INDIA

CONFLITTO ISLAM - INDUISMO
RADICI CULTURALI E STORICHE

Giovanni De Sio Cesari
(
www.giovannidesio.it )

Indice: premessa - aspetti culturali - conflitti nella storia


PREMESSA

Dal punto di vista occidentale noi tendiamo a pensare che il grande avversario con cui storicamente l’islam si sia confrontato sia stato il mondo cristiano con il quale, per più di mille anni, ha combattuto sanguinose guerre intervallate da proficui periodi di paci e scambi culturali e materiali vantaggiosi per ambedue le parti.
Ma, in realtà, dalla parte dell’oriente, l’Islam si è confrontato con altrettanto vigore e modalità anche simili con l’induismo che individua un’altra grande civiltà quella indiana. I rapporti con la civiltà cinese sono stati invece sempre marginali e indiretti.

Il cristianesimo e l’Islam sono tuttavia religioni che hanno come comune origine quella ebraica: pur nelle profonde differenze che le individuano, tuttavia esse hanno in comune i principi religiosi fondamentali. Nella concezione islamica i cristiani, insieme agli ebrei, sono comunque Ahl al-Kitab ( i popoli del libro ) i seguaci cioè della bibbia e il passaggio da una religione all’altra non pare tanto difficile: in realtà tutti i mussulmani del Medio Oriente sono discendenti dai cristiani
Ma rispetto alla religione induista l’islam si pone come profonda alterità con concetti assolutamente opposti e inconciliabili.
Vediamo sommariamente i punti di maggiore opposizione.

CONFLITTO CULTURALE

MONOTEISMO

L’islam è intransigente su questo punto, accusando anche lo stesso cristianesimo di non essere abbastanza chiaro in merito.
Il muezzin grida ogni giorno dal minareto ; la ilaha illa’llah Muhammadun rasulu’llah (
non c’è altro dio che Allah e Maometto è il messaggero di Allah )
Non sono ammessi esseri intermedi, nessun santo, nessuna, anima dei defunti può essere tramite al rapporto diretto con l’unico Dio come invece ammettono i cristiani, in particolare i cattolici.

L’induismo in realtà non può definirsi propriamente un politeismo, come in genere viene rappresentato. Esiste anche per esso una unico dio, il Brahman, fonte e fondamento di tutta la realtà: tuttavia non si tratta di una “persona” come nell’islam (e nel cristianesimo) ma di un ente al quale non è possibile rivolgersi: esistono invece infinite entità spirituali metafisiche diverse da Dio che popolano un infinito pantheon induista: a questi allora i fedeli possono rivolgere le loro preghiere per le necessità del vita, per conforto, per implorare aiuto: esistono poi i pochi mistici, i santoni che cercano di fondersi con Dio: questi spesso percorrono le vie dell’India da tutti rispettati a anche accuditi ma lontani molto dalla gente comune, immerse nelle difficoltà della quotidianità, della materialità.


RIVELAZIONE

Se Dio è persona allora Egli si rivela pure agli uomini: l’islam si fonda sul fatto che Dio si sia rivelato a Maometto dettandogli, parola per parola, in arabo, quello che in seguito è stato trascritto nel Corano.
Non esiste invece una rivelazione propria nell’induismo: i suoi principi si perdono nella notte dei tempi, hanno più un valore filosofico, di ricerca umana. Di conseguenza non esiste una vera e propria ortodossia induista, un corpo unico di verità e regole da seguire: in realtà l’induismo ( come il buddismo) è un insieme di credenze diversissime fra di loro, spesso inconciliabili e che, tuttavia, convivono in una cornice comune
Da ciò nasce però una grande tolleranza: in effetti la civiltà induista accetta e assorbe tutte le teorie religiose filosofiche, offre una specie di nicchia a tutte le teorie. Anche il cristianesimo penetrò in India sin dai tempi apostolici, nel Malabar ( Chiesa si S. Tommaso ) senza alcuna difficoltà: i fedeli adottano anche usi induisti senza che questo interferisca con il credo cristiano.

L’islam, invece, più ancora di essere una teologia, è una legge, la shari’ah, (cioè la “via” indicata da Dio ) che si ricava dalla rivelazione: essa prevede e regola tutte le attività della vita comune, dal matrimonio alla eredità, dal cibo al modo di vestirsi: contravvenire a una sola delle prescrizioni significa mettere in dubbio la legge stessa di Dio che è unica, infallibile e non può essere modificata in nessun caso, per nessun motivo.
Da qui la intolleranza islamica che non ammette diversità, tradizioni locali, autonomia di giudizio: si segue la legge di Dio o non la si segue: nessuna posizione intermedia può avere spazio.

DESTINO DELL’ANIMA

Per i mussulmani l’anima di ciascun uomo, creata direttamente da Dio è immortale e vive in unione con il corpo per una sola volta; con la morte il suo destino è deciso per l’eternità : se non si è attenuta alla legge di Dio viene punita all’inferno, se la ha seguito va in paradiso luogo di delizia ( ma non di unione con Dio che per l’islam sarebbe blasfemo).

L’induismo invece crede fermamente nella metempsicosi: ogni anima vive un numero infinito di vite reincarnandosi in corpi diversi, non solo umani, ma anche animali. Tutto è quindi pervaso da entità spirituali che non sono una peculiarità solo umana: da qui il grande rispetto per la vita in generale e per alcuni animali in particolare che, secondo credenze locali, possono essere sacre o reincarnazioni: non solo le mucche sono sacre ma vi sono templi dedicati a vari animali, uno perfino ai topi: il tempio di Karni-Mata a Deshnoke nel Rajasthan
Alcuni, pochissimi possono però sfuggire alle reincarnazione e giungere fino alla meta suprema della fusione in Dio, del proprio annullamento nella stessa divinità suprema: sono i mistici, quelli che hanno trovato la via (la “illuminazione” come dicono i Buddisti).
In tutti gli altri casi, praticamente quasi tutti, la reincarnazione avviene secondo i meriti e le colpe: la sorte di ognuno in questo mondo dipende dai meriti o colpe che ha accumulato nella vita precedente.

EQUALITARISMO E DISUGUAGLIANZA

Per l’islam ogni uomo è uguale davanti a Dio: ogni disuguaglianza per principio appare una ingiustizia. E’ vero che i meriti di ciascuno possono avere dei riconoscimenti anche in questa vita e che la società ha bisogno per reggersi di gerarchie e di disuguaglianze, ma la umma / (comunità dei fedeli) non riconosce alcuna discriminazione: tutti sono uguali di fronte a Dio quale che sia la sua razza o nazionalità o ceto sociale o anche sesso.
Invece per gli induisti le differenze sociali, anche le più terribili, sono dovute ai meriti o demeriti che ciascuno ha accumulato nella vita precedente. In India vi sono quindi caste che si dividono in infinite sottocaste, ciascuna con un suo posto ben definito nella scala sociale. La cosa, però, non viene vista come una ingiustizia come apparirebbe a un occidentale: il bramino ( la classe più alta) è formata da quelli che hanno ben meritato nella vita precedente, quelli che si sono macchiati di gravi colpe si reincarnano negli intoccabili (paria cioè fuori casta, attualmente definiti dalit cioè oppressi). Solo con la morte e quindi con un giudizio divino si può passare ad altra casta.

Un induista non agisce per questa vita come farebbe un ateo nè per la vita eterna come un mussulmano ( o cristiano) ma per la prossima vita.
Questa concezione religiosa ha dato all’India una stabilita sociale ignota alle altre civiltà: i miseri, gli oppressi gli esclusi non si sentono vittime di ingiustizie che gridano vendetta: vivono la loro condizione come espiazione con la speranza di migliorare la propria condizione nella prossima reincarnazione.
E’ chiaro però che l’equalitarismo islamico ha una forte presa sulle caste più basse e costituisce forse il maggiore fattore di successo dell’islam in India

SESSUALITA'

Colpisce che negli antichi templi dell’India siano scolpite scene erotiche di impressionate realismo. Pure scandalizzò i britannici vittoriani gli scritti del Kamasutra che poneva la sessualità, in tutte le sue forme più esplicite, tanto in primo piano.
L’islam invece, come è noto, presenta una morale sessuale molto rigida che si manifesta anche con l’abbigliamento molto castigato: non solo le donne debbono indossare il famoso hijab (velo islamico) ma anche gli uomini debbono coprirsi e lasciare scoperti solo le braccia e i piedi: un buon mussulmano non si mette a dorso nudo in pubblico.
Tuttavia la differenza non deve essere enfatizzata: in realtà attualmente si è praticamente azzerata perchè l’induismo ha assunto modelli di comportamento sessuale molto rigidi ed affini a quelli islamici; Il bacio, ad esempio, nella cinematografia indiana non è ancora ammesso e scene di sesso esplicito, come nella produzione occidentale, non sarebbero nemmeno concepibili.

In realtà nell’antichità il culto della fertilità era molto sentito: da qui quindi raffigurazioni e atteggiamenti che erano comuni anche nel mondo greco-romano senza però che questo implicasse una libertà sessuale che non esisteva: poi nel Rinascimento il ritorno all’arte classica incontrò non poche difficoltà per motivi religiosi; basta pensare alle Giudizio Universale di Michelangelo


PROSELITISMO RELIGIOSO

L’induismo non prevede una attività missionaria contrariamente a cristiani, mussulmani e buddisti: non vuole convertire il resto del mondo. Come le antiche religioni pagane (greca-romana, egiziana, maya) è una religione nazionale: reagisce però anche violentemente se la predicazione missionaria di altre religioni si fa insistente e minaccerebbe la identità nazionale: dolorosamente è avvenuto negli ultimi anni una violenta reazione contro i convertiti delle missioni cristiane cattoliche e protestanti.
Per l’islam invece il proselitismo religioso è un fatto centrale, uno dei primi doveri del credente.

L’islam si è diffuso ed affermato in un tempo stupefacente breve per una religione: in pochi decenni conquistò quasi tutto il Medio Oriente. Sin dall’inizio la guerra, insieme alla predicazione, fu la base di uno sviluppo cosi sorprendentemente rapido. Non che i mussulmani costringessero con la forza alla conversione: tuttavia essi divisero il mondo in due parti: dar el islam (regno dei credenti ) e dar-el-harb (regno della guerra): con la guerra si conquistavano i paesi non islamici e, in seguito, con la convinzione le popolazioni passavano gradatamente all’islam. In effetti nei paesi conquistati i cristiani divennero dimmy (protetti): potevano cioè conservare la propria religione in cambio del pagamento di una tassa ( gihaz ).

In pratica, non avendo la pienezza dei diritti che spettava solo ai mussulmani, si trovavano in una condizione di inferiorità dalla quale potevano uscire solo con la conversione all’islam.
In teoria la norma non era applicabile agli idolatri (Kafirun ) come lo erano gli induisti: tuttavia, in pratica, gli induisti furono trattati allo stesso modo dei cristiani come già era avvenuto per i zoroastriani della Persia
Tutto, però, dipendeva dalla autorità del momento: questa, a volte, lasciava una sostanziale liberta religiosa, a volte, invece mossa da zelo (o fanatismo) religioso poteva esercitare grandi pressioni per la conversione all’islam con la conseguente scoppio di guerre e rivolte.

IL CONFLITTO NELLA STORIA

LE INVASIONI MUSSULMANE

Già nel VIII socolo abbiamo qualche tentativo da parte dei califfi Omayyadi di Damasco di penetrare in India ma con modesti successi.
Solo dopo il mille la penetrazione islamica cominciò ad avere successi attraverso conquiste di popolazioni provenienti non dal non Medio Oriente ma dall’Asia centrale che, nel frattempo, avevano abbracciato generalmente l’islam.

Nel secolo XII, Muhammad di Ghor invase la pianura Indo-Gangetica giungendo a formare il sultanato islamico di Delhi. In seguito la penetrazione islamica si diffuse fino al Bengala e al Deccan: I regni islamici restarono pero sempre instabili, minati da dispute dinastiche e dai conflitti religiosi con gli induisti
Ad essi si oppose vittoriosamente l’Impero Vijayanagara di confessione induista. Anche questo pero decadde nel corso del XV secolo tanto che i commerci passarono prima in mani arabe e poi portoghesi.
Fu allora, agli inizi del 1500, che si affermo in quasi tutta l’India la dominazione islamica.

Attraverso l’Afganistan e il famoso passo Kiber scese in India un agguerrito esercito musulmano proveniente dal centro Asia e guidato da Babur il Conquistatore, un discendente di Tamerlano e Gengis kan, Nella battaglia di Panipat (1526) ) sconfisse il sultano di Delhi e, in seguito, estese il suo impero in buona parte dell’India richiamandovi anche altre popolazioni islamiche dal nord.
L'impero raggiunse il massimo splendore con Akbar, il Grande, che ampliò ulteriormente le conquiste: ma il suo merito maggiore fu quello di aver governato, con grande tolleranza di tutte le religioni equiparando di fatto nel suo stato l’induismo e l’islam.
Uno dei suoi successori fu Shah Jahan (da 1628 al 1658) che, però, alla morte dell’adorata compagna Mumtaz Mahal dedicò tutte le sue cure e soprattutto tutte le finanze dell’impero a costruire il famoso taj mahal trascurando gli affari politici
Fu allora detronizzato e incarcerato dal figlio Aurangzeb che iniziò un programma di forte islamizzazione: fu imposta la shari’ah, proibito il vino, la danza, persino ripristinata il gihaz (tassa per gli infedeli).

Rivolte e guerre esplosero un pò dappertutto fra islamici e induisti e durarono interrotte per quasi un trentennio: l’unità e la stabilità in India andarono irrimediabilmente perdute.
Ai Moghul si contrapposero i Maratha, una dinastia induista: nel 1717 essi firmarono un reciproco riconoscimento con l’impero Moghul . Ambedue però i regni decaddero: i Maratha fuorono sconfitti dai Pashtun (afgani) nel 1761.
Di tutte le divisioni e lotte interne approfittarono gli Inglesi che senza eccessivi sforzi finirono con il prendere il controllo di tutta l’India.

Gli Inglesi governarono prima attraverso la” Compagnia delle indie”, una specie di impresa privata , e dopo la rivolta dei Sepoys del 1857, direttamente.
La dominazione degli inglesi si mantenne così a lungo e quasi pacificamente perchè essi, non essendo nè musulmani nè induisti, potevano agevolmente mantenere la pace religiosa che infatti non fu rotta per quasi due secoli.


NEL MONDO CONTEMPORANEO


Il conflitto riesplose invece proprio con la fine dell’impero britannico. Il movimento per l’indipendenza dell’India si affermo negli anni ’20 e divenne irresistibile sotto la guida di Gandhi. Questi però avrebbe voluto l’unità nazionale senza nessuna partizione fra induisti e mussulmani. Si formò però una “lega musulmana” sotto la guida di Mohammad Ali Jinnah che pretese invece la divisione in due stati distinti; la Unione Indiana a maggioranza indù e il Pakistan (paesi dei puri), a maggioranza musulmana costituito da due parti ben distinte geograficamente, senza nemmeno un collegamento territoriale: il Pakistan Occidentale (Punjab) e Pakistan Orientale (il Bengala, attualmente Bangladesh ).
Era il fallimento di tutta l’opera di Gandhi che infatti si rifiutò di festeggiare l'indipendenza, fece ogni sforzo per scongiurare la tragedia e finì egli stesso vittima di un estremista induista che gli rimproverava di proteggere i mussulmani, i nemici di sempre, gli invasori, gli oppressori.

La divisione innescò un tragico scontro fra indù e mussulmani. Fra i due stati si ebbe uno scambio di popolazione che provocò scontri con la morte, si valuta, di un milione di persone ma in realtà nessuno ha mai potuto contare le vittime. Si ebbero scene orrende di massacri: si racconta di indù che diedero fuoco alle loro donne pur di evitare che queste, cadute nelle mani dei mussulmani, fossero violentate e simili atrocità .

Nel Pakistan occidentale restavano pochissimi induisti mentre il loro numero era più consistente nel Pakistan orientale, attualmente valutato intorno al 15%.
Ma in India restava invece una comunità vastissima di mussulmani, attualmente valutata in circa 150 milioni che fa sì che l’India, paradossalmente, possa considerarsi uno dei più grandi paesi mussulmani del mondo.

Nasceva poi una disputa irrisolvibile costituita dal Kashmir: si trattava di uno stato a maggioranza mussulmana che però aveva un principe induista che aderì all’Unione Indiana; nel 1949 un terzo della regione fu attribuita al Pakistan e i rimanente all’India: ma la questione si trascina senza una soluzione soddisfacente per i mussulmani fino ad ora ed è causa di sanguinose scontri armati. di guerriglie repressioni.

Nel 1971 nel Bengala orientale mussulmano scoppio una ribellione: l’India la appoggio, ne consegui una guerra indo pakistana vinta facilmente dall’India e si formo lo stato del Bangladesh.
Le relazioni fra i due stati sono state sempre difficili e ambedue i paesi benchè poveri e sottosviluppati si dotarono di armamenti atomici: per ragioni geopolitiche gli Americani appoggiarono il Pakistan, alleato in funzione antisovietica mentre l’India, per riflesso, guardava piuttosto a Mosca I rapporti fra i due stati e fra le due comunità religiose sono rimaste quindi sempre piuttosto tesi.


LO SVILUPPO RECENTE


I due stati hanno preso anche strade diverse di evoluzione. Malgrado qualche difficoltà e una momentanea sospensione ai tempo di Indira Gandhi (1975) l’India ha seguito la via della democrazia e attualmente può considerasi la più popolosa democrazia del mondo: in verità è stata guidata quasi interrottamente e per circa mezzo secolo dai componenti di una stessa famiglia: tuttavia nel complesso la democrazia si è diffusa e ha preso salde radici in un paese che per sua natura, per motivi di civiltà e di religione è essenzialmente tollerante. La dinastia dei Gandhi si è fatta poi definitivamente da parte ripristinando una regolare alternanza democratica
Tutto il paese ha seguito poi modelli occidentali: la lunga dominazione inglese non ha lasciato forti risentimenti: l’India è fra i paesi ex coloniali quello che non ha il complesso del “colonialismo” e ne discute con pacatezza, soppesandone vantaggi e svantaggi.

Il Pakistan invece ha seguito una strada diversa: la democrazia è rimasta solo allo stato formale con il continuo intervento dei militari che la sospendono a tratti e non ha mai messo veramente radici, come in nessun paese mussulmano, d'altronde.

Ha messo invece fortemente radici il fondamentalismo islamico: dal Pakistan più ancora che dal Medio Oriente arabo vengono le spinte più forti: in Pakistan sono cresciuti poi servizi segreti o meglio gruppi militari inclini profondamente al fondamentalismo che il potere legale non è assolutamente in grado di controllare.
Come è noto i talebani furono creati da essi, reclutando gli studenti afgani delle scuole coraniche (talebani, in lingua locale) e anche attualmente essi trovano aiuto ed assistenza nelle zone tribali di confine dove pare nascondersi lo stesso bin Laden.
L’Afganistan d’altronde è come una appendice del stesso Pakistan e la sua etnia maggioritaria, i Pashtun, è diffusa anche in Pakistan.

Negli ultimi anni l’India, con la globalizzazione, ha cominciato uno spettacolare sviluppo economico di poco inferiore a quello cinese del quale però le minoranze islamiche sono generalmente meno partecipi. A differenza della Cina, che resta comunque sempre un mondo a parte, l’India tende sempre più a integrarsi nel mondo occidentale del quale ha persino in comune la lingua degli scambi cioè l’inglese che è la lingua di tutti gli indiani con un minimo di cultura.

Agli occhi dei fondamentalisti islamici l’India assume tutte quelle caratteristiche che attribuiscono agli occidentali; diventa al pari degli americani il grande satana come si espresse Khomeini.
A Mumbai vi è la Bollywood, come si dice, cioè la produzione di film a carattere sentimentale che hanno grande successo anche nel Medio Oriente islamico: si tratta di storie che per noi occidentali sono molto castigate, diremmo quasi edificanti, ma che per l’estremismo islamico sono sataniche.

Mumbai diventa allora la New York dell’India. Colpirla con attacchi spettacolari ha lo stesso significato di quello dell’ 11 settembre: la lotta dei credenti contro i miscredenti cioè del bene contro il male, la grande battaglia finale di Armageddon: ogni fine particolare diventa irrilevante.
Non siamo cioè più al terrorismo che persegue un qualche fine particolare come ad esempio la “liberazione” del Kashmir: ma è semplicemente la lotta a satana: da qui una lunga sequela di attentati che negli ultimi anni hanno insanguinato l’India e che non sembrano avere uno scopo, un significato per chi non penetra quel particolarissimo mondo culturale che sta alla base del fondamentalismo islamico, dei cosi detti Jihadisti.

Il risorgere dell’intolleranza e del fondamentalismo islamico ha riacceso i contrasti con l’induismo che sembravano sopiti: ma, come insegna la storia, i contrasti possono sempre risorgere, anche a distanze di secoli di pacifica convivenza.

(30 novembre 2008)

Giovanni De Sio Cesari
(
www.giovannidesio.it )

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