LA GRANDE GUERRA in 1180 PAGINE IN RIASSUNTO DETTAGLIATO QUI > >
(OPZIONE) PARTIAMO DA MOLTO LONTANO "1870: LA NASCITA DEI RANCORI" > >

SOTTO IN UNA BREVE SINTESI


Monte Cevedale ----------------------------------- Le tre Cime di Lavaredo ---------------------------------- Gruppo dell'Ortles

In Italia lo scenario di guerra delle epiche battaglie spesso furono le ciclopiche montagne.

La Forcella di mezzo delle Tre Cime di Lavaredo, divideva l'Italia dall'Austria. Il primo giorno di guerra, il 25 maggio 1915 gli italiani vi respinsero il primo attacco austriaco. Un altro fu respinto il 5 luglio. Durante l'intero mese di luglio gli audaci Alpini trasportarono fin sulla vetta della Cima Grande un colossale faro destinato ad illuminare d'improvviso l'attacco notturno sulla grande spianata a fronte del Rifugio Tre Cime (oggi Rif. Locatell) - (al di là inizia lo spartiacque della Sava, allora sotto gli austriaci).
A dirigere invece i tiri austriaci, dalla cima del Monte Paternò, vi era Sepp Innerkofler (proprietario e custode del famoso rifugio. Formidabile rocciatore e artefice di numerose vie nelle Dolomiti di Sesto).
Con il grande attacco italiano, il rifugio venne incendiato e proseguì nei giorni successivi con l'occupazione dello spartiacque. Poi il duello leggendario fra Sepp Innerkofler e un semplice Alpino: Piero De Luca.
Sepp Innerkofler nella notte sulle pendici del Paternò in piedi, fissò a lungo le fiamme del suo amato rifugio, morse la pipa e tacque; poi si accovacciò, aprì un taccuino e segnò "La mia casa brucia giù in fondo e il rogo tra i monti fa un'impressione imponente". Poi arrampicandosi sul Paternò, era quasi giunto sulla cima, quando l'Alpino De Luca giunto dalla parte opposta, nel vederlo in basso salire, prese un grosso sasso e lo lanciò contro di lui. Sepp Innerkofler colpito in pieno alzò le braccia al cielo, cadde riverso, il suo corpo piombò in basso e si incastrò nel Camino Oppel. Morto. Più tardi un uomo si arrampicò nelle rocce per recuperare il cadavere, era il figlio del grande Sepp Innerkofler, l'uomo che (al di sopra di ogni confine di Nazione) aveva sempre tanto meravigliosamente osato. Era la più formidabile guida delle "sue" Dolomiti e abitava nella più bella casa del mondo !!! Davanti alla "Fantastica Trinità". Nell'empireo delle Doloniti. "Tempio di silenzio, dove l'uomo, adorando, ascolta Iddio"

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Gli Apini - I "nidi delle aquile" come caserme

Gruppo Ortles - Discesa dal Gran Zebrù (3850 m.) sullo sfondo il Cevedale (3764 m.)



Sul Ghiacciaio del Mandrone (Adamello)


Sull'Alto Piave (Fontana Secca)


Ardimento degli Alpini, sulle Tofane


Vedette sul "Dito di Dio" ( la terza Tofana)


Le Tofane
Sulle pareti di una galleria delle Tofane, un anonimo soldato scrisse:

"Tutti avevano la faccia del Cristo, nella livida aureola dell'elmetto, tutti portavano l'insegna del supplizio nella croce della baionetta,
nelle tasche il pane dell'Ultima Cena,
e nella gola il pianto dell'ultimo Addio".

Era uno dei 600.000 "ultimi addio"


tante vite (750.000) finite in simbolici mazzi di fiori sull'Altare della Patria

Mentre alcuni furono dimenticati e (a tutt'oggi) nemmeno onorati (vedi >
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ecco spesso, per molti, come finisce il "viva la guerra" (vedi >


ALTRE
100 IMMAGINI

DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
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RIEPILOGO CRONOLOGICO IN UN BREVE RIASSUNTO

ANTECEDENTI - L'INTERVENTO

FRONTE OCCIDENTALE
1914-15 PRIMO ANNO DI GUERRA
FRONTE ORIENTALE
( in queste pagine ) INTERVENTO TURCO E ITALIANO
   

1915-16 SECONDO ANNO DI GUERRA

FRONTE ITALIANO
  FRONTE OCC- OR.-MERID-COLONIE
   

1916-17 TERZO ANNO DI GUERRA

FRONTE ITALIANO
  FRONTE OCCIDENTALE
  FRONTE ORIENTALE
  RICHIESTA DI PACE - INTERV. USA
   

1917-18 QUARTO ANNO DI GUERRA

FRONTE ITALIANO
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l'Ultimatum dell'Austria alla Serbia
La risposta della Serbia all'Ultimatum

I COSTI UMANI ed ECONOMICI

MA NON CI FU SOLO GUERRA,
MA TERREMOTI, EPIDEMIE, TENSIONI SOCIALI > >

 

UN LIBRO (RECENTE ( 26/01/07) ) CHE "Cronologia" RACCOMANDA PER LA DINAMICA DEI FATTI - SOPRATTUTTO PER CAPIRE CHE COSA ACCADDE NEI MESI FATIDICI, COME SI GIUNSE ALLE DICHIARAZIONI DI GUERRA (LA PRIMA FU LA RUSSIA) E IL CONFLITTO NEI PRIMI 5 CAOTICI MESI.

Jean-Jacque Becker - 1914 L’anno che ha cambiato il mondo.
«Quando gli orrori della guerra si manifesteranno, quando il tifo compirà l’opera cominciata dalle granate, quando la morte e la miseria li colpiranno, gli uomini, passata l’euforia, si volgeranno verso i dirigenti tedeschi, francesi, russi, italiani e domanderanno loro: come giustificate tutti questi cadaveri?» Jean Jaurès, leader del partito socialista francese.
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, alcuni colpi di pistola sparati dallo studente nazionalista serbo Gavrilo Princip uccisero l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie, innescando una serie di decisioni politiche e avvenimenti che condussero allo scoppio di una guerra su scala mondiale. Lo spaventoso bilancio di questo conflitto è tristemente noto: milioni di morti, un disastro economico e culturale e l’avvento dei regimi totalitari che hanno insanguinato il ’900.

Come è potuto accadere? Quali erano gli obiettivi e i pensieri dei protagonisti della scena politica di quel periodo? E quali furono le reazioni dei popoli all’annuncio di un conflitto imminente? Jean-Jacques Becker, analizzando con grande rigore gli avvenimenti del 1914, smentisce la teoria, da sempre accettata, secondo la quale la prima guerra mondiale sarebbe stato un evento in qualche misura «inevitabile». Attraverso l’analisi puntuale di un ricchissimo materiale storiografico (che comprende memorie e diari, scambi epistolari – per esempio quelli tra Guglielmo II e Nicola II –, periodici e pamphlet), l’autore ci offre una nuova chiave di lettura della vicenda. Attraverso le parole e le scelte di presidenti e imperatori, ambasciatori, intellettuali e leader politici di ogni livello, si dipana davanti ai nostri occhi l’intreccio quasi diabolico di ostinazione, ingenuità e inettitudine che incendiò l’Europa d’inizio secolo.

Nei primi mesi del 1914, tutti pensavano che la guerra non sarebbe durata più di qualche mese, e che non avrebbe oltrepassato i limiti di una contesa «locale» tra Austria-Ungheria e Serbia: un errore fatale, nel quale incapparono non solo eminenti capi di Stato (il viaggio in Russia di Poincaré e Viviani nei giorni dell’ultimatum austroungarico) ma anche le organizzazioni operaie, con la Seconda Internazionale incapace di sanare i dissidi tra socialisti francesi e socialdemocratici tedeschi.
Becker segue l’evolversi della situazione mese per mese, ricostruendo con pazienza la dinamica dei fatti e indagando in maniera acuta le azioni di tutti i protagonisti della vicenda.
Il risultato è un affresco complesso, innovativo e penetrante.

«Nella storia degli uomini vi sono date conosciute ovunque nel mondo: tra queste, il 1914. Tutti sanno che in quell’anno l’Europa, il continente che allora dominava il globo, avvampò, con conseguenze tali che al conflitto venne dato – in seguito e a torto – il nome di prima guerra mondiale. Un avvenimento di quella portata non poteva essere stato frutto del caso e poiché costò la vita a quasi 10 milioni di esseri umani, si decise che si era trattato di una conclusione inevitabile.
La Grande Guerra poteva essere evitata modificando, così, radicalmente la storia del XX secolo? Domande di questo tipo sono assurde o perlomeno antistoriche, dal momento che essa è scoppiata, e il dovere dello storico consiste nel tentare di analizzare ciò che è stato.
Eppure, la prima guerra mondiale rappresenta un problema reale, dal momento che essa è uno dei soggetti storici su cui sono stati scritti più libri. La discussione dura da novant’anni: in tutti i paesi, i più grandi specialisti di storia contemporanea (e anche di altri periodi) continuano a interrogarsi, innanzitutto, sulle responsabilità della guerra del 1914, poi sulle cause che l’hanno determinata. Ci limitiamo a citare Jean-Baptiste Duroselle e François Furet: alla fine della loro vita, la Grande Guerra rimaneva ancora qualcosa di «incomprensibile» per il primo e di «enigmatico» per il secondo. L’uno e l’altro non alludevano soltanto alle cause scatenanti della guerra, ma al conflitto nella sua interezza e in particolare all’accanimento con cui si combatté e all’ostinazione dimostrata dai popoli europei nel distruggersi a vicenda. Nondimeno, la spiegazione di ogni evento bellico si trova molto spesso nel momento in cui esso scoppia. Tale momento è diventato così importante da giustificare la domanda: sarebbe stato possibile evitare che la guerra avesse luogo, perlomeno in quel periodo, e cosa sarebbe successo in quel caso? Per molto tempo si è studiata la concatenazione di fatti che hanno portato alla guerra per concludere che una volta avviato l’ingranaggio non era più possibile arrestarlo, e che l’intera Europa fu travolta per un semplice effetto meccanico. A dire il vero, l’ingranaggio era già stato messo in moto in altre occasioni, ma fino ad allora erano state trovate soluzioni pacifiche per fermarlo. Inoltre, rifugiarsi dietro una spiegazione meccanica non significa forse accettare una visione deterministica della storia? Siamo sicuri di esserci davvero domandati se non ci siano stati momenti in cui il meccanismo poteva essere fermato? Non si è forse messo troppo l’accento sulla fatalità e sul destino e non abbastanza su ognuno di quegli istanti in cui la volontà di un uomo o di un gruppo di uomini avrebbe potuto far muovere il meccanismo in senso inverso? In ogni caso, se la forza del destino si è esercitata sempre in un’unica direzione, ci deve essere una spiegazione. Siamo in grado di trovarla presso gli uomini presi uno a uno e i popoli considerati nel loro insieme? Forse la chiave dell’enigma, dell’incomprensibile, è proprio qui, ed è qui che bisogna cercarla.

La costituzione degli Stati nazionali fu una delle principali realizzazioni del XIX secolo. Nel mosaico di paesi in cui era divisa l’Europa all’inizio del secolo, gli Stati nazionali erano ancora rari: la Francia, il Regno Unito e forse, in certo qual modo, la Russia (per quanto la Russia sia rimasta in gran parte uno Stato patrimoniale, cioè di proprietà di una dinastia, e abbia racchiuso all’interno dei propri confini un gran numero di popoli non russi). Tuttavia, nel corso del secolo, numerose regioni si riunirono in compagini nazionali, come la Germania, l’Italia e i Paesi balcanici, che si erano liberati dell’influenza ottomana per diventare tanti piccoli Stati nazionali. Retaggi della storia come l’Austria-Ungheria cominciarono a essere percepiti come reliquie del passato, e l’impero degli Asburgo fu così messo in discussione, dall’interno, dalle nazionalità che si sentivano dominate e, dall’esterno, dai popoli che intendevano costituire nuovi Stati con i loro compatrioti all’interno dell’Impero. Da ciò deriva l’atteggiamento mostrato dall’Austria-Ungheria improntato a una difesa aggressiva contro tali pericoli.
Non si tenne sufficientemente conto di un tratto caratteristico degli Stati nazionali: i loro abitanti cessavano di essere sudditi di un sovrano per diventare cittadini con diritti e doveri; tra questi doveri ve n’era uno che aveva assunto un ruolo centrale: la difesa della patria contro i pericoli e le ambizioni esterne, vere o presunte.
Certamente, la guerra è un elemento costante della storia, ma quest’idea così radicata aveva mascherato il fatto che il confronto tra Stati nazionali non avrebbe più avuto molto a che vedere con la guerra tradizionale, la guerra «dinastica». Non si trattava più di guerre dalle quali i popoli erano esclusi, ma di un conflitto che li avrebbe coinvolti, di cui sarebbero stati i «beneficiari» e che avrebbe dato loro la sensazione di combattere per i propri interessi. Il servizio militare obbligatorio e, nel caso, la mobilitazione generale erano due aspetti di questa nuova realtà. I popoli erano diventati «patrioti» nel senso nuovo del termine e né i politici, né i popoli stessi avevano immaginato gli effetti di questo cambiamento. Si è sempre detto che i Balcani sono la santabarbara d’Europa, ma in realtà, attraverso il moltiplicarsi delle «patrie», era tutta l’Europa a essersi trasformata in una santabarbara, senza che se ne avesse davvero coscienza. Esisteva l’idea che potesse scoppiare una guerra, ma erano pochi coloro che avevano intuito che sarebbe stato un evento ben diverso da quelli del passato. L’aspetto più grave era costituito dall’atteggiamento dei politici di quegli Stati nazionali, i quali non si rendevano quasi conto della nuova situazione, spesso estranea alla loro formazione intellettuale. È pur vero che, un secolo prima, le guerre legate alla Rivoluzione francese e all’Impero napoleonico avevano rappresentato una sorta di anticipazione delle guerre nazionali che si sarebbero verificate più tardi, ma non ne era stata tratta alcuna lezione. I monarchi e i politici repubblicani continuavano a ragionare secondo schemi che appartenevano al passato, all’epoca degli Stati dinastici: questa inadeguatezza rappresentava il più grande pericolo per la pace in Europa. Da un lato vi era un insieme di nazioni che non avevano in generale alcuna vera ragione di combattere i propri vicini, ma in seno alle quali era cresciuto l’odio nei confronti dell’altro (il patriottismo, ribattezzato in questo caso nazionalismo, induce spesso – quasi sempre – a percepire il vicino come un avversario, un nemico); dall’altro, un gruppo di politici europei riteneva che fosse loro dovere dar prova di «fermezza», e pensavano che regolare un contenzioso con i vicini, se necessario, attraverso l’uso delle armi, fosse certamente un fatto deplorevole, ma pur sempre nella natura delle cose. «Difendersi» contro ciò che non poteva essere interpretato altrimenti che come un’aggressione era un indiscutibile dovere.
Questo non era lo stato d’animo di tutti gli europei. Esistevano in Europa forze potenti il cui obiettivo era la pace: le Chiese, in particolare, sentivano la necessità di vigilare. C’era anche il movimento operaio, la cui importanza continuava a crescere in proporzione allo sviluppo dell’industria; ma i dirigenti socialisti o sindacali erano convinti che il rischio di una guerra dipendesse dalle rivalità tra i capitalisti e non avevano compreso – o l’avevano intuito soltanto molto debolmente – che la causa dei conflitti si trovava, molto probabilmente, altrove, nelle contrapposizioni nazionali. Le masse operaie non erano preparate a opporvisi, perché non erano affatto convinte di non possedere una patria come aveva dichiarato, un po’ troppo semplicisticamente, Karl Marx mezzo secolo prima: gli operai erano patrioti come il resto della popolazione. Se fosse scoppiato un conflitto, essi non avrebbero riconosciuto ciò che era stato loro predetto e si sarebbero schierati senza esitare a fianco della propria patria.
Era, quindi, ineluttabile l’incendio della santabarbara europea? Non è detto. A lungo andare, le nazioni avrebbero potuto trovare un equilibrio pacifico, come era già successo in passato: tuttavia, sarebbe bastato che uno di questi Stati ritenesse di avere ragioni legittime, ragioni indiscutibili per «doversi difendere», perché l’Europa prendesse fuoco, quasi per sbaglio, senza che fosse valutata l’entità del disastro. Fu questo il destino dell’Austria, verosimilmente perché non era uno Stato nazionale e sentiva minacciata la propria sopravvivenza come Stato storico. Dalla scintilla avrebbe potuto scaturire soltanto un fuocherello, ma l’incendio divampò in tutta Europa perché allora non vi era nessun politico saggio, intuitivo e dotato di sufficiente inventiva in grado di comprendere ciò che stava accadendo: ovvero che non si trattava più soltanto di trovare una soluzione a un problema tra vicini. La dimostrazione clamorosa di questa mancanza di comprensione è data dalla convinzione, diffusa all’epoca, che il conflitto sarebbe stato sì terribile, ma di assai breve durata. Avrebbe anche potuto essere così, eppure la guerra fu lunga, proprio perché non era più un conflitto dinastico, ma un conflitto di popoli.
J.-J. B.
Jean-Jacques Becker, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Paris X-Nanterre, è presidente dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne.
«I Leoni» – storia – 26/01/07 pagg. 350 – – traduzione dal francese di Gianluca Perrini http://www.lindau.it

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COME POI FINI'
ERA GIA' STATO SCRITTO NEL1913 > >

ANTECEDENTI
LA CRISI DEL 1914 -LA NEUTRALITA' DELL'ITALIA

L'Europa nel 1914, già da parecchi anni era divisa politicamente in due blocchi che, per le rispettive forze militari terrestri si equivalevano. Da una parte la TRIPLICE ALLEANZA formata da Germania, Austria-Ungheria e Italia; dall'altra Francia, Russia e Inghilterra con degli accordi avevano formato e dato origine alla TRIPLICE INTESA.
Il carattere della prima - come del resto anche la seconda - stipulata per la prima volta il 20 maggio 1882 e rinnovata nel 1891, nel 1902 e nel 1912, era nettamente difensivo senza possibilità di equivoci, infatti, all'Art. III si affermava "Se una o due delle parti contraenti, senza provocazione diretta da parte loro, venissero ad essere attaccate ed a trovarsi impegnate in una guerra con due o più grandi potenze non firmatarie del presente trattato, il casus foederis si presenterà nsimultaneamente per tutte le altri parti contraenti".

Quanto alla Triplice Intesa, una di queste potenza, la Francia in uno scambio di lettere avvenuto nel 1902 tra il ministro degli esteri italiano Prinetti e l'ambasciatore di Francia Barrere, si era convenuto quanto segue: "Nel caso che la Francia fosse oggetto di un'aggressione, diretta o indiretta, da parte di una o più potenze, l'Italia conserverà una stretta neutralità. Lo stesso avverrà se, in seguito ad una provocazione diretta, la Francia si trovasse costretta a prender l'iniziativa d'una dichiarazione di guerra per la difesa del suo onore e della sua sicurezza. La parola "diretta" ha questo senso e questa portata: I fatti, che possono eventualmente essere invocati come provocazione, debbono concernere i rapporti diretti tra le potenze provocatrici e la potenza provocata. Non esiste da parte dell'Italia, e non sarà concluso da essa alcun protocollo o disposizione militare contrattuale d'ordine internazionale, che fosse in disaccordo con la presente dichiarazione".

Questi erano gli accordi dell'Italia con la Francia. Ora veniamo all'applicazione.
Nel novembre 1912 la Serbia invade l'Albania settentrionale ed occupa Durazzo. L'Italia e Austria-Ungheria si oppongono; la Russia tace. Il governo italiano fa sapere a quello francese che l'Italia sarebbe stata risolutamente a fianco dell'Austria-Ungheria contro la Serbia se questa avesse persistito nella pretesa di tenere Durazzo; se Francia e Russia avessero appoggiato la Serbia, si sarebbe trattato di un'aggressione. Questo deciso e fermo atteggiamento dell'Italia fu importante per la risoluzione dell'episodio ed il 9 novembre Sazonov dichiarava alla Serbia ch'essa doveva rinunciare a qualsiasi acquisto territoriale sul litorale albanese (Tittoni - Nuovi scritti di politica interna ed estera - pag. 63 - già in "Fatti e cifre inconfutabili" del generale Marietti - Ediz Ist. Nastro Azzurro, Torino).

Nel marzo del 1913 la conferenza di Londra decide che Scutari deve rimanere albanese. I Montenegrini entrano in Scutari e rifiutano di abbandonarla. L'Austria-Ungheria minaccia d'invadere il Montenegro. L'Italia si oppone a questa azione isolata della sua alleata, e reclama quella collettiva. Anche questa volta il fermo e deciso atteggiamento dell'Italia conduce alla soluzione pacifica del conflitto con la partenza dei Montenegrini da Scutari. (ib. pag. 64).

Pochi mesi dopo nell'agosto del 1913 un'avventata iniziativa della Bulgaria contro i suoi alleati nella precedente ed appena cessata guerra, si riduce a mal partito. L'Austria che aveva non solo incoraggiato ma anche aiutato militarmente la Bulgaria, vede crollare il suo piano di indebolimento della Serbia e pensa subito di attaccarla. Questa volta però vuol sentire prima i suoi due alleati. La Germania è contraria, "perchè il conflitto non avrebbe potuto rimanere localizzato". Mentre l'Italia rifiutando categoricamente ricorda che il trattato non è applicabile ad un'aggressione contro la Serbia (Ib. pag. 65).
A questo punto emergono chiaramente questi tre fatti precedenti alla crisi dell' agosto 1914: 1° Che l'Italia fu coerente ai precedenti episodi; 2° ciò che aveva detto non poteva essere da nessuno ignorato; 3° se anche la Germania avesse mantenuto la propria coerenza, la guerra sarebbe stata evitata.

I fatti precipitano con l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo.

1914-15 - PRIMO ANNO DI GUERRA

Dal delitto di Sarajevo del 28 giugno, l'Austria dopo quasi un mese di elaborazioni, mandò alla Serbia il 23 luglio un "ultimatum"  che poneva condizioni gravose. La Serbia invocò l'interessamento della Russia, la quale dichiarò che un eventuale conflitto austro-serbo non avrebbe potuto lasciarla indifferente.

La Germania escludendo di avere preventivamente conosciuto la nota austriaca alla Serbia, dichiarò di approvarla, pur augurando che il conflitto rimanesse localizzato. Mentre l'Austria non si dichiarò soddisfatta della risposta della Serbia, e ruppe il 25 luglio le relazioni diplomatiche.
A questo punto la Russia interessò prima  la Francia poi la Gran Bretagna per cercare insieme di mantenere l'equilibrio europeo. Propose che l'Austria rinunziasse ai punti più gravosi contenuti nell'ultimatum alla Serbia, ma l'Austria-Ungheria non accettò nessuna modifica.
La notizia perviene a Pietrogrado, che il 29 luglio (prima di ogni altra potenza) mobilita parzialmente il suo esercito verso l'Austria-Ungheria, ma esclude ogni ostilità, tanto che l'ambasciatore russo resta a Vienna;
- Ma nello stesso giorno l'Austria-Ungheria inizia le ostilità verso la Serbia, e comunica a Berlino che la proposta conciliativa proposta dall'Inghilterra è giunta troppo tardi, quando la guerra era già cominciata. E aggiunge che sulla questione serba nessun altro deve interloquire.
Il 31 luglio la Russia dichiara la mobilitazione generale, e ne da comunicazione all'Italia.  
Nella stessa sera del 31 luglio la Germania proclama lo stato di guerra, lancia l'ultimatum a Francia e Russia e ne da comunicazione all'Italia.
In ITALIA nella stesso giorno del 31 luglio, Cadorna presenta al Re un piano d'intervento dell'esercito italiano (sul Reno) a fianco agli eserciti della Triplice Alleanza, com'era contemplato nei Trattati. Cadorna era stato nominato Capo di Stato Maggiore dell'Esercito italiano appena il 1° luglio, per l'avvenuta morte del generale Pollio.
Cadorna considerate le scarse possibilità di un'azione offensiva sulle Alpi dopo gli ingenti lavori di fortificazione eseguiti dai Francesi, e ritenendo che prima d'ogni altra cosa ai tedeschi importava metter fuori causa l'esercito francese di campagna, proponeva l'impiego dell'esercito Italiano sull'alto Reno tra Friburgo e Strasburgo; 5 corpi d'armata e 2 divisioni di cavalleria, capaci di operare nel breve arco di 4 settimane. (Ricordiamo qui che la battaglia della Marna ebbe inizio alla fine della 5a settimana).

Il 31 Luglio la Russia ordina la mobilitazione, allarmando così la Germania.
Il 1° agosto la Germania ordina la mobilitazione generale e dichiara guerra alla Russia.
Nello stesso giorno il Belgio ordina la mobilitazione generale.
Mentre l'Italia avverte l'ambasciatore francese della neutralità.
Il 2 agosto la Germania invade il Lussemburgo ed intima al Belgio di lasciarle libero passaggio.
- Nello stesso giorno l'Inghilterra mobilita la flotta.
- L'Italia comunica alla Triplice la sua neutralità
- In Francia primo giorno di mobilitazione.
Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia accusandola di sconfinamenti.
- L'inghilterra apprende l'intimazione al Belgio.
Il 4 agosto la Germania penetra in Belgio senza dichiararle guerra.
- L'Inghilterra intima di fermare l'invasione in Belgio, e si prepara a mobilitare le forze terrestri.
- Non ricevendo nemmeno risposta all'intimazione, nel corso della notte l'Inghilterra dichiara la guerra alla Triplice Alleanza (senza l'Italia che ha dichiarata la sua neutralità).

Elencati sopra i principali avvenimenti in ordine cronologico vediamo subito qual'è stata l'influenza della neutalità italiana.
"Preziosa" dichiarerà in seguito il maresciallo Joffre nelle sue "memorie". Ma anche gli atti parlamentari, i documenti diplomatici, i giornali dell'epoca, gli studi posteriori dicono abbondantemente che la neutralità italiana ebbe conseguenze "grandi", in senso dannoso agli imperi centrali ed in senso favorevole alla Intesa. "Decisiva forse" per l'esito finale: "decisiva certamente" per l'esito della battaglia della Marna del 6 settembre 1914.
La Francia era convinta che l'Italia avrebbe schierato sulle Alpi 6 corpi d'armata per impedir loro di sboccare dalle Alpi in pianura. A sua volta i francesi avevano predisposto con il piano XVII di schierare sulle Alpi quattro divisioni di riserva (la 64a, la 65a, la 74a, la 75a); una divisione territoriale; otto gruppi di alpini; quattro reggimenti di guarnigione nelle piazze (il 157°, il 158°, il 159°, il 173°).
Inoltre tenuto conto della piena libertà di movimento nel Mediterraneo, la Francia potè far rientare e trasportare dall'Algeria-Tunisia tre divisioni.
In totale una forza di 350.000 uomini pari a dieci divisioni che la neutralità italiana rese disponibili per accorrere alla battaglia della Marna sferrata dai tedeschi; che inoltre non poterono contare sui 5 corpi d'armata e le 2 divisioni di cavalleria che Cadorna doveva portare al loro fianco sul Reno.
BARRERE allora ambasciatore francese a Roma, in seguito sul "Figaro" di Parigi del 24 maggio 1927, dichiarerà: "Mi luccicavano gli occhi quando ufficialmente appresi ufficialmente da Salandra la neutralità dell'Italia (1-2 agosto 1914). Il mio Paese (la Francia) aveva schierato alla frontiera italiana più di 350.000 uomini. Dopo la dichiarazione di guerra tedesca, io potevo avvisare il mio Governo che le nostre truppe al confine italiano potevano recarsi a combattere i tedeschi sulla Marna. E da quel momento la vittoria della Marna fu sicura e lo scacco della strategia tedesca assicurato. Sia la neutralità sia il successivo intervento italiano a est divenne uno dei grandi fattori della vittoria degli Alleati".
I Tedeschi se avessero vinto sulla Marna in pochi giorni sarebbero piombati su Parigi. Dunque la vittoria morale apparteneva anche all'Italia. Eppure questa considerazioni non ebbe poi alcun peso sul contegno a Versailles di Clemenceau, Wilson e Lloyd George, i quali furono ostili alle rivendicazioni italiane, e perciò resero acuti e insolubili i contrasti.
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Era dal 1871, da circa 40 anni,  che la guerra gravitava fatalmente sull'Europa. La Francia anelava per riavere l'Alsazia e la Lorena; la Germania premeva per far trionfare la sua grande potenza industriale; la Gran Bretagna proprio per questo espansionismo tedesco era impaziente di arrestarlo; mentre la Russia di problemi interni da risolvere ne aveva più d'uno, dopo la fallimentare guerra col Giappone (era stato inutile rivolgere l'espansionismo a est), poi la rivoluzione civile a Pietroburgo con i  tanti errori dello zar Nicola II, e con un Lenin già emergente ma anche responsabile di far diventare le soluzioni ai problemi ancora più difficili. Lo zar ritornò volentieri nuovamente sullo scenario occidentale, sui contrasti di vecchia data, e con i rapporti con gli Asburgo e i Prussiani stracarichi di  vecchi rancori.

Arriviamo infine all'Italia. Questa dichiarò che trattandosi di guerra intrapresa dall'Austria in contrasto col carattere difensivo contemplato nel trattato della Triplice Alleanza, sarebbe rimasta neutrale. Anche se non mancano rapporti segreti con la Russia e la Gran Bretagna per un'alleanza per scendere in campo contro gli ex alleati.
 La Germania il giorno 2 agosto era già pronta a invadere il Lussemburgo, per portarsi sul Belgio con la palese intenzione di aggirare gli sbarramenti della Mosa per poi buttarsi sulla Francia. Nella notte del 4 agosto, la Gran Bretagna, ben sicura ormai della neutralità italiana, dichiarò guerra alla Germania, la quale l'aveva già dichiarata da poche ore alla Francia. Il 5 agosto l'Austria dichiarò guerra alla Russia; nello stesso giorno il Montenegro all'Austria; il 6 agosto la Serbia alla stessa Germania.
In pochi giorni, la guerra che gravitava sull'Europa, scoppiò. Ma non solo sullo scenario europeo. Il conflitto  si propagò immediatamente alle lontane colonie tra anglo-francesi e tedesche, sì che diventò fin dal principio mondiale.
Il 10 agosto anche la Francia dichiarò guerra all'Austria, il 13 l'Inghilterra, e il 15 agosto pure  l'impero giapponese iniziò  le ostilità contro la Germania nei mari dell'estremo Oriente, a Kiao-Ciou.

FRONTE OCCIDENTALE - Il vero e proprio inizio del conflitto.  Il primo  a subire il peso delle armi germaniche fu il Lussemburgo, invaso fin dalla notte del 2-3 agosto. Poi subito dopo la Germania si gettò contro il Belgio per allargare il fronte verso la Francia, girare gli sbarramenti fortificati della Mosa e della Mosella per poter cogliere di sorpresa la Francia con non ancora un esercito in campo ma  solo in mobilitazione, mettendola subito in crisi. Quando i tedeschi piombarono da nord potenzialmente erano già nel cuore della Francia. 

Dopo tre giorni di impari lotta l'8 agosto Liegi fu presa, i vicini fortini resistettero fino al 15 agosto, ma ormai la via verso ovest era stata aperta. Le colonne germaniche procedettero spedite anche se contrastate dai belgi a Tongres, a Saint Trond, a Diest e a Tirlemont, e non si fermarono neppure dopo uno scontro con i Francesi, venute a soccorrere i belgi a Dinant. Il 17 agosto il governo belga dovette abbandonare Bruxelles, riparare ad Anversa;  il 19 agosto lo raggiunse tutto l' esercito mobile dopo aver sostenuto un combattimento a sfavore nella città di Aerschol,  permettendo il giorno dopo ai tedeschi, il 20 agosto, di entrare a Bruxelles.

Subito un esercito franco-britannico si buttò nella mischia, impegnandosi il 22 a Charleroi e Mons cercando di sbarrare la strada agli invasori. Purtroppo la caduta di Namur tolse il punto d'appoggio all'ala destra degli alleati. Furono 3 giorni di battaglia  sanguinosa che si chiuse il 25 agosto con la prima ritirata dei franco-britannici, che provocò un altro ripiegamento a quelle truppe francesi che si erano spinte all'offensiva in Lorena e in Alsazia fino a Molhouse.

Il 3 settembre già era minacciata Parigi (a 40 km.). Il governo abbandonò la capitale e si trasferì a Bordeaux.
Se l'Italia, in questa circostanza molto critica per i francesi, non fosse stata neutrale ma a fianco dell'Austria, la catastrofe francese sarebbe stata inevitabile. Fu infatti provvidenziale, quando -dopo la grave crisi iniziale- ci fu il  ripiegamento francese in grazia della sicurezza sul fronte italiano a est. Un arretramento che permise, finalmente, di organizzare bene l'esercito, fino al punto di essere questo in grado di sferrare una grande offensiva.

 Il 13 settembre oltre la battaglia a Ourcq, si scatena infatti la battaglia della Marna costringendo i tedeschi a ritirarsi sull'Aisne, mentre a Verdun i francesi da ovest ad est ricongiunti riuscirono a resistere a degli attacchi disperati, pur perdendo la diga fortificata di Saint-Mihiel. Ma poi spingendo altre nuove  armate alla loro sinistra, i francesi cercarono di avvolgere la destra tedesca, che arretrando si estese dai Vosgi al Mare del Nord.
Poi resisi conto che l'ala sinistra degli alleati era la più debole decisero di assalirla, per aprirsi la via alle coste della Manica, con l'intenzione di isolare la Francia dall'Inghilterra.
I tedeschi qui commisero un piccolo errore; non si erano sbarazzati del tutto dell'esercito belga, e questo rafforzato da alcuni reparti britannici, iniziò a minacciare alle spalle i tedeschi. Cosicchè a Termonde il 16 settembre li impegnarono in un critico combattimento.

Il 28 settembre i tedeschi si scatenarono su Anversa che il 10 ottobre si arrese, ma l'esercito belga-britannico riuscì a ritirarsi sulla sinistra dell'esercito principale fin sull' Yser, presso il mare, tallonati invano dai tedeschi. Inizia qui la Battaglia di Calais, e terminò quella viva a novembre, pur senza successo, ma di lì gli alleati non si mossero più. Per quattro anni la guerra diventò di trincea. A unirsi a loro ci furono anche dei Garibaldini italiani, nelle Argonne, negli ultimi giorni di dicembre. Vi morirono Bruno e Costante Garibaldi, figli di Ricciotti.

  
FRONTE ORIENTALE -  Se i tedeschi avevano ritardato la immediata mobilitazione, con la conseguenza di farsi sorprendere, la stessa cosa non era accaduta in Russia; fin dal 2 agosto i russi non solo erano pronti per una eventuale offensiva, ma sorpresero gli stessi tedeschi quando il 6 agosto con  l'armata di Rennemkampf invadevano la Prussia  orientale.
Verso la metà d'agosto un'altra armata russa comandata da Samsonow piombò sui laghi Masuri, anche se con meno fortuna, fu infatti sbaragliata dai tedeschi facendo migliaia di prigionieri. Ma quelli della Prussia continuarono a stringersi addosso ai tedeschi, che fuggendo verso Berlino  seminarono il panico in Germania.
Allarmati i tedeschi dovettero ritirare forze dalla Francia, riuscendo sì a fermare i russi il 2 ottobre ad Augustow, ma non andarono oltre, si dovettero arrestare sulla linea del Niemen, lasciando così un'ampia manovra ai russi su un buon tratto della Prussia orientale.
Dopo quello a ovest, si era dunque aperto un altro fronte a est, e la situazione si era fatta inoltre grave per i germanici e per gli austriaci  anche nel settore meridionale.
Gli austriaci verso la fine di agosto, avevano commesso anche loro un errore: si erano spinti nella Polonia centrale e, tra la Vistola e il Bug vicino a Dublino, furono attaccati da russi il 28 agosto nella direzione di Leopoli e dopo una lunga battaglia durata fino al 13 settembre furono sconfitti, perdendo la capitale galiziana,  lasciando in mano ai russi 130.000 prigionieri, 200 cannoni, e con in resto dell'esercito perchè minacciato, costretto a ritirarsi. I russi l'8 settembre si affacciarono ai valichi dei Carpazi. alcuni avamposti scesero in Ungheria, il 13 finita la battaglia occupavano quasi tutta la Bucovina.

Fu a questo punto, ai primi di ottobre, che il comando germanico assunse anche la direzione delle operazioni  sul teatro di guerra austriaco, scatenando subito una offensiva contro Varsavia, muovendo dalla Slesia verso la Vistola, costringendo i russi a ripiegare. Ma non di molto, infatti ricompattandosi  i russi tornarono nei dintorni di Cracovia, poi sui laghi Masuri, occupando Soldau. A ricacciarli indietro ci pensò il maresciallo tedesco Hindemburg (famoso poi nel periodo hitleriano) conquistando ma poi anche arrestandosi in trincea il 7 dicembre a Lodz e sull'ovest di Varsavia. Mentre gli austriaci ripresero l'offensiva su Cracovia, senza successo, furono infatti, nuovamente battuti ancora dai russi che si avvicinarono alla città ancora più di prima, fortificandosi sui Carpazi e sul Dunaiz. In questa ottima posizione ci rimasero tutto l'inverno, poi il 21 marzo scatenarono un'altra grande offensiva a Przemysil facendo prigionieri 170.000 austriaci che lasciarono sul campo 2500 cannoni. Per l''Austria il disastro, e quindi la situazione divenne molto critica. Già si temeva una invasione dell'Ungheria, quando ancora una volta i germanici salvarono la situazione prima con una offensiva sui Carpazi, poi il 9 maggio ne sferrarono un'altra  sfondando il fronte russo con la falange di von Mackensen. I russi furono costretti a ritirarsi dalla Galizia.
A questo punto torna in scena Hindemburg con un piano strategico ben congegnato. Concepisce una manovra a triangolo con  due lati un attacco alla Polonia con due grandi masse, mentre una  terza con un largo movimento aggirante  avrebbe attaccato il fronte verso Varsavia Iwangorod. Il 1° agosto 1915 i tedeschi erano divenati i padroni della situazione, mentre gli austriaci entravano a Lublino.

INTERVENTO TURCO - Nell'ottobre 1914 la Turchia abolito le precedenti Capitolazioni, timorosa di una espansione russa, ai primi di novembre prese le armi per gli imperi centrali, impegnando i russi alla frontiera armena ma senza ottenere grandi risultati. Tentò invano di attaccare l'Egitto, tra il gennaio e febbraio del 1915, precisamente sul Canale di Suez, ma a sua volta  veniva attaccata ai Dardanelli dalla flotta anglo-francese. Un tentativo di sbarco in Egitto compiuto il 25 aprile, fallì, non riuscendo così  i turchi in nessuno degli obiettivi strategici prepostisi.
Andò meglio sui Dardanelli  riuscendo a controllare lo stretto, interrompendo le comunicazioni tra la Russia e i suoi alleati.

NELLE COLONIE - La guerra si è estesa subito fuori d'Europa, nelle Colonie dei rispettivi stati in guerra. Fra questi i giapponesi. Dopo 76 giorni di assedio, il 7 novembre 1914, prendono Kiao-Ciou, dopo aver occupato, insieme con gli australiani, le isole germaniche del Pacifico.
In Africa sud-occidentale, il Camerum, il Togo vengono facilmente invasi: Mentre tutta l'Africa orientale possesso germanico, fu completamente bloccata.
La Mesopotamia invasa diventa  preda degli Alleati dell'Intesa fino al nord di Bassora.

ITALIA: - Dopo nuove pressioni tedesche per coinvolgere l'Italia, il ministro degli esteri Sonnino risponde negativamente. Ma nel primo discorso parlamentare del 3 dicembre del nuovo governo, Salandra parla di "una Italia armata e pronta a ogni evento" e delle "sue giuste aspirazioni". Grandi manifestazioni di consenso degli irredentisti e degli inteventisti. Il 5 il Salandra ottiene la fiducia con 413 favorevoli e solo 41 contrari.

"Che l'Italia non potesse, per il raggiungimento dei suoi fini nazionali, rimanere neutrale indefinitivamente, era chiaro a molti ma non a tutti gli italiani. Era altrettanto chiaro che, trattandosi di impegnare la nazione a fondo in una lotta per la vita o per la morte, l'Italia doveva essere lasciata giudice della scelta del momento, in cui entrare in azione; questo momento avrebbe dovuto logicamente essere quello, nel quale le sue forze militari fossero pronte. L'Italia invece, venne stretta da un duplice assedio diplomatico da parte dell'Intesa e da parte tedesca, spinta ad entrare in azione quando l'esercito non era ancora pronto e quando la situazione strategica era tutt'altro che favorevole in entrambi le parti in cui l'Italia entrava". (ib. pag. 14)
(Ricordiamo che il 1° maggio 1915 -pochi giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia, la situazione militare complessiva era nettamente a favore degli imperi centrali: in Occidente dopo aver i tedeschi attaccato coi gas ad Ypres; in Oriente quando la 11a armata germanica e la 4a austriaca sui Carpazi costrinsero i Russi a retrocedere profondamente. L'Intesa stringeva dai due lati il nemico, è vero, ed aveva libere le comunicazioni e i rifornimenti; ma non possedeva in quel momento la superiorità di forze capaci d'imporre la soluzione.
In questa situazione si comprendono l'ansiosa ricerca di nuovi alleati da parte dell'Intesa e, da parte tedesca, gli sforzi per impedire che tale ricerca giungesse a frutto).


9 DICEMBRE - Con l'occupazione austro-ungarica di Belgrado, Sonnino invia a Vienna una nota per ottenere garanzie circa i compensi per la sua neutralità.
25 DICEMBRE - Vienna blocca le trattative dopo che l'Italia con le sue truppe, per volontà di Sonnino sono sbarcati in Albania, occupando Valona. Giustificazione: per impedire  l'occupazione da parte di altre potenze. Ma a Vienna diffidano e non hanno ancora capito da che parte si sta schierando l'Italia.

SECONDO ANNO DI GUERRA >


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