SARDEGNA - LA CIVILTÁ NURAGICA  

di Bruno Mulas

Nell’archeologia sarda l’importanza maggiore è stata da sempre data allo studio della Civiltà Nuragica tanto da relegare, per lungo tempo, in second’ordine lo studio delle culture pre-nuragiche, dell’età fenicio punica e della Sardegna romana e alto medioevale.

La ragione di questa particolare attenzione rivolta dagli studiosi a questo periodo della Sardegna antica è facilmente intuibile e spiegabile dalla presenza di migliaia di monumenti (nuraghi, villaggi, tombe dei giganti, pozzi sacri) che segnano il territorio dell’Isola, quasi a fondersi con esso come parte integrante ed essenziale.

Alla prepotente originalità dell’architettura, che non trova riscontro nell’ambito delle antiche civiltà del Mediterraneo, alla grandiosità dei manufatti, si aggiunga il valore delle manifestazioni artistiche (bronzetti) e il senso di stupore e di mistero che i nuraghi hanno suscitato, in ogni epoca, al visitatore.

Fino agli inizi degli anni cinquanta l’età Nuragica si presentava, agli studiosi, come un blocco omogeneo scarsamente articolato, con pochi punti di riferimento sicuri, numerose incertezze e non pochi quesiti a cui dare una risposta.

Solo con le campagne di scavo che G. Lilliu condusse, fra il 1949 e il 1956, a Barumini, venivano riscontrati, nel mondo nuragico, momenti storici di vita differenziati ai quali corrispondevano fasi costruttive distinte, precise forme socio - economiche, prodotti artistici e materiale d’uso quotidiano.

I risultati di questi scavi e successivo studio dei materiali, (riportati in importanti monografie: G. Lilliu: “STUDI SARDI” 1952-1954, “I NURAGHI” 1962; studiosi vari: “ICNUSSA” 1981, L.D.Campus: “LA CULTURA DI OZIERI” 1986/87), insieme ad ulteriori scavi e studi in tutto il territorio dell’Isola, hanno notevolmente ampliato, nell’ultimo cinquantennio, il panorama delle nostre conoscenze sulla civiltà nuragica, dando corpo ad ipotesi già formulate ed aprendo nel contempo nuove tematiche che, a causa della mancanza di documenti scritti, sono ben lungi dall’essere risolte.

Con il termine “civiltà nuragica” si intende il periodo che corrisponde, nel resto del bacino mediterraneo e nell’Europa Occidentale, all’età del Bronzo e all’età del Ferro, termine che non si riferisce ad un preciso soggetto etnico, ma bensì al vistoso e singolare fenomeno architettonico delle torri megalitiche e che in lingua locale antica vengono chiamati nuraghe, nurake, nuraki, nuraci, nuragi, nuraxi,.

I nuraghi di cui si ha conoscenza sono più di 7000, per cui mediamente ne esiste uno ogni tre Kmq nell’intero territorio isolano e il loro utilizzo ha ricoperto un periodo di tempo estremamente ampio.

L’architettura costruttiva dei nuraghi, l’impiego della sola pietra senza nessuna malta, le dimensioni megalitiche, la loro diffusione, rivelano l’esistenza di una civiltà avanzata e profondamente amalgamata in tutto il territorio.

E’, presumibilmente, nell’età del “Bronzo Antico” che inizia il processo di amalgama delle tribù protosarde e che comincia il processo di edificazione dei nuraghi che saranno frequentati ininterrottamente fino ai tempi propriamente storici del primo imperialismo con siti particolari - Tiscali - fino alla fine del medioevo.

Il nuraghe quindi, oltre a rappresentare un manufatto con il suo utilizzo articolato nei vari secoli, rimane l’unico termine esplicito per identificare la civiltà nuragica.

La grandiosità dei nuraghi ha colpito, al pari di noi moderni, la storiografia antica.

Il termine nuraghe è la trasposizione mitologica di NORAX, fondatore di Nora, la città ritenuta più vecchia della Sardegna, che venne con i suoi uomini da Tartasso di Spagna. (Sall. fr. 9. Paus. X, 17, 5)
Nel paragrafo 100 del de mir. Ausc. Dello Pseudo-Aristotile, si legge testualmente: “...di edifizi sardi grandi e belli fatti al modo arcaico degli Elleni...” e “…di tholoi in specie di mirabili proporzioni…” .

Nelle “tholoi” è esplicito il riferimento ai nuraghi nei quali gli scrittori ellenistici, a conoscenza delle classiche costruzioni micenee, notavano, in comparazione, l’architettura a volta, il gusto della cavità, che è anche il significato della radice nur del Nuraghe.

I “daidàleia” (dal miceneo da-da-reio) che la tradizione voleva opera di Dedalo, costruttore miceneo rifugiatosi in Sardegna, dopo la fuga da Creta (Sall. Fr 7; Paus., X, 17,3; Diodo. IV, 29 e 79).

Nel racconto popolare si potrebbero individuare due momenti della civiltà nuragica.
Il più antico, quello dei “tholoi” e dei “daidaleia”, i monumenti costruiti al “modo degli Elleni” corrisponderebbe al periodo Miceneo.
Il più recente si svolgerebbe poco prima e contemporaneamente ai grandi movimenti di popoli e relative colonizzazione dell’Occidente Mediterraneo.

E’ a questo periodo che risalirebbero gli eroi fondatori (Sardo, Iolaos, Norax); allo stesso periodo nascerebbe il primo embrione di ordinamento giuridico, di organizzazione politico-amministrativa urbana e di una razionalizzazione dell’agricoltura.

Non si ha traccia di nomi di popoli riferiti al primo periodo ancorchè si possa supporre che fossero distinti in diverse tribù con propri territori.

Nel secondo momento troviamo diversi etnie che occupano dei terrori distinti, i più importanti, citati nella storiografia antica, sono i Sardi nel sud, gli Iloai nella pianura dell’attuale Campidano, i Balari nel Logudoro, i Corsi nelle montagne della Gallura.

Parrebbe che questi popoli fossero organizzati in modo autonomo e avessero sovranità nei loro territori senza mai raggiungere un livello nazionale, ma con continui interscambi di carattere sociale e commerciale.

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Villaggio di Barumini (1500 a.C. circa)



Alla luce delle conoscenze attuali si potrebbe ipotizzare che la civiltà nuragica abbia avuto uno sviluppo divisibile in 5 distinti periodi che abbracciano l’età del bronzo e l’età del ferro:

età del bronzo:

fase 1:  1800 - 1500 a.C.
fase 2:  1500 - 1200 a.C.
fase 3:  1200 -   900 a.C.

età del ferro:

fase 4:  900 - 500 a.C.
fase 5:  500 - 238 a.C.

Il susseguirsi di queste fasi è stato un continuo progresso, come si può vedere nella tabella di riepilogo, fino al passaggio dalla fase 4 alla fase 5, periodo nel quale inizia la recessione della civiltà nuragica per effetto delle invasioni cartaginesi:

· arroccamento verso le zone interne e meno accessibili dell’isola
· integrazione con la cultura  Cartaginese nel resto dell’ isola

ETA’ DEL BRONZO

ARCHITETTURA ---- CULTURA ---- SCULTURA ---- MATERIALE

fase

civile-militare

funeraria

religiosa

 

 

1

Protonuraghi

Tombe dei giganti

 

Ceramiche tipo

Menhirs

 

Pseudonuraghi

con stele centinata

M.Claro e Abealzu

 

1800

Ipogeo con prospetto

Ceramiche di

1500

architettonico

Bonnanaro

a.C.

tombe di tipo

Armi e utensili in

 

misto

rame e bronzo

2

Pseudonuraghi

Tombe dei giganti

Ceramiche di

Betili "aniconici"

 

Nuraghi semplici

con stele centinata

 .

Bonnanaro

Betili con segni
 schematici

1500

Villaggi

Tombe dei giganti

.

Ceramiche con decora-
zione "metopale"

.

1200

 .

con facciata a filari

.

 

. . .

Ceramiche con decora-

.

 

. . .

zione a pettine

.

 

. . .

ceramiche con

.

 

. . .

nervature

.

 

. . .

Armi d’importazione

.

 

. . .

orientale

.

3

Pseudonuraghi

Tombe dei giganti

Templi a pozzo

Ceramica a pettine

Betili "antropomorfi"

 

Nuraghi complessi

con stele centinata

Tempietti a cella

ceramiche con nervature

.

1200

Villaggi

Tombe dei giganti

rettangolare

Ceramiche

 .

900

 .

con facciata a filari

Tempietto a

pregeometrica

 .

 

.

Tombe dei giganti con

"Megaron"

Ceramica micenea

.

 

.

fregio a dentelli

.

Lingotti e armi

.

 

.
.
.

di tipo Egeo

.

ETA’ DEL FERRO

ARCHITETTURA ---- CULTURA ---- SCULTURA ---- MATERIALE

fase

civile-militare

funeraria

religiosa

 

 

4

Nuraghi complessi

Tombe dei giganti con

Templi a pozzo

Ceramiche geometriche

Sculture architettoniche

 

Villaggi

fregio a dentelli

tipo "isodano"

Ambra e bronzi di

Statuaria in pietra

900

.

Tombe individuali a

Villaggi Santuari

importazione Tirrenica

Bronzi figurati

500

.

fossa e a pozzetto

Grotte Sacre

Importazione

Navicelle in bronzo

 

.

.

.

Fenicio-Puniche

.

5

Recinti

.

.

.

.

 

Villaggi

 .

 .

 .

.

500

. . . . .

238

. . . . .

di Bruno Mulas
Bibliografia
 “La civiltà Nuragica” di Giovanni Lilliu -1982- editore Delfino, 
“Icnussa” di P. Carratelli 1981 editore Scheiwiller )

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APPUNTI SULLA SARDEGNA
di Giovanni Caruso


1 – GEOGRAFIA.
2 – CRONOLOGIA ESSENZIALE.
3 – STORIA ANTICA.
(1 – Il nome. - 2 - l'origine - 3 – I nuragici. - 4 – I sardi. 5 – Ipotesi di Frau. 6 – Il culto dei morti. - 7 – I bronzetti. - 8 – Le invasioni. - 9 – Il rapporto con il mare. - 10 – La religione. - 11 – La società).
4 – I ROMANI E LA SARDEGNA.
(1 – La conquista. - 2 – Le deportazioni. - 3 – L’economia. - 4 – Il cristianesimo.
5 – LA CARTA DE LOGU
( la "Magna Charta" Sarda - Alcuni singolari articoli)
6 – IL FOLKLORE.
(1 – La Sartiglia. - 2 – S. Efisio. - 4 – I mamutones. - 5 – L’Ardia. -
7 – NOTE.
( 1. I Giudicati. - 2. Le case di fango. - 3. L’asino. - 4. Le capanne. - 5. L’armatura del fante. - 6. Il muro a secco. - 7. L’agricoltura e la pastorizia. - 8. S’argiola. - 9. Su piccioccu ‘e crobi. - 10. La ferula. - 11. Su barone ‘e olia. -

 

1 – GEOGRAFIA.

Se aprite un atlante alla pagina della Sardegna fisica trovate molto colore marroncino e poco verde, per cui pensate subito che si tratta di una regione montuosa. Se guardate meglio però vi accorgete che si tratta di un marroncino chiaro, con qualche tocco più scuro qua e là. Ciò sta ad indicare che non ci sono alte vette, ma colline più o meno alte. Ma se poi viaggiate nelle zone indicate con il verde, anche lì non trovate superfici veramente piane, se non in pochi casi: solitamente troverete delle ondulazioni, come un mare poco mosso, improvvisamente solidificato.

Ma l’inganno della carta geografica continua: colline relativamente poco elevate non vuol dire percorsi facili, anzi. I rilievi sorgono improvvisamente dal piano, senza una sufficiente gradualità, per cui il salire significa percorrere erte spesso difficili, con strade e sentieri tortuosi e scoscesi, con un gran numero di tornanti che si spalancano su burroni profondi, con il fondo nascosto da oleandri e tamerici, querce e carrubi, olivastri e lentischi.

Numerosi scrittori hanno creato favole per dare conto della forma dell’isola, a cominciare da quella che dice che a Dio, dopo aver creato tutte le altre terre, rimase in mano un poco di fango, lo gettò in mezzo al mare e poi lo calpestò con il suo sandalo perché non si muovesse; e da ciò deriva il nome di Sandalion dato dai romani e di Ichnusa (sandalo) dato dai greci.

Non ci sono vere catene montuose, ma i rilievi sono addossati uno sull’altro, in giogaie dense che si ammucchiano verso la cima maggiore, come se si trattasse di pietre disposte alla rinfusa da una mano gigantesca. I rilievi più importanti sono: il gruppo Iglesiente e quello dei Sette Fratelli a sud, quello del Gennargentu e la catena Oristano – Olbia al centro e infine il massiccio della Gallura a nord. I massicci sono separati fra loro da cesure più o meno ampie rappresentate dalle pianure nelle quali scorrono i pochi veri fiumi come il Cixerri, il Tirso, il Flumendosa, il Coghinas, il Temo, il Posada, il Cedrino e il Liscia, lungo il corso dei quali sono state costruite numerose dighe, che hanno formato laghi anche molto grandi. C’è un solo lago naturale, il Lago Baratz, nella Nurra, la pianura a sud-ovest di Sassari.

A sud ovest il massiccio Iglesiente è costituito da due gruppi di rilievi che culminano nel Monte Is Caravius (1116 metri), coperto di fitte foreste (Is Cannoneris) e nel Monte Linas (1236 metri) con una spettacolare cascata, la più alta dell’isola, cantata da D’Annunzio.

A sud est c’è il massiccio dei Sette Fratelli che culmina nel Monte Serpeddì (1069 metri), con una vasta e fitta foresta, ripopolata di cervi e cinghiali, e il lago artificiale di Corongiu che fornisce da più di 150 anni l’acqua potabile a Cagliari. Dal passo Arcu ‘e Tidu che consente di oltrepassare questo massiccio si gode un meraviglioso panorama: da un parte l’intero Golfo di Cagliari, laggiù in fondo, lontano, e dall’altra il susseguirsi ininterrotto delle aguzze cime di granito che sembrano non finire mai.

Al centro c’è il vasto massiccio del Gennargentu che culmina nella Punta Lamarmora a 1834 metri, circondata da altre cime digradanti in direzione sud – nord, l’unico luogo in Sardegna nel quale per alcuni mesi all’anno è possibile sciare. La prima parte del corso del Flumendosa, che qui nasce, è al fondo di gole impervie, con pareti scoscese che incombono sull’acqua come se volessero precipitare da un momento all’altro. Il Gennargentu è il maggiore rilievo della Sardegna e dalla sua cima, arrotondata e coperta d’erba, nei giorni di atmosfera limpida, è possibile intravedere i due mari: il Mar Tirreno ad est e il Mar di Sardegna ad ovest. La larghezza dell’isola infatti non supera a quella latitudine i 110 chilometri.

Qualcosa che assomiglia ad una catena si trova di traverso dal Monte Ferru (1050 metri) nell’oristanese, attraverso il Marghine (Monte Palai 1200 metri ) e il Goceano (Monte Rasu 1259 metri), sino ai monti di Alà (Monte Lerno 1094 metri e Punta di Senalonga 1075 metri), con la propaggine del Monte Albo (1057 metri), chiamato così perché di calcare marmoreo.

Ancora più a nord, separato da questa sequenza da una tormentata pianura, c’è il massiccio di Gallura con il Monte Limbara (1362 metri), la seconda cima sarda.

Qua e là ci sono rilievi del tutto simili alle “mese” texane ritratte in tanti film americani. La montagna sale con i fianchi inizialmente distesi, poi il pendio diventa più forte e infine, su un mare di massi disgregati, ecco che si ergono le pareti verticali, di granito grigio o rosa o di calcare, con la cima piatta, incappucciata di boschi. Tipica in questo verso è la montagna che da Tertenia porta ad Jerzu e su su a Gairo e ad Ulassai.

La Sardegna è una zona fra le più antiche formazioni della Terra (ha una storia cominciata 500 milioni di anni orsono); le montagne sono nate in un periodo di grande attività vulcanica; le pianure sono venute su dal mare. In generale l’isola è così antica da non essere più soggetta a movimenti tellurici. La gran parte dei rilievi è di natura granitica, di diversi colori, dal rosa (Sette Fratelli) al nero, ma c’è anche il porfido (Porto Corallo) e il calcare (S. Antioco, Capo Caccia), il tufo (Cagliari) e il basalto (Le Giare). E in pianura si trovano l’argilla e gli scisti.

In numerosi luoghi si trovano giacimenti minerari, di quasi tutti i metalli del sistema periodico degli elementi: dall’oro (Furtei) all’argento (Iglesias), dal ferro (Monte Leone a Capoterra) al piombo (Monteponi), dal manganese (Villasalto) all’alluminio (nella Nurra); nonché il rame, estremamente importante nell’antichità (nel Sarcidano); e caolino e mica e marmo e barite e carbone e quarzo e infiniti altri minerali industriali. Gravissime mancanze fin’ora il petrolio e il metano, assenti per cause geologiche dal sottosuolo.

La ricchezza di metalli sin dalla più remota antichità è stata la croce e la delizia della Sardegna: per secoli l’isola è stata la fonte dell’ossidiana (Monte Arcosu), la pietra vetrosa usata nella preistoria per costruire punte di freccia e di lancia, e del rame, che unito allo stagno (unico metallo assente!) da il bronzo, così ricercato dalle prime culture storiche per forgiare spade e scudi, e del piombo argentifero e del sale, salatissima merce di scambio. Ma è stata anche una croce perché oggetto di invasioni e conquiste, proprio per impadronirsi di tali minerali. Non ultima è stata la scommessa dell’estrazione del carbone nel Sulcis (Carbonia) nel periodo autarchico del fascismo, ormai abbandonata, ma di tempo in tempo richiamata alla memoria per creare nuove illusioni. Da alcuni anni una società australiana è al lavoro nella produzione dell’oro.

La scoperta di giacimenti minerari ben più ampi e più ricchi e di più facile estrazione in altri paesi ha determinato l’abbandono quasi completo delle miniere sarde, sino al punto di importare carbone dalla Polonia, manganese dalla Tunisia, alluminio dall’Australia, pur di far lavorare gli impianti della Sardegna.

Tutt’intorno alla maggiore c’è una miriade di isole, isolette, scogli, affioramenti: S. Antioco, S. Pietro, Asinara, Maddalena, Caprera, Tavolara sono le maggiori, caratterizzate ciascuna dalla vegetazione o dalla fauna o dal tipo di terreno o dalla erosione dell’acqua e del vento che crea figure fantastiche e grotte marine e terrestri, ornate di stalattiti e stalagmiti.

Ma isole di altro tipo si trovano disperse un poco dappertutto: gli stagni intorno a Cagliari, Oristano e Muravera, dove si coltiva il sale oppure il pesce; le grotte marine di Alghero (la Grotta di Nettuno) e di Orosei (dove continuano a vivere alcuni esemplari di foca); la foresta antica di Burgos; i cavallini della Giara (altopiano) di Gesturi; i mufloni (capre selvatiche) della Barbagia; i fenicotteri rosa (genti arrubia: gente rossa, in sardo) nello stagno di Cagliari e di Oristano; i castagneti e i noccioleti di Aritzo; le dune di sabbia finissima di Piscinas punteggiate di ginepri contorti e striscianti; ecc. Tutto ciò crea una enorme varietà di paesaggi e di prospettive, per cui volta a volta si ha l’impressione di trovarsi in luoghi diversi. E questo fatto ha dato luogo ad un’altra favola secondo la quale Dio, per farsi perdonare di aver creato la Sardegna per ultima, prese da tutte le altre Terre ciò che di meglio avevano avuto e ne adornò l’isola.

Il sistema viario è ben sviluppato in lunghezza in pianura, carente nelle zone montuose. Come esempio dell’incuria dei governi nazionali rispetto all’isola si può riportare che sino a qualche decina di anni or sono la larghezza delle corsie stradali era di 3,25 metri anziché 3,75, come se i veicoli, arrivati in Sardegna, fossero soggetti a restringersi come i panni dopo il lavaggio, e l’unica importante linea ferroviaria (Cagliari – Sassari – Olbia) è a scartamento ridotto.

Per certi versi la Sardegna è eccessiva: troppo mare, troppe montagne, troppo sole, troppo selvatico, troppo strano. Ma di una cosa si deve essere certi: ci si ammala di mal di Sardegna, come si dice dell’Africa. E tutti i suoi abitanti hanno tale malattia, contratta sin dall’infanzia più tenera, e i turisti se ne ammalano sin dalla prima visita occasionale.

Immaginate di avere in giardino un nido di formiche e di calpestarlo: dopo un poco vedrete di nuovo il nido aperto e le formiche di nuovo indaffarate a stivare semi per l’inverno. Così accade per i sardi: la vita può costringerli ad allontanarsi, ad emigrare, ma poi, prima della fine, eccoli di nuovo a casa, non in una casa qualunque, ma là dove c’era il nido primigenio, come fanno le rondini. E l’analogia con le formiche si può estendere ad altri aspetti della sardità: la parsimonia, la laboriosità, la testardaggine, la pazienza. E quest’ultima non è una gran bella virtù, essendo essa la causa della ancora grande povertà della Sardegna, poiché induce a sopportare per troppo tempo angherie, depredazioni, malvagità, ingiustizie e quant’altro di male produce l’uomo che ha un qualche potere.

2 – CRONOLOGIA ESSENZIALE.

Le date qui sotto e i relativi avvenimenti sono soltanto una ben piccola porzione di quanto accadde in Sardegna e servono per dare un’idea del clima politico di quegli anni nell’isola. Non che nel resto d’Europa ci fosse uno stato delle cose molto migliore, ma almeno lo scacchiere delle azioni era vasto e articolato su più nazioni, già allora divise da culture più eterogenee di quelle che si affrontavano in Sardegna.


1166 cacciata dei pisani da Cagliari ad opera dei sardi, dei genovesi e dei mercenari catalani. Intervento di Federico Barbarossa che rivendica l’autorità dell’Impero sulla Sardegna.

1187 Guglielmo di Massa, filo – pisano, si impadronisce del Giudicato di Cagliari ai danni del giudice Pietro.

1188 papa Clemente VIII media la pace fra Genova e Pisa.

1190 guerre di Guglielmo di Massa (Giudicato di Cagliari) contro Costantino II di Torres e Pietro II di Arborea.

1199 papa Innocenzo III rivendica l’autorità della chiesa sulla Sardegna. Pretende il giuramento dei giudici davanti ai vescovi.

1205 Comita II giudice di Torres acquista la sovranità in Gallura.

1217 Pisa riconquista Cagliari scacciando i genovesi e costruisce Castello.

1220 Benedetta, figlia di Guglielmo di Massa, chiede l’intervento di papa Onorio III contro le angherie degli occupanti pisani.

1230 Ubaldo dei Visconti di Pisa occupa i Giudicati di Cagliari e di Torres comportandosi da tiranno.

1237 Ubaldo fa pace con Pietro II di Arborea per intervento di papa Gregorio IX.

1238 Enzo, figlio dell’imperatore Federico II di Hohenstaufen, sposa Adelasia, vedova di Ubaldo Visconti, e viene nominato re di Sardegna dal padre, avendo signoria su Logudoro, Gallura e Cagliari.

1240 Enzo lascia la Sardegna e partecipa a diverse guerre in Italia.

1250 terzo tentativo di Pisa di conquistare il Giudicato di Cagliari.

1253 diventa giudice di Cagliari il pisano, discendente di Guglielmo, Chiano di Massa che però si allea con i genovesi.

1255 i Gherardesca, potente famiglia pisana, si alleano con Guglielmo conte di Capraia, giudice di Arborea, e riconquistano il Giudicato di Cagliari, facendo prigioniero e uccidendo Chiano di Massa.

1256 Guglielmo Cepola succede a Chiano e si allea di nuovo con Genova. Pisa alleata con Arborea gli muove guerra e riconquista Cagliari definitivamente.

1256 Guglielmo Cepola si reca a Genova per chiedere soccorso ma improvvisamente muore: fine del Giudicato di Cagliari, che viene smembrato fra i Giudicati di Torres e Arborea e la famiglia dei Gherardesca.

1277 assedio di Alghero da parte di Pisa e Arborea.

1295 papa Bonifacio VIII cede la Sardegna a Jacopo II re d’Aragona in cambio della Sicilia.

1300 nascita della repubblica di Sassari e fine del Giudicato di Torres. Giovanna ultimo Giudice di Gallura.

1330 fine del Giudicato di Gallura.

1395 Eleonora promulga la Carta de logu.


3 – STORIA ANTICA.
1 – Il nome.

Sardinia viene da Sardus, e questo viene da Sardi, antica città dell’Anatolia. Ichnusa (o Ichnussa) in greco indica il sandalo ed è riferito alla forma generale dell’isola: immaginate di mettere il piede destro con il calcagno su Cagliari; l’arco centrale è il Golfo di Oristano, l’alluce è l’isola dell’Asinara, e le altre dita sono le brevi penisole da Platamona ad Olbia. Sandalion è facile: è il sandalo in latino. Il nome di Sardegna è testimoniato da una scritta in fenicio risalente al IX – VIII secolo A.C. Gli abitanti furono chiamati Iliensi, poi Tirreni e infine Sardi. I romani usavano anche il nome, un poco spregiativo, di sardi pelliti, cioè coperti di pelli.

2 – L’origine.

Nei periodi di glaciazione l’acqua si accumula sulle terre formando enormi ghiacciai, come ci sono ancora oggi sulla Groenlandia e sul Polo sud. Da ciò segue che si riduce il livello del mare e le terre, che ora risultano separate da larghi bracci, in simili condizioni risultano unite o più vicine. Ciò accadde ad esempio tra 20000 e 10000 anni or sono: la Sardegna era in pratica unita alla Corsica e questa alla Toscana, ovviamente avendo dimensioni completamente diverse dalle attuali, simili ad un continente. Di conseguenza fu possibile la migrazione delle popolazioni dal continente all’attuale isola. I ghiacci successivamente si sciolsero facendo risalire il livello del Mediterraneo e inoltre probabilmente Sardegna e Corsica si allontanarono dalla penisola per effetto della deriva dei continenti. Ma tale processo avvenne lentamente e in questo tempo gli abitanti dell’isola per forza di cose divennero abili marinai, come altre popolazioni rivierasche. E’ opinione diffusa che per qualche migliaio di anni si susseguirono migrazioni da e per la Sardegna.

Le più antiche tracce della presenza dell’uomo in Sardegna risalgono al Paleolitico Inferiore (circa 500.000 anni fa).

3 – I nuragici.

Ben poco si conosce dell’origine delle prime popolazioni della Sardegna, soprattutto perché esse non svilupparono alcuna forma di scrittura. Una prima ipotesi è che esse provenissero, circa 5000 anni A. C., dal nord Europa; un’altra le fa giungere nell’isola dall’occidente, cioè dalla penisola iberica.

La loro presenza è testimoniata da ciò che produssero, cioè il vasellame e da ciò che costruirono con le loro mani. Risalgono allo stesso periodo temporale i monumenti funebri noti con i nomi di dolmen, menhir e domus de janas, i luoghi religiosi (pozzi e fonti sacre) e numerosi villaggi.

Dal 1500 al 500 A.C. avvenne la costruzione dei monumenti megalitici caratteristici, noti con il nome di nuraghe, un poco reggia, un poco fortezza, un poco torre di osservazione. Queste costruzioni eseguite con grossi massi giustapposti senza malta né altro collegamento, sono distribuite in tutta la regione, in montagna e in pianura, vicino al mare e nell’interno. Oggi ben pochi sono ancora integri, ma essi furono usati anche in epoca romana come punti forti per il controllo del territorio.

4 – I sardi.

Una diffusa teoria è quella secondo la quale i sardi che spodestarono i nuragici venivano dalla città di Sardi dell’odierna Turchia. Più recenti teorie indicano che l’isola subì numerose invasioni di popoli provenienti da diversi luoghi, sia da oriente che da occidente, i quali si fusero con i nuragici dando origine alla nuova stirpe chiamata sarda. Quindi i sardi non sarebbero una popolazione inizialmente omogenea, ma dei meticci inglobanti geni di diversa origine, diventata omogenea in seguito ai matrimoni fra relativamente pochi individui.

Quel che sembra certa è la loro maestria nel navigare in tutto il bacino del Mediterraneo, tanto da far parte di quel Popolo del mare che apparve in medio oriente e in Egitto a cavallo dell’anno 1000 A. C., sia per conquistare a loro vantaggio che per fornire eserciti mercenari al soldo di diversi re.

5 – Ipotesi di Frau.

Da diversi anni uno studioso sardo, il Frau, sostiene che il mito di Atlantide si accorda perfettamente con la Sardegna, cioè che la mitica Atlantide, da tutti cercata nell’Atlantico, non è altro che la Sardegna al tempo dell’ultima glaciazione.

In quel tempo i popoli orientali che si muovevano verso occidente trovavano una strettoia fra la Sicilia e la Tunisia, dovuta al basso livello del Mediterraneo. Superando quella strettoia (secondo il Frau le vere Colonne d’Ercole), poiché la navigazione avveniva lungo le coste, essi giungevano facilmente in Sardegna, la quale allora non era una piccola isola dispersa in un vasto mare, ma una grande terra circondata da un piccolo mare. Quando i ghiacci si sciolsero, la Sardegna non fu più raggiungibile con la navigazione lungo costa, ma si trasformò in un’isola circondata da un ampio mare (il vero Oceano Atlantico) difficilmente superabile con le imbarcazioni di allora.

I popoli orientali persero pian piano la memoria della Sardegna come terra facilmente raggiungibile, e collocarono le Colonne d’Ercole allo Stretto di Gibilterra e Atlantide finì dove adesso si presume, cioè nell’odierno Oceano Atlantico, sommersa dalle acque. In realtà, dice il Frau, Atlantide non è altro che la Sardegna, resa vasta dalla glaciazione e ridotta alle dimensioni attuali dalla fine dei ghiacciai continentali. Il mito degli atlantidi ricchi, potenti, ottimi navigatori, potrebbe derivare dal fatto che in Sardegna c’era la produzione del rame e del bronzo e della ossidiana e legname in abbondanza e questi prodotti erano ricercatissimi in tutto il bacino del Mediterraneo.

6 – Il culto dei morti.

Il culto dei morti è testimoniato da quattro tipi di sepolture : i menhir (perdas fittas: pietre fitte, cioè conficcate nel terreno); i dolmen; le tombe dei giganti; le domus de janas (case delle fate), il cui inizio si può far risalire al Neolitico Recente (circa 3.500 – 2.500 a.C.).

I menhir e i dolmen sono del tutto simili a quelli che si trovano in Francia, in Inghilterra, e in genere in tutti i paesi mediterranei. Celebrano e ricordano il morto con un monumento funebre costituito da una grande pietra piantata verticalmente nel terreno, come accade ancora nei nostri cimiteri: oggi si usano pietre pregiate lavorate artisticamente, allora si usavano pietre locali al naturale, al più sbozzate a rappresentare figure umane appena accennate.

Le tombe dei giganti sono di diversi tipi. Il più comune è costituito da uno spazio delimitato da numerose perdas fittas che racchiudono il luogo di sepoltura di individui particolarmente importanti (capi clan, eroi) oppure rappresentano tombe collettive. L’ampiezza dei monumenti ha fatto pensare in antichità che ivi fossero sepolti dei giganti. Le domus de janas sono sepolcri scavati nella roccia oppure ricavati in grotte naturali. Numerosi sono i siti archeologici importanti (Pranu Mutteddu a Goni; Li Longhi ad Arzachena, ecc.), ma naturalmente accanto ad ogni centro abitato c’era un luogo per le sepolture.

Anche in Sardegna era uso sistemare accanto al morto cibi, bevande, vasellame, monete e ornamenti che servivano al defunto nell’altra vita.

7 – I bronzetti.

Sono così chiamate le, in genere, piccole statue in bronzo di età nuragica che sono state ritrovate in particolare nelle sepolture. Risalgono al periodo compreso fra l’VIII e il VI secolo A.C. e ne sono stati trovate oltre 400. Rappresentano soldati, navi, animali, ornamenti di tipo votivo, offerte per propiziarsi le divinità. Sono un mistero sia riguardo al materiale utilizzato (il bronzo non è una lega facile da ottenere) sia riguardo alla tecnologia adoperata per la fusione.

Accanto ai bronzetti si sviluppò anche la statuaria in pietra di piccole e grandi dimensioni.

8 – Le invasioni.

La scoperta del ferro e il suo uso negli eserciti al posto del bronzo, la fine degli strumenti di ossidiana, il parziale spopolamento dell’isola a causa delle spedizioni militari come mercenari, indebolirono l’isola sia dal punto di vista commerciale che demografico. Intanto in medioriente (nell’attuale Libano) si sviluppava la civiltà fenicia, inizialmente aggressiva soltanto in campo commerciale, poi anche militare. Gli approdi in Sardegna furono dapprima (XI secolo A.C.) soltanto centri di scambio di materie prime e di prodotti agricoli in cambio di manufatti (vasellame, gioielli, stoffe); in seguito divennero vere città e infine si ebbe una occupazione quasi completa con l’arrivo nell’isola di numerosi coloni.

Fu proprio da questi scali commerciali litoranei che ebbero origine città come Karalis (Cagliari), Tharros, Sulci (Iglesias), Nora e Bithia (vicino a Capo Spartivento, nell’estremo sud) dalle quali inizierà la conquista dell’intera isola.

Quando poi i cartaginesi (o punici, nell’odierna Tunisia) sostituirono i fenici nel controllo dei mari, anche la Sardegna (VI secolo A.C.) seguì la stessa sorte, subendo una dominazione feroce e un radicale cambiamento di cultura, che comportò ad esempio la distruzione delle foreste e dei frutteti per coltivare il grano da portare a Cartagine. Sia i fenici che i cartaginesi in realtà non riuscirono mai a domare le popolazioni interne, in particolare quelle che in seguito furono chiamate “barbaricine”.

Mentre le vestigia fenicie sono relativamente rare, molto numerose sono le testimonianze archeologiche di natura punica (per esempio a S. Antioco).

Ma si insediarono nell’isola anche greci (ad Olbia) ed etruschi (a Posada)

9 – Il rapporto con il mare.

I nuragici prima e i sardi poi erano maestri nella produzione e lavorazione del bronzo. Per fare il bronzo occorre lo stagno, che nell’isola manca del tutto: dove se lo procuravano? L’ipotesi più semplice è che lo ottenessero come merce di scambio con popolazioni che ne avevano in abbondanza. Una seconda ipotesi molto suggestiva è che andassero essi stessi a prenderlo dove lo si poteva avere, cioè in Irlanda o addirittura in Zimbabwe circumnavigando l’Africa, là dove si trovavano le leggendarie miniere di re Salomone.

Questa seconda ipotesi presuppone che i sardi in origine fossero provetti navigatori, maestri nell’arte delle vele più che in quella dei remi. Infatti viaggi molto lunghi avrebbero richiesto navi molto grandi per portare un numero sufficiente di rematori e di provviste; la vela in realtà richiede minor numero di uomini di equipaggio e consente maggiori velocità.

Lo sfruttamento delle miniere fu certo la causa principale che indusse i mercanti cretesi, micenei, ciprioti, greci ecc. ad insediarsi in forma più o meno stabile in Sardegna, dove si producevano armi, utensili e strumenti in bronzo.

Le vicende storiche legate alle invasioni molto poco pacifiche dei fenici e dei cartaginesi spopolarono gli insediamenti costieri, dove si installarono gli invasori, e fecero dimenticare ai sardi l’arte della navigazione.

10 – La religione.

Si può dire che ci fosse una religione pubblica e una privata. Quella pubblica era incentrata sull’adorazione dei fenomeni atmosferici e su due divinità principali: una maschile, che i romani chiamarono Sardus Pater, e una femminile detta Alma Mater, cioè Grande Madre. Ma molto onorato e richiamato molto spesso in dipinti e graffiti era il toro, simbolo di forza e di potere. Anche l’acqua era adorata nei pozzi e nelle fonti sacre.

Dai fenici e dai cartaginesi fu introdotto il culto di Baal e l’uso dei sacrifici umani, in particolare di giovinetti, mentre i romani, come era loro civile tradizione, introdussero il culto del loro pantheon senza combattere le credenze preesistenti, se non quelle crudeli dedicate appunto a Baal.

La religione privata era incentrata sul culto degli antenati: ciascuna famiglia conservava statuette rappresentanti i morti (i penati), i quali avevano il compito di proteggere il focolare domestico dagli spiriti maligni che infestavano i monti e i boschi.

11 – La società.

L’organizzazione della società era quella tipica della tribù o forse meglio del clan. Gli uomini liberi erano soprattutto guerrieri mentre il lavoro nei campi e la pastorizia erano compiti dei servi e degli schiavi. Le donne poi si occupavano della filatura della lana e del lino e della loro tessitura. Il clan era governato da un capo o da un re il quale possedeva tutto il territorio di pertinenza. La genealogia era però discendente da una donna, la matriarca, e la tradizione è ancora molto forte in non piccola parte dell’isola.

Accanto alla figura del capo clan o del re ha sempre avuto grande importanza “l’anziano”, cioè il capo famiglia. La loro assemblea assumeva i connotati di “consiglio di governo” che contribuiva alla formazione delle decisioni che riguardavano tutto il clan. Un’altra categoria di persone eminenti era rappresentata dai “boni homines”, dai 14 anni in poi, dediti all’agricoltura o alla pastorizia, ma non come servi. Essi ad esempio potevano essere chiamati a dar man forte alle autorità per esplicare le loro funzioni istituzionali.

In pratica questo sistema estendeva a tutti gli uomini liberi la gestione della cosa comune a ciascun insediamento e ciò, almeno in nuce, rappresentava un sistema democratico.

4 – I ROMANI E LA SARDEGNA.
1 – La conquista.

La Sardegna era da 260 anni in potere cartaginese, soggetta ad una vera depredazione sistematica, quando, alla fine della prima guerra punica, nel 238 A.C., l’isola passò sotto il dominio romano e vi rimase, con alterna fortuna, sino alla metà del V secolo D.C., quando l’isola fu invasa dai Vandali. Dal 610 la Sardegna fece parte dell’Impero Romano d’Oriente, che aveva sede in Costantinopoli.

La conquista romana non fu però facile e incruenta, specialmente per quanto riguarda la Barbagia. Le legioni romane dovettero impegnarsi per almeno 12 volte in campagne militari lunghe e faticose, facendo molti morti e molti prigionieri, poi venduti come schiavi a Roma, in così gran numero che il loro prezzo divenne irrisorio.

2 – Le deportazioni.

Sino a vent’anni or sono era uso nella pubblica amministrazione minacciare il dipendente incapace o inviso al capo ufficio “ti faccio trasferire in Sardegna!”. Da quando la Sardegna è diventata di moda, il trasferimento forse è diventato un premio e quindi non si usa più.

Anche i romani usarono l’isola per le deportazioni e come luogo di esilio: Atte, una delle sue amanti, e Seneca vi furono esiliati da Nerone, e poi i papi Callisto (nel 174) e Ponziano (nel 235). Ma la deportazione riguardò anche intere popolazioni di città ribelli, per esempio della Palestina e dell’Egitto.

3 – L’economia.

L’agricoltura e la pastorizia furono attività molto sviluppate: la piana del Campidano divenne il granaio di Roma, il vino, il formaggio e l’olio prodotti nell’isola erano famosi nell’Urbe. Il legname delle foreste era utilizzato in grande quantità per la costruzione delle navi, le miniere di piombo e argento e le saline erano in piena attività.

Il periodo della dominazione romana fu insomma di grande espansione economica, favorita dalla costruzione di strade e ponti (in gran parte le strade attuali ricalcano gli antichi tracciati e qualche ponte è ancora funzionante) e dall’uso del latino esteso anche alle tribù dell’interno (si potrebbe affermare che nel Logudoro si parla oggi il dialetto di Roma antica).

4 – Il cristianesimo.

Il cristianesimo si diffuse presto e rapidamente ad opera dei cristiani esiliati dalla penisola. Nei secoli dal I a IV la chiesa cristiana sarda fu molto importante, tanto da permettere ai suoi vescovi di partecipare da protagonisti a diversi concili.

Per effetto della dominazione bizantina durata circa 400 anni, la chiesa assunse numerose caratteristiche ed usanze di rito orientale, alcune delle quali persistettero a lungo.

Anche i martiri, giustiziati nell’isola o a Roma, furono numerosi: uno di essi, Efisio, soldato romano convertito, è oggi il patrono della Regione e in suo onore a Cagliari da oltre 300 anni si tiene una grande processione e festa.

Si venerano anche santi non riconosciuti ufficialmente dalla chiesa, come S. Costantino (Santu Antine), imperatore romano, con una gran festa a Sedilo.


5 – LA CARTA DE LOGU.

La formazione di uno stato è sempre il risultato di un insieme di condizioni che organizzano la volontà, più o meno cosciente ed informata, di un popolo.

L’organizzazione dei Giudicati fu una diretta conseguenza dello stato preesistente retto dal potere di Bisanzio. Al cessare di questo sopravvissero non solo le divisioni territoriali introdotte da Bisanzio per organizzare la difesa dell’isola, ma anche la cultura civile, militare e giuridica, applicata in modo spesso vessatorio dai funzionari di Costantinopoli. La elaborazione locale delle leggi esistenti portò alla nascita di una legislazione per certi versi di tipo “comunista” ante litteram, nel senso che ad esempio fu mantenuto l’uso comunitario di una parte delle terre dei nobili e dei Giudici. E questa tradizione sopravvive ancora oggi in alcuni comuni dell’interno.

La Carta de logu rappresenta uno dei primi documenti medievali nel quale si regola non solo il rapporto fra il sovrano e i pari grado (come per esempio fa la Magna charta inglese), ma la vita di tutti i cittadini (e le cittadine) anche fra di loro, cioè essa è un vero trattato di diritto civile e penale, che trova l’origine in quello romano con contaminazioni che discendono dall’uso e dalla situazione strettamente locale.

Ma la promulgazione non fu una invenzione estemporanea: quelle leggi erano in gran parte già presenti nel territorio da tempo perché da tempo erano in uso. Come Eleonora stessa dichiara nel prologo della sua Carta, rivede e corregge la Carta de Logu del padre Mariano, nonché il Codice Rurale dello stesso, e altre precedenti elaborazioni legislative nell’isola e in Arborea. Eleonora raccolse e sistemò organicamente in un unicum ben strutturato una lunga tradizione elaborata sulle necessità del suo popolo. Il che significa che la Carta de logu non fu l’inizio di una cultura giuridica e civile, ma il suo culmine luminoso, a futura memoria. Così luminoso che la Carta fu adottata anche dai nuovi padroni aragonesi e molte sue norme rimasero in vigore sino a quasi metà del 1800.

La Carta fu promulgata da Eleonora, figlia di Mariano IV, moglie di Brancaleone Doria, madre sfortunata di due figli morti in tenera età, nel 1395. Il marito, ambizioso e incapace, non diede alcun aiuto ad Eleonora nel governo del Giudicato di Arborea, e dopo esserle succeduto, in nome del figlio, lo portò alla rovina.

E’ scritta nel sardo di allora in modo che anche il popolo più minuto sentendolo leggere fosse in grado di capirlo appieno.

Poche sono le notizie certe sulla vita di Eleonora che governò il Giudicato di Arborea dal 1386 alla sua morte nel 1404. Infatti la sua giovinezza trascorse in modo del tutto anonimo nella casa del padre, e dal 1395 circa delegò al marito la conduzione esterna del potere, occupandosi della salute e dell’educazione del figlio, Mariano, che le successe con il nome di Mariano V, e le sopravvisse di soli 3 anni. A ben guardare può essere ritenuta una delle figure femminili più importanti della storia italiana, non solo medievale, poiché, come si è detto, l’influenza della sua opera si estese ben oltre la sua vicenda individuale. La sua lotta contro l’invasore aragonese e la sua aspirazione alla riunificazione della Sardegna sotto un unico governo autoctono, rappresentano un esempio di politica lungimirante che precede di alcuni secoli la formazione degli stati nazionali, modernamente intesi. La “fortuna” non le arrise, ma il tentativo permette di considerarla la “patrona laica” della Sardegna, onorata in un certo modo dal raggiungimento della Autonomia sancita dalla Costituzione del 1947.

La modernità della Carta la si può rintracciare ad esempio nei riguardi della condizione della donna in materia di matrimonio e di eredità, nella ricerca della “volontarietà” nel commettere i crimini, che ovviamente erano puniti secondo le regole del tempo (impiccagione, condanna al rogo, accecamento, taglio del piede e della lingua, ecc.), nelle punizioni dei funzionari infedeli o incapaci, in materia di caccia, di salari dei lavoratori, ecc.

Ecco come si esprime L. Macciotta nel libro citato a pagina 131 – Eleonora si valse senza dubbio di precedenti elaborati: innanzi tutto delle leggi emanate da suo padre, ed in specie del “Codice rurale” completato in seguito da Ugone; di una precedente Carta de logu calaritana; dei principi del diritto romano, acquisiti attraverso l’attività curialesca svolta dai patrocinanti aragonesi nelle corti di Cagliari e di Alghero, della evoluzione giuridica italiana seguita attraverso Pisa e Genova. Tutta questa abbondante e complessa materia è stata peraltro elaborata ordinata e adattata all’ambiente da Eleonora con un senso straordinario del limite: quel limite che sta sempre alla base del diritto e dell’arte. E per di più, con il senso della tolleranza, dell’umanità e della carità che specialmente una donna possiede. –

La Carta comprende 198 articoli che riguardano gran parte degli aspetti della vita dei sudditi, compresa la cura dei campi e la pastorizia.

Ecco alcuni articoli nella versione originale e in una traduzione quasi letterale.

 

2 – De qui tractarit traycioni o desonore.
(2 – Di chi tratta tradimento o disonore).

Item ordinamus: qui si alcuna persona tractarit consenterit causas alcunas prossa quali nos perdiremus honore terra over

Inoltre ordiniamo: che se qualche persona trattasse o consentisse qualche cosa per la quale noi perdessimo onore terra o

castellu de cussos qui amus hoi o de cussos qui aquistaremus dae como inantes deppiant esser istrarinadus acoha de

castello di quelli che abbiamo oggi o di quelli che acquisteremo d’ora in avanti debbano essere trascinati dietro

cuallo pro totu sa terra nostra d’Aristanis et poscha infini assa furca et inie sind furchet quindi morgiat et issos benes suos

un cavallo per tutta la nostra terra di Oristano e poi fino alla forca e ivi sia impiccato finché muoia e i suoi stessi beni

tottu appropriadus assu rennu. Si veramente qui in casu su dictu traditore avirit mugere et esseret coyada assa moda

tutti incamerati dal regno. Così veramente, nel caso che il detto traditore avesse moglie e fosse sposata all’uso

sardisca que dicta mugere appat sa parti sua senza mancamentu alcunu secundu qui in su dictu capidulo si contenet.

Sardo, che la detta moglie abbia la sua parte senza alcuna decurtazione secondo che nel detto capitolo è contenuto.

Et si avirit appidu mughere pro inantes assa sardisca de sa quali havirit alcunu figio o figios. Cussu figiu o figios comente et

E se avesse avuto moglie prima alla sarda dalla quale avesse avuto qualche figlio o figli. Quel figlio o figli come

heredes de cussa mama issoro appant et aver deppiant sa parti issoro de sos benes predictos secundu usanza sardisca

eredi di quella mamma loro abbiano e debbano avere la loro parte dei beni predetti secondo l’usanza sarda

senza mancamentu alcunu secundu chest naradu de supra pros sos atteros. Et si esseret coyada a dodas a modo

senza alcuna diminuzione, secondo quanto è detto di sopra per gli altri. E se fosse sposata con dote alla moda

pisaniscu su simili sas dodas suas senza alcunu mancamentu pro qui no est ragione qui issos perdant pro culpa et

pisana lo stesso (avvenga per) la sua dote senza alcuna diminuzione perché non c’è ragione che essi perdano per colpa e

defectu de su padre et de su maridu. Et semper si intendat qui ciascunu creditore qui havirit at riciver inantes que su dictu

difetto del padre e del marito. E sempre si intenda che ciascun creditore che aveva a ricevere prima che il detto

maleficiu esseret perpetradu et factu qui siat pagadu de tottu que iustamente at mostrare qui appat a reciver.

maleficio fosse perpetrato e fatto che sia pagato di tutto ciò che giustamente dimostri che abbia a ricevere.

La responsabilità è personale, per cui le colpe del padre e del marito non devono ricadere sui figli e sulla moglie, e neppure sui creditori.


15 – De deliquentes.
(15 – Dei delinquenti).

Volemus et ordinamus: qui si su diliquente esseret tentu pro issu officiali over hominis de sa contrada hui esseret factu su delittu in liguno logu qui nò esseret franchu infra unu mese qui sa contrada, over sa villa esseret libera de sa secunda maquicia. Et si su officiali in hui esseret sa persona qui auirit factu su maleficio no daret su brasu suo et favore ad icussu officiali, over persones qui lu requederent siat condempnadu in sa dita maquicia.

Questa che segue è la traduzione e il commento del collega Salvatore Orunesu, docente di Italiano e storia al Nautico Buccari di Cagliari, autore di un ponderoso volume sulla storia del barracellato in Sardegna:

Vogliamo e ordiniamo che se il delinquente fosse catturato dall’Officiale della Contrada, ovvero dagli homines della stessa Contrada dove è stato consumato il delitto – in qualunque luogo che non fosse franco – entro un mese, la Contrada ovvero la Villa interessate siano sollevate dal pagamento della seconda multa; e se l’Officiale della Contrada in cui fosse (eventualmente rifugiata) la persona responsabile del delitto non desse il suo aiuto a favore dell’Officiale e degli homines (della Contrada dove il delitto è stato compiuto) che lo richiedono, venga condannato con la detta multa.

Alcune spiegazioni:
1) le Contradas o Curatorias o Partes erano i distretti nei quali erano articolati amministrativamente i Giudicati; comprendevano un numero di Ville variabile a seconda della loro estensione, immagina una decina di Ville mediamente; la Villa era l’unità amministrativa di base, spesso un insediamento minuscolo, anche poche decine di abitanti; l’Officiale era la massima autorità della Contrada; anche gli homines delle Ville, cioè i maschi maggiorenni – a partire dai 14 anni, se ricordo bene – erano responsabili giuridicamente dei delitti che si verificavano nel proprio territorio, in ultima analisi col pagamento della propria quota di machicia insieme agli jurados (guardie giurate) de logu e all’Officiale;
2) “luogo franco” potrebbe essere un luogo che gode del diritto d’asilo, o che non ricade per qualunque altro motivo sotto la giurisdizione ordinaria;
3) “entro un mese” sta ad indicare il tempo massimo, dal momento del delitto o della comminazione della machicia, entro cui catturare il reo, pena il pagamento appunto della machicia;
4) la seconda multa con precisione non so che cos’è, e non so se c’è qualcuno che lo sa; tieni presente che con “machicia” spesso si intende la multa e l’indennizzo insieme, ma qui non si capisce che cosa s’intenda, perché normalmente, se il reo veniva assicurato alla giustizia, né l’Officiale, né gli jurados, né gli homines erano più tenuti al pagamento della multa e dell’indennizzo;
5) l’Officiale della Contrada – e, a seguire, jurados e homines della stessa - in cui si rifugiava eventualmente il ricercato era tenuto, su richiesta dell’autorità del luogo nel quale si era verificato il reato, alla cattura dello stesso ricercato, pena appunto il pagamento della machicia prevista.

 

21 – Qui leuarit muleri.
(21 – Chi prende donna. = dello stupro).

Volemus et ordinamus qui si alcunu homini (qualche uomo) leuarit pro forza muleri coyada (prendesse a forza donna sposata) o ver alcuna atera femina (altra donna) qui esseret jurada (abbia giurato di sposare = promessa sposa) o ver isponxelarit (sverginasse) alcuna virgini pro forza et dessas dittas causas esseret legitimamenti binquido (e delle dette cose fosse giustamente riconosciuto colpevole) siat iuygado qui paghit pro sa coyada liras D (sia condannato a pagare per la sposata lire 500) et si no pagat infra dies 15 decat esser juygadu (dopo essere stato giudicato) siat illi segadu s’uno pee pro modu quillu perdat (gli sia tagliato un piede in modo che lo perda), et pro sa bagadia (per la nubile) siat iuygadu qui paghit liras CC (paghi lire 200) et siat anchu tenudo pro leuarela pro mugere (sia anche tenuto a prenderla per moglie) si est senza marido et plaquiat a sa femina (piaccia alla donna). Et si non la leuat pro mugere (prenda per moglie) siat anchu tentu pro coyarela secundu sa condizioni (sia tenuto a farla sposare secondo la condizione) de sa femina. Et issa qualidadi de su homini (e lei secondo la qualità dell’uomo). Et si cussas causas issu no podet faghire (queste cose non può fare) a dies 15 decat essere iuygadu siat illu segado s’uno pee pro modu que lu perdat. Et pro sa virgini paghit (paghi) sa simili pena et si non adi hui (ha di che) pagare seghint illu uno pee ut supra.


35 – De tenne su furone.
(35 – Dell’arresto del ladro).

Volemus et ordinamus qui si sa fura (refurtiva) qui sat fagheri si iugheret et lauarint daessuna curadoria a sa atera (si levasse e si trasportasse da una curatoria all’altra) sia tenudo su curadore de cussa villa ad hui sat iughere (sia tenuto il curatore della villa dove fosse trasportata): de reer sa fura et detenni su furoni sillat isquire (di sequestrare la refurtiva e di arrestare il ladro se ne fosse informato) infini ad qui ad benne su pubillu dessa causa furada (fino a che non arriva il proprietario della cosa rubata) et si non lu tennet et nò arreeret sa fura (e se non lo arresta e non sequestra la refurtiva): cussu curadore paghit assu rennu sindest binchidu liras xxv pro sa negligentia sua et issa valsuda (valsente, corrispettivo in danaro) dessa fura ad cuyat esser.

I villaggi più piccoli potevano non avere i mezzi (uomini e strutture) adatti a conservare la refurtiva e a trovare il ladro, e per ciò trasferivano il tutto in un villaggio (villa) più grande. Le autorità di questo villaggio diventavano custodi e responsabili sia della refurtiva che dell’arresto del ladro e, in mancanza, erano condannati a pagare 25 lire al regno e in più il valore della refurtiva al padrone della cosa rubata.

 

103 – De prea.
(103 – Delle tasse. = della concussione).

Volemus et ordinamus: qui alcunu curadore over officiali nostru de Arbaree non possat reer pro se prea alcuna cat

Vogliamo e ordiniamo: che nessun curatore o ufficiale nostro di Arborea non possa tenere per sé pagamento alcuno che

fagheri pro raxione dessu rennu et qui at esser provadu paghit pro dogna bolta Liras XXV.

faccia per conto del regno e a chi fosse provato paghi per ogni volta lire 25.

Si tratta del reato di concussione: nessun curatore o ufficiale può tenere per sé ciò che viene chiesto per conto del regno; ogni volta che un simile fatto viene provato, il colpevole pagherà 25 lire.

104 – De mantenni iusticia.
(104 – Dell’assicurare giustizia).

Constituimus et ordinamus: qui si alcunu homini dessa terra nostra de Arbaree offenderet o qui avirit a fagheri pro alcuna

Costituiamo e ordiniamo: che se qualche uomo della nostra terra di Arborea offendesse o che abbia a fare, per una qualche

causa cun alcunu atero homini de Sardigna que non esseret de sas terras nostras, qui cussa persona siat intessida a

causa, con qualche altro uomo di Sardegna che non sia delle nostre terre, che quella persona sia portata a

raxione pro icussu modu qui in sa terra dundi esseret issu si fagherit raxioni assos hominis dessas terras nostras.

giudizio nello stesso modo che nella terra di dove è quello si fa giustizia agli uomini delle nostre terre.

= lo straniero sia trattato nello stesso modo nel quale i nostri cittadini sono trattati nello stato dello straniero

= reciprocità di trattamento dei cittadini nei diversi stati.

 

182 – De boynargius.
(182 – Dei guardiani di buoi).

Item ordinamus: qui si alcunu boynargiu qui haverit boes in guardia li fuirit alcunu iuhu over boe dae sos boes qui

Inoltre ordiniamo: che se a un guardiano di buoi, che abbia buoi in custodia, gli fugge qualche giogo o bue, dei buoi che

teneret in guardia cussu tali boynargiu siat tenudu qui su die quilli at esser fuidu su dictu iuhu over boe qui su nocte

tiene in custodia, quel tale guardiano sia tenuto a che, il giorno che sia fuggito il detto giogo ovvero bue, che la notte

at torrari lu depiat dari ad intendiri ad su pubillu de su dictu iuhu, over boe quilli esseret fuidu ad malauogia sua et

che farà ritorno, ne debba dare notizia al padrone del detto giogo ovvero bue che gli era sfuggito per sua negligenza, e

si gasi faghit su dictu boynargiu non siat tenudu ad pena alcuna et si gasi non fagheri secundu desupra siat tenudu

se così fa il detto guardiano non sia tenuto ad alcuna pena e se così non faccia, secondo quanto detto sopra, sia tenuto

cussu tali boynargiu de torrari su ditu iuhu over boe ad ispesas suas a su armentu dessos boes domados.

quel tale guardiano a restituire il detto giogo ovvero bue a sue spese all’armento dei buoi domati.

Giogo = coppia di buoi

Il turno di guardia dura una notte e un giorno, per cui quando smonta dal suo turno e torna di notte in paese (su nocte chi at torrari), il guardiano deve comunicare immediatamente al proprietario la scomparsa della bestia avvenuta durante il giorno (su die quilli at esser fuidu), cioè durante le 24 ore del suo turno.

 

192 – Qui narrit injuria ad officiali.
(192 – Chi dice ingiuria ad ufficiale. - ufficiale giudiziario o esattore )

Constituimus et ordinamus: qui si alcuna persona narrit alcuna paraula iniuriosa ad alcunu officiali nostru faghendo sos

Costituiamo e ordiniamo: che se qualche persona dica qualche parola ingiuriosa a un nostro ufficiale cha va facendo i

factos nostros over quilli levarit sa prea dae manus cussa tali persona qui at fagheri secundu de supra paghit a sa corte

fatti nostri o che gli levi la cosa pignorata dalle mani quella tale persona che ha fatto secondo quanto detto paghi alla corte

nostra pro maquicia si legitimamenti indest bintu liras XXV et si nò pagat infra dies XV de qui at esser iuygadu pro sa

nostra per pena se legittimamente ne è vinto lire 25 e se non paga entro 15 giorni da quando è stato giudicato per la

paraula iniuriosa silli seguit sa limba et pro levari sa preda de manus seghint illi sa manu deretta.

parola ingiuriosa gli si tagli la lingua e per aver levato la cosa pignorata dalle mani gli taglino la mano destra.

6 – IL FOLKLORE.

Il folklore si manifesta in forma talvolta grandiosa nelle feste, quasi sempre di carattere religioso, che rappresentano momenti di aggregazione popolare durante i quali si sviluppano anche rapporti di amicizia e di affari e si intessono storie d’amore. Molto spesso si tratta di feste di origine antichissima, addirittura cartaginese o romana, rivestite dei nuovi simboli cristiani.

Ogni comunità, grande o piccola, ha la sua sagra, magari in corrispondenza di attività agricole o pastorali, come la marchiatura o la tosatura delle pecore, oppure la trebbiatura del grano e delle fave, oppure la vendemmia o la raccolta delle olive. In questo ambito rientrano ad esempio la sagra delle ciliegie a Burcei, quella delle arance a Muravera, quella delle castagne ad Aritzo, ecc.

Numerose sono anche le feste campestri che si svolgono intorno a chiesette o cappelle erette in piena campagna o sui monti.

Fra le feste tradizionali ce ne sono alcune di grande fama, che raccolgono partecipanti da tutta l’isola, e quindi non sono più strettamente locali, ma assumono il ruolo di momenti di aggregazione (e di confronto!) regionali. E in tali occasioni c’è l’esibizione di espressioni culturali suggestive come i “muttos” e i “goccius”, canti d’amore o di storia o di cronaca, spesso improvvisati da “poeti” e cantastorie

Quasi sempre la festa ha come contorno l’esibizione dei costumi sia maschili che femminili, che sono quasi “divise” che consentono l’individuazione del paese d’origine, come il kilt consente di individuare il clan scozzese. E la festa si allarga alle gare a cavallo, che in Sardegna costituiva, e ancora oggi nell’interno costituisce, una fonte di prestigio per il proprietario e per il fantino.

1 – La Sartiglia.

E’ una giostra equestre che si svolge ad Oristano l’ultima domenica di carnevale e il martedì grasso: i cavalieri armati di una corta spada lanciati al galoppo infilzano una stella dorata appesa al centro della strada. Dal numero delle stelle raccolte si ha la previsione della buona o cattiva stagione agricola.

La corsa alla stella è preceduta dalla vestizione de “su compoidori” cioè del “re” della giostra. Su compoidori porta sul viso una maschera bianca con tratti né maschili né femminili; è vestito da fanciulle seduto su un trono disposto su un tavolo: da quel momento sino alla fine della giostra non deve porre piede a terra; è il primo a correre per prendere la stella; la cerimonia si chiude quando su compoidori ripercorre il tracciato della corsa disteso di schiena sul dorso del cavallo.

La festa coinvolge tutta la città, assumendo lo stesso valore popolare del Palio di Siena, anche se manca la competizione fra quartieri: la gara consiste nell’accaparrarsi la fama legata alla nomina a compoidori per gli uomini e al rito della sua vestizione per le ragazze.

La Sartiglia vera e propria è accompagnata dalla esibizione di cavalieri e cavallerizze che fanno mostra della loro abilità nel cavalcare in coppie o in terne acrobatiche.

2 – S. Efisio.

E’ una delle feste più antiche dell’isola. Si svolge dal 1657 a Cagliari il primo maggio in onore del santo patrono della regione. Ormai da decenni rappresenta una mostra dei costumi tradizionali. Centinaia di persone a piedi, a cavallo, su carri addobbati con nastri e fiori e tappeti preziosi percorrono la città vecchia in corteo, precedendo la statua del santo sistemata in una teca portata da un carro trainato da una coppia di buoi. La processione conduce il simulacro del santo sino all’antica città di Nora, a oltre 40 chilometri da Cagliari, luogo nel quale egli fu martirizzato. Tre giorni dopo, la festa si conclude con il ritorno della statua nella antica chiesa in città, ai piedi delle mura pisane.

4 – I mamutones.

Il martedì grasso, ultimo giorno di carnevale, a Mamoiada sfilano per le vie i mamutones e gli assocadores. I primi hanno sul viso una nera maschera orrida di legno e sul petto e sulle spalle, coperte da una pelle di capra, un fascio di campanelle e campanacci solitamente usati per i bovini al pascolo. Gli assocadores sono armati di una fune e mostrano la loro abilità nel prendere al laccio i passanti.

5 – L’Ardia.

E’ una sfrenata corsa a cavallo che si tiene il 6 luglio (con replica il giorno dopo) a Sedilo in onore di Santu Antine (S. Costantino), l’imperatore romano che per la chiesa santo non è. Un cavaliere corre per il santo come suo campione, tenendo in mano una bandiera, ed è protetto da un piccolo gruppo di aiutanti. Un altro folto gruppo di cavalieri ha il compito di cercare di strappare la bandiera dalle mani del campione.

La gara di abilità si svolge precipitandosi in una folle corsa giù per un ripido pendio e poi su intorno ad una chiesetta campestre per infine tornare al punto di partenza. La folla assiste allo spettacolo assiepandosi sul fianco della collina disposta ad anfiteatro e anche ai lati del percorso, a rischio di finire travolta tra le zampe dei cavalli, mentre centinaia di fucili fanno sentire la loro voce.

Una festa analoga, ma meno spettacolare, si svolge negli stessi giorni a Pozzomaggiore, in provincia di Sassari

7 – NOTE.
1. I Giudicati.

Bisanzio, o Costantinopoli che dir si voglia, ha preso il posto di Roma nella signoria della Sardegna. L’isola viene invasa da Visigoti, Vandali, Maomettani, ecc. Bisanzio è ancora potente, combatte contro tutti, ma è sempre più lontana, ha sempre più grandi difficoltà a mandare soldati e i comandanti nell’isola devono imparare a difendersi con le risorse locali. L’isola viene divisa in regioni militari più o meno autosufficienti, che tengono lontani gli invasori. Il potere militare, con centro in Fordongianus, nominato dall’imperatore, viene diviso da quello civile e giudiziario, con sedi decentrate, in mano ad autorità locali. Infine Bisanzio non riesce a mandare più neppure i comandanti delle truppe e gli isolani devono arrangiarsi da soli. Mantengono la divisione in quattro parti del territorio e il governatore della città più importante prende il nome di Judex, cioè Giudice in latino; da qui il nome di Giudicato attribuito a ciascuna suddivisione territoriale.


Nel periodo bizantino il comando militare era di diritto attribuito dall’imperatore d’oriente ad una personalità di suo gradimento, mentre le attribuzioni civili e giudiziarie erano di pertinenza di una personalità isolana. Da qui l’usanza di rivolgersi all’autorità civile con il titolo di Giudice da parte del popolo. Finita la presenza militare di Bisanzio, rimase solo l’autorità autoctona del Giudice e furono gli anziani, i nobili, il clero ad attribuire il titolo ad una personalità che si distingueva per fama e fortuna.

Gli elettori conservavano una buona parte di autorità perché costituivano la Corona, cioè una specie di Consiglio di governo. Inizialmente i giudici avevano nomina temporanea, ma ben presto la carica diventò ereditaria, sia in linea maschile che femminile.

2. Le case di fango.

In tutto il Campidano sino a pochi decenni or sono per la costruzione delle case si adoperavano i mattoni di fango: argilla mescolata con paglia di grano o d’orzo, impastata con l’acqua, pressata in forma di parallelepipedo dentro stampi di legno e fatta asciugare al sole. E’ una tecnica antichissima delle terre prive di pietrame, ancora oggi in uso nel nord Africa e nel medio oriente, sin dai tempi di Babilonia. I muri ottenuti con tale materiale sono piuttosto grossi e ovviamente non consentono grandi altezze, se non a scapito dell’ampiezza dell’ambiente vivibile. Le case però con simili muri risultano poco costose e relativamente comode in quanto il materiale consente di ridurre gli sbalzi termici, cioè risultano fresche d’estate e calde d’inverno. Per nascondere la povertà del materiale è necessario ricoprire i muri con un buon intonaco di calce, che però con l’andare del tempo si stacca in grosse lastre, non avendo più aderenza con l’argilla che pian piano si trasforma in polvere.

Il pavimento del piano terra era ovviamente dello stesso materiale o in mattoni di terracotta. I pavimenti dei piani superiori erano in legno.

3. L’asino.

Nella Sardegna rurale antica, ma anche oggi in alcune ristrette zone, l’asino era lo strumento più pregiato per il lavoro dei campi. Era usato per trainare i carretti, per portare pesi sul dorso, nelle bisacce, e soprattutto per tirare l’aratro. Il carattere docile e la ridotta struttura fisica consentivano di fare solchi piuttosto vicini fra loro e di lavorare le vigne con un sesto piuttosto piccolo.

In pratica anche i piccoli proprietari potevano permettersi di avere un asino nella stalla: un poco di paglia e qualche pugno d’orzo erano sufficienti a tenerlo in vita.

4. Le capanne.

Le capanne di pietra e frasche erano costruite disponendo in cerchio dei grossi massi, legati fra loro al più con fango per eliminare le fessure, per un’altezza inferiore al metro. Nei massi erano ancorati numerosi pali di legno, anche di notevole lunghezza, riuniti in cima, in modo da formare una struttura conica. Fra i pali poi venivano appoggiati in più strati fascine di cisto, di lentisco, di mirto o altre piante cespugliose. Al centro della struttura c’era il focolare anch’esso costruito con un cerchio di pietre. Quando il fuoco era acceso, il fumo usciva da una apertura appositamente lasciata in sommità e il calore accumulato nelle pietre riscaldava la capanna molto a lungo, durante la notte, così da non rendere necessario di alimentarlo con continuità.

La porta era bassa e stretta. I giacigli per la notte erano costituiti da paglia oppure da stuoie di giunchi o di piante palustri oppure da pelli d’agnello o di pecora, a seconda che fosse abitata da contadini o da pastori. Gli attrezzi per cucinare erano in terracotta oppure in rame e gli utensili solitamente in legno, salvo ovviamente il coltello, compagno inseparabile dei sardi.

Ancora oggi è facile trovare simili costruzioni adoperate dai pastori in montagna o nei pascoli sperduti.

5. L’armatura del fante.

L’armatura nel periodo tra il 1000 e il 1300 era costituita:

1) per la difesa: da una corazza articolata per chi poteva permettersela, oppure da una cotta in maglia di ferro che copriva il busto sino all’altezza delle cosce e le braccia sino al polso; l’elmo in ferro, semplice o munito di visiera e guanciali; lo scudo in ferro o legno rivestito di cuoio;

2) per l’offesa, a seconda del reparto di appartenenza, la fionda, la lancia, l’alabarda, la balestra, la spada lunga o corta, il pugnale, la mazza ferrata, la scure a semplice o doppio taglio.

6. Il muro a secco.

Se si esclude il Campidano, che è una pianura sorta dal mare, il resto delle pianure dell’isola sono originate dall’azione dell’acqua e del vento sulle montagne. Sono quindi pianure alluvionali, disseminate di pietre più o meno grandi trascinate a valle dalle alluvioni o rotolate lungo i pendii. Per poter fare un poco di agricoltura la prima operazione è lo spietramento, cioè la raccolta delle pietre con le quali da sempre i sardi costruiscono muri di confine e di contenimento. Tipici sono i muri a secco che circondano le “tancas” (letteralmente “terreni chiusi”) e i muri che in montagna trattengono verso valle la poca terra sulla quale i contadini coltivano la vite e l’olivo, alla maniera che in Continente si vede per esempio in Liguria.

7. L’agricoltura e la pastorizia.

Contadini e pastori sono sempre stati nemici nel contendersi la gestione del territorio. I pastori infatti sono “spiriti liberi” nel senso che odiano siepi e confini che ostacolano o precludono il passaggio degli animali. Sin dai tempi più remoti le leggi hanno dovuto tutelare gli agricoltori, obbligandoli ad erigere muri e steccati, ma proteggendoli con severissime pene nei confronti dei pastori che sconfinano.

E’ bene infatti ricordare che l’uomo può sopravvivere senza o con poca carne, mentre non può fare a meno dei cereali e dei vegetali in genere. Le pene potevano essere pecuniarie, ma anche comportare la confisca degli animali e il carcere per il colpevole.

Le coltivazioni più diffuse erano il grano, l’orzo, le fave, l’avena, i ceci, le lenticchie, i piselli, l’aglio, le cipolle, numerose erbe aromatiche, la vite, l’olivo, il noce, il castagno, e numerose specie di frutti, dalle pesche alle susine alle pere ai fichi agli agrumi ai melograni. Il lino era coltivato ampiamente per fare tessuti.

I pastori curavano, come oggi, soprattutto le pecore e le capre, ma diffusi erano anche i cavalli, le vacche, i buoi da lavoro, i maiali, spesso al pascolo brado. Producevano diversi tipi di formaggio e la ricotta.

Sino a tutto il periodo giudicale i contadini avevano la terra in “concessione” in quanto lo stato, o per esso il villaggio, era l’unico depositario della proprietà della terra. Tale concessione poteva anche essere “perpetua” e passare di padre in figlio, ma sempre e solo sotto il titolo d’uso. Il lavoro poteva a sua volta essere comunitario, nel senso che tutto il villaggio partecipava alla coltivazione dei diversi appezzamenti di terra.

Anche i pascoli erano di proprietà comune e venivano assegnati con lo stesso criterio dei terreni coltivabili. I boschi rimanevano invece di proprietà comune e ciascuno aveva diritto di tagliare la legna per i propri bisogni (diritto di legnatico).

8. S’argiola.

La raccolta del grano (mietitura) e la sua sgranatura (trebbiatura) erano i lavori più pesanti (e sacri) di tutta l’agricoltura. La mietitura avveniva raccogliendo nella mano sinistra un ciuffo di steli con le spighe e tagliandoli con un falcetto tenuto nella destra. Quando la mano era piena, il ciuffo veniva legato attorcigliandogli attorno uno stelo delle stesso grano. Le fascine così ottenute poi venivano riunite in fasci più grandi, i covoni, che erano caricati sui carri dalle donne e dai bambini. Il lavoro si svolgeva stando piegati in due, sotto il sole di giugno, dalla mattina alla sera, badando di non perdere neanche una spiga.

I carri erano poi vuotati in uno spiazzo ben spianato e ripulito dall’erba e dalle pietre: s’argiola, cioè l’aia. I covoni erano sparsi sul terreno in bell’ordine e la trebbiatura avveniva facendo passeggiare i cavalli o i buoi su di essi: gli zoccoli rompevano le spighe e liberavano i grani dalla loro buccia (la pula). Infine con una pala si lanciava in aria il trebbiato e il vento operava la separazione del grano dalla paglia e dalla pula. Alla fine restava un mucchio di grano e di terra: le donne erano incaricate di operare la pulitura dalla terra adoperando su ciulliri, cioè un crivello con molti piccoli buchi che trattenevano il grano e facevano passare la polvere. Nello stesso luogo si trebbiavano anche gli altri cereali e i legumi.

S’argiola era di proprietà comune di tutto il villaggio e quindi la trebbiatura era una delle grandi occasioni di comunione e di festa per tutto il popolo. Qui si componevano amicizie e parentele, si svolgevano trattative commerciali, si misurava la ricchezza di ciascuno.

9. Su piccioccu ‘e crobi.

Su piccioccu ‘e crobi era una figura tipica di Cagliari sino a quarant’anni or sono. Letteralmente vuol dire “il ragazzo con il cesto”, si trattava cioè di ragazzi che si aggiravano fra i banchi di carne, frutta e pesce del mercato generale nel Largo Carlo Felice, con un grande cesto di giunco sulla testa. Era uso allora, ma lo è ancora in larga parte anche oggi, che la spesa venisse fatta dagli uomini, i quali poi si servivano di quei ragazzi per recapitarla a casa, con il compenso di una piccola mancia.

Era naturalmente un incarico di fiducia e fra i ragazzi c’era una vera rivalità nell’offrire i propri servigi ai “signori” con i quali si instauravano rapporti improntati a mutuo rispetto, al punto che il ragazzo era disposto a difendere la proprietà del committente contro chiunque.

Ormai il mercato è stato demolito (al suo posto ci sono le imponenti sedi di alcune banche) e la diffusione delle automobili e dei supermercati ha decretato la fine del ragazzo con il cesto.

10. La ferula.

La ferula è una pianta che cresce spontanea nei terreni incolti. Produce dei fusti nodosi di colore marron scuro; il rivestimento è duro mentre il nocciolo è tenero e spugnoso. Produce delle infiorescenze ad ombrello.

Nei paesi della Sardegna era utilizzato in due modi: dai bambini per costruire dei carretti simili a quelli usati per i buoi o bambole e dagli adulti per costruire sgabellini e panchette insieme al sughero e in particolare per produrre il fuoco. Per questo scopo si utilizzava la polvere di carbone di ferula: per accenderla era sufficiente una scintilla prodotta dall’acciarino, cioè percuotendo un pezzo di acciaio con una pietra focaia (quarzo, diffusissimo nelle montagne di granito presenti in quasi tutta l’isola), o addirittura semplicemente percuotendo due pietre focaie fra loro. Il quarzo infatti è piezoelettrico, e per urto produce scintille elettriche: una di esse è sufficiente ad accendere il carbone di ferula e di conseguenza un poco di paglia e così via.

Lo vidi usare subito dopo la seconda guerra mondiale, quando in Sardegna mancavano anche i fiammiferi, specialmente ai contadini e ai pastori, che tenevano il carbone all’interno di un corno di bue.

11. Su barone ‘e olia.

Nel 1800 il governo sabaudo decise di incrementare l’agricoltura in Sardegna. Per ottenere tale risultato concesse il titolo di barone a tutti coloro che possedevano più di un certo numero di alberi d’olivo. Molti proprietari di grandi estensioni di terreno (detti “latifondisti”) approfittarono dell’occasione e ne piantarono migliaia, diventando “nobili” da un giorno all’altro. I popolani affibbiarono loro il titolo spregiativo di “barone ‘e olia”, cioè barone d’olivo, per distinguerli dai baroni veri, dal titolo antico concesso dai Re e dai Giudici.

Il latifondo fu poi abolito, in forma più o meno completa, solo dopo la seconda guerra mondiale.

Oggi, al posto del barone ‘e olia, in certo qual modo c’è il “cavaliere del lavoro”, che premia solitamente non chi lavora ma chi fa lavorare, essendo proprietario di aziende di vario tipo.

giovanni caruso

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TRENTA PAROLE DI ORIGINE
GRECO- NURAGICO - MICENEA
CHE LEGANO I SARDI AL POPOLO MICENEO



Di Marcello Pili


I Sardi non devono cercare origini gloriose e misteriose, perché hanno origini ancora più gloriose . Essi sono gli eredi dei Micenei . Non gli eredi degli Eroi della guerra di Troia , ma eredi degli Achei del periodo dei Miti di Ercole e Iolao , venuto in Sardegna con una migrazione 3500 anni fa , e fratelli di quegli eroi della guerra di Troia .

Non è difficile a Villagrande o a Fonni incontrare Aiace Telamonio o Aiace Oileo .
Di là erano venuti , da Oriente , quando la Rivoluzione Agraria aveva aperto nuovi territori all’agricoltura , prima occupati per la caccia e il commercio e quindi a bassa densità . Le popolazioni in Oriente crescevano per l’aumento delle risorse dell’agricoltura e i nuovi eccedentari andavano migrando ad occupare le nuove terre che venivano investite di nuova popolazione e nuova tecnologia produttiva.
Il nuovo dio del fare ( il dio Farlo ), anziché aspettare che provvedesse la Dea Madre con la caccia e la pesca , aveva dato molte possibilità rappresentate con la meraviglia dell’uomo stesso tramite l’allegoria delle Fatiche di Ercole . Tutte queste possibilità si erano scatenate dalla Rivoluzione Agraria , simboleggiata dall’Aratro e dal Toro che dava la forza .

Questi simboli iniziano l’epoca storica e li troviamo rappresentati in tutti i modi in Sardegna : nella forma della Sepoltura Reale sempre a forma di testa di Toro, due bracci e una camera ,e nei Menhir diffusi dovunque . Le stesse rappresentazioni stilizzate o votive rappresentavano gli uomini o i guerrieri con le corna dell’impegno e occhiuti per il dio della saggezza che aveva aiutato l’Uomo nel trovare e accudire l’Agricoltura , e con doppie Armi se Guerrieri .
Dall’Oriente l’onda della agricoltura ha preso la forma della migrazione perché dove c’era l’agricoltura c’era la crescita della popolazione, e questa non poteva trovare sbocco se non migrando e mettendo a coltura agricola nuove terre che a Occidente erano tutte le terre in quanto in ritardo sulla rivoluzione agraria che veniva da Oriente .

Si seguirono le vecchie rotte dell’età della pietra , le rotte del sale e della ossidiana che portavano da millenni in Sardegna , ma vi avevano localizzato colonie di piccoli numeri.
Nuovi e grandi numeri vennero con Iolao , Auriga e compagno di Ercole , che i testi ci dicono che venne in Sardegna, e fu padre di Sardo che diede il nome alla Sardegna .
Parlavano il Greco–Miceneo antico di cui ancora molte parole sono rimaste nei Toponimi e costruirono Castelli a Torre secondo in modo degli Antichi Micenei e le Mura di Micene e quelle di S. Antine sono uguali ( Vedi Foto ). Queste torri riprendevano la forma delle Torri Assire , che davano il segno della capacità di difesa e del saper fare e dell’ Identità del villaggio con il suo Re .

Da Cagliari , già porto importante dell’età della pietra, si diffusero i Micenei e occuparono a varie onde e dalla costa tutta la Sardegna , vi fecero ottima economia e con la fortuna della scoperta dei metalli questa fortuna crebbe ancora.
Il commercio , che era una importante risorsa già dall’età della pietra, divenne ora una cosa importantissima e richiamò competitori come i Fenici , che prima si insediarono sulle isolette in Sardegna e poi occuparono terre sarde e poi in accordo con l’Impero Persiano isolarono il commercio miceneo e attaccarono Micene stessa .
I Nuragico–Micenei arretrarono e ricostruirono Capitale e difese all’interno dell’isola con la Capitale a Barumini ( Baru- do –minus )e le difese Occidentali tra Barumini , Nuraghe Losa – S.Antine e Bonorva .
Secoli più tardi anche questa difesa fu abbandonata e la difesa a Occidente fu fatta dal Gennargentu , a Sud dal Nuraghe Arrubiu e a Oriente dal Castello del Selène a Lanusei a 1000 metri di quota con controllo del Mare Acheo per 20 km di costa . In Alto la difesa era fatta con la lotta perché mancavano gli arroccamenti.

La parte di estrema difesa dei Nuragico – Micenei è quella racchiusa tra il Gennargentu e i Monti Orientali, quasi fino al mare talvolta .
Questo bacino conteneva le cose più importanti , difese da catene di montagne a Occidente , a Oriente e a Sud ,e a Nord con altre aree controllate .
Qui c’erano le Stirpi Reali , dopo la caduta di una parte importante della Sardegna in mano ai Fenici, dopo la caduta dei bastioni di Barumini e Losa – S. Antine , e ci sono i Cimiteri Reali.
Lì tra il fronte del Gennargentu e i Monti Orientali c’erano i Cimiteri Reali e le Reggie arroccate .

Dall’altopiano di Lanusei fino a Fonni c’è un corridoio con una alta concentrazione di Tombe Reali Micenee ( Tombe dei Giganti ) e i luoghi portano i nomi di Paradiso Terrestre o Cimitero Reale , che erano sinonimi , e venivano indicati come Giardini delle Mele (Bau ‘e Melas o Bau Mela ) sotto Gennargentu, custoditi dalla protome taurina a Nord ( Correboi ) e a Sud dal Monte Tricoli , e oltre Correboi con la parte che si chiamava Pratobello ( ancora Paradiso Terrestre) , come il toponimo Villa ha sostituito in epoca recente il toponimo Nur Nuraghe – Nurachi da Uruk- Città ( S’Uraki ) , e ha le più belle Tombe Reali Micenee della Sardegna .

Le trenta parole greche che si trovano in Sardegna ad indicare toponimi , luoghi o città ,sono Kale , Kalaris ,Olbia e Tiana ( città greche ) , Tharros e Neapolis ( Guspini ), Tirso e Pirri ( Pirrys, rosso ), Monte Astili ( da Astilo , selvaggio ), Tiscali da Ischali, Zinnias da Skinnias – giunchi , da cui accinnicada e schinniu ( lat. Cinna e it. Cenno ) , Coroddis e Corongiu da Koronidis e Corosa per montagna coronata o Atena Koronidis e Korosa . Il cognome Ghironi e Chironi e il soprannome Pirroni , per cui c’è la sequenza Pirroni , Ruju , Rossi .
Poi c’è il nome di Arridelu ( Arridela -Arridere )che non è un luogo ma un arbusto sacro ad Arianna , chiamata anche Arridela perché arride a chi l’accompagna .

Ancora più importanti sono i residui del nome con cui i Nuragico- Micenei chiamavano i Fenici , che era Melaneimones , e da cui derivano i nomi di Maimones e Mamuthones .
Questi nomi stanno a indicare i demoni ( Maimones ) e le maschere esorcizzate con rituale (Mamuthones ), ciò ad indicare lo scontro feroce per la libertà che i Nuragico- Micenei fecero contro i Fenici.
La superiorità dei Fenici derivava dall’operare in ordinato con gli Imperi Orientali, Assiri e Babilonesi , che attaccarono i Micenei in Oriente e i Micenei- Nuragici rimasero isolati e si difesero secondo la tradizione Achea e del valore , e parteciparono alle guerre in Oriente come Popoli del Mare .
Stretti poi in Sardegna , arroccarono in uno spazio montagnoso difeso da rocche e Nuraghi –Castelli e guerra di posizione testimoniata dalle trincee fortificate di Bonorva .
A Oriente c’erano i Castelli Nuraghi di Lanusei – Selène a 1000 metri di quota e la Grossa città di Serra Orrios ( Orior ) difesa , a Sud il Nuraghe Arrubiu e a Occidente la costola del Gennargentu.
A Nord la guerra attiva e di posizione che si è detto e il Nuraghe Ruju di Buddusò.

Ancora si possono vedere i confini di queste posizioni con i nomi che i Nuragico – Micenei davano ai Fenici e ai luoghi dei Fenici .
Da Melaneimones, nome dei Fenici e in genere dato agli Orientali e anche ai Babilonesi dai Greci Acheo- Micenei , si ricavano come detto i nomi Maimoni e Mamuthones, che in Sardegna sono accompagnati da una connotazione negativa , per cui Maimone è un demonio e Mamuthone è una maschera oltraggiata .
I toponimi che portano queste radici ci indicano le posizioni dei Fenici e dei Nuragico- Micenei contrapposti.
Abbiamo Mamuntanas , Tane dei Fenici , vicino ad Alghero e Magomadas ( Bosa ) che assomiglia a Macomer e indica con nome Fenicio Città e ricorda i Magonidi fenici e indica una città fenicia .
A Lanusei- S. Paolo c’è Mamutera ( terra dei Mamuthones ), verso il mare . Poi c’è Mamone , una prigione di Mamuthones , come oggi .
Mamoiada , Mamujata ( piena di Mamuthones o Mamus ) era la prigione principale dei Mamuthones , per quella posizione arretrata rispetto alla linea di attacco dei Nuragico - Micenei costituita da Arzana , Orgosolo e Orune , che erano le posizioni di attacco verso Oriente e sede delle Forze Nuragico – Micenee verso Oriente .

Il luogo è poi in quel corridoio protetto che va dall’altopiano di Lanusei- Selène a Mamoiada passando per Bau ‘e Melas e Pratobello , la valle dei Re sotto Gennargentu, che custodiva i Cimiteri Reali , e a Nord c’era Mamujata , dove erano tenuti i prigionieri fenici , il luogo più riposto e più inaccessibile .
Qui venivano custoditi ,portati dalla valle di Orosei e di Tortoli ( Portum Ilii ) passando sotto il Gennargentu e dalla valle Campeda passando per il luogo che adduce a tutti i luoghi , detto Onne (da Omne, Fonni ).
I luoghi poi con i Romani hanno cambiato nomi e gli stessi luoghi hanno preso i nomi dai nomi che i Romani davano ai Fenici che erano chiamati Mauri , e in Ogliastra , la terra di Iolao e della Iolea che i Romani chiamavano olea , ci sono quei confini con i nomi dei Mauri e si chiamano Monte Maori ( verso Tortoli ) o Mauru Sauru ( Maurus Saurion o Fiore Mauro o Ficodindia , verso S.Paolo , marina) , nomi delle terre che prima si chiamavano Mamutera e ora si chiamano ancora dopo i Romani Terra Semida e Mauru Sauru .

In tempi più recenti, dal Medioevo , gli stessi confini con le Facce Nere, già dette Melaneimones , sono evidenziati da appellativi come Nuraghe Fraga Morus ( per la vicinanza coi Mori , Sanluri ) col nome evoluto da Maori in Mori che ancora si usa .

PROF. MARCELLO PILI

 

e se ci sono ancora dubbi sui legami coi Micenei...


Costruzioni a Micene


Tirinto - Porta dei Giganti (con Franco, l'autore di Cronologia)



Porta a Barumini - Sardegna

Porta dei giganti a Tirinto - Grecia


Nuraghe Santu Antine in Sardegna


Pozzo in Sardegna

Pozzo La fonte Perseia - Micene


Una tomba a Quartucciu (Sardegna) a dx la Tomba di Atreo - ovviamente più monumentale e lussuosa

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TRENTA PAROLE GRECHE ACHEO-MICENEE E LA MITOLOGIA GRECA IN SARDEGNA ( 2 )
In un recente articolo ( 20 settembre 2005 ) abbiamo visto che i Micenei Nuragici hanno lasciato trenta parole greche o più, a partire da quella con cui chiamavano i Fenici che era Melaneimones ( Facce Nere ) da cui si ricavano le parole Maimoni e Mamuthones che indicano Demonio e Maschera Nera che rappresentano il contrasto della libertà che i Micenei- Sardi- Nuragici avevano con i Fenici . Queste parole sono rimaste nei luoghi come toponimi ad indicare i luoghi dove erano i Fenici : Mamun-tanas (Alghero ) , Punta Maimoni ( Tharros ) , Punta Mumullonis ( Buggerru ), Mamu-tera ( terra , Lanusei - Marina ) ,ed altre erano indicate solo con Tanas :
Bolo-tana , Tana-unella ( Budoni ), Is Tanas ( Tortolì ). Con l’arrivo dei Romani il nome dei Fenici è diventato quello di Maori ed abbiamo Monte Maori , Genna Maori , monti sopra Tortolì e Mauru Sauru a Lanusei –Marina
(che significa Fiore Mauro o ficodindia ) .
Dopo i Romani furono chiamati Mori e abbiamo Mala-mori a Budoni , Perdu ‘e Morus a Tortolì (Pietraia dei Mori ) e Nuraghe Fraga-morus a Sanluri . Poi con gli Spagnoli si chiamavano Moriscos e abbiamo Cala Moresca ( Arbatax ) nell’unica cala che non si vedeva dalle due torri di Arbatax , e abbiamo fugu morisca per indicare il Maurus Saurion che si chiama ficodindia .
Ma altri nomi oltre a quello di Arridela ( sardo Arridelu ) abbiamo ad indicare arbusti sacri ,e quello di Arridela era sacro ad Arianna ed Arridela era un altro nome di Arianna del mito di Minosse . Abbiamo il nome di Murdegu ( latino mordicus ) da Marduk dio sumer della vegetazione e del rinnovamento e Murta ( mirto ,sardo sa Murta ) dal dio babilonese Ni-murta , dio araldo degli dei .
Ma altri e ancora più importanti nomi greci abbiamo che indicano nomi della Mitologia Greca nei toponimi della Sardegna , e il radicamento di questa mitologia .
Questi sono il Monte Id(ol)a (Arzana , dove c’è anche Genna Arridelu ) e Monte Idu ( Teulada ) , per Monte Ida Olimpo dei Cretesi ; Corongiu e Coroddis ( Cagliari e Lanusei ) per Atena Koronidis o Coronata e abbiamo Corosa ( Lanusei ) ; Selène e Monte Nulai per la Dea Lunare ( Monte Lunaris , Lanusei ,e Selène nome della dea Luna); poi ci sono Monte Astili ( Lanusei , Astilo per selvaggio , centauro della Mitologia Greca ), Genna Silàna ( Baunei- Urzullei , per Sileno , satiro della Mitologia ) ,Silanus ( idem ) , Chironi ( cognome , per il Re dei centauri della Mitologia Greca ) .
Abbiamo il Re Miceneo Tideo della Mitologia , in Arcu ‘e Tidu ( Burcei ) e Archu ‘e Tithu (Orgosolo ) , e in Tidori , uccello del Re Tideo , e in Tidili , seggia reale del Re Tideo . Così ci sono pure i riferimenti al Re Gadiro ( Re di Atlantide citato da Platone ) in Gadira ( o cadira sardo per seggia reale del Re Gadiro ).
Poi abbiamo altri nomi greci di luoghi in Nuraghe S’Ena ‘e Thomes di Dorgali ( Sorgente degli orti , nuragici ), Logomache di Fonni ( Logomachia ? Parlamento Nuragico –Miceneo ) , Laconi per Lacedemoni ( Lacent – mones per Facce Lucenti , come gli Etruschi si chiamavano Lucumoni , Facce di Luce ), Tirso per Forza o Bastone e Plata-mona per Faccia Piatta ( spiaggia di Sassari ) . Per i nomi di cose o animali abbiamo Potamincorras ( Lumache , da Potamin –corras per corna d’acqua , come Meso –potamia sta per in mezzo alle acque ). Nomi greci sono ancora Iskidion per spiedo (sardo Ischidioni ) e Lekhythos per portaprofumi da cui Likittau o Allikidiu .
Il nome Nur per città ( da Ur dei Sumeri , come prima grande città , e poi col significato generico di città come in greco Polis o Neapolis ) è distribuito in tutto l’arco della migrazione indoeuropea dal Lago Baikal ( Baiko-nur ) alla Germania (Nuer-burgring ) .
Per Nuraghe abbiamo Uruk ( altra città Sumera ) , con i nomi di Nuraki e S’Uraki di S. Vero Milis ,e poi col latino Nuragus , ad indicare l’intero villaggio o città , città che poi recentemente hanno preso i nomi di Villa – Grande o Villa-sor al posto di Nur con Villa e per lo stesso significato di città . C’è poi Cuccuru , che è un anagramma di Uruk ( Kuk–ur e Ur–uk ) , che è rimasto nome generico di luogo ( Cuccuru Longu o Piss’e Cuccuru , Lanusei ).
Abbiamo altre città con significato simile tra loro con Girasole ( Giru-suli come Geru –salemme o città del Sole o Sole-minis per lo stesso significato e Geru o Giru come Nur di Ur ).
Barumini ( da Baru- minois o città del Re e do- Minus come Minosse ).
Abbiamo così tutti i riferimenti alla cultura e alla mitologia greco- micenea con accenni di elementi minoici, quali il Monte Ida Olimpo dei Cretesi , Arridela Arianna , e a Minosse per Baru-minois ( o Minoi in greco , Città del Re -Minosse ) , perché i Micenei occuparono Creta e il Regno di Minosse e quindi le culture si fusero ( latino do-Minus da Minosse ) .
Abbiamo ancora nomi che riportano alla Mitologia greca con la parola sarda circinai in uso per tagliare in cerchio, da Circino , nome di Dedalo o Talo che è altro suo nome e che i Classici indicano venuto in Sardegna con Iolao e autore delle meravigliose costruzioni che si possono ammirare nell’Isola che vengono chiamate costruzioni dedaliche. Ad esso è attribuita la scoperta del compasso ( Cerchio o Circino , nome dato a Dedalo per questo , da cui circinai in Sardo ) e la conseguente invenzione della sega circolare , che aveva dato un importante contributo per facilitare la costruzione di navi ai Minoici e poi ai Micenei ( anche i Nuraghi sono tutti costruzioni circolari ).
I Sardi sono stati sempre all’interno di Stati e Imperi enormi che spaziavano dalle Colonne d’Ercole alla Mesopotamia a alla Persia e i nomi vengono da queste realtà anche lontane , come i manufatti , ma connesse in un unico impero con forti comunicazioni e commerci , sia coi Micenei , che con i Fenici parte dell’impero mesopotamico, e con Alessandro Magno con cui i Sardi Micenei si ritrovarono come Micenei e inviarono una ambasceria a Babilonia che i biografi di Alessandro Magno hanno registrato dal Re di Sardegna .
Dopo , con l’Impero Romano un nuovo enorme impero accomunava i Sardi , e i nomi romani della Sardegna come Alghero ( Algarius , luogo di alghe ) si ritrovano in altre parti dell’Impero ( Algeri ) o più lontano con Algecira per Cadice Spagna ( da Alghesarius ) e Al- Jazira , sempre dal latino Alghesarius , per la Mesopotamia o Iraqi , che derivava da Uruk per luogo di pregio , come città .
Con i Romani , in Sardegna i nomi delle persone e dei luoghi sono stati dati con la caratteristica della attività personali ( cognomi- professioni per agricoltura , industria e servizi ) o con la caratteristica dei luoghi ( Perdedu , Coccodu , Flumini ,etc ) e ciò anche negli altri luoghi dell’Impero per cui corrispondono , solo che in Sardegna questi nomi derivati dal Latino sono rimasti di più e più organicamente perché l’ Isola è scampata a più pesanti influenze e quindi si presta a dare traccia dei nomi latini anche per le altre lingue perché si conserva l’intero linguaggio e non solo riferimenti che in altre lingue non hanno significato e in Sardo ce l’hanno .

Marcello Pili

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Sul carnevale di Mamoiada ,
mamuthones , insogadores e lingua sarda .


( Gigante di Monti Prama e donna di Ollolai con uguale cintura e fibbia )

Di Marcello Pili 2008

Premessa sulla lingua sarda .

I princìpi della linguistica sono generalmente conosciuti e si ritrovano piu' o meno definiti in questo modo , che indica che :

" mentre la lingua scorre come un fiume, il toponimo è la parola che s’arresta e si sedimenta,... come coordinata geografica, come reperto archeologico capace di narrare, per il momento in cui fu creato, dei flashes di storia locale. Più o meno come fa il reperto archeologico: ma in più il toponimo ha il dono della parola. Onde occorre indagare il toponimo con strumenti certamente simili a quelli dell’archeologo, ma inoltre servono gli strumenti della geografia storica, e quanto alle lingue, occorrono i dizionari di tutti i popoli ".

Questi princìpi vengono attribuiti erroneamente a Wagner oppure no , ma sono indicati da Leibnitz ( 1765 ) che dice che :

" i nomi dei fiumi e dei monti , essendo ordinariamente venuti dalla più grande antichità conosciuta , testimoniano meglio di ogni altra cosa il vecchio linguaggio e gli antichi abitanti .E le lingue in generale , essendo i più antichi monumenti dei popoli , prima della scrittura e delle arti , indicano meglio di ogni altra cosa l'origine , parentele e migrazioni di quei popoli.

"Quando non si avessero più libri antichi da esaminare , le lingue prenderebbero il posto dei libri , essendo infatti i più antichi monumenti del genere umano . " ( Leibnitz 1765 )

Però poi Leibnitz ( 1765 ) continua dicendo che :

" Non si deve dare alcun credito alle etimologie se non quando vi è una quantità di indizi favorevoli ".

Pertanto quest'ultimo passaggio va inteso nel senso che nulla si può dire sulla base delle sole assonanze , o false etimologie o para-etimologie , ma bisogna raccogliere quella quantità di indizi favorevoli che noi indichiamo nella corrispondenza dei significati nelle due lingue e nella serialità , sia di contesto che di soggetto , e quindi con l'identità dei contesti o dei soggetti , e poi nella serialità di serialità , che si può avere nel Sardo solo per il Latino , perché l'intera lingua coincide con il Sardo , e il Sardo deve essere inteso come il più importante documento odierno del Latino parlato , al VI secolo con cui finisce l'impero romano ( sulla base di sole assonanze si può far derivare ad esempio Bosa da rosa , Sardo da lardo , minestra da palestra o da balestra , miele da mela etc etc , che non c'entrano niente ).Ad esempio di serialità del Latino da noi studiate si fa riferimento ai cognomi della Sardegna , che derivano dal Latino per cognomi- mestieri : e cioè animali quali Porcu Boi etc per gli allevatori , Piras Figus Prunas per gli agricoltori, Loriga Agus Serra Carboni per l'industria e l'artigianato , De Murtas De Lussu De-s-sogus De Idda De Montis per gli addetti ai servizi ( da Novelle Lanuseine , storia , lingua etc, M. Pili 2004 ).Poi con la serialità di serialità si spiega l'intera lingua sarda col Latino , e con pochi sostrati( sotto-strati ).

In questo senso di identità di contesto va intesa la nostra spiegazione dei toponimi della Sardegna precedentemente da noi data ( Trenta parole di origine greco - nuragico micenea.... 2005 ) con i termini della mitologia greco-micenea , perchè corrispondono i significati nelle due lingue , c'è il contesto storico documentato dagli storici antichi , corrispondono le forme delle costruzioni materiali abitative di tholos e di pozzi sacri , di tombe di giganti e di palazzi , palazzi detti dei giganti essi stessi sia a Tirinto che a Micene ( Grecia ) , e c'è serialità dei significati di questi contesti , sia nel contesto mitologico intero ( quattro Monte Ida, Olimpo dei Cretesi e Troiani , con esempio a Decimoputzu , più Monte Idu a Teulada , Monte Idola -Arzana , Potzu -Idu nel Sinis , poi Monte Astìli da Astilo centauro della mitologia greca , Genna Silàna da Silèno , satiro della mitologia greca , e poi Silanus , Sinis da Sini - selvaggio personaggio della mitologia greca ,Archu e Thidu da Tideo , mitico padre di Diomede e cresciuto dai porcari ( e da cui deriva il sardo Tidili per la seggia reale del Re Tideo e Tidori per l'uccello di Tideo ),inoltre c'è Monte Arridelu ( Gennargentu - Arzana ) da Arridela - Arianna del mito di Minosse ,Selène( altopiano ) per la dea Luna , Koroddis per la dea Koronidis -Atena e Corosa a Lanusei e Monte Nulai per Monte Lunaris , e ancora c'è il Demone Asbetos con il sardo abbetiosu . Abbiamo ancora Barumini per Baru-minoi città di Minosse( Baru come Barì-sardo e Bari ) , che è cioè la capitale dell'isola dopo la conquista di Creta a cui hanno partecipato i Sardi ed il Re ha acquisito così il titolo di Re Minosse .Poi della stessa serie abbiamo Soleminis da Sole -minoi città del sole di Minosse , Assemini come seminativo di Minosse , e da Guasilewes che in Greco miceneo è il reggente delle terre del Re abbiamo Guasila , che è il baricentro delle terre di Campidano rimaste ai Sardi dopo la perdita di Cagliari e adatto alla sede del Guasilewes , e abbiamo Gua - maggiore con lo stesso significato , o è la sede maggiore vicina . Abbiamo poi il sardo circinai per il significato di tagliare in cerchio i capelli o le unghie ( ti circinu is pilus o is ungras ), da Circino che è il nome di Dedalo- Circino , inventore della sega circolare , così importante per costruire le navi, e secondo la storia andato con Iolao in Sardegna , ed è il costruttore dei nuraghi detti dai Greci Daidaleia o edifici dedalici . Così come Iolao può anche rappresentare il portatore dell'olivo ( per Elaos -olivastro ) e Aristeo sotto altro nome può essere lo stesso personaggio con nome derivato dal Sardo arista - spiga di grano , e quindi portatore del grano e cioè dell'agricoltura in Sardegna , con Aristocrazia che indica i proprietari delle terre del grano ( Aristo - crazia ) . Con Circino e i Daidaleia - Nuraghi abbiamo poi il simbolo dell'industria . Così abbiamo quattro o cinque nomi di Re di Sardegna che sono Iolao padre di Sardo che gli succede e dà il nome alla Sardegna e ai Sardi o Shardan-(i), Aristeo con altro nome per lo stesso Iolao , Tideo che rappresenta l'allevamento del bestiame e dei porci in particolare , e Tidili in Sardo rappresenta la seggia reale del Re Tideo ( Tideo era cresciuto tra i porcari e i luoghi detti Arcu 'e Tidu sono luoghi addetti all'allevamento di porci, come Orgosolo e Burcei ) , come cadira o gadira in Sardo rappresenta la seggia reale del Re Gadiro , e poi Minosse dopo la presa di Creta a cui parteciparono i Sardi e la unione all'impero miceneo .

Abbiamo ancora poi nomi greco-nuragico - micenei nei soggetti relativi ai toponimi più in generale , come i confini tra Fenici e Nuragico - Micenei e indicanti nomi greci per i Fenici confinanti : da Melaneimones ( verbo greco che significa colui che veste di scuro o ha la pelle nera o mostra il nero o è munito di nero , come mones - mostrare ) si hanno Maimones e Mamuthones , e abbiamo Punta Mumullonis - Buggerru ,Punta Maimone - Tharros ,Mamone , Mamutera - Lanusei , sempre per sedi acclarate dei confini coi Fenici e poi coi i Punici e quel termine è ancora in uso nel mondo mediorientale con i nomi di persona e di Ministri attuali come Mamout ( Iran ) ,Mahmud (Libano ) , Mamoudi ( Libia ) perchè la parola greca era nobilitante , allora , e questi nomi citati sono le parti iniziali di Mamuth-ones ed indicano in greco come oggi i Fenici , mentre la seconda parte , da Ma-mussoni , è ancora presente in Sardegna col cognome Mussoni ( Nero ) , che indica il cognome in greco dato a un Fenicio ( ed è ancora presente nelle zone dei Fenici ) . Poi ci sono gli altri cognomi greci ancora presenti : come Loche , Dore ( Dorieis - Dori -Achei ) , Gregu , Greco , Pirroni da Pirrys ( Rosso ) , Carìa , Chironi ( Re dei centauri ), nel cuore della Sardegna , e Locoe c'è come nome di luogo ( per locos come pazzo o guerriero ) per la strada per le scorribande ( Orgosolo ).

Altri toponimi greci fanno serialità di toponimi : come Tyrso , Tiana e Olbia ,Laconi da Lacedemoni , Nuraghe Talassai lungo il fiume Tirso da talassa- mare in Greco , ed indica un luogo allora raggiunto dal mare e ora arenato per il riempimento delle valli dei fiumi che prima erano navigabili in pianura perché ancora non riempiti dopo la deglaciazione ( Strabone lo attesta in epoca romana ,e si vede ancora nelle carte del '600 recente) , poi c'è la Tomba dei Giganti S'Ena e Thomes - fonte degli orti ( tomi ) a Dorgali , Logomache ( Logomachia - battaglia delle parole in Greco ) o Parlamento nuragico miceneo a Fonni , che era quindi la capitale dell'ultimo territorio -regno miceneo in Sardegna ,prima dell'arrivo dei Romani , e disponeva dell'unico acquedotto nuragico miceneo trovato in Sardegna e delle più belle tombe dei giganti della Sardegna , a ulteriore prova di questa centralità . Poi c'è Plata-mona , sempre con mones , cioè che mostra il piatto o spiaggia .Teulada da Teu -Lada come terra di dio , Tharros , Zinnias da Skinnias - giunchi da cui il sardo skinniri , cioè filare un vetro , che così è schinniu :Ancora c'è Monte Perda Liana da Iliana -Ilio , e Kalaris da Kale greco per promontorio da cui le attuali cale , per le spiaggette , e l'italiano intercalare , che indica tra i promontori . Cagliari era città micenea 8 ( otto ) secoli prima che arrivassero i Fenici e i nuraghi nel golfo di Cagliari lo confermano .Poi c'è la città di Pirri da Pyrris-Rosso( forse dal vino ) , Monastir era poi un quartiere di Atene detto Monastir-aki , Mont' Arbu viene da Argo (Bianco ), città dei Micenei etc etc , e i Mègaron presenti in Sardegna erano sale reali( mega-ron uguale grande sala ) o del Parlamento dei capi tribù , come a Micene .

Altri termini del lessico corrente fanno serialità di questa lingua greco micenea che non è preponderante oggi solo perchè il Sardo è il più importante documento odierno del Latino parlato , ma è presente in senso stretto nei toponimi , nei nomi dei monti e nei nomi dei fiumi , che sono i più importanti siti di mantenimento delle lingue antiche( Leibnitz ) o di sostrato ( o strato di sotto ) e quindi confermano che la lingua antica era il Greco Miceneo , come già si sa dal '700 per gli studi del Madau .

Il Miceneo è largamente noto e non è mistero come si dice spesso per distogliere la gente , e ci sono due dizionari di 300 pagine ciascuno e quattromila tavolette di Miceneo , tavolette tradotte per primo dal Ventris ( vedi Faure ) che è un matematico , e descrivono l'intera vita quotidiana dei Micenei che è uguale a quella dei Sardi di oggi o uguale nelle tradizioni dei Sardi di ieri ,e da noi conosciute direttamente .

Tra queste parole figura il mese di Lampadas che deriva dal greco miceneo Lapatos che è un mese , mese della caccia come è giugno in Sardegna , poi la parola Kotoni per sardo contoni -pietra squadrata , da cui vengono le parole in uso del Sardo come contoniai e accontonai , che vogliono dire contoniai - rientrare a casa per cantoni ,cioè lungo le strade del villaggio- città nuragica , pietra per pietra , e accontonai vuol dire appoggiare la testa sui cantoni per riposare , fatto che ci porta direttamente ai nuraghi e a chi vi dormiva con la testa appoggiata alla fila di pietre , magari con i cuscini e le pelli , ma sulle pietre , quindi accontonau .Poi c'è la parola scoinài , da Koinè greco , che indica il luogo comune o piazza e quindi indica il lavoro che si faceva nel luogo comune o aia e scoinai vuol dire sgranare , i fagioli ,o le fave.Poi c'è il nome di persona di Elias -sole , come Elles vuol dire sole o luce ed Ellade vuol dire terra del sole e i Lacede-moni e i Lucu-moni mostravano ( mones ) la luce ( lux-mones ), anzichè il nero ( melanei-mones ).Poi da Lekythos (porta profumi )abbiamo il sardo allikitau e allikidiu per ben vestito,e da Ischidion greco abbiamo ischidioni a Cagliari che indica lo spiedo.

Abbiamo così gli stralci di vita quotidiana dei nuragico -micenei di 3800 - 3500 anni fa , perché le cose si chiamano ancora così , ed è chiaro e noto il significato corrispondente ancora oggi nella lingua sarda . Molte altre cose descritte della vita quotidiana dei Micenei da altri autori (come Faure ad esempio ) , che sono i più importanti storici dei Micenei , corrispondono al millesimo con quello che abbiamo visto da sempre in Sardegna , ad esempio per il fare il pane con la stessa procedura che abbiamo conosciuto nelle famiglie , coinvolte interamente periodicamente , o il trebbiare nell'aia con la pietra che gira con i cavalli , che abbiamo visto. Così la descrizione della uniforme dei soldati micenei fatta da Faure indica che " I guerrieri di Micene , barbuti e dalle lunghe capigliature , serravano i loro polpacci in gambali di cuoio scuro ...Grande era l'importanza di avere solide e comode calzature in un'epoca in cui la guerra non richiedeva solo l'arte di battersi bene , ma anche la capacità di invadere un territorio e di ritirarsi tempestivamente ". Da questa citazione abbiamo che i guerrieri di Micene avevano lunghe capegliature come i Giganti di Monti Prama, che sono statue della Sardegna trovate vicino a Tharros e alte 2,40 m , e che i pastori nuoresi sono guerrieri micenei in divisa da combattimento ( gambali di cuoio scuro ) perenne .

Possiamo aggiungere nomi di uso comune come potamincorras per lumaca o corna d'acqua ( potami -n-corras ), mandra e mandrone( i ) per mandriano .

Abbiamo poi i cavallini della Giara che sono la riserva dei cavalli micenei della reggia di Barumini , ben indicati dai piccoli carri acheo micenei rappresentati dai bronzetti sardi , e i cavalli dell' epoca dei Micenei erano piccoli e si possono vedere nelle tombe Etrusche riportate integralmente con il loro contenuto nel museo di Ancona , dove alla morte del re sono stati sepolti insieme carro e cavallini sacrificati , di misura inferiore al metro e mezzo . La generale rappresentazione stilistica antica di cavalli piccoli e di uomini grandi quindi ha un fondamento effettivo e viene confermato dai bronzi etruschi che rappresentano Achille con i capelli lunghi come sono i Giganti di Monti Prama in Sardegna , con la madre Teti che gli consegna le nuove armi , identica alle donne sarde in costume , e scalza come apparivano ancora le donne di Ollolai nelle foto antiche .Naturalmente le fonti antiche dicono che gli Etruschi erano Sardi , che sono migrati dopo la prima conquista fenicia della Sardegna , e sono quindi Sardo - Etruschi che hanno potuto evolvere la loro mitologia fino ad acquisire i fatti e i miti della guerra di Troia , mentre i Sardi più antichi si limitavano alla mitologia pre - guerra di Troia , simbolicamente rappresentata dalla presenza di Tideo , padre di Diomede , e quindi pre- guerra di Troia . Non vi è ancora netta in Sardegna la presenza della divinità maschile nei nomi greci , e pertanto si hanno molti nomi delle divinità femminili come Atena Koronidis e Selène e la stessa Genna 'e Argentu che rappresenta la Luna o la morte ( la morte dietro Gennargentu , per la Sardegna fenicia ) , e pertanto questa presenza micenea è molto antica e precede la stessa fondazione di Micene( infatti come miceneo va inteso ciò che è riferito a quella popolazione che poi avrebbe dato luogo alla fondazione di Micene , e che intanto era andata in Sardegna, e i vasi micenei sono di più di quelli specificamente riconducibili a Micene in senso stretto ) , dato che per gli Achei allora sulla parte occidentale dell ' Anatolia ( attuale Turchia )era più facile navigare lontano liberamente piuttosto che occupare la Grecia, per il fatto che ciò richiedeva una guerra . Dopo la caduta di Micene avvenuta dopo la guerra di Troia ( 3200 anni fa ) , per i Sardi i collegamenti con l'Oriente e e la cultura orientale sono diventati più difficili a causa del dominio fenicio dei mari , dominio che i Sardi hanno rotto frequentemente partecipando alle guerre dei Popoli del mare , che erano nient'altro che i Micenei delle varie sedi : Sardegna , Sicilia e Etruria ,( Shardana , Sikalesh, Thursa ) che rispondevano agli attacchi degli imperi orientali di cui i Fenici erano parte , imperi orientali che avevano distrutto Micene in una guerra che è stata detta giustamente guerra mondiale , dell'epoca .

Bisogna progredire su questa strada di ricerca perché non debbano ancora arrivare le soluzioni della lingua antica dai matematici dall'esterno .

Né va data molta importanza alla scoperta dell'alfabeto , scambiandola per la scoperta della scrittura , che invece è di 3.000 anni più vecchia ( Tavolette Sumer disponibili a milioni in lingua non alfabetica ) e nessun problema appare esserci ancora oggi che importanti lingue non hanno l'alfabeto , ma un sistema di segni o figure o ideogrammi per parole intere o concetti , quali il Cinese o il Giapponese , che risultano ugualmente efficienti. E' la stessa cosa che succede quando si indica l'origine della Moneta erroneamente con la Moneta coniata ( che è dello stesso periodo della scoperta dell'alfabeto ), la quale Moneta coniata è di 3.000 anni successiva alla Moneta a peso , usata tranquillamente sempre dai Sumer , con transazioni economiche simili a quelle di oggi e con sistema di credito sofisticato 5.000 anni fa , e documentate dalle tavolette Sumer tradotte e disponibili .

Così non bisogna dare troppo peso alla presunta mancanza di scrittura dei Nuragico - Micenei , perchè ogni cosa dei Nuragico Micenei è simbolicamente rilevante, e si sa che la prima scrittura è fatta di simboli , e i Bronzetti sono la loro storia scritta , meglio di un libro che si sarebbe invece potuto perdere o si sarebbe potuto rovinare , e così vediamo guerrieri a quattro occhi per indicare di essere vigili o con quattro scudi per indicare l'importanza della difesa , e vediamo le bocche piccole dei Giganti di Monti Prama con gli occhi cerchiati che indicano la necessità di vedere bene e parlare poco , etc etc .

Sul Carnevale di Mamoiada ,
Mamuthones e Insogadores.

Questa parte della ricerca assume particolare rilievo per l'importanza che ha questo Carnevale in Sardegna e indica una forte importanza simbolica attribuita ad esso , all'interno ovviamente della importanza enorme fondante del Carnevale in sé stesso .

Vediamo intanto che altri Carnevali in Sardegna si svolgono in maniera più comune ad altri Carnevali del Nord Europa , con le maschere dell'orso e degli animali , e che ci sia stato o no l'orso in Sardegna non importa , perché il Carnevale è un mito o ricorrenza o festa di esorcismo del male , e festa o mito derivato dal Nord Europa , come sono col Nord Europa i primi contatti della Sardegna del neolitico e tutta la cultura megalitica che veniva dal Nord Europa tramite il corridoio dell'isola d'Elba , con la prima navigazione . La cultura megalitica è rappresentata in Sardegna con la Coveccada di Mores e con i Menhir frequentissimi , che anche nel nome hanno la traccia della Irlanda , e sono la continuazione territoriale dei monumenti di Stonehenge ( U.K.).

Per l'orso poi , così ben documentato nelle tradizionali feste della Sardegna da Pierina Moretti ( 1963 ), possiamo dire che ci sono i toponimi come Ursu-lei e Monte Orsili , lì vicino , che sono sicuramente più che un indizio e sono poi luoghi adatti all'orso .

Comunque , l'orso della tradizione - ci sia stato o no in Sardegna è irrilevante - viene dal Nord Europa , e dopo il rituale si è diffuso nella sua essenza di rito della deglaciazione , rito propiziatorio ed esorcistico o scaramantico delle migliorate condizioni climatiche , che non si poteva sapere se erano durature , e quindi alla fine della parte fredda dell'inverno si faceva questa festa come rito di propiziazione e di scongiuro per la fine del ghiaccio e poi , dopo quaranta giorni di sole incerto ( quaresima ) si aveva la resurrezione ( della Natura ) , e quindi si aveva la possibilità di fare l'agricoltura( paradiso terrestre ) , agricoltura che si poteva anche conoscere già dal passato , per la rappresentazione simbolica della tradizione e delle conoscenze del passato con il culto delle sepolture degli antenati , che era il ricordo di essi e il simbolo del ricordo delle esperienze del passato .

Quindi , i più antichi ricordi dell'uomo : quali il diluvio universale , il carnevale , e il paradiso terrestre - giardino delle mele , riguardano lo stesso fenomeno e fatto , cioè la deglaciazione e la nascita dell'agricoltura , che poteva essere anche già nota o considerata possibile , ma il ghiaccio la impediva perché un mese di ghiaccio in piu' o due mesi a febbraio vogliono dire che le regioni calde non hanno il tempo di maturare i frutti prima della siccità estiva , e quelle del Nord non hanno il tempo di maturarli per il successivo arrivo del ghiaccio ( in Inghilterra oggi il grano matura a Settembre e un mese o due di ghiaccio in più a febbraio portano la maturazione del grano a ottobre o a novembre, che a quelle latitudini era già gelato , questo per l'ipotesi di un mese in più o due di gelo da una parte e dall'altra dell' inverno , cioè febbraio e marzo da una parte e novembre e ottobre dall'altra parte ) .

La Sardegna stessa è stata interessata alla glaciazione e ancora ci sono morene glaciali , quale quella del Bruncu Spina , con pietraia morenica al lato Nord , che negli anni freddi negli anni '50 si poteva ancora sentire rumorosa a luglio per lo scroscio dell'acqua ( su sciusciu ) , con lo scioglimento del lato ghiacciato della montagna al sole di luglio ( come succedeva ai depositi di neve per i sorbetti di Aritzo ) .

Altre piccole morene erano visibili sul lato di Nord - Est di Gennargentu , lungo il solco del Flumendosa , ed ora sono disperse come materiali utilizzati. Altre piccole morene sono ancora visibili sul lato Nord di monti più bassi come il Monte Tarei di Lanusei e i costoni di Baunei.

Quindi la festa del Carnevale è ben inquadrata nella festa di esorcismo per l'anno che non doveva essere più gelido e al Carnevale c'era la verifica di questa deglaciazione -inizio della buona stagione con esorcismo dell'orso che rappresentava il freddo ed il pericolo , perchè era l'unico predatore dell'uomo , e quindi rappresentava anche il ghiaccio -predatore della vita degli uomini . Il capro espiatorio a volte presente poteva rappresentare lo stambecco delle nevi per la stessa ragione , ma utile al sacrificio-ristoro .

Se l'etimologia di Carnevale è corretta , può avere anche il significato di fine della dieta di sola carne ( con l'introduzione dell'agricoltura o comunque con la maturazione dei frutti selvatici ) , come è per esempio carnem levare - carnevale o carnem lasciare - carnasciale , perché quella di sola carne era sicuramente una dieta opprimente , come lo sarebbe oggi , sia per lo sforzo di procurarsi quel cibo non facile senza correre il pericolo di incontrare l'orso e per la difficoltà della conservazione della carne , sia poi per il deficit dell'alimento vegetale suggerito dall'istinto e dal bisogno .

Le altre forme dei Carnevali della Sardegna sono riconducibili a queste forme più antiche dell'orso e del capro espiatorio e sono la tradizione più antica di quello di Mamoiada , che porta alcune innovazioni , poi raccolte in parte anche dagli altri con l'esibizione di Merdules o Thurpos che sono varianti dei Mamuthones , i quali sono dell' aspetto di maschere nere umane seguite o vessate da Insogadores che le seguono e le incalzano come prigioniere .

Questa evoluzione relativa ai Mamuthones porta a tempi più recenti rispetto al neolitico , e per i nomi greco- micenei impiegati per Mamuthones , Insoga-dores ( dorieis ) e Mamoiada , con facce nere e facce bianche ( bisera bianca ) , porta al tempo dell'arrivo dei Fenici in terra sarda ( circa 3.000 anni fa ) e al tempo della perdita di Cagliari e della ricostruzione di capitale e difese a Barumini , con l'organizzazione di tutti i Nuraghi in funzione strategica di difesa dai Fenici , visto che la perdita di Cagliari , e poi di Barumini , non erano da considerare una sciocchezza , perché si perdevano anche quasi tutte le terre a grano , e non a caso le terre a grano rimaste ai Nuragico Micenei erano chiamate Logud'oro anche se peggiori del Campidano e sono piene di Nuraghi ancora visibili a decine insieme ,proprio per la coltura del grano e per la sua importanza ( cosa facilmente visibile andando da Sassari a Nuoro con decine di Nuraghi a vista contemporaneamente ).

Per la situazione dei rapporti tra Sardo- Micenei e Fenici o Cartaginesi , prendiamo le considerazioni fatte da Lilliu ( La civiltà dei Sardi dal neolitico all'età dei Nuraghi , 1967 ) e vediamo che " il bisogno per i Cartaginesi di controllare sul raggiunto limes gli Indigeni ritiratesi sui monti già dai primi tempi della conquista , a situazione calda e pericolosa , fanno propendere a ritenere che il fortino punico di San Simeone e le muras , ossia i castra nuragici che vi si opponevano validamente erano contemporanei e assicuravano l'indipendenza dei territori montani ......A Su Nuraxi a Barumini , nelle mura abbattute dalla furia devastatrice dei Cartaginesi ,... si notavano le brecce operatevi dagli arieti dei Cartaginesi ." E Lilliu riferisce anche le Tholos dei Nuraghi e delle Tombe dei Giganti e dei Pozzi sacri ai Micenei ( Lilliu 1982 ).

Poi abbiamo le considerazioni dello stesso tenore fatte dal Manno , un secolo prima di Lilliu , sui rapporti coi Fenici e Cartaginesi , che dice :

"seppure conquista intiera dell'isola si fece allora dai Cartaginesi, e non si dee questa dire piuttosto occupazione di vari importanti siti e gara perpetua e sanguinosa coi nativi del paese che stavano loro appetto per scuotere o menomare la dura loro signoria".

E ben ragione eglino ebbero di tentar ogni modo onde star saldi contro a quelli invasori, se sincere sono le memorie che ne rimangono delle feroci loro istituzioni, e di quella ordinazione specialmente che legge di barbara e stolida vendetta può ben chiamarsi, e che riferita viene dall'autore del citato opuscolo attribuito ad Aristotile. Si narra dal medesimo che i Cartaginesi impadronitisi appena dell'isola, tutte le piante estirparono che di alimento potean fornire gli abitanti e vietarono inoltre sotto pena capitale nuove seminagioni di biade. La barbarie di questa legge non ingenera stupore in chi considera gli autori della medesima esser quelli stessi Cartaginesi che vittime umane immolavano all'ara dei loro Numi, e vittime impuberi, la pace degli Dei implorando col sangue di coloro per la vita dei quali le supplicazioni più frequentemente s'innalzano al cielo ".

Serve solo ricordare che sia Lilliu che il Manno sono accademici dei Lincei , e che queste cose sono note da secoli .

Quindi i Mamuthones sono prigionieri fenici o punici catturati in questa guerra di posizione in cui i Fenici o i Punici avevano costretto i Sardo -Micenei , e venivano esibiti al Carnevale come scongiuro del pericolo scampato e come esibizione della sicurezza dei Sardi , e anche venivano portati nei paesi sardi allora come oggi per la festa e per la rassicurazione della difesa delle popolazioni . Gli Insogadores sono Insoga - Dorieis ( Dori ) ? Certo ci sono i cognomi greci in zona come Dore e Loche che confermerebbero .

Mamuiada poi è lo stesso nome di Mamudiya in Iraq , che rappresenta lo stesso significato di luogo dei Mamuthones , e quindi Mamoiada era la prigione dei Maimones -Mamuthones , custoditi nel luogo più adatto e più riposto e difeso , dietro le linee di attacco orientali date da Arzana -Orgosolo - Orune , con discesa a Locoe verso il piano e vicino alla capitale nuragica del periodo finale Fonni , che prende il nome latino poi da Omne ( dovunque ) e ora infatti si pronuncia in Sardo Onne , perchè era il luogo centrale che consentiva di accedere a tutti i luoghi, dopo aver superato la costola del Gennargentu : sia verso la Baronia che verso il Campidano , che poi verso l'Ogliastra , e ci sono identici toponimi latini seriali in zona , come Pira Onni ( Omnia ), Onni-fai , Onni -feri .

Finita con l'arrivo dei Romani la prigionia dei Cartaginesi e spostati questi ad altra sede , a Mamoiada è rimasto il ricordo e il rito che si svolgeva da secoli , ed ora si svolge tra liberi , in ricordo di allora e per la stessa funzione di unità verso i pericoli e con lo scongiuro , come allora .

Dopo , ogni nuovo conquistatore ha preso questo rito e lo ha adattato alla stessa funzione mettendosi al posto dell'Insogadore , perchè per tutti il rito era chiaro e l'Insogadore rappresentava il potere corrente del momento , e quindi la foggia dell'Insogadore e il suo nome hanno subìto varianti conosciute come Su Turcu e Sa Santa , e Sa Santa in epoca spagnola era il nome della Santa Inquisizione e quindi non è strano considerare il nome per indicare il potere della chiesa . Per Su Turcu poi c'è che i Turchi o Saraceni occuparono la Sardegna per circa un secolo e quindi questo nome è compatibile con la presenza dei Turchi .La foggia dell'Insogadore attuale poi è chiaramente spagnoleggiante , con quelli scialli e campanelli , che ancora si vedono nei balli comuni e folkloristici spagnoli , e quindi anche gli Spagnoli puntavano sul ruolo degli Insogadores per identificarsi .

Dire che i Merdules non sono Merdules , i Thurpos non sono Thurpos ( ciechi o storpi ) , Insogadores e Sa Santa non sono Insoga-dorieis e Sa Santa Inquisizione ,e Su Turcu non è Su Turcu , deve essere accompagnato dalla spiegazione di tutto il rito e la festa e l'esorcismo in un'altra maniera complessiva e non con semplici assonanze .

Altrimenti non si risponde alla raccomandazione che si ha a Cambridge ( U K ) quando c'è una discussione scientifica e si dice : " Non si possono fare osservazioni se non si danno le soluzioni ", che sembra un modo saggio di affrontare le cose e utile , e non si risponde ai princìpi di Leibnitz che prescrive "una quantità di indizi favorevoli "e non le sole assonanze , e oltre le assonanze .

Marcello Pili

Roma 18 febbrario 2008


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