L'ANARCHIA - Storia di un movimento utopistico che terrorizzò 
l'Europa dall'Ottocento al Novecento

 


predicavano con...

... PUGNALE E PISTOLA 


(nella successiva puntata: GLI ANARCHICI DEL '900)

di FERRUCCIO GATTUSO

Che cos'è l'anarchia? O, per meglio dire, esiste l'anarchia? Sfuggevole, indefinito, ribelle ad ogni tentativo di uniformizzazione, il pensiero anarchico - in nome del suo dichiarato ideale supremo, la libertà - è sempre risultato come un cavallo indomabile per gli storici, gli studiosi, gli intellettuali che hanno cercato di avvicinarvisi. Come conseguenza di ciò, si può dire che non esiste un chiaro percorso scientifico di studio sull'anarchia, e la letteratura in materia si divide tra l'analisi delle diverse, innumerevoli correnti filosofiche e l'aneddotica sugli estremi atti individualistici (ma chiamiamoli con il loro vero nome, e cioè terrorismo, tanto più che molti anarchici non disdegnarono affatto questo termine) compiuti da quelli che sono stati definiti "gli angeli neri" dell'anarchia.

Definire che cosa sia l'anarchia non è compito semplice, quindi, e forse la maggiore responsabilità va imputata agli stessi anarchici. L'anarchia, infatti, non fu mai, nella sua storia, un movimento politicamente omogeneo e disciplinato (come fu, ad esempio, il rivale marxismo), bensì un "punto di incontro" tra individualità orgogliosamente differenti l'una dall'altra.
Sia nel campo intellettuale che operativo il motore dello slancio anarchico fu sempre l'individualismo, l'alto senso della responsabilità personale dei propri pensieri e delle proprie azioni. Tutti gli anarchici si incontrano però su di un terreno comune. Del supremo fine si è già detto, consistendo nella libertà; sui mezzi, uno è sicuramente quello unanimemente riconosciuto, e cioè il Verbo, la parola. Per gli anarchici la propaganda ricoprirà sempre un ruolo essenziale: comizi, opuscoli, volantini e un'innumerevole serie di testate giornalistiche servirono al multiforme movimento anarchico per annunciare al mondo il proprio Sogno: l'avvento di una condizione di vita completamente libera da ogni vincolo e costrizione governativa, dove gli individui condividono i propri beni in armonia e lontani da ogni ricchezza. Questa sorta di paradiso (ma l'espressione è sicuramente errata dal punto di vista anarchico, poiché secondo quest'ultimo qualsiasi concetto di trascendenza è da rigettare, anche lo stesso concetto di Utopia) è nelle possibilità dell'uomo e può essere raggiunto unicamente con il rovesciamento immediato e totale di qualsiasi potere e istituzione.

Rovesciamento che può avvenire in molti modi, tra cui la violenza, il cui significato "catartico" affascinò spesso gli anarchici, anche coloro che non si sognarono mai di ricorrervi. Anarchia - recita la Piccola Enciclopedia dell'anarchia di Boussinot - è "negazione, rifiuto dell'ordine artificiale basato sul principio di autorità, principio di violenza, che viene imposto nella comunità umana […], negazione della legittimità di questa violenza, della legittimità delle varie istituzioni da essa instaurate, in primo luogo quella dello Stato." Ovviamente, nonostante qualche superficiale affinità, le differenze con il comunismo e il marxismo in generale sono evidenti. Gli anarchici non accetteranno mai il concetto di dittatura del proletariato (anzi, nemmeno quello del proletariato come "avanguardia" della rivoluzione), trovando assurdo e improbabile che una classe, una volta raggiunto il potere, per di più assoluto, scelga di privarsene per favorire l'avvento del comunismo totale.

Per molto tempo il termine "anarchico" assunse nell'immaginario collettivo un significato meramente negativo, dai contorni essenzialmente nichilisti. Anarchia e disordine, cospirazione, immoralità formarono un tutt'uno, almeno fino a quando il mondo intellettuale (il primo fu il francese Pierre Joseph Proudhon) non cominciò ad accostarvisi e a concedere all'idea dignità teorica. A ben vedere, anche dopo questa evoluzione, lo stereotipo dell'anarchia e dell'anarchico rimase legato all'immagine del terrorista isolato che pugnalava il potente di turno o spargeva il sangue della gente innocente ricorrendo alle bombe. Altri movimenti hanno eccelso nella pratica terroristica e cospiratoria più degli anarchici - basti pensare ai socialisti-rivoluzionari russi - ma questo non ha impedito che la palma del terrore non rimanesse agli "angeli neri". I termini "anarchia" e "anarchico" furono usati per la prima volta negli anni della Rivoluzione Francese. Con essi si voleva marchiare, da destra e da sinistra, l'avversario politico. E' così che il girondino Brissot, nel lontano 1793, definiva la corrente degli Enragés (Arrabbiati).

Sotto la Convenzione, gli Arrabbiati non erano classificabili sotto alcuna tendenza (giacobini, hebertisti, babuvisti, ecc...), contestavano ogni autorità, volendo opporre al potere della Convenzione uno di diretta emanazione popolare. Inoltre, si scagliavano contro il nuovo potere incarnato nella borghesia, definendola "aristocrazia commerciale più perniciosa di quella nobiliare e clericale". L'anarchia degli Enragés - affermava Brissot - consisteva in "leggi non tradotte in effetto, autorità prive di forza e disprezzate, il delitto impunito, la proprietà minacciata, la sicurezza dell'individuo violata, la moralità del popolo corrotta, nessuna costituzione, nessun governo, nessuna giustizia: queste le caratteristiche dell'anarchia". Pochi anni dopo il Direttorio dichiarava che "per anarchici si intende quegli uomini carichi di delitti, macchiati di sangue, impinguati dalle ruberie, nemici di tutte le leggi […]che predicano la libertà ed esercitano il dispotismo, parlano di fraternità e massacrano i loro fratelli." Definizioni e opinioni, queste, che non cessarono mai di esistere e riaffiorarono soprattutto negli ultimi decenni del XIX secolo, quando la furia degli attentati anarchici (o presunti tali) raggiunse il suo apogeo.

Dagli anni della Rivoluzione Francese bisognerà aspettare quasi la metà del secolo successivo per assistere ad una rivalutazione (anzi, ad una valutazione positiva) dei termini "anarchia" e "anarchico". Come detto, è Proudhon a compiere questo passo, nella sua opera dal titolo "Che cos'è la proprietà?". "La proprietà è un furto", "Il grado più elevato dell'ordine nella società viene espresso dal grado più alto di libertà individuale, ossia dall'anarchia": sono queste le frasi più celebri espresse da Proudhon (che a buon diritto viene definito l'autentico fondatore del pensiero anarchico moderno) nella sua opera rivoluzionaria. E' il 1840. Prima e dopo P.J. Proudhon, altre figure incarnarono il sentimento anarchico e furono considerati "padri putativi" dell'anarchia dagli stessi accoliti, benché mai (o non sempre) avessero espresso alcuna adesione, più o meno formale.

Nel Pantheon (anche questo termine è forzato, considerata l'allergia anarchica per Miti, Eroi, Bandiere) dell'anarchia troviamo così uomini molto differenti tra loro, per provenienza culturale, estrazione sociale e slancio politico: parliamo di personaggi come Lev Tolstoj, William Godwin, Piotr A. Kropotkin, Max Stirner. Non è questa la sede per analizzare il pensiero politico-filosofico di ognuno di loro, ma si può altresì dire che ogni loro riflessione è contenuta all'interno dei due estremi della weltanschaung dell'anarchia: il comunismo anarchico (o collettivismo) e l'individualismo.

Il primo sostiene l'importanza dell'equilibrio tra gli individui all'interno di un corpo sociale, oltre alla finalità principale dell'uomo che è l'associazione. Da questa tendenza deriva l'anarco-sindacalismo, e in genere quella corrente anarchica più disposta a calarsi in piccoli compromessi riformistici con la società.

Il secondo, e cioè l'individualismo, costituisce uno degli aspetti più "romantici" dell'anarchismo. Da esso deriva uno dei motivi di grande incomprensione con il marxismo e il comunismo, nonché anche l'avvicinamento all'anarchia di una certa destra nietzschiana affascinata dal mito del Superuomo. Volendo sintetizzare (e oggettivamente forzare la storia del pensiero anarchico) si possono pensare come estremi, rispettivamente della visione sociale e individuale, Proudhon e Stirner.

Proudhon considera l'individuo e la sua libertà come il fine supremo dell'anarchismo, ma allo stesso tempo non concepisce una degna esistenza per questo se non all'interno di una società. L'anarchia per il pensatore francese non è caos ma ordine, un ordine precedente all'organizzazione di poteri che l'uomo ha storicamente costruito. L'anarchia è una condizione armonica che l'uomo ha la piena potenzialità di costruire, mirando all'annullamento dello Stato e all'instaurazione di una società federalista e basata sul mutualismo (i suoi seguaci proudhoniani si chiameranno infatti mutualisti).

In Proudhon anarchia è tutt'altro che nichilismo: "Destruam et aedificabo" (distruggerò ed edificherò) era il suo motto, una visione comunque teleologica. Proudhon fu in vita un grande avversario di Karl Marx e della sua visione - a detta del francese - "autoritaria", e non deve quindi stupire il boicottaggio che il pensiero proudhoniano ha avuto ad opera dei marxisti. Stirner rappresenta invece il trionfo estremistico dell'individualismo. Esaltatore dell'Io, auspice di un'Unione degli Egoisti, Stirner viene ricordato soprattutto per l'opera "L'unico e la sua proprietà", che scandalizzò gli uomini del suo tempo. Il suo è un individualismo assoluto, l'io che si oppone alla società.

"Nessun giudice può decidere se ho ragione o no, se non io stesso. Non ho regole, né leggi, né modelli. Dio, la coscienza, i doveri, le leggi sono delle stupidaggini di cui ci sono stati imbottiti cervello e cuore. Quello che è necessario al tuo Io, conquistalo, se ne hai la forza. Metti la mano su quanto ha bisogno. Prendilo!": sono alcune delle affermazioni-esortazioni di STIRNER.

L'Egoista di Stirner e il Superuomo di Nietzsche vengono quindi a toccarsi (e infatti Nietzsche considerò sempre Stirner uno degli "spiriti più fecondi del diciannovesimo secolo".). Il pensiero anarchico si è sempre dibattuto tra i suoi due estremi, cercando un equilibrio tra la necessità della solidarietà umana e le libertà individuali. Bakunin, l'Internazionalismo Anarchico, lo scontro con Marx Se Proudhon è il "primo anarchico", Michail Aleksandrovic Bakunin è senza dubbio il più grande e illustre. Uomo di pensiero, ma anche di azione, fu per generazioni di anarchici l'indiscusso punto di riferimento (la sua influenza fu fondamentale in Italia presso uomini che a loro volta divennero bandiere dell'anarchia, come Errico Malatesta, Carlo Cafiero, Andrea Costa).

Oggi si tende a vedere la figura di Bakunin fuori da ogni esaltazione (cfr. "Gli angeli neri - Storia degli anarchici italiani" di Manlio Cancogni): l'uomo fu spesso contraddittorio e confusionario, e spesso sfruttò a proprio vantaggio la propria popolarità presso stuoli di anarchici. Questo non impedisce di vedere in lui un uomo di grande slancio ideale, seminatore postumo delle idee anarchiche. La sua leggendaria lotta con Marx per la supremazia del socialismo è a posteriori un monito non ascoltato del fallimento che il marxismo e il comunismo avrebbero portato con sé. "Io non sono comunista - affermava Bakunin - perché il comunismo concentra e fa assorbire tutta la potenza della società nello Stato, perché porta necessariamente alla centralizzazione della proprietà nelle mani dello Stato, mentre io voglio l'abolizione di questo Stato che, col pretesto di moralizzare e civilizzare gli uomini, li ha fino ad oggi asserviti, oppressi, sfruttati e depravati."

Figlio di un aristocratico russo, BAKUNIN si avvicina alle idee di PROUDHON a trent'anni, in occasione di un soggiorno parigino. Nella capitale francese fonda "Le Peuple", viene espulso, arrestato diverse volte in Austria, Germania, viene condannato a morte ed estradato nella Russia zarista dove subisce una condanna a dieci anni in Siberia (1857), evade 4 anni dopo e vaga per l'Europa (in Italia resterà dal 1864 al 1867). In questi anni fonda alcune associazioni rivoluzionarie e nel 1868, con l'Alleanza Internazionale della Democrazia socialista aderisce alla Prima Internazionale. Cominceranno così gli scontri con Marx per assicurarsi la supremazia nel mondo socialista. Finché rimarrà in vita la posizione di Bakunin rimarrà predominante, ma col tempo (e con metodi autoritari) i marxisti riusciranno a estendere la propria egemonia, fino all'espulsione degli anarchici.

Il fatto avvenne nel 1872 al congresso dell'AIL (Associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima Internazionale) all'Aia in cui i marxisti truccano la propria rappresentanza per ottenere la maggioranza nel consesso. "I marxisti - scrive Boussinot - fabbricano una rappresentanza congressuale che lascia loro 42 voti di maggioranza (Per la prima volta, e sotto la responsabilità personale di Marx, si assiste, da parte dei rivoluzionari, a tale manipolazione di un'assemblea teoricamente sovrana e rappresentativa delle masse. Quando si cercano, oggigiorno, le origini dello stalinismo, sarebbe bene esaminare quanto accadde durante quel congresso, già nel 1872!)" Da quel momento gli anarchici cercheranno dapprima di creare una propria "Internazionale Nera" (decennio 1880-1890), poi cercarono di entrare nella Seconda Internazionale Socialista (1889-1896), fallendo, infine ritentarono la strada esclusivamente anarchica (Congresso di Amsterdam del 1907) che terminò con lo scoppio della

Prima Guerra Mondiale, pietra tombale dell'anarchia...

... intesa come grande fenomeno internazionale. Dal Verbo alla Violenza: il decennio 1890-1900. Alla fine del XIX secolo, se il movimento anarchico perdeva visibilità nel mondo socialista e all'interno del mondo operaio a vantaggio dei marxisti, un eccezionale florilegio di attentati di stampo anarchico contribuì ad affossarne le prospettive di propaganda all'interno della società europea. L'anarchia tornava ad essere una sorta di perversione intellettuale, il simbolo dell'assassinio e della cospirazione, il culto del disordine.

Assassinii celebri, con finalità politiche e non, tutto contribuì a far fiorire l'immagine del terrorismo anarchico: nel 1884 Louis Chavés, giovane giardiniere anarchico licenziato da un convento marsigliese, uccise la madre superiora, nel 1892 a Parigi vennero assassinati un proprietario di caffè e quattro poliziotti, nel 1893 venti spettatori in un teatro spagnolo, e prima del nuovo secolo persero la vita in attentati il presidente francese Carnot, il primo ministro spagnolo Canovas, l'imperatrice d'Austria-Ungheria Elisabetta e Umberto I, re d'Italia. Il XX secolo si aprì infine con l'uccisione del presidente degli Stati Uniti McKinley (1901). L'anarchia in Francia Alcune delle figure più rappresentative nella Francia del XIX secolo furono Anselme Bellegarrigue, Ernest Coeurderoy e Joseph Déjacque. Il primo si mantenne sempre lontano dalla pratica rivoluzionaria, a differenza degli altri due. ""Nego tutto, affermo solo me stesso. Io sono, questo è un fatto positivo. Tutto il resto è astratto e fa parte dell'X matematico, dell'ignoto. Non vi può essere sulla terra nessun interesse superiore al mio, nessun interesse al quale io debba il sacrificio neppure parziale degli interessi miei.": in queste parole di Bellegarrigue risuona più di un'eco stirneriana. Ciò nonostante, egli fu un sostenitore acceso del collettivismo e della Comune.

Corderoy e Dèjacue parteciparono materialmente alla rivoluzione e all'insurrezione operaia del 1848, e a quella del 1849 contro la nomina di Luigi Napoleone a presidente. Entrambi fuggirono dopo la sconfitta, uno vagando tra Spagna, Belgio, Italia e Svizzera, l'altro tra Svizzera e Stati Uniti. L'opera di questi uomini è però ancora legata ai moti rivoluzionari più che agli atti terroristici isolati. Dèjacque, comunque, fu un convinto propugnatore del ricorso alla violenza: abolire religione, proprietà, famiglia e stato attraverso l'opera di groppuscoli anarchici, questo il suo programma. Con il 1881 e l'Internazionale Nera l'anarchia dimostrò di essere un movimento indipendente e relativamente potente.

Tra il 1880 e il 1890 in Francia esistevano più di 50 gruppi anarchici (tremila attivisti e un numero di simpatizzanti ragionevolmente superiore), i due giornali anarchici principali - Le Révolté e Le Père - vendevano insieme settimanalmente più di diecimila copie. A fungere da miccia per questa situazione esplosiva ci fu la figura del durissimo prefetto di polizia parigino Louis Andrieux e del suo agente segreto Egide Spilleux, alias Serraux. Quest'ultimo si infiltrò nei circoli anarchici parigini, fornendo importanti informazioni alla polizia. Il primo tentativo di assassinio ad opera di un anarchico avvenne nel 1881. Emile Florain, giovane operaio tessile disoccupato, si recò da Reims a Parigi a piedi per sparare al repubblicano Gambetta. Non riuscendo nell'intento, il giovane decise di sparare ad un borghese a caso, e lo fece. Un certo dottor Meymar, la vittima predestinata, rimase solo ferito.

L'impresa di Florain - seppur infruttuosa - costituì un modello per gli assassini anarchici che gli succedettero. La cospirazione francese si basò sempre su atti individuali, a differenza di quella russa, basata tradizionalmente su gruppi terroristici organizzati. Il primo assassinio avvenne nel 1884, ad opera del già citato Chaves, il giardiniere che uccise la madre superiora del convento dal quale venne licenziato. "Si comincia da uno per arrivare a cento - disse - mi piacerebbe la gloria di essere il primo a cominciare. Non cambieremo le condizioni esistenti con le parole o con la carta. L'ultimo che posso dare ai veri anarchici, agli anarchici attivi, è di armarsi, seguendo il mio esempio, con un buon revolver, un buon pugnale, una scatola di fiammiferi." In quegli stessi anni, nella regione mineraria di Monceau-les-Mines un'organizzazione denominata la Banda Nera cominciò la propria attività, con atti anticlericali, come saccheggiare chiese e danneggiare crocifissi.

Per entrare nella Banda Nera si doveva superare una sorta di iniziazione. Intanto nel 1883 si svolgeva il famoso processo di Lione, nel quale venivano giudicati una settantina di celebri anarchici tra cui Petr Kropotkin e Emile Gautier. Durante il processo scoppiò una bomba nel ristorante del Teatro Bellecour, fatto che contribuì ad esasperare l'atmosfera. Tutti gli anarchici vennero condannati, Kropotkin e Gautier a cinque anni. In questi stessi anni l'anarchismo divenne popolare (e, come al solito, secondo il tradizionale conformismo intellettuale, di moda). Uomini di cultura e artisti si schierarono per l'anarchia e parteggiarono per gli anarchici in occasione dei processi che li vedevano imputati. Il primo gruppo di studenti anarchici si formò a Parigi nel 1890, a Londra e New York l'anarchismo fiorì tra il 1940 e il 1950.

"Ciò che attraeva artisti e intellettuali- scrive George Woodcock in "L'anarchia, storia delle idee e dei movimenti libertari - era il culo anarchico per l'indipendenza di giudizio, la libertà d'azione e l'esperienza per amore dell'esperienza." Tutto ciò - potremmo affermare con sarcasmo - che spesso non caratterizza la casta cosiddetta intellettuale. Tra il marzo 1892 e il giugno 1894 si ebbe in Francia una fase alquanto cruenta di attentati dinamitardi (ben undici). Era come se, dopo le delusioni e i fallimenti nel costruire un Internazionale anarchica o perlomeno un legame internazionale tra i socialisti europei (occasioni durante le quali si era discusso incessantemente dell'utilità del ricorso alla violenza), alcuni anarchici avessero deciso di passare ai fatti. La violenza - questa la loro convinzione - avrebbe causato la scintilla della rivoluzione. Tutti gli attentati terroristici di questo periodo, tra l'altro, sono legati tra loro, conseguenza uno dell'altro.

Tutto cominciò il 1 maggio 1891 quando alcuni anarchici inscenarono una manifestazione nel sobborgo di Levallois. La polizia intrevenne disperdendoli e catturando gli organizzatori, dopo un breve scontro a fuoco. Al processo che ne conseguì il pubblico ministero Benoit invocò nientemeno che la pena di morte, ma ottenne solo pene detentive severe. Della vicenda fu colpito uno sconosciuto tintore, tale Koenigstein che si faceva chiamare Ravachol. Povero, dedito a vita criminosa (piccoli furti, contrabbando, falsario), frequentava circoli anarchici. Nel 1891 il ladro Ravachol profanò la tomba della Contessa della Rochetaillé, poco dopo arrivò ad uccidere un mendicante novantenne, tale Jacques Brunel, noto per avere svolto la sua attività di questuante per oltre cinquant'anni. Ravachol lo uccise per impossessarsi dell'immensa ricchezza che segretamente il vecchio aveva accumulato. Processato per il delitto Ravachol sfrontatamente dichiarò: "Se ho ucciso, l'ho fatto prima di tutti per soddisfare le mie necessità personali, e in secondo luogo per la causa anarchica, poiché noi lavoriamo per la felicità del popolo." L'attività di Ravachol continuò una volta riacquistata la libertà. L'anarchico decise che avrebbe fatto la caccia ai responsabili del famoso intervento poliziesco nella manifestazione di Levallois.

L'11 marzo 1881 mise dinamite nella casa del Presidente Benoit, il 27 marzo fece lo stesso con la casa del pubblico ministero Bulot, due giorni dopo veniva arrestato in un ristorante grazie ad un cameriere che lo aveva riconosciuto. Il 26 aprile veniva condannato ai lavori forzati a vita, poco dopo veniva condannato a morte per un assassinio precedente. Alla sentenza Ravachol urlò solo "Vive l'Anarchie!" e affrontò la ghigliottina cantando versi contro la Chiesa. Nel novembre 1893 un altro anarchico, tale Léauthier aggredì un ministro serbo con un arnese da calzolaio ferendolo gravemente.

Un mese dopo AUGUSTE VAILLANT lanciò una bomba dalla galleria della Camera dei Deputati, colpendo al cuore la classe politica governativa francese. Un gesto simbolico che attirò l'attenzione del mondo: il pericolo dell'anarchia poteva arrivare ovunque. Vaillant, sebbene non avesse ucciso nessuno, fu condannato a morte. Come rappresaglia, una settimana dopo la condanna, una bomba venne gettata nel Café Terminus alla Gare St. Lazare, causando un solo morto e venti feriti. Il responsabile era un giovane, tale Emile Henry, autore anche dell'esplosione nella stazione di polizia di rue des Bons-Enfants. La figura di Henry - fanatica e affascinante al tempo stesso - attirò l'attenzione dell'opinione pubblica francese. Durante il processo Heny espresse il rammarico di non aver causato un numero di vittime maggiore. Dopo l'arresto di Henry un altro anarchico, il belga Pauwels causò tr esplosioni, morendo nella terza.

Il 24 giugno l'anarchico italiano SANTE CASERIO giungeva a Lione per assassinare il presidente Carnot; mescolato tra la folla avvicinò il presidente e lo pugnalò al fegato gridando il solito gelido motto: "Vive la Révolution! Vive l'Anarchie!". Carnot morì. Da quel momento il governo francese decise di dichiarare guerra aperta al movimento anarchico (che tra l'altro da questi atti criminosi non aveva ricavato alcun profitto d'immagine, nemmeno tra coloro per cui dichiarava di battersi), promulgando quelle che passeranno alla storia come les lois scellerates (le leggi scellerate). In base ad esse, anche la sola istigazione a compiere atti criminali veniva considerata un delitto passabile di condanne pesantissime. Inoltre, con estrema facilità si poteva arrivare a definire un gruppo attivista come "associazione a delinquere". Infine, la propaganda anarchica veniva dichiarata illegale. Come conseguenza, l'anarchia in Francia riprese a percorrere il sentiero della teoria e dell'associazionismo a fini politici. Cominciò a svilupparsi la dottrina anarcosindacalista e gli anarchici cercarono di influenzare la politica sindacale francese.

Tra il 1902 e il 1908 gli anarchici sembravano aver egemonizzato la scena sindacale. Gli anarchici volevano che il sindacato generale (C.G.T.) seguisse una via rivoluzionaria, mentre buona parte dei suoi rappresentanti rimaneva su posizioni riformiste. Ciò nonostante il primo decennio del XX secolo fu caratterizzato da violenti scioperi e sabotaggi. Nel 1906 l'anarcosindacalismo sembrò all'apice con la redazione della Charte d'Amiens, che dichiarava la completa autonomia del sindacato e proclamava il suo distacco sia dalla destra come dalla sinistra.

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