SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GLI UOMINI DEL COLLE

 I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA ITALIANA 

1946-1948

ENRICO DE NICOLA

1978-1985

SANDRO PERTINI

1948-1955

LUIGI EINAUDI

1985-1992

FRANCESCO COSSIGA

1955-1962

GIOVANNI GRONCHI

1992-1999

OSCAR LUIGI SCALFARO

1962-1964

ANTONIO SEGNI

1999 - 2006

CARLO AZEGLIO CIAMPI

1964-1971

GIUSEPPE SARAGAT

2006 - . . . .
GIORGIO NAPOLITANO
1971-1978
GIOVANNI LEONE
.
.

 di LUCA MOLINARI

(I PRESIDENTI E ALTRI PERSONAGGI EVIDENZIATI HANNO IL LINK BIOGRAFICO)

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano sceglieva la nuova forma di stato: nasceva la repubblica ed il Re, Umberto II di Savoia, accettava il responso delle urne ed andava in esilio abbandonando l’Italia evitando così, e ciò va a suo merito personale, di creare tensioni e fratture nel Paese.

Con la partenza del giovane Umberto se ne andava Casa Savoia, una dinastia inetta e che, nei momenti cruciali della storia patria, aveva sempre compiuto le scelte peggiori: dalla modalità dell’unificazione nel 1860 alla sciagurata condotta della II Guerra Mondiale, passando per la crisi autoritaria di fine ottocento (Leggi Umberto), la Grande Guerra e, soprattutto, gli atteggiamenti favorevoli (leggi Vitt. Eman. III) ed accondiscendenti avuti nei confronti di Mussolini e del fascismo.

Il contestato plebiscito del 2 giugno 1946 aprì una nuova fase nella storia italiana: al Quirinale non vi era più un monarca ereditario ed a vita, ma un Presidente democraticamente eletto con un mandato settennale con chiari e precisi limiti temporali.

Il sogno di Mazzini e di tutti i democratici del Risorgimento si era avverato: l’Italia era diventata una Repubblica con una Costituzione democratica redatta ed approvata da un’
Assemblea Costituente liberamente eletta dal popolo sovrano.

Per poco più di dieci giorni, nel giugno del 1946, il Presidente del Consiglio
ALCIDE DE GASPERI fu anche “Capo Provvisorio dello Stato facente funzioni” con il compito di rappresentare l’unità nazionale fino all’elezione, da parte dell’Assemblea Costituente, di un Capo dello Stato.

Come ha ricordato l’onorevole
NILDE IOTTI, una delle più giovani costituenti, colui che avrebbe dovuto ricoprire tale carica doveva soddisfare le tre seguenti determinanti condizioni: doveva essere gradito a tutti e tre i grandi partiti di massa (la Democrazia Cristiana, i socialisti ed i comunisti), che il 2 giugno avevano raccolto oltre l’85% dei voti, doveva essere un notabile liberale che avesse espresso, prima del referendum istituzionale, la propria preferenza per l’opzione monarchica in modo da rassicurare gli oltre dieci milioni di elettori italiani sostenitori di Umberto II, ed infine doveva essere di un uomo politico meridionale, in modo da controbilanciare la forte presenza di politici settentrionali di nascita (il trentino “prestato all’Italia” ALCIDE DE GASPERI, il piemontese PALMIRO TOGLIATTI ed il romagnolo PIETRO NENNI) o di adozione (il siciliano-milanese UGO LA MALFA) presenti alla guida dei principali partiti politici democratici ed antifascisti che accingevano a confrontarsi sulla scena politica ed a guidare l’Italia nel lungo cammino della ricostruzione morale ed economica.

Inizialmente i candidati corrispondenti alla descrizione precedentemente espressa erano due: l’ex Presidente del Consiglio VITTORIO EMANUELE ORLANDO, sostenuto dai democristiani e dalle destre, ed il padre del neoidealismo e del liberalismo italiano, il filosofo Benedetto Croce, gradito alle sinistre ed ai laici.

Per superare le reciproche opposizioni e dare velocemente un Presidente, seppur provvisorio, alla neonata Repubblica, De Gasperi, Nenni e Togliatti si accordarono sul nome dell’ex Presidente della Camera prefascista, l’insigne giurista liberale originario di Torre del Greco
ENRICO-DE-NICOLA che ricoprì la massima carica repubblicana dal giugno del 1946 all’inizio del 1948 quando entrò in vigore la nuova Costituzione della Repubblica Italiana che egli stesso aveva promulgato.

Successore di De Nicola fu un altro liberale di simpatie monarchiche, ma di origini piemontesi ed esperto di economia (fu infatti il padre del cosiddetto miracolo economico italiano), il senatore LUIGI EINAUDI che venne eletto con i voti dei soli partiti centristi governativi (DC, PSLI, PLI, PRI) dopo il tramonto della candidatura del repubblicano conte Carlo Sforza, sostenuto da De Gasperi, ma avversato dai dossettiani per le sue simpatie massoniche.

LUIGI-EINAUDI fu un Presidente discreto e competente che, nel 1953, seppe affrontare la prima grave crisi politica italiana (fallimento della “Legge Truffa”, ritiro dalle scena politica di De Gasperi e successiva instabilità degli esecutivi) valendosi di tutti i propri poteri costituzionali ed opponendosi ad ogni indebita interferenza di partiti nelle funzioni presidenziali.

Nel 1955 un’anomala coalizione parlamentare comprendente la destra monarchica e missina, la sinistra comunista e socialista ed un nutrito numero di dissidenti democristiani (Concentrazione Democratica di Andreotti, Pella e Zoli) avversi al segretario della DC Amintore Fanfani ed al Capo del Governo Mario Scelba, riuscì a mandare al Quirinale il Presidente della Camera dei Deputati il democristiano
GIOVANNI-GRONCHI, definito da Palmiro Togliatti, uno dei suoi grandi elettori, “l’uomo del Parlamento” e da Giuseppe Saragat, uno dei suoi massimi critici, “il Peron di Pontedera” (Pontedera era la città natale dell’esponente democristiano, N.d.A.)

La presidenza Gronchi iniziò all’insegna di una ventata di forte progressismo rappresentato dalla fine della Guerra Fredda, da un forte sviluppo dell’industria pubblica (soprattutto dell’ENI di Enrico Mattei, compagno di partito, grande amico e grande sostenitore del Presidente della Repubblica), e dall’attuazione di alcune parti della Costituzione, come ad esempio la Corte Costituzionale ed il Consiglio Superiore della Magistratura, che fino ad allora erano state solamente buoni propositi contenuti nella Costituzione repubblicana del 1948 a causa dell’opposizione alla loro realizzazione da parte della stessa Democrazia Cristiana (quell’atteggiamento che il giurista cattolico Leopoldo Elia ha definito “ostruzionismo di maggioranza”) che temeva che le opposizioni di sinistra potessero avvantaggiarsi dalla nascita di tali istituti di garanzia costituzionali.

Purtroppo, invece, la seconda parte della Presidenza Gronchi fu macchiata dal sangue dei cittadini morti negli scontri con le forze dell’ordine durante le manifestazioni di protesta contro il governo TAMBRONI, il cosiddetto Governo del Presidente fortemente voluto e personalmente sostenuto dallo stesso Capo dello Stato durante l’ennesima crisi ministeriale nel 1960, che aveva permesso al Movimento Sociale Italiano di celebrare il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, in cambio dell’appoggio parlamentare dei neofascisti.

Nonostante tale drammatica esperienza ormai era segnata la strada della formazione dei governi di centro-sinistra di Fanfani e di Aldo Moro con la partecipazione, prima indiretta e poi diretta, dei socialisti di Pietro Nenni al governo del Paese.

Il successore di Gronchi fu un democristiano conservatore eletto con i voti determinanti delle destre,
ANTONIO-SEGNI, voluto dal leader democristiano ALDO-MORO per controbilanciare l’apertura a sinistra.

Durante la crisi del I governo Moro di centro-sinistra, nel luglio del 1964, Segni, da sempre ostile alla partecipazione del PSI al governo del Paese, pose Moro e Nenni di fronte ad una scelta drammatica: o si rinviavano le riforme strutturali del sistema italiano care a Riccardo Lombardi “a data da destinarsi”, oppure vi sarebbe stato un gabinetto d’affari tecnico-burocratico appoggiato dal centro-destra parlamentare e dalla destra economica, amministrativa e militare. Sullo sfondo, come verrà appurato anni dopo da un’inchiesta di Eugenio Scalfari e di Lino Jannuzzi, vi era il (fantomatico) tentativo di colpo di stato ordito dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, il famoso “Piano-Solo”, che prevedeva l’arresto e la deportazione in Sardegna dei principali dirigenti dei partiti della sinistra e dei sindacati operai e poi la restrizione dei diritti politici e civili della popolazione.
Lo stesso Quirinale non doveva essere all’oscuro delle attività del generale De Lorenzo. Del resto in una consultazione per il governo era la prima volta che un generale dei carabinieri saliva al Quirinale.

Moro ed i socialisti, posti di fronte alla scelta preparata da Segni, optarono per porre fine alla spinta propulsiva e riformatrice del centro-snistra optando per una politica più moderata per “evitare il peggio”.

Forse è lecito affermare quanto già detto dal compianto Sergio Turone: forse il “Piano Solo” non venne applicato nei suoi aspetti più brutali e repressivi, ma l’obiettivo prepostosi da Segni e dalle destre, ossia il bloccare l’azione riformatrice del centro-sinistra, fu ampiamente raggiunto. In un Paese in cui era ben vivo l’incubo della dittatura mussoliniana e lo spettro di Tambroni, bastò il “rumor di sciabole”, per costringere Moro e Nenni ad accettare le imposizioni moderate che provenivano dal Quirinale, dalla Banca d’Italia e dal cosiddetto “Pentagono Vaticano” (gli ecclesiastici più reazionari come il Cardinal Siri, il Cardinal Ottaviani ed il Cardinal Oddi)!

In quell'incontro, Segni fu colpito, probabilmente dopo una accesa discussione con Saragat che lo minacciava di denunciarlo all’Alta Corte per i precedentemente citati eventi politici, da un ictus cerebrale che lo costrinse alle dimissioni anticipate dopo soltanto due anni di presidenza.

Lo stesso anno divenne per la prima volta inquilino del Quirinale un esponente, benché moderato, della sinistra italiana, il socialdemocratico
GIUSEPPE-SARAGAT, colui che nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini fondando il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (poi PSDI) aveva indebolito il PSI e che nel 1953, dopo una sconfitta elettorale del PSDI, aveva inveito contro “il destino cinico e baro”.

Saragat fu eletto con i voti determinanti dei comunisti dopo che, a Botteghe Oscure, Luigi Longo aveva sposato la posizione del leader dell’ala destra del PCI
GIORGIO-AMENDOLA, favorevole all’esponente socialdemocratico in nome di una utopica e fantomatica “unità della sinistra” dal ricordo vagamente vetero frontista, a cui si era opposto Pietro Ingrao, esponente dell’ala sinistra del PCI, favorevole al democristiano AMINTORE FANFANI, nell’ottica di un accordo con la sinistra cattolica ex dossettiana (GIUSEPPE-DOSSETTI)
contro il modello capitalista e consumistico dominante.

Il leitmotiv della Presidenza Saragat fu la difesa del ricordo e dei valori della Resistenza e dell’antifascismo e la preferenza ed il sostegno del Presidente per governi di centro-sinistra. La sinistra democristiana accusò più volte Saragat di volere una svolta presidenzialista, ma il Capo dello Stato smentì sempre tale interpretazione del proprio operato.

Sul finire del suo mandato presidenziale attorno al Quirinale si addensò il rischio che il Presidente potesse rimanere vittima di un rapimento ordito dalle destre e dalla P2. Erano cominciati gli anni di piombo.

Tali sospetti erano talmente forti che, come ha ricordato di recente l’onorevole Armando Cossutta, il Partito Comunista Italiano offrì il proprio aiuto a Saragat qualora, in caso di grave pericolo, avesse voluto fuggire all’estero.

In fin dei conti, come ha detto lo stesso Cossutta, Saragat “pur essendo un socialista scissionista, rimaneva pur sempre un socialista democratico”. Nel 1988, in occasione della morte dell’ex Presidente della Repubblica, su “l’Unità”, il quotidiano dell’allora PCI,
GIAN-CARLO-PAJETTA commemorerà il defunto storico avversario socialdemocratico, che negli anni ’50 era stato dipinto dai comunisti come “un servo del capitalismo vendutosi agli Stati Uniti ed alla DC nonché traditore della classe operaia”, affermando che “Oggi è morto un Compagno”.

Il 24 dicembre 1971 con i voti determinanti del MSI di Giorgio Almirante, il democristiano
GIOVANNI-LEONE diventava il sesto Presidente della Repubblica italiana. La crisi economica avanzava ed il terrorismo sembrava non dare tregua alla nazione, anzi fu proprio nel 1978, ultimo anno della presidenza Leone, che la violenza delle Brigate Rosse raggiunse il culmine: gli uomini dell’organizzazione della “Stella a cinque punte”, con una dinamica sorprendente e con collusioni e coperture mai del tutto accertate, compirono un vero e proprio attacco al cuore dello Stato, rapendo il Presidente della Democrazia Cristiana, l’onorevole ALDO MORO che, nell’intenzione di molti uomini politici e secondo la previsione di autorevoli commentatori avrebbe dovuto succedere a Giovanni Leone nella carica di Presidente della Repubblica per guidare dal Quirinale l’incontro tra la DC ed il PCI riuscendo, così, ad “allargare le basi della democrazia” in Italia. Durante tutto il settennato Leone dimostrò di non essere all’altezza delle sfide che il Paese stava affrontando non riuscendo a divenire (questo secondo gli avversari) la guida morale e politica del popolo italiano.

Anzi gli anni della sua presidenza furono contrassegnati da un progressivo scollamento tra Paese reale e Paese legale a cui né Leone, né il suo partito, la DC, seppero reagire in maniera adeguata. Arturo Carlo Jemolo, insigne giurista laico e di tradizione azionista, affermò che, dal punto di vista puramente giuridico, la presidenza Leone era stata ineccepibile, anche se per la prima volta, per assecondare la volontà democristiana di evitare il referendum a favore dell’abrogazione del divorzio, Leone sciolse anticipatamente il Parlamento nel 1972, allontanandosi così dal suo ruolo di garante super partes.

Leone fu costretto a dimissioni anticipate a seguito della campagna di denuncia di alcune supposte attività finanziarie disinvolte dei suoi familiari, il famoso "Circo Leone", portata avanti dal settimanale “L’Espresso”, dai radicali di Marco Pannella e Emma Bonino e dalla scrittrice Camilla Cederna che a riguardo della vicenda scrisse un
famoso-libro inchiesta (Giovanni Leone. Carriera di un Presidente).

Cominciavano ad affiorare i primi piccoli e grandi scandali legati alla corruzione di uomini appartenenti a partiti politici moderati e di governo: veniva alla luce quel malaffare denunciato, in sordina, per tanti anni da comunisti come Giancarlo Pajetta ed Alicata, da socialisti come Lombardi, e che porteranno
ENRICO-BERLINGUER, solo pochi anni dopo, a porre-il-problema-della-“Questione-Morale” molti anni prima dell’azione giudiziaria del dottor Di Pietro e del Pool di Milano.

Con la vicenda delle dimissioni di Giovanni Leone (liquidato da una certa stampa come il peggior Capo dello Stato che l’Italia repubblicana abbia mai avuto) trovava conferma la denuncia della corruzione della vita pubblica italiana avanzata già nel lontano 1958 da Arrigo Benedetti che sulle pagine de “L’Espresso” aveva censurato il malcostume del nostro Paese al grido “Capitale corrotta, nazione infetta”.

Dopo l’uscita di Leone sul Colle più alto di Roma salì un uomo politico che, per dirla con le parole di Indro Montanelli, “profumava di pulizia”, il socialista
SANDRO-PERTINI, eroe della Resistenza e dell’antifascismo che seppe essere il “Presidente di tutti gli Italiani” e riuscì a riallacciare il legame tra cittadini ed istituzioni portando il Paese fuori dal tunnel del terrorismo, criticando, anche, l’inefficienza della classe politica.
Fu il “più amato dagli Italiani” perché con loro seppe condividere gioie e dolori.

Ma non mancarono le feroci critiche: di fare l'istrione, di non disdegnare la demagogia quando rimproverava in TV pesantemente "ex cattedra" ministri, funzionari e lo stesso Stato. Un capo dello Stato che denuncia pubblicamente l'impotenza e l'inefficienza degli  uomini dello Stato non si era mai visto. E' come se un Papa sconfessasse i suoi cardinali e vescovi.


Ben diverso fu il settennato del democristiano
FRANCESCO-COSSIGA che, dopo i primi cinque anni di riserbo, volle “cavarsi qualche sassolino dalle scarpe” cominciando un’azione esternatrice e distruttiva verso l’intero mondo politico.

Verso la fine del suo mandato il PDS ed altri partiti minori chiesero la messa in stato d’accusa di Cossiga per non aver saputo rispettare il ruolo assegnatogli dalla Costituzione. L’unico esponente del PDS contrario fu il giovane Massimo D’Alema. Lo stesso Massimo D’Alema che, fatto curioso della storia, quasi sette anni dopo, è stato favorito dal senatore a vita Francesco Cossiga nella corsa alla successione di Romano Prodi per la guida del nuovo governo di centrosinistra dopo la caduta di quello del Professore bolognese.

Presidente della Repubblica dopo Cossiga, un altro democristiano,
OSCAR LUIGI SCALFARO, sul cui operato preferiamo non esprimerci in questa sede perché esso non appartiene alla Storia, ma ancora alla cronaca, come pure appartiene alla cronaca l’attuale Capo dello Stato, il laico e “indipendente” CARLO AZEGLIO CIAMPI (qui ne diamo solo un profilo professionale)  ex Governatore della Banca d’Italia (1979-92), ex Presidente del Consiglio dei Ministri (1993-94) ed ex Ministro del Tesoro e a interim del Bilancio (1996-99), uno dei massimi artefici dell’entrata dell’Italia e della Lira nell’Unione Monetaria e nell’Euro.
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LE VOTAZIONI - MAGGIORANZE ED ELETTORI

ENRICO DE NICOLA (CAPO PROVVISORI DELLO STATO):
1946-1948; VOTANTI: 504,
VOTI OTTENUTI: 396 (78%) al 1° Scrutinio da DC, PCI, PSIUP.

LUIGI EINAUDI (PLI): 1948-1955; VOTANTI: 537,
VOTI OTTENUTI: 323 (60%) al 4° Sc. da DC, PSDI, PLI, PRI.

GIOVANNI GRONCHI (DC): 1955-1962; VOTANTI: 833,
VOTI OTTENUTI: 658 (78%) al 4° Sc. da DC, PCI, PSI, PNM, MSI.

ANTONIO SEGNI (DC): 1962-1964; VOTANTI: 842,
VOTI OTTENUTI: 443 (52%) al 9° Sc. da DC, PLI, PRI, PNM, MSI.

GIUSEPPE SARAGAT (PSDI): 1964-1971; VOTANTI: 927,
VOTI OTTENUTI: 646 (69%) al 21° Sc. da DC, PCI, PSI, PSDI, PRI.

GIOVANNI LEONE (DC): 1971-1978; VOTANTI: 996,
VOTI OTTENUTI: 518 (52%) al 23° Sc. da DC, PLI, PRI, PNM, MSI.

SANDRO PERTINI (PSI): 1978-1985; VOTANTI: 995,
VOTI OTTENUTI: 832 (83%) al 16° Sc. da DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, DP, Partito Radicale.

FRANCESCO COSSIGA (DC): 1985-1992;
VOTANTI: 977, VOTI OTTENUTI: 752 (76%) al 1° Sc. da DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI.

OSCAR LUIGI SCALFARO (DC): 1992-1999; VOTANTI: 1002,
VOTI OTTENUTI: 672 (67%) al 16° Sc. da DC, PDS, PSI, PSDI, PLI, Lista Pannella, La Rete, Verdi.

CARLO AZEGLIO CIAMPI: 1999 -2006; VOTANTI: 990,
VOTI OTTENUTI: 707 (70%) al 1° Sc. da l’ULIVO (DS, PPI, RI, Democratici, Verdi, SDI, PRI, altri), PDCI, UDEUR, UV, SVP, POLO PER LE LIBERTÀ (FI, AN, CCD, altri).

GIORGIO NAPOLITANO (DS): 2006 - (in carica)  - VOTANTI
VOTI OTTENUTI: 543 al 4° Sc, solo dalla compatta maggioranza della colazione di centrosinistra - il centrodestra non l'ha votato.

ALCUNE CURIOSITA'  SUGLI INQUILINI DEL QUIRINALE 

Nelle seguenti righe si mettono in evidenza alcune curiosità statistiche ed alcune analogie riguardanti i Presidenti della Repubblica (si esclude il Sen. De Nicola eletto dall’Assemblea Costituente e non dal Parlamento ai sensi dell’articolo 83 della Costituzione della Repubblica Italiana):

– la DC ha votato tutti gli 8 Capi di Stato eletti nel periodo 1948-1992, gli eredi della DC sia nel centrosinistra (PPI, RI, UDR, altri), sia nel centrodestra (CCD, altri) hanno votato per C. A. Ciampi nel 1999;
– DE NICOLA e CIAMPI non hanno mai fatto parte delle assemblee elettive che compongono il Parlamento della Repubblica italiana;
– il solo EINAUDI è stato eletto da una maggioranza del tutto omogenea alla maggioranza che sorreggeva il governo in carica all’epoca dell’elezione Presidenziale analizzata;
– GRONCHI fu eletto da una maggioranza eterogenea che andava dall’estrema destra all’estrema sinistra ignorando i laici e spaccando in maniera profonda la Democrazia Cristiana;
– SEGNI e LEONE furono eletti coi voti determinanti delle opposizioni dei destra (PNM, MSI);
– SARAGAT, PERTINI, COSSIGA e SCALFARO furono eletti coi voti determinanti dell'opposizione di sinistra;
– i soli DE NICOLA, COSSIGA e CIAMPI sono stati eletti al 1 scrutinio grazie all’accordo tra i tre maggiori partiti dell’Assemblea Costituente (DC, PSIUP, PCI) nel caso del Presidente DE NICOLA, grazie ad un preventivo accordo tra i partiti del governo di pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) e l’opposizione di sinistra (PCI), il cosiddetto METODO DE MITA (Ciriaco De Mita era l’allora Segretario della Democrazia Cristiana, N. d. A.) nel caso del Presidente COSSIGA; invece nel caso del Presidente CIAMPI l’accordo tra la maggioranza di centrosinistra e l’opposizione di centrodestra è stato il frutto della mediazione attuata dal Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, l’onorevole Massimo D’Alema;
– SEGNI, LEONE, COSSIGA e CIAMPI erano stati già Presidenti del Consiglio dei Ministri; 
– 5 [GRONCHI, LEONE, PERTINI, SCALFARO (Presidenti della Camera) e COSSIGA (Presidente del Senato)] erano od erano stati presidenti di uno dei rami del Parlamento – [P. S. SARAGAT era stato Presidente dell’Assemblea Costituente];
– 2 (SEGNI, SARAGAT) erano Ministri degli Esteri in carica al momento dell’elezione al Quirinale;
– nessuno dei 4 grandi leader democristiani (De Gasperi, Fanfani, Moro e Andreotti) è riuscito a salire al Quirinale:

* De Gasperi - anche se morì prima che terminasse non questa carica;
* Fanfani, nel 1971, vide naufragare la sua candidatura a causa dell’opposizione del Vaticano le cui gerarchie temevano che  la candidature dell’uomo politico aretino spaccasse la DC;
* Moro fu ucciso dalle BR, nel 1978, quando sembrava essere  il più quotato tra i possibili successori di Giovanni Leone, per  poter guidare dal Quirinale il Compromesso Storico con la DC di Zaccagnini ed il PCI di Berlinguer;
* Andreotti ha cercato di conquistare il Quirinale alla fine della sua carriera, nel 1992, ma la fine del CAF e del pentapartito  lo hanno bloccato.

Una domanda sorge spontanea: se i 4 più importanti uomini politici di governo dell’Italia repubblicana del periodo 1946-1992 non hanno ambito al Quirinale dopo aver ricoperto altri importanti incarichi di partito, preferendo lottare per altre cariche (Presidenza del Consiglio, Ministeri, Segreteria DC) non è che in Italia, durante il periodo analizzato, i veri centri del potere non fossero rappresentati dalla Suprema Magistratura repubblicana, ma piuttosto da altre cariche che, all’apparenza, potevano sembrare di minore importanza?
Per parafrasare Pietro Nenni non è che “la stanza dei bottoni” non fosse al Quirinale, ma a Palazzo Chigi" o "a Piazza del Gesù", sede nazionale della Democrazia Cristiana? (questa domanda più che legittima, fu teorizzata dallo stesso Nenni che aveva riferito le frasi virgolettate, riferendosi alla Presidenza del Consiglio e non alla Presidenza della Repubblica).

 di LUCA MOLINARI


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