SCHEDA

CINA-OPPIO-HONK KONG 


Torna alla Cina "laguna profumata", l'ultimo lembo dell’impero di Sua Maestà britannica

DA ISOLA 
DEI PIRATI
A POLO DEI MILIARDARI

  Una lunga vicenda iniziata con l’arrivo dei "barbari" inglesi  

di Paolo Avanti

"Non abbiamo bisogno di niente. Possediamo già tutto". Così l'imperatore cinese Chien Lung respinse con disprezzo le offerte di collaborazione commerciale mandategli da Lord Macartney per conto di Giorgio III d'Inghilterra.

Era il 1793 e la Cina viveva un suo splendido isolamento che però di lì a poco sarebbe stato intaccato dall'arrivo dei "barbari" europei.
Nel 1841, infatti, i cinesi avrebbero perso la guerra dell'oppio, che costò loro l'isola di Hong Kong.

Ma andiamo con ordine. Sotto la dinastia Ming Hong Kong (che in cinese significa "laguna profumata" apparteneva a una famiglia Tang. Nel 1669 fu abbandonata per ordine dell'imperatore K'ang Hsi, il quale vietò ogni commercio marittimo. L'isola divenne una landa desolata, abitata soltanto da qualche sparuto pescatore. In quegli anni, come detto, la Cina rifiutava sdegnosamente qualunque accordo commerciale con gli europei. Ciò non impedì che la Compagnia delle Indie, che aveva una certa autonomia nei confronti di Londra, potesse svolgere i propri commerci nel porto di Canton.

Quando però la Gran Bretagna decise di controllare in modo più diretto la Compagnia, sorsero i problemi. Nel 1834 Lord Napier, inviato inglese, decise di sostituire ufficialmente a Canton i funzionari della Compagnia con degli uomini del governo di Sua Maestà. La Cina non ne volle sapere e non concesse i diritti, che prima erano riconosciuti ad una compagnia di commercio, ad uno Stato straniero. Ma il vero pomo della discordia era l'oppio. La Compagnia delle Indie, che trattava con la Co Hong, la compagnia di mercanti cinesi che aveva per concessione imperiale il monopolio dei traffici con gli europei, fece grossi affari con gli stupefacenti.

A nulla valsero i divieti dell'imperatore. Se l'oppio non riusciva a penetrare direttamente da Canton, aggirava l'ostacolo passando per Calcutta, tramite commercianti privati. Il governo inglese non ne era ufficialmente corresponsabile ma in realtà contava sul commercio dell'oppio come una delle voci più importanti dei suoi traffici commerciali.

"Questo commercio è praticato dagli inglesi. Questo popolo, non avendo di che vivere con le proprie risorse, cerca di asservire gli altri paesi, di cui debilita gli abitanti (con l'oppio). (...) Ora sono venuti in Cina; peste che ci farà seccare le nostre ossa, verme che ci roderà il cuore, rovina delle nostre famiglie e delle nostre persone. Da quando esiste, l'Impero non ha mai corso un pericolo simile. E' peggio di un diluvio universale, di un'invasione di bestie feroci. Chiedo che si iscriva il contrabbando dell'oppio fra i crimini punibili con la morte".

Così scriveva un funzionario governativo all'imperatore Tao-Kwang.
I tentativi cinesi di limitarne il mercato andarono sempre a vuoto, fino all'intervento di Lin Zexu, Alto Commissario antidroga. La sua decisione di reprimere seriamente il traffico di stupefacenti scatenò quella che sarà ricordata come la guerra dell'oppio.

LA BATTAGLIA DELL’OPPIO

"Senza vento e senza neppure la marea favorevole, queste navi scivolano via contro corrente e sono capaci di raggiungere velocità fantastiche". Stupefatti, così i funzionari cinesi descrissero le navi da guerra inglesi. La superiorità dell'armata di Lord Palmerston era schiacciante. Non ci fu praticamente battaglia. La Cina dovette cedere e nel 1842 firmò il trattato di Nanchino. Fu il primo di una serie di "trattati ineguali" che miravano ad una colonizzazione indiretta dell'Impero del drago, con un crescente controllo economico da parte delle potenze europee.

Il trattato stabilì l'apertura al commercio di quattro porti cinesi, il pagamento di una indennità di guerra da parte della Cina, un'amnistia ai complici cinesi del traffico della droga e la decisione che le tariffe doganali cinesi non avrebbero potuto superare il 5 per cento del valore delle merci importate. Ma soprattutto sancì il passaggio di Hong Kong, dal quale si controllava l'accesso al porto di Canton, agli inglesi.

Con dei trattati successivi (le Convenzioni di Pechino del 1860 e 1898) passarono alla Gran Bretagna per 99 anni alcune isole vicine e la penisola di Kowloon ("i nove draghi"). Ebbe inizio il grande sviluppo di quell'insignificante isola abitata da sparuti pescatori. I primi anni inglesi furono duri. Nel 1844 la malaria fece una strage. Poi l'isola divenne uno degli obiettivi prediletti dai pirati. Gli inglesi la difesero con la loro superiorità militare e ne fecero un centro strategico per il commercio in tutto l'Estremo Oriente. Per anni però rimase semplicemente un centro di smistamento delle merci e un porto trafficato.

Dopo Pearl Harbour i giapponesi decisero di attaccare Honk Kong. Quell'isola era posta dal punto di vista militare in una posizione d'oro. Dopo violentissimi attacchi degli "Zero", i temibili caccia del Sol Levante, il giorno di Natale del 1941 il governatore dovette capitolare. Iniziò una dura occupazione giapponese che durò fino alla bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki.
Il 16 settembre del 1945 tornarono gli inglesi.

STRANO: RICCHI COL COMUNISMO

Paradossalmente, la grande svolta che comportò il vero boom di Hong Kong fu dato dall'avvento del comunismo. Quando nel 1949 la rivoluzione rossa di Mao Tze Dung si era compiuta, Hong Kong, anziché sentirsi minacciata, cominciò a godere di una floridezza senza precedenti. L'isola infatti era utile a tutti. Serviva infatti come porto franco e tramite per i commerci con la Cina, che era ufficialmente isolata dall'embargo. Era un rifugio per chi voleva evitare il terrore maoista.

Era la Berlino Ovest dell'Est, lo specchio dell'Occidente alle porte del regime comunista. La stessa Cina serviva a Hong Kong come riserva idrica. Insomma, erano indispensabili l'uno all'altra. E sull'importanza strategica e commerciale la "laguna odorosa" (traduzione dal cinese di Hong Kong) fece la sua fortuna e divenne quella città caotica, avveniristica, spettacolare e piena di contrasti che oggi conosciamo.

Hong Kong ha un prodotto di 158 miliardi di dollari l'anno. Nella città-porto dove migliaia di immigrati vivono ancora nelle loro povere imbarcazioni, attraccate, numerosissime, al molo, ci sono più Rolls-Royce pro capite che nel resto del mondo. E' una città votata ai soldi, alla finanza, al futuro, alla tecnologia. Ma è una città dove si rispettano le tradizioni. Domina l'arte del Feng Shui (Vento e Acqua). Qualunque nuova costruzione dev'essere orientata in modo da non sconvolgere l'armonia del Bene e del Male. Più che gli architetti contano i sacerdoti. In tutto questo lungo dopoguerra la Cina non reclamò mai Hong Kong, proprio per quel ruolo commerciale che essa svolgeva. Dietro le grandi dichiarazioni ideologiche dei leaders di Pechino, si nascondeva la volontà di tenere comunque aperta una porta con i commerci occidentali.
Ma non mancarono i contrasti. In modo particolare nel 1967 ci fu un'ondata di terrorismo comunista che colpì gravemente la città. Gli inglesi reagirono con una dura repressione, che scatenò le ire del governo di Pechino. Quando le Guardie Rosse invasero la sede della missione inglese di Pechino e gli inglesi decisero delle restrizioni per i diplomatici cinesi a Londra, si temette il peggio. Ma dopo giorni di grande tensione, i rapporti tra i due Paesi tornarono normali.

LE INCOGNITE DEL FUTURO

Il 19 dicembre 1984 Margareth Thatcher firmò con Deng Xiao Ping l'accordo per la restituzione alla Cina di Hong Kong (accordo entrato in vigore il 1 luglio 1997). Con quella firma si segnò la fine della storia di Hong Kong come colonia. La decisione non ha mancato di scatenare polemiche. La Cina ha promesso di concedere un'amministrazione particolare, in modo da garantire il quadro socio-economico dell'isola. Ma gli interrogativi sono tanti. E' finito il benessere della laguna odorosa? Il lento processo democratico, avviato tardivamente dagli inglesi, verrà bloccato? Che ne sarà di quei cinesi che non temono l'annessione e che non posseggono un passaporto britannico, non ultimi i contestatori di piazza Tienanmen?

Contro i timori di una Hong Kong comunista veglieranno gli Stati Uniti. A Washington l'hanno promesso: se la Cina userà la mano pesante con Hong Kong, perderà lo status di Paese favorito nel commercio. E a Pechino certi conti hanno dimostrato di saperli fare.

di Paolo Avanti

Ringrazio per l'articolo
FRANCO GIANOLA,
direttore di


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