CON IL 1300 IL PRIMO GIUBILEO 

I GIUBILEI
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Papa Bonifacio VIII: indisse
il primo Giubileo nel 1300
 



Il giubileo è un'invenzione cristiana? Il primo giubileo dell'era cristiana venne indetto nel 1300 da Bonifacio VIII, ma già nell'antico testamento si parla di questo evento, momento religioso e culturale di cruciale importanza nella storia del popolo ebraico.

Aveva allora scadenza cinquantennale e corrispondeva ad un periodo in cui tutto doveva essere compiuto secondo giustizia.


Il giubileo è un prodotto del Medioevo o sua conclusione?

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In questi spettacolari riti coesistevano business di ogni genere,
trame politiche e momenti di alta spiritualità

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LA CRONACA DEI GIUBILEI
RACCONTA 1700 ANNI
DI STORIA DELLA CHIESA

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di ELENA BELLOMO

 

Il 24 dicembre di quest'anno (1999) avrà inizio il primo giubileo del nuovo millennio, porta aperta su un futuro denso di incognite e di promesse.
Finanziamenti contesi, e forse mal spesi, lavori perennemente in corso, preoccupazioni per un afflusso di pellegrini senza precedenti sono argomenti all'ordine del giorno, ma quale è il reale significato di questa solennità? Le aspettative di un pellegrino medievale in cosa si differenziano dal suo corrispondente contemporaneo? E, soprattutto, quale è stata la storia di questa celebrazione religiosa? Cercando di rispondere a questi interrogativi ne ripercorreremo ora le vicende, scoprendo come i giubilei si propongano quale occasione privilegiata di analisi delle caratteristiche delle diverse epoche che essi hanno attraversato, delle loro inquietudini e delle loro speranze.

Il giubileo è un'invenzione cristiana? Il primo giubileo dell'era cristiana venne indetto nel 1300 da Bonifacio VIII, ma già nell'antico testamento si parla di questo evento, momento religioso e culturale di cruciale importanza nella storia del popolo ebraico. Esso aveva allora scadenza cinquantennale e corrispondeva ad un periodo in cui tutto doveva essere compiuto secondo giustizia. Proprio in questa occasione, ad esempio, si teneva la ridistribuzione delle terre e nuova libertà veniva concessa agli schiavi. Il giubileo era inoltre un anno di riposo nel quale si doveva provvedere alla propria sopravvivenza solo usufruendo dei frutti che la natura produceva spontaneamente. Non vi era nessun lavoro nei campi e di conseguenza neppure nessun raccolto, ma solo ciò che Dio elargiva attraverso la sua feconda e ricca creazione. La ridistribuzione delle terre doveva poi soddisfare un'esigenza di giustizia sociale, portando soprattutto giovamento a poveri e schiavi.

Il giubileo è un prodotto del Medioevo o sua conclusione? Tutta l'epoca medievale si presenta impregnata di una religiosità profonda e istintiva, spesso portata all'accesso nella propria indomabile volontà di ottemperare ai precetti evangelici. Assillata dal senso del peccato, la Cristianità medievale avrebbe cercato attraverso iniziative uniche ed eclatanti di guadagnarsi il perdono per le proprie colpe. Lunghe teorie di pellegrini armati avrebbero così ingrossato le file dei crociati diretti in Terrasanta, mentre l'Europa era percorsa da processioni di flagellanti. Solo però in momenti di straordinaria importanza, come appunto la crociata, il pontefice riconosceva ai fedeli la possibilità di guadagnare con i propri sacrifici l'indulgenza plenaria. Erano questi grandiosi momenti di esaltazione collettiva in cui la comunità cristiana nel suo complesso pareva mettersi in cammino per raggiungere la sospirata meta della santità.

Da questo punto di vista il giubileo si dimostra nel contempo prodotto ed evoluzione dell'età medievale. Con la sua indulgenza plenaria esso risponde pienamente all'ansia di salvazione caratteristica dell'Età di Mezzo, ma nello stesso tempo non si presenta più come straordinaria esperienza collettiva. È invece una celebrazione periodica durante la quale in virtù di un pur lungo e difficile pellegrinaggio il singolo fedele acquisisce il perdono. Una spiritualità nuova grazie al giubileo si affaccia sulla scena della storia: quella del singolo, improntata alla dimensione interiore individuale, maturata nella preghiera e nella meditazione e non temprata da rinunce e da atti estremi. È la spiritualità che dominerà tutta l'età moderna e contemporanea.

All'inizio del XIV secolo fu Bonifacio VIII, coriaceo combattente per l'egemonia papale sul potere temporale, ad indire il primo giubileo cristiano. Esso ebbe un'accoglienza al di sopra delle aspettative. I pellegrini furono moltissimi e l'avvenimento ebbe grandissima risonanza, essendo riportato con dovizia di particolari da varie cronache ecclesiastiche. Con questo atto Bonifacio soddisfaceva la profonda attitudine spirituale che durante tutto il XIII secolo aveva segnato la vita della Cristianità medievale, sempre più radicalmente improntata a vivere secondo i dettami evangelici ed a riformare una Chiesa troppo propensa ad ingerire negli affari mondani. I pellegrini che pentiti e confessati avessero quindi visitato le basiliche di S. Pietro e S. Paolo avrebbero ottenuto il tanto agognato perdono. Nel contempo il giubileo sarebbe però immediatamente stato foriero di notevoli introiti per le casse papali e per la popolazione romana, rivelando fin dalla propria origine un aspetto materiale che con il tempo si sarebbe prepotentemente affermato.

In questa solennità venivano così a convergere due intenti, quello spirituale e quello commerciale, dato che essa costituiva per i credenti una tappa irrinunciabile del proprio cammino di fede, ma naturalmente era anche un evento ben visto da chi si aspettava buoni affari. Non sembrava infatti che lo sfruttare tale occasione fosse un male, bensì una lecita fonte di guadagno, di scambi, di conoscenze con inoltre la possibilità di avvicinare genti diverse e culture differenti.
Secondo l'intento di Bonifacio questa celebrazione doveva comunque mantenere un evidente carattere di eccezionalità, venendo a svolgersi solo una volta ogni cento anni.

Dopo l'energico papato di Bonifacio la sede papale era destinata a trasferirsi ad Avignone per un settantennio, ma anche in questo periodo il giubileo avrebbe avuto occasione di essere celebrato. Esso fu infatti indetto da Clemente VI per l'anno 1350. La decisione, maturata in questo periodo, di celebrare il giubileo ogni cinquanta anni sarebbe poi stata sostituita da quella di bandirlo ogni venticinque anche con l'intento di permettere a quanti più fedeli possibile di avere l'occasione di goderne i benefici. Anche Cola di Rienzo ne richiese la scadenza cinquantennale, sostenuto dalle scritture che davano questo termine a tale ricorrenza presso il popolo ebraico. Accanto a queste richieste pressanti motivi di carattere economico avevano indotto il pontefice ad avvicinare la data del giubileo. Il trasferimento della corte papale in Francia aveva infatti fortemente leso gli interessi dei Romani, privati di gran parte degli introiti legati ai pellegrinaggi.

La riuscita di questa solennità doveva però essere funestata da diverse sciagure ed il papa non si recò quindi a Roma dove era appena terminata l'epidemia di peste immortalata nel Decameron di Boccaccio. Nello stesso periodo l'Urbe venne inoltre colpita da un violento terremoto, mentre la Chiesa stessa era martoriata da un ennesimo scisma. Solo nel 1377 il pontefice avrebbe fatto ritorno a Roma ed un nuovo giubileo sarebbe stato indetto nel 1390 al di fuori di ogni tradizione. Urbano VI aveva infatti stabilito che il tempo tra un anno santo e l'altro fosse diminuito a soli trentatré anni, ma essendo già passata tale scadenza, bandì il giubileo per il 1390, aggiungendo alle visite canoniche quella a S. Maria Maggiore.

Anche in questa occasione la solennità religiosa si rivelò un vero toccasana per le casse papali e le tasche dei Romani. Poche sono le notizie giunteci in relazione in relazione al seguente giubileo del 1400, oggi meglio conosciuto grazie al materiale trovato negli archivi delle compagnie mercantili. In particolare in circa cinquecento lettere di un mercante di Prato si trova una preziosa descrizione dell'avvenimento in cui è ricordata la tremenda epidemia di peste che ne determinò la chiusura anticipata e per la prima volta si ha notizia dell'apertura della porta santa già però praticata in passato. Questa entrata della basilica vaticana veniva infatti murata al termine di ogni anno santo per venire riaperta solo in occasione dell'inizio di quello successivo che, è bene ricordare, secondo il calendario liturgico non comincia il I gennaio, ma il 24 dicembre dell'anno precedente. Nel grande rito giubilare si fondevano business e spiritualità. I giubilei celebrati poi tra i secoli XIV e XV ebbero grande importanza per l'immagine della Chiesa, avviata verso la faticosa evoluzione che l'avrebbe portata nell'era moderna.

Alla fine del '300 la situazione della Cattolicità era quanto mai critica e sarebbe sfociata nel Grande Scisma d'Occidente. In questo periodo sarebbero stati ben tre i pontefici eletti a contendersi il soglio di Pietro e l'obbedienza dei fedeli. Questa frattura sarebbe stata finalmente sanata nel 1414, ma i reali problemi della Chiesa, la sua mondanizzazione, l'allontanamento dai credenti, il nepotismo, non vennero assolutamente affrontati. Un'importante occasione di rinnovamento era purtroppo andata perduta. Se molte contese si erano comunque composte, nel periodo umanistico divenne di nuovo forte la necessità di spiritualità e di riforma sia della Chiesa che della società.

L'anno santo del 1450 portò a Roma un grande numero di pellegrini e fu per la città un'importante opportunità di ripresa sia sociale che culturale. Questa solennità sarebbe stata tuttavia anche occasione di scandalo: venne infatti deciso che le indulgenze si potevano ottenere anche non andando a Roma, ma, grazie alla pubblicazione di bolle specifiche per ogni paese, il credente poteva lucrare l'indulgenza versando un'offerta. Questa decisione avrebbe dato avvio a quella che fu chiamata la vendita delle indulgenze, una delle cause che avrebbero scatenato la rivolta luterana. Il giubileo, inoltre, doveva chiudersi tragicamente con la morte di più di 200 pellegrini sul ponte S. Angelo, dovuta a cavalli imbizzarriti che seminarono il panico tra la folla. Il 19 aprile 1470 papa Paolo II determinava definitamente la periodicità dei giubilei ogni 25 anni, termine ancora oggi valido.

L'anno santo seguente si sarebbe tenuto sotto il pontificato di Sisto IV (1475), e sarebbe stato caratterizzato dalla scarsa affluenza di pellegrini, dovuta alle inondazioni del Tevere e ad una pestilenza che costrinse lo stesso pontefice ad abbandonare l'Urbe. Il giubileo successivo doveva essere indetto da Alessandro VI (1500), il quale avrebbe codificato il rito della porta santa che ancora oggi caratterizza l'apertura e la chiusura di tale solennità. È questa l'epoca dello splendore rinascimentale della corte papale, mirabile cenacolo di artisti, adorno di opere di immortale bellezza. I pontefici romani sono nel contempo munifici mecenati e vigorosi repressori di qualsiasi dissenso attraverso lo strumento dell'Inquisizione. I primi decenni del Cinquecento rappresentarono comunque un periodo tempestoso per la Chiesa di Roma, marchiato dalla contestazione della Riforma protestante. Tra i tanti motivi di scandalo vi era anche lo stesso giubileo. La possibilità di ottenere l'indulgenza attraverso offerte in denaro senza recarsi a Roma in pellegrinaggio aveva infatti già profondamente indignato molti credenti ed aveva offerto a Lutero l'opportunità di scagliarsi contro la mercificazione della fede.

Dati gli ulteriori contenuti rivoluzionari del pensiero luterano, che avrebbe contestato fino alle radici la dottrina cattolica, le sue gerarchie ed i suoi sacramenti, lo scontro con il papato sarebbe stato inevitabile ed aspro. In un clima fortemente agitato si giunse quindi al giubileo del 1525 che fu un vero insuccesso e fece cadere sul papato nuove pesanti accuse da parte dei protestanti i quali diffusero libelli polemici che avevano questa celebrazione come principale oggetto.

Nel 1550 l'anno giubilare avrebbe invece coinciso con il periodo di attività del concilio di Trento, dove si sarebbe concertata la risposta cattolica alla Riforma. Dato che esso si articolava però in periodi di intenso dibattito conciliare ed in altri di pausa, in concomitanza con il giubileo i lavori furono sospesi. Il seguente giubileo nel 1550 si tenne sotto il pontificato di Giulio III, rilevante personalità, però troppo assorbita da cure mondane per poter garantire a questo evento la dovuta portata spirituale. Furono invece Ignazio di Loyola e san Filippo Neri a dare a questo periodo un'indelebile impronta di autentica religiosità, operando nell'ambito sociale e devozionale con grande determinazione. Le risoluzioni tridentine avevano inoltre garantito il necessario rinnovamento della Chiesa, indirizzandola anche verso il crescente distacco dagli interessi secolari ed una maggiore aderenza ai precetti evangelici. La complessa macchina del giubileo in questi primi secoli di vita aveva avuto modo lentamente di svilupparsi ed affinarsi. Le strade erano state sottoposte ad un crescente controllo, richiedendo anche la collaborazione dei comuni posti sulle principali vie di pellegrinaggio. Nel 1450 venne anche assoldata una speciale milizia deputata a questo compito, ma i briganti avrebbero continuato ad agire anche nei secoli seguenti e Innocenzo XII non avrebbe esitato a far impiccare e squartare quattro di essi per aver ucciso molti viaggiatori.

Dopo aver affrontato i disagi del viaggio anche la permanenza in Roma doveva essere tutt'altro che semplice per i fedeli forestieri. La straordinaria affluenza di pellegrini spesso causava gravi difficoltà di approvvigionamento. A volte i pontefici erano costretti ad acquistare derrate anche fuori dall'Italia, mentre chi aveva previdentemente accumulato scorte alimentari aveva invece occasione di arricchirsi. Le autorità per impedire speculazioni furono addirittura obbligate ad imporre un calmiere dei prezzi. Per ridurre inoltre i disagi degli stranieri essi furono autorizzati ad abbreviare la propria visita da trenta a quindici giorni per gli italiani ed a dieci o cinque per gli altri.
Anche trovare un alloggio doveva comunque essere tutt'altro che facile. Accanto agli xenodochi e locande regolarmente autorizzati molti erano i privati che aprivano le proprie case ai pellegrini, spesso però ammassandone molti in piccole stanze. Capitava inoltre di frequente che i proprietari sfrattassero gli inquilini in occasione del giubileo per poter avere una casa libera da affittare ai pellegrini con un guadagno molto maggiore! Non era infine inusuale che i pellegrini che non avevano trovato una sistemazione decente dovessero dormire all'addiaccio. Solo durante il XV secolo i forestieri cominciarono ad organizzarsi in confraternite a carattere nazionali finalizzate a prestare assistenza ai propri connazionali in visita a Roma. L'affollarsi dei fedeli all'interno della Città eterna doveva dare luogo a situazioni di grande difficoltà anche dal punto di vista igienico. Non a caso, come si è visto, numerosi giubilei coincisero con altrettante epidemie. Solo nel XVI secolo venne istituita un'apposita commissione che vietò l'ingresso in città di coloro che non fossero provvisti di una "bolletta di sanità" rilasciata nel paese d'origine.

Sin dal primo giubileo si erano evidenziati numerosi problemi di carattere urbanistico in relazione alla straordinaria affluenza di pellegrini in Roma. Già nel 1300 per facilitarne l'ingresso venne aperta una nuova porta tra Castel S. Angelo e S. Pietro. Prima della solennità del 1450 porte e strade furono restaurate. Dopo poi l'incidente avvenuto durante questo stesso anno santo furono presi nuovi provvedimenti, come l'abbattimento di diverse case e la ristrutturazione del ponte Aurelio, detto poi Sisto dal nome del pontefice che ne volle la ristrutturazione, volti a migliorare la viabilità cittadina.
Nel 1500 sarebbe poi stata aperta una nuova via verso S. Pietro, mentre la via Merulana sarebbe stata ampliata nel XVI secolo.

Nel Seicento il panorama religioso si sarebbe presentato ancora travagliato e ricco di spaccature. Gallicanesimo in Francia e Giuseppinismo in Austria avrebbero portato alla ribalta il problema giurisdizionale, rispondendo alle esigenze delle Chiese locali che mal tolleravano il centralismo romano e quelle dei principi, ben decisi a garantirsi il controllo delle comunità religiose delle proprie nazioni in modo tale da rafforzare la propria egemonia e rimpinguare le casse dei loro erari. Solo il movimento giansenista si sarebbe fatto portatore di istanze di reale rinnovamento religioso, lontano dai riti pomposi e vuoti della corte papale. Nel XVII secolo i giubilei furono ben 40 e pare quasi che la curia papale indulgesse a tante festività attirata più dallo sfarzo e dalla ricchezza di tali cerimonie che dal loro effettivo valore spirituale.

Questo si evidenzia anche nelle numerose modifiche che furono apportate al cerimoniale in cui furono aggiunte sacre rappresentazioni, mentre nel calendario delle celebrazioni trovavano posto anche giochi e divertimenti quasi pagani. Solo papa Clemente VIII avrebbe tentato di ricondurre le alte gerarchie ad una devozione più semplice e schietta, ma i suoi lodevoli intenti non sarebbero riusciti a distogliere prelati e ecclesiastici dal proprio sfarzoso stile di vita. I giubilei del XVII appaiono quindi come grandi e fastose celebrazioni attente all'esteriorità ed alla forma, quasi dimentiche della propria dimensione spirituale e che assumono invece sempre più marcatamente il carattere di manifestazioni mondane.
Fa eccezione solo l'anno santo del 1675, dominato dalla carismatica presenza di Cristina, ex-regina di Svezia convertitasi al Cattolicesimo. È proprio la sovrana a patrocinare opere devozionali e caritatevoli che paiono infatti riconsegnare il giubileo all'autentica sfera religiosa. Questa nuova atmosfera pare preludere ai radicali cambiamenti che sarebbero sopraggiunti nei secoli seguenti. Tra Sette e Ottocento, infatti, abbandonate le pratiche nepotistiche, comincia un periodo di grandi innovazioni.

Gli anni santi del XVIII secolo paiono in realtà coinvolgere solo in superficie la società europea, quasi stentassero a riacquisire il proprio primato spirituale dopo una parentesi di sfrenata mondanità. I cambiamenti in atto nella cultura contemporanea non facilitano certo loro il compito. Il pensiero illuministico avrebbe infatti condannato con inusitata violenza le superstizioni religiose, pronunciandosi a favore delle esperienze spirituali più semplici ed istintive di carattere deista. Proprio in questo secolo, tuttavia, alcuni papi austeri e morigerati, molto amati dal popolo, avrebbero tentato di risollevare le sorti della Curia romana, non portando però ad una risposta realmente positiva da parte delle alte autorità ecclesiastiche, anche per la mancanza di una organizzazione che rendesse più incisiva l'opera di questi capi della Chiesa.
Si sarebbe arrivati così al giubileo di metà Settecento, durante il quale era papa Benedetto XIV, un uomo schietto, autentico, difficilmente attaccabile anche da parte dei detrattori di professione. Questo anno santo fu ricco di opere caritative e mise in luce gli aspetti più vitali della Chiesa del secolo, che avrebbe dato tra l'altro ulteriore impulso all'espansione missionaria egli altri continenti.

Il giubileo successivo (1775) tornò alla pomposità ed all'esteriorità dei secoli precedenti e i molti positivi propositi di Pio VI, allora papa, sarebbero poi stati spazzati via dall'influenza che ebbero sulla Chiesa la rivoluzione francese e l'epoca napoleonica. La Chiesa avrebbe allora vissuto un lungo periodo di oscurantismo e nel 1800 il giubileo non sarebbe nemmeno stato celebrato. Quello del '50 sarebbe stato invece poco sentito dal popolo, oppresso da tutte le incertezze del tempo.

Nel 1875 il giubileo sarebbe stato proclamato da Pio IX più per fini politici che religiosi. Cinque anni prima vi era stata la presa di Roma e la Chiesa si era trovata dinanzi ad una svolta epocale e quest'ultimo giubileo voleva essere, in qualche modo, una sfida nei riguardi del regno d'Italia, che aveva privato il Papato di qualsiasi potere temporale. Si trattò un giubileo senza storia, povero di religiosità e spiritualità visti i presupposti con i quali era stato indetto.
Nel 1900 l'anno santo, proclamato da Leone XIII, denotò il tentativo di aderire maggiormente al nuovo assetto socioeconomico del continente e un riavvicinamento al nuovo Stato italiano, con il quale non mancavano certo i dissidi.
Da parte delle autorità italiane vi fu collaborazione e la situazione parve migliorare fino all'assassinio di re Umberto I, fu in questa occasione che i rapporti tra Stato e Chiesa si incrinarono nuovamente, ma non fino al punto di pregiudicare lo svolgimento del giubileo. Questo avvenimento diede inoltre modo ai cattolici di trovare un proprio ruolo nella neonata nazione, mentre solo pochi decenni prima la Chiesa aveva invece spinto i fedeli ad astenersi dal voto e dalla vita politica, mettendo in serio disagio i credenti.

Il giubileo del 1925 venne invece proclamato da papa Pio XI, che ne indisse anche altri due straordinari nel 1929 e nel 1933. Erano questi momenti difficili: la prima guerra mondiale era terminata da pochi anni, vi erano stati l'avvento del Fascismo in Italia, la grande depressione del '29 e intanto era nato in Germania il Nazismo. La Chiesa dovette confrontarsi con questi nuovi poteri e tentò di svolgere il suo compito sia religioso che sociale tra molte difficoltà. In ogni modo il giubileo registrò una buona partecipazione di fedeli ed il papa volle specificamente che avesse una dimensione mondiale e missionaria. Gli ultimi due giubilei del '900, in attesa di quello già proclamato per il 2000, si sono svolti nel 1950 (sotto il pontificato di Pio XII) e nel 1975 (durante quello di Paolo VI). Il primo si è tenuto in un periodo di transizione molto difficile, già segnato dalla netta opposizione dalla guerra fredda. Nel 1975 i pellegrini hanno invece partecipato numerosissimi alle celebrazioni giubilari, che si sono presentate quasi come il completamento del Concilio Vaticano II, momento determinante nel rinnovamento della Chiesa, conclusosi appena 10 anni prima dell'inizio dell'anno santo.

In attesa del prossimo giubileo Giovanni Paolo II ha già promosso due solennità straordinarie, una nel 1983 per ricordare l'anniversario della redenzione e l'altra nel 1988, dedicata alla Madonna. L'anno santo del 2000 dovrebbe invece nelle intenzioni del pontefice concentrarsi sull'attenzione ai più poveri, alla dignità della condizione umana e al rispetto dei diritti della persona.

Pio XII aveva affermato che "… l'anno santo deve richiamare tutti i Cristiani non soltanto all'espiazione dei peccati e all'emendamento della loro vita, ma anche al conseguimento di virtù e santità" e proprio per queste sue caratteristiche il giubileo è momento paradigmatico della vita della Chiesa, capace di riassumere in sé i caratteri della spiritualità di un'epoca intera. Esso ha così incarnato le ansie del Medioevo e lo sfarzo del Rinascimento e del Barocco, la crescente crisi dei secoli XVIII e XIX e la rinnovata spiritualità dell'epoca presente.
Forse proprio grazie a queste caratteristiche il prossimo giubileo segnerà la svolta epocale del nuovo millennio, custodendo però dentro di sé la preziosa eredità di 1700 anni della nostra storia.
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di ELENA BELLOMO

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
La storia dei giubilei, di J. Le Goff - Roma 1997
I giubilei. Origini e prospettive, di Mario Marrocchi, Ed. San Paolo 1997

 Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 


 

GIUBILEO: TRANSIZIONE ALLA LIBERTÀ
(appunti non rivisti dall'autore tratti da una conferenza di Giuseppe Barbaglio, a cura di Luca Molinari)

Le origini del Giubileo risalgono alla tradizione ebraica espressa nel capitolo XXV del Libro del Levitico in cui si esprimono le norme e le regole da seguire per “santificare” un anno al Signore ogni cinquanta anni per simboleggiare, così, il saldo legame dell’Alleanza esistente tra Dio ed il popolo di Israele.
Si faceva risalire il Giubileo a Mosè ed alle leggi date da Dio sul monte Sinai, ma in realtà il tutto è da collocarsi, dal punto di vista storico, dopo l’esilio in Mesopotamia.
Esistevano due differenti modalità di celebrare il Giubileo, l’una al nord, l’altra al sud (quest’ultima è quella a cui fa riferimento il Levitico).
Il termine “Giubileo” etimologicamente non è collegabile al termine “gioia”, ma è da far risalire al corno di “Jodel” con il quale si annunciava la purificazione del Kippur. 
Il termine “santificare un anno a Dio” significa differenziare tale anno dagli altri facendone un anno particolare a dimostrazione del valore dell’Alleanza con Dio.
Con il Giubileo si vuole restaurare un ordine primogenito che il trascorrere degli anni ha mutato: ognuno ritorna proprietari sia delle proprie terre, sia della propria libertà qualora tali elementi fondamentali della vita umana fossero stati alienati: il Giubileo è, quindi, un momento di riequilibrio dell’ordine originario della società d’Israele.
All’inizio della storia di Israele la terra apparteneva tutta a Dio che, in seguito, la divise in maniera equa tra le diverse tribù e le diverse famiglie. Tale situazione di equità venne meno nel periodo monarchico (epoca di Davide, 1000 a.C., circa) e con la divisione del Paese in due Regni distinti si assistette al concentramento delle terre in poche mani. Per riequilibrare la situazione si affermò che la terra apparteneva a Dio e si istituì il rito del Giubileo che non aveva, quindi, origini di natura spirituale, ma di natura sociale ed economica. La terra d’Israele, elemento fondamentale per la libertà dei singoli nuclei famigliari, è una proprietà da condividere in comune ed in maniera equa: per mantenere un quadro ciclico di stabilità interviene l’anno giubilare che ripristina la situazione precedente di equa ripartizione delle terre.
Come è già stato detto in precedenza anche la libertà dei singoli individui viene ripristinata poiché non è ammessa schiavitù tra Israeliani: anche gli uomini di Israele sono proprietà esclusiva di Dio. 
Essere servi di Dio implica non essere servi degli uomini.
L’Alleanza tra Dio ed il popolo di Israele impone questa forma di giustizia ideale che si oppone e che livella ogni tipo di alienazione di carattere storico, inerente sia alla terra, sia alla libertà.
In campo cristiano il primo Giubileo (del 1300) fu indetto dal Pontefice Papa Bonifacio VIII con una Bolla Pontificia che porta la data del 22 febbraio 1299 in cui non vi era nessun riferimento al Giubileo della tradizione ebraica. 
Le differenze tra le due esperienze sono abissali poiché quello cristiano (spirituale ed individualista) prevede “la remissione dei peccati” (cancellazione della colpa dei peccati) e “l’indulgenza” (cancellazione delle pene), invece quello ebraico (collettivo, economico e sociale) “rimette e cancella i debiti”. 


DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE SULL’EBRAISMO

Il Sacro Concilio afferma e sottolinea il vincolo con cui il popolo cristiano del Nuovo Testamento è legato con gli Ebrei discendenti di Abramo. Non si può ignorare che la Chiesa ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo ebraico con cui Dio ha stretto l’Antica Alleanza. Cristo, attraverso il suo sacrificio ha riconciliato Ebrei e gentili. Vi sono, inoltre, altri elementi che indicano il legame esistente tra la Chiesa e l’Ebraismo: le parole di Paolo e la formazione culturale e religiosa ebraica degli apostoli e dei primi discepoli. 
Benché il Vangelo non sia stato accettato dagli Ebrei, essi rimangono ancora cari al Signore e si attende il giorno in cui Dio sarà “acclamato da tutti i popoli con una sola voce”. 

Alla luce di questo patrimonio culturale e spirituale non si può che auspicare una reciproca conoscenza tra Ebrei e Cristiani smentendo tutte quelle teorie secondo cui l’intero popolo di Israele sia stato responsabile della morte di Cris to e per questo rigettato da Dio. Ciò non è vero e non è scritto nella Sacra Scrittura. Si condannano ogni forma di odio e di antisemitismo e si invitano tutti i Cristiani ad una predicazione ed ad una catechesi corrette e conformi alla veridicità del Vangelo.

ORIENTAMENTI E SUGGERIMENTI 
PER L’APPLICAZIONE DELLA DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE 

La dichiarazione Nostra aetate del 1965 ha segnato una tappa importante nel rapporto ebraico- cristiano poiché è stata l’occasione per cominciare ad instaurare un reale dialogo tra le due fedi religiose. Occorre, quindi, una conoscenza reciproca per la cui realizzazione la Commissione per i rapporti con l’Ebraismo suggerisce alcune prime applicazioni pratiche riguardanti il dialogo, le comuni azioni sociali e la formazione e l’azione culturale e spirituale dei sacerdoti e degli educatori cristiani. Il dialogo deve essere approfondito nel massimo rispetto cercando di comprendere “le difficoltà incontrate dall’anima ebraica di fronte al mistero del Verbo incarnato”. 

La predicazione cristiana dovrà avvenire nell’ottica della reciproca libertà religiosa e saranno apprezzati e favoriti gli incontri, i confronti e le convergenze tra le due religioni non solamente negli studi sulle grandi tematiche, quali la pace e la giustizia sociale, ma anche, qualora sia possibile, nelle e sperienze di preghiera e di meditazione comune di fronte a Dio. 

Di massima importanza saranno sia il riconoscimento dei legami esistenti tra le due liturgie, sia la conoscenza dell’Antico Testamento il cui insegnamento dovrà avvenire in modo da fornire il maggior numero e la migliore qualità di informazioni possibili. Il fatto che il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento sia il medesimo, la non opposizione tra i due Testi, l’integrazione di Gesù Cristo nella realtà ebraica dell’epoca e la falsità dell’accusa di deicidio devono essere a conoscenza di tutti i Cristiani e soprattutto degli ecclesiastici e degli educatori cattolici la cui formazione deve essere seria, completa ed approfondita. 

Ad ogni livello della società bisogna operare per la comune ricerca della pace e della giustizia sociale. Per realizzare quanto affermato in precedenza, come è già stato detto, è necessaria un’approfondita conoscenza reciproca il cui raggiungimento può essere stato favorito dalla Commis sione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, istituita il 22 ottobre 1974 dal Santo Padre.

Luca Molinari


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