LA SCUOLA
* NELL'ITALIA DELL'UNITA', UN REGNO DI ANALFABETI


* NEL FASCISMO,  "LIBRO E MOSCHETTO"

LA SCUOLA ITALIANA - Soltanto uno strumento per il controllo del potere 

Finisce la dittatura, inizia la democrazia. Ma cos’è cambiato dagli anni Trenta a oggi? 
DALLA CAMICIA NERA... ALLA CULTURA GRIGIA

< il precedente "regno" di analfabeti

di PAOLO DEOTTO

(giugno, anno 2000)

Il nome di GIOVANNI GENTILE si è legato nella Storia a quello di MUSSOLINI e al fascismo, e questo legame decretò la stessa fine cruenta del filosofo, ucciso a colpi di pistola dal gappista Bruno Fanciullacci. Eppure il riformatore della scuola italiana non arrivò al Ministero per meriti fascisti. Quando Mussolini ottenne l’incarico di governo dal re volle subito dimostrare che il fascismo non era avido di "posti" ed era disponibile ad accettare la collaborazione di tutti gli uomini di valore. Di Gentile, Mussolini non conosceva nemmeno il nome. Glielo propose per la pubblica istruzione il sindacalista Lanzillo, e il futuro dittatore dovette restare piuttosto stupito quando, all’offerta dell’incarico ministeriale, Gentile rispose ponendo due condizioni: che fossero ristabilite le pubbliche libertà e introdotto l’esame di Stato nelle scuole secondarie. Mussolini promise, e Gentile accettò.

Il nuovo governo Mussolini doveva dimostrare al paese che non solo era tornato l’ordine, per il quale sarebbe stato sufficiente un governo militare, ma che si poneva anche mano ai grandi problemi del paese. E il filosofo fiorentino, assertore della "moralità della storia", ebbe l’incarico di dare una nuova e coerente forma alla scuola italiana. La riforma di Giovanni Gentile, varata nel 1923, non creò una scuola fascista: creò una scuola gentiliana, nella quale l’istruzione classica era considerata il punto centrale e la sintesi della preparazione culturale del giovane.

La scuola elementare, obbligatoria e gratuita, era suddivisa in due corsi: inferiore (fino alla 3° classe) e superiore (4° e 5° classe). Per l’ammissione al corso superiore bisognava superare un apposito esame di Stato. Dopo la scuola elementare, che si concludeva con l’esame per conseguire il "certificato di compimento", lo studente che desiderava proseguire la carriera scolastica fino ai più alti gradi doveva sostenere un altro esame: quello di ammissione al Ginnasio. Anche il Ginnasio era suddiviso in due corsi, e il passaggio dal corso inferiore a quello superiore comportava un esame, che si sosteneva alla fine della terza Ginnasio. Alla fine del quinto anno di Ginnasio lo studente doveva ancora sostenere degli esami, quelli conclusivi della scuola ginnasiale, e che avevano il nome di "esami di ammissione al liceo". Il superamento di questi esami permetteva l’iscrizione al Liceo Classico, triennale. Infine, il conseguimento del diploma di maturità classica permetteva l’accesso a tutte le facoltà universitarie. Il giovane che arrivava all’Università aveva quindi superato un numero di sbarramenti non indifferente: sei esami nei primi tredici anni di studi. Le materie di insegnamento del ginnasio erano italiano, latino, greco, storia, geografia, matematica, lingua straniera (dalla 2° alla 5° ginnasio), religione ed educazione fisica.

UNA SCELTA PER IL FUTURO 

Il Liceo Scientifico, di durata quadriennale e al quale si accedeva con gli stessi titoli di ammissione per il Liceo Classico, prevedeva un approfondimento degli studi scientifici e il proseguimento dello studio della lingua straniera, oltre all’insegnamento del disegno. La mancanza dell’insegnamento del greco e il numero minore di ore dedicate alle altre materie letterarie, limitavano, per i maturati al Liceo Scientifico, l’accesso agli studi universitari, escludendo la possibilità di iscrizione alle facoltà di lettere, filosofia e giurisprudenza.

Lo schema gentiliano della scuola poneva quindi già dalla quinta elementare una scelta per il futuro del giovane perché l’istruzione classica restava la scuola per eccellenza, aprendo la strada ad ogni possibilità di studi universitari, mentre le alternative al ginnasio andavano dalla scuola secondaria di avviamento professionale (il più basso gradino, che serviva in sostanza ad avviare i giovani al lavoro dopo il 14° anno d’età), all’istituto tecnico e all’istituto magistrale, che erano pure scuole di avviamento al lavoro, ma prevedevano anche un accesso limitato agli studi universitari (la facoltà di agraria o di economia per il primo, la facoltà di magistero per il secondo). Il liceo artistico infine dava la possibilità di proseguire gli studi solo all’Accademia di belle arti o alla facoltà di architettura.

La rigidità del sistema si esprimeva anche attraverso le differenti spese che doveva affrontare la famiglia per l’istruzione dei figli. Qui di seguito forniamo i costi, riferiti al 1935, di un corso di studi completo (ossia fino al conseguimento del diploma finale) nei diversi settori dell’istruzione secondaria:

- ginnasio e liceo classico: Lit. 3.700

- ginnasio e liceo scientifico: Lit. 4.120

- scuola di avviamento al lavoro: Lit. 50

- istituto magistrale: da Lit. 1.610 a Lit. 2.400

Diplomarsi geometri o ragionieri costava Lit. 2.136, mentre chi terminava gli studi al grado inferiore degli istituto tecnici pagava in tutto Lit. 1.038.

Ricordiamo qui gli stipendi di allora (1930). Paga mensile di un contadino lire 90, di un operaio 200, di impiegato 270, di ragioniere impiegato 350, di alto dirigente dalle 900 alle 1000 lire mensili.

BEATI I FIGLI DEL DENARO 

La scelta era quindi determinata anche dalle possibilità economiche e il forte divario tra i costi per il conseguimento della maturità, classica o scientifica, e quelli degli altri indirizzi di studio, oltre ai numerosi sbarramenti di esami che vedevamo sopra, portavano ad un sistema che premiava selettivamente i migliori, ma comunque determinava anche una selezione a priori basata sul reddito. Non è strano quindi che, nei primi anni trenta, la popolazione universitaria in Italia fosse decisamente esigua. Precisamente nel 1932 gli studenti universitari erano in totale 51.797, quanti ne conta oggi un ateneo di medie dimensioni (su una popolazione residente di circa 40 milioni, inferiore quindi solo del 25% all’attuale popolazione).Lo studio restava comunque, sia concettualmente che praticamente, un fatto di élite ma era comunque uno studio libero in una scuola libera. Il carattere totalitario del fascismo si manifesterà appieno solo dopo il delitto Matteotti, quando Mussolini seppe cavalcare l’occasione di un delitto perpetrato da fascisti per iniziare la conquista fascista dello Stato. E’ solo da questo momento (siamo alla fine del 1925) che lo Stato, divenendo Stato fascista a tutti gli effetti, si "accorgerà" della scuola, iniziando una penetrazione fin dalla scuola elementare, per alimentare quella macchina del consenso che, come ci insegna la storia, funziona sempre meglio quanto più diviene potente chi impone il consenso.

Lasciando inalterato lo schema di Giovanni Gentile inizierà così la creazione di una normativa coerente col concetto di Stato "totalitario", ossia di Stato che pretende di entrare in tutti i settori della vita, pubblica e privata, creando sempre di più un’uniformità di comportamenti tra i cittadini. Nel controllo generale della vita nazionale il partito fascista ha scelto cinque creature privilegiate. la scuola, gli impiegati pubblici, le ferrovie, le poste e telegrafi e le aziende di Stato. Il R.D. 1°/7/1926 num. 1130 crea le associazioni nazionali per i settori sopra indicati. Compito di queste associazioni è esattamente quello di "partecipare alla costruzione dello Stato Fascista".

SCUOLA IN CAMICIA NERA 

L’associazione fascista della scuola raccoglie gli insegnanti da elementari ad universitari: è vero che l’iscrizione all’associazione non è obbligatoria, così come non lo è l’iscrizione al partito. D’altra parte, in un clima di consenso sempre più ampio al regime, divengono naturali le disposizioni ministeriali, per gli insegnanti come per gli altri impiegati dello Stato, con le quali ad esempio si prescrive che per determinati avanzamenti di carriera l’iscrizione al partito o all’associazione costituiscono titolo di merito.

Un’altra importante tappa fu l’imposizione del "libro unico" per l’insegnamento elementare; approvato dal governo il 1° novembre del 1928,a partire dall’anno scolastico 1930-31 diviene obbligatorio anche nelle scuole private. Inutile dire che lo scopo del libro unico è l’indottrinamento fin dalla più tenera età del fanciullo, che si trova a frequentare una scuola in cui la competenza del Ministero dell’Educazione Nazionale (così si denomina il vecchio ministero della Pubblica Istruzione) si intreccia con quello dell’Opera Nazionale Balilla, l’ente preposto all’educazione fascista della gioventù. Il libro di lettura per la terza elementare, "Patria", scritto da Adele e Maria ZANETTI, dà ad esempio questa spiegazione della guerra d’Africa: "In Africa c’era un vasto impero, con una popolazione ancora barbara, dominata da un imperatore incapace e cattivo: l’Abissinia. E gli Abissini ci molestavano: danneggiavano, invadevano le nostre colonie e i nostri possedimenti. Questo era troppo. Fu così che il Duce decise la guerra... l’Italia è tutta con Mussolini... ferro, carta, oro, tutto dona alla Patria. La Regina, esempio a tutte le spose, offre per prima il suo anello nuziale".
Gli scolari erano sottoposti a questo martellamento: potremmo fare mille altre citazioni. Ricordiamo ad esempio come Vincenzo Meletti nel suo "Libro fascista del Balilla", adottato nel 1934 in tutte le scuole elementari, spiega chi è Mussolini:

"CHIAMAMI DUCE, SARO’ IL TUO PAPA’" - "Mussolini, che tutti chiamano Duce e che tu puoi chiamare babbo, è un figlio del popolo, venuto dalla miseria. E’ l’uomo più grande e più buono del mondo. Egli in un decennio ha fatto diventare l’Italia la prima nazione del mondo. Con la Marcia su Roma il governo fu tolto agli uomini paurosi e fu inaugurato il Regime Fascista che durerà più di un secolo." E via andando. Il fascismo, come dicevamo, non opera una riforma radicale della scuola gentiliana, sostanzialmente classicista e liberale come impostazione culturale. Piuttosto, si insinua in questa scuola, della quale non si può disconoscere la coerenza del disegno generale e la validità didattica, e si sovrappone, facendo del fascismo, di fatto, una materia obbligatoria di studio.

Nel 1935 viene introdotta una nuova materia, obbligatoria in tutte le scuole secondarie, inferiori e superiori: la "cultura militare". Trenta ore di insegnamento all’anno, impartite da ufficiali della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, dovrebbero servire a forgiare nei giovani lo spirito guerriero. La materia costituisce un vero sbarramento che, se non superato, impedisce il conseguimento sia della maturità che della laurea. Peraltro si tratta sempre di un insegnamento e di uno sbarramento "all’italiana" e i giovani bocciati in "cultura militare" si conteranno ogni anno sulle dita di una mano.

Per la ginnastica il regime aveva già provveduto nel 1928, istituendo la Scuola Superiore di Educazione Fisica, che nel '31 prenderà la denominazione di "Accademia Fascista di educazione fisica". I professori di ginnastica dovranno avere una preparazione non solo atletica, ma anche politica . Insegneranno nelle scuole di Stato, ma la loro accademia sarà gestita dall’Opera Nazionale Balilla, nel quadro di quell’intreccio continuo di competenze di cui già accennavamo sopra.

Siamo in Italia, non scordiamocelo: tutta questa fascistizzazione della scuola è accettata tranquillamente, ma si avverte comunque che da parte del corpo docente non c’è poi una chiara coscienza dei compiti della scuola e dell’insegnante. Il 12 febbraio del 39 il Ministro per l’Educazione Nazionale invia una circolare ai provveditori e via via giù fino ai direttori didattici.

IL PROGETTO DI BOTTAI 

L’importanza del documento è tale che viene ripreso anche dal "foglio di disposizioni" (che è la comunicazione periodica di ordini dal Partito agli organi periferici dello stesso) num. 1267 del 18 febbraio.

La circolare recita: "Il Fascismo intende la scuola in senso totalitario, non come semplice distributrice di sapere, ma come strumento politico di educazione, che concorre anche alla preparazione dei fanciulli e dei giovani ai complessi compiti politici e militari del Fascismo... Nei quadri della GIL (Gioventù Italiana del Littorio, la nuova denominazione della già "Opera Nazionale Balilla" - ndr) l’insegnante realizza e completa il frutto della sua opera. Scuola e GIL devono essere organismi in perpetua collaborazione, che mirano a formare il corpo e l’anima delle nuove generazioni del Fascismo."

Ma tutto questo non bastava ancora; se ne rendeva conto il Ministro Bottai, che nel 1941 mise a punto la "Carta della Scuola", un progetto di riforma radicale di tutta l’organizzazione scolastica, per renderla finalmente funzionale al Regime e parte integrante dello stesso. La carta di Bottai non ebbe seguito: il regime si era suicidato l’anno prima, con l’entrata in guerra a fianco della Germania. Il successivo precipitare degli eventi avrebbe reso vani questi progetti.

La caduta del fascismo e il successivo ristabilirsi della democrazia in Italia non hanno però portato particolari giovamenti alla scuola. Mentre a metà degli anni 50 la popolazione scolastica iniziava a crescere (come naturale conseguenza del grande incremento demografico del dopoguerra), premendo su strutture vecchie ed obsolete, i vari ministri che si sono succeduti hanno dato il via ad una serie di interventi tutti caratterizzati da una volontà di rendere meno dura e selettiva la severa scuola gentiliana, ma privi di una visione generale ed organica del problema. Gli anni 60 vedono l’introduzione della scuola media "unica", al posto della scuola media (che aveva sostituito il primo triennio ginnasiale) e della scuola di avviamento professionale. Vengono via via aboliti gli esami intermedi nella scuola elementare, l’esame di ammissione alla scuola media, l’esame alla fine della quinta classe ginnasiale.

LA RIFORMA DEL 1968-1969

 L’istruzione viene così a strutturarsi su cinque classi elementari, tre classi medie (scuola dell’obbligo) e i tre licei, scientifico (cinque anni), classico (cinque anni, pur mantenendo l’anacronistica distinzione fra biennio ginnasiale e triennio liceale) e artistico (quadriennale), oltre agli istituti tecnici quinquennali e all’istituto magistrale, di quattro anni.

Nell’anno scolastico 68/69 viene introdotta la riforma "sperimentale" degli esami di maturità, la cui "sperimentazione" dura, secondo la miglior tradizione nazionale, da un trentennio.

Nel 1974 l’accesso alle facoltà universitarie viene concesso a tutti gli studenti in possesso di un diploma secondario conseguito alla fine di un corso quinquennale, mentre per le scuole quadriennali è necessaria la frequenza di un "anno integrativo". Negli anni 80 viene aperta definitivamente la porta alla "sperimentazione" a livello di programmi in tutti gli ordini di scuole, né qui ci pare il luogo per tentare un elenco, che risulterebbe inevitabilmente incompleto, di tutte le variazioni introdotte ai programmi di studio tradizionali.

Di più ci preme sottolineare come l’ultimo periodo di vita della scuola italiana abbia visto un aumento della confusione e la mancanza di progetti di vera organica riforma. Ci fu anche un ampio dibattito sul progetto di riforma del ministro BERLINGUER, la cui discussione era sui contenuti sia sul sistema di delega totale conferita al ministero per la realizzazione della riforma
"Berlinguer tentò di introdurre una forma di valutazione del personale docente -
dichiara in un'intervista al 'Messaggero' Giorgio Rembado, presidente dell'Associazione nazionale presidi - tentò di affermare principi di meritocrazia, ma anche allora ci fu un fuoco incrociato di accuse e violente contestazioni di piazza. Si saldarono gli interessi della sinistra e di una certa destra. Di valutazione non si parlò più e Berlinguer perse la poltrona".

IL "CHE FARE?" DEL DUEMILA 

Avevamo aperto queste note storiche sulla scuola ricordando la rivolta studentesca del 1968; dicevamo che i disagi da cui nasceva erano reali e non erano costituiti solo da problemi pratici, quali le strutture vecchie, le deficienze organizzative ma anche, o soprattutto, da un’estraneità sempre maggiore della scuola, incapace di dare risposte vere ai molti problemi che assillano i giovani. Né ci sembra che questi problemi si possano semplicisticamente ridurre al fatto che "la scuola non prepara alla vita perché non insegna un mestiere". La scuola trasmette una cultura che poteva essere sufficiente nella tranquillità degli animi (tranquillità negativa, s’intende) anestetizzati da un regime, ma che non è più sufficiente in un mondo in cui ai giovani non viene più trasmessa alcuna certezza, positiva o negativa che sia. D’altra parte sarebbe criminale se la scuola gettasse via la grande tradizione culturale che fa comunque parte della nostra storia, e che comunque è un arricchimento dell’individuo e quindi anche un’importante preparazione alla vita.

Saper dare delle risposte, senza diventare scuola di regime; saper portare i giovani per mano, ma saper insegnare loro a stare in piedi da soli; salvare nel contempo una cultura bimillenaria della quale sarebbe ingiusto privare le giovani generazioni: saprà la scuola del futuro vincere queste difficilissime scommesse? 

di PAOLO DEOTTO

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

* NELL'ITALIA DELL'UNITA' UN REGNO DI ANALFABETI (tabella QUI)
* 1859 - SCUOLA E ISTRUZIONE (QUI)
* NEL '68 "LA CONTESTAZIONE" (QUI)
" NEL 1971, LA SCUOLA E' BOCCIATA
(QUI)


 A CRONOLOGIA GENERALE o a  PERIODI -TEMATICA