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ISRAELE - PALESTINA
nascita dello Stato Israele

 ANTECEDENTI
Poi il 29 novembre 1947 il piano ONU di spartizione della PALESTINA


il precedente protettorato inglese - il Piano Onu '47 - le conquiste israeliane

ANTECEDENTI


Nel 1897 Theodor Herzl organizza il primo congresso sionista e fonda a Basilea l’Organizzazione sionista mondiale. In questo movimento viene organizzata e prende forza la millenaria pulsione del popolo ebraico a ritornare alla sua terra. Il sionismo, movimento di liberazione nazionale, diventa la risposta a secoli di discriminazione e ostracismo, di oppressione e persecuzione omicida e alla crescente coscienza che il popolo ebraico può liberarsi soltanto con l’autodeterminazione.
(VEDI BIOGRAFIA DI MOSE' MONTEFIORE)

Gli scopi dell'Osm sono precisi: ritorno degli ebrei alla terra d’Israele; rinascita, sul suolo patrio, della vita nazionale ebraica; raggiungimento di una dimora riconosciuta e legalmente assicurata agli ebrei nella loro patria storica. Da quell’anno la marcia verso la vittoria finale si fa più rapida. L’Yshuv riceve nuova linfa dall’arrivo di migliaia di ebrei che, delusi dal fallimento della rivoluzione russa del 1905, costituiscono la seconda ondata di immigrazione nel paese. Socialisti e sionisti entusiasti puntano a dar vita a una classe operaia ebraica, a riscattare la terra con "il sudore della fronte" e a impegnarsi in ogni tipo di lavoro manuale al fine di edificare una società pienamente produttiva e autosufficiente. L’influenza dei gruppi socialisti è determinante: la comunità ebraica comincia a darsi un’organizzazione politica.

Il primo kibbutz
(così viene definita la colonia agricola collettiva di grandi proporzioni) viene fondato nel 1909 sulla riva meridionale del lago Kinneret (Tiberiade) sulla terra acquistata dal Keren Kayemet (Fondo nazionale ebraico). Quasi contemporaneamente viene fondato il primo gruppo ebraico di autodifesa, l’Hashomer (il Guardiano) che si assume la responsabilità della sicurezza dei nuovi villaggi ebraici dagli attacchi degli arabi. E' l’embrione di un futuro esercito che darà lezioni di tattica e strategia al mondo intero. Qualche tempo dopo, sulle dune a nord di Jaffa, sorge Tel Aviv. La vita degli uomini dell'Yshuv è dura, da pionieri; molti dei nuovi arrivati ripartono alla ricerca di una condizione meno stressante, ma la maggioranza resta a battersi.

E’ il 1914 e in Eretz Israel ci sono 85.000 ebrei. Nel 1800 erano 10.000.
Il 1914 è un anno nefasto per il mondo e per la comunità ebraica che vive in terra d'Israele. Scoppia la prima guerra mondiale che investe anche il Medio Oriente, dove sono in gioco grossi interessi europei: uno dei più importanti è rappresentato dal canale di Suez. E la situazione d’emergenza – sono in marcia le truppe russe, inglesi e francesi – fa scattare i primi provvedimenti. Nel dicembre del 1914 il governo turco dà ordine di deportare gli ebrei stranieri, nella primavera successiva il sionismo viene messo fuori legge e i suoi sostenitori condannati all’esilio. Fra coloro che vengono cacciati vi sono David Ben Gurion e Ytzhak Ben-Zvi, futuro presidente della repubblica.

Alla fine del 1915 circa 12.000 ebrei sono costretti ad abbandonare Eretz Israel: La maggioranza finisce ammassata nei campi profughi dell’Egitto, 500 si arruolano nel Corpo sionista mulattieri che combatte con gli Alleati a Gallipoli. Non è il solo contributo che gli ebrei danno alla guerra contro i turchi. Del corpo di spedizione inglese, comandato dal generale Allenby, fa parte anche la Legione ebraica, formata da due battaglioni di fucilieri reali (il 38º London e il 39º American). E c'è un terzo battaglione, formato da 850 volontari locali, il First Judean. L’11 dicembre 1917 questi soldati assieme agli ebrei di tutto il mondo vivono un altro dei grandi momenti storici che nel giro di pochi anni modificheranno il destino del "popolo errante": il generale Allenby entra in Gerusalemme alla testa dei suoi uomini.

Dopo quattro secoli l'impero ottomano deve rinunciare al dominio sulla Terra Santa. Questa vittoria segna una svolta. Già nei primi mesi della guerra Herbert Samuel, un ministro del governo, Herbert Asquith aveva dimostrato ai suoi colleghi che l'Inghilterra e gli ebrei avevano un interesse comune a staccare la Palestina dall’impero turco, ragion per cui le aspirazioni sioniste andavano incoraggiate. Nel 1917 il ministro degli Esteri inglese, lord BALFOUR , formula la sua famosa dichiarazione nella quale viene riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e impegna l’Inghilterra ad appoggiare l’insediamento in Palestina di un national home (focolare nazionale). Questi punti vengono approvati dai vari governi alleati e nel giugno del 1922 vengono ribaditi da una risoluzione del Congresso degli Stati Uniti. Nel luglio dello stesso anno la Società delle Nazioni conferisce ufficialmente alla Gran Bretagna un mandato del quale la dichiarazione Balfour fa parte integrante.

Anche se costantemente in stato di allarme per le continue incursioni e le azioni di disturbo degli arabi, l’Yshuv, ossia l’insediamento ebraico organizzato, continua a costruirsi una patria. 
Nel 1920 viene fondata l'Haganà, una nuova organizzazione di autodifesa, per proteggere la comunità durante le rivolte arabe di Gerusalemme e di Haifa: decisione necessaria, considerato che l’Yshuv non può contare sulla protezione delle truppe inglesi dato che il governo britannico del momento dà invece semmai corda alle sommosse arabe.

Tra il 1919 e il 1929 la popolazione ebraica quasi raddoppia, raggiungendo la quota dei 160.000 abitanti. Sono stati acquistati 120.000 ettari di terra e da Metulla al nord e da Be’er Tuvia al sud vi è una fascia continua di territorio che, popolata da ebrei, costituisce già un vero e proprio territorio nazionale, anche se di ridotte dimensioni. E a poco a poco l’insediamento prende i connotati di un piccolo Stato organizzato.
 

Nel 1927 l'Yshuv viene riconosciuto come entità a sé e di conseguenza si dà le istituzioni tipiche di uno stato democratico: l'assemblea rappresentativa e quella esecutiva, il consiglio nazionale i cui membri vengono scelti dall’assemblea rappresentativa. L’Agenzia Ebraica, impiegando i fondi raccolti all'estero, finanzia l'immigrazione, assicura il sistema scolastico, dà forte impulso all'agricoltura, all'industria e al commercio e coordina il lavoro dell’organizzazione medica Hadassah, la cassa malattie, e di altre organizzazioni sanitarie. 

Proprio per le contraddittorie posizioni assunte dagli inglesi nel corso del mandato, gli ebrei di Eretz Israel prendono coscienza che per conquistare l'indipendenza debbono difendersi su due fronti. Il terrorismo arabo, infatti, non conosce soste: il 24 agosto 1929, un sabato, gruppi di musulmani assassinano a sangue freddo 67 ebrei di Hebron – uomini, donne e bambini – e distruggono le sinagoghe, mettendo fine alla permanenza della comunità ebraica in quella città dei patriarchi dov’era vissuta per duemila anni. 
1945 - Terminata la seconda guerra mondiale, quando apparve chiaro che la Gran Bretagna non aveva alcuna intenzione di far nascere lo stato ebraico più volte promesso (la presenza ebrea la G.B. la voleva integrata in quella araba, in modo da poter mantenerte il protettorato) l’Haganah passò dalla cooperazione alla resistenza. A distinguersi
YITZCHAK RABIN che intanto stava scalando rapidamente tutti i gradi del Palmach, da comandante di plotone a quello di battaglione e infine di brigata. Già nell’ottobre del 1945, mentre è ancora un ufficiale di basso rango, guida un reparto d’assalto a liberare dal campo di detenzione di Atlit, sulle rive del Mediterraneo, circa duecento immigranti ebrei sopravvissuti all’Olocausto che l’Inghilterra considerava "illegali" e come tali internava. È questo il periodo in cui Rabin inizia a essere circondato da una fama quasi leggendaria come comandante militare. Fama che ben presto raggiunge anche le autorità mandatarie. Nel giugno del 1946 viene arrestato dagli inglesi insieme a centinaia di leader ebrei in quello che diventerà famoso come il "sabato nero", e viene rinchiuso sei mesi nel campo di detenzione britannico di Rafah.
Rabin poi rilasciato nell'ottobre del 1947 è nominato vice comandante del Palmach, sotto il diretto comando di Yigal Allon  proprio quando la situazione nel paese sta per precipitare, cioè quando  le Nazioni Unite approvano la risoluzione 181 che sancisce la spartizione della Palestina mandataria in due Stati, uno arabo-palestinese e uno ebraico.

Il governo inglese, cede sempre più all’aggressività degli arabi e raggiunge il limite quando blocca l’immigrazione degli ebrei in Palestina, impedendo addirittura (!!) lo sbarco di 4.500 reduci dai campi di sterminio nazisti giunti davanti alla costa palestinese, davanti alla Terra Promessa.

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LA QUESTIONE DAVANTI ALLA CONFERENZA DELL'ONU

dai comunicati stampa....

18 FEBBRAIO 1947 - Londra - La questione palestinese va all'ONU. -  Il ministro degli esteri britannico Bevin ha annunciato oggi ai Comuni la decisione del governo britannico di deferire all'Onu la questione della Palestina. E ha dichiarato che il fallimento della conferenza è dovuto all'atteggiamento irresponsabile degli arabi e degli ebrei e che nessuna soluzione appare per il momento possibile (Comun. Ansa del 18 febbraio 1947, ore 18,45)

2 APRILE 1947 - I cinque Grandi chiedono una sessione speciale. Le grandi potenze hanno convenuto che una speciale sessione dell'Assemblea Onu venga dedicata alla discussione della questione palestinese.(Ib ore 20.40)

27 APRILE 1947 - Gli Ebrei in guerra con i britannici. - Gerusalemme - Da fonte ben informata si è appreso che le due principali organizzazioni terroristiche ebraiche,  la banda Stern e la Irgum Zwei Leumi - stanno progettando (con i medesimi Arabi !) un'intima collaborazione nella loro "guerra" con i britannici in Palestina. Nella città araba di Giaffa sono stati distribuiti volantini che incitano gli arabi a collaborare con questi ebrei contro l'imperialismo britannico in Palestina (Ib. ore 20.30).

10 OTTOBRE 1947 - Il segretario generale della Lega Araba, Azzam pascià, ha dichiarato che le truppe egiziane e siriane sono in marcia verso i confini della Palestina, pronte a dare agli arabi palestinesi (e agli ebrei !) gli aiuti militari, morali ed economici necessari nell'eventualità dell'evacuazione degli inglesi" (Ib. ore 10,15)

30 NOVEMBRE 1947 - Flushing Meadows . L'Onu approva la spartizione della Palestina. - L'assemblea generale della Nazioni Unite ha approvato oggi con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astensioni il piano per la spartizione della Palestina (Ib. ore 00,30). La votazione è avvenuta per chiamata. Prima interpellata la Francia, che nel silenzio più assoluto della sala ha risposto "Sì". Questa risposta inaspettata è stata accolta da uno scroscio di applausi. Hanno votato contro Afghanistan, Cuba, Egitto, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, fra gli astenuti,  INGHILTERRA, Jugoslavia, Messico, Honduras, Etiopia, Salvador, Colombia, Cina, Cile, Argentina. (Ib. ore 10.50)

ONU - COSTITUZIONE E GOVERNI FUTURI DELLA PALESTINA

OGGETTO: RISOLUZIONE 181 - Fine del mandato, spartizione e indipendenza


1. Il mandato per la Palestina avrà fine al più presto possibile e in ogni caso il 1° agosto 1948:
2. Le forze armate della potenza mandataria evacueranno progressivamente la Palestina; al più tardi il 1° agosto 1948.
La potenza mandataria farà tutto ciò che è in suo potere al fine di assicurare l'evacuazione di una zona situata sul territorio dello Stato ebraico e dotato di un porto marittimo e di un retroterra sufficienti per offrire le strutture necessarie in vista di un'importante immigrazione.
3. Gli Stati indipendenti arabo ed ebraico, così come il regime internazionale particolare previsto per la città di Gerusalemme, cominceranno ad esistere in Palestina due mesi dopo che l'evacuazione delle forze armate della potenza mandataria sarà portata a termine. Le frontiere saranno indicate qui sotto.

Capitolo primo: Luoghi santi, edifici e siti religiosi.
1. Non sarà recato attentato alcuno ai diritti esistenti che riguardano i luoghi santi, edifici e siti religiosi.
2. Per ciò che riguarda i luoghi santi, la libertà d'accesso, di visita e di transito, sarà garantita a tutti i residenti o cittadini dell'altro Stato e della città di Gerusalemme, con riserva di considerazioni di sicurezza nazionale dell'ordine pubblico e della decenza.

Capitolo secondo: Diritti religiosi e diritti delle minoranze
1. La libertà di coscienza e il libero esercizio di tutte le forme di culto compatibili con l'ordine pubblico e i buoni costumi saranno garantiti a tutti.
2. Non sarà fatta alcuna discriminazione in base a differenze di razza, di religione, di lingua o di sesso.
3. Tutte le persone che ricadono sotto la giurisdizione dello Stato avranno egualmente diritto alla protezione della legge.
4. Il diritto familiare tradizionale e lo statuto personale delle diverse minoranze, così come i loro interessi religiosi saranno rispettati.
6. Lo Stato assicurerà alla minoranza, araba o ebraica, l'insegnamento primario e secondario, nella sua lingua, e conformemente alle sue tradizioni culturali.
7. Non sarà appaortata alcuna restrizione all'uso, da parte di ogni cittadino dello Stato, di qualunque lingua, nelle sue relazioni personali, nel commercio, nella religione, nella stampa, nelle pubblicazioni d'ogni genere o nelle riunioni pubbliche.


CITTA'  DI GERUSALEMME
La città di Gerusalemme sarà costituita in corpus separatum sotto un regime internazionale speciale e sarà amministrata dalle Nazioni Unite.
1. meccanismo di governo: i suoi fini particolari. L'autorità incaricata dell'amministrazione, perseguirà i seguenti fini particolari.
a) Proteggere e preservare gli interessi spirituali e religiosi che trovano ricetto nella città; a tal fine, fare in modo che l'ordine e la pace regnino a Gerusalemme.
b) Stimolare lo spirito di cooperazione fra tutti gli abitanti della città, contribuire all'evoluzione pacifica delle relazioni tra i due popoli.
10. Le lingue ufficiali. L'arabo e l'ebraico saranno le lingue ufficiali della città
11. Cittadinanza. Tutti i residenti diventeranno ipso facto cittadini della città di Gerusalemme.

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dai comunicati stampa....a partire dal 30 novembre 

30 NOVEMBRE 1947 - Il Cairo - Il segretario della Lega Araba, Azzam pascià, ha dichiarato che la decisione della partizione "darà fuoco al Medio Oriente", aggiungendo " Il destino della Palestina si deciderà in Palestina. Gli arabi sono capaci di ogni sacrificio" (Comun. Ansa del 30 nov ore 22.15).

8 DICEMBRE 1947 - Gerusalemme - Gli inglesi cominciano ad andarsene. - Secondo notizie raccolte della New York Herald Tribune, l'amministrazione britannica in Palestina avrebbe deciso di iniziare il 15 corrente l'evacuazione delle forze di polizia e delle truppe da Tel Aviv e da Giaffa. (Ib. ore 14.45).

12 DICEMBRE 1947 - Londra - Bevin annuncia la fine del mandato inglese. Il ministro degli esteri britannico ha dichiarato ai Comuni che la Gran Bretagna considera il 15 maggio 1948 come termine ultimo per la rinuncia del suo mandato sulla Palestina (Ib. ore 16.50).

17 DICEMBRE 1947 - Il Cairo - I capi arabi si accordano alla riunione terminata oggi. Hanno raggiunto "un accordo completo per impedire con tutti i mezzi la spartizione della Palestina. Alcuni scontri sono già cominciati sin dal 30 novembre 1947: subito dopo l'adozione del piano di spartizione da parte dell'Onu. (Ib. ore 20.40).

1948 -
2 APRILE
- Lake Success - La questione torna all'ONU. Il consiglio di sicurezza ha approvato questa sera all'unanimità la proposta americana per una tregua in Palestina. Il Consiglio ha deciso di convocare per il 16 aprile una sessione speciale dell'assemblea generale sulla questione palestinese. (Ib. ore 00.30).

Sulla questione israele-arabo la posizione del Cremlino è bizantina: La Pravda ha scritto che "l’Urss sostiene l’indipendenza dei popoli arabi, ma dev'essere però chiaro che gli arabi non si battono oggi per i loro interessi nazionali e per la loro indipendenza ma contro il diritto degli ebrei a costituire un loro stato indipendente. L’opinione pubblica sovietica non può quindi che condannare l’aggressione araba contro Israele". La situazione è tesissima. La propaganda sugli arabi rimasti in territorio israeliano è tambureggiante e ha un certo gioco soprattutto a causa di un tragico incidente accaduto nella notte del 10 aprile 1948.

10 APRILE 1948 - STRAGE A DEIR YASSIN - "Tel Aviv -Forze miste dell'Irgun Zvei Leumi e della Banda Stern hanno tentato nella notte di sgombrare il villaggio arabo di Deir Yassin, lungo la strada per Gerusalemme, considerato una posizione strategica vitale.  Dopo un parziale sgombero e una finta resa, sono state attaccate, perdendo il 40 per cento degli effettivi. Hanno reagito sparando all'impazzata, uccidendo 250 arabi fra armati e civili. Fra i cadaveri si scoprono anche corpi di donne e bambini (Comun. Ansa, del 10 aprile, ore 12.30)

L’episodio è annotato in "Israele: quarant'anni di storia", un ottimo libro scritto da Fausto Coen con ritmo giornalistico e rigore storico. In quella notte "nel villaggio arabo di Deir Yassin forze miste dell'Irgun e del gruppo Stern si macchiarono di un grave crimine uccidendo 250 arabi fra armati e civili. Il villaggio di Deir Yassin si trovava lungo la strada di Gerusalemme non lontano da Castel ma non era considerato posizione strategica vitale. Il fatto è però che le due formazioni autonome, la Irgun e la Stern volevano ottenere un loro successo personale in battaglia. Gli attaccanti lasciarono un corridoio nel villaggio per consentire alla popolazione non armata – avvisata con altoparlanti – di uscire. Più di 200 abitanti lo fecero e coloro che erano rimasti finsero di arrendersi. Quando però i reparti dell'Irgun avanzarono, vennero accolti da un fuoco nutrito scatenato dalle case piene di armi e di munizioni.
I reparti ebraici che non si aspettavano l’agguato, perdono il quaranta per cento dei loro effettivi. E perdono anche la testa. La reazione è a questo punto violenta e irragionevole ma -dicono gli ebrei- non premeditata. Gli uomini dell’Irgun investono il villaggio sparando all’impazzata. Molti civili rimangono uccisi. Tra i 250 cadaveri, al termine della battaglia, si scoprono anche i corpi di donne e bambini. Fu una atrocità della guerra di indipendenza e anche l’azione che aveva meno giustificazioni tattiche.

"L'Haganà, per ordine di Ben Gurion che già mal sopportava le due formazioni irregolari... entrò nel villaggio ingiungendo all’Irgun di abbandonarlo. Più tardi Ben Gurion scioglierà le due formazioni incorporandole nell’esercito. La radio ebraica è la prima a dare l'annuncio: "Non vogliamo più vittorie come quella di Deir Yassin". Ben Gurion telegrafa all’emiro Abdullah di Transgiordania esprimendo "la sua profonda riprovazione" per il massacro e il Gran Rabbino di Gerusalemme ne maledice gli autori. "Nonostante la deplorazione ufficiale da parte ebraica e la sincera unanime condanna che si levò dal paese, pochi giorni dopo, il 13 aprile, forze arabe davano una risposta non meno crudele... A un convoglio di medici e infermieri che si stavano recando all’ospedale di Monte Scopus, che domina la città di Gerusalemme, fu teso un agguato. Circondati, furono tutti massacrati con bombe a mano e fucili mitragliatori. Restarono sul terreno 77 morti, tutti ebrei, tutti medici e sanitari che correvano in soccorso di malati e feriti. Molti degli uccisi erano miracolosamente sfuggiti ai campi di sterminio nazisti (come l'italiana Anna Di Gioacchino Cassuto) e alcuni di essi erano giunti da pochi giorni in terra d'Israele. Fra le vittime un illustre pioniere della psicanalisi italiana, il fiorentino professor Enzo Bonaventura".
 
Gli arabi sfruttano la strage di Deir Yassin per seminare anche il terrore nella loro stessa popolazione musulmana e convincerla ad abbandonare (dicono temporaneamente) i territori controllati dagli ebrei. È un grande esodo. Lunghe colonne di arabi lasciano Haifa, Safed, Tiberiade, Jaffa: dal 15 aprile al 15 maggio del 1948 fuggono 250.000 arabi. Che non saranno certo sistemati dignitosamente, non avranno condizioni di vita civili, ma verranno ammassati in campi profughi formati da tende, dove vegeteranno in condizioni penose, privi di avvenire. Naturalmente il malcontento, la tensione provocate da questa situazione verranno indirizzate dalla propaganda degli alti comandi arabi verso l’Yshuv. 

13 APRILE 1948 - Gerusalemme - Nasce il primo governo ebraico. L'Agenzia ebraica ha annunciato oggi ufficialmente la formazione di un gabinetto formato da 13 membri;  un capo del governo e 12 ministri - che "costituirà l'organo centrale del progettato stato ebraico in Palestina. (Ib. ore 16.50).

15 APRILE 1948 - Il Cairo -  I CRISTIANI CONTRO LA SPARTIZIONE - Il Patriarca, i vescovi e i capi delle comunità religiose cristiane in Palestina hanno deciso di rendere noto alla Lega Araba che nell'interesse dei Luoghi Santi e dei Cristiani in Palestina, essi chiedono l'abbandono del progetto di spartizione. (Ib. ore 10.20)

(Per la prima volta nella storia i cristiani si schierano con gli arabi - gli ex infedeli).
Quindi non è vero che tutti gli Stati del mondo erano favorevoli al nuovo Stato d´Israele. Il Vaticano (e non solo questo) ad esempio ha mostrato sempre dubbi sulla cosa, tanto da non riconoscere lo Stato d'Israele fino a pochissimo tempo fa.

17 APRILE 1948 -  (ore 11.45) - Il Consiglio di sicurezza ha votato una mozione per la tregua tra arabi e ebrei.

24 APRILE 1948 -  (ore 18.15) - L'Onu costituisce una commissione di tregua tra arabi e ebrei.

26 APRILE 1948 -  (ore 12.25) - Si concentrano le forze arabe. Truppe dell' Iraq  sono penetrate in Palestina.

27 APRILE 1948 -  (ore 10.50) - Violenti combattimenti a Haifa, Giaffa, Acri, e altre località della Palestina. I britannici - secondo un comunicato della Irgum Zvei Leuni- avrebbero aperto un violento fuoco di mitragliatrici contro le forze delle organizzazioni terroristiche ebraiche penetrate in Giaffa. Truppe irachene combatterebbero a fianco di truppe della Legione araba. Il piroscafo "Castel" con a bordo 600 immigrati ebrei è stato abbordato al largo delle coste palestinesi da un cacciatorpediniere britannico. A Nicosia dagli inglesi è stata anche intercettata la nave "Exodus" con a bordo 793 immigrati (ore 11.05). 
Dopo vari giorni in balia del mare, la nave Exodus viene rimandata sotto scorta ad Amburgo. 
Un fatto che lascia esterrefatti gli stessi tedeschi.
Un episodio che porta l’Yshuv alla decisione inevitabile: organizzare la resistenza per liberare il territorio dal dominio inglese. E' l'unico modo per conquistare l’indipendenza definitiva e dar modo agli ebrei della diaspora, ai vari profughi, di tornare in Israele. E resistenza è, dura e decisa: la conducono l’Haganà, l'Irgun Zvai Leumi (Organizzazione militare nazionale) e il Lohamei Herut Ìsrael (Combattenti d'Israele per la libertà) (entrambe considerate dagli inglesi delle bande terroristiche). Le organizzazioni agiscono indipendentemente, ma ognuna di loro conduce con maestria una guerriglia che, per la fulminea mobilità dei commandos, per l’intelligenza tattico-strategica con la quale questa task force si muove sui terreni più difficili, mette in ginocchio le truppe inglesi e porta a quel grande giorno che è il 14 maggio del 1948. Da queste tre organizzazioni, quando l'appena sorto stato ebraico si troverà davanti all'attacco arabo, nasceranno le regolari Forze di difesa israeliane.

28 APRILE 1948 -  (ore 10.20) - I primi profughi palestinesi sono già arrivati in Egitto, completamente sprovvisti di mezzi di sostentamento. Il governo egiziano ha istituito un comitato di soccorso e ha stanziato 10 mila sterline per i primi aiuti ai fuggiaschi.

14 MAGGIO 1948 -  - TEL AVIV - GLI EBREI PROCLAMANO LO STATO DI ISRAELE - "La Costituzione dello Stato Ebraico è stata proclamata nel pomeriggio di oggi a Tel Aviv nel corso di una solenne cerimonia,. Il proclama ufficiale dice: "Noi membri del Consiglio nazionale che rappresenta il popolo ebraico in Palestina e il movimento ebraico nel mondo, riuniti in solenne assemblea nel giorno della scadenza del mandato britannico sulla Palestina, per virtù dei diritti naturali e storici del popolo ebraico, in forza della risoluzione dell'assemblea generale dell'Onu, proclamiamo la costituzione di uno stato ebraico in Palestina, che prenderà il nome di ISRAELE." (Comun. Ansa, 14 maggio 1948, ore 16.45).
NASCE IL GOVERNO d'ISRAELE - Gli Ebrei agiscono subito, senza aspettare l'ONU. Il Consiglio nazionale ebraico assume provvisoriamente funzioni di governo dello Stato di Israele. BEN GURION sarà il primo ministro e ministro della difesa (Ib. ore 22.00)".

BEN GURION riuscì a fare un distinguo sul movimento. Tutti gli ebrei della diaspora sparsi per il mondo erano sì "sionisti" cioè "Amici di Israele", ma considerava sionisti in senso stretto soltanto gli ebrei che si erano trasferiti o si volevano trasferire in Palestina.
Inutile dire che queste dispute di carattere politico e religioso (appoggiando il nuovo governo una o l'altra fazione) crearono divisioni dentro lo stesso stato di Israele mentre era in fase di realizzazione la grande opera concepita da Herzl.
Ben Gurion  verrà poi eletto primo ministro prima  nel governo provvisorio  poi riconfermato in quello ufficiale. Ma le due fazioni continueranno reciprocamente nelle loro ostilità. La più moderata esprime dei dubbi su questa decisione, nel voler ignorare così ostentatamente una decisione dell'ONU. E che il nuovo Stato parte debole, è accerchiato dagli Arabi, e inizia a farsi nemici in tutto il mondo per lo schiaffo che si vuol dare alle Nazioni Unite. Ben Gurion, sicuro di sè, tranquillizza (sa di avere l'appoggio degli Stati Uniti, ma anche della Russia (sempre contro il colonialismo inglese in Medio Oriente)

15 MAGGIO 1948 -  Stati Uniti . Il presidente Truman detiene il record nel riconoscimento del nuovo Stato; ha firmato il decreto con cui riconosce ufficialmente il nuovo stato ebraico in quanto autorità "de facto" in Terra Santa. - Ben Gurion, ha insomma avuto ragione. Ha dalla sua parte una grande potenza. (Ib. ore 02.40).

E se Truman non decideva subito, era pronto Stalin, l'altra grande potenza che riconosce lo Stato d'Israele due giorni dopo, il 17 maggio, ovviamente in funzione del predominio britannico nel Medio Oriente. Gli altri stati si adeguano, non possono comportarsi diversamente. Salvo la Santa Sede, che non vuole ebrei in Terrasanta.

15 MAGGIO 1948 - L'Egitto è in guerra. L'ordine del primo ministro Nokrashi pascià, in un messaggio alla radio è mettere fine ai massacri perpetrati dalle bande sioniste. E ha ordinato alle forze  armate egiziane di entrare in Palestina per ristabilirvi la sicurezza. (Ib. ore 02.45).

15 MAGGIO 1948 (ore 06.00)- Subito dopo la proclamazione dello Stato d'Israele, scoppia la prima guerra arabo-israeliana. Gli eserciti della Transgiordania, dell'Egitto e della Siria, con l'appoggio di contingenti libanesi e iracheni, sono entrate nel territorio palestinese "per mantenere l'ordine e la pace e per salvare i Luoghi Santi dalle violenze e umiliazioni degli ebrei".
In realtà gli scontri erano già cominciati sin dal 30 novembre 1947: subito dopo l'adozione del piano di spartizione da parte dell'Onu. Da parte araba si rifiutava la spartizione e la conseguente creazione di uno Stato ebraico; da parte ebraica, anche se si accettò la decisione dell'Onu, si sperava di migliorarla, aumentando, così, la superficie di Israele. Ed infatti -come vedremo- con questa prima invasione gli  israeliani respinsero le forze arabe ed estesero il territorio a loro destinato dall'Onu nel 1947.

15 MAGGIO 1948 - TEL AVIV è stata bombardata stamattina all'alba da tre apparecchi arabi.(Ib. ore 09.00). MASSACRO a KFAR ETZION -  Per rappresaglia alla strage di Deir Yassin del 10 aprile, gli arabi hanno massacrato l'intera popolazione delle colonie ebraiche di Kfar Etzion, a sud di Gerusalemme" (Ib. ore 14.25)

Il precedente massacro di Deir Yassin ha comunque provocato delle reazioni nella popolazione araba. Dà il via a una fuga di massa degli Arabi dalla parte della Palestina di cui l'Onu prevede l'attribuzione agli ebrei. La Irgun ha fatto fotografie degli uccisi e le ha distribuite nei villaggi arabi. Le scritte sotto le fottografie, dicono "Aspettatevi altrettanto, se non sparite!". - In quindici giorni più di 150.000 arabi fuggono dai loro villaggi nativi, verso est, in direzione della Giordania, e verso sud, nella striscia di Gaza. Più tardi questa fuga aumenterà ancora, fino a toccare circa 900.000 arabi.
La Jewish Agency di Ben Gurion lancia agli arabi un appello perchè rimangano, dicendo che la loro esistenza è garantita dentro lo Stato ebraico. Ma Menahim Begin l'ex sottufficiale e rabbino polacco, ex capo della organizzazione terroristica Irgum Zwai Leumi, parla ben altrimenti. A New York, egli dichiara alla stampa: " Quando...il mandato britannico fu revocato, la Jewish Agency si decise a portare a termine un difficile compito: scacciare gli Arabi, ancor prima del ritiro delle truppe britanniche, La Jewish Agency stabilì d'accordo con noi che noi dovessimo eseguire questa missione, mentre essa ufficialmente avrebbe condannato tutte le nostre operazioni, come già si era fatto, quando noi combattevamo gli inglesi. Ora, noi abbiamo colpito con forza e messo il terrore nel cuore degli Arabi".  Non si sa fino a che punto Ben Gurion era d'accordo con l'Irgum di Begin, ma la cacciata degli Arabi corrispondeva anche ai suoi programmi, e ha quindi ragione Begin a dire che i proclami di Gurion non sono del tutto scevri di ipocrisia.

17 MAGGIO 1948 - (ore 23.35) - Radio Mosca annuncia che il governo sovietico ha riconosciuto ufficialmente lo stato di Israele. La Russia si è convinta che il nuovo Stato Ebraico che sorgerà riuscirà a far breccia nel tradizionale predominio britannico nel Medio Oriente. - Ben Gurion ha avuto un'altra volta ragione, ha pure Stalin dalla sua parte. E gli altri Stati occidentali seguono le due grandi potenze.

28 MAGGIO 1948 - (ore 11.30) Termina la battaglia per la vecchia Gerusalemme. Il quartiere ebraico della città si è arreso oggi alla Legione Araba dopo 12 giorni di accanita resistenza. Il numero degli ebrei che si sono arresi ammonta a 1500.
Rabin  è impegnato in questa battaglia per Gerusalemme; proprio lui che è nato a Gerusalemme a 26 anni si trova sulle spalle la responsabilità di salvare la vita di decine i migliaia di persone e di difendere la città più cara alla storia ebraica. La città che le Nazioni Unite avrebbero voluto porre sotto amministrazione internazionale ma che poi, in pratica, hanno abbandonato alle sorti della guerra.

1 GIUGNO 1948 - (ore 12.20) Controffensiva ebraica. E' stata bombardata Amman, capitale della Transgiordania, da forze ebraiche, colpiti obiettivi militari. (ore 24.00) Bernadotte (mediatore dell'Onu) ha proposto una tregua in Palestina che cominci alle ore 8 di venerdi 11 giugno.
 
9 GIUGNO 1948 - (ore 16.30) La tregua è accettata. Da buona fonte si apprende che sia arabi che ebrei hanno dato riposta positiva alle proposte di tregua di Bernadotte. Contrari le ex bande terroristiche ebraiche di Irgun Zvei Leumi e quelle della Stern. Le due fazioni ebraiche iniziano a non andare molto d'accordo con il moderatismo di Ben Gurion. Fino a minacciare uno scontro armato.

11 GIUGNO 1948 - (ore18.10)  Il fuoco è cessato, ma in altri settori del Paese gli scontri continuano.

12 GIUGNO 1948 -  - (ore 08.10) Da Marsiglia sono partiti armi e volontari con la nave "Altalena" battente bandiera panamense. I volontari sono polacchi, francesi, americani, britannici, ungheresi, cechi, austriaci e tedeschi. Pare che si tratti di ebrei ex internati nel campo di Belsen.
 
22 GIUGNO 1948 -  (ore 18,20)  Primi conflitti interni in Israele. Una tensione dovuta al conflitto tra il governo provvisorio d'Israele e le bande di Irgun Zvei Leumi e quelle di Stern; entrambe antigovernative.

25 GIUGNO 1948 - (ore 20.30) - Compare BEGIN, il comandante delle truppe israeliane irregolari dell'Irgun. Non riconosce il governo provvisorio, ne chiede lo scioglimento, e minaccia con le sue forze di intervenire.

29 GIUGNO 1948 - (ore 01.00) - Trapela il "Piano di Bernadotte". In alcuni punti principali si apprende 1) mantenimento di uno stato ebraico più ridotto; 2) Mantenimento dell'unità palestinese tra la zona ebrea e quella araba; 3) Libertà d'immigrazione senza limiti nella zona ebraica; 4) Statuto internazionale e corridoi di accesso  Gerusalemme.
Alle ore 12.43, dello stesso giorno 29 GIUGNO si conclude l'evacuazione delle truppe inglesi dalla Palestina, con l' ammaino della bandiera britannica. Termina ufficialmente  dopo 25 anni l'occupazione britannica.

3 LUGLIO 1948 - (ore 24.00) - La lega araba ufficialmente rifiuta il piano del mediatore Onu Bernadotte.

6 LUGLIO 1948 - (ore 14.35) - Anche il Consiglio di stato d'Israele ha deciso di respingere completamente le proposte di pace fatte dal  mediatore delle Nazioni Unite, conte  Bernadotte.

9 LUGLIO 1948 (ore 10.20) - La guerra riprende. Arabi ed ebrei hanno stamani riaperto le ostilità e il fuoco.

9 AGOSTO 1948 - (ore 14.00) - Israele propone un negoziato di pace tramite il mediatore Onu Bernadotte.

10 AGOSTO 1948 - (ore 23.00) - La Lega Araba respinge le proposte di pace avanzate dal governo Israele, perchè -affermano-  non riconoscendo il governo non possono di conseguenza entrare in simili trattative.

17 SETTEMBRE 1948 - (ore 21.00) - Il mediatore di pace dell'Onu BERNADOTTE è stato  assassinato oggi alle ore 12.00 a Gerusalemme assieme al colonnello Serot osservatore delle Nazioni Unite, presumibilmente da uomini della banda Stern.

16 NOVEMBRE 1948 - (ore 15.00) - L'ONU ordina un armistizio. 8 voti contro 1 (Siria) mentre Urss e Ucraina si sono astenute.

1949 -
7 GENNAIO - (ore 14.00)
- Alle ore 13.00 il governo di Israele ha dato ordine a tutte le sue forze di terra, di mare e d'aria di cessare il fuoco.
 
13 GENNAIO 1949 - (ore 15.00) - Si comincia oggi a Rodi a negoziare. BUNCHE ha sostituito Bernadotte.

17 FEBBRAIO 1949 - (ore 08.00) - Ieri sera è stato eletto Presidente dello Stato di Israele CHAIM WEIZMANN.

24 FEBBRAIO 1949 - (ore 01.00) - Rodi: La Reuter informa che è stato firmato oggi un armistizio generale fra l'Egitto  e lo Stato d'Israele. (la guerra è solo rimandata - vedi prossima puntata)

20 MARZO 1949 - (ore 20.00) - Accordo armistiziale fra Israele e lo stato del Libano. Mercoledì la firma.

3 APRILE 1949 - (ore 22.00) - Firmato l'armistizio anche fra Israele e i rappresentanti della Trangiordania.

20 LUGLIO 1949 - (ore 11.00) - Cerimonia ufficiale oggi per la firma fra Siria e Israele dopo mesi di negoziati

"Un passo indispensabile per il ritorno della pace in Palestina". 
Scrissero tutti i giornali del mondo. 

Ma il malcontento e la tensione provocata da questa situazione durata due anni verranno indirizzate dalla propaganda degli alti comandi arabi verso l’Yshuv. L'attività dei feddayn si fa sempre più intensa, ed inizia ad aleggiare la minaccia di un'offensiva congiunta fra Egitto, Siria e Giordania. 
Si cammina verso la GUERRA DEL SINAI del 1956 > >

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Francomputer 
Pluralisticamente accettiamo altre tesi - pro e contro
Non per partito preso o per attribuire torti o ragioni 
ma perchè è giusto cercare di capire

E SE SCRIVETE ABBIATE IL CORAGGIO DI FIRMARE
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l' intervento di un lettore

Esistono due linee narrative circa le origini del conflitto palestinese - spesso in completa e beata antitesi tra di loro. A quasi sessanta anni dalla nascita di Israele - senza considerare quanto avvenuto nei decenni precedenti - penso sia giusto riguardare in maniera "serena" alla storia di questo stato, alle sue origini ed alle problematiche che ha sollevato, e di farlo cercando di evitare il livore politico e propagandistico che da sempre caratterizza questo tema. Sottopongo alla sua attenzione un testo di Galavotti
http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/palestina/origine_crisi.htm
che, più fedele alla narrativa araba circa le origini del conflitto, potrebbe integrare meravigliosamente quanto lei ha già pubblicato - permettendo così a noi afacionados del suo sito di poter confrontare le due "versioni dei fatti". ( fatto, vedi sotto )
In tal senso le suggerisco un'opera di Ilan Pappe - History of a modern Palestine (Cambridge University Press) - a mio parere una delle migliori in circolazione. L'autore - un israeliano ex membro del Matzpen (movimento di socialisti israeliani critici nei confronti del sionismo) - cerca proprio di "sintetizzare" le due storie e di far luce una volta per tutte sulla nascita di Israele e sulle sue contraddizioni.

La ringrazio ancora per l'egregio lavoro svolto e le porgo i più cordiali saluti. Claudio Rivoli, TO.


L'ORIGINE DELLA CRISI PALESTINESE

Nel maggio 1947, alla tribuna della commissione speciale dell'Assemblea generale dell'ONU per la Palestina, il capo della delegazione sovietica, A. Gromiko, affermò che in Palestina arabi ed ebrei avrebbero potuto convivere in pace a condizione di costituire uno Stato democratico binazionale, unitario e indipendente, che riconosca pari diritti alle due popolazioni, oppure, in alternativa a questa soluzione giudicata impraticabile dalle stesse popolazioni, a condizione di suddividere la Palestina in due Stati distinti e indipendenti, uniti però sul piano economico. Da allora la posizione sovietica è rimasta sostanzialmente immutata.

All'ONU tuttavia la questione non venne sollevata dall'URSS ma dal governo inglese, che aveva ammesso la propria incapacità a risolvere i problemi accumulatisi nel corso del suo mandato semi-coloniale. Le popolazioni arabe ed ebraiche non sopportavano più la presenza dei 100.000 militari inglesi. La repressione della guerriglia veniva a costare troppo alla corona, anche perché essa era appoggiata non solo dalle forze comuniste delle due popolazioni, ma anche dai sindacati e dagli ambienti liberali, nonché dal partito sionista Hashomer Hatzair.

In qualità di potenza mandataria, la Gran Bretagna deve essere considerata, per quel periodo, la maggiore responsabile del conflitto palestinese. La sua politica, in quella regione, venne dettata unicamente dall'interesse a sfruttare i giacimenti petroliferi mediorientali, evitando, in ciò, che gli USA acquisissero un'influenza troppo grande. Nel 1945, con il governo laburista di C. Attlee, l'Inghilterra allargò la cooperazione con alcune monarchie arabe, soprattutto con Transgiordania, Irak ed Egitto. Malgrado le forti pressioni di Stati Uniti ed Europa occidentale, il governo Attlee riuscì a bloccare totalmente l'immigrazione ebraica in Palestina. Gli ebrei che venivano presi dalle navi da guerra inglesi, stazionate sul litorale, venivano deportati in campi profughi a Cipro (in un caso furono addirittura spediti in Germania!).

Stessa politica di rigore (almeno in apparenza) veniva applicata nei confronti dei leaders delle organizzazioni sioniste operanti in Palestina. Nel giugno 1946 venne decretata la legge marziale e le sedi dell'Agenzia ebraica (1), del Consiglio nazionale e di altri centri operativi furono occupate. Per circa due settimane si moltiplicarono perquisizioni ed arresti (si arrivò sino a 2.700) nei quartieri ebraici e presso le colonie agricole; un mandato di cattura venne spiccato contro Ben Gurion e altri dirigenti sionisti che all'epoca vivevano negli USA; tre membri del comitato esecutivo dell'Agenzia ebraica, il segretario del Consiglio nazionale ebraico di Palestina e altre personalità di rilievo vennero imprigionate.

Tuttavia, le misure volte a frenare l'immigrazione si rivelarono ben presto inefficaci. Nel 1946 le organizzazioni sioniste avevano già fatto entrare clandestinamente circa 10.000 uomini in grado di armarsi. Quando fallirono tutti i tentativi di disarmare le formazioni para-militari ebraiche, che agivano in semi-clandestinità, gli inglesi revocarono lo stato d'emergenza e scarcerarono i sionisti. L'ala dominante degli attivisti di Ben Gurion era riuscita a convincere i sionisti che la presenza britannica era l'ostacolo principale all'acquisizione di una propria indipendenza politica. Di qui la richiesta dell'appoggio statunitense.

L'importanza strategica della Palestina era aumentata per gli inglesi in misura proporzionale alla decisione che avevano preso di evacuare da Egitto, Siria, Libano e Irak, a partire dal 1946, le loro forze militari. Essi avevano addirittura impiantato dei campi permanenti nella striscia di Gaza, elaborando un piano di ridistribuzione delle forze nel loro impero mediorientale. In tal senso erano perfettamente consapevoli che per poter conservare il regime mandatario occorreva che i sionisti rinunciassero all'indipendenza politica, e che comunque il mandato sarebbe finito se i sionisti avessero cercato l'appoggio americano. Lo stesso presidente Truman aveva già messo sull'avviso gli inglesi che se avessero usato la forza contro i sionisti, gli USA non avrebbero concesso loro né viveri né nuovi crediti.

Essendo dunque escluso l'uso della forza, le autorità inglesi cercarono la via del compromesso. Nel luglio 1946 fu reso pubblico il progetto MORRISON-GRADY di ripartizione della Palestina in quattro zone: una provincia ebraica, una araba (dotate entrambe di una certa autonomia), un distretto di Gerusalemme e uno del Negev (entrambi sotto il potere diretto inglese). In pratica il progetto serviva per costruire una sorta di "ponte" fra Egitto e Transgiordania (e quindi verso i giacimenti petroliferi d'Irak e Kuwait).

Naturalmente l'autonomia delle due suddette province sarebbe stata alquanto relativa (Londra, ad es., si riservava il diritto di designare un alto commissario che amministrasse difesa, affari esteri, dogana, ecc.). Ecco perché i capi sionisti e palestinesi respinsero subito il progetto. Ed ecco perché, in risposta a tale rifiuto, il governo Attlee propose la creazione di uno Stato indipendente unico, dopo un "periodo transitorio" di cinque anni nel corso del quale il potere legislativo ed esecutivo sarebbe rimasto nelle mani degli inglesi. Al secondo rifiuto gli inglesi decisero di rivolgersi all'ONU. Il loro "doppio impegno" nei confronti degli arabi e degli ebrei li aveva praticamente portati a un vicolo cieco.

* * *

La politica americana in Medioriente è nata allo scopo di sostituire la propria influenza a quella inglese. Non avendo in questa regione, allora, né basi militari né accordi preferenziali, gli USA avevano tutto da guadagnare nell'usare una politica di forza. Di qui l'alleanza coi capi del Sionismo internazionale, che ufficialmente data a partire dal rapporto HARRISON del 1945. Earl Harrison, funzionario del Dipartimento di Stato, aveva pensato che la soluzione migliore per gli ebrei che erano stati internati nei lager nazisti era quella di trasferirli in Palestina, utilizzandoli in funzione anti-araba e anti-inglese.

Pressata dall'esigenza suscitata dagli USA in Europa occidentale di concertare le azioni in vista di una guerra fredda contro l'URSS, l'Inghilterra non oppose una seria resistenza a questo rapporto. E così, nei primi mesi del '46 era già in funzione una commissione anglo-americana per la Palestina. Nel maggio un suo rapporto prevedeva la modifica delle restrizioni inglesi imposte agli immigrati e la possibilità per 100.000 ebrei di entrare immediatamente in Palestina. Londra naturalmente, per assicurarsi che la crescita numerica della popolazione ebraica non comportasse alcuna rivendicazione d'indipendenza, chiese lo scioglimento di tutte le formazioni para-militari ebraiche, ma gli USA si opposero.

* * *

La posizione della direzione sionista, a livello internazionale e nell'ambito della Palestina, cominciò a delinearsi chiaramente verso la fine della II guerra mondiale. A quell'epoca i due centri maggiori d'influenza erano gli USA e la Palestina. Nel dopoguerra essi appoggiarono tutte le proposte di dividere la Palestina per crearvi un autonomo Stato ebraico. A tale scopo sfruttavano bene i sensi di colpa che provava l'opinione pubblica di molti paesi in relazione allo sterminio ebraico da parte dei nazisti. In effetti gli ebrei avevano sopportato immani sofferenze anche per la mancanza di qualsiasi intervento da parte degli Stati occidentali in loro difesa: questo poteva spiegare il loro desiderio di lasciare l'Europa.

Sfruttando proprio questo desiderio, i sionisti seppero creare ingegnose piste per il traffico di nuovi immigrati in Palestina. Già durante il viaggio verso la "patria storica" veniva loro propinata l'idea che per avere un proprio Stato bisognava prendere la terra agli arabi locali, cioè a quegli arabi che nel '47 costituivano i 3/4 della popolazione palestinese e che trent'anni prima erano il 90%, a quegli arabi che, nella guerra contro l'impero turco, si erano fidati della promessa inglese di poter ottenere una nazione libera.

Il congresso sionista del 1946 prevedeva chiaramente l'annessione della striscia di Gaza, limitandosi a concedere allo Stato arabo l'accesso al mare da Giaffa, nonché le regioni a est di Tel Aviv (che in seguito divennero parte d'Israele) e tutta Gerusalemme. I sionisti, pur di poter costituire uno Stato autonomo con relativa facilità, erano anche disposti a rinunciare (almeno temporaneamente) all'idea di inglobare l'intera Palestina.

Essi infatti avevano il problema di fare una buona impressione, mostrandosi realisti, al cospetto dell'ONU. Era d'altra parte difficile sostenere l'idea che con 700.000 ebrei o poco più si poteva costituire uno Stato alternativo a quello arabo. Ciò tuttavia non impedì loro di annullare quelle risoluzioni congressuali che garantivano i diritti degli ebrei su tutta la Palestina (vedi ad es. il programma BILTMORE, adottato nel maggio 1942 dai sionisti americani).

In ogni caso per i sionisti non esisteva più il dilemma di scegliere fra il mandato britannico o la divisione della Palestina. Al loro congresso del 1946 gli esponenti delle organizzazioni ebraiche americane approvarono a maggioranza assoluta la mozione che prevedeva la fine del mandato e Ch. Weizmann, il capo dell'ala filo-britannica, non venne riconfermato alla presidenza dell'Organizzazione Sionista Mondiale.

Come noto, l'ipotesi di spartire la Palestina era piaciuta ai sionisti sin dalla fine degli anni '30, allorché la commissione inglese PEEL, insediatasi in Palestina dal novembre 1936 al gennaio 1937, pubblicò un rapporto in cui proponeva di dividere la Palestina in due Stati, lasciando Gerusalemme e il corridoio da Gerusalemme a Giaffa in mano agli inglesi. Naturalmente si prevedeva l'espulsione di tutti gli arabi dal futuro Stato ebraico (in conformità peraltro ai postulati teorici del fondatore del sionismo politico, Theodor Herzl). All'inizio del '47 la politica sionista poteva contare sull'Haganà (l'organizzazione militare ebraica in Palestina) che disponeva già di 60.000 uomini, di cui almeno 12.000 avevano combattuto nel corso della II guerra mondiale a fianco di inglesi o americani; poi vi erano altre organizzazioni militari clandestine che svolgevano azioni terroristiche e campagne politiche estremistiche, sia contro gli inglesi che contro gli arabi.

* * *

Nel giugno 1946 la risoluzione del consiglio della Lega araba, riunitosi a Bludan, rifiutava categoricamente l'idea di dividere la Palestina in due Stati. Ciononostante alcune monarchie arabe entrarono ufficiosamente in contatto con i sionisti per timore di perdere il controllo delle rivendicazioni socio-politiche del movimento di liberazione arabo e di quello nazionale palestinese.

Queste monarchie cercarono l'appoggio degli husseinisti, i seguaci del muftì estremista di Gerusalemme Haj Amin el-Hussein, che durante la II guerra mondiale si era schierato a favore del nazi-fascismo. Nel novembre 1945 il consiglio della Lega araba inviò a Gerusalemme una delegazione guidata dal presidente della Lega, Jamil Bey el-Mardam, che impose ai partiti palestinesi un Alto comitato (organo amministrativo del settore arabo-palestinese) in cui la maggioranza veniva assicurata al partito filo-husseinista. In tal modo il muftì era diventato il leader dei palestinesi!

Nel gennaio 1946 l'Alto comitato rifiutò il compromesso britannico sulla fissazione di una quota d'immigrazione a 1.500 persone al mese. Le funzioni del muftì sembravano quelle di un "agente provocatore" al servizio di qualche potenza imperialista. Egli anzi non ebbe difficoltà a scatenare una campagna terroristica contro le forze progressiste e i politici moderati del settore arabo.

Dal novembre 1946 al febbraio 1947 sei personalità arabe favorevoli ad una soluzione realista del problema palestinese, furono assassinate. Il re di Transgiordania, Abdallah Ibn Husayn, intavolò negoziati segreti con i leaders sionisti, elaborando, all'inizio del 1947, un piano di coordinamento delle azioni denominato "Divisione e Anessione", che prevedeva, in caso di divisione della Palestina in due Stati, l'ulteriore spartizione dei territori arabi tramite annessioni da parte dello Stato ebraico e della Transgiordania.

Dunque imperialismo, sionismo e reazione araba, nonostante la differenza degli obiettivi, facevano fronte comune. L'importante per loro era di far salire al massimo la tensione fra ebrei ed arabi, rendendo impossibile qualunque soluzione negoziata. Peraltro il mondo intero era già d'accordo su un punto fondamentale: la "soluzione" doveva includere una restrizione dei diritti nazionali degli arabi in Palestina.

L'unica, in pratica, che sosteneva la possibilità di una coesistenza pacifica tra nazioni diverse nell'ambito di un unico Stato, era l'URSS, ma anch'essa si rendeva conto che le pressioni anglo-americane e sioniste rendevano inevitabile la spartizione. I palestinesi avevano combattuto contro l'amministrazione militare britannica già negli anni pre-bellici, sia per la liberazione nazionale che per impedire la realizzazione della minacciosa "dichiarazione di Balfour" del 1917, secondo cui uno Stato d'Israele in terra di Palestina, appoggiato dagli inglesi, avrebbe impedito agli arabi, traditi dal Trattato di Sevrès del 1920 sulla spartizione dell'ex-impero turco, di compiere delle insurrezioni. Ma i palestinesi non avevano la forza sufficiente per opporsi a questo progetto, né potevano contare sull'appoggio di qualche potenza occidentale o delle monarchie arabe, ancora incapaci di reagire alle pesanti ingerenze colonialistiche dell'occidente.

Nell'autunno 1947 la delegazione sovietica all'ONU chiese la soppressione del mandato britannico a partire dal 1o gennaio 1948 e il ritiro progressivo di tutte le truppe inglesi, nonché l'istituzione di due Stati, ebraico ed arabo, sovrani e indipendenti, che per un periodo transitorio sarebbero stati amministrati da una speciale commissione dell'ONU, composta dai rappresentanti dei paesi-membri del Consiglio di sicurezza. Commissione, questa, che avrebbe anche dovuto controllare la legalità delle elezioni delle assemblee costituenti e sorvegliare l'attività delle formazioni militari dei due futuri Stati.

USA e Inghilterra si opposero a questa proposta, anche se disposero di conservare il mandato britannico fino al maggio 1948 e di affidare l'amministrazione transitoria della Palestina a una commissione di delegati di 11 paesi-membri, senza poteri reali. Il 29 novembre 1947 fu presa dall'ONU la decisione di costituire due Stati indipendenti legati da un'alleanza economica, con Gerusalemme avente uno status internazionale specifico. I paesi arabi votarono contro.

Nel dicembre dello stesso anno si tenne a Tel Aviv la riunione del comitato esecutivo dell'Histadrut (2) (Federazione generale dei lavoratori) dedicata all'esame dei risultati del voto dell'ONU. David Ben Gurion, il futuro primo ministro israeliano, presentò il rapporto principale. Egli apprezzò la risoluzione dell'ONU e propose un programma in cinque punti, attorno al quale avrebbe dovuto articolarsi tutta l'attività dei dirigenti sionisti:

favorire l'immigrazione in Palestina di almeno un milione di ebrei,
creare un regime democratico basato su: libertà della persona, suffragio universale, sottomissione della minoranza alla maggioranza, amicizia ebraico-araba,
assicurare l'egemonia e l'unità degli operai aventi una coscienza di classe e desiderosi di costruire uno Stato indipendente,
considerare Gerusalemme "cuore della nazione ebraica",
opporsi alla propaganda estremista che reclama conquiste territoriali in nome della indivisibilità del paese. Il programma venne accolto con entusiasmo dalla grande maggioranza della popolazione ebraica della Palestina. Da esso risultava chiaramente che i capi sionisti non avevano pretese territoriali aldilà delle frontiere del futuro Stato ebraico tracciate dall'ONU, né avevano intenzione di provocare conflitti armati contro gli arabi. La definizione relativa a Gerusalemme andava considerata più come una concessione formale agli ambienti confessionali che non come una violazione della risoluzione dell'ONU.
Tuttavia le intenzioni non fanno la realtà, meno che mai poi quando esse si suddividono in "ufficiali" e "ufficiose". Era chiaro infatti che i sionisti avevano accettato la spartizione della Palestina solo perché uno Stato unico sarebbe stato a maggioranza araba. Loro scopo principale, in realtà, era quello di espellere dallo Stato ebraico tutti gli arabi, e senza una guerra, tollerata dall'occidente, ciò sarebbe stato impossibile.

A favore invece di questa possibilità giocava il fatto che il controllo degli avvenimenti in Palestina era stato affidato dall'ONU a una commissione costituita da rappresentanti di piccoli paesi privi dell'autorità o della forza militare per assicurare l'applicazione della risoluzione votata. Dal canto suo, Londra sapeva che in caso di guerra civile sia gli arabi che gli ebrei avrebbero avuto bisogno del suo appoggio, per cui essa poteva ancora nutrire speranze di veder ripristinare il mandato o di vedere la comunità mondiale disposta a riconoscerle un ruolo-chiave nella soluzione del problema palestinese.

Ben Gurion dunque poteva contare su queste cose e anche sull'estremismo del muftì di Gerusalemme, che si alienava le simpatie delle masse arabe, nonché sul fatto che gli arabi avevano una forza militare insufficiente rispetto a quella ebraica: gli ebrei ricevevano aiuti sostanziali dall'occidente, i palestinesi solo promesse. Gli arabi erano superiori numericamente, ma non per il numero degli uomini in grado di combattere, e non disponevano di una forza adatta ad azioni di tipo offensivo.

La tattica araba al massimo poteva prevedere la mobilitazione della popolazione locale per assalire un villaggio ebraico o per compiere un'imboscata sulle strade. Le formazioni semi-regolari degli arabi contavano non più di 6.000 uomini, divisi peraltro in due gruppi privi di un comandante unico: Abd el-Kader Husseini obbediva al Consiglio superiore arabo di Gerusalemme, mentre Fawzi Kawkij dell'Esercito della salvezza obbediva alla Lega araba.

Nel dicembre 1947 il C.C. del MAPAI (partito del lavoro d'Israele) mise all'ordine del giorno lo stesso problema affrontato dal sindacato Histadrut, ma offrendo soluzioni ben diverse. Due proposte vennero messe ai voti:

saccheggiare i campi d'agrumi in cui i gruppi armati trovavano ordinariamente rifugio e impedire così gli attacchi a sorpresa,
minare il sistema dei trasporti e i pozzi artesiani della popolazione civile araba.
Si scelse la seconda soluzione. Ciononostante, Ben Gurion era convinto che per realizzare uno Stato ebraico al 100%, bisognava ricorrere ad azioni armate ancora più aggressive, come ad es. distruggere un villaggio palestinese e cacciarne gli abitanti. E. Sasson, personaggio in vista dell'Agenzia ebraica, la pensava allo stesso modo. Le sue proposte erano quelle di disorganizzare il commercio arabo, a livello nazionale, minacciare la viabilità ferroviaria, far cadere il corso delle monete siriane ed egiziane usate nel settore arabo. Queste idee vennero ben presto accolte.

Lo stesso E. Danin, capo del Dipartimento arabo dell'Agenzia ebraica, aveva assicurato Ben Gurion che gli arabi non costituivano un pericolo serio sul piano militare, dal momento che:

il partito del muftì era sostenuto solo dai fanatici religiosi e dal sottoproletariato, non dagli operai arabi delle città né dalla maggioranza dei contadini,
i legami tra le città arabe erano praticamente interrotti,
le famiglie ricche arabe emigravano in Egitto e in Libano. La completa impreparazione militare dei palestinesi era dimostrata dal panico con cui avevano reagito agli atti di terrorismo compiuti dagli ebrei a Giaffa. Naturalmente la direzione sionista non accolse il documento redatto da Danin e da altri specialisti dell'Agenzia ebraica sullo stato delle forze armate arabe, coll'intenzione di rinunciare alla guerra, ovvero pensando di potersi imporre sugli arabi mediante l'uso di semplici minacce e provocazioni. L'obiettivo strategico delle forze sioniste era quello di scatenare una guerra su ampia scala.
Già nella seconda metà del 1947, prima della risoluzione 181 dell'ONU, l'Agenzia ebraica aveva arruolato in massa degli ufficiali che avevano combattuto negli eserciti inglesi o americani, rafforzando così le divisioni operative dello stato maggiore e le unità speciali dell'Haganà.

Agli inizi del dicembre Ben Gurion aveva comunicato al governatore britannico della Palestina l'intenzione di creare in modo accelerato delle forze armate ebraiche, chiedendo il permesso di costituire delle riserve strategiche di viveri e di combustibile. A quell'epoca le società petrolifere straniere avevano ridotto la vendita di carburante alla Palestina, ma l'Agenzia ebraica s'era accordata con delle compagnie americane affinché l'Haganà potesse acquistare grandi quantità di combustibile.

Ben Gurion chiese anche, e ottenne, che l'Haganà potesse disporre dei beni civili dell'esercito britannico in procinto di evacuare. Infine ricevette l'assicurazione che le autorità inglesi non avrebbero ostacolato la militarizzazione della guardia civile. 15.000 soldati, di cui 3.000 posti nelle colonie ebraiche del Negev, per lo stato maggiore dell'Haganà sarebbero stati sufficienti per vincere la guerra contro i palestinesi. Anche l'Italia contribuì ad armare l'Haganà.

Naturalmente i sionisti non avrebbero potuto aprire le ostilità se non avessero condotto per decine di anni, soprattutto a Londra, una massiccia propaganda politico-ideologica a favore del ritorno degli ebrei in Palestina. Alla fine del 1947 la direzione sionista disponeva di una potente macchina propagandistica con ramificazioni in molti paesi occidentali. In virtù di essa i sionisti speravano di convincere l'opinione pubblica mondiale:

che con i negoziati non si sarebbe potuta risolvere la questione palestinese,
che l'instabilità della Palestina andava attribuita all'intolleranza degli arabi,
che il partito del muftì era una forza capace di impedire l'applicazione della risoluzione dell'ONU,
che la comunità mondiale non aveva bisogno di ricorrere a forze dell'ordine internazionali, in quanto sarebbe stato sufficiente l'intervento militare ebraico,
che le autorità inglesi sostenevano solo gli arabi -e via di questo passo. La propaganda sionista arrivò persino a far credere ai seguaci del muftì e ai regimi arabi reazionari che una vittoria sugli ebrei sarebbe stata relativamente facile (il che appunto doveva servire per stimolare un'azione aggressiva da parte araba).
La propaganda fu così efficace quando scoppiò la guerra che fino al marzo 1948 la stampa occidentale era convinta che si trattava unicamente di atti isolati di terrorismo e di sabotaggio dei trasporti. Non solo, ma i sionisti erano riusciti a far passare l'idea che il "Golia" arabo combatteva per avere tutta la Palestina, per impedire la creazione di uno Stato ebraico indipendente, mentre "l'ultimo resto d'Israele" lottava per l'identità nazionale e a favore dell'ONU.

Gli arabi furono ingannati anche dal fatto che la propaganda sionista non smentì mai le dichiarazioni del muftì e di altri leaders estremisti secondo cui la Lega araba vantava una schiacciante superiorità militare. Con l'aiuto degli americani, i sionisti riuscirono persino a organizzare una fuga di notizie relative alla possibilità che l'Haganà usasse armi chimiche contro i villaggi arabi. Si sparse anche la voce, del tutto infondata, che gli ebrei possedevano l'atomica.

Anche la politica militare era sottomessa alla propaganda. Pur potendo facilmente avere la meglio sulle truppe male equipaggiate di Abd el-Kader Husseini, l'Haganà preferì fingere la propria debolezza, sperando di portare l'avversario a uno scontro frontale in grande stile. L'Haganà infatti non voleva solo una vittoria militare ma anche l'espulsione in massa dei palestinesi, con il benestare degli occidentali, per i quali gli ebrei risultavano gli "aggrediti" e gli arabi gli "aggressori".

I sionisti avevano più difficoltà a convincere gli inglesi ad accettare la spartizione della Palestina decisa dall'ONU. L'aspirazione massima di Londra infatti era quella di veder fallire la risoluzione 181. Cosa che sarebbe potuta accadere solo ad una condizione, che Londra riuscisse a convincere arabi ed ebrei dell'importanza decisiva del proprio esercito ai fini della soluzione della questione palestinese. Secondo il governo inglese, ebrei ed arabi non avrebbero potuto né coabitare né avere una propria indipendenza politica al di fuori del mandato britannico.

A tale scopo Londra faceva di tutto perché nel conflitto nessuna parte prendesse un vantaggio decisivo sull'altra. D'altro canto Londra rifiutava categoricamente di concedere qualche potere alla commissione dell'ONU per il periodo di transizione, né tollerava che si applicasse, prima della fine del mandato, alcuna azione ai fini della ripartizione, come ad es. il tracciato delle linee di frontiera, la creazione di formazioni militari, l'immigrazione, ecc. Peraltro il governatore della Palestina informò Ben Gurion e il dr. Haldi, in rappresentanza del consiglio arabo, che i territori lasciati liberi dalle truppe inglesi progressivamente evacuate, sarebbero appartenuti a chi per primo li occupava: il che non faceva che alimentare il conflitto.

Tuttavia, le autorità inglesi compresero ben presto che se volevano conservare un qualche controllo sulla Palestina, dovevano per forza scendere a compromessi con i sionisti, i quali non avrebbero mai rinunciato a un proprio Stato indipendente. Le forze arabe e israeliane erano troppo disuguali perché fosse possibile convincere entrambe che la presenza permanente degli inglesi era indispensabile. Peraltro il clan husseinista era del tutto incapace di accattivarsi le simpatie popolari degli arabi. I sionisti non avevano che da attendere l'evacuazione inglese prima di sferrare un colpo decisivo agli arabi.

Ecco perché gli inglesi, ad un certo punto, si convinsero che dovevano giocare le loro carte altrove e, più precisamente, nel regime più filo-britannico della regione, quello del re Abd-Allah di Transgiordania. Gli inglesi cercarono subito di elevare il livello di combattività della Legione araba, al cui comando si erano posti. I sionisti risposero immediatamente assicurando al re Abd-Allah che avrebbe potuto allargare i propri confini annettendosi la maggior parte del territorio attribuito dall'ONU ai palestinesi. Naturalmente Ben Gurion pretendeva che questo accordo restasse segreto; egli non voleva che l'ONU ridisegnasse i confini arabo-ebraici appunto perché sperava di accorpare, con la guerra civile, quanti più territori possibili.

Nel novembre 1947 erano stati recensiti sul territorio attribuito allo Stato d'Israele dalla risoluzione dell'ONU, 219 villaggi arabi e 4 città con una popolazione in maggioranza araba.

Alla fine del mese di maggio seguente, 180 villaggi erano stati "liberati" dalla presenza araba, e così pure le città di Tiberiade, Safed e Beisan; ad Haifa gli arabi erano già meno del 10%. Su 342.000 abitanti, 239.000 erano diventati profughi. Praticamente, prima ancora della proclamazione dello Stato d'Israele e della prima guerra arabo-israeliana, era nato il problema dei profughi palestinesi.

La prima ondata migratoria si verificò alla fine del gennaio 1948, a causa delle operazioni belliche degli ebrei e anche a causa degli attacchi incessanti dei terroristi dell'Irgùn e del Lehi a Giaffa e Haifa e nei villaggi posti sulla strada Tel Aviv-Gerusalemme; la seconda ondata si verificò in aprile, la terza nella prima metà di maggio.

Gli arabi che avevano deciso di lasciare la Palestina, dirigendosi soprattutto verso il Libano, non avevano neppure aspettato gli appelli dei loro leaders ad andarsene. Il fatto poi che fossero prevalentemente dei contadini attaccatissimi alla loro terra, lascia capire quanto grande dovevano essere la paura e la disperazione.

I palestinesi avevano chiaramente perduto ogni fiducia nella loro direzione nazionale e nell'aiuto dei paesi arabi. Essi, in pratica, avevano lasciato agli ebrei tutti i territori dell'odierno Stato d'Israele, meno una parte del deserto, a sud, e le regioni centrali della Galilea, che vennero annesse un po' più tardi. Naturalmente i sionisti non avevano intenzione di prendersi la responsabilità della deportazione. Ecco perché sottolinearono fortemente nella loro versione ufficiale (che poi venne accolta dalla maggior parte degli storici occidentali) l'appello arabo all'esodo.

* * *

Nel primo periodo della guerra civile (dicembre 1947-marzo 1948) la tensione era stata relativamente debole. Le formazioni ebraiche disponevano di una superiorità su quelle palestinesi di tre a uno, ma non s'impegnavano a fondo: temevano infatti che le truppe dell'Inghilterra avrebbero potuto privarle del frutto delle loro vittorie (esigendo, eventualmente, una spartizione dei territori conquistati). Inoltre se i partigiani del muftì, che reclamavano la creazione d'una Palestina araba unita, fossero stati subito sconfitti, nulla avrebbe potuto impedire che si applicasse la risoluzione 181, mentre i sionisti -si sa- volevano estendere le loro frontiere il più possibile, deportando in massa i palestinesi.

A tale scopo Ben Gurion e gli altri leaders ebraici utilizzarono i primi mesi della guerra per dimostrare all'opinione mondiale che gli "estremisti arabi" costituivano in Palestina una minaccia molto seria. Non a caso la tattica husseinista, che consisteva in sortite male organizzate, fu battezzata dai media coll'espressione "guerra di strada". In realtà, in poco più di tre mesi si ebbero solo una ventina di azioni, la maggior parte delle quali senza risultati, in quanto i legami fra tutte le località ebraiche rimasero sempre intatti. Ovviamente i dirigenti sionisti non incoraggiavano i terroristi ebrei, in quel periodo, ma neppure li ostacolavano: semplicemente permettevano che le loro azioni contribuissero a seminare panico e insicurezza nel settore arabo.

La situazione mutò nel marzo 1948, in concomitanza al ritiro delle truppe britanniche. Le regioni strategiche ch'esse non controllavano più divennero subito teatro di aspri conflitti tra l'Haganà e le forze del muftì. L'Inghilterra, consapevole di non essere più in grado di influire su questi conflitti, cercò di con
vincere Truman che la regione si sarebbe sottratta al controllo occidentale.

In effetti, il 19 marzo la delegazione americana al Consiglio di sicurezza propose di sospendere l'applicazione della risoluzione 181, al fine di porre la Palestina sotto il mandato dell'ONU (che poi in pratica sarebbe stato quello britannico). I leaders sionisti, per dimostrare ch'erano capaci di controllare la situazione, risposero immediatamente con delle azioni militari, ben sapendo che in caso di guerra la linea di demarcazione dei confini sarebbe stata stabilita non più in conformità alla risoluzione dell'ONU, ma dalle forze che avrebbero partecipato ai negoziati per la fine delle ostilità. Per loro era dunque necessario che l'Haganà scatenasse una forte offensiva e che si proclamasse lo Stato d'Israele.

All'inizio del marzo 1948 la direzione operativa dell'Haganà mise a punto il Piano D, ch'essa propose alla direzione politica. L'obiettivo del piano era quello di controllare non solo tutti i territori attribuito allo Stato d'Israele, ma anche tutte le località poste al di fuori dei confini nazionali. Esso inoltre contemplava l'evacuazione di tutti i villaggi arabi (o quartieri urbani) in cui gli ebrei incontrassero una resistenza armata. Il detonatore che fece scoppiare la bomba di questo piano lo si trovò il 14 marzo 1948, allorché le formazioni dell'Haganà colpirono il villaggio di Faluja, distruggendo tutte le case della strada principale. Quattro giorni dopo essi attaccarono una colonna di camion arabi presso Kyriat-Matzkin.

Gli arabi reagirono rendendo precari i trasporti sulla strada di Gerusalemme che attraversava i loro territori. Il settore ebraico di Gerusalemme rischiava il blocco. Il 1o aprile Ben Gurion propose ai dirigenti sionisti di occupare totalmente il corridoio di Gerusalemme e tranquillizzò quanti temevano un intervento inglese affermando che esisteva un accordo di neutralità.

Nel corso di sei settimane il grosso delle forze husseiniste venne liquidato e il settore arabo di Gerusalemme posto sotto controllo. La più grande azione di genocidio anti-arabo fu consumata il 9 aprile 1948 dai terroristi dell'Irgùn e dello Stern, presso Gerusalemme, nel villaggio di Deir Yassin, il quale aveva stipulato un accordo di non-aggressione con l'Haganà nel tentativo di conservare le proprie terre.

Proprio in seguito agli avvenimenti di Deir Yassin (in cui morirono circa 300 persone), la maggioranza degli arabi cessò la resistenza. Verso la fine del '49 il numero dei profughi fu quasi di 750.000, circa la metà della popolazione palestinese indigena. L'Haganà, in seguito, non ebbe difficoltà a cacciare gli arabi dai villaggi situati sul territorio dello Stato ebraico. A sud di Haifa, il fallito attacco dell'Esercito della salvezza di Kawukij contro il kibbutz di Mishmar-Haemek (l'unico tentativo arabo, in tutta la guerra civile, d'impadronirsi d'un agglomerato ebraico) servì da pretesto. In undici giorni l'Esercito della salvezza venne sbaragliato.

Alla metà di aprile cominciò l'espulsione di 60.000 arabi dai villaggi della bassa e dell'alta Galilea. Nello stesso mese l'Haganà, comandata da Moshé Dayan, occupò Haifa, saccheggiandola in lungo e in largo. In nessun momento le truppe britanniche presero le difese degli arabi. A Giaffa l'Haganà pensò che, dopo la partenza degli inglesi e qualche mese di terrorismo da parte dell'Irgùn e del Lehi, la popolazione si sarebbe facilmente arresa, e così fu. In seguito, con l'operazione Ben-Ami, l'Haganà mise sotto controllo la fascia costiera della Galilea.

Naturalmente i sionisti, nel mentre cacciavano gli arabi, cercavano anche di salvare la faccia agli occhi dell'opinione mondiale e degli stessi ebrei democratici della Palestina. Essi cioè dovevano dimostrare d'aver agito per autodifesa e che la fuga degli arabi era stata una decisione sproporzionata rispetto all'entità del pericolo. L'obiettivo insomma era quello di "cacciare senza cacciare", limitando l'uso della forza allo stretto indispensabile. Quegli ufficiali ebraici che non capivano quando era il momento di usare questa forza e quando non lo era, come ad es. S. Avidan, che comandava la brigata Givati presso il corridoio di Gerusalemme, e I. Galili, capo dello stato maggiore dell'Haganà, furono rimossi.

Solo verso la metà di maggio, alla conferenza dei "consiglieri per gli affari arabi" e dei dirigenti dei servizi segreti militari, che si tenne a Netanya, si decise ufficialmente, senza rendere pubblica la decisione, di incoraggiare l'espulsione degli arabi da tutti i territori sotto controllo ebraico. Anzi, alla vigilia della firma della Dichiarazione d'Indipendenza (14 maggio 1948), Ben Gurion si guardò bene dal chiarire la questione delle frontiere, ovvero evitò di ricordare che la risoluzione 181 riconosceva anche alla popolazione araba l'uguale diritto di creare un proprio Stato indipendente, e preferì invece riferirsi a un vago quanto incomprensibile "naturale diritto storico", per il quale gli arabi risultavano essere un popolo che aveva "occupato" la patria storica degli antichi ebrei. I leaders sionisti infatti già pensavano di annettersi nuovi territori arabi.

Essi ad es. sapevano bene che gli effettivi del re transgiordano, Abd-Allah, non superavano le 18.000 unità, mentre l'Haganà era in grado di opporre, come minimo, 30.000 uomini, dei quali almeno 24.500 con molta esperienza militare. Peraltro le forze transgiordane, che erano le meglio addestrate e che costituivano il nucleo del corpo arabo, non erano intenzionate che ad annettersi una parte del territorio riconosciuto allo Stato arabo dall'ONU.

Quanto al resto delle formazioni arabe coinvolte nelle operazioni belliche, esse non coordinavano le loro azioni e si limitavano ad eseguire i limitati compiti affidati dai paesi che le avevano inviate. I sionisti dunque potevano anche contare sulla debolezza e sulla divisione delle forze arabe. L'armistizio, stipulato nel '49, significò per Israele un aumento del suo territorio di quasi il 50%, compresa Gerusalemme ovest; tutto questo senza che fosse rimosso lo stato di guerra con gli arabi.

Il territorio palestinese della Cisgiordania divenne parte della Giordania, mentre il settore di Gaza passò sotto l'amministrazione dell'Egitto, restandovi sino alla "guerra dei sei giorni". Nel '49 Israele fu ammessa all'ONU, con la menzione della risoluzione 181 e della risoluzione 194 sul diritto dei profughi palestinesi di tornare nella loro terra.

Per concludere, nonostante la forte repressione: una guerra civile, cinque guerre "guerreggiate", centinaia di incursioni e di episodi bellici di varia natura, i palestinesi, in questi ultimi 40 anni, non hanno affatto perduto la loro identità, non si sono dispersi fra le altre popolazioni arabe dei paesi limitrofi. Essi continuano a porre all'ordine del giorno delle organizzazioni mondiali per la pace la questione del rispetto dei loro diritti e della loro sovranità.

Anche dopo l'aggressione del 1967, allorché Israele si annesse la Cisgiordania e la striscia di Gaza, i sionisti non sono riusciti a distruggere né a piegare la forza dei palestinesi. La resistenza continua nonostante la massiccia repressione. Anzi, oggi essa può contare sull'appoggio dei paesi arabi antimperialisti, della comunità socialista, dei paesi non-allineati, dell'opinione occidentale democratica e anche delle forze progressiste dello stesso Israele.

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(1) L'Agenzia ebraica era l'organizzazione che rappresentava la comunità ebraica palestinese e quelle della diaspora presso il governo britannico e presso la Società delle Nazioni.
(2) Fondata nel 1920, questa centrale sindacale unitaria a metà degli anni '80 riuniva 2.550.000 iscritti ebrei ed arabi. E' sempre stata governata da una maggioranza laburista.

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Enrico Galavotti - Homolaicus
http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/palestina/origine_crisi.htm

Bibliografia

- N. Garribba, Lo Stato d'Israele, Ed. Riuniti
- Giardina, Liverani, Scarcia, La Palestina, Ed. Riuniti
- B. Litvinoff, Lunga strada per Gerusalemme, Saggiatore
- A. Eban, Storia del popolo ebraico, Mondadori
- R. Balbi, Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella terra promessa, Laterza
- J. Tsur, Il sionismo, Mursia
- R. Segre, Israele e il sionismo, Nuova Milano
- M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo, Feltrinelli
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e vedi anche " UNA GUERRA METAFISICA "


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