ANNI 1000-1200 -Graffianti fustigatori della corrotta Chiesa medievale 

 I GOLIARDI
TESTE MATTE CHE...  

 
... BACCHETTAVANO
PAPI E CARDINALI

Nei Carmina Burana, i loro canti, una "filosofia" nella quale si fondono morale, 
satira, inni all'amore, al vino, all'allegria


di ELENA BELLOMO

"Poiché provo nel mio animo un forte turbamento, al colmo dell'amarezza mi lamento di me stesso. Formato di materia assai leggera, mi sento simile ad una foglia con la quale gioca il vento. Mentre è proprio del saggio porre sulla roccia salde fondamenta, io stolto, mi paragono ad un fiume sempre in corsa che non si ferma mai sotto lo stesso cielo. Vado alla deriva come una nave priva di nocchiero, come un uccello che vaga per le vie del cielo; non c'è catena che mi trattenga, né chiave che mi rinchiuda, cerco i miei simili e mi unisco così ai malvagi. Condurre una vita austera è per me quasi impossibile; io amo infatti il gioco che mi piace più del miele. Qualunque impresa mi chieda Venere, che non risiede mai negli animi meschini, è una piacevole fatica. Percorro la via più facile com'è proprio dei giovani, e mi irretisco nei vizi scordando la virtù; più avido del piacere che della vita eterna, sono ormai morto nell'anima e curo solo il corpo." 

Con queste provocatorie strofe nel XII secolo l'anonimo archipoeta di Colonia descriveva la propria vita ed il proprio stato interiore. Lungi dal ricorso ad un mero topos letterario o dal rappresentare una voce di isolato disincanto, queste rime colgono in profondità le caratteristiche fondamentali della cultura goliardica medievale. Frutto della rinascita culturale europea del XII secolo e della rinnovata mobilità di idee, esso rappresenta uno delle più originali componenti dell'età di mezzo, permeata dallo spontaneismo e dall'intransigenza che animarono le più diverse manifestazioni della spiritualità, del pensiero ed anche dell'azione istituzionale di questa epoca. 

Crocevia di tendenze culturali conservatrici e di spinte innovative, rivitalizzato dall'ormai avviata ripresa dei commerci e dal risorgere della vita cittadina, il secolo XII è combattuto tra reazione e progresso, tra l'affannosa ricerca della salvezza dell'anima e le attrattive di una vita terrena che mai era apparsa tanto ricca e stimolante. Nella convulsa crescita dell'Europa di questo periodo si inserisce anche la nascita delle istituzioni universitarie, naturale evoluzione delle scuole cattedrali a gestione ecclesiastica, ma anche di quei gruppi spontanei di studenti che si riunivano intorno ad un maestro di rinomata fama per apprenderne la scienza.

Si erano venute così formando le prime associazioni di allievi e professori, tese a proteggere i diritti e gli interessi degli aderenti ed a far riconoscere il particolare status di chi votata la propria vita al sapere. A Parigi, dove già presso Notre Dame, la collegiata di Sainte Geneviève e la canonica di San Vittore si impartivano le fondamentali nozioni della teologia, furono i docenti ad imprimere la propria spinta a favore della nascita di una istituzione scolastica che si svincolasse dal controllo vescovile. 

A Bologna, invece, furono gli studenti, italiani ed oltremontani, ad assumere la guida della neonata università. Indipendenti nella gestione della vita scolastica, impegnati nella creazione di un'istituzione assolutamente originale, sconosciuta persino alla raffinata cultura antica, studenti e maestri avrebbero però incontrato numerose difficoltà e resistenze. Celebre rimane la strenua lotta di san Bernardo contro le rivoluzionarie idee di Abelardo (1079-1142), mentre non pochi erano i casi in cui anche le autorità civili avevano da lamentarsi per la condotta degli studenti affluiti in città per seguire le lezioni di un maestro. "Percorrono il mondo intero e studiano le arti liberali a Parigi, gli autori classici ad Orléans, la giurisprudenza a Bologna, la medicina a Salerno, la magia a Toledo, e non imparano i buoni costumi in nessun luogo" affermava Elinardo, abate di Froidmont. La popolazione studentesca era costituita da giovani di estrazione nobiliare e borghese, provenienti da tutte le nazioni d'Europa. Desiderosi di apprendere, ma anche di vivere una propria indipendenza non sempre estranea ad eccessi e sregolatezze, essi erano pronti a viaggiare lungo tutto il Vecchio Continente pur di essere annoverati tra gli allievi delle menti più colte e brillanti del secolo.

Compiuto lo studio delle discipline del trivio (grammatica, dialettica e retorica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica ed astronomia) presso la facoltà di arti, gli studenti potevano proseguire nella propria formazione dedicandosi a discipline più specifiche ed impegnative come la teologia o il diritto. Il loro cursus studiorum veniva così a durare svariati anni prima che, superati gli esami di rito, fosse loro concessa la licentia docendi. Proprio la codificazione del programma di studi e la concessione di un titolo universalmente riconosciuto costituiranno le rivoluzionarie innovazioni dell'università medievale. Per la maggior parte gli studenti appartenevano all'ordo clericalis, erano cioè chierici, anche se destinati a prendere solo gli ordini minori.
Questo implicava l'obbligo dell'abito, della tonsura ed alcuni doveri di carattere liturgico, ma parimenti consentiva loro l'ingresso in una organizzazione forte e rispettata, fino ad allora detentrice del monopolio della cultura. In caso di noie con la legge essi erano sottoposti al giudizio dei tribunali ecclesiastici, ma nel contempo erano esenti dai tributi ed avevano la possibilità di sposarsi. Dedicandosi esclusivamente all'attività di studio, questi chierici erano spesso in viaggio per poter acquisire nuove conoscenze e seguire le lezioni di nuovi insegnanti. Vagabondando quindi da un centro all'altro a volte erano costretti a vivere di carità, qualora non fossero riusciti a mettere a frutto la proprie conoscenza, magari ponendosi a servizio di qualche potente signore. La mancanza di stabilità e l'inosservanza di una precisa ed austera regola di vita, come invece avveniva per gli altri chierici, gettava su questi uomini sospetto, se non discredito, tanto più che in molti casi erano essi stessi a non lasciarsi sfuggire alcuna occasione per scandalizzare i contemporanei.

Questa inconsueta miscela di sacro e profano, cultura e gaudente irriverenza avrebbero attirato su di essi anche la curiosa attenzione dei posteri, desiderosi di scoprire in tali anticonformisti personaggi gli antesignani del proprio modo di pensare e di concepire la vita. 

Chi erano i goliardi? Nella seconda metà dell'Ottocento i goliardi vennero addirittura considerati come gli appartenenti ad una setta segreta, accanita contestatrice dell'ordine precostituito e seguace del gigante filisteo Golia, simbolo del Demonio stesso. Governata dalla burla e dedita a coltivare esclusivamente i piaceri della vita, tale società avrebbe quindi rappresentato una protesta organizzata e consapevole dalle venature eretiche. Questa frangia della società medievale, invece, fu specchio fedele di un periodo di grandi cambiamenti e di inquietudine, sospesa tra rinnovamento e conservazione. Lo testimonia il fatto che gli stessi goliardi non rifiutassero la tradizionale tripartizione della comunità medievale in tre ordini, combattenti, chierici e lavoratori, come pure la loro concezione dell'uomo e della vita non li mostra immuni dal cupo pessimismo, caratteristico del periodo medievale. 

Nello stesso tempo i goliardi costituirono anche il ceto meglio disposto ad accogliere e valorizzare i cambiamenti che stavano avvenendo nel tessuto sociale, nell'economia e soprattutto nella cultura contemporanea. Proprio fra di essi, infine, le idee di riforma della Chiesa, libera nel contempo dall'influenza dei laici, ma anche restituita alla propria antica purezza, avrebbero trovato fieri ed agguerriti sostenitori. Conservazione e cambiamento caratterizzano quindi entrambi i modi di vita di questi chierici, perfetti interpreti di un'epoca di transizione. 

Il principale mezzo di espressione dello spirito inquieto dei goliardi sarebbe stata la poesia. 

I famosi Carmina Burana, noti al grande pubblico più per la loro messa in musica che per il valore letterario, costituiscono infatti la più completa antologia di canti medievali di ispirazione goliardica. Il loro nome è dovuto al fatto che il codice ove essi sono riportati fosse conservato presso l'abbazia di Benediktbeuren, l'antica Bura Sancti Benedicti, fondata da san Bonifacio nell'VIII secolo. Opera di numerose mani, questo testo unisce versi di carattere prettamente morale e religioso a liriche d'amore e canti di taverna. Soprattutto quindi dal punto di vista contenutistico i Carmina Burana rispecchiano la complessità della cultura che ad essi diede vita. Vario comunque è anche il tono, che, come si addice a materie tanto diverse, passa dal sentenzioso al frivolo, dall'invettiva al motto dissacrante. Il principale oggetto della polemica dei versi dei goliardi è la Chiesa romana, non più depositaria del salvifico messaggio di Cristo, ma ricettacolo di corruzione e vizio. Si stava infatti compiendo tra XI e XIII secolo quella svolta che avrebbe portato il Papato ad assumere i connotati di una monarchia universale, complesso strumento di potere terreno e non più di guida spirituale della Cristianità.

Recita infatti un canto goliardico: "I vescovi portano le corna invece della croce, tendono agguati, pronti a balzare sulla preda, e recano vergogna alla tonsura. Invece del pastorale impugnano la lancia e calcano l'elmo invece della tiara, invece della stola hanno lo scudo - questo scandalo sarà la loro morte - invece della cotta vestono la corazza - questo è quanto c'è di peggio - e invece dell'amitto indossano il farsetto, ben più adatto agli uomini mondani. Avanzano come prodi e si allontanano da Dio, aguzzano i denti come leoni inferociti, come aquile veloci, come cinghiali che ringhiano furiosi, vibrano la lingua come serpenti capaci solo di colpire a tradimento." 

Il coinvolgimento della Chiesa negli affari terreni corrisponde non solo alla perdita di quei crismi di santità che i chierici dovrebbero possedere, ma soprattutto all'elevazione dei beni mondani a nuove pagane divinità. E' soprattutto il denaro ad essere nuovo oggetto di venerazione, vero e proprio signore della Curia romana. "Per Roma la Parca ha filato solo l'avidità: risparmia chi le offre doni, infierisce contro chi non ne vuol dare; il solo dio che adora è quello del denaro, ama i marchi invece di san Marco e venera più il forziere dell'altare. (...)". Se vogliamo ben vedere, il papa è così chiamato perché lui solo vuole papparsi tutti i beni altrui, o anche perché, troncando le sue parole, quando si va a pregarlo di qualcosa risponde sempre: "Pa-ga, pa-ga!"

La polemica dei goliardi si fa quindi sempre più pungente, arrivando a riscrivere uno dei testi sacri per eccellenza, facendolo divenire il Vangelo secondo san Marco d'Argento. Nello stesso tempo non manca però chi in preda allo sconforto lancia un accorato appello per la salvezza di Roma e del pastore della Cristianità. Piange infatti un poeta: "Giace in mezzo al fango, disprezzata e oppressa dai tributi, la più nobile di tutte le città, costretta alla servitù; ho visto confermato quanto ero solito ripetere, che Roma è abbandonata, afflitta e desolata." 

L'unica soluzione a questa situazione prospettata dai goliardi è il ritorno alla primitiva purezza della Chiesa, alla stretta osservanza del precetto evangelico. "Questo mondo dissennato offre solo falsi piaceri che appassiscono e svaniscono come gigli dei campi. La vita spesa inutilmente cercando la fama sulla terra sottrae i veri premi, perché spinge le anime nell'abisso dell'inferno. La legge della carne e della morte è totalmente effimera, passa come un'ombra che non possiede corpo." E' quindi necessario staccarsi dai beni terreni per aspirare alla beatitudine celeste. Questa è la sola strada per riconquistare la salvezza e salvare la Chiesa riconducendola alla sua vocazione originaria di guida spirituale. In questo modo, inoltre, nessuna sventura terrena riuscirà a toccare l'uomo sapiente, che potrà con forza ergersi contro la Fortuna e sopportarne i colpi. L'amara consapevolezza della labilità della fama e della ricchezza ispira quindi questi versi: " O Fortuna, mutevole ed alterna, tu pronunci sentenze contrastanti, offri ricchi premi a chi è protetto dal tuo favore e lo fai salire al sommo della ruota; poi, mutando le tue incerte decisioni, sollevi il povero e trasformi il retore in console." "Tu, sorte crudele e volubile, ruota che gira sempre, cattiva condizione e prosperità vana, sempre fuggevole, oscura e velata, incombi su di me che espongo il dorso nudo al capriccio dei tuoi colpi."

Il disincanto di queste rime pare essere espressione di una spiritualità essenzialmente caratterizzata dal rifiuto di ogni esperienza mondana, effimera e fallace, a favore di una rigorosa scelta di ascesi. Eppure non è certo questa l'immagine dei goliardi che ci è più familiare ed infatti alla vena morale e sentenziosa dei canti, che tuonano contro la Curia romana ed invocano la riforma della Chiesa, si affiancano liriche di carattere amoroso e spregiudicate poesie, scritte per essere declamate tra un boccale di vino ed un lancio di dadi. Se da un canto, quindi, i goliardi guardano alla vita con disilluso realismo e mettono in guardia contro la caducità dei piaceri terreni, dall'altro non sembrano riuscire a resistere alla tentazione di goderne con la maggiore intensità possibile. Donne, vino e gioco diventano così gli inseparabili compagni degli studenti nel loro continuo peregrinare, nella loro spensierata dissipazione. Mentre nel Meridione della Francia fioriva la poesia cortese e la donna, ispiratrice delle liriche dei trovatori, assumeva le sembianze di una creatura ultraterrena, i goliardi ne tratteggiavano invece con ammirato compiacimento la bellezza del corpo e la sfrontata disponibilità. Così, infatti, un poeta descriveva la fanciulla amata:
"Sotto il petto delicato si incurvano i fianchi eleganti ed armoniosi, la sua pelle immacolata non rifiuta il tocco tenue delle mie dita che, sotto la vita snella, sfiorano l'ombelico nel ventre lievemente inarcato."
Mentre un altro ancora affermava: "La fanciulla mi aveva concesso di vederla, parlarle, accarezzarla e baciarla; mancava però ancora l'ultima e più dolce meta dell'amore. Se non la varcherò, quanto mi ha già concesso aggiungerà sono nuovo fuoco al mio acceso desiderio."

Appare paradossale che proprio dei chierici esaltino questo aspetto dell'amore e con frequenza si rifacciano al modello di antichi poeti pagani, primo fra i quali l'Ovidio dell'Ars amandi. Erudite citazioni classiche, influenze cortesi e suggestioni tratte dal Cantico dei Cantici creano così composizioni in cui tensione erotica, giovanile spensieratezza e dolore per l'amore non corrisposto si alternano nel tentativo di descrivere con sottile ironia, ma anche con sincera partecipazione, le gioie e le delusioni della passione. E' questo un continuo gioco, fatto di schermaglie, tradimenti, abbandoni e riconciliazioni, in cui tutto è valido pur di raggiungere il proprio scopo ed infatti in una lirica si afferma: "L'amore è ingenuo e insieme astuto, colorito e insieme pallido, crudele verso tutti, e al tempo stesso mite, volubile e costante. L'amore è governato da un'arte tutta sua." 

Ed in quest'arte il chierico è maestro. Lo sa bene Flora che ribatte all'amica Fillide, innamorata di un cavaliere: "Il chierico per primo ha scoperto ed insegnato quali siano i poteri di Venere e di Amore, e grazie a lui il cavaliere ne ha appreso ogni segreto!" Splendido contorno di queste continue schermaglie amorose è la natura, che nel rigoglio della primavera sembra esplicitamente invitare i giovani a godere dei piaceri della vita: "E' ritornata la bella stagione e sbocciano i fiori primaverili (...) i raggi del sole rinverdiscono ciò che il freddo aveva rinsecchito (...) i prati si vestono di fiori e ci invitano a giocare. Andiamo insieme, noi fanciulle con i chierici, ad intrecciare i giochi dell'amore." 

Se in questa prospettiva Amore diventa un'autentica divinità, padrona dello spirito e della vita dei propri adepti, il vino ed il gioco non sono da meno. Anch'essi distribuiscono tra i propri seguaci fortuna e disillusione, rendendoli comunque schiavi della propria incostante volontà. Il tempio del loro culto è la taverna, chiassoso ritrovo di studenti e viandanti, dove i dadi corrono in continuazione ed il vino è spillato dagli orci ogni minuto. Gli avventori in coro magnificano quindi Dioniso e le proprietà della sua bevanda: "Bacco, dio glorioso, noi tutti qui presenti proviamo grande gioia, libando con i tuoi preziosi doni. Questo vino così buono e saporito rende l'uomo onesto generoso, onesto e coraggioso. Tutti insieme per te intoniamo i nostri più grandi elogi e giustamente ti loderemo per tutta l'eternità".

E ancora: "O, Bacco, tu sai sciogliere la lingua, ma chiudi la bocca a chi è loquace; rendi ricco, rendi povero, fai lieto ciò che è triste. Tu riappacifichi i nemici, ma infrangi anche la pace, e a chi non sa nulla fai sapere tutto. Per te si aprono i forzieri degli avari, chiusi da molte serrature(...) dai la vista ai ciechi, dai agli zoppi le gambe di chi è mosso da lussuria: puoi essere considerato un dio, dal momento che operi miracoli."

Nell'ebbrezza facile è abbandonarsi sconsideratamente al gioco e dimenticarsi di tutto ciò che ci circonda. Si scommette per guadagnare denaro per bere e per comprare altri piaceri, ma non sempre la sorte è propizia e spesso si arriva fino al punto di perdere ogni bene, persino i vestiti: "Quando il giocatore esce dal locale riscaldato, è accolto dal gelo suo inseparabile compagno e subito rabbrividisce. Nudo com'è esclama: "Ahimè! Ahimè!" e batte continuamente i denti. O sciagurato, perché abbandoni il caldo e balbettando invochi l'aiuto del Signore? E' questo il motivo per cui ci ammaliamo così spesso!"
 

Il vero padrone qui è Decio, compagno di Bacco e dio del gioco, al quale nei Carmina Burana è dedicata addirittura una parodia della Messa. "La frode sia con te, Decio!" recitano durante il suo svolgimento i fedeli, mentre all'offertorio è una borsa ad essere consacrata al nuovo dio. Il sapere non è dunque l'unica ragione di vita dei goliardi, esso è una delle numerose attrattive, che un mondo tutto da scoprire ha in serbo per coloro che hanno il coraggio di avventurarvisi e di godere senza esitazioni e scrupoli quanto esso offre. Infatti, "non farà mai esperienza chi rimane sempre a casa e non erra per il mondo con animo gioioso, percorrendo in lungo e in largo questa curva superficie."

di ELENA BELLOMO

Ringrazio per l'articolo  
FRANCO GIANOLA
direttore di


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