Una analisi storica per la definizione dell'organizzazione e dei suoi appartenenti  

 

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COS'E' 
MAFIA?
TUTTO, NULLA

 

di Francesco Marelli
(Università di Leeds, School of History - Inghilterra)

Che cos'è la mafia e chi sono i mafiosi? Sin dall'Unità d'Italia, quando questi termini comparirono per la prima in documenti ufficiali, studiosi di differenti scienze sociali, giornalisti, magistrati, poliziotti e Commissioni Parlamentari hanno cercato di dare una risposta alle domande. 
Il notevole dispendio di energie ha dato luogo a una sterminata produzione bibliografica che ha reso il tema famigliare non solo a tutti gli italiani, ma possiamo dire a tutti i paesi del mondo. La celebrità dei mafiosi è tanta e tale che persino il cinema americano gli ha dedicato ampio spazio, a partire dalla serie de "Il Padrino" diretta dal regista italo-americano Francis Ford Coppola.

Tuttavia, nonostante le luci del palcoscenico siano state costantemente puntate sulla mafia, il fenomeno ha continuato a rimanere avvolto in un alone di ambiguità, una nebbia che lo ha reso inafferrabile e misterioso. E' sufficiente dare una prima occhiata alle definizioni avanzate nel corso dei decenni per comprendere la complessità del problema. La mafia è stata descritta come cospirazione, crimine organizzato, industria della violenza, modello comportamentale, anti-Stato e altro ancora. Qualche studioso, ancora di recente, ha ipotizzato che la mafia non esiste, in quanto si tratterebbe di una "idea" artificialmente utilizzata dalla classe politica per screditare di volta in volta l'operato del governo o dell'opposizione1 .

Gaspare Pisciotta, cognato, compare e forse assassino del bandito Giuliano, disse che la mafia era tutto e si trovava dappertutto, mentre recentemente un pentito ha sostenuto che la sua origine risale ai tempi degli apostoli. Insomma la mafia è dovunque e contemporaneamente da nessuna parte. La mafia è una sorta di "Zelig", capace di modificarsi a seconda del contesto che lo circonda e di sopravvivere nei più differenti ambiti e condizioni.

L'obiettivo di questo articolo non è risolvere questa Babele linguistica nè proporre una nuova definizione. Troppe sono le definizioni esistenti e l'aggiunta di un'altra non potrebbe che aumentare la confusione. Molto più semplicemente qui si tenterà di individuare quelle peculiari caratteristiche che rendono la mafia un fenomeno unico e affatto diverso dagli altri fenomeni di criminalità. In altri termini, partendo dalle definizioni avanzate dagli osservatori sociali, si tenterà di focalizzare l'attenzione su quegli elementi che rappresentano "le condizioni necessarie" per poter parlare di mafia. Nel 1874 il prefetto di Agrigento fornì una delle prime definizioni di mafia.

"La mafia oggettivamente
si può definire il senso misterioso della paura che l'uomo famoso per delitti o per forza brutale fa sentire sui deboli, ai pusillanimi, ai quietisti. Soggettivamente è la celebrità che fa acquistare l'imprudente coraggio a colui che, con azioni delittuose e colla prontezza del braccio, della mente e delle relazioni personali è arrivato ad imporsi su coloro che lo conoscono di nome e di persona, in modo che può commettere sfacciatamente il delitto, colla certezza della impunità, perché tutti avendo paura di lui, nessuno ardisce di reagire alle sue sfacciate pretese di accusarlo".2 La caratteristica peculiare del mafioso sarebbe pertanto il suo comportamento violento. Tale idea era condivisa da molti altri osservatori. Bonfadini, presidente di una delle prime Commissioni Parlamentari che studiò il problema del Sud Italia, nel 1875 definì la mafia come "lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male"3.

Il futuro presidente del Consiglio Antonio Starrabba marchese di Rudini usò l'espressione malandrino per inquadrare il mafioso e specificò che il suo scopo era l'arricchimento personale attraverso l'uso della forza approfittando dell'assenza della sicurezza in gran parte della Sicilia4. Lo stesso termine malandrino venne usato nel 1865 dal prefetto di Palermo Filippo Gualtierio, il quale sottolineò un secondo aspetto dei mafiosi, ovvero la loro capacità di organizzarsi.5 Il problema associativo è stato spesso dibattuto, ma va detto che gli osservatori del fenomeno lo hanno spesso negato o trascurato. La mafia non è un'associazione che abbia forme stabilite e organismi speciali; non è neanche una riunione temporanea di malandrini a scopo transitorio o determinato; non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti e i più abili.

Ma è lo sviluppo
e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male; è di solidarietà istintiva, brutale, interessata, che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che preferiscono trarre l'esistenza e gli agi, anziché al lavoro, dalla violenza, dall'inganno e dall'intimidazione.6 In questi termini, lo stesso presidente della Commissione parlamentare Bonfadini, ridusse la mafia a fenomeno individuale. Ancora più esplicito fu l'avvocato Marchesano durante il processo Amoroso agli inizi del ventesimo secolo. "Cos'è oggi la mafia? Una organizzazione come taluni credono, con capi e sotto capi? No. Ciò non esiste se non nei sogni di qualche questore. Dunque, non è questa la mafia, ma un sentimento naturale, uno spontaneo concerto, una solidarietà che riunisce tutti i ribelli alle leggi della società civile7".

I sogni a cui fa riferimento l'avvocato sono quelli del questore Armando Sangiorgi, il quale tra il 1898 e il 1900 stese un interessante rapporto sulla mafia. Da uno studio sull'agro palermitano Sangiorgi descrisse l'esistenza di una organizzazione centralizzata composta da cosche, le cui attività erano confinate entro un preciso territorio. La coordinazione dell'attività delle cosche era garantita da una conferenza di capi, al di sopra della quale vi era una "capo supremo". Secondo il questore, ogni cosca era regolata da precise norme e da una severa disciplina che prevedeva la punizione con la morte per chiunque le avesse violate8. Sangiorgi non fu il solo a sognare l'esistenza di una mafia organizzata. Entrambe le analisi di due poliziotti, Giuseppe Alongi e Antonio Cutrera, sottolinearono alla fine del diciannovesimo secolo il carattere associativo dei mafiosi9.

Inoltre diversi processi
e rapporti di polizia nello stesso periodo confermarono l'esistenza di diversi gruppi associati attorno a Palermo, come i compari o stoppaghieri e i giardinieri a Monreale, i fratuzzi a Bagheria, i fontana nuova a Misilmeri e la fratellanza a Favara vicino ad Agrigento. Nonostante ciò, la tesi che la mafia non fosse organizzata continuò a trovare sostenitori, tra cui il famoso studioso di scienze politiche Gaetano Mosca. Ancora negli anni '70, il sociologo tedesco Henner Hess, l'antropologo olandese Anton Blok e i sociologi americani Schneider continuarono a negare l'esistenza di vincoli formali tra i mafiosi e sostennero che alla base dei rapporti tra mafiosi vi fossero semplicemente legami familiari, amicali e parentali. Di conseguenza la cosca rappresenterebbe un'instabile e fluida struttura mentre un mafioso non sarebbe in grado di riconoscere un altro mafioso come membro della stessa categoria, gruppo o classe. In altre parole, il mafioso non sarebbe cosciente di essere mafioso10.

Non deve pertanto destare sorpresa se, agli inizi degli anni '80, durante il più importante processo della storia della mafia, ovvero il cosiddetto maxi-processo di Palermo, molti studiosi furono presi in contropiede dalle affermazioni dei "pentiti" che decisero di collaborare con la giustizia. Particolarmente sorprendente fu la testimonianza di Tommaso Buscetta, il più prestigioso tra i pentiti, che dipinse uno scenario ben diverso da quello immaginato da molti osservatori: la mafia non solo era composta da diverse famiglie o cosche, ciascuna di esse regolate da una precisa gerarchia di comando, ma al di sopra di esse esisteva un organo chiamato cupola o commissione, composto dai più prestigiosi capifamiglia, che prendeva le decisioni di maggiore importanza relative attività dell'organizzazione.

La violenza mafiosa
non è sempre stata associata al crimine e all'assassinio, ma ha anche trovato una valenza positiva nel concetto di omertà. Omertà indica un dovere morale, profondamente radicato nella cultura siciliana, di non parlare con l'autorità e risolvere i propri problemi senza ricorrere alla legge. L'omertà nel suo significato originario non è affatto una perversione del senso morale, come potrebbe sembrare a chi la giudicasse dal di fuori... l'omertà è una conseguenza necessaria del principio della vendetta privata, il quale è alla sua volta una conseguenza della poca fiducia che la giustizia pubblica ha saputo conquistarsi nei secoli passati presso il popolo siciliano11.

Partendo da questa definizione, Giovanni Lorenzoni, presidente dell'ultima grande commissione parlamentare che studiò le condizioni del Sud d'Italia nel primo decennio del '900, arrivò a una nuova definizione di mafia. La mafia non è un'associazione. Non era nemmeno in sul principio un fenomeno criminoso. Era l'esagerazione del sentimento di sé, del principio di non tollerare offese, della deliberata volontà di ripararle a qualsiasi costo e in modo terribile senza ricorrer mai alla Giustizia pubblica... Ma piano piano la mafia passò a significare una condizione di spirito di carattere moralmente riprovevole, e riprovato e deplorato dagli stessi Siciliani che della mafia sono le principali anzi le uniche vittime.

Mafia è un atteggiamento
per il quale una persona non solo rintuzzerà le offese a qualunque costo senza ricorrere alla Giustizia; ma cercherà di imporsi nel qualsiasi ambiente ove si trovi, cercherà di trarne il massimo vantaggio personale, anche a danno altrui, ricorrendo alle minacce, ed offrendo i propri interessati servizi, né rifuggendo, ove è necessario, dal delitto dalle conseguenze penali del quale sa con infinita arte tenersi immune, fidando sullo stesso principio di omertà, che un po' per abitudine un po' per paura di passar per spie, o di venir colpiti dalla vendetta dei denunciati, per poca fiducia insomma nella Giustizia può dirsi comune in Sicilia anche alle persone oneste12.

Le considerazioni di Lorenzoni si basavano sugli studi del famoso antropologo siciliano Giuseppe Pitrè, che nella sua celebre opera Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, aveva descritto la mafia come "la coscienza del proprio essere, l'esacerbato concetto della forza individuale, l'unica sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto di interessi e di idee: donde la insofferenza della superiorità, e, peggio ancora, della prepotenza altrui"13

Arriviamo così a un terzo elemento presente nella definizione di mafia e mafioso. Il mafioso è tale in quanto non solo usa la violenza privata e si associa con altri mafiosi, ma anche perché trova nella cultura o sub-cultura siciliana una legittimazione del suo comportamento. La mafia è quindi prodotto della tradizione siciliana e, tranne per gli eccessi violenti, non dovrebbe essere giudicata con severità o come fenomeno criminale. Tale tesi ha trovato molti sostenitori nel corso degli ultimi due secoli. Tra i tanti, è doveroso citare il famoso discorso tenuto dall'ex Presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando (nato a Palermo) dopo la prima guerra mondiale per raccogliere attorno a sè tutte le forze produttive italiane ed evitare il crollo del sistema politico.

"Ora io vi dico che
se per mafia si intende il senso dell'onore portato fino all'esasperazione, l'insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portati sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte, se per mafia si intendono questi sentimenti e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni indivisibili dell'anima siciliana e mafioso mi dichiaro e sono fiero di esserlo!"14  

Gli stessi argomenti, anche se in un contesto completamente differente, furono usati dal presidente della prima Commissione Parlamentare Antimafia, Donato Pafundi, che, in un'intervista rilasciata al Giornale di Sicilia nel 1966, definì la mafia come uno "stato mentale che pervade tutto e tutti, a tutti i livelli". Vi è da aggiungere che il termine omertà viene utilizzato anche nella legge italiana nell'articolo del codice penale che definisce il reato di associazione mafiosa. In tal senso, l'elemento che contraddistingue un mafioso da un comune criminale è l'omertà intesa come elemento culturale tipicamente siciliano e collante che consente ai mafiosi di associarsi in modi e forme differenti dagli altri criminali. Un notevole contributo per studiare e identificare i mafiosi è stato offerto da quelle scienze sociali come la sociologia e l'antropologia che hanno focalizzato l'attenzione sul ruolo svolto dalla mafia nella società siciliana. Tradizionalmente la figura del mafioso è stata collegata alle condizioni di arretratezza dell'isola. Leopoldo Franchetti, in una delle prime acute analisi sociali del fenomeno nel 1876, sottolineò come il sistema feudale preunitario in Sicilia si fosse retto sull'uso della violenza privata da parte dei baroni.

L'istituzione del diritto
positivo dopo l'Unita d'Italia e la conseguente abolizione del precedente sistema feudale non rappresentarono la fine di questa violenza privata poiché il nuovo Stato italiano non fu abbastanza forte per avocare a sè il monopolio della forza. Di conseguenza, la violenza privata perse la sua funzione sociale e divenne un strumento
di conquista di potere e di ricchezza per un gruppo spregiudicato di persone, ovvero i mafiosi. Sebbene i mafiosi rappresentassero una classe estremamente dinamica in grado di operare una scalata sociale attraverso l'uso della forza, la mafia venne presto inquadrata come fenomeno di arretratezza legato all'incapacità dello Stato italiano di operare le necessarie riforme politiche e sociali per avviare lo sviluppo democratico e capitalistico.

In particolare la scuola marxista italiana, in primo luogo nella figura dello storico Emilio Sereni, ha messo in relazione l'origine della mafia con il latifondo, cioè la struttura portante dell'economia siciliana. Il latifondo era caratterizzato dall'assenza del proprietario, il quale viveva solitamente di rendita e affidava la gestione del feudo ad un affittuario, il gabelloto, ed ad altre figure minori come il campiere, ovvero una guardia privata, i quali, a loro volta, si garantivano un profitto sicuro sfruttando il lavoro dei contadini. I mafiosi andrebbero individuati proprio nelle figure del gabelloto e del campiere, ovvero coloro che, speculando sul lavoro dei contadini, assicuravano la sopravvivenza di questa struttura feudale.

Gli studi citati dei sociologi e antropologi Hess, Blok e Schneider negli anni '70 riproposero in nuovi termini l'idea della mafia come fenomeno di arretratezza. Il mafioso venne definito come "mediatore sociale", ovvero come figura privata che attraverso un uso illegale della violenza si sarebbe sostituito allo Stato nelle funzione relative all'uso della forza, come la pacificazione dei conflitti o la compensazione della giustizia fra le parti. In altri termini il mafioso sarebbe stato una sorta di giudice e poliziotto che opera in una società arretrata dove lo Stato italiano non è in grado di intervenire, anche a causa delle precarie condizioni delle vie di comunicazione, e dove la subcultura dell'omertà giustifica il comportamento violento dei mafiosi. Se la mafia è l'espressione dell'arretratezza, la modernizzazione, ovvero le riforme politiche e sociali, dovrebbero rappresentare l'antidoto. Così pensava per esempio Napoleone Colajanni quando proponeva nel secolo scorso la riforma elettorale come soluzione del problema e così pensavano anche gli stessi Hess e Blok quando consideravano i nuovi mafiosi degli anni '50 e '60, che avevano importato le moderne tecniche violente dei gangster americani, come qualcosa affatto diverso dalla mafia tradizionale e destinato a diventare puro crimine. Tuttavia le tesi che prevedevano l'estinzione dei mafiosi furono presto smentite.

Anzi, le riforme politico-sociali
quali la riforma della terra, il suffragio universale e l'istituzione della Cassa del Mezzogiorno per promuovere lo sviluppo capitalistico nel Sud, contribuirono a rendere i mafiosi ancora più ricchi e potenti. La modernizzazione non si rivelò affatto nemica della mafia, la quale invece, dimostrando sorprendenti capacità di adattamento, fu in grado di resistere a qualsiasi cambiamento. Di fronte a questa camaleontica abilità, le scienze sociali cambiarono obiettivo e cominciarono a considerare i mafiosi non più come prodotto dell'arretratezza, ma, al contrario, del cambiamento. In tal senso il sociologo Pino Arlacchi coniò il termine "mafia imprenditrice" agli inizi degli anni '80, rifacendosi a una categoria schumpeteriana dell'imprenditore innovatore. Secondo Arlacchi, il mafioso di fronte ai mutamenti avvenuti in Sicilia a partire dagli anni '50 cominciò a cambiare mentalità e, lasciando da parte la subcultura dell'omertà tipica della società precapitalistica, sviluppò una nuova etica per cui l'onore coincideva con la ricchezza. L'accumulazione di capitali divenne uno scopo di vita. Il tutto senza però rinunciare all'uso illegale e privato della violenza. Ne derivò una nuova figura di mafioso a metà tra un abile e spregiudicato imprenditore, capace di riprodurre i suoi capitali in vari settori e in particolare nell'edilizia, e uno spietato killer che rimuove con la minaccia e la violenza ogni ostacolo si pone di fronte al processo di arricchimento15

Il sociologo Umberto Santino, ha definito la mafia come un sistema di violenza ed illegalità finalizzato all'accumulazione del capitale e all'acquisizione e gestione di posizioni di potere. La violenza mafiosa pertanto non rappresenta un incontrollato istinto omicida, ma risponde a una precisa e razionale logica di guadagno16.

Ancora l'ex Presidente
della Commissione Parlamentare Antimafia, Luciano Violante, ha sostenuto che la mafia è "un'organizzazione utilitarista" che tende ad ottenere il massimo dei risultati con il minimo dei costi possibili17. L'idea del mafioso imprenditore e affarista non esaurisce tuttavia il panorama delle definizioni di mafia. In particolare la chiave interpretativa che spiega attività della mafia termini di razionale e oculata riproduzione del capitale si è dimostrata limitativa di fronte alla violenza mafiosa contro lo Stato negli anni '80 e '90. Bisogna infatti ricordare come in questi due decenni i mafiosi siciliani hanno improvvisamente cambiato strategia nei confronti dello Stato, passando da un relativo clima di statu quo, che durava sin dalle origini dello Stato, a un attacco terroristico frontale che, per determinazione, risulta simile a quello delle Brigate Rosse. In altri termini la mafia siciliana ha cominciato a colpire con spietata determinazione i membri dello Stato che intendevano contrastare la sua crescita criminale e quella parte della classe politica non più desiderosa di collaborare con i mafiosi.

Come è tragicamente noto, la lista degli "omicidi eccellenti" si allungò di anno in anno di nomi di poliziotti, carabinieri, giudici, politici e giornalisti. A questo si deve aggiungere l'attività terroristica mafiosa svolta al di fuori della Sicilia, come dimostrano le indagini dei magistrati sulle stragi di Bologna (1980), del rapido 904 nella Val di Sambro (1984) e persino il sequestro e l'omicidio Moro (1978). L'apice della tensione fu raggiunto nel biennio 1992-93, dopo che la Corte di Cassazione confermò le pesantissime condanne inflitte ai mafiosi dal maxi-processo di Palermo.

La risposta dei mafiosi
fu terribile, e si concretizzò nelle stragi di Capaci e via D'Amelio dove persero la vita i giudici Falcone e Borsellino, nell'omicidio di Salvo Lima, il discusso politico siciliano legato ad Andreotti, e nelle autobombe a Firenze, Milano e Roma. È altrettanto noto che l'arrogante sfida mafiosa venne duramente punita dallo Stato che, attraverso una legislazione di emergenza che prevedeva condanne più severe per i mafiosi, l'istituzione di reparti antimafia come la DIA (Direzione investigativa antimafia) e la DNA (Direzione nazionale antimafia) e l'utilizzo dell'Esercito in Sicilia, riuscì nel giro di un anno ad arrestare i più noti capimafia come Totò Riina e Nitto Santapaola e sequestrare gran parte dei loro capitali.

Come conciliare il terrorismo mafioso con la presunta razionalità imprenditrice? Quale ruolo poteva avere la logica utilitarista, secondo cui la mafia farebbe il minimo per ottenere il massimo, con la scriteriata decisione di attaccare lo Stato? Evidentemente gli elementi a disposizione per comprendere che cos'è la mafia non erano sufficienti. La violenza, l'associazione, la subcultura, la funzione sociale in chiave di arretratezza o modernizzazione, per quanto rappresentino fondamentali elementi della fenomenologia mafiosa, non esauriscono la complessità del fenomeno. Per far completa luce sull'attività terroristica dei mafiosi il Parlamento e la Commissione Parlamentare Antimafia hanno finalmente focalizzato l'attenzione sul rapporto mafia politica. Non si tratta certo di una novità in quanto tale rapporto è sempre stato sospettato sin dai primi anni dello Stato italiano, quando il parlamentare Tajani accusò il governo di far uso spregiudicato dei mafiosi in Sicilia.

Il processo alla fine
del diciannovesimo secolo per l'omicidio Notarbartolo, che fu uno dei più importanti membri dell'establishment siciliana, portò a galla un così incredibile livello di collusione tra politici e mafiosi che il locale comando militare proibì agli ufficiali dell'esercito di essere presenti in aula18.

Ancora si potrebbe ricordare come Andrea Finocchiaro Aprile, leader del movimento separatista siciliano, nel 1944 sostenne in un comizio che "se la mafia non ci fosse bisognerebbe inventarla"19. Il livello di collusione tra mafia e politica raggiunse un nuovo livello alla fine della seconda guerra mondiale quando le autorità americane prima e quelle italiane poi formalmente riconobbero il potere dei mafiosi, assegnandogli cariche come, nel caso di Calogero Vizzini, quella di sindaco di Vizzini. La compenetrazione mafia politica fu poi agevolata dall'enorme afflusso di capitali provenienti da istituzioni statali come le Cassa del Mezzogiorno che spesso aiutarono a finanziare i progetti di speculazione edilizia che i mafiosi, improvvisatisi imprenditori, compirono con la piena complicità delle autorità locali. Il dibattito su questo complesso intreccio è stato sempre caratterizzato da grandi polemiche soprattutto perché l'opposizione ha indicato la Democrazia Cristiana come diretta responsabile della protezione dei mafiosi, mentre l'ex partito di maggioranza, a sua volta, ha accusato i suoi critici di faziosità e di voler strumentalizzare il problema per destabilizzare lo Stato. Con buon livello di approssimazione, si potrebbe ridurre il dibattito a tre posizioni differenti.

La prima linea interpretativa
tende a definire come occasionale il rapporto tra mafiosi e politici e comunque a presentarlo come fenomeno da iscriversi nella tendenza di tutti i sistemi politici delle democrazie ad usare la corruzione per legittimare la loro esistenza. È questa per esempio la linea di difesa adottata più volte dagli esponenti dei
partiti di governo di fronte alle interrogazioni parlamentari che chiedevano conto dell'operato dei politici della maggioranza in Sicilia. La seconda posizione tende invece a interpretare il rapporto tra mafia e politica come alleanza strategica in chiave anticomunista, sviluppatasi durante la Guerra Fredda, in sintonia con la dottrina della NATO che considerava il comunismo come la più grande minaccia per la democrazia. In tal senso i partiti di maggioranza, con l'implicito consenso degli Stati Uniti, avrebbero sospeso parzialmente i valori democratici e, attraverso la corruzione o spregiudicate alleanze con gruppi extra-istituzionali come la mafia, impedito il passaggio dell'Italia al blocco comunista.

Questa posizione è stata per esempio espressa dal filosofo Emanuele Severino, il quale ha interpretato l'esistenza della mafia come un prezzo che la democrazia italiana ha dovuto pagare per evitare la "dittatura del proletariato"20. Infine alcuni studiosi hanno osservato come il rapporto mafia politica, sebbene si sia rafforzato dopo la seconda guerra mondiale, trovi la sua origine in tempi ben più lontani quando ancora non esitava una contrapposizione mondiale tra paesi liberal-capitalisti e comunisti. Di conseguenza i patti tra mafiosi e politici, più che iscriversi nella logica della Guerra Fredda, andrebbero considerati come forma mentis del sistema politico italiano, come una normale opzione della politica del nostro paese. In questa ottica lo Stato italiano avrebbe sempre avuto una doppia dimensione per cui allo Stato di diritto, che si occupa di far rispettare i diritti dei cittadini e punire i violatori della legge, si sarebbe affiancato uno "Stato occulto" che ricorre a canali non istituzionali, come appunto la mafia o il terrorismo, per legittimare la sua esistenza.

Tale fenomeno dello sdoppiamento dello Stato si sarebbe aggravato con la Guerra Fredda, quando l'esigenza di impedire una svolta comunista avrebbe giustificato qualsiasi manovra politica occulta. Il politologo Giorgio Galli, a tal proposito, ha proposto una controstoria politica dell'Italia partendo proprio dalla sua dimensione occulta. In tale storia, l'alleanza tra politici e crimine organizzato, cementificatasi negli anni '70, rappresenterebbe una svolta di cui l'omicidio Moro ne sarebbe la immediata conseguenza21. Ritornando ora alle domande iniziali su cos'è la mafia e i mafiosi, confortati da questa panoramica sulle principali traiettorie interpretative, possiamo fare alcune considerazioni. Un individuo che usa la violenza privata per acquistare ricchezza e potere può essere definito un criminale, ma non necessariamente un mafioso.

O, se vogliamo dirlo
in modo differente, un mafioso non è un criminale tout court. Il fatto che questo individuo costituisca un'organizzazione con altri criminali ancora non risolve il problema dato che la mafia non è una semplice associazione a delinquere. Se così fosse dovremmo parlare di mafia anche nel caso delle bande di rapinatori o di sequestratori, ma è fin troppo evidente che ci troviamo di fronte a due fenomeni qualitativamente differenti. La subcultura della violenza e dell'omertà fornisce, secondo la legge italiana, quell'elemento necessario affinché un'associazione a delinquere possa essere definita come mafiosa. Tuttavia si potrebbe obiettare che, primo, i mafiosi siciliani non sono gli unici ad agire in un contesto dove esiste questa subcultura e, secondo, i codici culturali non sono rispettati dato che, come sostiene Arlacchi, il mafioso individua l'onore nella ricchezza, esattamente come un comune imprenditore della società capitalista.

Molto più banalmente si può osservare che un gruppo di criminali associati che condividono una comune visione del mondo non possono automaticamente definirsi mafiosi, pena il rischio di far rientrare nel termine mafia fenomeni del tutto diversi come il banditismo sardo. Si è poi detto che la capacità imprenditoriale dei mafiosi di per sè non arriva a spiegare in toto il loro operato, per cui anche l'idea del criminale-manager non fornisce una definizione esaustiva. A questo punto la peculiarità del mafioso non può che essere individuata nel rapporto mafia-politica, e in particolare nella condizione di impunità di cui gode il mafioso. Solo qui troviamo l'unico elemento che lo rende diverso da un comune criminale. Il criminale associato, che combina violenza e capacità imprenditoriali e che sfrutta la tradizione locale per legittimare il suo potere, rappresenta una particolare categoria di criminale, ma è solo dopo aver goduto di una condizione di impunità a causa della debolezza o complicità dello Stato che potrà diventare potenzialmente un mafioso.

In sostanza il fenomeno
della mafia ha sviluppato diverse caratteristiche legate all'ambiente siciliano e all'influenza dell'ambiente circostante, ma la sua origine non può essere compresa senza esplorare il suo rapporto con lo Stato. Si potrebbe dire che la sua stessa esistenza dipenda da questo ambivalente legame, per cui senza lo Stato italiano non avrebbe senso parlare di mafia. Un Totò Riina che usa la violenza privata in un sistema anarchico privo di Stato andrebbe definito come una sorta di bandito o di signore feudale; la stessa persona in un sistema dove vige lo Stato di diritto andrebbe chiamato assassino o criminale; ma è solo in un sistema dove lo Stato ne tollera la presenza che Totò Riina diventa un mafioso. E' all'interno della complessità del rapporto istituitosi tra il mafioso e autorità che si origina la mafia. Di conseguenza la comprensione del fenomeno rimanda a una serie di questioni aperte, in primis perché lo Stato ha accettato o non è stato in grado di contrastare efficacemente l'attività e l'esistenza dei Riina e degli altri mafiosi.

Non è possibile fornire qui risposte adeguate al problema. Si può solamente ricordare un aspetto della lotta antimafia che può valere come monito per il futuro. Come detto, dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, lo Stato ha sferrato dei durissimi colpi contro la mafia e apparentemente è riuscito a rompere il legame di complicità che univa i mafiosi ai politici. Tuttavia va detto che tale successo è stato ottenuto attraverso una legislazione d'emergenza che, in qualche misura, ha sacrificato parte dei diritti e delle garanzie di tutti i cittadini. Di conseguenza, questa legislazione non può rappresentare la "normalità" in un sistema democratico ed è destinata a cessare in un futuro prossimo.

 A quel punto, una volta tornati alla normalità, è lecito chiedersi che cosa ne sarà dei mafiosi, se saranno scomparsi o se potranno tornare potenti e arroganti come prima. E' naturale auspicarsi che si avveri la prima ipotesi, ma se così non fosse, inevitabilmente, dovremo tornare ancora una volta alla domanda iniziale: che cos'è la mafia e chi sono i mafiosi?

NOTE

1 La mafia durante il fascismo, C.Duggan, Soveria Mannelli (CZ) 1986.
2 Il delitto come impresa, Citazione in R.Catanzaro, Padova, 1988, p.6.
3 ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, L'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-1876), Bologna, 1968, p.1137.
4 Una certa reciprocitá di favori, P.Pezzino, Milano, 1990, p.102
5 Ibid., p.99.
6 L'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-1876), Relazione Bonfadini in ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, op. cit., p.1137.
7 Storia della mafia, S.Lupo, Torino 1993, p.107.
8 Ibid., p.81 ss.
9 La maffia, G.Alongi, Torino 1886; A.Cutrera, La mafia e i mafiosi. Studio di sociologia criminale, Palermo 1900.
10 Mafia. Le origini e la struttura, H.Hess, Roma-Bari 1984, (ed. or. 1970); A.Blok, La mafia in un villaggio siciliano. 1860-1960. Imprenditori, contadini, violenti, Torino 1986, (ed. or. 1974); J.Schneider - P.Schneider, Classi sociali, economia e politica in Sicilia, Soveria Mannelli (CZ) 1989, (ed. or. 1976).
11 La mafia e l'omertà in "Polis", G.Lorenzoni, anno I, n.2, 1987, p.337.
12 Ibid, p.336.
13 Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, G.Pitrè, vol.II, Palermo 1889, p.292.
14 Stato violenza societá, P.Pezzino, in M.Aymard - G.Giarrizzo (a cura di), La Sicilia, Torino 1987, p.973.
15 La mafia imprenditrice, P.Arlacchi, Bologna 1983.
16 La mafia interpretata, U.Santino, Soveria Mannelli 1995.
17 Non è la piovra, L.Violante, Torino 1994, p.17
18 Storia della mafia, S.Lupo, op. cit., p.69.
19 Storia della mafia, Citato in S.F.Romano, Milano 1964, p.232.
20 Meglio mafiosi che rossi? C'era una volta il fattore K, E.Severino, in "Corriere della sera", 28 luglio 1992.
21 Affari di Stato, G.Galli, Milano 1991.

di Francesco Marelli
(Università di Leeds, School of History - Inghilterra)

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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