Nell'Alto Medioevo lo scontro tra musulmani e cristiani sulle acque  
del Mediterraneo occidentale
 anni dal  765 al 1100 


LA FLOTTA DI ALLAH
ALL'ARREMBAGGIO
DELLE COSTE ITALIANE

di ELENA BELLOMO

I rapporti tra Oriente e Occidente sin dall'alba della civiltà si sono dipanati in una trama molteplice e complessa, all'interno della quale cultura, economia, ma anche fanatismo religioso e ansia di avventura si sono mescolati sortendo risultati assolutamente originali e soprattutto decisivi per il progredire della civiltà europea. Durante l'alto medioevo l'incontro con l'Oriente significa molto spesso scontrarsi con l'altro, con il diverso. 
I Bizantini, avvolti nello sfarzo della propria corte e sprezzanti verso i barbari occidentali, sono l'emblema della doppiezza e dell'infedeltà alla parola data. Ben peggiori di loro sono solo infedeli, i pagani, coloro che, secondo un'antica leggenda, sono i seguaci di un cardinale eretico di nome Maometto e che venerano un numero sterminato di idoli. Non a caso gli arabi sono assimilati quanto a terminologia a coloro che nell'età tardo antica praticavano il politeismo e non sono solo chiamati "infedeli" o "profani" (vocaboli che già rendono ben chiara la natura religiosa di questa opposizione), ma anche "gentili" o "pagani".

A questi termini si affianca poi il vocabolo "saraceno", che inizialmente designava solo una popolazione della penisola del Sinai e che poi era arrivato ad indicare tutti in popoli arabi, mentre proprio il termine "arabo", che si riferisce all'etnia dominante nell'Islam, e quello di "musulmano", nome che definisce i fedeli di questa fede, non trovano riscontro nelle fonti medievali. Già queste osservazioni sottolineano quanto limitata fosse in Europa la conoscenza dell'Islam e ci consola ben poco il fatto che anche i musulmani spesso credessero, soprattutto a causa del mistero della Trinità, che i cristiani venerassero più di un dio. 
Certo la reciproca conoscenza poteva essere incoraggiata dal pacifico incontro tra le due civiltà che avveniva presso porti del Mediterraneo come quelli egiziani e siriani, ma molto più spesso il mare sarebbe purtroppo stato il teatro dello scontro tra Oriente e Occidente. Gli arabi, inizialmente diffidenti nei confronti della navigazione, appresero tale arte dai popoli conquistati, in particolare dagli Egizi, e se ne avvalsero soprattutto dopo che la penetrazione nell'Africa del Nord aveva assicurato loro un'eccellente base per lo sviluppo di una nuova potenza marittima. La marineria era inoltre un'attività tipicamente romana di cui nemmeno i popoli barbarici avevano esperienza. Era così fatale che i principali baluardi della resistenza contro il predominio arabo sulle acque del Mediterraneo fossero costituiti dalla flotta bizantina e dalle marine delle città che ancora mantenevano viva la tradizione romana. 

Agli inizi dell'VIII secolo, la traslazione delle reliquie di S. Agostino dalla Sardegna fu ad esempio effettuata non da una flotta regia, bensì da navi private, che avevano ottenuto questa commissione dal re. Tale fatto indica che le imbarcazioni liguri, ininterrottamente dall'antichità, avevano praticato gli scali insulari del Tirreno e quindi anche i porti africani del Mediterraneo Occidentale.

I rapporti tra Oriente e Occidente si perpetuano dunque anche sulle acque del Mediterraneo, prezioso veicolo di reciproco incontro, ma soprattutto di merci apprezzate quali tessuti e spezie. In questo stesso periodo si hanno infatti due incidentali notizie di spedizioni marittime in Africa. 
Nell'802, il notaio Ercambaldo procurava in Liguria i mezzi per agevolare il ritorno del giudeo Isacco, che giungeva da Bagdad, dove si era recato come ambasciatore di Carlo Magno presso il Califfo. Nell'ottobre di quell'anno é poi registrato lo sbarco dello stesso Isacco a Portovenere. 
Già nel 765, sotto il regno di Pipino, era stata inviata un'ambasceria franca presso gli Abbasidi.

Infatti, l'instaurazione di rapporti diplomatici con la dinastia araba, nemica degli imperatori di Bisanzio e nel contempo opposta agli Omayyadi di Cordoba, in guerra con i Franchi, appariva un'azione politicamente molto vantaggiosa. E' probabile che la legazione di Pipino partisse da Marsiglia, mentre quella di Carlo, data la difficile agibilità dei porti del regno franco a causa della guerra sul confine spagnolo, salpò probabilmente da uno scalo italiano. L'ambasceria di Carlo era costituita da Lantifrido, Sigismondo ed Isacco, probabilmente un mercante di origine siriana, esperto della strada della spedizione.

A quattro anni dalla partenza giunse a Pavia, presso Carlo, la notizia dell'imminente ritorno di quest'ultimo, unico sopravvissuto tra i tre legati. Un inviato del Califfo ed un emissario dell'amiratus Abraham, governatore di una provincia africana, erano infatti
approdati a Porto Pisano ed informavano che presto sarebbe arrivato anche Isacco, in quel momento in Africa. I porti dell'Italia Occidentale mantenevano dunque frequenti contatti con le coste africane, dato che in due di essi sbarcarono i legati arabi e successivamente Isacco. Inoltre il fatto che il notaio Ercambaldo si recasse in Liguria per affittarvi una flotta che riportasse in Italia l'ambasciatore franco ed anche un elefante, dono del Califfo a Carlo, evidenzia la disponibilità di mezzi per la navigazione che vi era in questi territori. Il mondo marittimo che ci è descritto da queste testimonianze è certamente ben lontano dal rigoglio dell'età romana, ma dimostra tuttavia come quel mare che i cristiani non potevano più chiamare nostrum fosse ancora costantemente solcato dalle loro navi.

Questi dati sfatano infatti completamente le teorie che per lungo tempo hanno voluto che le nazioni occidentali abbandonassero nei primi secoli del medioevo qualsiasi attività marittima, anzi l'ordinamento carolingio del Regnum Italicum ebbe il preciso compito di difendere le coste e garantire una più sicura navigazione come dimostra anche la creazione di una Classis Italica, sul modello di quella Aquitanica, costituita dai frammenti della flotta bizantina e di marinerie locali. Questo contingente fu sottoposto al comando del figlio di Carlo, Pipino, e proprio su suo ordine, nell'806, salpò per intercettare alcuni pirati arabi, che avevano attaccato le coste corse. Ademaro, primo conte carolingio di Genova ed anche unico attestato dalle fonti antiche, guidava la spedizione e perse la vita nel conflitto navale imprudentemente ingaggiato contro gli arabi. 

I cristiani non avevano dunque abbandonato le acque del Mediterraneo, ma, dinanzi allo strapotere arabo si trovavano decisamente a malpartito. La situazione era però destinata a peggiorare ulteriormente. Con lo sgretolamento dell'impero degli Absidi in numerosi emirati di carattere nazionale le rotte mediterranee divennero sempre meno sicure e soprattutto gli stati dell'Africa del Nord, approfittando della crisi politica e militare europea, intrapresero una forte politica di espansione, volta a conquistare la supremazia sulle acque del Mediterraneo.

A questo scopo essi si valsero delle basi situate nei domini italici, tra cui vennero soprattutto sfruttati i porti siciliani e gli avamposti del Garigliano, di Tratto e Civitavecchia. In queste località, spesso con la connivenza di principi locali, che si avvalevano dei musulmani quali propri alleati nelle contese regionali, gli arabi avevano avuto modo di insediarsi stabilmente, costituendo avamposti imprescindibili per l'ampliamento delle loro azioni navali. Inoltre, le spedizioni saracene venivano spesso allestite anche con il supporto delle stesse città campane, che preferivano allearsi con i musulmani piuttosto che essere sottomesse da Longobardi o Bizantini.

In questo stesso periodo era destinata a riprendere anche l'offensiva dei saraceni di Spagna, che stabilirono diverse piazzeforti in Corsica, e soprattutto estesero il raggio d'azione delle proprie scorrerie grazie alla creazione del presidio di Frassino, i cui occupanti agivano sia per terra che per mare. Come abbiamo già avuto modo di ricordare proprio in queste pagine, l'insediamento nacque sul finire del IX secolo, probabilmente intorno all'anno 889. A tale periodo, infatti, dovrebbe risalire la prima spedizione mora con intenti coloniali e non semplicemente predatori. Con tutta probabilità questa migrazione era legata alla difficile situazione interna del regno omayyade, caratterizzata da lotte tra le diverse etnie e dall'irrimediabile debolezza del potere costituito.

Riferisce un cronista arabo che saraceni partiti dalla Spagna sbarcarono sull'indifesa costa provenzale (in corrispondenza dell'attuale Golfo di Saint-Tropez) ed occuparono un lembo di territorio, lontano dal mare circa due giorni di marcia. Il presidio di Frassineto era inoltre dotato di strategiche difese naturali, essendo costruito su un rilievo e completamente circondato da una foresta tanto fitta da essere impenetrabile. Gli occupanti avevano inoltre modo di esercitare una stretta sorveglianza sull'ingresso alla fortezza, costituito da un solo, angusto passaggio. La fortezza di Frassineto viene generalmente identificato con la località denominata La Garde-Freinet, situata in Provenza.
 E' comunque ovvio ritenere che le fonti antiche con il termine Fraxenetum non si limitassero a designare un semplice castello, ma una discreta estensione di territorio all'interno del comitato del Frejus, situata tra il mare ed il Mons Maurus e posta sotto il diretto controllo saraceno. 

Subito dopo il loro stanziamento, gli occupanti di Frassineto iniziarono sistematiche incursioni nel territorio tra il Rodano e le Alpi e sulle coste provenzali e liguri fino ad Albenga. Giunsero poi ai passi alpini, li traversarono, devastando il territorio italico e si spinsero fino alla Svizzera, dove assalirono il monastero di S. Gallo, il vescovado di Coira e le terre della valle del Reno. La Riviera di Ponente, ma anche l'imminente Appennino e l'Oltregiogo padano, vennero saccheggiati a più riprese. Ne conseguì la quasi totale rovina dei territori di Aqui, Alba e dell'alto Tortonese, dove una leggenda voleva che i saraceni si fossero insediati presso i resti dell'antica città romana di Libarna. 
L'azione predatoria degli occupanti di Frassineto tese soprattutto ad intensificarsi in corrispondenza dei più importanti valichi, frequentati soprattutto da pellegrini. In alcuni casi vennero impiantati dagli arabi veri e propri presidi ed uno scrittore contemporaneo, Flodoardo, ci informa che sui passi alpini i mori arrivarono a sostituire gli atti di brigantaggio con l'esazione di un regolare tributo. Questa situazione non poteva però perpetuarsi senza la colpevole complicità dei locali feudatari. Un altro cronista medievale, Liutprando, vescovo di Cremona, infatti, denuncia la connivenza dei principi cristiani e sottolinea come essi si avvalessero dell'aiuto di milizie saracene negli scontri con i propri avversari.

Esistono altre circostanziate testimonianze dell'azione congiunta di pagani e cristiani soprattutto nella spoliazione di chiese e monasteri. Dobbiamo inoltre mettere in evidenza che nel periodo di loro maggiore potenza, le forze di Frassineto intrattennero un dialogo diretto con l'autorità regia italica e ne furono addirittura riconosciute. Frassineto era dunque diventato sinonimo di morte e devastazione, eppure la virulenza degli attacchi portati dai suoi occupanti molto dovevano all'incapacità di reazione de cristiani, se non alla loro colpevole complicità. Ulteriore indice dell'insicurezza delle coste è poi rappresentato dalle sempre più frequenti traslazioni di "Corpi Santi" dal litorale verso l'interno. Il popolo cristiano teme infatti per le proprie preziose reliquie e decide dunque di trasportarle lontano dalle coste, in luoghi più sicuri.

Possiamo ricordare in merito quella delle reliquie di S. Caprasio, portate da Lerino all'Aulla in Lunigiana per espresso desiderio dei Marchesi, e quelle di S. Calogero di Albenga, che furono trasferite al Monte sopra Civate. A causa delle scorrere arabe i
traffici marittimi si erano dunque fatti dunque più rari ed insicuri. Un cronista arabo, infatti, racconta che il raggio dei commerci era drasticamente diminuito ed i mercantili incrociavano solo nei pressi della costa, ben lontano dalle zone battute dai saraceni.

L'azione sul mare da parte delle navi di Frassineto doveva però scontrarsi con l'unica marina che allora avesse la disciplina, la scienza tattica e la disponibilità di mezzi sufficienti a contrastare gli arabi: la flotta bizantina. Una sua divisione, infatti, agli ordini dell'esarca dell'Africa, incrociava abitualmente nelle acque della Sardegna e della Corsica ed era stata di fondamentale importanza nella difesa della Liguria. Questo baluardo di romanità era però rimasto isolato, anche non era mai scomparso del tutto. Nel 915, infatti, esso divenne addirittura protagonista della conquista del Garigliano, prima importante vittoria cristiana nel Tirreno e durante la seconda metà del IX secolo agì poi nel complesso di un'ampia azione militare finalizzata alla riconquista dell'Italia.

Lo stesso Flodoardo afferma che i greci inseguirono per mare i saraceni usque ad Fraxinidum saltum e li batterono, garantendo pace alle regioni del versante alpino italico. Ben lungi dal dichiararsi battuti i musulmani si preparavano però ad attuare una nuova temeraria spedizione che avrebbe sortito una delle loro maggiori vittorie: il sacco di Genova. Fino ad allora le incursioni saracene si erano sempre arrestate presso Savona, ma la traslazione delle reliquie di S. Romolo da S. Siro alla basilica cittadina di S. Lorenzo dimostra che ormai la popolazione si sentiva sicura solo all'interno delle mura della città.

Se i Genovesi avessero comunque paventato un vero pericolo avrebbero provveduto a collocare le reliquie del santo in un luogo più protetto. L'intervento bizantino del 931, quindi, aveva sventato la prima spedizione probabilmente indirizzata verso il capoluogo ligure, ma non impedì agli arabi di prendersi la rivincita tre anni dopo. Nel 934, infatti, il califfo fatimita Muhammad, appena incoronato, organizzò una spedizione contro i territori liguri. L'incursione venne condotta dall'ammiraglio Ya 'qub' 'ibn 'Ishaq, che al comando di trenta navi saccheggiò le coste liguri, facendo ritorno in patria con un ricco bottino. 

L' ampio progetto di affermazione sulle acque del Mediterraneo, perseguito dalla potenza fatimita, non poteva però limitarsi a sporadiche razzie e quindi l'anno seguente venne allestita una seconda spedizione, che, sotto il medesimo comandante, assediò ed espugnò la città di Genova, grazie all'apertura di una breccia nelle mura. Ingenti furono le perdite dei difensori, senza contare le abitazioni e le chiese spogliate e distrutte e le donne, circa un migliaio, fatte prigioniere e condotte in Africa. Durante il ritorno, le imbarcazioni saracene si imbatterono in un contingente della flotta bizantina, probabilmente salpato con l'intenzione di intercettarle. Molte delle navi sarde furono incendiate ed il confronto si concluse con la loro sconfitta.

L'eco di questi avvenimenti dovette perpetuarsi a lungo, dato che, più di quattrocento anni dopo, lo storico Ibn-Haldun ricordava il sacco di Genova come il massimo trionfo della marina araba e anche la stessa storiografia genovese s sarebbe fatta vanto delle successive vittorie riportate contro gli infedeli, quasi a cancellare il segno dell'affronto subito. Solo nel 941, Il re d'Italia Ugo intraprese una serie di operazioni militari, finalizzate alla definitiva eliminazione della minaccia araba che incombeva su tutto il limes italico, ed era ovviamente fondamentale per la riuscita di tale progetto la distruzione della base operativa di Frassineto.

Per attaccarla su due fronti, quello marino e quello terrestre, Ugo richiese l'aiuto bizantino e con tutta probabilità l'imperatore Romano Lecapeno gli concesse l'ausilio della classis della Sardegna. Nell'estate del 941 prese avvio l'attacco congiunto. Le navi greche riportarono una schiacciante vittoria nelle acque del Golfo di Saint-Tropez, mentre Ugo e le sue truppe occupavano Frassineto. Quando il successo sembrava ormai a portata di mano, il re, temendo che dai passi delle Alpi Occidentali e Centrali Berengario, che gli contendeva il trono, potesse entrare in Italia, venne a patti con i saraceni, legittimandone i presidi sui valichi alpini. Gli arabi, quindi, divennero vere e proprie guardie confinarie del regno e la loro influenza politica nelle vicende d'Italia si rafforzò notevolmente.

Il trauma prodotto dalle scorrerie saracene, dai saccheggi e dai rapimenti è ben attestato dal permanere di tali avvenimenti all'interno della storiografia locale italiana. Come si diceva emblematico è il caso di Genova dove la tradizione e gli storici ottocenteschi parlano di un'immediata ed efficace reazione all'attacco arabo da parte delle forze cittadine e il vescovo duecentesco Jacopo da Varagine afferma addirittura che una squadra navale fu in grado di inseguire i saccheggiatori saraceni e di vincerli, riportando così in patria con onore i prigionieri e il bottino, che erano stati catturati. Secondo altre testimonianze l'anno seguente altre navi nemiche, che avevano nuovamente attaccato la città, furono battute presso l'isola dell'Asinara. Non si spiega, però, come mai i Genovesi, pur avendo a disposizione una flotta, non se ne fossero avvalsi contro gli occupanti di Frassineto.

Inoltre, in un periodo in cui i contingenti militari erano costituiti da navi mercantili, solo temporaneamente adibite a quest'uso, non si capisce come mai a Genova se ne trovassero tante, mentre i traffici commerciali erano invece ridotti al minimo. In effetti la ripresa cristiana agli attacchi saraceni sarebbe stata piuttosto rapida, ma non tanto repentina come affermano le memorie cittadine. Ad esempio, nel 963-65, la semialleanza degli avversari dell'imperatore sassone Ottone I con i saraceni avrebbe portato ad una ripresa delle incursioni e delle razzie da parte dei mori. Solo la vittoria di Ottone e la riaffermazione dell'unità dello stato crearono le condizioni favorevoli ad una più efficace difesa del territorio. I saraceni di Frassineto erano infatti sempre più agguerriti e le loro azioni non accennavano a diminuire né di intensità che di numero, ma la resa dei conti era ormai vicina. 

L'azione dell'imperatore contro Frassineto si collocò dunque su due piani distinti: quello diplomatico e quello militare. Ci é infatti giunta notizia di due ambascerie, inviate da Ottone al califfo spagnolo con l'obiettivo di convincerlo a sospendere gli aiuti inviati ai predoni stanziati in Provenza. Entrambe le legazioni fallirono e l'imperatore si concentrò quindi sulla preparazione del contingente che avrebbe dovuto attaccare la piazzaforte saracena. L'imperatore non riuscì mai ad attuare questa spedizione, ma i marchesi preposti al governo delle province che egli aveva creato si fecero comunque personalmente carico, insieme ai conti di Provenza, della lotta contro i saraceni.

La cattura da parte degli occupanti di Frassineto di S. Maiolo, abate di Cluny, che tornava in Francia attraverso il Vallese, fu il motivo scatenante della spedizione risolutiva. La consapevolezza che essi avevano infatti osato catturare uno degli uomini più rappresentativi della chiesa dell'epoca sembra quasi aver inaspettatamente risvegliato l'orgoglio cristiano. Da questo momento comincia la lenta e sanguinosa riscossa dell'Occidente, volta a riguadagnare il predominio sul mare.

Inizialmente nella lotta contro i saraceni appaiono impegnati i maggiori rappresentanti della feudalità provenzale ed italica. 
Tra il 984 ed il 985, infatti, Arduino, conte di Torino, liberava i passi del Moncenisio e del Monginevro e forse aiutava Roboaldo di Arles a distruggere Frassineto, mentre il fratello di questi, Guglielmo, capo della riscossa cristiana, eliminava le ultime sbandate schiere saracene sul versante alpino occidentale. Malgrado la distruzione di Frassineto, le incursioni saracene sulle coste liguri e toscane non si arrestarono. Esse provenivano soprattutto dall'Africa e dalla Spagna e costituivano l'ultimo e vano tentativo di installare un presidio permanente nel Tirreno.

In quest'ultima lotta avrebbero progressivamente acquisito importanza le città marittime di Genova e Pisa, impegnate nel guadagnarsi un nuovo spazio vitale, che per esse naturalmente coincideva almeno con parte del Mediterraneo occidentale. Il primo episodio in cui esse evidenziarono il proprio potenziale bellico fu la liberazione della
Sardegna. Agli inizi dell'XI secolo, il califfato di Cordova attraversava un periodo di forte crisi, che si concluse solo nel 1010 con la salita al potere di Mugahid, liberto di nascita cristiana degli Amiridi. Egli si impadronì di Denia, Tortosa, Algesiras e delle isole Baleari, da cui, nel 1015, partì con ingenti forze alla volta della Sardegna, con l'intenzione di annettere l'isola al suo regno. La spedizione ebbe esito favorevole e Mugahid decise quindi di effettuarne altre, indirizzate, questa volta, verso la Penisola. A questo punto fu la stessa sede pontificia ad entrare in campo, organizzando quella che è stata considerata una "prova generale" di crociata. Benedetto VIII, infatti, convocò e diresse una flotta federale, che, nel 1016, vinse la forze more nelle acque della Sardegna. Pare che l'azione decisiva del contingente italico fosse preceduta, nel 1015, da un primo scontro marittimo e terrestre che liberò Luni ed il suo tratto di costa dalle presenze saracene.

Le fonti arabe ci informano con precisione della sorte di Mugahid, che, cacciato dagli insediamenti isolani, stava per far vela verso la Spagna, quando il contingente cristiano lo sorprese e vinse. Il suo esercito, già completamente imbarcato, fu annientato. Il mare in tempesta, infatti, spinse molte navi ad arenarsi sulle spiagge, dove gli isolani fecero strage dei naufraghi. Il re fu così costretto a fuggire, lasciando nelle mani del nemico un figlio, un fratello e probabilmente la moglie. Non sappiamo con esattezza da quali forze fosse costituita la spedizione cristiana alla cui azione collaborarono anche le popolazioni della Sardegna, guidate dai Guidici, che avevano ereditato il completo governo dell'isola dopo l' abbandono bizantino. Il cronista medievale Ditimaro descrive il contingente come una squadra pontificia, guidata da tutti i rettori e difensori della Santa Madre Chiesa. In pieno spirito campanilistico i cronisti genovesi e pisani sottolineano l'apporto determinante dato dalla propria città e presentano l'impresa come un'azione nata dall'autonoma alleanza tra le due. I testi arabi, invece, definiscono i capi del contingente "re" romani e da questa espressione si potrebbe dedurre un accenno alla presenza di importanti signori feudali.

A questo stesso periodo risale la conquista della Corsica, dove i saraceni si erano stabiliti in tempi remoti, fondandovi solo alcuni presidi costieri. Le cronache genovesi e pisane presentano nuovamente la conquista dell'isola come un merito esclusivamente cittadino, ma è probabile che anche in questo caso vi fosse un intervento determinante da parte dell'autorità marchionale.

Dopo la spedizione del 1016, solamente fonti pisane ci danno notizie di nuove azioni contro i saraceni. In particolare esse ricordano nel 1034 la conquista, dopo uno scontro navale, della città africana di Bona. Queste affermazioni trovano conferme nelle fonti arabe e nella testimonianza di Rodolfo Glabro, dalla quale, però, si potrebbe desumere che anche in questo caso si trattasse di una spedizione a carattere federale, come quella condotta contro Mugahid.

Pisa e Genova, quindi, misero da parte le reciproche diffidenze soprattutto nei casi di spedizioni a lungo raggio, decisive per la conquista della supremazia marittima nel Mediterraneo. Il trionfo delle città marinare italiane, accomunate da forti interessi commerciali, si sarebbe avuto solo con la spedizione di Mehdia (1087-88), intrapresa perché le azioni piratesche del suo sultano, Tamin, avevano compromesso i contatti italiani con i porti dell'Africa in un periodo di relativa pace, dovuta alla conquista normanna della Sicilia.

E' tuttavia importante ricordare che quest'alleanza ebbe l'ufficiale riconoscimento di papa Vittore III, che conferì all'azione militare un evidente carattere religioso. Il contingente federale, di cui facevano parte anche navi di Amalfi e di altre città dell'Italia Meridionale, fu, secondo le fonti arabe, il risultato di quattro anni di preparazione. La sua esatta consistenza non ci è nota: un anonimo poeta pisano parla addirittura di mille imbarcazioni, mentre i cronisti mussulmani ne contarono trecento per un totale di trentamila uomini. Numeri ovviamente esagerati, che però ci sostengono nell'affermare che questa nuova spedizione, data la crescente potenza delle città italiane e l'importanza dell'impresa, doveva essere più forte ed organizzata delle precedenti. Mehdia, infatti, era da due secoli la principale roccaforte della marina araba e proprio dal suo porto, centocinquanta anni prima, era salpata la spedizione che aveva saccheggiato Genova.

Inoltre, la città, costruita su una penisola rocciosa poco lontana da Tunisi, e collegata alla terraferma solo da un sottile istmo, era dotata di un ottimo apparato difensivo. La flotta cristiana, dopo aver conquistato Pantelleria, si diresse verso la capitale zayrita. Tamin, pur avvisato della minaccia, non osò mandare incontro al nuovo nemico la propria flotta, già più volte battuta in Sicilia dai Normanni. Gli alleati poterono quindi sbarcare indisturbati a Zavila, sobborgo commerciale della città, e da qui raggiungere ed incendiare il porto. In breve tempo anche Mehdia fu conquistata e saccheggiata. Tamin, arrendendosi, pagò un forte riscatto, liberò i prigionieri cristiani e concesse libera pratica e franchigia alle navi genovesi e pisane in tutti i porti del suo sultanato. In memoria di questo successo i Genovesi eressero la chiesa di S.Sisto sulla marina di Prè, nelle cronache cittadine, però, non c'è traccia di quest'avvenimento, salvo un breve richiamo negli annali. Appare comunque probabile che le forze genovesi non fossero puramente volontarie e che alla loro organizzazione partecipassero in modo decisivo le compagne, probabilmente in aperta contrapposizione con il vescovo scismatico Corrado II.

E' parimenti significativo il fatto che, per la prima volta, la guerra non si fosse limitata alla vittoria ed alla raccolta di un'ingente preda, ma avesse contribuito in modo determinante a creare le condizioni favorevoli al commercio delle due città tirreniche. Probabilmente Genovesi e Pisani avrebbero fondato qui le loro prime colonie, se Ruggero d'Altavilla, a cui era stata offerta Mehdia, non l'avesse rifiutata con il pretesto della recente pace da lui stipulata con Tamin. Egli, in realtà, voleva vincere da solo per
non dover poi dividere le proprie conquiste ed infatti pochi decenni più tardi i Normanni tenteranno anche la conquista dell'Africa berbera. Dopo aver sottolineato i risvolti economici della spedizione di Mehdia è necessario valutarne le implicazioni religiose, tanto più che essa viene abitualmente definita pre-crociata. Vittore III, infatti, auspicava un più ampio coinvolgimento delle forze cristiane nella lotta contro i saraceni, dopo le adesioni dei regni iberici e di parte della feudalità francese alle azioni contro gli arabi spagnoli. In tale ottica può quindi essere interpretato il sostegno papale all'attacco contro Tamin. La valenza religiosa dell'impresa, comunque, non sembrerebbe essere rimasta estranea a coloro che vi presero parte, come testimonia il poeta pisano, che abbiamo già citato. E' probabile che egli fosse un ecclesiastico, che aveva partecipato in prima persona al contingente, come farebbero pensare numerosi particolari da lui riferiti.

Nel suo carme celebrativo viene più volte sottolineata l'opposizione religiosa tra i Pisani e gli arabi e si afferma che i primi, unitamente ai Genovesi, non hanno a cuore la propria vita né si curano dei loro figli, ma per amore del Redentore si espongono ai pericoli. Il poeta è quindi completamente persuaso, non solo della necessità, ma soprattutto della liceità dell'uso della forza da parte del cristiano in simili frangenti. Egli presenta i propri concittadini come soldati di Cristo, guidati, non solo spiritualmente, dal legato pontificio Benedetto. Il sostegno divino all'impresa è infine confermato dall'apparizione dell'arcangelo Michele e di S. Pietro, che conduce con sé tutti gli Apostoli.

Possiamo quindi concludere che nell'allestimento e nel successo di questa spedizione furono di fondamentale importanza gli interessi economici che Pisani e Genovesi erano determinati a proteggere, ma che accanto ad essi si manifestò una decisa azione del papato allo scopo di collocare questo conflitto in una sfera prettamente religiosa. Questo messaggio venne infatti pienamente recepito e sviluppato dall'autore del carme pisano, segnando un nuovo passo avanti nell'affermazione della mentalità di cui la crociata sarà la principale espressione.

Forti della vittoria appena acquisita pisani e genovesi avrebbero poi aiutati le popolazioni iberiche ad affrancarsi dalla dominazione musulmana. Nel 1092, infatti, una flotta pisana e genovese salpò su richiesta di re Alfonso VI di Castiglia con lo scopo di liberare Valencia, dominata dagli arabi sotto la protezione del Cid, ma l'impresa non riuscì a causa di discordie interne al contingente. Esse furono probabilmente generate dalla decisione di papa Urbano II di nominare Daimberto di Pisa arcivescovo metropolita della Corsica, su cui anche i Genovesi avevano mire. All'anno seguente risale la collaborazione con Sancio, re di Navarra e d'Aragona, e con il conte di Barcellona, nell'inutile tentativo di conquistare Tortosa. Il fallimento di queste ultime spedizioni evidenzia come l'intervento papale e la coscienza di un impegno cristiano nella lotta contro gli infedeli fossero necessari per la riuscita di imprese federali, che univano città ormai in aperto conflitto. Nel contempo tutto era pronto per la crociata, atto risolutivo di questo confronto e seme per nuovi confronti, ancora più sanguinosi, ma nel contempo sempre più decisivi per la reciproca conoscenza e la pacifica accettazione tra popoli diversi, paradossalmente divisi dalla fede in un unico dio.

di ELENA BELLOMO

Bibliografia

Genova nel basso impero e nell'alto medioevo, in Storia di Genova dalla origini al tempo nostro, II, U. Formentini, Garzanti, Milano, 1941, pp.125-278.
L' importanza del mondo islamico nella vita economica europea
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Impius foedus. Le origini della "res publica christiana"
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Breviario della storia di Genova
, I, V. Vitale, Genova, 1955, pp. 3-44.

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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