Come vissero gli italiani nel fronte interno mentre infuriava il conflitto del 1915-1918


QUELLA TERRIBILE  GUERRA LAMPO
CHE DURO' TRE ANNI E MEZZO

Le sofferenze, le privazioni, gli sconvolgimenti di quarantuno mesi di battaglie vissuti dietro le linee. E che cambiarono profondamente l'assetto economico e sociale del Paese.

di ALESSANDRO FRIGERIO

Quando nelle radiose giornate del maggio 1915 l'Italia decise, dopo mercanteggiate trattative diplomatiche con i due schieramenti, di rinnegare la Triplice Alleanza e di schierarsi al fianco di Francia e Inghilterra, l'idea generale diffusa nell'opinione pubblica, e in gran parte degli ambienti di governo, era che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa. La stampa aveva anelato quasi all'unanimità al conflitto contro l'Austria-Ungheria, amplificando la voce di quel ristretto gruppo - ma assai rumoroso - di interventisti e nazionalisti che tanto peso ebbero nel condurre il nostro Paese nel primo conflitto mondiale. 

La guerra avrebbe comportato necessariamente un enorme sacrificio economico, come aveva insegnato la recente guerra di Libia, ma, si credeva, il sacrificio sarebbe stato di breve durata. Neanche i più pessimisti pensavano che a quasi un anno dall'uccisione dell'arciduca Ferdinando a Sarajevo il conflitto sarebbe durato ancora altri quarantuno mesi prima del collasso totale degli avversari. Ancora prima dell'ingresso ufficiale dell'Italia in guerra, lo stato di belligeranza tra gli Imperi centrali da una parte e le potenze occidentali e la Russia dall'altra aveva portato alcune spiacevoli conseguenze agli Italiani, che, forti della neutralità iniziale attuata dal nostro governo, pensavano di chiudere la guerra fuori dai confini, vivendola possibilmente solo attraverso le corrispondenze giornalistiche. 
I prezzi al dettaglio avevano subito una lievitazione, alcune merci iniziavano a scarseggiare e l'inflazione, naturalmente, aveva subito fin da subito un'impennata. Il governo italiano, posto di fronte a una situazione economica che si stava lentamente deteriorando, si mise ai ripari introducendo nell'agosto 1914 una legislazione di guerra di base: chiusura delle borse e divieto di esportazione delle merci necessarie all'approvvigionamento della popolazione, in particolare il frumento. Ma la penuria di materie prime e di generi alimentari di prima necessità - ancor più evidente in un paese che come l'Italia dipendeva in gran parte dalle importazioni dall'estero - si evidenziò progressivamente con il passare dei mesi. Le importazioni, infatti, giungevano prevalentemente con navi mercantili che ora, a causa della guerra sui mari, difficilmente riuscivano a svolgere tragitti regolari e continuati. In questi frangenti, anche la politica protezionistica venne abbandonata: i dazi sui cereali furono ridotti nell'ottobre del 1914, per essere poi definitivamente aboliti quattro mesi dopo.

"La guerra è la salvezza. La guerra è anche un pericolo, ma un nobile pericolo, che ci ha salvati, nell'atto stesso in cui la dichiarammo, dal pericolo assai più grave di veder naufragare prima il nostro onore e poi la nostra potenza fra gli scogli di un avvenire disastroso". Nobiltà, onore, potenza: le parole di Luigi Albertini, direttore del "Corriere della sera", scritte nel giugno 1915, appartenevano a quel gergo interventista che ora, a guerra dichiarata, sarebbe servito a infondere determinazione e entusiasmo in una popolazione largamente insensibile al richiamo guerresco. 

Ma nell'autunno del '15 apparve chiaro che il conflitto sarebbe stato lungo, logorante e di esito incerto. Per coprire le notizie degli orrori che si consumavano in prima linea giunse prontamente la censura, che insieme alla propaganda ufficiale e al patriottismo retorico di molta stampa, diede alla guerra italiana, molto seria, un aspetto fantasmagorico. Solo pochi quotidiani, tra cui "La Stampa", avevano rese note già durante i mesi della neutralità le loro perplessità per un intervento che sarebbe stato probabilmente lungo e costoso, sia sotto l'aspetto umano sia sotto quello economico. 

Ma ormai, ammoniva il "Corriere della Sera" nel dicembre 1915, "la guerra non è faccenda di un governo o di un partito... È il dovere di tutti... Siamo sulla cima del nostro Risorgimento; e se gli italiani non si fanno ora, non si faranno mai più". Ritornando alla censura, questa entrò in vigore immediatamente. Dal fronte, Cadorna, che non voleva giornalisti tra i piedi, mandava a Roma dei succinti bollettini ufficiali che secondo il suo intento dovevano proteggere il segreto militare. Invece, aumentavano l'ignoranza del Paese e l'indifferenza nei confronti della guerra. Così, questa sembrava ai più ancora lontana e appaltata solo all'esercito, facendo dimenticare che questo nuovo conflitto usciva dai canoni tradizionali, coinvolgendo non solo i militari, come nell'Ottocento, ma tutta la nazione. Insomma, dalla guerra parziale, breve e limitata, alla guerra integrale, totale, assoluta.

Gli entusiasmi del "maggio radioso" si erano ormai spenti e il paese stava scivolando nell'apatia. I prefetti, nei loro rapporti a Roma, non si stancavano di mettere in evidenza l'ostilità per la guerra che serpeggiava tra le masse contadine e in gran parte della popolazione urbana. L'Italia, che non era ancora una società di massa (aveva diritto di voto solo poco più del 23% della popolazione adulta), si trovò inserita in un ingranaggio che rischiava di schiacciarla ma che al tempo stesso rendeva il popolo protagonista della vita politica e sociale. La mobilitazione industriale, proclamata nel luglio 1915, a fine anno ancora non era giunta a pieno regime: le munizioni e le armi erano ancora scarse, così come gli indumenti per proteggere le truppe al fronte dai rigori invernali. Fu in questo periodo che videro la luce le prime iniziative civiche di soccorso messe in atto al fine di raccogliere indumenti per i nostri soldati. Palese dimostrazione, questa, dell'impreparazione e dell'approssimazione con cui la guerra era stata preparata dal nostro stato maggiore. La guerra ridimensionò anche tutte le attività sportive. Il 23 maggio, il giorno prima della dichiarazione, la federazione fece sospendere le ultime e decisive partite del campionato di calcio, che ancora era nella fase interregionale. Il Genoa era in testa alla classifica del girone più prestigioso, quello settentrionale, e solo alla fine del conflitto gli verrà assegnato il titolo, davanti a Torino e Inter. Le gare ciclistiche ebbero vita più facile. Al giro della Lombardia, corso a guerra iniziata e vinto da Belloni, parteciparono ben 120 concorrenti; un numero consistente se si pensa alle assenze degli atleti al fronte. 

Sul fronte interno il primo inverno di guerra trascorse senza gravi sussulti. Non era stata ancora introdotta una rigida politica economica e le privazioni per la popolazione (che in gran parte aveva già un tenore di vita molto basso) non erano pesanti. Le industrie italiane si erano quasi definitivamente convertite alla produzione bellica e lavoravano a pieno ritmo. La disoccupazione, che già allora era un male sociale molto sentito, venne facilmente eliminata dai richiami alle armi e dalla grande richiesta di mano d'opera per le fabbriche, l'agricoltura e i servizi pubblici. Anche le donne entrarono prepotentemente nelle attività industriali, con una grinta e una combattività da fare invidia agli uomini.

Alla fine di agosto del 1916 giunse la dichiarazione di guerra anche contro la Germania. La notizia diede luogo, a leggere le cronache dell'epoca, a manifestazioni entusiastiche in varie città. Scriveva "La Stampa": "La notizia diffusa a Roma... ha suscitato viva commozione... Molte nuove bandiere sono venute a unirsi a quelle che ancora sventolavano alle finestre e ai balconi per la vittoria di Gorizia e si sono improvvisate dimostrazioni... La folla radunata al canto degli inni patriottici e alle grida di Viva l'Italia! Abbasso la Germania! ha formato un corteo, che ha percorso le vie principali della città fra due fitte ali di popolo che si univa ai dimostranti". 

Ma non era tutto entusiasmo e patriottismo l'Italia di allora. Gravi conflitti stavano covando nel paese, mascherati sotto l'apparenza dello slancio guerresco. I consumi di guerra provocavano facili guadagni a ristrette cerchie di industriali, che, spesso giustamente, venivano definiti dal popolo con il nome di "pescicani". E questo non era l'unico motivo di divisione e di attrito.
C'era anche la contrapposizione tra l'operaio-imboscato e il fante-contadino. Gli operai, tra cui quei pochi specializzati, erano indispensabili al funzionamento delle fabbriche, cosicché erano esentati dal servizio militare. Mentre i contadini, in gran parte provenienti dalle regioni meridionali, e a cui poco o niente importava delle battaglie dell'Isonzo e delle terre irredente, venivano spediti in prima linea a tener alto l'onore della patria. Diceva giustamente alla Camera il deputato Ferri: "La guerra la fanno col loro sangue i contadini". Il salario reale nell'industria scese del 15% rispetto all'anteguerra, mentre il costo della vita aumentò del 34%. 

Tutto sommato però, gli operai riuscirono ad ottenere un trattamento economico discreto - circa 7 lire al giorno - se confrontato a quello del contadino o, addirittura, a quello dei soldati, che, ultima ruota del carro e rischiando la vita quotidianamente riuscivano a strappare 90 centesimi al giorno. Nell'ottobre 1916, visto il protrarsi del conflitto e l'enorme sacrificio di vite umane, si decise di arruolare anche coloro che in precedenza erano stati riformati. Ma oltre alle battaglie sul fronte, una partita altrettanto importante si stava giocando dietro le linee sul piano del mantenimento della quiete sociale, il famoso fronte interno la cui tenuta era altrettanto fondamentale di quello direttamente esposto al fuoco austroungarico.

Durante l'inverno 1916/17 problemi economici e di sussistenza alimentare fecero accrescere il malcontento, fino ad allora rimasto latente, tra le masse. I primi tumulti e le prime dimostrazioni fecero la loro comparsa nelle strade e nelle piazze di alcuni centri del nord. Del resto gli ultimi due governi succedutisi si erano provati, ma senza grande successo, ad adeguare la politica economica alle esigenze di guerra. Ma i pochi provvedimenti tributari messi in cantiere per aumentare le entrate furono introdotti sbrigativamente e applicati in modo limitato. L'istituzione di una imposta sui profitti di guerra, di alcuni nuovi monopoli e l'aumento delle aliquote delle imposte sui consumi e sugli affari non riuscirono ad arginare il deficit enorme dello stato. Le enormi spese di guerra venivano in gran parte finanziate nel modo più semplice, estendendo a dismisura il debito pubblico. Le frange interventiste più realiste, abbandonata la demagogia, in autunno giunsero a chiedere al governo una regolamentazione dei prezzi e una maggiore austerità economica. Ma l'appello non sortì grandi risultati. Tra un problema e l'altro giungevano sottobanco (Cadorna, infatti, proibiva ai soldati in licenza di raccontare gli stenti e gli orrori della guerra per non intaccare il morale del Paese) le notizie degli strenui assalti dei nostri fanti in prima linea. I lutti colpivano tutti, indistintamente, anche gli idoli dello sport: nel giugno 1916 morì sul Carso il capitano dell'Inter e mediano della nazionale Virgilio Fossati. Le poche gare sportive che ancora si disputavano erano riservate ai dilettanti; tra questi uno si mise in luce durante il giro del Veneto di quell'anno, vincendolo: era Ottavio Bottecchia. 

Il 1917 fu l'anno più difficile del conflitto per gli Italiani, sia sotto il profilo militare sia sotto quello della stabilità interna. La situazione economica subì, nei primi mesi dell'anno e fino all'estate, un ulteriore e decisivo degrado. La guerra sottomarina, entrata nella sua fase culminante (312.000 tonnellate di naviglio italiani distrutte), stava decimando i mercantili che portavano in Italia quasi tutto il necessario per sopravvivere e combattere, dai generi alimentari di prima necessità alle materie prime per l'industria.
Le importazioni di carbone scesero alla metà del periodo prebellico e in giugno vari paesi della Calabria restarono senza pane per una settimana. Così, le privazioni portarono all'esasperazione il malcontento delle masse popolari, stanche della guerra ma anche stanche delle pesanti giornate lavorative (fino a 16 ore giornaliere). Manifestazioni e tumulti furono il naturale sfogo a questa situazione. Tra il 1° di dicembre 1916 e il 15 aprile 1917 la direzione generale della pubblica sicurezza calcolò che vi furono circa 500 scioperi. E la cosa che più colpisce - a parte il numero in assoluto e la media giornaliera pari a più di tre scioperi al giorno - fu la straordinaria partecipazione femminile a queste proteste. Le donne, infatti, si riunivano solitamente il lunedì per riscuotere i sussidi governativi assegnati alle famiglie dei richiamati. Dalle chiacchiere e dalle lamentele alla protesta in grande stile il passo non era troppo lungo. Spesso spontaneamente, altre volte con l'intervento di sobillatori anarchici, le riscossioni del sussidio si risolvevano in proteste, incolonnamenti bellicosi e finanche in tumulti. Valga ancora tra tutte, la testimonianza del direttore del "Corriere della Sera" in occasione di alcune sommosse avvenute in Lombardia ai primi di maggio (1917): "... Sono le donne che si fanno avanti, tirano sassi, rompono vetri, esigono la chiusura di stabilimenti. Si sono svaligiati negozi di esercenti... Il pretesto è la mancanza o il caro prezzo del riso; ma in realtà tutte queste donne domandano che tornino a casa i loro uomini...".

Ma le principali vittime, coloro che più di tutti subirono le conseguenze della guerra furono i contadini. Oltre al notevole apporto di uomini alle trincee (80 % Ndr.)  e nella grande industria (si stima infatti che nel quadriennio il numero degli addetti ai lavori agricoli scese da 4,8 a 2,2 milioni) il settore agricolo dovette subire dall'esercito ingenti requisizioni di grano e di bestiame. I salari dei lavoratori della terra, inoltre, subirono più di quelli operai - che dal 1913 erano già scesi del 27% - uno sganciamento verso il basso
rispetto al costo della vita. Certo, anche nei centri rurali si levarono voci di protesta, se non di vera e propria ostilità, contro la guerra, che si pensava - e non sempre a torto - fosse stata fatta a vantaggio delle città e dei sui "pescicani". Ma ciò nonostante lo spirito di sacrificio, l'attaccamento alla terra e il determinante aiuto del lavoro femminile consentirono alla produzione agricola di non scendere mai al di sotto del 90% della produzione anteguerra. Fu il fronte interno "rurale" a dare prova del più alto grado di stoicismo e di sopportazione. Nei centri urbani la tensione era decisamente più palpabile. Il conflitto aveva portato a un sovraffollamento delle grandi città industriali del nord a causa della manodopera necessaria ai fini della produzione bellica. Da ciò erano derivati tutti i problemi connessi a un rapido inurbamento: scarsità di alloggi, deficienti condizioni igieniche nei pochi appartamenti reperibili, scarsa se non nulla assistenza sociale o sanitaria. 

I salari erano inadeguati a garantire una vita decente ai nuclei familiari, tanto più che alcuni aumenti nominali vennero vanificati dal notevole aumento dei prezzi nel corso del 1917. Torino era la città dove tutte le tensioni del Paese avevano raggiunto il più alto grado di maturazione, sotto la spinta della febbrile industrializzazione e dell'incremento della popolazione (tra il 1914 e il 1918 il capoluogo piemontese vedrà incrementare il numero dei suoi abitanti da 456.000 a 525.000 e gli operai da 75.000 a 150.000). Le istanze della classe operaia erano difese da sindacalisti molto combattivi e spesso pervasi da sentimenti anarchico-rivoluzionari. Le loro rivendicazioni non erano solo salariali, ma chiedevano anche la fine del controllo militare nelle fabbriche e portavano avanti una campagna pacifista che, condannando tutte le forme di partecipazione allo sforzo bellico, era giunta a bollare come "ossigeno per la guerra" anche l'attività svolta dalla croce rossa. In una situazione così incandescente le notizie della rivoluzione menscevica in Russia accesero ancor più gli animi già esasperati. Le istituzioni furono colte di sorpresa. O meglio, impreparate, perché il prefetto di Torino, fin dal novembre 1916, aveva segnalato il serpeggiare di un fermento rivoluzionario latente all'interno delle fabbriche, per sedare il quale si era spinto a sollecitare interventi drastici, anche di tipo repressivo.

La "bomba" scoppiò nell'agosto 1917. Il 13 giunse a Torino una delegazione del soviet di Pietroburgo, incautamente autorizzata da Roma a ricercare in città appoggi allo sforzo bellico russo. Ma i delegati andarono oltre i propositi iniziali. Approfittando della benevola accoglienza si produssero anche in una sorta di propaganda rivoluzionaria che fece presa su alcuni gruppi di facinorosi. Il 22 agosto, per difficoltà nei rifornimenti, mancò il pane in quasi tutta la città. E scioperi e cortei non si fecero attendere, assieme a saccheggi dei negozi e agli inevitabili scontri con la forza pubblica. Il giorno seguente il pane fece di nuovo la sua comparsa nelle rivendite ma l'agitazione, fino a quel momento spontanea, degenerò per l'infiltrazione di elementi anarchici. I rivoltosi assaltarono caserme, saccheggiarono ancora negozi, eressero alcune barricate e incendiarono un paio di chiese dopo averle preventivamente depredate. L'esercito riuscirà a riprendere il controllo della situazione solo quattro giorni dopo. Il bilancio sarà grave: 50 morti tra i ribelli e 10 tra le forze dell'ordine.

Sempre in quel mese un avvenimento importante a livello politico e diplomatico scosse l'opinione pubblica italiana: la "Nota ai capi dei popoli belligeranti" di Benedetto XV, la cui invocazione a porre fine alla"inutile strage", assieme alle proposte di pace in essa contenute, ebbe larga risonanza nel mondo intero. Ma nonostante tutto le ostilità continuarono. E per evitare di fiaccare il morale degli Italiani, il 4 ottobre fu introdotto il decreto Sacchi, che puniva chiunque con atti o con parole contribuisse a "deprimere lo spirito pubblico". Solo venti giorni più tardi, la disfatta di Caporetto avrebbe non solo intaccato ma addirittura abbattuto il morale del Paese. Il popolo visse la tragedia militare con sfiducia e abbandono; anche la linea difensiva del Piave si temeva dovesse essere travolta. Ma dopo lo smarrimento e la costernazione dei primi giorni, che sembravano dover fare breccia travolgendo le istituzioni e dando sfogo al malcontento generale, la rotta di Caporetto sortì, seppure lentamente, l'effetto opposto.

E la tenacia e la capacità di soffrire del popolo italiano presero il sopravvento sulla rassegnazione. La guerra non era più una guerra di conquista ma una lotta per l'esistenza che coinvolgeva tutto il Paese. Tutto il fronte interno trovò così quella unità che sino a pochi giorni prima sembrava definitivamente venuta meno. L'11 novembre 17 il re lanciò, in un famoso proclama, la parola d'ordine: "Cittadini e soldati, siate un esercito solo!". La curia romana si schierò con la monarchia e, tramite l'"Osservatore romano", ricordò ai cattolici italiani di resistere. Si fecero recitare preghiere non più per la pace, ma per la vittoria italiana. Anche i socialisti, da sempre ostili al conflitto e fautori del motto "né aderire, né sabotare", per l'occasione pubblicarono su "Critica sociale" un appello di Turati e Treves rivolto a tutte le forze proletarie affinché si unissero alla lotta per la difesa della patria minacciata. L'Italia si stava preparando a compiere l'ultimo decisivo sforzo, anche se i problemi logistici erano ancora ben presenti. Il sistema dei collegamenti via mare ancora non era stato pienamente ristabilito, nonostante a partire dalla fine del 1917 gli effetti delle guerra sottomarina cominciassero ad attenuarsi.

Gli addetti al commissariato degli approvvigionamenti e dei consumi elaborarono in questi ultimi mesi dei dati significativi sulle necessità del nostro Paese in guerra: era necessario nutrire gli Italiani con almeno 250.000 tonnellate di grano al mese, ma solo a dicembre si raggiunse il picco massimo di 140.000; erano necessarie 690.000 tonnellate di carbone mensili, ma negli ultimi due mesi dell'anno ne giunsero meno di 500.000. Globalmente, tra carbone, derrate alimentari e altri materiali era necessario importare circa un milione e mezzo di tonnellate di merci al mese, ma la nostra flotta poteva trasportarne meno di un quarto! 

Il 1918 non iniziò sotto i migliori auspici. In gennaio il pane mancò in molte zone del Mezzogiorno. Si temette lo scoppio di tumulti analoghi a quelli torinesi dell'agosto precedente, ma con l'arrivo dei rifornimenti a febbraio la crisi era già scongiurata. Sempre deficitario era invece l'approvvigionamento di combustibili, che sebbene promessici in discreta quantità dagli Alleati, non arrivarono mai regolarmente, creando difficoltà nei porti, nelle ferrovie e nelle industrie. I razionamenti di pane, carne, zucchero, grassi e olio di oliva erano giunti nelle città al minimo indispensabile. I dolci erano proibiti ormai da tempo, e anche la carne, in vista dello sforzo finale, subì un provvedimento simile: ne venne infatti vietata la vendita per tre giorni la settimana. Il carbone, genere di prima necessità, venne riservato alle sole industrie belliche cosicché i servizi ferroviari civili subirono un drastico taglio. Anche le autorità di polizia ebbero il loro bel daffare, oltre che a tenere sotto controllo le proteste (del resto ormai quasi svanite) e il mercato nero, nel smascherare spie e faccendieri. A gennaio furono arrestati i cittadini degli stati nemici presenti in Italia, mentre diversi uomini d'affari subirono la stessa sorte, accusati di commerciare con il nemico attraverso la Svizzera. Furono aperti procedimenti giudiziari contro personalità del mondo finanziario e contro funzionari del ministero Armi e munizioni, con l'accusa di corruzione e interessi privati in atti d'ufficio. A provare ancor più nel fisico e nello spirito il popolo italiano giunse l'epidemia influenzale di febbre spagnola.

I suoi effetti - che si fecero sentire in tutta Europa - non sarebbero stati così micidiali se si fosse accasata in un Paese in normali condizioni di vita, ma la denutrizione provocata dallo stato di guerra ne accentuò la diffusione e la virulenza. Nel conteggio dei quattro anni di guerra bisognerà alla fine aggiungere anche le 500 000 vittime italiane di febbre spagnola. Nell'ultimo anno il finanziamento per lo sforzo bellico fu attuato espandendo ancora il debito pubblico statale, che dai 15 miliardi del 1914 era ormai salito a circa 80 miliardi. Il valore della lira diminuì e il reddito nazionale subì una flessione tale che solo nel 1923 riuscirà a superare i valori del 1913. 

Le industrie italiane riuscirono nel giro di pochi mesi a coprire il buco di armi, munizioni e attrezzature causato dalla disfatta di Caporetto, consentendo persino l'esportazione nei Paesi alleati di autoveicoli e aerei. Quella pesante ebbe un impulso notevole, grazie anche alla produzione di acciaio, che subì un incremento del 50%. Quella meccanica crebbe notevolmente, tanto da dare lavoro a più di 500.000 operai. Tutta l'Italia stava lavorando alacremente per la vittoria. Considerata l'impreparazione e l'arretratezza dell'industria nel periodo prebellico, l'economia dimostrò una robustezza e una capacità di reazione inimmaginabili. Solo la saldezza del fronte interno poteva ora dare quella forza necessaria a scongiurare il pericolo incombente di una definitiva disfatta del nostro esercito. Improvvisamente, l'inflazione galoppante, i prezzi alle stelle, la miseria, le speculazioni e tutti gli altri squilibri furono accantonati dalla maggior parte degli Italiani per contribuire alla vittoria in un conflitto che non avevano voluto ma che ormai li aveva coinvolti totalmente.

Restavano alcune frange di ostinati oppositori alla guerra, come ad esempio i socialisti massimalisti, che si vantavano di aver contribuito alla disfatta di Caporetto perché in questa avevano sperato di vedere il primo passo verso una rivoluzione di tipo bolscevico. La loro voce, ampiamente minoritaria anche nel seno del loro stesso partito, fu opportunamente messa a tacere dal presidente del consiglio Orlando, che tra la primavera e l'estate del 1918 diede disposizioni per l'arresto dei più facinorosi.

 Il 4 novembre l'armistizio firmato dall'Austria-Ungheria con i rappresentanti italiani a Villa Giusti poneva fine a 41 mesi di lutti, di sofferenze ma anche di grandi trasformazioni. La vittoria era costata 600.000 morti. Il paese era sull'orlo del collasso, ma ce l'aveva fatta. Ora urgeva riconvertire l'economia di guerra a quella di pace, cucendo gli strappi nel tessuto sociale e facendo piena luce sugli sperperi e i guadagni illeciti. Il traguardo più importante che involontariamente la guerra ci fece raggiungere fu l'industrializzazione, che subì quell'impulso decisivo indispensabile per farla divenire la componente di rilievo del panorama economico italiano. Bastino alcune cifre: la Fiat assorbì una quantità enorme di aziende minori e passò da 4.000 a 40.000 operai; analogamente un'altra azienda, l'Ansaldo, che da 4.000 dipendenti passò a 56.000, ampliando i suoi stabilimenti e costruendone di nuovi in varie zone dell'Italia settentrionale. Tutto ciò naturalmente avvenne a scapito dell'agricoltura, che chiuse il conflitto con una sensibile diminuzione dei suoi prodotti e una notevole staticità tecnologica e produttiva. Lo spartiacque della guerra assegnerà definitivamente all'industria il primato come fonte di maggior reddito del Paese. 

Albertini, direttore del Corriere, a proposito dei risultati raggiunti con la guerra, scriveva pochi giorni dopo la fine delle ostilità: "[abbiamo raggiunto] solo la premessa indispensabile di ulteriori progressi sociali. Occorrevano tutti quegli strazi [...] per segnare l'inizio dei tempi nuovi. Usciamo da una notte spaventosa, e ci illumina l'aurora di un'era nuova per l'umanità". Quattro anni dopo sarebbe arrivato al potere il fascismo. La notte spaventosa non era ancora finita.

di ALESSANDRO FRIGERIO

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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