MODERNITÀ E TOLLERANZA

DUE PRESUPPOSTI 
PER L'INTEGRAZIONE CULTURALE E RELIGIOSA

La più importante sfida culturale e politica che saremo chiamati ad affrontare nei primi anni del XXI secolo, è senza ombra di dubbio la necessità di saper guidare e realizzare un rapido e completo processo di integrazione con quelle culture diverse dalla nostra a cui appartengono un sempre maggior numero di cittadini ed abitanti delle nostre città provenienti, per ragioni di lavoro o di studio, da paesi molto diversi e molto lontani da noi. Questi nostri nuovi vicini devono essere vissuti come una ricchezza (nella maggior parte dei casi, infatti, svolgono quelle mansioni e quei lavori non più molto graditi dalla manodopera nostrana) e non come un pericolo o una fobia originata da un'insufficiente, limitata e parziale conoscenza reciproca. 

Non è l'ora di erigere anacronistici steccati o di alzare antistorici ponti levatoi dal sapore chiaramente razzista, ma è il tempo di aprirci  ad una benefica e proficua osmosi culturale da cui ogni cultura coinvolta trarrà beneficio, arricchendosi dal confronto con le altre e, almeno così si spera, perdendo i propri elementi più intolleranti e pregiudiziali (tratti presenti in tutte le culture tradizionali). 

Come in tutti i processi d'integrazione culturale l'aspetto peculiare e principale da cui partire è senza ombra di dubbio quello religioso. Come in tutti i processi di dialogo interreligioso non si può prescindere dal confronto con la modernità e dalla tolleranza. Nelle prossime righe si cercherà di focalizzare questi due temi nell'ottica di un'analisi storica e politica del dialogo tra le tre maggiori culture religiose (Ebraismo, Cristianesimo ed Islamismo) dimostrando, così, che modernità e tolleranza tendono ad intersecarsi fra di loro creando un chiasmo molto affascinate e di notevole importanza, soprattutto per le correlazioni causali e temporali che ne scaturiscono.

Il concetto di tolleranza nasce in Europa, ma gli europei non ne sono stati affatto "buoni esportatori" nei confronti delle culture degli altri continenti con cui sono venuti a contatto nel corso dei secoli. L'idea stessa di tolleranza, contrariamente a quanto sostenuto dallo storico Pouchat, non è figlia della modernità, pur risultando ad essa legata per molti aspetti: viene proposta da autori dell'età moderna (Locke, Voltaire, Kant), ma riferimenti a principi tolleranti erano già presenti in autori dell'età classica come Giuseppe Flavio, Simmaco e Timistio. La tolleranza dell'età contemporanea differisce da quella teorizzata dagli autori classici e moderni sopracitati in quanto, come ha sottolineato Guido Calogero, essa presuppone, per realizzarsi completamente, un contesto di reciprocità ("si è tolleranti solo con chi accetta di essere tollerante con noi") e non è la passiva accettazione di tutte le culture differenti, tra cui ve ne potrebbero essere alcune, religiose o politiche, intolleranti. 

Come sostenuto dal prof. Mauro Pesce (Religioni e secolarizzazione, ora in P. Pombeni - a cura di - Introduzione alla storia contemporanea, il Mulino, Bologna 1998, p. 103 - p. 117) la grande sfida della modernità (intendendo per modernità il confronto con l'innovazione scientifica, la diffusione di nuove tecnologie, la laicizzazione dello stato ed un nuovo ruolo sempre maggiormente emancipato delle donne) ha spinto le tre principali religioni monoteiste a profonde trasformazioni. 
In seno alla tradizione ebraica ed a quella cristiana, a seguito dei grandi dibattiti avvenuti nelle università europee e nordamericane a partire dall'Umanesimo fino ai giorni nostri, vi è stata la nascita di differenti correnti teologiche e culturali, alcune delle quali aperte al cambiamento, altre più tradizionaliste e, quindi, refrattarie e diffidenti verso ogni novità. 

Caso a parte è stato quello dell'Islamismo, in cui è mancato il dibattito in sede accademica nei secoli passati e vige l'impossibilità di revisione interpretativa del Corano, in quanto testo sacro ritenuto, contrariamente alla Bibbia ed ai Vangeli, scritto direttamente dalla divinità senza mediazione alcuna.
Nell'età classica per tolleranza religiosa si intendeva un sistema in cui l'individuo deve credere non per costrizione, ma liberamente e pregare Dio nella maniera che ritiene migliore, in quanto Dio ha molteplici e differenti modi di manifestarsi e tutti contribuiscono al bene dell'umanità poiché in ognuno ci sono aspetti comuni e positivi. Autori classici come Simmaco e Timistio riaffermano questo concetto di molteplicità religiosa e di sostanziale tolleranza (che è, si badi bene, concessa a tutti i gruppi tranne che alla piccola minoranza degli epicurei e degli atei nei confronti dei quali si hanno timori e diffidenze) chiedendo, nei loro scritti, il rispetto per la tradizione pagana anche dopo che, a seguito degli Editti di Costantino e di Teodosio I, si assisteva alla cristianizzazione dell'Impero romano e, quindi, alla riduzione di spazi di libertà per le tradizionali forme di culto greco-romane e per la secolare religione ebraica.

Sorge spontaneo domandarsi se la non tolleranza religiosa sia, quindi, un prodotto della cristianizzazione delle elites politiche dell'Impero romano da contrapporre ad tradizione classica tollerante. Secondo una teologa conservatrice come M. Sordi non è così: le autorità imperiali avevano accettato la pluralità delle vie religiose in quanto, ignorando quale fosse quella giusta, temevano le "ire" della "divinità esclusa" sullo Stato, ma nel momento in cui con il Cristianesimo si affacciava un'unica ed universale via di salvezza, era compito del potere politico impedire i culti ritenuti falsi ed ingannevoli a vantaggio della nuova religione: nasceva l'idea di religione di Stato che resisterà fino alla Rivoluzione francese che, figlia del Secolo dei Lumi, proporrà e realizzerà la laicizzazione dello Stato. Questa tesi della signora Sordi appare debole in quanto la tradizione del diritto pubblico romano, riscoperto nel XIV secolo da Bartolo da Sassoferrato, si era dimostrato fortemente tollerante in fatto di religione anche dopo la cristianizzazione dell'Impero. Ciò trova conferma negli atti amministrativi di Cassiodoro, ministro cristiano dell'imperatore Teodosio, che quando si trova a dover affrontare questioni con implicazioni religiose, pur non mancando di sottolineare l'unicità e la superiorità del Cristianesimo, non può non applicare le norme tolleranti del diritto.

Dopo la Pace di Westafalia (1648), che segna la fine della Guerra dei Trent'anni, ultima delle cosiddette guerre di religione, in Europa torna ad affiorare il tema della tolleranza religiosa. Tale problematica verrà affrontata da John Locke nella celeberrima "Lettera sulla tolleranza" in cui si condanneranno tutte quelle chiese che tentano di imporre il proprio culto agli altri. Esse sono definite "false chiese" a cui vanno preferite le "vere chiese", ossia quelle che basano la propria azione sui principi di rispetto reciproco e che preferiscono l'interesse pubblico collettivo rispetto a quello particolare e di parte. Per essere buoni cristiani occorre essere virtuosi ed avere un comportamento di amore verso Dio, non si deve giudicare e condannare il prossimo e che ha idee discrepanti in materia di fede. La religione non deve essere un pretesto per scatenare guerre o giustificare massacri, ma è un atto di amore verso Dio e verso gli altri uomini. 

Seppur ristretta al solo ambito Cristiano e con la vistosa esclusione degli atei (verso cui ci sono secolari pregiudizi in quanto ritenuti amorali poiché privi del timore del giudizio finale di Dio) e dei cattolici (ritenuti troppo legati ad un potere temporale e politico come quello dello Stato della Chiesa), la "Lettera sulla tolleranza" di Locke rappresenta una notevole ed incisiva elaborazione filosofica che sarà propedeutica ad un forte mutamento della cultura europea, se non altro perché il filosofo inglese porrà come termine ultimo di verità la coscienza. Si affaccia sul palcoscenico del pensiero filosofico moderno e contemporaneo questo nuovo elemento destinato ad avere un grande, anche se travagliato, avvenire. Per Locke non si può essere puniti in base a leggi generali se si agisce in base alla propria coscienza. Bayle teorizzerà il paradosso secondo cui è biasimabile colui che, pur agendo bene e conformemente alla legge, lo fa in contrasto ed in opposizione alla propria coscienza. Questi concetti verranno ripresi ed estremizzati da uno dei più grandi filosofi dell'illuminismo tedesco, Immanuel Kant secondo cui si agisce moralmente quando spontaneamente si sceglie ciò che si fa, liberi da passioni e costrizioni: la vera libertà consiste nell'essere "liberi da qualcosa" e non nell'essere "liberi di fare una determinata cosa". Questa elaborazione filosofica permetterà al filosofo tedesco di pronunciare la più bella frase della storia del pensiero filosofico: "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me".

In piena Controriforma, senza volerne frantumare il quadro, Galileo Galilei affermerà una propria straordinaria visione peculiare di modernità: si vuole giungere ad una netta separazione tra scienza (che si basa sulle sul metodo scientifico, costituito da sensate esperienze e le necessarie dimostrazioni) e religione (basata sulla fede). Il naturale epilogo di questo processo doveva essere una nuova e diversa dislocazione dei poteri all'interno del mondo cattolico: non si può più utilizzare la Bibbia, che resta valida per le questioni di fede, nelle discussioni scientifiche che devono basarsi esclusivamente su dati e prove figli dell'analisi empirica. Quanto affermato dalle Sacre Scritture ha un significato molto più profondo di quanto si desume dalla lettura; vi sono, infatti, due diversi significati, l'uno apparente e l'altro recondito. L'uomo di scienza, lungi dall'essere portatore di eresie, scoprendo il vero funzionamento della natura arriva ad intuire la più profonda volontà di Dio, ne concepisce, in un cero senso, il cervello.

Nel II Dopoguerra Walzer definirà tolleranza il convivere anche con coloro di cui non condividiamo le idee; come già detto in precedenza a ciò Calogero posporrà il postulato della reciprocità della tolleranza.
È auspicabile che le elaborazioni teoriche precedentemente descritte non restino lettera morta, ma costituiscano i primi passi di un lungo e forse accidentato percorso di integrazione culturale i cui presupposti risiedono in una sempre maggiore conoscenza reciproca: "Il compito dell'uomo non è né giudicare, né tantomeno condannare, ma conoscere". (B. Spinoza) 


Luca Molinari


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