in breve I MOVIMENTI CULTURALI dell'Età Moderna
 che hanno interessato e influenzato la letteratura, la filosofia, l'arte, la musica, le varie forme di spettacolo


ERMETISMO FRA LE DUE GUERRE
ESISTENZIALISMO - primo e secondo dopoguerra 
NEOREALISMO - (1930-1955 ( Italia)


< < GLI AUTORI DEL '900

ERMETISMO FRA LE DUE GUERRE

Nel periodo fra le due guerre, alcuni intellettuali si allontanano dallo sperimentalismo che avevano promosso i fondatori di La Voce poi Lacerba; fallimentare la prima con la sua spaccatura ideologica alla vigilia della Grande Guerra e spentasi la seconda nel nazionalismo, alcuni "reduci" di queste avanguardie approdano ad una serie di soluzioni sofferte e motivate, nelle quali si intravede tra l'altro una profonda somiglianza con le più importanti esperienze spirituali e letterarie straniere. All’irrequietezza  (e caotica confusione) che avevano caratterizzato le due riviste, si contrappone nell'immediato dopoguerra la compostezza del programma della nuova rivista letteraria La Ronda (aprile 1919- dicembre 1923) che cercando di individuare dei punti fermi propose ideali nei valori utili, in grado di ispirare positivamente l'attività letteraria. Ritornare al mestiere raffinato dello scrittore, cioè alla "prosa d'arte".
Gli intellettuali raccolti intorno alla testata, riconobbero ormai finite e senza futuro le esperienze delle altre due riviste e concordarono con il programma firmato da Cardarelli che enunciava la volontà di restaurare la tradizione classica della letteratura italiana, tornando a Petrarca, Manzoni, Leopardi. Un salto indietro insomma, ignorando i temi sociali contemporanei
Nessun impegno su problemi politico-sociali, anche se i rondisti assumono chiare professioni monarchiche e antisocialiste e posizioni conservatoriste (come i saggi di Pareto) (e significativa fu la copertina della rivista, con il tamburino giacobino).
Purtroppo in Italia e in Europa la crisi di valori era una realtà, la caduta dei pregiudizi su ogni novità pure, e quando la Ronda volle intervenire su problemi di scottante attualità culturale con posizioni intolleranti, provocatorie e superficiali, si mise fuori della storia e dovette chiudere (anche perchè era ormai esploso il fascismo, trionfalistico, con la sua retorica in primissimo piano).

La rivista finì i suoi giorni nel dicembre del 1923, ma la crisi di valori sofferta dalla società italiana, coinvolgendo quegli intellettuali che si erano imposti nuovi atteggiamenti e canoni di scrittura, diede vita a quella corrente uscita dalle nuove testate letterarie soprattutto in Toscana, come Frontespizio e Campo di Marte: cioè alla corrente  ermetista. Liquidarono del tutto il dannunzianesimo, il pascolismo, ritornando alle esperienze del simbolismo di Mallarmè. Il grande desiderio era quello di restituire alla parola poetica la sua carica espressiva, ormai logorata dalla lunga tradizione letteraria. Gli ermetici usarono sì una poesia "pura", libera, ma abbandonarono il carattere comunicativo privilegiando quello evocativo, con qualche implicazione religiosa (spiritualismo cattolico) e con i primi accenni dell' esistenzialismo francese (Heidegger, Jaspers, Sartre), che sottolineava la crisi della società europea e tracciava un quadro negativo della condizione del singolo, la cui vita veniva descritta come qualcosa di inutile, di incerto, come circondata dal vuoto e dall'assurdo.

Sulla stessa lunghezza d'onda dell'esistenzialismo si collegarono dunque gli ermetisti:  trattarono gli scottanti problemi della perdita dei valori, evidenziarono la solitudine e l'infelicità dell'uomo, espressero il mondo moderno con una tendenza vagamente realistica, ma il loro stile era chiuso, oltre che essere uno stile difficile (ecco perché furono chiamati ermetici). 
Fecero delle buone diagnosi ma erano tutti in ansia, erano dotati tutti di tanta buona volontà per la ricerca e la scoperta di altri nuovi valori che potessero riscattare l'uomo dalla sua fragilità, ma senza mai indicare altri valori. E non sentirono neppure la necessità di stabilire un patto con i lettori.
Tutti attenti a denunciare le contraddizioni degli ambienti borghesi e provinciali ma raramente arrivava a destinazione il loro messaggio; esprimevano solo tanta ansia di rinnovamento morale e spirituale. Paventavano il pericolo che la cultura stava andando fuori dalla storia, ma poi essi stessi si isolarono in uno spazio fuori dalla storia.
Una letteratura che si avvicinava a quella europea ma che rischiò in Italia di essere senza un destinatario.
Il suo influsso lo si avvertirà ancora nel dopoguerra, anche se ci fu la condanna dei neorealisti e quelli ormai legati alla tematica dell'impegno, alla filosofia dell'esistenza.

Nascono infatti in parallelo due correnti:

l'ESISTENZIALISMO e il NEOREALISMO 


la prima subito dopo il primo dopoguerra, la seconda dal 1930 al 1955 

La prima che era una corrente filosofica - ma che avrà influssi oltre che nella letteratura anche nel costume-  analizza il fenomeno del particolare modo di essere (esistenza) dell'uomo, pura possibilità, o libertà, che si determina in relazione all'essere (società, mondo, Dio). 
 Per l'esistenzialismo la conoscenza di questa possibilità e della limitatezza dell'essere dell'uomo, genera angoscia, perché obbligato l'individuo alla scelta del proprio destino nonostante il peso del condizionamento del mondo e le limitazioni della sua libertà.
I maggiori esponenti sono JEAN PAUL SARTRE (1905-1980) con La nausea; ALBERT CAMUS (1913-1960) con Lo straniero; SIMONE DE BEAUVOIR (1908-1986) con Il secondo sesso, che diventa anche un classico della letteratura femminista.
Sono tutte opere impegnate nella riflessioni sulla vita e sui rapporti con gli altri e le cose. Sartre descrive l'uomo di fronte alla coscienza della propria situazione "gettato" e poi "abbandonato" nel mondo; Camus mette in rilievo  l'assenza di giustificazione dell'esistenza; Simone D.B. si chiede che ruolo ha l'individuo nella storia.

La seconda - la Neorealista- non era una corrente filosofica ma una tendenza "artistica", uno stato d'animo  (vecchio come l'umanità stessa), che si era già manifestata nella letteratura (contingente) nel 1929 quando il critico BOCCELLI, usò per la prima volta questo termine all'uscita del romanzo Gli indifferenti  di ALBERTO MORAVIA (1907-1990 ) seguito subito dopo da Gente in Aspromonte  di CORRADO ALVARO (1895-1956). In entrambe le due opere siamo lontanissimi da quella "prosa d'arte" proposta da La Ronda (con le sue esercitazioni di stile e il disimpegno sociale)  mentre siamo vicinissimi alla cronaca di una realtà (più fotografica che poetica) del paese (in contrasto con l'ottimismo del fascismo) sconvolto dagli squilibri sociali, economici e culturali. Ancora più drammatica questa realtà dopo la tragedia della guerra, che offrì -con le distruzioni, la miseria, il degrado morale- gli spunti più che l'ispirazione, per raccontare una cronaca "nuda e cruda". (Il vecchio Realismo non aveva mai avuto una occasione simile e temi così tanto "stimolanti"!)
Viene abbandonato ogni progetto stilistico, non viene elaborato nessun progetto linguistico, ma si preferisce che fossero i fatti stessi a parlare. Soprattutto quando fu il cinema a impossessarsi di quella cronaca "nuda e cruda" con le sue impietose immagini (ma purtroppo non sfuggì anche il cinema alla retorica e alla finzione), presentando quadri sconvolgenti della vita italiana, che nella realtà, pur drammatica, pur con tanti sacrifici, non era poi tutta così "fosca" e "senza più nessuna speranza".

Non fu quindi -pur con la dovuta cautela, quindi senza condannare opere pregevoli- una poetica nuova. Ma a metà degli anni Cinquanta dopo questa esperienza (fatta di Diari e di Memorie) che oltre che con la scarsa coscienza stilistica non approfondiva con l'indagine scientifica e storica  la realtà, i limiti si fecero sentire, esaurendo un filone populistico consolatorio, che dal dopoguerra prosperò  dieci anni (in certi casi facendo solo "cassetta", attirando solo chi voleva piangersi addosso).
La polemica nacque proprio nel 1955, quando VASCO PRATOLINI (1913-1991) pubblicando Metello fu accusato di astrattezza  e di populismo consolatorio. 
La stessa polemica era già nata sui film neorealisti di De Sica; in particolare sul film Umberto D.
Fu Giulio Andreotti (sottosegretario alla presidenza del Consiglio e presidente della commissione d'appello di revisione dei film) con un articolo apparso sul Popolo  il 26 febbraio 1952 ad accusarlo di "favorire vie disgregatrici dello scetticismo e della disperazione" e che "rendeva un pessimo servizio all'Italia soffermandosi con insistenza sugli aspetti deteriori della realtà nazionale".
Insomma che i panni sporchi bisognava lavarseli in casa. 

Le polemiche e le accese proteste (la stampa, le forze democratiche, si chiesero se l'intento era di porre sotto processo la "poetica" del Neorealismo) continuarono; fino a quando il 12 settembre 1953, finì sotto processo (con l'arresto degli autori) L'armata s'agapò. Sceneggiatura accusata di vilipendio alle Forze Armate (trattava in chiave beffarda (e disonorevole) il comportamento militare degli italiani nel corso dell'aggressione alla Grecia durante la guerra, dimenticando tante vite umane che si erano sacrificate e immolate, non certo per scelta, ma credendo fino in fondo agli indottrinati ideali).
Non uscì indenne dalle critiche, nel 1958 (nonostante tanta spazzatura in giro) lo stesso Gattopardo di TOMMASI DI LAMPEDUSA ( 1896-1957). Opera di gusto decadente, imperniata sulla negazione del progresso storico, sul recupero dell'elaborazione formale e sull'analisi delle coscienze inquiete, di esistenze rinunciatarie, fatalmente votate al compromesso o al fallimento.
Quello che sorprende è che fu Vittorini (il persuasore editoriale dell'epoca) a rifiutare di far pubblicare l'opera del nobile siciliano. Anche se in effetti non aveva nulla della letteratura impegnata cara al teorico del neorealismo, ma piuttosto era una narrativa del negativo, legata ancora al decadentismo europeo.
Il merito della pubblicazione va a Bassani, ma l'autore non fece in tempo a vedere il libro stampato. Meno fortunate l'opera di GUIDO MORSELLI (1912-1973), che non era un solo libro, ma una serie di romanzi, tutti sistematicamente rifiutati dagli editori, fino al punto da portarlo alla depressione e al suicidio.
Nel 1960 -per il clima politico- non era facile pubblicargli Il comunista (era narrata la crisi esistenziale e ideologica di un dirigente del Pci); come pure Roma senza papa (trattava la mondanizzazione della Chiesa), e Dissipatio H.G. (scritto poco prima del suicidio; che accenna proprio alla dissoluzione dell'umanità interiore dell'uomo che sotto l'impero delle spietate leggi economiche non ha più lo spazio per realizzarsi.

Altri autori, oltre i quattro accennati sopra: IGNAZIO SILONE (1900-1978), GIUSEPPE BERTO (1914-1978), CESARE PAVESE ( 1908-1950), ELIO VITTORINI (1908-1966). FRANCESCO JOVINE (1902-1950), CARLO LEVI (1902-1975), ROCCO SCOTELLARO (1923-1953), VITALIANO BRANCATI (1907-1954), CARLO CASSOLA (1917-1987).
Poi  GIORGIO BASSANI (1916) con un neorealismo più neutro, non registrando tanto i fatti quanto le opinioni sui fatti. Poi BEPPE FENOGLIO (1922-1963) del primo periodo quando fu Vittorini ad accogliere gli esordienti del neorealismo, e a pubblicargli I ventitre giorni della città di Alba (1952), e La malora (1954). Il suo tema unico e ossessivo è la guerra partigiana e non avrà molto a che spartire con il neorealismo. 

Ma non mancarono i non professionisti, che con i lori "diari" e "memorie" fecero concorrenza ai grandi narratori. Come del resto nei film che accenniamo sotto, dove si rivelò (anche qui) "vincente" l'utilizzo di attori non professionisti (che rendevano di più,  commuovevano e facevano piangere di più).

Nel cinema il Neorealismo "vincente" è quello di  ROBERTO ROSSELLINI con Roma città aperta (1945), Paisà (1946), Germania anno zero (1948); VITTORIO DE SICA con Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Umberto D (1952); LUCHINO VISCONTI con La terra trema (1948), Bellissima (1951).

Non sfuggì a questa tendenza e a questa etichetta dell'impegno ideologico l'arte figurativa del dopoguerra, che scelse la tematica del realismo socialista (molto vicino a quello sviluppatosi nel 1934 in Russia) proponendo i temi delle lotte sociali del proletariato. Il maggiore rappresentante RENATO GUTTUSO (1912-1987), RENATO BIROLLI (1905-1959), ERNESTO TRECCANI (1920).

Terminato questo periodo, avviene la svolta. Contribuisce molto la politica, la denuncia fatta da Kruscev degli orrori staliniani, la rivolta d'Ungheria, e il confronto con la cultura d'Oltralpe e d'oltre Oceano con le massicce traduzioni di opere (narrative e filosofiche) che in Italia erano ancora del tutto sconosciute.

Nella narrativa italiana, in parte sono gli stessi autori neorealisti a proporre il nuovo, con lo stesso Vittorini e Calvino quando danno vita alla rivista Il Menabò (1959). Nel 1955 era già uscita Officina di Leonetti Roversi e P.P.Pasolini; nel 1956 Il Verri di Anceschi. Riviste letterarie aperte a tutti gli stimoli culturali contemporanei, accogliendo uno stuolo di giovani della Neoavanguardia, a cominciare da SANGUINETI (1930), esponente di punta del Gruppo '63, poi autore di una polemica antologia Poesia del Novecento (1969).
ITALO CALVINO (1923-1985) già nel 1947, in pieno neorealismo aveva già capito che la vera originalità doveva essere quella espressiva, pur trattando gli stessi fatti dei suoi colleghi. Esce con Il sentiero dei nidi di ragno; anche lui tocca il tema della Resistenza raccontandola come protagonista, ma anche nel realismo nelle cose concrete guarda agli eventi storici-politici in un modo fantastico e favoloso. Una immaginazione favolistica e una leggerezza (lasciando da parte le pesantezze del mondo, e l' io psicologico) che è poi il fondamento di tutta la poetica di Calvino -riassunta e teorizzata da lui stesso nel 1988 con Lezioni americane- anche se già in Città invisibili (1972) il suo Marco Polo non mira a descrivere le 55 città, ma solo a farci scoprire il virtuosismo fantastico di Calvino e la perfezione della sua scrittura.

Dopo il neorealismo, nelle avanguardie o neo-avanguardie gli sperimentalismi non mancano, molti gruppi sono interessati alla proposte di rinnovamento, abbandonando conformismi ideologici e stilistici, anche se non mancano le contraddizioni. Proprio nel Gruppo '63, per il dinamismo che circola sembra di essere ritornati all'avanguardia futurista. Ma con una differenza, che gli intellettuali degli anni '60 hanno una grande cultura accademica, sono impegnati politicamente, sanno muoversi dentro gli universi non solo politici e universitari, ma anche in quelli dell'editoria e dei media. Tendono a sprovincializzare la cultura, e l'autorevolezza di alcuni -a partire dagli anni '70- mettono perfino soggezione agli autori precedenti, guadagnandosi ben presto nicchie di potere.
Questo perchè in parallelo si è sviluppata l'editoria, ci sono stati mutamenti nei gusti, le comunicazioni sono cambiate, e la cultura non è più affidata alla sperimentazione ma a due potenti organizzazioni. Una è quella politica che dopo il '68 ha spazzato via tutto quanto non è politico ed invece dei cenacoli e riviste letterarie preferisce essere presente nei convegni o ospitata nei settimanali delle varie correnti politiche (e che diventa specialistica, riservata ai pochi addetti); mentre  l'altra invece si dedica più soltanto alla "merce" vendibile alla grande massa, confezionata come la gradisce il lettore "consumatore", cioè romanzi leggibili; il mercato editoriale è interessato solo a questo, non sa che farsene dei poeti, delle avanguardie della narrativa, delle sperimentazioni o della nuova creatività.

Lo stesso Umberto Eco, di alto profilo nella sua produzione saggistica, proprio lui che era stato uno dei fondatori e teorizzatori della sperimentazione nelle avanguardie  (vedi Opera aperta, 1962), nel 1965 al convegno del Gruppo '65, fece osservare che la sperimentazione poteva essere superata con una più provocatoria opera di consumo rifatta sui modelli ottocenteschi.
Quando pubblicherà  il suo primo romanzo In nome della rosa (1980) non costruisce  una banale telenovela (anche se inizia "Era una bella mattina di fine novembre....) ma un romanzo che avvince qua e là ogni tipo di lettore, scritto in una buona lingua, da un sapiente comunicatore, con tutti gli ingredienti per farne un libro di successo. Così gli altri due: Il pendolo di Foucault (1988) e L'isola del giorno prima (1994).
C'è il giallo con gli assassini, la narrativa d'avventura, i misteri dell'occulto, lo spessore dei riferimenti culturali, l'ambientazione nel medioevo o nel secolo del barocco, la magia, la fiducia negli strumenti razionali, la nuova scienza galileiana e... niente ideologia. Da accontentare ogni palato, sofisticato e specialistico. Lui e pochi altri, senza far nomi, ancora capaci di riempire cinquecento pagine.

Nella narrativa di massa invece, forse per il crollo delle ideologie, per un totale rifiuto di discendenze e parentele (che non era nuovo nella tradizione letteraria) le alternative sono poche. Per lo più  giovani e non più giovani, nuovisti e orfanisti, spaccatutto e utopisti (e anche questo non era nuovo).
 Intanto da alcuni anni si è scatenata la costruzione artificiale dei best-seller, soprattutto provenienti da oltreoceano, realizzati dai ghost writer, specializzati nei "semilavorati" delle multinazionali dell'editoria; una letteratura "global" come la bevanda delle bollicine; il "local" non interessa più; non fa fatturato.

Alcuni giovani con una narrativa scanzonatamente sociologica, da qualche coraggiosa casa editrice a cui piace giocare in anticipo sulle nuove tendenze si sono anche affacciati, pubblicando qualche migliaio di copie al massimo, scatenando perfino dei fan club. Ma poi basta. I punk, gli splatter, i trash, che alcuni hanno chiamato "cannibali" (anche questi sono sempre esistiti) si sono auto-cannibalizzati. Il boom è svanito al secondo titolo.

 Infine i molti, i moltissimi altri giovani, che convinti di sostituire il passato o credendo di possedere la tecnica per distruggerlo, non sono andati molto al di là dei fumettari, oppure hanno fatto dei cocktail mettendo insieme  certi orrori della cultura bassa, la pornografia e anche qualche schifezza andando oltre il senso comune. Allo stesso migliaio che li avevano celebrati come fenomeni, non piacciono più. Finiti. Scomparsi dalla scena. Non solo non è stato tenero il mercato ma anche gli appartenenti alla loro stessa generazione. 
Non ci resta che attendere. Ma di "ribelli" (e ben vengano) con seri progetti non se ne vedono molti in giro.
"Si ha insomma l'impressione - scrive Elio Gianola in Novecento, Colonna Edizione, 1999- che il Novecento sia finito qualche decennio prima della sua scadenza cronologica, e ancora non sia nata, o non sia ancora visibile agli sguardi, troppo abituati ad altre viste, una qualche alternativa ricca di creatività nuova.[...] può darsi che non ci siano punti di riferimento indispensabili, fatto è che indicare tendenze e nomi nuovi è molto difficile."

fine

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