SCHEDA

'900 - LE CANZONETTE


La storia del Novecento italiano raccontata dalle canzonette (2)

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ARRIVA LA DEMOCRAZIA
E NEL 1951 CI REGALA
IL FESTIVAL DI SANREMO

Negli anni Trenta il successo dello swing che il fascismo definisce
"barbara antimusica negra". Dopo vent'anni riprende la "libertà di nota"

 

di IGOR PRINCIPE

Il precedente articolo si è chiuso con il tricolore che garrisce in Abissinia, mosso da venti di guerra ogni giorno più intensi, che in seguito - dal 1936 al 1939 - spirano in Spagna. 
Ad ogni modo, mentre si approssimano il tuonare di cannoni e il rombo dei bombardieri, la canzone italiana vive uno dei suoi migliori periodi, ricchissimo di nuovi brani. Complice di tanto proliferare è la tacita sfida che si è accesa tra due filoni, quello della canzone "all'italiana" e quello della canzone "moderna". Il primo domina agli inizi degli anni Trenta, quando impazzano motivi quali Tango della gelosia, Capinera, Spazzacamin: canzoni rimaste nella storia, splendidi esempi delle doti melodiche dei musicisti italiani. Tuttavia - come già abbiamo detto nel precedente articolo - il vento dello swing che soffia dagli States è irresistibile, e verso la fine del decennio si impongono artisti che fondono con maestria i canoni musicali americani con la tradizione melodica italiana.

Il primo grande nome è quello di Natalino Otto (che in realtà si chiamava Natale Codognotto), legato a successi quali Polvere di stelle, Mister Paganini, Ho un sassolino nella scarpa. Tenacemente ostacolato dal regime, che vieta le trasmissioni radiofoniche della sua "barbara antimusica negra", Otto si impone comunque attraverso i dischi, grazie ai quali riesce - oltre che a far ballare migliaia di persone - ad attenuare la ritrosia istituzionale per lo swing e ad aprire un varco musicale nel quale si inseriscono altri due importanti esponenti di quel periodo, Arturo Rabagliati e il Trio Lescano. Il primo, dopo una sfortunata esperienza come attore negli Usa, diventa una star indiscussa cantando Mattinata fiorentina e Ba-ba-baciami piccina, tanto che dal 1941 la radio ospita ogni Lunedì sera una sua trasmissione: "Canta Rabagliati".

Il Trio Lescano, invece, si pone anche come fenomeno di costume. Formato da sorelle olandesi (Caterinetta, Giuditta e Sandra Leschan), si afferma grazie a una serie di successi che vanno da Tornerai a Ma le gambe a Tulipan. Ma i brani che identificano il Trio sono Signorina Grandi Firme e Maramao... perchè sei morto?. Quest'ultimo è una tipica espressione delle cosiddette "canzoni della fronda", ironiche nei confronti del fascismo e utilizzate per burlarsene. Composta pochi mesi dopo la morte di Costanzo Ciano, ha un ritornello - celeberrimo - che così recita: "Maramao perché sei morto? / pane e vin non ti mancava / l'insalata era nell'orto / e una casa avevi tu". Un gruppo di studenti particolarmente goliardici, sfruttandone il testo, si produce in uno scherzo ai danni del defunto: nottetempo, in quel di Livorno, appone sul basamento di una statua da erigersi in memoria di Ciano una lapide con l'incipit della canzone.

Signorina Grandi Firme
è invece il manifesto di quello che viene chiamato "Stile Novecento". Manifesto sì, ma suo malgrado: il brano parla di "... un tipino originale, seducente, ammaliator", e spiega che "questo tipo di ragazza / tu la vedi in ogni piazza / nei ritrovi e nei caffè / Portano i vestiti più aderenti / voglion far le seducenti / e lo stile un poco c'è / Ma questa gran mania / è davvero una follia / chi lo sa se questa donna esisterà". In effetti, il modello femminile tratteggiato nella canzone è l'opposto dell'immagine delle sorelle Leschan, minute e gracili, tutte grandi occhi e poche gambe. Pure, lo stile criticato dal Trio ne diventa parte essenziale: da allora, tutte le canzoni ritmate, sinuose e piene di vita diventano le canzoni dello "Stile Novecento".

Dal 10 giugno del 1940 l'Italia ha un'occupazione su tutte: far la guerra. Tuttavia, non si ripete quel che accadde durante il primo conflitto mondiale, quando - come abbiamo visto - lo slogan "Canta che ti passa!" serpeggia nelle trincee e tiene alto il morale dei soldati. Il secondo conflitto mondiale è meno intriso di patriottismo del primo, e pochi sono i brani che se ne imbevono: ricordiamo Vincere!, La canzone dei sommergibili (condita di espressioni dannunziane tipo "sonante mar", "Monna Morte", e "luce mattinal") e soprattutto La sagra di Giarabub (1941), che narra della resistenza di un manipolo di soldati italiani all'avanzata delle truppe inglesi in Libia, nel dicembre del 1940. Riparati in nell'oasi di Giarabub, gli italiani vivono in condizioni disperate: hanno poca acqua, non hanno pane e nemmeno piombo per il moschetto. Ciononostante, rallentano di due mesi l'avanzata britannica in Cirenaica.

L'episodio è commovente, e i versi della canzone lo rendono memorabile: "Colonnello non voglio pane / dammi piombo pel mio moschetto / c'è la terra del mio sacchetto / che per oggi mi basterà". Accanto all'indiscutibile amore per la causa, dai versi emerge però un sottile velo di malinconia, che - scrive Gianni Borgna nella sua Storia della canzone italiana - "...è ormai il denominatore comune delle canzoni legate alla guerra, anche quelle intese a esaltarne gli aspetti eroici". E' il caso di Caro papà (1941): "Caro papà / ti scrivo e la mia mano / quasi mi trema, lo comprendi tu? / Son tanti giorni che mi sei lontano / e dove vivi non lo dici più! / Le lacrime che bagnano il mio viso / son lacrime d'orgoglio, credi a me / ti vedo che dischiudi il bel sorriso / e il tuo balilla stringi in braccio a te".

Ed è il caso della celeberrima Lili Marlene (vedi ), la canzone dei soldati tedeschi, cantata nella traduzione italiana da Lina Termini. Insomma, avanza inesorabile il senso della tragedia, e si tenta di arginarlo con canzoni che non diano troppo da pensare: imperversano quindi L'uccellino della radio, Tu musica divina, Quando la radio, La famiglia Brambilla. E c'è sempre chi non rinuncia alla "fronda": Pippo non lo sa (1940), in cui si allude ad Achille Starace, che "quando passa ride tutta la città"; ancora più velenosa è Il tamburo della banda d'Affori (è il 1943): si racconta, appunto, di un tamburo "...che comanda 550 pifferi", quanti sono i consiglieri della Camera dei fasci e delle corporazioni. E' facile intuire chi esso sia. Gli eventi precipitano: il 25 luglio del 1943 cade il regime fascista e l'8 settembre si firma l'armistizio di Cassibile.

In Italia scoppia una guerra civile, che contrappone alleati e partigiani a coloro che decidono di rimanere al fianco del Duce e della Germania. Il tempo per cercare un po' di serenità è monopolizzato dallo swing originale, che sbarca nel nostro Paese con le truppe americane e che è rappresentato soprattutto dall'orchestra che segue i soldati, quella di Glenn Miller. Ma altri canti risuonano nella penisola, in particolare nelle zone di combattimento: sono quelli dei partigiani, tra i quali emerge il simbolo dell'Italia liberata, Bella ciao, che nelle sue parole non dà spazio a chiari riferimenti politici (come accade invece in Fischia il vento, composta sull'aria di una canzone russa) ma che unisce sotto una sola bandiera il desiderio di liberarsi dall'oppressore: "E se io muoio da partigiano / tu mi devi seppellir / Seppellire lassù in montagna / sotto l'ombra di un bel fior / E le genti che passeranno / e diranno o che bel fior / E' questo il fiore del partigiano / morto per la libertà".

Al termine della guerra l'Italia è interamente da ricostruire, e il primo atto di una rinascita che si rivelerà faticosa ma imponente è il referendum costituzionale. Il 2 giugno 1946 tutti gli italiani aventi diritto al voto - e per la prima volta anche le donne - sono chiamati alle urne per decidere il volto da dare alla nazione: monarchia o repubblica. Vince la seconda (12,2 milioni di voti contro 10,3). Dalle urne escono anche i nomi dei membri dell'assemblea costituente, che nel dicembre del '47 partorisce la nuova Costituzione repubblicana, in vigore dal 1° gennaio '48. Si vive un periodo di fermento politico, che tocca l'apice con le elezioni del 18 aprile dello stesso anno; ansiosi di tornare a votare democraticamente, gli italiani non si risparmiano e si tuffano in una campagna elettorale tra le più infuocate che la storia ricordi.

Al momento del voto, il 92% di chi ne ha diritto si presenta ai seggi. La Democrazia Cristiana, guidata da Alcide De Gasperi, conquista il 48,5%, contro il 31 del Fronte popolare, ma ciò non basta a placare gli animi. L'attrito tra i due blocchi rimane intenso, e si impenna il 14 luglio, quando lo studente Antonio Pallante esplode tre colpi di rivoltella contro il segretario del Pci, Palmiro Togliatti. E' il momento di massima tensione, durante il quale si sfiora l'insurrezione armata della sinistra (in seguito, si è spesso sostenuto che l'elemento determinante nel calmare le acque sia stata la vittoria del ciclista Gino Bartali in una difficile tappa del Tour de France, proprio quel 14 luglio). Insomma, il dopoguerra sembra cominciare con un entusiasmo che, considerata la realtà, fatta di interi paesi da portare a nuova vita, sembra ingiustificato. E infatti la malinconia non scompare, soprattutto dai versi delle canzoni, come sempre testimoni diretti dell'umore del popolo. E' del 1945 uno dei maggiori successi nella storia della musica leggera italiana, In cerca di te, cantata da Nella Colombo. Nelle sue nelle parole - sempre a giudizio di Gianni Borgna - vi "è la sintesi della condizione umana nella quale vivevano tanti italiani di allora": "Solo me ne vo per la città / passo tra la folla che non sa / che non vede il mio dolore / cercando te / sognando te / che più non ho / Ogni viso guardo... non sei tu / ogni voce ascolto... non sei tu / dove sei perduto amore? / Ti rivedrò, ti troverò, ti seguirò". I primi segni di effettiva rinascita si manifestano agli inizi degli anni '50, grazie all'idea di un piccolo gruppo di impresari, i quali - nell'intento di rilanciare il turismo, il Casinò e l'industria floricola della città di Sanremo - si inventano un Festival della canzone italiana.

Il 29 gennaio del 1951, alle 22.00, la Radio manda in onda la prima edizione di una rassegna che diventerà - e lo è, suo malgrado, tuttora - l'appuntamento musicale più importante nel Paese. Vince Grazie dei fior, romanticissimo brano cantato da Nilla Pizzi, la "regina della canzone italiana". Costei si ripete anche l'anno successivo, presentando un motivo destinato a fama grandissima. E' Vola, colomba..., nella quale è esplicito il richiamo alla questione irrisolta del destino di Trieste, dimenticata dagli accordi internazionali seguiti alla guerra. Inutile aggiungere che il tono è decisamente patriottistico, in particolar modo nella seconda strofa: "Fummo felici, uniti... e ci han divisi... / Ci sorrideva il sole, il cielo, il mar... / noi lasciavamo il cantiere / lieti del nostro lavoro / e il "Campanon ... din... don... ci faceva il coro" (il "Campanon" cui allude il testo è quello della chiesa triestina di San Giusto). Vola, colomba... è il primo anello di una catena di canzoni esplicitamente politiche che caratterizzano gli anni '50; il Festival, poi, è il luogo prediletto per presentarle: nel 1953 conquistano ottime posizioni Campanaro - sul tema dell'emigrazione - e Vecchio scarpone - inno nostalgico della guerra come giovinezza perduta -. Brani satirici sono invece Papaveri e papere (1952) e Casetta in Canadà (1957). 

Nel primo - altro successo di Nilla Pizzi - vengono presi di mira i notabili democristiani, cioè i "papaveri" ("Lo sai che i papaveri / son alti, alti, alti, / sei nata Paperina / che cosa ci vuoi far?"); il brano viene accolto trionfalmente dal pubblico, che nell'altezza di quei fiori indovina il potere di cui godono gli esponenti della Dc e del quale fanno un cattivo uso (confermato dalla legge "truffa" proposta nel '53 e dal caso Montesi). Tuttavia, un'attenta lettura del testo rivela la rassegnazione con la quale venivano accettati episodi di malcostume politico ("che cosa ci vuoi far?") e, non meno velata dal riferimento alla "Paperina", la subordinazione nella quale viveva la donna a quei tempi. Altrettanta rassegnazione trapela da Casetta in Canadà, in cui si narra di un tal Martino che: "Aveva una casetta piccolina in Canadà / con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà / e tutte le ragazze che passavano di là / dicevano "Che bella la casetta in Canadà""; Pinco Panco, suo nemico, gliela incendia, ma Martino non si dà per vinto e imperterrito la ricostruisce, e così fa tutte le volte in cui il terribile Pinco Panco mette mano ai fiammiferi. In questa storia, è evidente l'elogio dei principi dominanti dell'epoca della ricostruzione: lavorare sodo per raggiungere l'ideale della società piccolo-borghese - la casetta, la mogliettina, l'automobile, il posto sicuro -, e tollerare ogni sopruso pur di guadagnare l'agognata serenità. Il lavoro sodo, comunque, paga, e l'Italia entra negli anni '60 con una buona dose di benessere. Gli elettrodomestici (tra i quali regna la televisione) sono sempre più alla portata di tutti, così come l'automobile e la possibilità di trascorrere le ferie al mare. E proprio a quanto accade sulle spiagge si riferisce la maggior produzione musicale di quegli anni, mai "leggera" come allora.

Il processo di svecchiamento della canzone comincia nel 1958, con il trionfo - sempre a Sanremo - di Nel blu dipinto di blu, cantata da Domenico Modugno e Johnny Dorelli. Il brano meriterebbe un articolo a parte: noi ci limitiamo a dire che la fortunata commistione tra una musica del tutto nuova, nella metrica e nello "swing", e un testo che racconta di un bellissimo sogno fanno sì che essa diventi, con 'O sole mio, la canzone italiana più conosciuta nel mondo. Sulla sua scorta, quindi, gli autori abbandonano temi sarcastici o politici e si concentrano sulla leggerezza, in particolare sulle storie d'amore. Gli anni Sessanta abbondano di canzoni estive, e ricordarle tutte è impossibile: è sufficiente un accenno a Pinne fucile ed occhiali, Abbronzatissima, Tintarella di luna, Legata ad un granello di sabbia.

La vera regina, però, è Sapore di sale (1963), di Gino Paoli. Questi è tutt'altro che un cantante "da spiaggia": appartiene infatti al gruppo dei cantautori (cioè di coloro che di un brano scrivono tutto, testo e musica). Genovese d'adozione, vive in un ambiente molto ricettivo a quanto proviene dalla Francia, dove predominano gli chansonnier (Brassens, Brèl, Ferré, Gainsbourg). I cantautori - tra i quali vi sono i genovesi Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, i milanesi Giorgio Gaber e Enzo Jannacci - non occupano la ribalta come i fanno i cantanti più in voga (Gianni Morandi, Rita Pavone, Adriano Celentano e il suo Clan), e le loro canzoni vengono ascoltate da un pubblico che comincia a distinguere tra testi impegnati e meno impegnati, preferendo ovviamente i primi. E' infatti negli anni Sessanta che nasce quella distinzione - fino a poco tempo fa ritenuta fondamentale - tra canzone d'autore e canzone commerciale.

Una distinzione di comodo, e invero mistificatoria. Basti pensare all'enorme successo dei brani di Paoli (Sapore di sale, Il cielo in una stanza, Sassi, Senza fine) o di Lauzi (Ritornerai, Il poeta), i cui testi sono indiscutibilmente poetici; e basti pensare che anche macchine da sicuro successo commerciale quali Adriano Celentano si sono cimentati in canzoni di denuncia o quantomeno utopiche. Nella celebre Il ragazzo della via Gluck (1966), il "molleggiato" canta di un ragazzo che lascia la casa paterna per andare a realizzarsi in città. Anni dopo, però, "torna e non trova / gli amici che aveva / solo case su case / catrame e cemento": il prezzo dell'industrializzazione. Sempre nello stesso anno, Celentano sogna un Mondo in Mi7: "E se noi, tutti insieme / in un clan ci uniremo / cambierà questo mondo / se noi daremo una mano a chi ha più bisogno / ci sarà solo amore...".

C'è un dato, infatti, che non va dimenticato: sotto la comoda coperta di chi canta la spensieratezza dell'amore - estivo o meno - covano i germi della rivolta. Prima che essa deflagri, dal '68 poi, c'è chi comincia a porsi determinate domande. Luigi Tenco canta Cara maestra (1962): "Cara maestra / un giorno mi insegnavi / che a questo mondo noi / noi siamo tutti uguali / Ma quando entrava in classe il direttore / tu ci facevi alzare tutti in piedi / e quando entrava in classe il bidello / ci permettevi di restar seduti". Questi è Sergio Endrigo ne Il treno che viene dal Sud (1967): "Dal treno che viene dal Sud / discendono uomini cupi / che hanno in tasca la speranza / ma in cuore sentono che / questa nuova, questa bella società / non si farà, non si farà".

De Andrè, nel '63, racconta La Guerra di Piero: "Lungo le sponde del mio torrente / voglio che scendano i lucci argentati / non più i cadaveri dei soldati / portati in braccio dalla corrente". A un certo punto, quindi, la coperta non basta più: lo abbiamo già visto con Celentano, ma il fenomeno è decisivo con Gianni Morandi, campione dei vari Cantagiro e Canzonissima, cioè del regno della canzone disimpegnata.

Nel 1966 dai juke-box si diffonde una sua canzone che recita: "C'era un ragazzo / che come me / amava i Beatles e i Rolling Stones / girava il mondo / ma poi finì / a far la guerra nel Vietnam". E' il segno che la protesta sta dilagando. La turbolenza degli anni '70 diventa, sul piano musicale, confusione. L'invasione di artisti stranieri - cominciata gradualmente a metà dei Sessanta - continua inesorabile: Jimi Hendrix, Rolling Stones, Led Zeppelin, Joe Cocker, Eric Clapton "colonizzano" gli scaffali dei dischi dei ragazzi italiani, soprattutto grazie alla profonda eco suscitata dai "tre giorni di pace, amore e musica" in quel di Woodstock. Accanto a loro, si fanno strada nuovi cantautori. Si chiamano Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Roberto Vecchioni, Edoardo Bennato, Lucio Dalla. Parallelamente, si consolida il successo di De André e di Francesco Guccini (autore di "manifesti" quali Dio è morto e Auschwitz, portati al successo nel 1966 dai Nomadi e dall'Equipe 84).

I nuovi cantautori, però, scendono dalla tigre della protesta. De Gregori tradisce nei suoi testi una spiccata vocazione letteraria e sembra disinteressarsi della politica (ciò gli costa, nel '77, un "processo per direttissima" da parte di facinorosi che interrompono un suo concerto a Milano per contestare violentemente il suo disimpegno); la stessa cosa fa Vecchioni. Antonello Venditti mostra una particolare attenzione per problemi quali la droga (Lilli, 1975) o la condizione della classe operaia (Il treno delle 7: "Tra le fabbriche bruciate / passa il treno delle 7 / con le facce disegnate / dal cammino del dolore..."); in seguito, però, concentra gran parte della sua produzione su scampoli di vita quotidiana, in cui canta la Notte prima degli esami, la Buona Domenica o la bellezza di Roma capoccia. Insomma: chi va nei cortei non intona i brani di chi abbiamo appena citato, ma continua a cantare il grande successo di Paolo Pietrangeli, Contessa, datata 1966 ("Compagni, dai campi e dalle officine / prendete la falce, portate il martello / scendete giù in piazza, picchiate con quello / scendete giù in piazza, affossate il sistema"). E così accade che gli anni più caldi della storia della Repubblica siano ricordati - sotto i profilo musicale - come quelli di Lucio Battisti, di Mina e di Claudio Baglioni, che con la protesta non hanno nulla da spartire, ma che hanno ritratto con grande fedeltà momenti di vita quotidiana.

Ne sono un chiaro esempio E tu, di Baglioni, in cui si raccontano romantici tramonti al mare, sempre più frequenti tra i ragazzi ("Accoccolati ad ascoltare il mare / quanto tempo siamo stati / senza fiatare... / seguire il tuo profilo con un dito / mentre il vento accarezzava piano / il tuo vestito"); e la splendida I giardini di Marzo, di Battisti, che ricorda di quando "...all'uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri", immagine strettamente legata a quell'epoca. Gli anni Settanta si chiudono con due terribili episodi: l'uccisione di Aldo Moro, nel 1978, e la strage di Bologna, nell'80. Nonostante la gravità dei fatti, ne si avverte il canto del cigno del terrorismo, che spinge a guardare al futuro con un minimo di serenità. Ed è proprio un minimo: sempre nel 1980 si canta una canzone che è destinata a un grandissimo successo, L'anno che verrà. L'autore è Lucio Dalla, che interpreta alla lettera la voglia di normalità e al contempo lo scetticismo che domina il passaggio tra i due decenni: "Ma la televisione / ha detto che il nuovo anno / porterà una trasformazione / e tutti quanti stiamo già aspettando / ci sarà da mangiare / e luce tutto il giorno / ogni Cristo scenderà dalla Croce / anche gli uccelli faranno ritorno / (...) / L'anno che sta arrivando / tra un anno passerà / io mi sto preparando / è questa la novità". 

Fortunatamente, lo scetticismo soccombe e lascia spazio a un epoca decisamente spensierata, ma altrettanto frivola. Gli anni '80 sono quelli della "Milano da bere": il capoluogo della Lombardia diventa il centro della vita mondana, del costume e anche della politica italiana, essendo la roccaforte del Psi, il cui segretario - Bettino Craxi - è capo del governo. La musica, come sempre, è specchio dei tempi: e infatti, trionfano dance e pop, i cui alfieri sono sempre più fenomeni di immagine e sempre meno musicisti.

Impazzano i Duran Duran, gli Wham!, gli Spandau Ballet, Michael Jackson, Madonna, tutti legati da un minimo comun denominatore: il videoclip, cioè un breve filmato che dura quanto la canzone, e che prende sempre maggior spazio nelle tv italiane (in particolare in quelle commerciali). L'elettronica domina gli studi di registrazione, dove ogni minimo suono viene "sintetizzato" (cioè riprodotto da strumenti digitali) e dove gli strumenti vengono usati non tanto da musicisti, quanto da periti elettronici. Insomma, è il trionfo dell'effimero e al contempo è uno dei periodi più bui per la canzone italiana, incapace di esprimere lo spirito di quegli anni e assolutamente sottomessa - anche quando è di qualità - a stranieri sconosciuti ma di indubbia presenza televisiva. Per il risveglio dei cantautori italiani bisogna attendere gli anni '90, con le loro incertezze e i loro scandali. Nell'89 viene abbattuto il muro di Berlino, ed Edoardo Bennato - un tempo vicino alla sinistra - si lancia in una tagliente autocritica: "Tutto sbagliato, baby / tutto sbagliato, darling / tu lo hai saputo sempre / ma non l'hai detto mai". 

Nel '92 scoppia il bubbone di Tangentopoli ("Dividono la torta ma la torta siamo noi", cantano i Quartiere Latino), che in breve tempo decapita la Prima Repubblica e apre le porte alla Seconda, ancora tutta da scrivere. La confusione dei tempi che stiamo vivendo ha portato molti cantanti a ripiegare sul versante intimista, accentuando la tendenza affermatasi nei '70 con Baglioni, Mina e Battisti. Sono nati nuovi artisti, e l'Italia ha ricominciato a esportare musica all'estero, dove si acclama Bocelli, Zucchero, Eros Ramazzotti, Laura Pausini; le classifiche sono dominate da musicisti di casa nostra. Tuttavia, la capacità di guardare alla storia e di raccontarla con le canzoni sembra caduta nel dimenticatoio. C'è chi lo fa: Jovannotti, che in Si va via (1994) parla delle stragi del sabato sera viste con l'occhio del dj; Battiato, che in Povera patria (1995) denuncia il malgoverno che regna nel Paese; Giorgio Faletti, cantante minore che però in una struggente Signor tenente (1994) evidenzia il dramma delle scorte dei magistrati antimafia. Ma si tratta di episodi isolati, e comunque segnati non tanto dalla storia quanto dalla cronaca, vera protagonista dei nostri giorni.

di IGOR PRINCIPE

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Storia della canzone italiana, di Gianni Borgna - Editori Laterza;
La canzone italiana del Novecento, di Gianfranco Baldazzi - Newton Compton Editori
Dizionario della musica italiana - La canzone, di Augusto Pasquali - Newton Compton Editori
Solo me ne vò per la città, di Everardo Dalla Noce - Augusto Ferrara Editore
L'Italia del Novecento, di Indro Montanelli e Mario Cervi - Rizzoli
Storia contemporanea, di Rosario Villari - Editori Laterza
Questo Novecento, di Vittorio Foa - Einaudi

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente 
dal direttore di

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