Un lato della nostra vita sociale che nei secoli è sempre stato tenuto sotto controllo" da mille tabù.
Ed ha caricato moltissime generazioni di gravi complessi di colpa. Cos'è cambiato negli ultimi cent'anni?

I COSTUMI SESSUALI

(L'interno di un bordello di lusso)
NELL'ITALIA DEL '900

di ALESSANDRO FRIGERIO

Parlare di un secolo di costumi sessuali in Italia significa indagare il ruolo assunto dalla Chiesa nell'educazione sessuale, significa affrontare nella loro evoluzione temi come l'aborto, l'adulterio, la contraccezione, il divorzio, la masturbazione, il matrimonio, i rapporti sessuali prematrimoniali, i rapporti sessuali nel matrimonio, i rapporti extramatrimoniali, l'omosessualità e la pornografia. Fatica impari, che richiederebbe trattazione ben più ampia di quella offerta da poche pagine Internet. Tuttavia si possono delineare a grandi linee le trasformazioni più o meno evidenti dell'atteggiamento degli italiani di fronte al sesso.
Senza la pretesa di infilarci tra le lenzuola (ammesso che il letto sia ancora il luogo deputato a simili faccende) è possibile cogliere nell'arco degli ultimi cento anni i passaggi che hanno condotto dal sesso inteso come funzione riproduttiva all'attuale accettata separazione tra istinto sessuale e procreazione. Separazione che, accolta oggi come uno dei più consistenti passi sulla via di una migliore consapevolezza della sessualità, esisteva ufficiosamente anche un secolo fa, ma che, come vedremo, restò a lungo nascosta tra le pieghe ambigue di una doppia morale.

Eppure gli albori del Novecento sembravano aver aperto le porte a nuove forme di sessualità. In Europa la Belle Epoque pare essere scossa dalla presenza di sadici, masochisti, omosessuali, ninfomani e sodomiti. Il marchese di de Sade sembra un principiante di fronte alle avventure di un Sacher-Masoch, mentre le teorie freudiane scoprono la centralità delle pulsioni sessuali non solo nella vita degli adulti ma anche nei bambini.
Occorre tuttavia aggiungere che questa immagine è tale solo osservandola a posteriori. Basti l'esempio di Freud. Le sue teorie, quando comparvero, non stravolsero assolutamente le abitudini sessuali degli europei.

La tesi che alcune malattie nervose altro non fossero che il frutto di "traumi" subiti nella prima infanzia a causa di impulsi sessuali repressi restò a lungo circoscritta a una divulgazione scientifica. Anzi, fu in quest'ambito che subì gli attacchi denigratori più forti. I Tre saggi sulla teoria sessuale sono del 1905 ma dopo quattro anni la prima edizione in mille copie era ancora lontano dall'essere esaurita. Negli anni Dieci, e ancora negli anni Venti, Freud era considerato poco scientifico, insomma un mezzo ciarlatano, colui che aveva osato calunniare la pura innocenza infantile.

Tuttavia, rispetto all'Ottocento il nuovo secolo sostituisce alla pruderie del passato una certa disinvoltura nei comportamenti, soprattutto tra le donne delle classi elevate. La donna emancipata dei primi del Novecento non è più la suffragetta attenta a rivendicare solo i suoi diritti politici. È una donna cosciente di sé e del proprio sesso, consapevole della propria parità con l'uomo e convinta che i privilegi maschili prima o poi sarebbero venuti meno. La donna comincia a darsi attivamente alla politica, a sedere nelle aule delle Università, nei laboratori, a fare sport, ad andare in bicicletta e a tirare di scherma. L'industrializzazione italiana di inizio secolo contribuisce alla promiscuità sul posto di lavoro e quindi rende più facili gli approcci sentimentali e sessuali. La forza lavoro femminile diventa elemento fondamentale di tutte le grandi aziende del nord, soprattutto nelle filande e nei cotonifici.

La donna che lavora in fabbrica, sottopagata e quindi più sfruttata rispetto all'uomo, viene però a smarrire i canoni tradizionali dell'attrattiva sessuale: il senso del mistero, il fascino del difficilmente raggiungibile o, comunque, quell'aura dannunziana di donna fatale diventano privilegio esclusivo della borghesia agiata. Non c'è spazio per l'estasi sentimentale quando si lavora in fabbrica o nei campi. Le "fabbrichine" perdono la bellezza, la salute, e spesso pure le "virtù".

L'Italia giolittiana esprime al meglio l'essenza dello spirito borghese del primo Novecento. L'automobile, il tram l'illuminazione elettrica contribuiscono a fare delle città italiane dei centri di svago e di divertimento. Aumentano le occasioni mondane offerte da balli, avvenimenti sportivi, café-chantant, teatri. All'opera si preferisce l'operetta o le canzoni piccanti delle chanteuses. Anche in materia sessuale lo spirito è tipicamente borghese, con pesanti contaminazioni di tipo religioso. In pratica nei rapporti tra i due sessi si chiedeva un comportamento adeguato alle esigenze della società dell'epoca. Ad esempio, il codice morale della buona gioventù non permetteva che due fidanzati dormissero sotto lo stesso tetto o che rimanessero a lungo soli.
Del resto a tenere banco nella famiglia borghese di inizio secolo erano ancora i rigorosi precetti cattolici, che imponevano la più assoluta morigeratezza. Ogni passione sessuale era per la Chiesa un "peccato mortale". 
Le parti decenti del corpo erano il volto, le spalle, le braccia e la schiena, mentre i genitali e le zone circostanti rientravano nella categoria dell'indecenza. Superfluo aggiungere che guardare le parti indecenti di una persona dell'altro sesso rappresentasse un peccato mortale, così come i "toccamenti" al di fuori del matrimonio. Fino a Paolo VI il matrimonio sarà sempre visto come una funzione esclusivamente biologica, giustificata al fine della procreazione e non della sessualità.
Ma se questa era la rigorosa morale di facciata, ce n'era un'altra ben più tollerante e libertina, estremamente funzionale al soddisfacimento degli istinti sessuali dell'uomo. Infatti, la stragrande maggioranza dei giovani maschi andava incontro alla propria iniziazione sessuale nel luogo tradizionalmente ad esso deputato, il bordello (chiamato anche casa di tolleranza). 

Ma per chi ne aveva l'opportunità c'erano anche le cameriere e le donne di servizio, ingaggiate anche per soddisfare - neppure troppo nascostamente - le pulsioni del capo famiglia e fornire i primi rudimenti dell'arte amatoria ai giovani "bene". In pratica solo pochissimi giovani uomini avevano il primo rapporto con "ragazze borghesi", cioè con donne appartenenti al proprio stesso ceto sociale.
La sessualità maschile, così orientata ai rapporti mercenari prematrimoniali, aveva come contraltare il problema sanitario della sifilide (problema tuttavia anche femminile quando, come spesso accadeva, i mariti trasmettevano il contagio alle mogli inconsapevoli). 

Fino all'inizio del Novecento i mezzi per combattere la sifilide erano ancora quelli di due secoli prima. La prospettiva per chi ne era contagiato era quella di una lunga agonia e di una decadenza fisica che nel giro di qualche anno avrebbe condotto alla paralisi o all'alienazione mentale. L'unico vantaggio per i sifilitici negli stadi più avanzati era che la malattia si rivelava più difficilmente trasmissibile. Per questa ragione le prostitute anziane era talvolta preferite: dal punto di vista della sifilide erano meno pericolose delle loro colleghe più giovani.

Nonostante i rischi il bordello conserverà la sua funzione "istituzionale" ancora fino alla legge Merlin. Durante la Grande Guerra per i soldati al fronte le autorità militari arriveranno ad agevolare l'installazione di veri e propri bordelli privati. Benché le fonti ufficiali non ne facciano cenno, per ovvi motivi di moralità, i bordelli di guerra riscuoteranno un grande successo tra la truppa.
Nel creare il costume sessuale degli italiani, e spesso nel delimitare rigorosamente i confini, la Chiesa - lo abbiamo già visto prima - ha avuto un ruolo fondamentale. 

Nonostante gli attriti postunitari la Chiesa sarà sempre vista dallo stato liberale, e in seguito dal fascismo e poi dalla Repubblica, come un organo dell'ordine pubblico, come il rigoroso garante dei buoni costumi. Un garante tanto più credibile e incisivo nei suoi interventi perché si rivolge alla sfera intima della coscienza umana.
Come ha scritto Giancarlo Zizola a proposito del ruolo svolto dalla Chiesa in Italia: "in questo sistema, il 'buon cristiano' è divenuto sinonimo di 'buon cittadino'. Un sistema di controllo sacrale del costume ha preteso di tutelarlo, dalla nascita alla morte, dalle cadute mondane, dall'inquinamento di una società democratica e pluralistica, ma bisognerà vedere in che misura proprio questa società abbia gestito tale tutela, godendosela per la propria egemonia".

Per gli italiani dell'epoca fascista il sesso continuerà ad essere condizionato come prima dai precetti cattolici. E, sempre come prima, si continuerà far ricorso alla logica della doppia morale. Del resto il costume sessuale in epoca fascista è troppo preso dall'esaltazione propagandistica della madre per assumere una sua fisionomia peculiare. Il mito della madre prolifica va di pari passo con quello della nazione e della patria.
Così come di pari passo marcia l'immagine dell'uomo virile, ardito combattente e impavido fecondatore. È stato notato da alcuni studiosi che durante il fascismo "scompaiono dai quotidiani le inserzioni dei medici specializzati nella cura dell'impotenza, quasi a sottolineare che nell'Italia di Mussolini non c'è spazio per uomini poco virili.

Se la donna sterile è un essere inutile e privo di senso, un uomo incapace di procreare è una bestemmia. Rimangono invece le inserzioni riguardanti la cura delle malattie veneree (e anche i preservativi maschili - la cui pubblicità si può già trovare nei quotidiani del 1913 - che vengono però visti non come antifecondativi ma come mezzo di protezione dalle malattie veneree, diffuse secondo l'opinione corrente, dalle prostitute). Dietro la 'sana' famiglia fascista prospera dunque, come sempre, la prostituzione. Accanto alla retorica della madre alligna la retorica della donna perduta".

La fine della guerra e l'arrivo dei soldati americani, che portano negli zaini, assieme a chewing gum, cioccolato e foto di pin up, anche abbondanti scorte di preservativi e calze di nylon, sembra in grado di stravolgere il rigore sessuale degli italiani. Ma gli effetti, e gli eccessi (si pensi alla descrizione apocalittica della prostituzione a Napoli fatta da Curzio Malaparte ne La pelle), vengono presto stemperati dal successo elettorale democristiano. Per la Chiesa ogni piacere sessuale cercato al di fuori del matrimonio continua ad essere un peccato mortale. Ne consegue che ogni impulso sessuale non può che venire finalizzato all'obiettivo della procreazione, naturalmente all'interno del sacro vincolo matrimoniale.

L'intento della morale cattolica, tuttavia, non era tanto, allora come oggi, quello di perpetuare la dottrina tradizionale o le pure speculazioni teoretiche; nella soddisfazione sessuale la Chiesa ha sempre visto l'abbandono al principio del piacere in ogni senso, e quindi il rischio, accettando tale principio, di dover tollerare ogni tipo di dissolutezza erotica.

È passata alla storia del costume la reprimenda che il giovane onorevole Oscar Luigi Scalfaro si sentì in dovere di rivolgere in un ristorante romano a una giovane signora in abiti ritenuti troppo succinti. In tema di licenziosità, negli anni Cinquanta può bastare un décolleté per suscitare le più intransigenti ire cattoliche.
Il boom economico, il benessere, le vacanze al mare e il cinema offrono continui spunti per evasioni e tentazioni libertine. Solo che mentre un tempo la licenziosità era tollerata in quanto atteggiamento esclusivo di un ristretto ceto sociale, in democrazia la libertà sessuale non può più restare privilegio di pochi. I vitelloni, di Federico Fellini, e Il seduttore, con Alberto Sordi, sono lo spaccato di una società che per principio ammetteva la sessualità solo nel matrimoni ma che nella realtà si comportava altrimenti.

Oltre a rappresentare due tappe di una grande stagione del cinema italiano, sono l'incarnazione della doppia morale, sviluppata, manco a dirlo, soprattutto nell'uomo: insomma la regola era formalmente accettata ma le scappatoie per raggiungere l'appagamento sessuale erano note a tutti e ampiamente tollerate.
Contemporaneamente dilaga in Italia il mito della donna emancipata e priva di inibizioni. "Il giorno più bello della mia vita? Una notte", risponde Brigitte Bardot a una domanda dei giornalisti, turbando ulteriormente - se mai ce ne fosse stato bisogno - i sonni di molti italiani. Sono anche gli anni della Dolce vita e delle feroci polemiche sulla presunta esaltazione della corruzione dei valori sociali offerta dal capolavoro felliniano.

L'Osservatore Romano, giornale del Vaticano, tuonerà contro i falsi miti e la perdita dei valori con alcuni articoli ("Basta", "La sconcia vita") scritti, pare, dal solito Scalfaro. Nel 1958 chiudono le "case chiuse": sono circa 5000 gli stabilimenti del sesso a pagamento liquidati dalla legge Merlin.
La Repubblica italiana abolisce la regolamentazione e le case di tolleranza gestite dallo stato, continuando a punire lo sfruttamento e il favoreggiamento da parte di terzi e l'adescamento da parte della prostituta. In pratica viene decriminalizzata l'attività vietandone però l'organizzazione. La doppia morale continua a sopravvivere: le prostitute finiscono in strada, dove però verranno ampiamente tollerate.
La libertà sessuale, intesa soprattutto come emancipazione sessuale femminile, è stato uno dei cavalli di battaglia del '68 italiano. I principi marxisti imponevano allora di individuare un nesso forte tra la le norme repressive in materia sessuale e il controllo esercitato dal potere politico.

Si afferma, citando Marx, che la forza-lavoro richiesta dalla società capitalista è "prodotta" dalla donna, e che quindi il controllo esercitato per lungo tempo sul corpo della donna non è stato altro che un metodo escogitato dal capitale per garantirsi sempre nuove braccia. Le donne iniziano quindi a rifiutare l'immagine di angelo del focolare domestico, frutto di una cultura di tipo patriarcale, e si mettono alla ricerca di una identità autonoma. La sessualità femminile esce dal ghetto, nelle università si tengono corsi autogestiti di educazione sessuale, si comincia a parlare liberamente di orgasmo femminile, di contraccezione.

Di conseguenza anche l'educazione sentimentale dei maschi cambia. Rispetto ai primi del Novecento, verso la fine degli anni Sessanta la metà degli uomini dichiara di avere avuto il primo rapporto con la sua futura sposa, mentre poco meno dell'altra metà con una amica frequentata per un certo tempo.
Solo una sparuta minoranza dichiara di esser stato iniziato da una prostituta. Mentre fino a mezzo secolo prima la sessualità veniva considerata un aspetto completamente separato dall'amore, il '68 sembra ridurre e colmare questo divario. In ambito cattolico la discussione sollevata dall'enciclica Humanae vitae di Paolo VI (1968) mette in luce le notevoli divergenze circa l'uso degli anticoncezionali. Anche tra i giovani più legati alla Chiesa o a posizioni politiche clerical-conservatrici emergono lentamente atteggiamenti di maggiore libertà. Non tutti sono più disposti a condannare in toto la sessualità prematrimoniale, gli anticoncezionali, la masturbazione o l'omosessualità.

Certe conquiste sessuali degli anni Sessanta e Settanta sembrano tuttavia andare in una direzione opposta rispetto a quella di una vera libertà sessuale. Il sesso diventa pretesto di rivendicazioni politiche (si pensi all'ingresso alla Camera dei deputati della pornostar Ilona Staller, eletta tra le file del Partito radicale nel 1987) o semplice prodotto di consumo. Ne è un esempio
evidente la commercializzazione del corpo fatta dalla pornografia. Nonostante la lunga stagione della repressione sessuale, nonostante la legge Merlin, il sesso in Italia continua ad essere un fattore di produzione come tanti altri.

La fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta vedono la nascita della stampa pornografica. Nel 1966 esce il primo numero di Men, rivista erotica che nei primi tempi si limita alla pubblicazione di fotografie di ragazze in bikini accompagnate da testi "piccanti". Ma è nel 1967 che nella ancora cattolicissima Italia escono le prime riviste per soli uomini e i primi fumetti a sfondo sadico-erotico.
E nell'ottobre del 1967 esplode la grande polemica. I primi seni nudi fanno capolino in un servizio fotografico su Men e subito si scatena il finimondo. Capofila dell'indignazione sono centocinquanta deputati democristiani, l'ordine dei giornalisti, comitati di cittadini e semplici padri di famiglia, tutti uniti dalla comune volontà di frenare la nascente pornografia.

 Denunce e sequestri fioccano copiosi. Anche quotidiani di orientamento laico, come La Stampa, chiedono a gran voce l'intervento della magistratura contro la diffusione delle riviste oscene in edicola. Dal primo seno del 1967 si passa al primo pube femminile del 1968. Ma è solo negli anni Settanta che anche in Italia la pornografia va incontro a una poderosa diffusione. Anche nel settore del cinema viene progressivamente vinta la resistenza della censura: dai primi film erotici di produzione nostrana, con improbabili "dottoresse" e "supplenti" costantemente inquadrate sotto la doccia, si passa a quelli decisamente pornografici, diffusi a partire dal 1977 nelle cosiddette sale "a luci rosse".

Tra gli effetti più sensazionali della liberazione sessuale degli ultimi due decenni del secolo c'è l'uscita dell'omosessualità dall'ombra. Nonostante la Chiesa (come è avvenuto in occasione del "Gay Pride 2000" a Roma) continui a condannarla, soprattutto perché vi vede la definitiva e assoluta separazione tra interesse sessuale e riproduzione, l'omosessualità, già dalla fine degli anni Settanta, non è più considerata dagli psichiatri come un disturbo mentale o una perversione. Contemporaneamente si è potentemente sviluppata anche la scienza della sessuologia. I consigli degli esperti, volti alla definizione e alla ricerca di ciò che si deve intendere per "salute sessuale", impazzano ormai tra le rubriche dei periodici italiani e non. Ma il rischio, come ha scritto lo studioso di scienze sociali André Béjin, è che la salute sessuale di una persona venga giudicata tanto più perfetta quanto più il suo piacere è meno lontano dall'"orgasmo ideale". Si genera così, continua Béjin, "una trasformazione dei motivi di colpevolizzazione.

Si accetta più facilmente - e talvolta con vanità - di appartenere a una minoranza sessuale. Per contro ci si sente colpevoli di funzionare male".
Gli italiani, o forse sarebbe meglio dire gli uomini e le donne europee di fine XX secolo, sovraccaricati di stimoli e messi di fronte a una interpretazione sempre più complessa della sessualità, stanno vivendo una sorta di imperativo dell'orgasmo. Finita l'omologazione imposta dai precetti della Chiesa stiamo forse scivolando verso una forma di egualitarismo sessuale? E se questo egualitarismo imposto dai sessuologi si trasformasse in una nuova forma di controllo della società?

di ALESSANDRO FRIGERIO


  Bibliografia

  ALLA PAGINA PRECEDENTE

RITORNO A CRONOLOGIA