Proliferazione delle armi nucleari  anni Settanta

 Breve storia del Medio Oriente

QUANDO CHIRAC ANDAVA A BAGHDAD, E L'ITALIA... PURE


 L'ATOMICO   

ISLAM

 ANNO 1998

di FERRUCCIO GATTUSO

Saddam Hussein, figlio del Medio Oriente. L’inizio dell’anno in corso è stato caratterizzato dal rischio di un nuovo conflitto nella regione mediorientale del Golfo Persico. Il regime di Saddam - questa l’accusa di Washington - stava preparando un arsenale di armamenti batteriologici proibiti dalle convenzioni internazionali. 

Nel 1991(VEDI i link dei singoli anni) furono gli Stati Uniti del repubblicano George Bush ad organizzare quella coalizione occidentale - supportata anche dalla poco entusiasta (e ormai agonizzante) Unione Sovietica di Gorbaciov, - che poi si scagliò contro Saddam Hussein, l’"uomo forte" che aveva voluto l’invasione del Kuwait, considerato "Provincia irachena". 

Mesi dopo, sarebbe toccato al presidente democratico Bill Clinton, dare il via libera ad un’operazione unilaterale statunitense, come al solito rivolta ad arginare la minaccia del "sopravvissuto" Saddam Hussein. Negli ultimi giorni della guerra del golfo fu proprio la decisione di fermare l’imponente macchina bellica americana alle porte di Baghdad, senza puntare alla cattura del dittatore iracheno, a minare sin dalle origini quel "Nuovo ordine Mondiale" che George Bush - ricorrendo ad un’espressione di tipica ispirazione reaganiana - prometteva di voler costruire.
(Se alle prossime elezioni presidenziali, vince il figlio (che è in gara), le ambizioni del padre saranno sicuramente ereditate dal figlio).

In questi sette anni, Saddam Hussein - pur accettando le dure condizioni di pace incondizionata, tra cui la perdita di una considerevole parte di territorio iracheno, oltre ovviamente alla restituzione del Kuwait liberato - non è sicuramente scomparso dalle scene. L’ombra dell’"uomo forte" di Baghdad si è sempre distesa sugli interessi e i destini del Medio Oriente, condizionando strategie e processi politici nei paesi della zona. Israele soprattutto, ma anche Siria, Iran, Turchia, Giordania, Egitto e Kuwait hanno osservato le contorsioni e gli equilibrismi del dittatore iracheno, abile a riconquistare un ruolo determinante (e in certi casi "utile" anche agli ex-nemici arabi e occidentali) nell’area mediorientale. 

Saddam Hussein è ancora, quindi, perfettamente in sella ad un paese che ha portato allo stremo nel 1991 (imponendogli una guerra persa in partenza) e che vive in condizioni di povertà anche a causa dell’embargo occidentale. Un embargo che trova, attualmente, le sue ragioni in una mai definitivamente provata politica di riarmo iracheno. Politica che appartiene, da sempre, alla tradizione dell’Iraq. Ben prima dell’avvento di Saddam. Il primato in Islam. Paese di storia millenaria, agitato per tradizione da orgogliose spinte imperialiste, l’Iraq ha sempre condiviso con le altre grandi nazioni mediorientali il primato della guida islamica. Sarebbe improprio anche parlare di nazioni, in un’area dove le ripartizioni statali sono state create più arbitrariamente che altrove.

La storia del Medio Oriente è stata sempre caratterizzata, infatti, da lotte tra sette religiose e popolazioni di ceppo differente, che ora vivono divise sotto diverse bandiere.
L’Iraq, che ricopre buona parte del territorio che fu la Mesopotamia, può essere considerato la culla della civiltà antica. Sede degli Imperi babilonese e assiro fino al VI-IV sec. a.C., quando divenne una provincia persiana, la Mesopotamia fu il crocevia di popoli e, di conseguenza, infiniti influssi culturali. Greci, Parti, Sassanidi, Romani si alternarono il dominio della zona, che fu pervasa anche da diverse correnti cristiane. Nel VII sec. d.C. giunsero infine gli Arabi. Popolazioni nomadi si stanziarono nella fertilissima terra compresa tra il Tigri e l’Eufrate e diedero ad essa il nome di Iraq.

Baghdad divenne il cuore di un universo culturale e commerciale importantissimo tra i secoli IX e X, che durò fino alle cruenti invasioni successive dei Curdi e dei Tartari e, soprattutto, dei potentissimi Turchi. Sotto il governo ottomano - il più evoluto del Medio Oriente - l’Iraq visse un periodo di decadenza. Questa condizione durò fino alla metà dell’800, quando cominciarono parziali riforme del monolitico stato ottomano. La Germania bismarckiana, attraverso i buoni offici del governo ottomano, costruì in Iraq ferrovie ed industrie.

Durante la Prima Guerra Mondiale gli Inglesi in lotta con l’Impero tedesco invasero una parte del territorio iracheno e nel 1917 entrarono in Baghdad. Con la fine della guerra l’Iraq era completamente in mano della corona britannica. 

Dal 1920 la Società delle Nazioni affida all’Inghilterra il "mandato" sull’Iraq e l’anno seguente sale al trono di Baghdad Re Faisal, una figura che si rivelerà determinante nella storia dell’Iraq. Faisal, abile equilibrista politico, riuscì a bilanciare i rapporti con Londra e allo stesso tempo controllare il nazionalismo xenofobo del proprio popolo.

Sotto Faisal l’Iraq compì notevoli progressi, divenendo forse il più progredito paese arabo. Nel 1932 l’Iraq ottiene l’indipendenza politica, anche se pesantemente condizionata dai rapporti con l’Inghilterra. Due anni dopo Faisal muore e con lui la speranza di mantenere buoni i rapporti tra gli inglesi e i nazionalisti. 

Nel 1936 un golpe porta al potere Hikmat Suliman, filo-turco. Durante la Seconda Guerra Mondiale i nazionalisti si impadroniscono del potere con Rashid Alì Kailani, che viene subito rovesciato dagli inglesi. 
Nel 1945 l’Iraq aderisce alla Lega Araba. 
Nel 1949 l’Iraq intervenne contro la nascita di Israele e, in seguito al conflitto, fu colpito da diverse crisi interne. Negli anni cinquanta l’Iraq venne considerato dagli occidentali, e da Washington soprattutto, una preziosa pedina in chiave anti-sovietica. Col tempo però, come vedremo, l’Iraq saprà giocare un ruolo a metà strada tra Russi e Americani, puntando ovviamente ad ottenere i massimi vantaggi per divenire il fulcro dei Paesi mediorientali.

 La Siria fu invece la culla della prima popolazione semitica nel Mediterraneo, anche se fu ben presto invasa e attraversata da innumerevoli popolazioni (II millennio a.C.): Ittiti, Cananei, Ebrei, Filistei, Ammoniti, Fenici. Anche a causa di questi sconvolgimenti storici e razziali, la Siria non fu mai una vera e propria nazione, bensì una provincia sotto i persiani e i seleucidi.

Nel XVI sec. a.C. il territorio siriano venne dominato dagli egiziani fino al tempo di Ramsete V. Successivamente, Assiri e ed Ebrei (Davide e Salomone) estesero su di esso il proprio dominio. Dopo diversi domini, nel 333 a.C. la Siria fu conquistata da Alessandro Magno e fino alla sua morte (323 a.C.) rimase unita. Sotto i Seleucidi (che prendevano il nome da uno dei luogotenenti di Alessandro, Seleuco) la Siria fu prospera, almeno fino a quando Romani, Maccabei e la sollevazione della giudea no la inginocchiarono. Nel 64 a.C. la Siria fu conquistata da Pompeo e divenne provincia romana in modo definitivo. Con il II secolo d.C. cominciò l’infiltrazione araba. Nel 635 cadde Damasco e nel 638 fu la volta di Gerusalemme.

Dopo novecento anni di lotte dinastiche arabe e invasioni europee (Crociate), nel 1517 cominciò il dominio ottomano, che durò per quattro secoli. Nel 1832 Mehmet Alì, pascià d’Egitto, fece invadere la Siria, ma ne perdette il dominio nemmeno dieci anni dopo. Il XIX secolo fu caratterizzato da continue interferenze occidentali e lotte per il dominio dell’area. Agli inizi del Novecento la Francia si aggiudicò l’influenza sulla Siria a discapito degli inglesi. 
Nel 1920 i francesi dividono la Siria in 4 stati: Gran Libano, Damasco, Aleppo e Stato degli Alaniti. Continue manifestazioni e lotte intestine antifrancesi - che culminarono nella rivolta del 1925 guidata da Sultan al-Atrash, solo due anni dopo - portarono all’elezione di un’assemblea costituente. I nazionalisti ottengono una promessa di indipendenza a partire dal 1940. Il mancato mantenimento di essa da parte dei francesi causò lotte che portarono finalmente nel 1945 e nel 1946 all’indipendenza siriana. Anche la Siria entrò a far parte della Lega Araba, e sin da subito i progetti di una Grande Siria e di opposizione allo Stato di Israele, ne caratterizzarono l’atteggiamento bellicoso.

La Turchia è sicuramente il paese arabo che, paradossalmente, costituì la minaccia più seria per l’Occidente, ai tempi dell’Impero Ottomano alle porte di quello asburgico, per divenire poi - in epoca contemporanea - un sicuro alleato dell’Occidente e degli Stati Uniti in chiave antisovietica e, inoltre, araba moderata. Dopo la conquista turca di Costantinopoli (1453), la Turchia simboleggiò la minaccia ottomana. Minaccia alla cristianità, soprattutto. Con l’Impero ottomano, i turchi assumono agli occhi del mondo musulmano le vesti di erede dell’Impero Romano d’Oriente. Quest’aurea di grandezza porta al mito del Califfato, cioè della guida politica e spirituale degli arabi. Fino al 1258 il califfato ebbe sede in Baghdad sotto gli Abbasidi, passato in Egitto sotto i Mammeluchi non aveva più il prestigio di un tempo. 

Nel 1517 gli Ottomani, conquistando l’Egitto, il sovrano ottomano assorbiva il prestigio califfale. L’Impero ottomano può essere diviso in tre periodi principali: espansionistico (fino alla morte di Solimano il Magnifico, 1566), di equilibrio (fino al secondo fallimento di conquista di Vienna, 1683), di decadenza (fino alla nascita della Repubblica Turca nel 1923). L’avanzata turca in Europa costituì senza dubbio una minaccia mortale per la civiltà cristiana. Nel XVI secolo tale avanzata sembrò inarrestabile: nel 1521 cadeva Belgrado, nel 1522 Rodi, nel 1529 Buda.

In oriente l’Impero Ottomano comprendeva Baghdad e Tunisi nel 1534, lo Yemen nel 1547, Tripoli nel 1551. Nel XVII secolo, invece, l’Occidente impone la progressiva ritirata. Nel 1686 l’Ungheria veniva liberata da Austriaci, Polacchi e Veneziani alleati; nel 1699 l’Austria si impadroniva della Transilvania, Venezia della Dalmazia, la Polonia della Podolia e la Russia il mar d’Azov. Nel secolo successivo la Russia diventa l’erede del ruolo di difensore delle barriere cristiane dalla minaccia islamica.
Nel secolo XIX  le continue guerre tra Russia e Turchia vengono sfruttate in Occidente in chiave anti-russa. Addirittura nel 1853, nella guerra di Crimea, le potenze occidentali si schiereranno con la Turchia. Da questo momento la Turchia si avvicina all’occidente ed entra nel consesso europeo. Agli inizi del XX secolo la Turchia è in piena decadenza, dopo aver perso la Libia nel 1911 e il Dodecanneso l’anno dopo; con le guerre balcaniche la Turchia perde la Macedonia e l’Albania. Alleata degli Imperi centrali nella Prima Guerra Mondiale, viene sconfitta.

Nel 1923, come detto, nasce la Repubblica Turca e nel 1924 veniva abolito il califfato. Contemporaneamente, una nuova Costituzione apportava la laicizzazione dello stato e l’Islam non veniva nemmeno riconosciuta religione di stato. Durante la Seconda Guerra Mondiale una formale neutralità divenne, con l’avvicinarsi della vittoria alleata, una alleanza nella coalizione antitedesca. Nel 1952 la Turchia entrava nell’Alleanza Atlantica. La Russia perdeva così ogni possibilità di assicurarsi, prima o poi, il dominio degli Stretti dei Dardanelli, unica via al Mediterraneo. Un obbiettivo, questo, storicamente appetito dalla Russia. Attraversi gli accenni storici a questi tre stati si può comprendere come l’area mediorientale sia sempre stata focolaio di scontri militari, politici e religiosi.

Con la nascita dello Stato di Israele la propensione di questa parte del mondo ad essere una polveriera ed un crocevia di odi e guerre raggiunge la sua apoteosi. Qualche anno fa, con la stretta di mano tra Rabin e Arafat, i primi spiragli di luce in una dominata dalla tragedia. Il successivo assassinio di Rabin e le recenti incomprensioni tra il governo Nethaniau e quello palestinese sembrano minacciare un ritorno al circolo vizioso della violenza e alle politiche di reciproca incomprensione. Quelle politiche che costituirono la base della corsa nucleare nella regione, vent’anni fa. Fu attorno a questo sogno di grandezza che si spesero molte delle speranze dei paesi del Medio Oriente. Realizzare un deterrente nucleare, per i maggiori stati islamici della regione, significava non solo compiere un passo fondamentale nell’eterna lotta contro "la minaccia sionista" costituita da Israele, ma anche raggiungere il primato all’interno dell’universo islamico. Se un tempo la posizione di prestigio veniva ottenuta con la presenza nei propri confini del Califfato - autorità politico-religiosa indiscussa e guida spirituale per tutti gli islamici - nell’era moderna era la potenza militare ed economica ad assicurare il primato islamico.

Cinque nazioni del Medio Oriente, o ad esso confinanti, cercarono di crearsi una potenza nucleare: India, Israele, Iraq, Pakistan e Libia. Solo due di esse sono democrazie (India e Israele) e non è un caso che non siano paesi islamici. La corsa sotterranea al nucleare si sviluppò dalla fine della guerra fino agli anni settanta, ma solo con l’esplosione in territorio indiano del maggio 1974 il mondo prese realmente coscienza della realtà: anche il Terzo Mondo poteva dotarsi della bomba. L’oligopolio nucleare condiviso tra le cinque nazione membri del Consiglio di Sicurezza ONU - Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Francia, Gran Bretagna - veniva a cadere.

 Il maggiore problema nel tentativo di arginare la proliferazione degli armamenti nucleari consistette, naturalmente negli impressionanti interessi economici collegati al mercato tecnologico. Fino a che punto l’oligarchia nucleare poteva commerciare in materiale e tecnologie nucleari per scopi pacifici, e allo stesso punto essere sicura che essi non servissero alla realizzazione della bomba? E in fondo - si chiedevano alcuni influenti politici e scienziati governativi - doveva questo costituire un problema reale?

Il consesso internazionale pensò di risolvere la questione con l’AIEA. Proposta dal presidente americano Ike Eisenhower, l’AIEA vide la luce nel 1957, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Suo compito era quello di fornire assistenza tecnica per lo sviluppo dell’energia nucleare, controllando allo stesso tempo che tale sviluppo non portasse alla realizzazione di un arsenale nucleare.
Obiettivo principale, quello di rilevare qualsiasi trasferimento di quantitativi considerevoli di sostanze utili a produrre una bomba nucleare. Negli anni ottanta l’AIEA sorvegliava oltre 700 reattori e impianti nucleari in più di 50 paesi. Un’arma di pressione diplomatica in mano all’AIEA è la firma del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT) che le nazioni devono firmare quando cercano di acquistare sostanze come uranio e plutonio. Ovviamente, l’attività di questa associazione internazionale è difficilissima. L’intromissione nelle politiche economiche dei paesi e quindi nel concetto di sovranità nazionale rese tutt’altro che facile le ispezioni, soprattutto nei paesi non democratici. Il pieno rispetto del NPT, poi, diventa quasi simbolico. In effetti si tratta di un semplice compromesso: in cambio di una promessa di non realizzare armi nucleari, i paesi interessati possono accedere a qualsiasi tipo di tecnologia nucleare per uso civile. Se si pensa che tra i firmatari ci sono paesi come Iraq e Libia, si può ben comprendere come il NPT abbia un valore meramente simbolico.

"Sappiamo che Israele e il Sudafrica hanno una completa capacità nucleare; la civiltà cristiana, ebraica e indù hanno tale capacità. Anche le potenze comuniste l’hanno. Solo alla civiltà islamica mancava." Con queste parole il socialista Zulfikar Ali Bhutto, leader storico del Pakistan, annunciava che il proprio paese stava muovendosi in direzione del conseguimento di un arsenale nucleare. Ali Bhutto venne ad incarnare nella mente dei pakistani un simbolo di rinascita dopo il disastro del 1971, la guerra dall’esito disastroso contro l’India. Tutto cominciò nel marzo di quell’anno, quando l’esercito pachistano soffocò la rivolta dei separatisti bengalesi (Pakistan orientale, al confine con l’India) in un mare di sangue. I pachistani si accanirono sulla provincia bengalese con una crudeltà inaudita: incendiarono villaggi, violentarono donne, uccisero e mutilarono, eseguirono una selezione etnica e procedettero a fucilazioni di massa. Il motivo di queste criminali misure fu la vittoria alle elezioni (per la prima volta libere) del leader della Lega Awami Mujib-ur-Rahman.
Lo sceicco Rham, con il suo programma di decentramento politico-amministrativo del bengala costituiva un pericolo per il governo centrale. Otto milioni di bengalesi fuggirono in India. Seguì il purtroppo tradizionale triste copione di carestie e inondazioni. La vicina India fu costretta all’intervento alla fine del 1971. A metà dicembre l’esercito indiano aveva messo in ginocchio quello pachistano. Il Pakistan perse buona parte orientale del paese e più della metà della popolazione. Nacque il Bangladesh indipendente, paese alleato dell’India. Parte del Pakistan occidentale restava occupato dai soldati indiani e quasi centomila pachistani restavano prigionieri in India. Il Pakistan in ginocchio si affidava così all’"uomo forte" Ali Bhutto. Il quale si lanciò all’inseguimento della prima bomba islamica, da qui sarebbe venuta la rinascita del paese. Già nel gennaio del 1972 il premier pachistano organizzava una riunione segreta con i massimi cervelli della scienza pachistana.

Tra essi il futuro Nobel per la fisica Abdus Salam. Bhutto nell’occasione comunicò che voleva arrivare a possedere la bomba. Per arrivare ad ottenerla, Bhutto sfruttò anche il ruolo del proprio paese. Il Pakistan fu, sin dal 1947, un sicuro alleato dell’Occidente in chiave anticomunista. Quando il periodo più critico della guerra fredda terminò, a metà degli anni sessanta, grazie al Pakistan - che aveva ottimi rapporti con la Cina - gli alleati Stati Uniti poterono avvicinarsi (era l’era Nixon) a Pechino. Bhutto aveva bisogno di supporti e , soprattutto, soldi. E così attraversò il Medio Oriente alla ricerca di "amici". Ne trovò uno fedelissimo in Africa, ed era il colonnello Muammar Gheddafi salito al potere con un colpo di stato in Libia nel 1969. Nel periodo 1972-74 l’incontro tra Bhutto e Gheddafi portò ad una salda alleanza islamica. Gheddafi, soprattutto, vedeva nella realizzazione di un deterrente nucleare islamico la grande carta per poter finalmente regolare i conti con il "sionismo".
Denaro libico, conoscenza scientifica pachistana: da questa unione doveva nascere la bomba islamica, che sarebbe poi stata condivisa dai due paesi.

Sovvenzioni al Pakistan giunsero però anche dall’Arabia Saudita di Re Faisal, e dalla Persia dello Scià (500 milioni di dollari solo nel 1973). Anche l’Occidente non restò a guardare: il mercato nucleare era una ghiotta occasione economica. Il paese che con più disinvoltura intrattenne rapporti con il mondo islamico - soprattutto Pakistan e Iraq - fu la Francia. Dal Canada il Pakistan aveva già ottenuto un reattore CANDU all’uranio naturale. Grazie alla Francia e alla società privata SGN (legata comunque alla Commissione francese per l’energia atomica) Bhutto realizzò l’impianto di Chasma, ufficialmente per un processo di riutilizzazione a fini industriali.. Nel 1976 il Pakistan aderiva alle regole dell’AIEA e sottoponeva Chasma ai controlli internazionali. Il dado era comunque tratto.

Il primato islamico nella costruzione della bomba fu conteso al Pakistan dalll’Iraq. Il nuovo Iraq di Saddam Hussein era sicuramente lo stato più "laico" della regione. L’incontro tra Bhutto e Saddam non aveva portato nulla di buono: i due paesi avrebbero seguito vie diverse e, soprattutto, concorrenti. Il Pakistan puntava ad un alleanza islamica (e quindi a base religiosa), l’Iraq invece cercava - ovviamente sotto le proprie bandiere - l’unità degli arabi. Baghdad, secondo Saddam, sarebbe stato il centro dell’universo mediorientale.

Saddam Hussein , nonostante i proclami religiosi in occasione della Guerra del Golfo del 1991, ha improntato il proprio paese al culto della propria persona più che al fondamentalismo islamico. Il partito socialista da lui tenuto in pugno, il Ba’ath, è di chiara impronta laica. Oltre a ciò, il clan di Saddam Hussein appartiene alla setta islamica sunnita, che nel mondo islamico è la maggioranza, ma in Iraq sono in netta minoranza rispetto agli sciiti. Da questa concorrenza religiosa potranno venire, se verranno, minacce alla stabilità del potere di Saddam.
Dal 1968 vicino alle stanze del potere e dal luglio 1979 ufficialmente presidente della Repubblica, Saddam è definito dai suo sostenitori "il profumo dell’Iraq", dai suoi avversari un Hitler arabo in sedicesimo.

Quel che è certo è che, ottenuto da poco il potere assoluto, lanciò il proprio paese nella decennale e infruttuosa, nonché micidiale, guerra con l’Iran dell’Ayatollah Kohmeini. In occasione di questo conflitto l’Iraq dimostrò di poter ricorrere con facilità ad armi chimiche e batteriologiche. Le foto dei villaggi iraniani "gasati" hanno fatto il giro del mondo. Oltre alla guerra con l’Iran Saddam ha sperimentato il proprio arsenale più o meno convenzionale contro le minoranze curde. E lo ha sventolato come minaccia in faccia al nemico Israele. Il potenziale nucleare non poteva che essere, agli occhi del dittatore, una priorità assoluta. "La gloria degli arabi scaturisce dalla gloria dell’Iraq", ammoniva Saddam, appena "eletto" alla presidenza.
Già dal 1968 l’Iraq intrattenne fruttosi rapporti nucleari con l’Unione Sovietica, che però seguiva un’attentissima politica di controllo e di non-proliferazione nei confronti dei propri "clienti". Una politica più attenta rispetto alle più disinvolte potenze occidentali. L’Iraq ottenne quello che voleva soprattutto dalla Francia.

Nel 1974 il premier Jacques Chirac si recava a Baghdad e consolidava con Saddam Hussein un rapporto e un’"amicizia particolare", come la definì l’attuale presidente della Repubblica francese. Oggi può sembrare scomodo affermarlo, ma Jacques Chirac fu senza dubbio il più zelante sostenitore delle ragioni irachene in campo nucleare ("Faremo di voi la nazione più progredita del Medio Oriente"). Nel novembre del 1975 veniva firmato a Baghdad un accordo di collaborazione nucleare franco-iracheno e il 12 agosto 1976 l’Iraq firmava un contratto di un miliardo di franchi con un consorzio di società nucleari francesi: Technicatome, Constructions Navales et Industrielles de la Méditerranée, Comsip, Société Bouygues, Saint Gobain Techniques Nouvelles (la già citata SGN). Ne nacquero i reattori Tammuz I e Tammuz II. Chirac per molti anni considerò il contratto con l’Iraq come una delle migliori mosse economiche del proprio governo. Non bisogna dimenticare che gli anni 1973-76 sono gli anni della crisi energetica in Europa e che lo scambio petrolio-tecnologia costituì uno sbocco naturale.

L’Iraq si avvicinò anche all’Italia. Nel 1975 il governo iracheno ebbe rapporti con il CNEN (Comitato nazionale per l’energia nucleare). Quest’ultimo contattò la SNIA che si occupava di impianti. Gli iracheni richiedevano fornitura e installazione di attrezzatura per quello che definirono un "laboratorio di radiochimica" (più di due milioni di dollari), in pratica l’installazione di celle radioattive. Nel 1976 fu firmato l’accordo. Nell’ambito dell’accordo l’Ansaldo avrebbe fornito macchinari, e attrezzature. Ne nacquero quattro laboratori "a freddo".

"Il Budda sorride". Fu questo il segnale telegrafico in codice emesso dopo il primo esperimento nucleare indiano, il 18 maggio 1974 alle ore 8,05 del mattino. L’esplosione avvenne nel deserto di Rajastahan, sotto gli occhi del premier Indira Gandhi. La scena era paradossale: la nazione che aveva ottenuto l’indipendenza dagli inglesi sotto la spinta dell’esempio pacifista e non-violento del Mahatma Gandhi (con il quale Indira condivideva addirittura il cognome) otteneva un indubbio successo militare. L’India aveva la sua bomba e la sfoggiava ad un mondo che osservava, dietro ad essa, la povertà della maggioranza della popolazione indiana.

La corsa al nucleare da parte dell’India aveva avuto inizio sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando nacque l’Istituto privato per la ricerca fondamentale, guidato dal dottor Homi Bhabha, che si era formato in Inghilterra, a Cambridge. L’India possedeva riserve di uranio e torio, l’assistenza la ottenne da tre grandi parteners: Stati Uniti, Canada e Francia. Dal Canada (che si disinteressò anche a possibili ispezioni internazionali) arrivò il reattore CIRUS da 40 megawatt termici e che funzionò a Trombay nel luglio 1960, e l’aiuto per la costruzione di due centrali elettronucleari tipo CANDU nel Rajasthan. 

Dagli Stati Uniti, l’India ottenne 21 tonnellate di acqua pesante, sempre senza la garanzia di controlli internazionali. Oltre a ciò moltissimi scienziati indiani poterono seguire corsi di perfezionamento presso impianti nucleari americani. La Francia, nel 1951, firmò un accordo franco-indiano di collaborazione nucleare. Come nel caso americano, contribuì con corsi di perfezionamento presso le proprie centrali nucleari. Il premier indiano Nehru, già nel 1946-48, svelò le intenzioni del proprio paese. Le intenzioni divennero un palese programma di corsa all’armamento nucleare nel 1964, subito dopo il primo esperimento nucleare cinese.

Al potere in India c’era la figlia di Nehru, Indira Ghandi. Come l’esplosione del 1974, il Terzo Mondo si presentava alla comunità internazionale, per la prima volta, come una possibile minaccia militare. Dopo la metà degli anni Settanta, il vento cambiò. Sulla spinta di uno studio fondamentale redatto dal politologo dell’Università di Chicago, prof. Albert Wohlstetter (e anche delle reazioni preoccupate alla bomba indiana), il governo americano cominciò a prospettare una mutazione politica di rotta. Già con la presidenza Ford cominciò a svilupparsi un orientamento contro la proliferazione nucleare. Lo studio scientifico metteva in risalto una verità: che la realizzazione di una bomba era un’operazione facile, una volta che si fossero ottenute le materie prime.
Gli sforzi internazionali dovevano mirare a regolare e rendere difficoltosa la divulgazione di sostanze esplosive. soprattutto il plutonio. Il successore di Ford, il democratico Jimmy Carter (ex ingegnere nucleare!) adottò una decisa linea politica in questo senso. All’Assemblea Generale dell’ONU del settembre 1974 il segretario di Stato Henry Kissinger ufficializzò la nuova posizione americana: stop alla proliferazione. Ovviamente il mondo dell’industria nucleare non reagì entusiasticamente. Una delle nazioni che si avvantaggiò della posizione americana - che costò agli Stati Uniti la perdita di un mercato stratosfericamente miliardario - fu il Brasile, che già dagli anni cinquanta aveva arruolato alcuni grandi scienziati del Terzo Reich, cui aveva offerto asilo. Gli Stati Uniti, intanto, puntavano alla creazione di una sorta di OPEC nucleare: un’intesa fra concorrenti che esordì a Londra nella primavera del 1975.

Ogni fornitore doveva procedere alla vendita delle proprie tecnologie e risorse con la massima cautela. La politica promossa da Washington incrinò ovviamente i rapporti con il fedele alleato pachistano, che vedeva compromesso il proprio impianto di Chasma. Contemporaneamente anche in Francia, caduto il governo Chirac, si raffreddavano i rapporti tra Parigi e Baghdad. Questo fece traballare un contratto franco-iracheno che avrebbe portato alla corte di Saddam 72 chili di uranio molto arricchito, una base utile a creare fino a 9 armi nucleari. Nonostante le pressioni americane una prima parte dell’ordinazione (tale da poter ottenere una bomba) fu portata a termine nel 1980.

La Nuova America di Ronald Reagan e la priorità dello scontro con il colosso sovietico. Il 20 gennaio 1981 il repubblicano Ronald Reagan conquistava la Casa Bianca e diventava il quarantesimo presidente degli Stati Uniti. Con l’avvento della sua amministrazione, una nuova priorità ossessionò il governo americano: la sfida con l’Unione Sovietica per il predominio mondiale era arrivata all’atto decisivo e finale, occorreva la "spallata" che avrebbe messo in ginocchio il sistema sovietico. Il primo mandato di Reagan fu improntato quindi ad una corsa nucleare e ad una nuova politica di contenimento del comunismo nel mondo. I summit con Gorbaciov per il disarmo, che caratterizzarono il secondo mandato del presidente americano, erano ancora lontani.

L’amministrazione Reagan alle soglie degli anni Ottanta vedeva una sola necessità: arginare l’influenza sovietica. La non-proliferazione nucleare non costituiva quindi una priorità, tutt’altro. Gli Stati Uniti ripreso velocemente una politica nucleare. Il Pakistan - con grande soddisfazione del governo interessato - tornava ad essere il baluardo contro il comunismo, utile ad arginare il "Vietnam sovietico" che infuriava dal 1979 in Afghanistan. Quasi tre miliardi di dollari in cinque anni finirono nelle casse pakistane. Anche l’Iraq si avvantaggerà di questa nuova situazione. 

Non bisogna dimenticare che, al tempo, il regime di Saddam serviva da contraltare all’Iran komehinista che giudicava gli Stati Uniti "il grande Satana". A dimostrare quanto la politica reganiana puntasse essenzialmente al vantaggio per gli Stati Uniti e l’Occidente, basti pensare che l’alleanza più salda che gli Stati Uniti ebbero fu quella con Israele, nemico dell’Iraq.

Una delle teorie che vedevano con sufficienza il pericolo di una proliferazione nucleare in Medio Oriente era quella che si rifaceva al principio dell’MDA (Mutua Distruzione Assicurata). L’equilibrio del terrore avrebbe congelato le spinte centrifughe e qualsiasi opzione di guerra totale nella regione.
Paradossalmente nello stesso anno in cui saliva al potere Ronald Reagan, in Francia conquistava l’Eliseo il socialista François Mitterand, che optò per un’alleanza con Israele e una rottura dei rapporti favorevoli con l’Iraq. Le posizione franco-americane si erano quindi capovolte rispetto ai tempi di Carter-Chirac. da questi continui mutamenti di politica occidentale si avvanteggeranno i paesi islamici come l’Iraq, che si limiteranno semplicemente a cambiare cliente. A questo cercherà di ovviare Israele.

Il decennio degli anni Settanta in cui l’Islam aveva dimostrato di poter ottenere la bomba si chiudono formalmente nel giugno 1981, con il bombardamento del centro nucleare iracheno Tammuz ad opera degli F-16 israeliani. Israele non avrebbe mai accettato arsenali in grado di colpire a distanza il proprio territorio. "Israele non tollererà che dei nemici - non nessun paese arabo, nessun nemico - realizzi armi per distruzioni in massa contro il popolo di Israele. Se gli iracheni volessero ricostruire il reattore, per mezzo del quale potessero produrre armi nucleari, Israele userà i mezzi a sua disposizione per distruggere quel reattore."
Dietro le parole pronunciate da Begin, si concretizzava una politica che Israele non avrebbe mai più abbandonato, per la propria sopravvivenza.

di FERRUCCIO GATTUSO

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

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