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CRONOLOGIA

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PALESTINA e ISRAELE

EBREI E PALESTINESI

INTERVENTI DEI LETTORI

GLI INTERVENTI LI RIPORTIAMO "LIBERAMENTE", NON PER PARTITO PRESO O PER ATTRIBUIRE TORTI O RAGIONI 
MA PERCHE' E' GIUSTO CERCARE DI CAPIRE - QUINDI LI OSPITIAMO ANCHE SE HANNO UNA TESI DIVERSA DAGLI ALTRI PRESENTI.. OGNUNO DI NOI SA, CHE ESISTONO DIFFERENTI STORIOGRAFIE E DIFFERENTI INTERPRETAZIONI DEI FATTI STORICI. DIFFICILE FARLI CONDIVIDERE O TENTARE DI METTERE D'ACCORDO CULTURE DIVERSE. MA NON PER QUESTO DOBBIAMO RINUNCIARE A TENTARE DI CAPIRE, A COSTO DI RIBALTARE CONTINUAMENTE LA STORIA CHE CONOSCIAMO CHE SPESSO E' NEL SUO ROVESCIO. IMPORTANTE E' INFATTI SOSPETTARE, METTERE IN DUBBIO LE NOSTRE CONOSCENZE, SOPRATTUTTO QUANDO LA NOSTRA TRACCIA "DIDATTICA" E' IMPOSTA E IMPEDISCE DI FARE UN'ALTRA SCELTA; SCELTA CHE DOVREBBE ESSERE TESTIMONIANZA DI LIBERTA', IN CASO CONTRARIO SIGNIFICHEREBBE CHE "LA NOSTRA DEMOCRAZIA LIBERALE NON E' ANCORA COMPIUTA".
E QUESTA NON E' UNA INTEPRETAZIONE!
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TERZO MILLENNIO

EBREI E PALESTINESI


LE RAGIONI DEL CUORE
LE RAGIONI DELL'ARITMETICA

Intervento- Suggerimento
U
na delle discussioni che periodicamente teniamo con miei amici 
della Aeronautica Militare su argomenti vari di storia, filosofia, scienza e attualità.
Il testo odierno è dedicato alla questione palestinese
Mauro
Marchionni

1 - Premessa
La preparazione di un minimo di documentazione per il dibattito per questa seconda Avioserata 2000 è stata effettuata con il valido aiuto di Jimmy Prato il quale ha voluto, per un attimo, uscire dal suo torpore di mite pensionato per aiutare i colleghi a capire qualcosa di più in questa che, a priori, sembrava proprio una questione estremamente intricata e complessa

Allo scopo allora di cercare di capire a fondo le opinioni, i sentimenti e le realtà, per quanto possibile, delle due parti in causa, abbiamo deciso che la via maestra di questa ricerca della verità (ovviamente con la lettera minuscola) non poteva non passare attraverso la intervista di coloro che sono direttamente interessati alla folle contesa, ormai secolare, e ci siamo quindi avventurati in un raid per Roma alla ricerca sia di ebrei che di palestinesi.
Il buon Jimmy ha dovuto subire il trauma di essere sballottato in giro per l'Urbe sulla mia grossa moto da fuoristrada, con guizzi tra il traffico e impennate ai semafori e con apprensione somma nel dover visitare luoghi, invero un po' caldi, con tanto di volanti della polizia parcheggiate perennemente a vigilare e con carabinieri armati che ti attendono in modo assolutamente inaspettato non appena oltrepassi la porta di quelli che, all'apparenza, sembravano tranquilli e sonnolenti appartamenti del lungotevere.
La cosa dovrebbe averlo scombussolato non poco poiché, durante un sorpasso azzardato sulla Colombo, l'ho sentito urlare al telefonino alla figlia qualche strozzata invocazione di aiuto unita alla previsione di prossimi tragici problemi intestinali per i giorni a venire.

A parte, però, l'aspetto folcloristico della vicenda siamo riusciti a entrare in contatto con personaggi, dall'una e dall'altra parte, che non ci saremmo mai aspettato di poter conoscere e siamo riusciti a raccogliere opinioni, fatti e pareri che ci hanno veramente aperto gli occhi sul secolare problema.
Alla delegazione della autorità palestinese, in particolare, il vice ambasciatore ci ha intrattenuto per più di un'ora e mezza parlandoci e ascoltandoci con una disponibilità e una pazienza veramente infinite.


2 - Il succo del problema
Dati, cifre ed opinioni raccolti sono elencati e discussi più avanti, ma ritengo opportuno informare subito il disgraziato aviolettore su quale sia stato il distillato ultimo delle nostre interviste; tutto ciò allo scopo di permettergli di osservare con una luce diversa, e secondo me più giusta, i fatti che saranno poi elencati.
Tutti, indistintamente tutti, si sono soffermati a lungo e con dovizia di particolari sugli aspetti emotivi, legali e giuridici del conflitto ma nessuno ha mostrato di avere fatto una attenta analisi dei numeri in ballo.


Quali numeri?
I numeri che ti dicono freddamente l'entità e la qualità del territorio richiesto dai palestinesi, la consistenza del loro prodotto interno lordo, le spese sostenute da Israele per gli armamenti e così via… tutti numeri che, se opportunamente ed aridamente combinati tra di loro, ti mostrano però con estrema chiarezza che le cose non possono assolutamente stare come le due parti dichiarano, come la stampa ci racconta e come i politici cercano di infilarcele nella testa; sempre e comunque con visioni partigiane, parziali ed altamente emotive.


3 - Un minimo di storia
Tutti i problemi cominciano a nascere nel 1898 quando a Ginevra Theodor Hertzel fonda il movimento sionistico internazionale con il fine di riportare gli ebrei in Palestina.
In quel periodo la Palestina era un tranquillissimo dominio dell'Impero Ottomano dove la gente viveva, o meglio vivacchiava, di agricoltura (poca) e di pastorizia e di quel qualcosa che comunque arrivava in quella terra a causa della presenza in Gerusalemme dei rappresentanti di tutte le più importanti religioni dell'Occidente.

La nascita del Sionismo diventa la miccia delle future deflagrazioni poiché con esso si afferma il principio, a mio parere molto discutibile, che basta essere ebrei per avere il diritto di cittadinanza nel futuro stato di Israele. 
In verità già tanti secoli prima (non ricordo bene quanti ma forse nove) si era affermato un principio abbastanza simile quando il Papato e l'Impero si erano accordati sul "cuius regio eius est religio"; la storia però e, fondamentalmente, il buon gusto avevano già bollato di indecenza un tale modo di ragionare; o, meglio, di sragionare.

La prima guerra mondiale sancisce la fine dell'Impero Ottomano e gli inglesi, all'apice della loro potenza, ottengono nel '23 il mandato di amministrare la Palestina.
Nello intervallo tra le due guerre comincia un afflusso abbastanza limitato e pacifico di ebrei che comprano dagli sheicchi locali i terreni e cominciano a coltivarli senza grossi problemi di convivenza con la popolazione locale.

La fine della seconda guerra mondiale segna invece l'inizio dei veri problemi poiché il flusso migratorio di ebrei sfuggiti all'olocausto diventa non più sopportabile per i palestinesi.
Nel 1947 l'ONU decide la spartizione della Palestina in due stati, ma i palestinesi non accettano di dividere la terra con gli ebrei immigrati e scoppiano i primi incidenti.
Nel 1948 viene dichiarato lo "Stato di Israele" e immediatamente la Lega Araba dichiara guerra al neonato stato; qui comincia la lunga serie di batoste militari subite dagli arabi da parte degli Israeliani. Nascono i campi profughi in Libano, Siria e Giordania con quasi due milioni di persone povere, turbolente ed invise anche agli arabi locali tanto che nel settembre 1973 (settembre nero) i giordani massacrano migliaia di palestinesi. La vita dei Palestinesi in tali campi si trasforma presto in un inferno e così, del resto, continua ad esserlo ancora oggi.
Altra guerra nel 1956 con relativa altra vittoria di Israele e così via fino alla guerra dei sei giorni (1967) quando solo l'intervento internazionale ferma la incontenibile avanzata di Israele verso i paesi arabi limitrofi (in particolare l'Egitto)
A questo punto l'ONU emette la famosa risoluzione 242 ove si chiede il ritiro di Israele dai territori occupati e che segna la nascita dell'OLP.
Nel 1973 gli arabi ci riprovano di nuovo e, questa volta, a tradimento (guerra del Kippur) con il solito risultato di buscarsi il consueto carico di mazzate e con il solito intervento affannoso dell'ONU che ferma le truppe ebree ormai dirette a un tranquillo week end alle piramidi di El Giza
Nel 1993 gli accordi di Oslo, firmati a Washington, sanciscono la applicazione della risoluzione 242 entro 5 anni ma a tutt'oggi - attenzione! ecco il primo numero - solo il 62% dei territori è stato restituito alla Autorità Palestinese.

4 - Qualche commento alla risoluzione 242
Da più di trent'anni si parla e si straparla di questa benedetta risoluzione dell'ONU, presa come pilastro fondamentale dei possibili e così conclamati "accordi di pace" ma mai nessun organo di informazione ha mai detto che lo stato Palestinese, così come voluto dalla 242, non potrà mai esistere.

Ma possibile che ebrei, palestinesi, americani, russi, arabi e chi più ne ha più ne metta siano riusciti a nascondere al mondo per più di 30 anni che la 242 è una buffonata?
Una buffonata inventata per riempire di fumo gli occhi della opinione pubblica e per continuare, quindi, a mandare avanti le cose nel modo voluto dalle forze occulte, ma poi nemmeno tanto occulte, che vogliono assolutamente mantenere lo "status quo" nella martoriata Palestina.

Ma possibile che i ragazzi della intifada vadano ancora oggi incontro a morte sicura contro i carri ebrei e i ragazzi ebrei vivano nel continuo terrore dell'attentatore palestinese senza che qualcuno faccia loro notare che l'argomento del contendere in realtà non esiste?

Qualcuno degli sfortunati "aviolettori" si starà ora domandando se il povero Mauro non stia cominciando a dare i numeri quando afferma che un tragico problema come quello palestinese in realtà non esiste; prima, però, di pronunciarsi a favore o contro le mie facoltà mentali, cerchiamo di analizzare a fondo il succo intimo della 242.

La famigerata risoluzione dichiara che Israele deve restituire ai palestinesi i cosiddetti "territori" sui quali la autorità palestinese dovrà poi realizzare il tanto sognato stato palestinese.
Ma dove sono situati geograficamente questi territori?
- nessun organo di stampa ha mai voluto pubblicare in 33 anni, per quanto ne so, la carta geografica dei benedetti territori
- in nessuna libreria in Italia sono riuscito a trovare questa carta
- presso la delegazione per la liberazione della Palestina in Roma (P.zza S. Giovanni Laterano n. 72) tale fantomatica cartina non esiste. Si, avete letto bene: non esiste. O, per lo meno, così dicono.
- l'unico posto dove sono finalmente riuscito a dare una occhiata al fantomatico documento è la casa di un mio amico palestinese in Betlemme

Avrei voluto tanto allegare al presente documento la mappa in questione ma il mio amico palestinese non ha il fax e alla delegazione romana traccheggiano con scuse varie.
E qui nasce una domanda che, a mio parere, è proprio il succo intimo e, forse, la soluzione del problema: perché nessuno vuol mostrare questa mappa?
Possiamo però descrivere immediatamente e con pochissime parole la situazione geografica del futuro stato palestinese
Le terre reclamate da Arafat, e delle quali comunque ha già avuto dagli ebrei circa i due terzi, consistono nella striscia di Gaza (sul Mediterraneo), nella Cisgiordania (attorno al Mar Morto), di sei città già tutte palestinesi (Qualqiliya, Jenin, Nablus, Tulkare, Ramallah e Betlemme) sparse qua e là per Israele e di 400 villaggi attorno alle città di cui sopra.
Il futuro stato palestinese, in altre parole, consiste in due territori abbastanza estesi, di cui uno praticamente desertico (Gaza) e l'altro in buona parte (la Cisgiordania) e di qualche villaggio, cittadina o pollaio sparsi qua e là per lo stato di Israele.
Il futuro stato palestinese, dicono le fonti palestinesi, può contare su un prodotto interno lordo di 240 milioni di dollari (altro numero importante); poco più della decima parte del bilancio del Comune di Roma. 
Potrebbe anche essere che il solerte funzionario palestinese abbia dimenticato uno zero alla cifra che ha dichiarato ( e infatti è proprio così), ma siamo sempre a bilanci assolutamente ridicoli per uno stato che voglia definirsi tale o che, comunque voglia anche minimamente contrapporsi al suo potente vicino che ha un PIL di 150 mila miliardi.

Non bisogna essere dei politologi per capire che uno stato come quello sognato dal povero e ingenuo popolo palestinese non potrà mai esistere.
- ma ve lo immaginate uno stato dove per andare da un posto all'altro ci vuole il passaporto?
- Uno stato privo di un tessuto industriale, agricolo e commerciale?
- Uno stato dove le merci per spostarsi dai luoghi di produzione (ammesso che ne esista qualcuno) a quelli di commercializzazione devono sottostare all'arbitrio del potentissimo, arcigno e scontroso vicino?
- Uno stato che non produce energia e dove, quindi, quando il povero palestinese deciderà di accendere la lampadina dovrà pregare Hallàh di far alzare dal letto per il verso giusto il gestore ebreo della più vicina centrale elettrica?
- Uno stato ove la erogazione dell'acqua è nel più completo arbitrio del nemico

E questo sarebbe uno stato indipendente? Uno stato libero? Uno stato per il quale vale la pena di andare a morire, assolutamente disarmati, contro i carri ebrei?
La storia è piena di vicende in cui un popolo disarmato riesce a cacciare l'invasore a prezzo di tanto sangue dei suoi figli. Ma in tutti i casi, meno che in questo, i tanti giovani morti con le pietre, con la spada o con la molotov in pugno sapevano che la impari lotta, una volta vinta, avrebbe portato condizioni di vita migliori al loro popolo.
Se invece guardiamo i pochi numeri sopra riportati e gettiamo uno sguardo alla ridicola mappa dello stato palestinese non possiamo fare altro che trarre una conclusione:
i palestinesi debbono ringraziare Hallàh se il loro stato non 
vedrà mai la luce altrimenti passeranno dalla attuale situazione
di disagio e di povertà a quella di una assoluta indigenza

E non basta: la impossibilità di gestire le reti elettriche, idriche, stradali e ferroviarie del loro futuro stato li porterà ad un asservimento assoluto agli arbitrii degli ebrei; molto peggio di come accade oggi. 
Si, perché oggi gli ebrei, se non altro per salvare la faccia, assicurano un minimo di sopravvivenza alla popolazione palestinese, un minimo di istruzione e di assistenza. 
Ma chi avrà la capacità, la forza e i capitali per gestire il tessuto statale quando tutte le principali leve della industria, dei servizi e della agricoltura saranno in mano al nemico? 
Quale imprenditore straniero, anche se la manodopera costasse zero, vorrà mai produrre qualsiasi cosa in Palestina ben sapendo che, se la sua produzione si sviluppasse troppo e potesse quindi dare fastidio agli ebrei, si ritroverebbe subito con le frontiere chiuse, senza acqua e senza elettricità ed assolutamente impossibilitato ad esportare il frutto del suo lavoro. 

Facciamo un esempio assurdo: se qualcuno, attratto dalle indubbie capacità e dalla operosità dei palestinesi, volesse impiantare una produzione di sofisticati microcihps a Nabulus come farà a raggiungere porti o aeroporti per esportarli?

A mio parere, e forse sono un po' cattivo nei confronti dei miei amici palestinesi, essi sperano inconsciamente che gli attuali cospicui aiuti internazionali alla Autorità Palestinese continueranno all'infinito, ma è fin troppo ovvio che si tratta solo di pie illusioni.
Chi volete che, al mondo, si interesserà più di un minuscolo popolo semiaffamato, impossibilitato a produrre e, di conseguenza, non certo consumatore quando il conflitto mediorentale cesserà di esistere e gli attuali istigatori del conflitto avranno trovato altre maniere per soddisfare i loro interessi?


5 - Dalla parte degli ebrei

Abbiamo prima fatto notare l'assurdità del comportamento palestinese che manda i suoi figli a morire per una nazione che non potrà mai esistere; ma anche da parte ebraica la follia dell'assurdo non è certo minore.

Ogni cittadino israeliano spende per spese militari circa dieci volte di quanto spende un italiano. In cifra tonda ( ma non ci giuro) circa cinquantamila miliardi all'anno per la intera nazione (altro numero importante) 

Oggi Israele ha restituito ai palestinesi circa i due terzi dei territori contesi.
Praticamente manca solo la Cisgiordania; una landa in buona parte desertica e che riesce a sopravvivere solo se qualcuno a monte (guarda caso proprio gli ebrei) non chiuderà i rubinetti del Giordano.
Ma che cosa ci deve fare Israele con i quattro sassi della Cisgiordania?
Ma vogliamo veramente credere che un pezzo di deserto e quattro campi arsi dal sole valgano veramente cinquantamila miliardi l'anno?
Vogliamo veramente credere che il mantenimento di alcuni insediamenti di coloni ebraici in Cisgiordania e in alcuni dei territori contesi valga veramente una cifra simile?

Il ragazzo palestinese vive continuamente oppresso dai ragazzi ebrei in uniforme ma non crediate che il ragazzo ebreo di Gerusalemme se la passi poi tanto meglio.
Il mitra nella borsa sportiva assieme alla racchetta da tennis; la paura continua, assillante e devastante dell'attentatore nascosto dietro la cesta delle banane; l'accappatoio poggiato sopra la mitraglietta dalle belle ragazze in bikini che si crogiolano al sole sulle spiagge del Mar Morto. Ma è vita questa? E questa la qualità della vita che i governanti ebrei offrono ai loro elettori?

Ma è mai possibile che nessuno si metta mai a tavolino con una piccola calcolatrice a considerare i costi assurdi, diretti e indiretti, attuali e futuri di una situazione assurda che qualche terribile mente diabolica si sforza di mantenere in quella terra senza pace?


6 - Gerusalemme
Ma, qualcuno dirà certamente: " c'è l'insolubile problema di Gerusalemme; la città che ambedue vogliono come capitale".
Io non sarei così sicuro che Gerusalemme sia un problema reale.

La città è già divisa in modo praticamente netto in tre diverse città:
- la città antica, entro le mura di Solimano, popolata principalmente da religiosi di tutte le confessioni. Una città cosmopolita e, a mio parere, patrimonio della intera umanità
- Gerusalemme est popolata quasi esclusivamente da arabi, a parte alcuni insediamenti di coloni all'uscita della città verso Gerico
- Gerusalemme ovest popolata esclusivamente da ebrei

La soluzione più razionale sarebbe quella di affidare la gestione della città vecchia all'ONU, il controllo della parte est agli arabi e la sovranità su quella ovest agli ebrei. Senza però, per carità di Dio, altre follie di muri o di sbarramenti; che già l'umanità ne ha avuto più che abbastanza

E' veramente tanto difficile una soluzione del genere per chi volesse veramente trovare una soluzione? L'unico vero problema sarebbero quei pochi insediamenti ebrei sulla via per Gerico. Tali insediamenti sono molto recenti, con case nuovissime e non ancora terminate; chiaro segno che l'autorità israeliana, al primo sentore di accordi di pace, si è subito preoccupata di realizzare opere forse non del tutto indispensabili, solo per mettere le mani avanti e i bastoni tra le ruote.


7 - Sepolcri imbiancati

Quando si partecipa ai dibattiti sulla situazione in Palestina, quale che sia la parte che parla, tutti a strapparsi le vesti e a crogiolarsi nei sacri principi del diritto, dell'amore patrio, del rispetto delle tradizioni e degli avi, del valore dei martiri e così via. Cumuli immensi di nobili parole che suscitano invariabilmente i sentimenti più alti e che spingono inevitabilmente torme di giovani ad azioni nobili, eroiche, e degne di essere ricordate ai posteri o agli amici quando, nei giorni grigi dell'inverno, ci si riunisce accanto al fuoco a ricordare l'amico, il fratello, il compagno di scuola caduti sotto il piombo ebreo o dilaniati dalla perfida bomba palestinese.
I pochi numeri, però, prima riportati e le considerazioni ovvie sulla impossibile geografia dello stato palestinese dovrebbero farci ben capire che le cose non sono affatto come ce le hanno raccontate.
I mass media a livello mondiale, così si dice, sono in gran parte in mano agli ebrei e mai ho trovato sui giornali un ragionamento semplice come quello qui fatto.
Perché? Proviamo a chiedere lumi alla antica saggezza romana.
Quando i romani non riuscivano a venire a capo di un problema troppo intricato preferivano azzerare tutto e ricominciare dalla domanda: Cui prodest?
Forse è proprio qui, come al solito, la soluzione dell'arcano. A chi fa comodo tutto ciò?
Lo status quo fa sicuramente comodo agli occidentali, e in particolare agli americani, perché una forte potenza militare filoccidentale e di frontiera è assolutamente indispensabile nel tormentato Medio Oriente, direttamente a ridosso degli stati arabi più fanatici e più follemente integralisti.
Fa certamente tanto comodo anche ai politici ebrei perché in tal modo possono pompare fiumi di denaro dal ricchissimo ebraismo internazionale che, ovviamente, li sostiene a spada tratta.
Ma fa anche comodo ai dirigenti palestinesi perché non ci avranno certo messo troppo tempo a capire quello che è ovvio: la formazione dello stato palestinese significherà inevitabilmente la fine delle loro posizioni di privilegio, la fine di una situazione che sotto certi aspetti è per loro una vera pacchia poiché oggi non hanno certo la onerosa responsabilità di gestire una nazione che sarà assolutamente ingestibile e possono invece pompare anch'essi fiumi di dollari dalle casse dei paesi arabi vicini.

Il giorno che si realizzasse lo stato palestinese che scusa avrebbe Israele per andare a piangere presso americani ed ebrei di tutto il mondo chiedendo aiuto e, in definitiva, dollari?

Il giorno che si realizzasse lo stato palestinese come farebbero i dirigenti palestinesi a mandare avanti una baracca che non potrà mai funzionare e che ora, invece, così monca e incompiuta riesce a convogliare aiuti da mezzo mondo e, in definitiva dollari?


Questa, purtroppo, sembra proprio essere la realtà, o per lo meno una grossa parte della realtà: 
coloro che al mondo contano, da una parte e dall'altra, comodamente  seduti all'ombra rassicurante del biglietto verde, e subdolamente occupati  ad incitare i giovani figli di Isacco e di Ismaele a scannarsi a vicenda per  permettere al verde incubo del terzo millennio di continuare a svolazzare  beffardo sulle teste di pochi ma sul sangue di molti.


Gli amici di Avioserata 2000 - Mauro & C.

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RICEVIAMO

da Emanuela Crespi

Vorrei scrivervi qualcosa riguardo alla pagina sopra sulla questione palestinese, scritta da Mauro&C..

Il tono è molto equilibrato, aperto alla discussione, quindi mi permetto di inviarvi qualche chiarimento in proposito, sperando che possa esservi utile. So che si tratta di un argomento delicato, ma in questo più che in molti altri vi assicuro che la disinformazione regna sovrana.

Per esempio, Nell'articolo si parla della Risoluzione 242. Cito dal testo:

'La famigerata Ris. 242 dichiara che Israele deve restituire ai Palestinesi i cosiddetti 'territori' (occupati nella guerra del 1967)

Subito sotto, l'autore si stupisce però di non aver mai trovato da nessuna parte una mappa di questi territori, come se in 33 anni nessuno si fosse mai preso la briga di stamparne una. Un suo amico palestinese di Betlemme sembra essere l'unico in possesso del prezioso cimelio.

Ma vediamo un momento come stanno davvero le cose.

Il 22 novembre 1967, all’indomani della Guerra dei Sei Giorni, il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite adottò la risoluzione 242. Essa è internazionalmente riconosciuta come la base giuridica dei negoziati tra Israele e i vicini arabi. Fu il risultato di cinque mesi di intense trattative. Ogni sua parola fu attentamente soppesata. Da allora, per i successivi quarant’anni, la 242 ha rappresentato la cornice legale per una soluzione di pace del conflitto arabo-israeliano. La 242 è infatti la sola risoluzione del Consiglio di Sicurezza che sia stata accettata da tutte le parti del contenzioso come base per la ricerca della pace: sia i due accordi di pace rispettivamente con Egitto e Giordania, sia gli accordi ad interim di Oslo con l’Olp si fondano infatti sulla 242.

Alcuni propagandisti, tuttavia, diffondono quotidianamente una interpretazione errata della 242, sostenendo che essa prescriverebbe il ritiro di Israele sulle linee del 4 giugno 1967 (i ‘confini indifendibili’), ‘restituendo’ cioè Gaza (ad oggi già ceduta) e la West Bank. In molti ambienti è invalsa l’abitudine di sostenere che Israele non rispetta le risoluzioni dell’Onu, facendo riferimento in particolare, esplicitamente o implicitamente, alla 242 del Consiglio di Sicurezza, sostenendo che Israele la violerebbe dal momento che non si è ritirato da tutti i territori conquistati nel 1967.La verità è che la risoluzione 242 non chiede affatto a Israele di ritirarsi unilateralmente e senza condizioni. La 242 in realtà è composta da due parti:

1) I paesi coinvolti nel conflitto devono negoziare la pace e riconoscersi a vicenda, e

2) Israele deve operare un ritiro non definito.

Il primo punto espresso dalla risoluzione riguarda la ‘inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra’. Alcuni interpretano questo come a voloer dire che Israele dovrebbe ritirarsi da tutti i territori conquistati durante la sua difesa. Al contrario, il riferimento si applica chiaramente solo ad una guerra offensiva. Se così non fosse, la risoluzione sarebbe di fatto un incentivo alle aggressioni. Se un paese ne attaccasse un altro, e il difensore respingesse l’attacco acquisendo così nuovi territori, questa interpretazione obbligherebbe il difensore a restituire all’aggressore tutti i territori in questione. Ogni paese potrebbe attaccarne un altro e, in caso di sconfitta, recuperare sempre e comunque tutto il suo territorio, senza aver nulla da perdere. Non dimentichiamoci che la guerra del 1968 fu scatenata unilateralmente dagli arabi, con l'intento dichiarato di annientare Israele.

In secondo luogo, la risoluzione chiede il “ritiro delle forze armate israeliane da territori (“FROM TERRITORIES”) occupati nel recente conflitto”. L’articolo determinativo “i” (“dai territori”) o il termine “tutti” davanti alla parola territori non vennero inseriti nella risoluzione. E non si trattò certo di un errore di battitura. Lo scopo degli estensori del testo della risoluzione, infatti, era chiedere che Israele si ritirasse senza indicare l’estensione esatta del ritiro: la cosa veniva lasciata al negoziato fra le parti. Senza dubbio i diplomatici che stesero la bozza della risoluzione misero bene in chiaro, successivamente, che questa era esattamente la loro intenzione.

Ma la parte araba ha sempre sostenuto che la risoluzione chiede a Israele di ritirarsi completamente dai territori conquistati durante la guerra dei sei giorni. A ‘riprova’, viene sempre esibita la versione della risoluzione in lingua francese, nella quale l’articolo determinativo compare (“dai territori”).

I relatori stessi misero comunque bene in chiaro quale fosse il significato della Risoluzione 242:

"La frase essenziale e mai abbastanza ricordata – spiegò Lord Caradon – è che il ritiro deve avvenire su confini sicuri e riconosciuti. Non stava a noi decidere quali fossero esattamente questi confini. Conosco le linee del 1967 molto bene e so che non sono un confine soddisfacente".

I sovietici, gli arabi e i loro alleati fecero di tutto per inserire nella bozza di testo della risoluzione la parola "tutti" davanti ai "territori" da cui Israele doveva ritirarsi. Ma la loro richiesta fu respinta. Alla fine, lo stesso primo ministro sovietico Kossygin contattò direttamente il presidente americano Lyndon Johnson per chiedere l'inserimento della parola "tutti" davanti a "territori". Anche questo tentativo fu respinto. Kossygin chiese allora, come formula di compromesso, di inserire l'articolo determinativo ‘i’ davanti a "territori" ("dai territori" anziché "da territori"). Johnson rifiutò. Successivamente il presidente americano spiegò la sua posizione:

"Non siamo noi che dobbiamo dire dove le nazioni debbano tracciare tra di loro linee di confine tali da garantire a ciascuna la massima sicurezza possibile. È chiaro, comunque, che il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace. Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati". E' per questo motivo che non esiste una 'mappa dei territori del ritiro', tranne quella del vostro amico palestinese di Betlemme!

Analogamente, l’ambasciatore Arthur Goldberg spiegò chiaramente: "Le notevoli omissioni — che non furono accidentali — riguardo al ritiro sono le parole ‘i’ o ‘tutti’, e ‘le linee del 5 giugno 1967’… la risoluzione parla di ritiro da territori occupati senza definire l’estensione del ritiro”."9

Subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, il primo ministro israeliano Eshkol chiarì la posizione di Israele, ponendo le logiche condizioni per un negoziato:

"Finche' i nostri vicini persisteranno nella loro politica di belligeranza e continueranno a progettare la nostra distruzione, noi non lasceremo i territori che sono ora sotto il nostro controllo e che riteniamo necessari per la nostra sicurezza e autodifesa. Se invece i paesi arabi accetteranno di discutere di pace con noi direttamente, allora non vi sarà problema che non possa essere risolto in negoziati diretti a vantaggio di tutte le parti".

La risposta araba non si fece attendere. Il 1 settembre la Lega Araba riunita a Khartoum (Sudan) ribadì ‘i tre no’: "no al riconoscimento di Israele, no al negoziato con Israele, no alla pace con Israele".

Stando così le cose, la conseguenza ovvia fu il non riconoscimento da parte israeliana della Ris. 242, nel senso che non sussistevano affatto le premesse per un suo IPOTETICO ritiro, così come definite dalla Risoluzione stessa.

La mala fede araba persisteva, e con essa il conflitto. Nelle parole dell’ex presidente israeliano Chaim Herzog:

"La fede di Israele nel fatto che la Guerra fosse giunta alla fine e che la pace avrebbe presto regnato lungo i suoi confini svanì ben presto. Tre settimane dopo la conclusione delle ostilità, avvenne il primo grave incidente lungo il Canale di Suez."3

Abba Eban riassunse bene quello che sarebbe stato un ‘classico’ nella storia del conflitto successivo fra Israele e gli stati arabi:“Questa è la prima Guerra nella storia che termina con i vincitori che ricercano la pace, e i vinti che pretendono una resa incondizionata” (5Abba Eban, Abba Eban, (NY: Random House, 1977), p. 446.

Questo per quanto riguarda la questione della RIS. 242, il cui significato viene distorto ad hoc per avallare le pretese degli arabi palestinesi (come del resto viene fatto per altre risoluzioni, tipo la 194 riguardante i cosiddetti 'profughi' palestinesi).

La seconda cosa che volevo sottolineare è il modo in cui viene esposto nell'articolo l'inizio del conflitto. Si dice che gli ebrei sionisti cominciano ad arrivare in Palestina in modo abbastanza pacifico, ma che, ora della seconda guerra mondiale, il numero di ebrei che si riversano nel paese per sfuggire all'olocausto è tale da suscitare le ire della popolazione araba (preesistente)

Anche questo non è esatto. Potrà scioccarvi, ma NON C'è MAI STATO UN POPOLO PALESTINESE, O ARABO, CHE ABITASSE QUELLA TERRA PRIMA DELL'ARRIVO DEGLI EBREI. Capire bene questo punto è FONDAMENTALE per una corretta comprensione del conflitto e della posizione israeliana.

Prima dell'immigrazione sionista la Palestina era essenzialmente vuota e arida. Non esiste nessuna prova storica di un popolo palestinese autoctono che l'abbia abitata, con una propria cultura, lingua, identità. In Palestina c'erano solo ebrei e qualche arabo che si considerava siriano, più i Drusi e i beduini.

Nei 12 secoli e mezzo fra la conquista araba (600 d.C.) e l’inizio del ritorno degli ebrei nel 1880, la Palestina era rimasta un desolato deserto. Il suo antico sistema di canali di irrigazione era stato distrutto e si era trasformata in un arido deserto. Sotto il dominio dei turchi ottomani, il governo aveva imposto una tassa per ogni albero e il risultato era stato il completo disboscamento del paese. Questo non sono io a dirlo, ma una serie di testimonianze scritte dei secoli 16°, 17°, 18° e 19° da diversi viaggiatori cristiani e non, quali Siebald Rieter e Johann Tucker, Arnold Van Harff e Padre Michael Nuad, Martin Kabatnik e Felix Fabri, il Conte Constantine Francois Volney ed Alphonse de Lamartine, Mark Twain e Sir George Gawler, HB Trstam, Samuel Manning, Sir George Adam Smith ed Edward Robinson e con loro molti, molti altri, descrissero la Palestina come essenzialmente vuota, fatta eccezione per le comunità ebraiche permanenti di Gerusalemme, Safed, Shechem, Ebron, Gaza, Ramleh, Acco, Sidone, Tiro, Haifa, Irsuf, Cesarea ed El Arish, e in tutte le città esistenti della Galilea: Kfar Alma, Ein Zeitim, Biria, Pekiin, Kfar Hanania, Kfar Kana and Kfar Yassif. Se lo desiderate scrivetemi e vi mando la lista completa delle citazioni con tutte le fonti.

Non possono essersi sbagliati tutti. È importante sottolineare il fatto che, mentre i racconti di una Palestina disabitata abbondano, non esistono resoconti che affermino il contrario. Non c’è una sola testimonianza scritta dell’epoca che dimostri una presenza araba significativa in Palestina, o che menzioni un ‘popolo palestinese’ residente.

E’ per questo motivo che Golda Meir, primo ministro israeliano, affermò nel 1969 che: “Non c’è mai stata una cosa come i ‘palestinesi’. Quando mai ci fu un popolo palestinese indipendente con uno stato palestinese? Questo fu la Siria meridionale prima della Prima Guerra Mondiale, e poi fu una Palestina che comprendeva la Giordania. Non fu come se ci fosse un popolo palestinese in Palestina, che si considerava ‘popolo palestinese’, poi noi arrivammo e li cacciammo, portando via il loro paese. Loro non esistevano." (Golda Meir, Primo Ministro Israeliano - Sunday Times, 15 Giugno 1969)

Come dimostrato dallo studio demografico di Justin McCarthy, (‘La popolazione della Palestina’), lo studio di Arieh Avneri (‘The Claim of Disposession’), il libro-ricerca di Joan Peters (‘From Time Immemorial’) ed altri, la popolazione araba dell’area registrò un enorme sviluppo SOLO durante questo periodo, cioè IN CONTEMPORANEA al ritorno degli ebrei in Palestina. Tra il 1514 e il 1850, la popolazione araba di questa regione era rimasta più o meno stazionaria, circa 340.000 abitanti. Essa cominciò improvvisamente ad aumentare dopo il 1855.

Ad esempio, gli egiziani guidati da Ibrahim Pasha giunsero in massa nell’800, cacciando letteralmente gli unici (oltre agli ebrei) che davvero vivevano in Palestina ‘da tempo immemorabile’, cioè i Drusi. Moltissimi arabi vennero in Palestina dalla Siria, dalla regione di Hauran. Soltanto nel 1831, ben 6.000 egiziani si stabilirono ad Acco (città che oggi dichiarano essere araba da millenni!). Secondo il rapporto ‘British Palestine Exploration Fund’ del 1893, gli egiziani avevano da poco ripopolato anche Jaffa, diventandone la maggioranza. L’immigrazione araba continuò ad aumentare durante la prima Guerra Mondiale.

Ora del censo del 1922, la popolazione araba era quasi raddoppiata arrivando a 589.177, fra cui 62.500 beduini.

Il censo britannico del 1931 (spesso citato da fonti anti-sioniste) mostra la popolazione araba a 759.700 unità residenti, compresi i beduini, accanto ad una popolazione ebraica di circa la metà. Il punto importantissimo che però viene omesso dal censo è il fatto che la maggior parte di questi arabi erano arrivati in Palestina da non più di 60 anni.

Gli inglesi tentarono di spiegare questo improvviso aumento di popolazione attribuendolo all’incremento naturale del nucleo arabo pre-esistente. Il punto è che la crescita demografica naturale non avrebbe mai potuto sostenere un simile aumento, come vedremo fra poco. Quindi l’unica spiegazione possibile è che molti arabi siano immigrati in Palestina illegalmente.

Cito una testimonianza da parte araba a conferma di questa immigrazione. Tewfik Bey el Hurani, governatore del distretto siriano di Hauran, ammise nel 1934 che in un periodo di soli pochi mesi (dall’aprile del 1934 al novembre 1935 ) oltre 30.000 siriani si erano spostati in Palestina. In totale, secondo Avneri, tra il 1931 e il 1947 entrarono in Palestina fra i 35.000 e i 40.000 immigrati illegali arabi, oltre ai 20.000 giunti regolarmente. Il censo successivo, quello del 1948, venne fatto in seguito ad un periodo di crescita economica senza precedenti e di continua immigrazione illegale araba. I siriani e i libanesi potevano entrare liberamente con soltanto dei ‘pass’ di confine, ed entrarono insieme ad immigranti da Somalia, Transgiordania, Persia, India, Etiopia e la regione di Hejaz.

Le leggi dell’Inghilterra Mandataria raccomandavano una supervisione all’immigrazione, ma raccomandava esplicitamente di concentrarsi solo su quella ebraica. Quindi, di fatto, i confini della Palestina rimasero aperti a tutti (tranne che agli ebrei).

Questa crescita abnorme nella popolazione araba divenne ben presto evidente. Il governo inglese era molto più preoccupato a monitorare il numero di ebrei che quello di arabi, ma dato che l’immigrazione era comunque sotto la responsabilità del governo inglese, quest’ultimo tentò di spiegare l’aumento di popolazione araba con qualunque motivazione atta a scagionare la Corona dall’accusa di negligenza.Cioè, con qualunque motivazione diversa dall’immigrazione illegale.

Ecco come il governo inglese definì le cause dell’aumento di popolazione araba. Cito testualmente:

“Una combinazione di circostanze uniche nella storia."

Per gli ebrei, “un tasso insolitamente alto (benchè non senza precedenti) di immigrazione"[23] e per gli Arabi, vale a dire, i musulmani, “un tasso elevato a livelli abnormi (ed, è possibile, senza precedenti) di crescita naturale nella popolazione esistente indigena”. [24] Gli inglesi affermarono ancora:

“Non si possono fare stime accurate circa il numero di Arabi che sono entrati in Palestina da terre arabe limitrofe …, ma si può riconoscere che i nove decimi circa della crescita è stata dovuta all’incremento naturale, ed è stata una crescita di oltre il 50% in 17 anni. Si tratta di cifre notevoli, specialmente in considerazione della credenza generale che la popolazione in Palestina sotto il regime ottomano era rimasta più o meno stazionaria”. [26]

Queste dichiarazioni sono diventate uno dei cavallini di battaglia della causa palestinese. Basandosi su queste dichiarazioni, si vuole dimostrare che la maggioranza araba in Palestina agli inizi del ‘900 indicasse l’esistenza di un popolo palestinese autoctono, o comunque dessero agli arabi un maggiore diritto su quella terra. Tuttavia, una prima smentita viene proprio dalle fonti inglesi, che si auto-definiscono in accurate. Ad esempio, il Dipartimento inglese per l’Immigrazione riconobbe piuttosto candidamente che i ‘registri’ relativi all’immigrazione non ebraica da paesi limitrofi come Siria e Libano erano ‘incompleti’; e che le incompletezze erano comunque ‘di impatto non rilevante’ dato che, come specificato nel rapporto, le registrazioni del Dipartimento avevano lo scopo di controllare solo ‘l’immigrazione ebraica in Palestina, secondo la capacità del Paese di assorbire immigrati’. Il rapporto assicurava infatti: “da questo punto di vista, le statistiche possono considerarsi ad un alto livello di accuratezza”. [32]

Troviamo dunque che il sistema britannico per il controllo dell’immigrazione non teneva nemmeno in seria considerazione l’immigrazione araba in Palestina. Le descrizioni della ‘politica mandataria’ presupponevano che soltanto l’immigrazione ebraica andasse monitorata. Tuttavia, il governo britannico si trovò ad un certo punto a dover ammettere vagamente questa ‘immigrazione illegale araba’ [37], proprio a causa della sua portata massiccia:

“Oltre a questo aumento di immigrazione registrata, sappiamo che un numero di persone entrano in Palestina illegalmente sia da paesi europei che adiacenti, per stabilirvisi in modo permanente” .[38]

Questo fenomeno però fu sempre minimizzato e definito ‘casuale’, e mai introdotto come un fattore determinante nel conteggio della popolazione nella porzione di Palestina che il Mandato aveva destinato agli ebrei.

Il Rapporto Hope-Simpson del 1930 ad esempio arrivò a contraddirsi apertamente. Mentre da un lato affermava che gli ebrei aumentavano grazie all’immigrazione (mentre gli arabi aumentavano grazie alla crescita naturale) in altre parti le pagine parlano di “una ‘considerevole’ immigrazione (illegale) araba in atto senza restrizioni, e proveniente da paesi quali la Siria, l’Egitto, la Transgiordania e il Libano, fra altri”. [39]

La maggior parte delle ammissioni del governo inglese di un’immigrazione illegale araba furono in qualche modo ‘camuffate’ dall’etichetta oscura e mai specificata di ‘immigrazione illegale non registrata’, o estesa approssimativamente ad ‘ebrei, arabi ed altri’ in modo generico. Ogni volta che l’immigrazione araba veniva alla luce (perché non poteva essere altrimenti), il rapporto aggiungeva invariabilmente che quel volume di immigrazione ‘must be insignificant’ (‘deve essere insignificante’) .

Pur continuando a dichiarare i nuovi immigrati illegali arabi come ‘popolazione indigena palestinese radicata nel Paese’, gli inglesi spiegarono che erano gli ebrei ad aver invaso il paese oltre la sua ‘capacità di assorbimento’ rubando spazio agli arabi. Il Rapporto giunse alla conclusione che gli arabi venivano ‘sradicati’ dagli ebrei, benché nelle sue stesse pagine esso ammettesse un ‘incontrollato afflusso di emigranti arabi illegali dall’Egitto, dalla Transgiordania e dalla Siria” .[58]

Parlando inequivocabilmente di ‘forza lavoro non-ebraica’, il Rapporto affermava che:

“L’ufficiale in capo per l’immigrazione ha fatto notare che l’immigrazione illegale attraverso la Siria e la frontiera settentrionale della Palestina è reale”. [59]

Inoltre, il Rapporto parla del “caso dello ‘pseudo-viaggiatore’ il quale, entrato con un permesso a tempo limitato, ‘continua’ la permanenza in Palestina dopo che il periodo di permesso è scaduto” e la definisce una “pratica comune” al punto da rappresentare una “ingiustizia verso gli ebrei”.[60]

Benché l’immigrazione ebraica fosse meticolosamente registrata, analizzata nel dettaglio e perfino stimata in anticipo deducendola dalle cifre imposte a priori dal governo inglese, ogni riferimento all’immigrazione illegale araba fu presentato in modo perlomeno ambiguo. Quasi senza eccezione, questa questione fu trascurata, negata oppure oscurata dall’attenzione preponderante sull’immigrazione ebraica, considerata come la ‘questione primaria’.

Ad esempio, il rapporto di un ufficiale arabo indica in modo inequivocabile che dalla primavera all’estate del 1934, da una delle tante aree arabe (al di fuori della Palestina) colpite dalla depressione e dalla povertà:

“Entrarono e si stabilirono in Palestina più arabi del numero totale di ebrei che, nel doppio di quel periodo di tempo nel 1934, erano stati ‘autorizzati’ ad emigrare nel loro designato ‘focolare ebraico’. "[52].

Questo significa che in tre/quattro mesi, da una sola località araba, entravano in Palestina più arabi illegali di tutti gli ebrei autorizzati in sei mesi. E che, all’immigrazione da questa località, andava sommata quella di tutte le altre aree arabe non palestinesi.

Nonostante questo, il rapporto ufficiale britannico per l’immigrazione in Palestina relativo a tutto l’anno 1934 [53] riporta una ‘immigrazione registrata’ di soli 1.784 ‘non ebrei’, con soltanto 3.000 “viaggiatori rimasti illegalmente”, e queste cifre dovrebbero rappresentare tutti gli immigrati arabi provenienti da tutti gli stati limitrofi alla Palestina!

Ironicamente, sono proprio le stesse cifre fornite dagli inglesi a contraddire in vari modi la loro teoria della crescita naturale.Secondo i dati ufficiali del censo dell’Impero Ottomano turco del 1882, in tutta la Palestina erano presenti soltanto 141.000 musulmani, sia arabi che non-arabi. Questo numero subì un’impennata vertiginosa arrivando a 650.000 arabi nel 1922, cioè un incremento del 450% in soli 40 anni. Nel 1938 quel numero sarebbe diventato oltre 1 milione, per un incredibile incremento dell’ 800% in soli 56 anni.

Secondo gli inglesi (e poi, gli arabi) l’enorme crescita del loro numero fu dovuto alle nascite naturali. Nel 1944 ad esempio, essi dichiararono che la crescita demografica naturale (nascite meno decessi) degli arabi in Palestina sarebbe stata rappresentata dallo sbalorditivo tasso del 33,4 %. Questo dato rappresenta quasi quattro volte il tasso corrispondente per lo stesso anno dell’Egitto, considerato fra i più alti al mondo.

Il tentativo inglese di spiegare questo aumento di popolazione araba come: “un tasso elevato a livelli abnormi (ed, è possibile, senza precedenti) di crescita naturale nella popolazione esistente indigena” non ha dunque fondamento. Nemmeno la prosperità economica e i miglioramenti nella sanità e nell’igiene introdotti dai coloni ebrei avrebbero mai potuto giustificare un aumento simile, che non si riscontra in nessuna popolazione al mondo di nessuna epoca storica.


Nota: Il 18 marzo 2008 ANSA ha divulgato un articolo nel quale il presidente egiziano Mubarak lancia l’allarme demografico nel suo paese. “La crescita demografica "inghiotte tutti i profitti della crescita economica", ha detto Mubarak, citato dal quotidiano governativo al Ahram”.

L’articolo ci informa che in Egitto si registra “un neonato ogni 23 secondi”. “Il Paese, con circa 80 milioni di cittadini alla fine dello scorso anno, è il più popoloso del mondo arabo. Il 32 per cento della popolazione ha meno di 15 anni ed è raddoppiata negli ultimi trent'anni”. Il tasso di crescita responsabile di questo aumento vertiginoso “é stato del 7,5 per cento nei primi sei mesi dell'anno fiscale 2007-2008”.

(fonte: ANSA. Link all’articolo:
http://www.mediterraneomarnero.it/joomla/index.php?option=com_content&task=view&id=550&Itemid=62

Nell’articolo ‘Proiezioni di Crescita Demografica’ (A cura de Il Pensiero Scientifico Editore - 25/10/2005) si afferma che: “Negli ultimi 45 anni, la popolazione asiatica è cresciuta del 129 %, da 1,7 a 3,9 miliardi; le proiezioni per i prossimi 45 anni indicano una crescita più modesta, con un aumento previsto del 33%, per arrivare a 5,2 miliardi di persone nel 2050. Per l’America Latina le proiezioni prevedono una crescita demografica del 39 %, da 0,56 a 0,78 miliardi. Ma in Africa la situazione è in netta controtendenza: le proiezioni di crescita della popolazione parlano di un + 100 % nei prossimi 45 anni (1,69 miliardi di persone nel 2050)”.

E’ chiaro che se un aumento del 7,5% è sufficiente a far scattare l’allarme in un paese come l’Egitto, o una crescita del 129% in 45 anni viene riportata come la più alta al mondo, tassi come l’800% in 56 anni o il 33,4% sono quantomeno inverosimili !!!

Fu Winston Churchill il primo a dover ammettere la verità sulla crescita demografica araba in Palestina. Nel 1939, Churchill finalmente affermò:

"Tutt’altro che perseguitati, gli arabi si sono affollati nel paese e moltiplicati fino a che la loro popolazione è cresciuta più di quanto tutti gli ebrei del mondo potrebbero risollevare la popolazione ebraica”.

Il riconoscimento di Churchill della massiccia immigrazione araba in Palestina fu confermato da molti, fra cui il governatore britannico del Sinai per il periodo 1922-1936, il quale ammise che:

“Questa immigrazione illegale non stava avvenendo soltanto dal Sinai, ma anche dalla Transgiordania e dalla Siria ed è molto difficile trovare una soluzione alla miseria degli arabi se al tempo stesso non si è riusciti ad impedire che i loro compatrioti provenienti dagli stati limitrofi entrassero a condividere quella miseria”.

[C.S. Jarvis, "Palestine," United Empire (Londra), 28 (1937): 633]

Secondo il Rapporto alla Lega delle Nazioni [63] presentato dal governo britannico nel 1937, il numero di arabi in Palestina era salito alle stelle, nelle parole di Churchill, “più di quanto tutti gli ebrei del mondo potrebbero risollevare la popolazione ebraica”. Tuttavia, questa prova cruciale ed evidente fu trascurata, non riconosciuta e soprattutto mai introdotta nell’equazione politica della Palestina.

Al di là del numero in sè, dobbiamo tenere a mente che questi arabi musulmani erano immigrati giunti da Algeria, Damasco, Yemen, Afganistan, Persia, India, Tripoli, Marocco, Turchia e Iraq. Nessuno di loro era nativo della Palestina. Tuttavia, i loro discendenti sono quelli che oggi si dichiarano ‘palestinesi’.

NOTA: SE anche il numero di arabi indigeni fosse stato effettivamente maggiore di quello degli ebrei (e così non è, ma ammettiamo per assurdo che questa sia la verità) non dimentichiamoci che nel 1920 il 77% DELLA PALESTINA FU CONSEGNATO AGLI ARABI CON IL NOME DI TRANSGIORDANIA (o Giordania) !! LA 'PALESTINA' DI CUI PARLIAMO OGGI RAPPRESENTA IL 23% DELLA PALESTINA ORIGINARIA, di cui un terzo finita sotto l'OCCUPAZIONE GIORDANA (e trasformata in 'West Bank') o ceduta da Israele alle organizzazione terroristiche (Gaza) in cambio di una pace mai arrivata.

IL POPOLO PALESTINESE NON ESISTE !!!!

Da dove arrivano allora i miti dei 'Palestinesi' abitanti della Palestina e derubati da iaraele della loro terra??

Ecco da dove.

Dopo due eclatanti sconfitte militari, gli arabi sembrano decidere di cambiare strategia e spostare il conflitto su un piano più ideologico che militare. La loro nuova strategia si rivelerà efficacissima.

Nel 1968 (a maggio) Arafat, leader di Fatah, diventa capo dell'OLP, e poco dopo dà ufficialmente alla luce la sua idea più geniale e micidiale contro Israele: il ‘nazionalismo palestinese’.

Pur ribadendo l'obbiettivo di distruggere Israele con la violenza, la Carta dell'OLP viene modificata. Il termine arabo per indicare il carattere "nazionale" del movimento passa da "qawmi" (nazionalita' pan-araba) a "wattani" (nazionalita' territoriale di un singolo paese arabo): e' la nascita ufficiale di uno specifico "nazionalismo arabo-palestinese", nonché dell’oggi noto ‘Popolo Palestinese’ (derubato della propria terra) e della relativa propaganda internazionale. I palestinesi arabi erano (e sono a tutt’oggi) etnicamente arabi (giordani, egiziani, siriani) abitanti della Palestina, cioè ‘arabi palestinesi’, così come gli ebrei potevano definirsi ‘ebrei palestinesi’. Da un punto di visto etnico-culturale, gli arabi di Palestina erano semplicemente arabi. Con la nascita del ‘wattani’ palestinese, agli arabi di Palestina viene associata un’identità etnica e culturale propria della Palestina che li avrebbe distinti dagli arabi di tutte le regioni limitrofe, dalle quali in realtà essi provenivano. Nasce così il ‘Popolo Palestinese’, abitante della Palestina ‘da migliaia di anni’, distinto etnicamente dagli arabi giordani, egiziani e siriani, e che può dunque rivendicare una propria ‘terra di Palestina’.

La conferma arriva, come sempre, dagli arabi. Prima ancora della partizione, furono gli stessi leaders arabi a negare l’esistenza di un popolo arabo palestinese distinto, anzi a rigettare perfino l’indentificazione di quella regione con il nome di Palestina! Gli arabi in ‘Palestina’ erano perlopiù immigrati siriani, e giustamente non si consideravano (e rifiutavano di essere cosiderati) come un’entità separata dagli arabi degli stati limitrofi. Alcune citazioni:

Auni Bey Abdul-Hadi, un leader arabo locale, dichiarò alla Commissione Peel nel 1937:

"Non esiste alcun paese noto come [Palestina]! ‘Palestina’ è un termine che i sionisti hanno inventato! Non c’è alcuna ‘Palestina’ nella Bibbia. Il nostro paese è stato per secoli parte della Siria”.

Il rappresentante dell’Alto Comitato Arabo alle Nazioni Unite rilasciò la seguente dichiarazione durante l’Assemblea Generale svoltasi a maggio del 1947:

“La Palestina era parte della provincia della Siria… politicamente, gli arabi di Palestina non erano indipendenti, nel senso che non formavano un’entità politica separata”.

Ancora, Ahmed Shuqeiri, che sarebbe poi diventato presidente dell’OLP, dichiarò davanti al Concilio di Sicurezza dell’ONU: “E’ comunemente noto che la Palestina non è altro che la Siria meridionale”.

Anche l’eminente studioso di storia mediorientale Bernard Lewis affermò a più riprese che:

“...il fondamentale senso di identità storica corporativa [degli arabi palestinesi] fu, a vari livelli, musulmano o arabo, o ancora, per alcuni, siriano; è significativo il fatto che perfino alla fine del Mandato nel 1948, dopo trent’anni di una separata esistenza politica palestinese, non ci fossero assolutamente libri in arabo sulla storia della Palestina…”.

(Bernard Lewis, ‘Semites and Anti-Semites: An Inquiry into Conflict and Prejudice’, (New York: Norton, 1999), p. 186).

E’ importante notare che il movimento nazionalista fra i residenti non ebrei di Palestina non si originò mai sul suo territorio, ma fu importato dall’Egitto, dalla Turchia e dalla Francia. Parkes scrisse che si trattava di un movimento: "esclusivamente politico nel senso più stretto del termine, e che mostrava poca consapevolezza dei problemi che giorno per giorno sarebbero sorti se i suoi obbiettivi politici fossero stati raggiunti”.

Scopriamo dunque che nella verità storica non c’è assolutamente traccia di un ‘popolo palestinese distinto’, ma solo di ‘arabi’: scoperta confermata a più riprese dai dati relativi alla popolazione originaria della Palestina, da quelli dell’immigrazione araba legale ed illegale, e da tutte le dichiarazioni arabe precedenti che confermano il fatto che il termine ‘palestinese’ era associabile più al popolo ebraico che non a quello arabo.

Affermiamo dunque che il ‘popolo palestinese’ come ci viene propagandato oggi, cioè esclusivamente arabo, legato alla Palestina da secoli (se non millenni) di storia, con una sua propria cultura e identità nazionale ‘palestinesi’, non è che un’invenzione politica successiva agli anni ’60.

Potrà sorprendere, ma esistono diverse dichiarazioni, proprio da parte dei militanti ‘palestinesi’, a conferma anche di questo. A conferma del fatto che il ‘nazionalismo palestinese’ arabo (come lo conosciamo oggi) sia proprio una colossale invenzione.

Ne cito solo una delle più eclatanti.

Zahir Muhsein, in un’ intervista al giornale olandese ‘Trouw’ avvenuta il 31 marzo 1977, dichiarò:

“Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è soltanto uno strumento per la continuazione della nostra lotta contro lo stato di Israele per la nostra unità araba. In realtà oggi non c’è differenza fra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. E’ soltanto per ragioni politiche e tattiche che noi parliamo dell’esistenza del popolo palestinese, dato che l’interesse nazionale arabo richiede che noi presupponiamo l’esistenza di un ‘popolo palestinese’ distinto che si opponga al Sionismo”.

“Per ragioni tattiche la Giordania, che è uno stato sovrano con confini delimitati, non può avanzare diritti su Haifa e Jaffa, mentre come palestinese io posso senza dubbio rivendicare Haifa, Jaffa, Beer-Sheva e Gerusalemme. Tuttavia, nel momento in cui reclamiamo il nostro diritto su tutta la Palestina, non aspetteremo neanche un minuto a riunire la Palestina e la Giordania”.

Chiaro no? Le sue chiarissime parole confermano ciò che il Primo Ministro israeliano Golda Meir aveva affermato già nel 1969 in un’intervista al Sunday Times:

“Non c’è mai stata una cosa come i ‘palestinesi’. Non fu come se ci fosse un popolo palestinese in Palestina, che si considerava ‘popolo palestinese’, poi noi arrivammo e li cacciammo, portando via il loro paese. Loro non esistevano." (Sunday Times, 15 Giugno 1969)

Ancora nel 1998, Farouk Radoumi, capo diplomatico dell’OLP, chiarì nuovamente il fine ultimo di quell’arma tattica nota come ‘popolo palestinese’:

“Appena lo Stato Palestinese avrà guadagnato un riconoscimento dalla maggior parte delle nazioni del mondo, come ci aspettiamo, la presenza israeliana su terra palestinese diventerà illegale e noi la combatteremo con le armi. La battaglia contro le forze israeliane è un diritto a noi riservato”. (Farouk Radoumi, al giornale dell’AP ‘AL HAYAT AL-JADEEDA’, 15 ottobre l998).

Per concludere, si può tranquillamente affermare che è soltanto negli ultimi decenni che il termine ‘palestinese’ è stato adottato dagli arabi, come se questo nome appartenesse esclusivamente a loro, fingendo di avere una lunga storia alle spalle ed una identità nazionale indipendente. Fino al 1967, come abbiamo visto, la maggior parte di coloro che si chiamano ‘palestinesi’ erano ragionevolmente soddisfatti della loro identità siriana o della cittadinanza giordana (o egiziana).

L’uso del termine ‘palestinese’ senza il suffisso ‘arabo’ e di espressioni quali: ‘Palestina occupata da Israele’ è servito allo scopo di confondere l’opinione pubblica, inducendo a pensare che ci sia sempre stato un popolo palestinese indipendente al quale non è stata offerta l’opportunità dell’auto-determinazione. In effetti, se anche fosse vero (che non è), un tale fallimento sarebbe più imputabile alla Giordania che non ad Israele, dato che la Giordania occupa la maggior parte di ciò che era nota in origine come Palestina anche senza la West Bank e Gaza.

Non c’è dubbio che si tratti di una delle più grandi e gravi falsificazioni storiche dell’era moderna.

Per metterla nelle parole di Joseph Farah, giornalista arabo-americano, editore e CEO di WorldNetDaily:
“Non esiste lingua nota come ‘palestinese’. Non esiste una cultura palestinese distinta. Non c’è mai stata una terra nota come ‘Palestina governata dai palestinesi’. I palestinesi sono arabi, indistinguibili dai Giordani (un’altra invenzione recente), i siriani, i libanesi, gli iracheni, eccetera. Teniamo in mente che gli arabi controllano il 99,9% delle terre in Medio Oriente. Israele rappresenta un decimo dell’ 1% della terra totale.

Ma questo è comunque troppo per gli arabi. Lora la vogliono tutta quanta. Ed è per questo motivo che, fondamentalmente, oggi si combatte in Israele. Avidità. Orgoglio. Invidia. Bramosia. Non importa quante concessioni di terra Israele faccia, non saranno mai abbastanza”.

Spero che questo getti un pò di luce sul conflitto. C'è ancora molto, molto altro da dire, per esempio sui profughi, sulle stragi ( Deir Yassin, Sabra e Chatila..) sui cosiddeti processi di pace (Oslo, CAMP DAVID,) eccetera.

Se la cosa vi interessa contattatemi e vi manderò altro materiale, completo di citazioni (soprattutto di esponenti ARABI) e molto altro.

Grazie ancora per l'interesse

Emanuela Crespi

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