1947 - Dagli USA un fiume di dollari per aiutare il Vecchio Continente
a uscire dal disastro della II Guerra Mondiale...

... e sbarrare la strada all'imperialismo sovietico.
Ma nello stesso tempo conserva un mercato prezioso
per la finanza e l'industria americana

PIANO MARSHALL 
( E.R.P.)

LO ZIO SAM SI COMPERA
L'EUROPA

 
"...signori, la situazione è molto grave..."

(vedi anche "Il "Corriere" l'ariete della DC nelle elezioni del '48")

per approfondire: " IL PIANO MARSHALL"
Che cosa ottenne l'Italia in termini di aiuti

  "Cambridge 5 GIUGNO 1947 - - Il segretario di stato americano George C. Marshall ha tenuto al circolo dei laureati dell'Università Harvard il suo annunciato discorso sulla situazione economica mondiale. Nel testo: 
"Non occorra che io vi dica, signori, che la situazione economica mondiale è molto grave. Nel considerare le esigenze della ricostruzione europea sono state esattamente valutate le perdite di vite umane, le distruzioni, ma è diventato chiaro che esse sono meno gravi dello sconvolgimento dell'intera struttura dell'economia europea.
"La ricostruzione è stata gravemente ritardata dal fatto che due anni dopo la fine delle ostilità non è stato possibile mettersi d'accordo sulle condizioni di pace con la Germania e con l'Austria. In questo modo si va rapidamente evolvendo una situazione che non promette nulla di buono per il mondo.

"Il rimedio consiste nello spezzare il circolo vizioso e di dare alle popolazioni europee la fiducia nell'avvenire economico dei loro paesi. Gli industriali e gli agricoltori devono essere in grado di scambiare i loro prodotti contro valuta il cui valore deve essere costantemente fuori discussione. E' logico che gli Stati Uniti facciano quanto è in loro potere per contribuire a restaurare nel mondo quelle condizioni economiche normali senza le quali non ci può essere stabilità politica, né sicurezza né pace. La nostra politica non è diretta contro alcun paese o dottrina, bensì contro la fame, la miseria, la disperazione o il caos.

"Ogni governo che è disposto a contribuire al compito di ricostruzione troverà piena collaborazione da parte degli Stati Uniti. I governi, i partiti, o i gruppi politici che cercano di prolungare le sciagure umane per profittarne politicamente, incontreranno l'opposizione degli Stati Uniti.

"Non sarebbe opportuno che il nostro governo cominciasse ad elaborare unilateralmente un programma destinato a rimettere in piedi economicamente l'Europa. Questo compito spetta agli europei. Il programma dovrebbe essere unico e costituire il risultato dell'accordo fra parecchie, se non tutte le nazioni europee".
(dal Comunicato Ansa del 5 giugno, 1947, ore 18.20)

"Mosca 16 GIUGNO 1947 - La Pravda definisce oggi il piano Marshall per gli aiuti all'Europa "una ripetizione del piano del presidente Truman per esercitare pressioni politiche con l'aiuto del dollaro. Gli Stati Uniti vogliono in tal modo interferire negli affari interni degli altri paesi" 
(ib. 16 giugno 1947, ore 16.00)

"Washington  19 GIUGNO - L'Italia ha notificato formalmente la sua intenzione di collaborare pienamente al Piano Marshall per gli aiuti all'Europa, con una nota consegnata oggi all'ambasciatore Tarchiani al Dipartimento di Stato"
(ib. ore 22.00)

La conferenza per il Piano inizia il 21 settembre a Parigi con la presenza di sedici paesi che hanno aderito alla proposta di Marshall. Appartengono tutti all'occidente, nessuno dell'Europa orientale, nonostante alcuni paesi avessero dato in un primo momento la loro accettazione. Ma aveva partecipato per la Russia Molotov e i sovietici misero il veto ai paesi sotto la loro influenza.

Il 22 settembre la relazione finale calcola un intervento per l'Europa di 13 miliardi 900 milioni dollari nel 1948, per arrivare a 14 miliardi 400 milioni a fine 1951.
Il testo finale fissa a 22 miliardi 440 milioni di dollari gli aiuti per i prossimi 4 anni. In aggiunta la relazione calcola in 3 miliardi di dollari complessivi gli aiuti speciali che si rendono necessari per assicurare la stabilità necessaria in alcuni paesi.


"Alla conferenza, si è alzato a parlare il ministro degli esteri italiano, conte Carlo Sforza. Egli ha detto tra l'altro:
"In Italia lo sforzo di ricostruzione non può trovare i suoi limiti se non nelle sofferenze dei 46 milioni di uomini, di donne e di bambini. Questi limiti si chiamano la mancanza di pane. L'Italia è un paese di troppa antica saggezza perchè vi possono avvenire rivoluzioni. Ma non voglio nascondervi che se tra qualche mese il pane - proprio il pane- venisse a mancare, la situazione potrebbe mutare e ciò senza il minimo merito di un partito qualsiasi il cui nome finisce in "ismo"
"
(Com. Ansa del 22 settembre 1947, ore 23.15).

Il 2 APRILE 1948 il piano viene approvato dal  Congresso degli Stati Uniti. Prevede aiuti per  5 miliardi e 300 milioni di dollari. Il 5 aprile il Piano entra in vigore.

Il 18 APRILE si svolgono le elezioni in Italia. La DC ottiene  il 49% dei voti e la maggioranza assoluta.
MARSHALL, era stato ancora più esplicito all'Università di Berkeley il 20 marzo: a un mese dalle elezioni. Aveva affermato che gli aiuti economici agli italiani, che erano già diventati in tre mesi 176 milioni di $, sarebbero cessati nel caso di una vittoria elettorale in Italia delle Sinistre. Le due minacce fatte arrivare su tutti i pulpiti d'Italia e zelantemente rinvigorite in ogni più sperduta contrada dai Comitati Civici: paventando lo spettro dello stomaco vuoto e anche l'anima dannata,  "realizzarono"  "il miracolo"!


 "Washington  3 LUGLIO l'amministratore dell'ERP (Piano Ricostruzione Europa) autorizza  gli acquisti per l'Italia: sono farina per 1.017.269 dollari, legname 2.300.000 dollari, carbone 4.060.000 dollari."
(Com. Ansa, del 3 luglio 1948, ore 20.30)


In piazza Duomo a Milano, arrivano i primi camion della War Relief Services (i "doni" dei cattolici Usa) che si appoggiano a un Ente di Assistenza di S.S. Pio XII". Il cardinale Schuster gli va incontro, benendo la "grazia di Dio". O meglio la "grazia degli americani".

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I quattro "poliziotti" - La svolta di Yalta - Stalin preoccupa - La dottrina Truman - Il Piano Marshall - Sfida all'URSS - L'elaborazione del piano - Un problema fondamentale

( L'intervento sotto è di PAOLO AVANTI )

Già disastrata dalla guerra mondiale da poco conclusa, fiaccata da un inverno, quello del 1946, particolarmente rigido, l'Europa stentava a riprendersi. L'economia era a terra e i disagi sociali non mancavano. Ma dal 1947 caddero dal cielo gli aiuti degli americani, che dopo aver liberato il Vecchio Continente dall'incubo nazifascista, fecero uno sforzo immane per rilanciarlo anche economicamente. Ma anche il più americanofilo dei lettori difficilmente potrà credere alla favoletta dello zio Sam mosso solo da motivi umanitari.

Come è ovvio e lecito che sia, in politica estera si agisce con strategie diverse rispetto a quelle della Caritas. Dietro l'idea del Piano Marshall, il programma di aiuti per l'Europa, c'erano strategie e obiettivi politici ed economici ben precisi e c'è chi sostiene addirittura che fu proprio il Piano Marshall ad aprire ufficialmente la "guerra fredda" tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Una cosa è certa: non si può dare un giudizio sul piano annunciato il 5 giugno 1947 dal segretario di stato George Marshall in un discorso tenuto alla Harvard University senza metterlo in relazione con lo stato dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica e senza fare una ricostruzione del passaggio, graduale ma inesorabile, dall'alleanza tra le due superpotenze in chiave anti-nazista allo scontro frontale.

Le due potenze uscivano, infatti, da un'alleanza che aveva portato alla vittoria sul nazi-fascismo. Ma l'alleanza durò poco e nel giro di pochi mesi quella che era stata una valida collaborazione si traformò in un conflitto che avrebbe condizionato il pianeta nei successivi quarant'anni. Gli storici hanno dibattuto parecchio per definire esattamente quando sia iniziata di fatto quella che è entrata alla storia come "guerra fredda", vale a dire il decennio successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma soprattutto si è dibattuto molto sulla definizione delle responsabilità delle super potenze per la fine dell'alleanza e lo "scoppio" delle ostilità. La tradizione ortodossa della storiografia americana indica nell'Unione Sovietica la vera e unica responsabile della divisione del mondo in due blocchi contrapposti. Per citare una famosa definizione di Arthur Schlesinger jr. la guerra fredda fu "la risposta coerente e coraggiosa di uomini liberi all'aggressione comunista".

In seguito è emersa la tesi "revisionista" che individuava nell'imperialismo americano la vera causa dell'ostilità tra Usa e Urss. Gli Stati Uniti avrebbero fatto una politica tesa essenzialmente ad assicurarsi mercati all'estero e una continua espansione economica all'interno e a questo scopo avrebbero cercato di attirare nella loro sfera d'influenza tutti i Paesi europei.
Il Piano Marshall fu perfettamente funzionale al raggiungimento di questo obiettivo.

La collaborazione a questa politica l'Unione Sovietica avrebbe risposto con mosse di carattere puramente difensivo. Chiarezza su questo periodo si va facendo ora che finalmente si sono aperti gli archivi sovietici (finora la storiografia della guerra fredda di entrambe le "fazioni" si era dovuta basare solamente sugli archivi americani) e, sfrondata della retorica tipica degli anni Cinquanta, sembra molto più credibile la versione della tradizione ortodossa. Ma ripercorriamo il graduale distacco tra le alleate Usa e Urss, per poi arrivare al Piano Marshall, prima concreta applicazione della dottrina del contenimento.

A guerra mondiale ancora in corso l'intenzione delle potenze occidentali era quella di continuare la collaborazione con l'Unione Sovietica. Questa volontà era fondata sul riconoscimento della potenza sovietica, ma anche sulla speranza di indurre Mosca ad accettare alcuni condizionamenti e limitazioni. Più precisamente i governi occidentali mostravano una certa fiducia nella possibilità di influenzare sia la politica interna che quella estera dell'Unione Sovietica attraverso un atteggiamento conciliante e con la pressione degli aiuti economici.

Nel corso del 1944 una serie di studi del Foreign Office cercò di prevedere la politica sovietica dopo la conclusione della guerra. In particolare un memorandum del ministro degli esteri, Anthony Eden, prendeva in considerazione due possibilità. Il governo sovietico avrebbe potuto continuare la politica di collaborazione con i governi occidentali in modo da concentrarsi nell'immenso compito di ricostruzione interna. Oppure l'Urss avrebbe potuto decidere di "usare appieno a suo favore le possibilità create dal disordine in Europa nel dopoguerra", usando tutta la sua immensa potenza e influenza per sostenere i movimenti di estrema sinistra nei paesi europei, inclusa la Germania. Di fronte a questa alternativa i governi occidentali avrebbero dovuto avere come costante obiettivo quello di rafforzare la posizione della parte moderata della leadership sovietica "prendendo in considerazione le domande ragionevoli e i punti di vista dei sovietici, informandoli e consultandoli liberamente e apertamente".

I quattro "poliziotti"

Secondo Eden molte indicazioni potevano far ritenere che STALIN fosse il "protagonista" della tendenza collaborazionista. Tale analisi era condivisa anche dal governo americano. Uno studio del dipartimento di stato era arrivato alla conclusione che l'Unione Sovietica non aveva nessuna intenzione di "fomentare rivoluzioni lungo i suoi confini o di causare disordini che minaccerebbero la stabilità internazionale". La volontà di dominare sull'Europa orientale era dettata esclusivamente dal timore di "nuovi attacchi dall'Occidente". Da questa impostazione emerse lo schema rooseveltiano dei "quattro poliziotti" per cui Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Cina avrebbero dovuto garantire la pace e la sicurezza mondiale, mentre gli altri paesi sarebbero stati costretti al disarmo. Questo schema condizionò la formazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il sistema dei veti. La collaborazione con l'Urss si fondava principalmente sull'organizzazione del mondo in sfere d'influenza. Come scrisse lo storico E. Mark "gli sforzi americani in Europa non rappresentarono né uno schema utopistico per liberare il continente da sfere d'influenza, né un tentativo faustiano di sottoporlo al proprio controllo, ma la ricerca di sfere stabili e conformi agli interessi dei principali vincitori della Seconda guerra mondiale".

La svolta di Yalta

Sulla base di questi presupposti si giunse alla Conferenza di Yalta del febbraio 1945, che ridisegnò la mappa geopolitica del globo. La conferenza di Yalta ha assunto il significato di momento di svolta tra il periodo di collaborazione durante la guerra, di cui sembrò essere il punto più alto e il contrasto che caratterizzò gli anni seguenti e che avrebbe assunto il nome di guerra fredda. In quell'occasione Roosevelt, Churchill e Stalin affrontarono questioni fondamentali lasciate irrisolte alla precedente conferenza di Teheran del dicembre 1943 o venute alla luce nel frattempo: il futuro della Germania e la questione delle riparazioni richieste dall'Urss, la formula del voto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il problema del governo della Polonia e dei confini di quella nazione, il ruolo della Francia, le richieste sovietiche sui Dardanelli e sui territori giapponesi, la questione dei mandati sulle colonie dei paesi sconfitti. In generale, vennero conclusi vari compromessi sulla base del "do ut des", anche perché il potere contrattuale degli angloamericani era limitato dalla questione della partecipazione alla guerra contro il Giappone dell'Unione Sovietica. Grandi contrasti suscitò l'accordo sulla Polonia.

A Yalta Stalin mise gli alleati di fronte al fatto compiuto del riconoscimento del Comitato di Lublino, composto esclusivamente da elementi filosovietici, come governo della Polonia e a nulla servirono le pressioni angloamericane che ottennero solo l'impegno ad allargare il governo già costituito con esponenti di quello polacco in esilio a Londra. Nel complesso la politica seguita dal governo americano fu di riconoscere una sfera d'influenza sovietica in Europa orientale accettandone l'esigenza di sicurezza ai suoi confini purché fosse "aperta", cioè non costituisse una "minaccia" agli interessi americani e non portasse all'instaurazione di un blocco monolitico in Europa e al suo totale dominio sugli stati dell'Europa orientale.

I rapporti tra Usa e Urss vennero inevitabilmente condizionati poi dalle riuscite sperimentazioni della bomba atomica ad Alamogordo nel New Mexico effettuate mentre si svolgevano gli incontri di Potsdam. Se il possesso della bomba atomica rese indubbiamente più aggressiva la politica americana nei confronti dell'Urss, va detto che Mosca accellerò notevolmente la sua ricerca in questa direzione. Tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946 le relazioni americano-sovietiche oscillarono tra tentativi di compromesso e dure prese di posizione. Da entrambe le parti dichiarazioni di intransigenza erano accompagnate da iniziative tendenti ancora a cercare un accordo sulle rispettive sfere di influenza. Stalin fu il primo a riportare sul terreno ideologico i contrasti tra le due potenze: nel febbraio 1946, nel suo primo discorso programmatico dalla conclusione del conflitto mondiale, il leader sovietico riaffermò l'inevitabilità dello scontro tra le società socialiste e quelle capitaliste, e informò la popolazione sovietica che i sacrifici sarebbero continuati, data l'esigenza di sviluppare le industrie pesanti invece di quelle relative ai beni di consumo.

Stalin preoccupa

Tale discorso scosse l'atteggiamento fiducioso dei dirigenti americani sulle prospettive di collaborazione con l'Urss, tanto da venir definito la "dichiarazione della Terza guerra mondiale". La risposta non si fece attendere e fu data da Churchill nel famoso discorso di Fulton del marzo dello stesso anno nel quale lo statista inglese affermò che una "cortina di ferro" si era stesa attraverso il continente da "Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico". Nella stessa occasione Churchill accusò i sovietici di voler puntare alla "indefinita espansione della loro potenza e della loro dottrina" e auspicò "una fraterna associazione dei popoli di lingua inglese" che si ponesse come obiettivo l'unità dell'Europa. Era solo l'inizio di una escalation di dichiarazioni e attriti (le crisi in Iran e Turchia del 1946) che portarono allo "scoppio" della guerra fredda. Il governo americano tentava di condizionare i crediti e gli aiuti economici ai Paesi dell'Europa orientale a una loro democratizzazione.

Ma la "diplomazia del dollaro", come venne chiamata, era irrealistica, data la predominante influenza dell'Unione Sovietica in quei paesi, e probabilmente ottenne l'effetto opposto, perché li costrinse a chiedere aiuti economici per la ricostruzione, del resto indispensabili, all'Unione Sovietica, e nello stesso tempo spinse l'Urss a rafforzare la propria presenza, per impedire la penetrazione e l'influenza americane. La politica dell'Urss del periodo non perseguì la sovietizzazione dei paesi dell'Europa orientale nel più breve tempo possibile, bensì graduò la propria influenza prima e il controllo poi a seconda delle diverse realtà nazionali, dei propri interessi strategici e, almeno inizialmente, degli spazi consentiti dal proseguimento di una politica di collaborazione con le potenze occidentali. Si giunse infine alla cosiddetta dottrina Truman. Era la fine del 1946 e la coscienza della pericolosità dell'espansionismo sovietico divenne sempre più diffusa alla Casa Bianca, così come l'esigenza di passare da una politica che fino a quel momento era stata di semplice reazione alle iniziative sovietiche, ad una politica attiva.

La dottrina Truman

Il 12 marzo il presidente Truman si presentava ad una sessione congiunta del Congresso per chiedere gli stanziamenti necessari ad assistere Grecia e Turchia. In realtà il suo discorso andava molto al di là di questa semplice proposta, ma era l'enunciazione di una politica globale di resistenza all'espansionismo dell'Unione Sovietica. Il discorso, trasmesso per radio all'intera nazione e divenuto noto con il nome di "dottrina Truman", denunciava la "gravità della situazione" internazionale, in cui erano coinvolti "la politica estera e la sicurezza nazionale" degli Stati Uniti.
Secondo il presidente americano era arrivato il momento in cui "quasi ogni nazione deve scegliere tra modi di vita alternativi": uno fondato "sulla volontà della maggioranza e su istituzioni democratiche", l'altro fondato "sul volere di una minoranza imposto a forza alla maggioranza", e caratterizzato da "terrore e oppressione".

Di fronte a tale situazione gli Stati Uniti dovevano sostenere i "popoli liberi" che stavano resistendo ai tentativi di sottomissione portati avanti da "minoranze armate o da pressioni esterne". L'aiuto americano doveva consistere soprattutto in un "aiuto economico e finanziario", essenziale alla stabilità economica e all'ordinato funzionamento del processo politico. A questo discorso, svolta fondamentale nella politica americana nei confronti dell'Unione Sovietica, si aggiunse l'articolo apparso nel luglio 1947 sulla prestigiosa rivista "Foreign Affairs" scritta da George Kennan in cui si sosteneva che la risposta americana alla politica sovietica avrebbe dovuto essere "un attento, ma fermo, "contenimento" delle tendenze espansionistiche sovietiche da applicare in una prospettiva di lungo termine".

Il Piano Marshall

Ed è in questo contesto che nasce il Piano Marshall, prima applicazione concreta della dottrina Truman. Il Piano di aiuti per la ricostruzione europea fu proposto dal segretario di Stato americano in un discorso all'Università di Harvard nel giugno 1947. Il Piano Marshall dette alla potenza economica degli Stati Uniti l'occasione di un intervento senza precedenti, che portò alla creazione in Europa di un nuovo ordine economico fondato sulla leadership americana.
Il Piano Marshall è stato variamente interpretato dalla storiografia: dall'immagine apologetica e propagandistica dei primi anni Cinquanta, quando si creò il mito degli aiuti americani come espressione della generosità e della solidarietà degli Stati Uniti portatori di "libertà e di prosperità" all'Europa, incapace in quel momento di risollevarsi da sola dalle distruzioni della guerra e minacciata dall'espansionismo sovietico, si è venuta contrapponendo l'interpretazione revisionista che ha visto l'intervento americano soprattutto come una risposta ai problemi interni americani e al pericolo di una nuova depressione, oltre che come un'iniziativa politica, di contrapposizione all'Urss.
Di fronte all'impostazione troppo spesso unilaterale di molti di questi studi, deve essere sottolineata la complessità di motivazioni e di obiettivi che furono alla base di questo programma. Tra questi non può essere dimenticata la più ovvia, la ricostruzione dell'economia europea e la conseguente stabilizzazione dei rapporti economici internazionali. La situazione europea era infatti particolarmente grave. L'inverno 1946-'47 era stato particolarmente rigido.

Le riserve in dollari dei paesi europei stavano esaurendosi, rendendo difficile il rifornirsi di merci negli Stati Uniti. Si doveva inoltre risolvere il nodo dell'economia tedesca, sulle cui sorti c'erano notevoli dissidi. Il Piano Marshall, rispetto agli interventi simili portati avanti dalla fine della guerra, aveva il vantaggio di essere gestito solo dagli americani, per cui la destinazione degli aiuti poteva essere sottoposta ad un controllo. E, altro notevole vantaggio per gli Usa, i fondi del piano dovevano essere spesi principalmente negli States. E infatti il progetto fu di potente stimolo all'economia americana. Esso rappresentava inoltre la prima vera concretizzazione della filosofia del multilateralismo, con la creazione di un sistema economico internazionale aperto e dominato dagli Stati Uniti. Il Piano Marshall era anche fondato su un'ampia convergenza di interessi tra gli Stati Uniti e l'Europa. Il suo obiettivo non era limitato alla ripresa economica europea, ma "alla restaurazione di un sano capitalismo" e in questo senso costituì un importante successo.

Sfida all'URSS

La possibilità di un progresso economico comune, fondato sull'efficienza produttiva, l'ammodernamento delle industrie, nuove tecnologie, creò una base di consenso cui aderirono non soltanto i governi, ma anche le forze sociali, i sindacati e gli stessi partiti di sinistra europei. In questo modo il Piano Marshall creò una considerevole unità sia all'interno degli Stati Uniti che tra gli Stati Uniti e l'Europa, creando stretti legami di collaborazione economica. Minor successo ebbe il tentativo degli Stati Uniti di porre le basi di un'integrazione economica tra gli Stati europei, cercando di spingere i governi a superare le barriere commerciali esistenti sulla base di un'impostazione comune dei problemi economici da risolvere. Il Piano Marshall costituì d'altra parte un punto di svolta della guerra fredda in Europa e dei rapporti americano-sovietici.

La decisione di promuovere un piano di aiuti si fondava sulla convinzione che la stabilità economica dell'Europa era essenziale per la sua stabilità politica. Un'Europa prostrata sul piano economico e indebolita politicamente avrebbe favorito l'affermazione dei partiti comunisti presenti in diversi paesi dell'Europa orientale e dell'Europa occidentale. Da qui l'esigenza di aiutare e di rafforzare le economie europee, in modo da mettere in grado i loro governi di opporsi all'avanzata delle sinistre. Con l'aiuto economico gli Stati Uniti sfidavano l'Unione Sovietica sul piano in cui essa era più debole, instaurando una competizione tra i due sistemi economici e dimostrando di essere in grado di garantire un più alto livello di vita a tutta la popolazione.

L'Unione Sovietica fu posta di fronte ad una difficile scelta: accettare l'aiuto economico di cui aveva grandemente bisogno al costo non solo di sottostare ad un controllo sull'uso dei fondi, ma soprattutto di aprire l'Europa orientale all'influenza occidentale, oppure, come alternativa quasi obbligata, che Stalin decise di seguire, rifiutare gli aiuti americani costringendo anche gli altri paesi all'interno della propria sfera d'influenza a fare altrettanto e concentrare ogni sforzo nel consolidare il proprio dominio sull'Europa orientale, isolandola dalle seducenti lusinghe della propaganda e dalle offerte di aiuto americane. L'Unione Sovietica reagì costituendo nel settembre del '47 il Cominform, l'organismo che riunì i partiti comunisti, primo passo verso la totale egemonia sovietica sui paesi dell'Est e anche sui partiti comunisti occidentali.

L'elaborazione del piano

Ma come venne elaborato il Piano Marshall? Dopo l'intervento del 5 giugno 1947 del segretario di Stato presso l'Harvard University in cui Marshall parlò della necessità di elaborare un nuovo piano di aiuti per l'Europa, comitati americani ed europei occidentali formularono un piano (Erp) a carattere quadriennale, sotto la direzione degli Stati Uniti, che prevedeva una serie di sovvenzioni e di prestiti gestiti da un nuovo organismo del governo americano denominato Amministrazione per la Cooperazione Economica (Eca). Il piano, fin dall'inizio, non fu concepito dal solo Marshall. Anzi, il principale artefice fu Dean Acheson, vice di Marshall al dipartimento di stato.
Grande supervisore fu Harry Truman. Nel periodo precedente e successivo al famoso discorso della "dottrina Truman" commissioni di nuova istituzione iniziarono ad affrontare in maniera più sistematica il problema dell'estensione degli aiuti americani. In particolare un sottocomitato dello State-War-Navy Coordinating Committee (Swncc) fece uno studio in cui si suggeriva l'elaborazione di un "programma mondiale ben ponderato ed organico" per mettere in grado gli Stati Uniti di "intraprendere un'azione positiva, lungimirante, preventiva, per la promozione degli interessi nazionali...". L'8 maggio Acheson tenne un discorso nel Mississippi nel quale dichiarò che in Europa ci sarebbe stata pace o anarchia a seconda della quantità di cibo e di carburante che vi si sarebbe resa disponibile. I dati che fornì erano allarmanti.

Nel 1947 gli Stati Uniti avrebbero esportato 16 miliardi di dollari in beni e servizi. Cionondimeno le nazioni del mondo sarebbero rimaste in debito di otto miliardi di dollari. Il 23 maggio venne redatto il rapporto Kennan nel quale si sottolineava come le attività comuniste non fossero la causa della crisi economica europea e che gli aiuti americani non dovevano essere diretti alla lotta al comunismo ma all'assestamento delle traballanti economie del Vecchio Continente "che rendevano la società europea vulnerabile allo sfruttamento di qualsiasi movimento totalitario, in particolare di quello russo".

Il rapporto Kennan fu accompagnato da uno simile redatto dal sottosegretario Will Clayton. La riunione del dipartimento di stato del 28 maggio fu decisiva. Clayton e Kennan portarono con sè i loro rapporti, mentre Marshall e Acheson erano accompagnati dai coordinatori dei vari settori.

Un problema fondamentale

Presto fu sollevato il problema fondamentale, quello cioè riguardante l'opportunità o meno di includere nel programma di interventi anche i paesi dell'Europa orientale. Fu concordato che il piano dovesse essere presentato in modo tale da non escludere a priori i paesi dell'Est. Esso doveva essere formulato in modo da lasciare a loro la responsabilità dell'esclusione. L'abbandono dell'economia di stato e dell'influenza sovietica nelle decisioni a carattere economico erano infatti condizioni molto pesanti da fare accettare. Come Kennan ribadì: "Non saranno gli Stati Uniti a tracciare una linea di divisione in Europa". Dal tono della riunione sembrava che pochi credessero che i paesi della sfera d'influenza sovietica avrebbero partecipato al progetto. Alla fine aderirono 16 paesi: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Svezia, Svizzera, Turchia, la zona francese della Germania, la bizona e Trieste. Il 3 aprile 1948 il Congresso approvò il Foreign Assistance Act con il quale si pianificò l'intervento in Europa per il quadriennio 1948-'52. Per i primi dodici mesi furono stanziati 4 miliardi e 800 milioni di dollari. Una cifra considerevole che fu vitale per il futuro dell'Europa e per l'economia americana.

Come abbiamo visto gli Stati Uniti furono spinti ad avviare il Piano Marshall da motivazioni di politica estera e di economia interna. Ma nel dare un giudizio definitivo su questo progetto, pur evitando l'apologia degli States, non si può negare che il risultato concreto fu che il Piano Marshall preservò le economie e la libertà dell'Europa occidentale.

di PAOLO AVANTI
Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

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Che cosa ottenne l'Italia in termini di aiuti

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