Nuova "simile" crociata? - "Salvate quei figli!" gridarono nel 1848
Un titolo di giornale in questi giorni (31-0tt-2003) sembra riportarci indietro nel passato.
Storia - Corsi e ricorsi:


 

( 1 ) - I RAPPORTI TRA EBREI E CRISTIANI - GRANDI TENSIONI E FORTI CONTRASTI 

< vedi anche "L'ANTISEMISTISMO DI "AMEDEO VIII di SAVOIA

PARTONO DA 
MOLTO LONTANO
  le tensioni e i contrasti...

 
... fino ad arrivare al  "CASO" 
del
piccolo MORTARA
( una discussa conversione forzata )


di LUCA MOLINARI


INTRODUZIONE STORICA 

I rapporti tra Ebrei e Cristiani sono sempre stati caratterizzati da elementi di forte tensione e contrasto. Inizialmente il movimento cristiano era “intestino” all’Ebraismo e lo si poteva considerare come una diversa opzione di quest’ultimo.

Dopo la morte di Cristo cominciò a verificarsi una più forte e profonda rottura tra l’Ebraismo ed il Cristianesimo che cominciava a caratterizzarsi come una religione autonoma con proprie specificità culturali.

La polemica antiebraica fu segnata da un costante richiamo all’accusa di “deicidio”, ossia il popolo di Israele veniva accusato di essere stato il responsabile e l’artefice dell’omicidio di Gesù Cristo.

Cominciarono, con il passare dei secoli, a fiorire le accuse più strane e più fantasiose nei confronti degli Ebrei che vennero identificati come personaggi squalificati e dalla dubbia moralità.

Fino a quando i Cristiani non ebbero il potere politico la polemica fu solamente teorica e dottrinale: dopo Costantino (siamo dunque negli anni 300-325) e successivamente con Teodosio, invece, si affermò una classe dirigente cristiana autrice di una legislazione repressiva fatta di divieti nei confronti delle religioni politeiste pagane greco-romane ed una legislazione altrettanto punitiva nei confronti delle comunità ebraiche che cominciarono a decadere ed a veder venire meno la propria importanza.

Settori cristiani si fecero sostenitori della fine, causa il “deicidio”, dell’Antica Alleanza tra Dio ed il popolo d’Israele che era stato punito con la perdita della propria Patria:
 nasce l’equazione secondo cui ad una colpa religiosa corrisponde una pena politica.

Si dovrà attendere il 1965 per vedere condannata tale tesi dai vertici ecclesiastici romani; in seguito, nel 1980, Papa Giovanni Paolo II, a Magonza, ebbe ad affermare che la validità dell’Antica Alleanza non era mai venuta meno e che, quindi, gli Ebrei non solo non sono mai stati rigettati da Dio, ma non hanno mai smesso di essere stati un popolo.

Sulla ghettizzazione degli ebrei in Italia inizia un Savoia, Amedeo VIII che nel 1430 nello "Statuta Sabaudiae" inserisce sedici capitoli sul problema ebraico. Non solo limitandone i movimenti per non "contaminare" i cristiani, ma s'inventa anche un contrassegno (un panno giallo con un cerchio bianco e rosso - pare che rappresentasse una moneta, l'oggetto dell'usura praticata dagli ebrei) da portarsi sulla spalla sinistra.
(in proposito vedi lo statuto, con le disposizioni in originale)

A PARTIRE DAL 1555....

A partire dal 1555 si ebbe l’emanazione di numerosi documenti pontifici che trattavano il tema dei diritti e dei doveri degli Ebrei residenti nello Stato della Chiesa. Molti Pontefici si occuparono di tale argomento.

Uno dei più importanti fu Papa Paolo IV che, nel 1555, introdusse la "Carta degli Ebrei" con la sua bolla "Cum nimis absurdum" (vedi nel link citato sopra) oltre ad altre norme restrittive e punitive, l’istituzione del “ghetto”,, luogo in cui gli Ebrei erano costretti obbligatoriamente a vivere, dovendo vendere tutti i propri beni immobili precedentemente posseduti: la loro condizione di manifesta inferiorità doveva servire per dimostrare ed annunciare la validità del messaggio cristiano e la grandezza della Chiesa.

Il motivo per cui si giunse alla costituzione di questa sorta di “area protetta” in cui isolare gli Ebrei dal resto della società e la spiegazione per cui, nel Pontefice e nelle alte gerarchie cattoliche, era forte questo desiderio isolazionista nei confronti degli Ebrei,  può essere frutto di numerose e diverse interpretazioni:

Personalmente credo che fosse un modo per evitare un “contagio”, ossia una possibile e probabile integrazione tra cittadini di religione ebraica ed il resto della cittadinanza romana; tale integrazione avrebbe reso meno sostenibili le dicerie e le bugie espresse sugli Ebrei.

Torna alla mente la scena del film “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni in cui il Cardinale Rivarola (Ugo Tognazzi) rivolgendosi a Cornacchia-Pasquino (Nino Manfredi) affermava che: “Li Ebrei, in fondo, sono quasi come li Cristiani”, ma si raccomandava che ciò non fosse una notizia divulgata,

Un altro importante momento nella vita della Stato Pontificio per quanto riguarda la vicenda ebraica, lo si ebbe nel 1577 quando Papa Gregorio XIII istituì le “prediche forzate” alle quali tutti gli Ebrei erano tenuti ad assistere nella speranza di una loro conversione.

Era previsto anche un apposito luogo in cui procedere alla “rieducazione” dei convertiti ebrei e no.

Gli atti di Gregorio XIII non vanno letti solamente come ispirati da una visione totalitaria della realtà, ma come il frutto di una forte spinta predicazionista e conversionista (azione missionaria della Chiesa).

Come si è già detto dopo il 1965 i rapporti tra Ebrei e Cristiani hanno avuto una svolta, ossia sono venute meno tante diffidenze e numerose contrapposizioni fino al punto che la Chiesa ha ritenuto di dover condannare ogni atto antiebraico e di affermare la necessità di totale rispetto verso i “fratelli maggiori” Ebrei (Giovanni Paolo II).

Il Caso Mortara analizzato in questa relazione (poi ancora meglio nella successiva puntata)  può avere una duplice chiave di lettura: come dimostrazione della validità dell’azione missionaria della Chiesa anche quasi quattro secoli dopo Gregorio XIII e come riaffermazione del proprio potere temporale che nella seconda metà del XIX secolo cominciava ad essere messo in discussione: facendo sottrarre il piccolo Edgardo Mortara alla sua famiglia ed allevandolo a Roma impartendogli un’educazione cattolica che lo porterà a prendere i voti ed ad indossare la tonaca, Papa Pio IX non faceva altro che ribadire e riconfermare il proprio potere sui territori pontifici.

PRESUPPOSTI GIURIDICI AL “CASO MORTARA”

A proposito del sacramento del battesimo il “Codice di Diritto Canonico” recita quanto segue:

Can. 868. Per battezzare lecitamente un bambino si esige (…) che i genitori o almeno uno di essi o chi tiene legittimamente il loro posto, vi consentano (…). Il bambino di genitori cattolici e persino non cattolici, in pericolo di morte è battezzato lecitamente anche contro la volontà dei genitori (etiam invitis parentibus).(1)

Quindi, almeno dal punto di vista teorico, sarebbe ancora possibile il battesimo segreto e coatto di un bambino non ebreo.

L’impossibilità di ripetere un nuovo Caso Mortara è, quindi, da ascrivere al mutato rapporto di forza tra la Chiesa e la società e dalla venuta meno di uno stato temporale guidato dal Pontefice e non dall’abiura delle norme giuridiche che lo resero possibile.

Di recente uno scrittore cattolico come Vittorio Messori, considerato l’intervistatore ufficiale di Papa Giovanni Paolo II, ha affermato che quella di Edgardo Mortara è stata “una storia singolare (…) in cui sembra di vedere all’opera un Dio che << sa scrivere anche su righe storte >>.” (2)

Una spiegazione filosofica ed una giustificazione basata su elementi del diritto ecclesiastico del caso Mortara lo si può desumere dal seguente passo dello storico delle religioni Ernest Renan che, abbandonato il seminario, imboccherà un percorso culturale che approderà a dottrine fortemente antisemite basata sulla contrapposizione tra una razza ariana superiore ed una ebraica inferiore.

Dieci anni prima che scoppiasse il Caso Mortara, nel 1848, Renan scriveva quanto segue:

“Si predica spesso la tolleranza alla Chiesa senza chiedersi se essa può concederla. E’ qui il punto spinoso di tutte le controversie, quello su cui non si può mai ottenere una risposta categorica. Gli è che, in effetti, la Chiesa non è mai stata tollerante; essa non lo sarà mai, non può esserlo, e gli ortodossi, nei momenti di buona fede, e quando acconsentono di rinunciare a qualsiasi restrizione mentale, lo confessano volentieri. 
Qualsiasi dottrina assoluta è, per la sua stessa essenza, intollerante. Tutte le volte che la Chiesa potrà farlo senza correre pericoli, perseguiterà e sarà coerente nella persecuzione. Nulla resiste di fronte alla sola cosa necessaria: salvare le anime. 
Se il sacrifizio di mille anime in cancrena ne salverà una sola, l’ortodossia riterrà sufficiente la ricompensa. Se bruciando le genti in questo mondo, si potrà evitar loro o ad altri, d’essere bruciati nell’altro, ciò significa render loro un gran servigio. Io non m’invento nulla. 
Non faccio che ripetere gli argomenti che si trovano in tutti gli autori veramente ortodossi per giustificare l’inquisizione e le altre misure di quel genere. 
[La Chiesa] ha stabilito un pratica, se non per principio generale, il diritto di togliere il figlio alla propria famiglia quand’essa non sia punto ortodossa: ‘Infans…’, dice il diritto canonico, ‘non debet manere apud illas personas quae vitae vel saluti insidiatur illus [Il fanciullo non deve rimanere presso quelle persone che ne possano insidiare la vita o la salvezza]. Judaeorum filios baptizatos, afferma il quarto Concilio di Toledo, ne parentum involvantur erroribus, ab eorum consortio separari decernimus; deputandos autem monasteriis aut christianis viris, ut in moribus et fide proficiant [decretiamo che i figli battezzati dei giudei, perché non vengano travolti dagli errori dei genitori, sian separati dalla vicinanza di quelli, e siano affidati ai monasteri o ai cristiani perché ne traggano giovamento nei costumi e nella fede]’. 

"Molti teologi accordano al principe il diritto di fare battezzare i figli degli ebrei e degli infedeli, e la ragione che menano è evidente: il principe ha il diritto d’ impedire al padre d’ assassinare il proprio figlio; ora, mantenendoli nella miscredenza, fa peggio che assassinarli.
Tutti almeno convengono che il bambino guadagnato all’ortodossia, per qualsivoglia captazione, esce con essa dal dominio dei suoi genitori; che i figli degli schiavi, se il padrone lo consente, e di quelli che, dopo aver abbracciato l’ortodossia sono tornati all’eresia, possono essere battezzati con la forza, che il consenso d’un solo genitore è bastante, e che in caso di conversione d’uno dei due, il figlio piccolo deve seguire la parte fedele”. (3) 

Dalle parole di Renan si desume che la spinta conversionista e l’azione missionaria della Chiesa era talmente forte da far ritenere lecito qualsiasi mezzo per salvare l’anima di una persona.

Paradossalmente questo comportamento della Chiesa cattolica si può riassumere e semplificare con un’espressione di un autore non certo sospettabile di simpatie clericali come Niccolò Machiavelli, il famoso scrivano fiorentino, secondo cui “Il fine giustifica i mezzi”.

La forte volontà di conversione non ebbe tra le sue vittime solo il piccolo Edgardo Mortara. Infatti a partire dai tempi del Pontefice Papa Paolo III sorsero in molte città dello Stato Pontificio appositi istituti, detti Casa dei Catecumeni, in cui trovavano alloggio ed istruzione i non cristiani protagonisti delle azioni di predicazione e di conversioni più o meno forzate.

I Catecumeni erano soggetti ad una giurisdizione speciale e coloro i quali rifiutavano la conversione erano soggetti ad una sanzione pecuniaria con funzione di rimborso delle spese sostenute dalla struttura ecclesiastica durante la loro permanenza nella medesima.

La conversione, inoltre, poteva essere un modo per sfuggire alla miseria in cui versava la comunità ebraica romana. Come ha scritto Leòn Poliakov: “Tutti sanno che gli Ebrei versano nella più grande miseria a Roma. E questa loro miseria confina immediatamente da un lato con la conversione, e dall’altro con la morte”. (4)

Un convertito poteva rivendicare la potestà su di un bambino della propria famiglia, anche se non si trattava del proprio figlio. Gli uomini, inoltre potevano vedere annullato il proprio matrimonio precedente potendo, così, risposarsi.

Un elemento veramente paradossale era costituito dal fatto che, per volontà di Papa Giulio III, dovesse essere la medesima Comunità ebraica a contribuire economicamente alle spese sostenute dalle Case dei Catecumeni.

Vale la pena di annotare alcune delle vicende più significative riguardanti tali istituti:

“1602 a dì 25 settembre. Barnech Aubron fu menato in casa del padre Cesare Palazzola e consegnato ad uno il quale lo disponesse a farsi cristiano. A dì 28 detto, stando ostinato, si gettò da una finestra del giardino. A dì 6 ottobre mons. Diotallevi lo menò in casa sua per convertirlo, ma lo stresso giorno scappò e ritornò al ghetto, e fu rimenato in casa di monsignor dai genitori suoi. A dì 18 detto si dichiarò di voler essere cristiano in casa di detto monsignore. A dì 19 ottobre 1602 fu battezzato, cresimato e comunicato da monsignor vescovo di Sidone in San Pietro e si chiamò Francesco Maria” (5)

– Il rabbino capo di Roma Giosuè Ascarelli e tutta la sua famiglia furono trattenuti per 43 giorni segregati nella Casa dei Catecumeni. Ascarelli e la moglie rifiutarono la conversione e furono liberati. I figli, Camilla di dodici anni, Belluccia di otto anni, Giuda di sei anni e Manoello di quattro anni si convertono dopo pochi giorni di segregazione, rispettivamente dieci giorni (Camilla), otto giorni (Belluccia), cinque giorni (Giuda) e quattro giorni (Manoello). Furono sottratti ai genitori che non rividero mai più.

– A Prospero di Pultro furono tolti con la forza due figli a causa di una infelice battuta: alla domanda se avesse mai accettato di far battezzare i figli il di Pultro rispose che avrebbe acconsentito solo se il rito fosse stato officiato dal Papa in persona. Il Pontefice, Urbano VIII, appena sentita la notizia, si apprestò a far prelevare i bambini, ad impartire loro il battesimo ed a rinchiuderli nella casa dei Catecumeni.

– Il Caso Montel, invece, fece maggiore scandalo ed ebbe un esito differente, perché era coinvolto non un Ebreo romano, ma una coppia di Ebrei francesi che, sbarcati a Fiumicino nel 1840, si videro sottrarre la figlia appena partorita dalla signora Miett Cremieux Montel perché “era stata battezzata all’insaputa dei suoi genitori da una donna di Fiumicino che aveva assistito al parto”. (6) In questo caso il tentativo del Pontefice di sottrarre la bambina fallì per l’opposizione del governo francese e dell’Imperatore Napoleone III in persona. Olivier e Rayneval affermarono che per il governo di Parigi “il signor Montel non è un Ebreo, ma un cittadino francese”. (7) Papa Gregorio XVI fu costretto a cedere la piccola per non scontrarsi con il potente Imperatore francese. Restituì la bambina al governo transalpino cercando di obbligare l’Imperatore ad educare la piccola in maniera cattolica, ma Napoleone III una volta riavuto la piccola Montel la restituì ai genitori senza condizioni. 

– Nel 1847 una piccola bambina ebrea di Marciano, Gentile Urbino, verrà rapita e condotta a Roma nella Casa dei Catecumeni dove verrà battezzata ed allevata secondo l’insegnamento cristiano. Non rivedrà più la propria terra natale e la propria famiglia alla quale era stata strappata all’età di dodici anni.

Per concludere si tengano presenti due soli dati emblematici: tra il 1636 ed il 1790 solo a Roma vi furono 2432 conversioni più o meno forzate e tra il 1813 ed 1869, quindi dopo che le armate di Napoleone Bonaparte avevano diffuso, pur tradendoli, gli ideali illuministici della Rivoluzione Francese del 1789 (Libertà, Legalità e Fraternità), vi furono ben altri 196 casi di conversione forzata.

Ma il più clamoroso fu il ratto e la conversione forzata del piccolo " EDGARDO MORTARA"

NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) Codice di Diritto Canonico, a cura dell’Unione Editori Cattolici Italiani, 1984
(2) Vittorio Messori, Le cose della vita, Edizioni San Paolo, 1995 e si veda “L’Avvenire”, 26 luglio 1992
(3) Ernest Renan, Du libéralisme clérical, in “La liberté de penser”, Parigi 1848
(4) Léon Poliakov, Storia dell’antisemitismo, vol. II: Da Maometto ai Marrani, La Nuova Italia, Firenze, 1974
(5) Ettore Natali, Il Ghetto di Roma, Staderini, Roma, 1887
(6) Ibidem
(7) Commandant Weil, Un précédent de l’Affaire Mortara, in “Revue historique”, vol. CXXXVII, 1921

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