa realizzata in questi primi cento giorni di governo a partecipazione socialdemocratica) al necessario riconoscimento dei confini usciti dalla II Guerra Mondiale, compreso quello, molto "caldo" e contestato, dell'Elba. 
È su questo nuovo punto che, secondo l'interpretazione di Segre, si gioca il futuro ed i successo della politica estera tedesca e più in generale la possibilità di una reale distensione in Europa con il conseguente sensibile e graduale, ma allo stesso tempo marcato e progressivo, affrancamento dalle posizioni politiche statunitensi. 
Anche dalle righe dell'articolo del dirigente del Pci traspare la paura che il recente reciproco riconoscimento Bonn-Bucarest possa essere un'abile mossa tedesca per indebolire il blocco socialista trattando con ogni singolo stato in maniera bilaterale e autonoma: secondo Segre, invece, a questione dei confini va risolta in maniera organica con l'intero blocco socialista, da Bresnev a Ulbricht, senza esclusione alcuna e senza canali preferenziale tra Bonn e questo o quest'altra cancelleria del blocco orientale.

Benché il nuovo esecutivo disponga di un'ampia maggioranza esso viene accusato di lentezze e di ritardi nell'azione diplomatica a causa dell'opposizione latente o manifesta di molti dirigenti della Cdu a ogni possibile riconoscimento della linea dell'Oder-Neisse come confine definitivo ad Est con la Polonia. 
Come si era visto in precedenza, Segre avrebbe preferito che dopo la caduta di Erhard si fosse provveduto alla formazione di una "piccola coalizione" tra Spd e Fdp. 
Riprova di ciò si può sottolineare le i molti passaggi ed apprezzamenti positivi che contenuti nel suo articolo all'indirizzo della nuova dirigenza liberale che si vuole porre su posizioni "diverse sia da quelle dell'estrema destra neonazista che da quelle della <grande coalizione>" . 
Si apprezza soprattutto la svolta della Fdp nel tema della politica estera che, in sintonia (quasi paradossale se si pensa al forte laicismo dei dirigenti della Fdp) con quanto espresso a più riprese dalle Chiese evangeliche, ha portato un'ampia parte dei dirigenti liberali ad essere favorevoli a "una revisione profonda della politica tedesca e europea sin qui seguita da Bonn, sino a riconoscere le frontiere uscite dalla guerra e l'esistenza di due Stati tedeschi" . 
Il massimo fautore e artefice di questo cambiamento nella politica estera della Fdp viene individuato in Hans Wolfgang Rubin, potente industriale minerario della Ruhr che esprime la volontà di trovare con i paesi socialisti una normalizzazione dei rapporti politici come presupposto di una proficua e stabile partnership commerciale ed economica in grado di aiutare la Rft a superare la fase di difficoltà in cui si trova. 
Anche se spinti da motivi "capitalisti" e non certamente internazionalisti o di pacifismo mondiale, i liberali del nuovo leader Scheel vengono individuati e proposti come alleati di governo più dinamici e più produttivi per i socialdemocratici rispetto ai cristiano-democratici. 
La necessità di adottare una passo più veloce nella politica estera passa anche dall'affrancarsi da ogni ipoteca neonazionalista e da ogni vano sogno della Germania di essere un elemento di disturbo nel dialogo Washington-Mosca. 
Segre sottolinea il fatto che dopo decenni di fallimento in politica estere per Bonn è venuto il momento di smettere di sognare ogni ipotesi di neoimperialismo: la dirigenza politica della Rft deve definitivamente prendere atto della sconfitta del 1945 e delle sue conseguenze in fatto di disarmo e di confini. 
Non si può continuare a credere di poter lavare l'onta della sconfitta e della tragedia hitleriana giocando un ruolo di disturbo nello scacchiere internazionale europeo. 
Citando la rivista di orientamento socialdemocratico Der Monat (febbraio 1967), Segre indica come "la politica tedesca occidentale sia vissuta sinora di <rivendicazioni>, di attese frustrate e di negazioni, e si sia nutrita dell'illusione di poter annullare la sconfitta di Hitler con una vittoria nella guerra fredda" . 
Invece la diplomazia di Bonn deve adoperarsi a fondo per "la sicurezza europea" , pena una nuova crisi nel governo federale determinata dalle stesse ragioni che hanno portato alla caduta di Adenauer e di Erhard (cause che, secondo Segre, sono ancora ben presenti nel Dna del sistema politico-culturale della Germania federale) con l'aggiunta ancora più grave che gli unici beneficiari di questa nuova frattura nella democrazia tedesca saranno i neonazisti della Npd. 
Segre ha offerto il suo contributo sull'analisi della politica estera del governo Kiesinger con la solita acutezza e con l'intento, meno polemico che in passato, di denunciare i ristretti spazi di manovra che la coesistenza al governo con i democristiani offre la Grosse Koalition. 
Con un'altra serie di articoli, Rinascita compie un'analisi, molto più pungente ed avversa al partito di Brandt, della situazione culturale interno alla Rft per indicare il malessere che serpeggia in ampi strati culturali, giovanile e studenteschi di fronte al governo di coalizione. 
Si tratta di un Viaggio nella Germania della Grande Coalizione scritto da Luigi Pestalozza e pubblicato in tre differenti puntate nei mesi di aprile e di maggio. Questi testi sono descritti quei fenomeni e quegli elementi che porteranno alla ventata di contestazione dell'anno successivo, il 1968.
Nel primo dei suoi interventi Pestalozza si sofferma ad analizzare la situazione interna alla sinistra tedesca dopo che, a suo giudizio, la socialdemocrazia ha "tradito" andando al governo con i conservatori.
 
Non si tratta solo di un'analisi della situazione tedesca, ma di una più ampia polemica che tende a dimostrare la miglior validità della soluzione comunista (ed estremista) rispetto alla via del gradualismo socialdemocratico e riformista. 
La maggiore colpa che l'autore attribuisce a Brandt (anzi alla coppia Kiesinger-Brandt, perché oramai i due sono sempre presentati uniti senza alcuna differenza di linea politica, quasi come se si trattasse di qualche mostro mitologico a due teste) è quella di aver rinunciato a lottare per una società più libera in Germania, depurata di tutti i compromessi e i conformismi di una società borghese come, invece, è ritenuta quella tedesca. 
Se è visto come per Bondy la presa d'atto da parte della Spd del progressivo imborghesimento della società (anche operaia) tedesca fosse un fattore interessante e di forte utilità per il futuro di quel partito. Invece Pestalozza giudica in maniera del tutto negativa questa svolta nel partito della sinistra tedesca che non solo ha formato un governo di unità nazionale con gli antichi avversari democristiani, ma si è anche impegnata nell'approvazione delle leggi d'emergenza, sintomo evidente di quanto la Rft sia un regime mascherato.
Il perché dell'utilità delle leggi speciali viene spiegato da Pestalozza ricorrendo alle tesi di Eric Voegelin, professore dell'Università di Monaco e ideatore del concetto di "Società formata." 
Nell'interpretazione del docente bavarese la Germania federale è concepita come "una grande azienda dove se qualcosa non funzione come si deve è doveroso imporre la dittatura" . 
Questa era la Germania di Adenauer e di Erhard, uno stato in cui la sinistra era all'opposizione e la socialdemocrazia si opponeva ai cosiddetti poteri forti. La svolta nel governo federale e l'entrata degli uomini di Brandt nell'esecutivo non ha affatto migliorato la situazione. 
Infatti, prosegue Pestalozza, si è passati ad un nuovo modello di società, la "Società adulta", solo formalmente più libera, ma che in realtà "non è molto diversa: le leggi di emergenza in discussione al Parlamento di Bonn e in parte già approvate, ne sono la riprova" . 
In un siffatto modello di stato l'omologazione e il conformismo formano una specie di cappa, genitrice di un regime in cui si ha "la rinuncia del cittadino medio a decidere in campo sociale, ideale, politico, è la caratteristica dominante di una vita tedesca sottoposta al ferreo controllo burocratico dei due partiti di maggioranza uniti nella Grande Coalizione, espressione ultima e coerente di un sistema capitalistico che ha costantemente perseguito, a garanzia della propria sicurezza, la neutralizzazione della democrazia" . 
Il ragionamento di Pestalozza chiama direttamente in causa la socialdemocrazia che viene incolpata di essere uno dei due cardini del sistema antidemocratico individuato nella Germania di Bonn. 
Neanche la classe operaia è salva e immune da queste tendenze neo (o vetero?) autoritarie, in quanto è vista come composta da "piccolo borghesi assimilati a una mentalità consumistica estranea a una coscienza classista" .
 
La naturale conseguenza di questa analisi non può che essere l'articolo di H. M. Enzensberger pubblicato dalla rivista culturale socialista Kurbuche in cui si sostiene "la tesi dell'impossibilità della lotta di classe in Germania e nel mondo occidentale" . 
Pestalozza individua però gruppi di nascente opposizione al regime della Rft nei più disparati e differenti ambienti politici e sociali. 
Si parte, ovviamente, dai socialisti dissidenti che si sono opposti alla Grosse Koalition e che hanno dato vita al Sds, un'organizzazione giovanile e studentesca, per giungere a quei settori della sinistra liberale della Fdp che fanno capo al potente industriale Rubin fautore dell'apertura (soprattutto per ragioni economiche) ad Est, passando per ampi settori della Chiesa protestante (soprattutto gli Evangelici). 
Sono assenti da questo elenco i comunisti poiché, a partire da una sentenza della corte di Karlrhue del 1953, un partito comunista tedesco è fuorilegge: questo fatto è visto come un sintomo di deficit democratico della Rft che vieta un partito di dichiarato orientamento comunista, ma tollera la Npd e i neonazisti.
Pestalozza non indica l'eterogeneità delle forze che oppongono alla Grande Coalizione che hanno, in realtà, obiettivi diversi e, in molti casi, contrastanti, ma si limita a sottolineare come esse si possano ritrovare su di un comune fronte di lotta a partire da due temi: opposizione alle leggi d'emergenza e contestazione dell'intervento statunitense nel Vietnam. 
Si deve notare come il tema della politica estera, che più volte Sergio Segre aveva indicato come possibile punto d'incontro tra la socialdemocrazie, i liberaldemocratici e le Chiese, non sia menzionato da Pestalozza. 
Questo, probabilmente, perché Brandt si sta realmente muovendo in una direzione di dialogo con i paesi del blocco sovietico e, quindi, il tema della distensione non è più utilizzabile da un punto di vista polemico.
La seconda puntata di questo reportage ha per oggetto i giovani e il loro rapporto con la politica e la sinistra. 
Pestalozza torna a ribadire che l'ingessatura della società tedesca è il frutto dell'assenza di una reale possibile alternativa al sistema capitalista esistente e che affonda le proprie radici nell'esperienza nazista in cui, tutte le forze politiche ed economiche dominanti a Bonn affondano, in modo o nell'altro, le proprie radici. 
La Spd è vista semplicemente come una variante tiepidamente più riformatrice del conformismo imperante nella Germania federale e non come una reale opposizione al sistema. 
L'andata al governo con i democristiani non ha fatto altro che certificare questo stato di cose che dimostrano "l'assenza politica della classe operaia integrata e finora impegnata esclusivamente in un sindacalismo di tipo rivendicativo" . 
L'assenza, causa divieto legislativo, di un partito comunista non fa altro che aggravare la situazione e Pestalozza cita a sostegno della propria idea la calorosa accoglienza avuta in un circolo culturale di estrema sinistra di Berlino est. Berlino è l'unica città tedesca dove un partito comunista è presente e ha ottenuto un incremento elettorale, pur mantenendo un livello percentuale di voti abbastanza basso (appena il 2,7 %). 
In nessuna parte dell'articolo in cui si parla dei comunisti nella Rft Pistalozza si sofferma a sottolineare le differenze tra il Pci (che dal punto di vista organizzativo e del bacino elettorale di riferimento è, a grandi linee, sovrapponibile a quello della Spd) e un eventuale partito comunista tedesco (che andrebbe ad avere come punto di riferimento e di raccolta elettorale quei settori di estrema sinistra contro cui per anni, dal 1968 in poi, i comunisti italiani polemizzeranno e lotteranno, attribuendo loro la qualifica di "Untorelli" ). 
Viene anche del tutto ignorato il perché della diffidenza dei tedeschi verso un eventuale partito comunista che sarebbe facilmente riconducibile al I dopoguerra quando, le divisioni e le lotte a sinistra e nella sinistre tra socialdemocratici e comunisti, spianarono la strada al nazismo.
Pestalozza preferisce indicare nelle giovani generazioni delle energie fresche che, contrariamente ai loro genitori, non sono "frustrate dalla tragedia nazista" , possono spezzare quella cappa di paternalismo autoritario che contraddistingue la Repubblica Federale Tedesca che viene esasperato dalle leggi eccezionali che sono state concepite "proprio in previsione di una eventuale acutizzazione del conflitto sociale" .
L'eventuale conflitto sociale prenderebbe il via dall'acutizzarsi della gravità della situazione economica sulla cui interpretazione si dividono gli esperti e gli economisti tedeschi. Pestalozza traccia una veloce panoramica delle diverse interpretazioni dello stato dell'economia tedesco-occidentale da cui si desume l'esistenza di diverse scuole di pensiero riassumibili essenzialmente in due filoni. 
Il primo, che raccoglie gli studiosi e gli esperti di area conservatrice e governativa, parla di "crisi" , volendo sottolineare la brevità prevista per il fenomeno dovuto, secondo questa interpretazione, a fenomeni di carattere contingenti e, quindi, destinati a essere riassorbiti senza lasciare segni troppo profondi della loro comparsa, in un breve lasso di tempo.
La seconda invece preferisce utilizzare la parola "recessione" , volendo marcare la caratteristica duratura della stagnazione economica dovuta a fenomeni strutturali dell'economia tedesca e la cui durata si ipotizza (con ampia certezza) essere di più lunga durata e destinata a mutare profondamente la società della Rft. 

Entrambe le scuole di pensiero sottolineano la responsabilità dell'ex cancelliere Erhard nel non aver saputo prevedere ed arginare le debolezze dell'economia fin dai suoi primi sintomi poiché, comportandosi da demagogo, "si sforzava di governare dietro esortazioni, piuttosto che per decisione" .
Contrariamente da quanto sostenuto più volte da Segre, Pestalozza non crede che l'apertura dei mercati dell'est ai prodotti e alle industrie della Rft possa servire a risolvere le difficoltà economiche di Bonn perché nei mercati di oltrecortina sono già più avvantaggiate le aziende statunitensi e italiane. 
Quello che serve alla Rft è una forte inversione della direzione di marcia, in modo da liberare tutte quelle energie precedentemente individuate nei giovani e nell'estrema sinistra marxista per poter superare il deficit di democrazie che Pestalozza individua e denuncia nel tessuto politico e culturale tedesco. 
Per onestà intellettuale l'autore chiarisce al lettore come tutti questi fenomeni di alternativa al sistema esistente siano più forti a Berlino piuttosto che nel resto della Germania federale e che qui, nell'ex capitale dei Reich tedeschi. La cultura della sinistra berlinese dimostra ancoro una volta di rapportarsi con le contraddizioni del paese in una maniera peculiare "secondo le proprie esasperate contraddizioni" .
L'ultima puntata del reportage "Di ritorno dalla Germania ovest" (come l'autore è solito iniziare ogni suo racconto di quanto visto nella Rft), si occupa del ruolo di primo piano assunto dagli intellettuali e dagli studenti universitari nella contestazione che, partendo dall'avversione per il governo Kiesinger-Brandt, si estende all'intero modello sociale e culturale della Rft. 
Si da per scontato un "fascismo latente" della società tedesca il cui sintomo non è, come invece sostenuto da altri articoli apparsi sempre sul settimanale del Pci, la ripresa dell'attività della Npd e dell'attenzione che alcuni dirigenti della destra democristiana hanno per le loro posizioni, ma è la Grosse Koalition. 
L'alleanza Brandt -Kiesinger viene indicata come un elemento di freno dello sviluppo di un'alternativa di sinistra all'intero blocco cultura e politico dell'intera storia tedesca: si vuole cristallizzare la situazione politica tedesca attorno ai due massimi partiti per costruire una società sul modello statunitense in cui gli interessi e le forze sociali e politiche non rappresentate da queste due formazioni politiche rimangono escluse dal dibattito e dall'azione. 
Altro nemico dell'alleanza di governo nero-rossa è rappresentata da ogni ripresa dell'attività culturale di sinistra a cui la Cdu ha dichiarato di "voler schiacciare la testa" per impedirne una diffusione e una successiva affermazione tra i giovani e gli studenti che, di fronte ad una classe operaia ritenuta imborghesita, sono visti da Pestalozza come l'unica forza in grado di aprirsi un varco nelle contraddizioni del governo di Bonn.
Lo strumento scelto dal governo per normalizzare la situazione è rappresentata da una riforma elettorale maggioritaria (che però non verrà mai approvata) che Pestalozza reputa perniciosa. 
Per vincere in un siffatto sistema politico le Spd dovrebbe cercare di catturare anche i consensi degli elettori più moderati correndo il rischio di lasciare ampi margini di manovra populista e demagogica all'estrema destra neonazista anche in seno alla classe operaia. 
La situazione descritta è assai fosca e cupa e Pestalozza non è per nulla ottimista per il futuro poiché l'unica salvezza non appare realizzabile: per uscire dalla situazione di stallo in cui si trova la Germania di Bonn occorrerebbe il "costituirsi di un'autentica opposizione di sinistra, in grado di dare un'omogenea direzione socialista ai fermenti protestatari e di ripresa operaia che vanno manifestandosi nella repubblica federale" .

Sono i giovani studenti universitari e tutte le loro associazioni che rappresentano il fulcro della nascente opposizione alla politica di concertazione nazionale imposta dal nuovo governo. 
Loro compito sarebbe quello di costruire "dentro e fuori la SPD" un nuovo socialismo che sappia riavvicinare le due Germanie e condurre una profonda revisione culturale dello stesso codice genetico della politica (e del fare politica) nella Repubblica Federale Tedesca in cui impera, in tutti i settori della società, un forte paternalismo con venature autoritarie instaurato fin dai tempi, in realtà non così remoti, della cancelleria di Konrad Adenauer.
Questo auspicio della nascita e della diffusione di una reale lotta per una società alternativa a quella esistente. 
A mio avviso questi articoli, però, si pongono in una posizione relativamente divergente dalla cautela dimostrata dalla linea ufficiale del Pci e di Rinascita in rapporto alla Grosse Koalition di Bonn. 
Pur condannando la coalizione nero-rossa ed esprimendo maggiori simpatie per una rosso-blu, i comunisti italiani preferiscono non chiudere definitivamente la porta dei rapporti con la Spd che comunque vedono (si vedano le convinzioni dell'on. Luigi Longo di cui si è parlato in precedenza) come una forza politica indispensabile per il successo di un processo di distensione europea. 
Ciò che il vertice del Pci rimprovera a Brandt è stata la mancanza di coraggio nella scelta dell'alleato di governo (ma sappiamo bene che la collaborazione con i democristiani è stata dovuto non solo da ragioni politiche, ma soprattutto numeriche) e che i comunisti italiani sono sempre pronti ad auspicare e a gradire ogni spostamento a sinistra in tale campo operato dalla Spd.
Ne è testimonianza l'analisi riservato alle elezioni dell'ottobre 1967 nel Senato della città di Brema dove non solo i neonazisti hanno aumentato i loro consensi ai danni della Cdu, ma la Spd ha perso voti alla propria sinistra a favore della lista Unione per la Pace che ha assorbito tutto i voti fuoriusciti dalla socialdemocrazia cittadina. 
Il commento pubblicato sul settimanale comunista non vuole apparire troppo polemico verso la Spd che non viene accusata (come invece aveva fatto Pestalozza) si essere estranea alla sinistra tedesca. Anzi si auspica una ripresa del dialogo fra queste due anime della sinistra tedesca che porti "il partito socialdemocratico a chiedere modifiche profonde alla politica della <grande coalizione>" . 
Si noti bene che non si chiede tanto la fine della Grosse Koalition, ma piuttosto un maggiore impegno riformista negli obiettivi che i socialdemocratici hanno assegnato alla loro esperienza di governo.
La polemica è tutta riservata per i democristiani che vengono accusati di allevare, con una politica estera imperialista (e quindi in opposizione a quella di Brandt) i germi del successo della Npd (8 % dei voti al Senato cittadino di Brema) e di cui si sottolineano (e al riguardo si ironizza) le divisioni interne. 
Già nell'estate dello stesso anno Rinascita era tornata a sottolineare le differenze interne alla Cdu in materia di politica estera. In seno al partito democristiano non è ancora stato risolto il nodo (a questo punto divenuto quasi gordiano!) della politica estera: si continuano a confrontare due diverse linee. 
Da un lato quella più tradizionalmente filostatunitense del Ministro della Difesa Schroeder sostenuta dall'ex cancelliere Erhard, e dall'altra quella filofrancese del cancelliere in carica Kiesinger che gode dell'appoggio del leader Csu Strauss. Il ministro Schroeder ha cercato di imporre la propria linea dimettendosi dall'incarico prendendo a pretesto ventilati tagli alle spese militari. 
Il colpo di mano non è riuscito e Schroeder ha ritirato le dimissioni: i democristiani di Bonn hanno per l'ennesima volta rinviato l'annosa scelta ad un altro momento rimanendo così indietro rispetto alla Spd (contro cui il settimanale del Pci non avanza nessuna critica) che in materia sta perseguendo una chiara linea di comportamento a favore del dialogo e della distensione Est-Ovest e di un dialogo tra le due Germanie di cui da notizia anche una schematica e succinta nota della democristiana Civitas nell'ottobre in cui si fa riferimento alla dichiarata volontà di Brandt di riconsiderare la politica estera di Bonn verso la Ddr. 
L'organo di informazione democristiano non commenta il fatto, ma è noto come alcuni settori della Democrazia Cristiana italiana (soprattutto quelli riconducibili a Amintore Fanfani) fossero molto favorevoli (sia per una comunanza di vedute con la Chiesa cattolica sull'argomento, sia per le pressioni della grande industria attratta dalla prospettiva di nuovi mercati all'Est dell'Elba) ad una generalizzata distensione dei rapporti diplomatici (ed economici) nel cuore del Vecchio Continente.
La stampa democristiana non si sofferma su un'accurata analisi delle posizioni partitiche esistenti a Bonn. L'unico accenno è una preoccupata denuncia del congresso della Npd svoltosi nell'autunno del 1967 che viene definito senza mezzi termini un "partito neonazista" .
Nell'ottobre del 1967 compare su Mondo Operaio un articolo , a firma di Carlo Belihar, sulla figura dell'editore Alex Springer, proprietario di un'ampia maggioranza degli organi di informazione tedeschi e impegnato, da diversi anni, in una vera e propria campagna di stampa contro ogni ipotesi di riconoscimento della Ddr e tesa a creare una fobia collettiva contro la paura (oggettivamente assurda) del pericolo comunista. 
Alex Springer è il tipico esempio di una perniciosa commistione tra affari, politica e mondo dell'informazione. 
A metà degli anni '60 rappresentava un monopolio nel campo dell'informazione radiotelevisiva e della carta stampata potenzialmente pericoloso per la giovane democrazia tedesca. 
La pericolosità di tale concentrazione di potere nel campo giornalistico era incrementato dall'uso spregiudicato che Springer ne faceva volendo imporre alla classe dirigente di Bonn le proprie opinioni di estrema destra (soprattutto in politica estera), determinando e controllando il dibattito politico nella Rft. 
La descrizione del peso dell'impero di Springer nel campo dei mass-media lo si può rilevare dalle parole dello Belihar: "egli domina oltre il 40 per cento dell'editoria germanica. Dei 45 principali giornali tedeschi, con una tiratura complessiva di 15,3 miliardi di copie quotidiane, i giornali di Springer si pigliano la parte del leone con 8,5 milioni. Su una tiratura complessiva quotidiana di 21 milioni di copie gli 8 milioni e mezzo di copie provenienti dalle tipografie di Springer rappresentano il 40,7 per cento […]. La potenza di Alex Springer si manifesta in una catena di quotidiani e periodici, che fanno capo alla casa madre di Amburgo e a due gruppi editoriali agenti a Berlino ovest e a Monaco di Baviera" . 
Springer ha messo le mani anche sulle televisioni con una "catena televisiva privata in concorrenza con le tre catene televisive parastatali esistenti" . 
Il tutto fa dell'editore di Amburgo un vero e proprio "potere forte" della Germania federale in grado di condizionare e ricattare le sorti della repubblica. 
La pericolosità delle sue azioni risiede nel fatto che può influenzare anche indirettamente la formazione dell'opinione pubblica della Rft: "Con la catena dei suoi giornali egli copre tutti i settori dell'opinione pubblica, fuorché quello dei poppanti, dei ciechi e dei sordomuti. Ai teenagers offre <Tween> ai genitori <Eltern>, ai teleradioascoltatori <Hoer zu> , agli sportivi <Kicker>, al lettore con esigenza di serietà <Die Welt> e <Welt am Sonntag>, al lettore da tramway o da metropolitana <Bildt> e <Bildt am Sonntag>, ai ragazzetti e alle ragazzette agitati <Bravo> che si è fuso con <O. K.> ai cuori solitari <Das gruene Blatt> e <Das neue Blatt>" . 
Come si può ben vedere la potenza di fuoco della stampa di Springer è illimitata e l'uso che l'editore ne fa è a dir poco spregiudicato: alimenta la fobia per un ipotetico pericolo comunista partendo da presupposti artificiali che trovano conferma in fatti ed avvenimenti narrati in maniera del tutto faziosa e che spesso non trovano neppure un riscontro nella realtà. 
Tutta la sottocultura reazionaria trova ascolto e diffusione nelle testate dell'editore di Amburgo. A riscontro di ciò Belihar cita lo Spiegel "nei giornali di Springer, la liberalità e la tolleranza sono considerate simbolo di decadenza; predomina la diffidenza contro gli intellettuali, contro i capelloni, contro gli studenti che dimostrano. Anticomunismo e nazionalismo sono merce corrente. Chiunque voglia riferirsi all'abiezione nella Repubblica federale, coltivi un mentalità vicino al partito nazionaldemocratico (la Npd di von Thadden, N. d. A.) o voglia motivare la propria approvazione per gli interventi violenti della polizia […] può ricorrere all'ausilio della stampa di Springer. Per lui la Germania è ferma alle frontiere del 1937, i terroristi altoatesini sono <ragazzi fuorviati>" . 
L'azione di tali mezzi di informazione è anche abbastanza sottile e cerca di inserirsi nelle debolezze del pubblico. Infine, dulcis in fundo, quando scoppia una polemica o la stampa indipendente e non controllata cerca di aprire un varco nel quasi monopolio dell'uomo di Amburgo, il suo trust usa la psicologia: confonde le acque e cerca di creare un dibattito (controllato e falsato) per apparire una catena di informazione libera e democratica. 
"Mentre qualcuno agita le acque, un altro foglio le placa" in modo che nulla turbi la tranquilla e prosperosa vita dell'impero dell'informazione del grande magnate con la passione per la politica e la fobia per tutto ciò che solo lontanamente può odorare di comunismo. 
La qualifica di comunista si applica a tutto ciò che non è gradito da Springer. Si tratta, per la verità, di un fine espediente psicologico: si è creato un clima di forte anticomunismo, per cui è sufficiente tacciare qualcuno o qualcosa gradito all'uomo forte di Amburgo di comunismo per screditarlo e creare avversione generalizzata verso tale individuo o fenomeno.
Belihar individua nell'azione degli organi di Springer la principale causa dell'impotenza del governo federale ad affrontare un logico discorso con le Ddr. Infatti la stampa di Springer presenta "ogni tentativo di riallacciare un dialogo con l'altra Germania come un tradimento" . 
A riprova di tale fatto Belihar cita un episodio risalente all'ultima fase della cancelleria di Adenauer. 
Tra il 1958 e il 1961 l'ambasciatore tedesco-federale Kroll ed il segretario del Pcuss Krusciov iniziarono una serie di incontri segreti volti a normalizzare i rapporti tra i due rispettivi paesi. 
Il gruppo editoriale di Springer era, ovviamente, avverso a tale ipotesi e, sfruttando fonti presso il Ministero degli Esteri tedesco-federale, diffondeva in anteprima i contenuti dei colloqui riservati Kroll-Krusciov con il risultato di farli naufragare: Krusciov riteneva, a ragione, ispirati da poteri forti ed interessi costituiti a Bonn i continui rallentamenti e arretramenti nei colloqui bilaterali e, irritato, autorizzava il leader della Ddr Ulbricht a risolvere il problema di Berlino. 
Il leader comunista tedesco-occidentale procedeva alla costruzione del famigerato muro: probabilmente l'infausta costruzione che per oltre un trentennio è stata una delle vergogne d'Europa ha avuto tra i suoi artefici non solo le autorità comuniste di Berlino, ma anche la spregiudicata azione del trust giornalistico di Alex Springer. 
Di questo è convinto sicuramente Belihar che, utilizzando le parole di Guenther Grass definisce tale stampa "fascista" e intenta a "diffusione di menzogne premeditate" che rappresentano un chiaro esempio di "terrorismo giornalistico" .
Kiesinger ha insediato un'apposita commissione per affrontare il problema politico-giuridico rappresentato da Springer, gli studenti della Libera Università di Berlino-ovest hanno chiesto di espropriarlo del suo impero, ma la soluzione allo strapotere (ed all'uso che ne fa) dell'editore di Amburgo non appare semplice (anche per la mobilitazione psicologica del pubblico che gli organi del gruppo fanno a favore del proprio datore di lavoro che viene presentato come "editore di successo" di cui si vorrebbe limitare la libertà). 
Belihar è alquanto pessimista in quanto Springer gli ricorda molto una altro editore tedesco monopolista, Alfred Hugenberg che durante il primo dopoguerra aveva utilizzato il proprio grande potere nel campo dell'informazione per spianare "a Hitler la scalata al potere, fomentando il rivincitarismo nella Germania battuta e umiliata alla fine del primo conflitto mondiale" e, per raggiungere tal obiettivo, si era adoperato "nel formare e dirigere le opinioni contro la Repubblica di Weimar" . 
Il 1967 si chiude con questo allarme determinato dall'intreccio perverso tra politica e proprietà dei mezzi informazione nella Repubblica Federale Tedesca che rischia, simultaneamente, di ritardare sia il processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con i paesi dell'Est (in primis con la Germania orientale), sia il pieno e completo sviluppo della democrazia liberale nella stessa Germania occidentale. 

(estratto) dalla TESI DI LAUREA 
     "Storia comparata 
dei sistemi politici europei"

Univ. Bologna. (anno 2000)
Candidato: Luca Molinari
Relatatore: Chiar.mo Prof Paolo Pombeni
 

vedi per altri fatti politici  STORIA DELLA GERMANIA


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