SCHEDA

CALANO I BARBARI (2)


Caduto l'impero romano, i guerrieri del Nord, avidi di terre fertili e città fiorenti invadono l'Italia. Uno dei primi saccheggi travolge una città tipica della romanità

CALANO I BARBARI
SULLA RICCA AQUILEIA
E SPOGLIANO LA BASILICA
DEI SUOI TESORI

 

di ELENA BELLOMO

Era la primavera del 568, quando il re longobardo Alboino alla testa del proprio popolo abbandonò la Pannonia (le odierne Ungheria e Slovenia), deciso a recarsi in Italia. "Quando dunque re Alboino" racconta il cronista Paolo Diacono "giunse ai confini dell'Italia con tutto il suo esercito e con una moltitudine di popolo promiscuo, ascese un monte che si innalza in quei luoghi e di lì contemplò quella parte d'Italia fin dove poté spingere lo sguardo." Come Mosè, dunque, anche il sovrano longobardo si era fermato a rimirare la propria terra promessa, che si estendeva rigogliosa ai suoi piedi. I Longobardi non erano i primi barbari a fare il proprio ingresso in Italia. Prima di loro visigoti, unni, ostrogoti ed altri avevano valicato le Alpi, violando i confini della culla dell'impero.

Una tacita rassegnazione permeava ormai l'atteggiamento dei latini, sfiancati da un ventennio di guerra combattuta tra bizantini e ostrogoti per il possesso della Penisola. Le prove, però, non erano finite. Nuovi barbari calavano dal Nord, forse ancora più spaventosi dei precedenti con quelle lunghe barbe incolte, forse ancora più rozzi perché per nulla avvezzi a trattare con i romani e profondamente legati alla proprie tradizioni nazionali. Avendo ancora negli occhi le distruzioni provocate da Attila e negli orecchi i racconti delle sue violenze e dei suoi saccheggi, Paolino, patriarca di Aquileia, avrebbe quindi raccolto le reliquie e il tesoro della propria chiesa per fuggire nell'isola di Grado.

Seguiamo quindi i suoi passi affrettati lungo la strada romana che da Aquileia porta verso Sud, verso quella malsana laguna, che offrirà ai profughi il necessario asilo. Paolino abbandona la propria città, ma troppo pochi sono i tesori che egli può portare in salvo. Secoli di storia sotto l'egida romana hanno infatti reso Aquileia una delle città più fiorenti del nord Italia. Fondata nel 181 a. C., come ci racconta lo storico Tacito, Aquileia è sempre stata la porta orientale d'Italia, città di confine, aperta, per la sua stessa posizione, a ricchi traffici con l'Oriente dell'impero, ma anche esposta ai colpi di quei barbari che si affollano oltre il limes, ansiosi di spartire la grandezza di Roma. Nella zona, come attestano i rilievi archeologici, risiedevano già popolazioni di stirpe veneta ed Aquileia sarebbe divenuta nei loro confronti dispensatrice del progresso romano.

Base militare strategica nella conduzione delle campagne militari nell'Est, la città sarebbe cresciuta anche come preziosa intermediaria tra Oriente ed Occidente. Qui, ad esempio, affluiva dal Baltico l'ambra, che gli artigiani locali lavoravano poi con singolare maestria. Fornaci cuocevano ogni giorni vasellame, anfore e tegole, il corno e l'osso venivano finemente intagliati, il legno trasformato in agili imbarcazioni. Nel porto fluviale lungo il Natisone commercianti, navigatori e compratori si affollavano per ricevere le nuove merci in arrivo e preparare i carichi in partenza. Una banchina di oltre 400 metri di lunghezza, costruita con pesanti blocchi di pietra costeggiava la riva del fiume. Dotata di due livelli d'attracco per le diverse maree con rampe e scale, piloni d'ormeggio, essa si affacciava anche su una lunga teoria di magazzini, destinati alla raccolta delle merci. Nel III secolo, Aquileia non può non rimanere coinvolta dall'anarchia che dilaga nell'impero.

Il fianco di un altare ci mostra l'effigie della città in ginocchio davanti a Roma mentre implora la Città Eterna di soccorrerla. Nel 238, infatti, essa è assediata dall'imperatore Massimino il Trace, nemico pubblico del senato. Sconfitto Massimino, sarà però Aquileia a prendersi la meritata, anche se breve, rivincita con la salita al trono imperiale dell'aquileiese Quintilio, che tuttavia manterrà il potere per un solo mese (270). Divenuta, con riforma dell'imperatore Diocleziano, capitale della circoscrizione della Venetia et Istria, Aquileia aprirà le proprie porte anche al Cristianesimo.

Secondo la tradizione sarà Ermagora, discepolo dell'evangelista Marco, a predicarvi per primo. Il vescovo Teodoro agli inizi del IV secolo vi farà poi costruire diversi edifici adibiti al culto. Tra di essi spicca la Basilica, edificata in una zona periferica della città, nei pressi del porto fluviale. Costituita da due aule affiancate, essa serba ancora le originarie decorazioni musive pavimentali, che si ispirano al sacramento del Battesimo ed alla visione del Paradiso. L'edificio che Paolino si apprestava ad abbandonare era però differente da quello che oggi possiamo ammirare, frutto di rifacimenti più tardi, ma questi mosaici c'erano anche allora.

Forse, prima di partire, Paolino li avrà lentamente misurati con i propri passi, rattristato dall'impossibilità di salvare questo tesoro. Forse avrà osservato ancora una volta con curiosità quei visi un po' severi, che ritraggono i donatori, che hanno finanziato questa opera. Calcando le decorazioni, tra cui ve ne è anche una che raffigura l'episodio biblico di Giona, egli avrà forse pensato a quelle acque che si apprestava a traversare, sperando che proteggessero lui e la sua gente dai barbari. Allontanandosi verso Sud, Paolino volta le spalle agli edifici dove tante volte ha officiato ed al porto che sorge dietro di essi. I suoi moli si stanno velocemente interrando, sabbia e detriti vi affluiscono al posto delle ricche merci di un tempo. In lontananza il patriarca riconosce le costruzioni del Foro con i loro portici e poco più in là il circo, le terme, splendidamente intarsiate di marmi, e l'anfiteatro che erano stati animati luoghi della vita aquileiese. I fuggitivi abbassano lo sguardo commossi ed affrettano il passo. Sulla strada si imbattono in qualche sepolcreto romano. Monumenti funerari e sepolcri gentilizi si affacciano sulla via come per rammentare ai passanti la caducità della vita umana. Giunti alla laguna i fuggiaschi proseguono il proprio viaggio chi per mare, chi, più faticosamente, per terra. Una strada romana unisce infatti i pochi, solidi lembi di terraferma della laguna fino a Grado. Oggi le ricerche archeologiche ne hanno in parte rintracciato i percorso. La moderna strada sopraelevata che attraversa la laguna ripercorre quindi quasi gli stessi passi di Paolino e dei suoi in fuga davanti ai Longobardi.

In lontananza essi forse riescono già a distinguere Grado ed il suo castello. La salvezza appare sempre più vicina anche se non si può fare a meno di volgere lo sguardo indietro verso i luoghi e la vita che si sono abbandonati. Grado è comunque come una seconda patria. Da sempre è legata ad Aquileia ed è soprattutto nell'età tardo-antica che ne è divenuta il principale sbocco sul mare. Aquileia, soffocata dall'interramento del suo porto, trova infatti in canali artificiali nuove strade verso il mare su cui Grado si affaccia. Lo stesso nome della città ne incarna la vocazione di importante approdo marittimo.

L'arrivo di Paolino suggella così per questa città un periodo di crescita e rinnovamento. Il suo porto è sempre più frequentato e, dopo la venuta del patriarca, Grado può a ragione essere chiamata Nova Aquileia. Le reliquie ed i tesori portati dalla terraferma saranno venerati nella chiesa di S. Eufemia, anch'essa impreziosita da splendidi mosaici policromi, i quali, come ad Aquileia, non mancano di riprodurre l'incessante moto delle onde.

La laguna e le mura del castello, i cui contrafforti sono ancora riconoscibili in Piazza Grande, proteggeranno la popolazione dai Longobardi. Sulla terraferma, intanto, la vita, malgrado l'arrivo dei Longobardi, proseguiva. Anzi, Aquileia avrebbe avuto un nuovo patriarca longobardo in concorrenza con quello di Grado. Proprio per legittimare questo loro presule, i barbari si sarebbero spinti fino alla laguna e l'avrebbero superata, percorrendo quella stessa strada, che aveva condotto Paolino e i suoi alla salvezza.

Narra ancora Paolo Diacono: "Morto Agone, fu fatto duca Lupo (662). Questi, per una strada che in antico era stata costruita attraverso il mare, entrò con la cavalleria nell'isola di Grado, che non è lontana da Aquileia; mise a sacco la città, recuperò e portò via di lì i tesori di Aquileia." Amaramente, quindi, i romani avevano sperimentato come nessun rifugio fosse abbastanza sicuro dinanzi ai barbari, ma mentre i discendenti dei primi fuggiaschi continuavano la propria esistenza sull'isola, Aquileia, per lungo tempo ridotta a "speco di villici, tugurio di pezzenti", sarebbe risorta a nuova bellezza.

Pochi fra i turisti che oggi si aggirano tra i reperti del Parco Archeologico o osservano gli oggetti, conservati nelle teche del Museo civico o di quello di Monastero, sono consapevoli di come all'arrivo dei Longobardi Aquileia abbia rischiato di cessare di esistere. Lo splendore della Basilica, ricostruita durante il Medioevo, parla loro di una continuità malgrado i cambiamenti storici e morfologici. In realtà è stato il prestigio del proprio passato a salvare questa città, abbandonata persino dal proprio presule. Davanti ad esso anche i Longobardi si sono inchinati e ne hanno fatto uno dei cardini del proprio potere.

di ELENA BELLOMO

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

vedi anche una pagina su Attila, di Chautebriand > > 


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