STORIA
SCIENZE


MATRIMONIO E LIBERO AMORE 

Prof. GIOVANNI DE SIO CESARI
( www.giovannidesio.it )

Struttura dell'articolo
Introduzione  Quadro culturale    Ricerche etnologiche Matrimonio 
Matriarcato  Conclusioni

INTRODUZIONE

In questo articolo vogliamo indagare criticamente i fondamenti scientifici di una idea corrente e generalmente accettata sulla nascita del matrimonio in età preistorica secondo la quale esso nasce con prevalere del patriarcato che avrebbe sostituito il matriarcato.

Si ritiene che nelle società "primitive" preistoriche vigesse il libero amore, la possibilità cioè di una libera unione di tutti i maschi con tutte le femmine dell'orda primitiva. In questi gruppi vigeva il matriarcato: le donne che generavano i figli i cui padri erano ignoti costituivano il perno del gruppo primitivo, mentre i maschi si trovavano in un situazione che  definiremmo non tanto di di subordinazione quanto di marginalità. A un certo punto però  la struttura del produzione si modificò profondamente in quanto cominciò ad affermarsi il concetto di proprietà privata e quindi della necessità di lasciare in eredità ai figli le proprie ricchezze. Di qui la necessità della certezza della paternità: pertanto l'uomo pretende di possedere in esclusiva la donna, la sottomette e se ne  considera come il proprietario analogamente cosi come si considera il proprietario della terra che coltiva, degli animali che alleva, degli utensili che usa. La donna quindi diviene un oggetto, perde la naturale uguaglianza (anzi prevalenza) nei riguardi dell'uomo, e l'amore  ristretto nell'ambito forzato del matrimonio perde , la gioia ,la libertà, la spontaneità. perde insomma il  suo valore. Spesso si aggiunge che comincia anche la guerra, la violenza la repressione,la disuguaglianza, insomma ogni male.

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QUADRO CULTURALE

Va innanzi tutto finito il quadro culturale entro il quale la teoria precedentemente delineata ha preso corpo. Fino al '600 la cultura europea aveva una visione storica che univa due elementi fra di loro profondamente eterogenei. Da una parte si risaliva alle storie di Greci e dei Romani includendo anche gli antichi miti  , si  raccontava delle guerre del Peloponneso e di quelle Puniche ma anche,sullo stesso piano.  di Troia e di Romolo. Per il periodo precedente ci si allacciava alle storia bibliche a Mose,a Noe fino ad Adamo. Nelle cronache medioevale si passa da Noe a Romolo a Cesare per arrivare a descrivere  i fatti del proprio tempo, di questa o di quell'altra famiglia del proprio comune in una commistione che a noi moderni appare veramente  assurda. Nel 700 invece si rinuncia a collegare le storia biblica con quelle degli antichi: nasce una storia civile distinta da quella religiosa. Il "prima" dei greci  e degli antichi in generale non è più riempito dalla torre di Babele e da Abramo ma si pensa a un uomo primitivo, allo "stato di natura" da cui si era evoluto nel tempo  l'uomo della civiltà . Nella visione cristiana invece l'uomo di natura  non esisteva, l'uomo era stato  creato già interamente e pienamente uomo.

Nel 600 si cominciò nel pensiero politico ad anteporre un uomo "allo stato di natura" che segue cioè la natura come qualunque altro essere vivente e che solo in seguito forma lo stato e la civiltà. Appaiono due opposte valutazioni ( con tutte le loro combinazioni e sfumature possibile), una negativa e una positiva dell'uomo "di natura."  Ad esempio Hobbes ritenne che il "primitivo" fosse in una terribile stato di eterna guerra di tutti contro tutti: homo homini lupus (uomo come un lupo per l'altro uomo). Darwin fu scioccato da episodi di incredibile violenza a cui aveva assistito durante il suo famoso viaggio (come l'assassinio di un bambino che aveva fatto rompere delle uova) e  considerò i "primitivi" come dei bruti infinitamente lontani dall'uomo civile .  Rousseau invece vide l'uomo allo stato di natura come l'uomo genuino, l'uomo incontaminato dai vizi della civiltà e nelle sue opere e  propugnò un ritorno allo stato di natura anche senza rinunciare ai vantaggi della civiltà.

Il mito negativo o positivo del primitivo era poi alimentato dai racconti dei naviganti (in particolare dei mari del sud), racconti parziali, unilaterali, nati da rapporti superficiali ed episodici, spesso esagerati per stupire, per polemizzare. 

Ma veramente è esistito un tempo in cui gli uomini hanno vissuto allo "stato di natura"? 

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LE RICERCHE ETNOLOGICHE

Dall'inizio del '900 si sono avuti studi scientifici  ampi, approfonditi sulla vita dei "primitivi". Il risultato generale incontrovertibile è che non esiste l"uomo "allo stato di natura", il termine stesso di primitivo è sparito dal linguaggio scientifico anche se viene ancora usato per  motivi espositivi. L'uomo è partecipe sempre di una civiltà, di una cultura, ha sempre una sua visione etica, religiosa scientifica del mondo. Alcune culture che noi chiamiamo per convenzione "primitive" sono molto distanti dalle nostre ma non per questo i loro appartenenti sono più "naturali" e meno culturali. Anche l'idea che le culture "primitive" siano più semplici è risultata falsa: le regole di comportamento possono essere molto complesse,  i rapporti sociali particolarmente elaborati. Anche le rielaborazioni magiche animistiche non possono essere considerate come frutti di una mente immatura (Piaget ancora assimilava  la mentalità "primitiva" a quella dei bambini) ma alternative a quelle scientifiche, altrettanto razionali anche se hanno dato  risultati  inconsistenti (o almeno tali appaiono a noi)

La differenze culturali rendono difficile comprendere le regole altrui e pertanto possiamo avere l'impressione che esse non esistono. Così come i primi esploratori europei ritennero che i negri non sapessero veramente parlare perchè non riuscivano a decifrare suoni tanto diversi dai nostri. Condizioni di vita differenti, metodi di produzione tanto lontani dai nostri creano usanze, costumi diversi difficili a essere compresi ma anche  gli "altri " hanno la stessa impressione.

I bianchi americani ritenevano i pellerossa incivili perchè non capivano il senso della proprietà della terra ma questi credevano follia appropriarsi di un pezzo di terra: non è che gli uni avessero più "ragione" degli altri: semplicemente per popoli nomadi e raccoglitore come i pellerossa era privo di senso pretendere che pochi metri di terra appartenessero a un singolo ma era logico che un ampio territorio appartenesse a tutta una tribù che da essa traeva il proprio sostentamento. Per degli agricoltori come erano gli europei il sostentamento viene da un pezzo di  terra che viene dissodato messo a cultura , curata con pazienza e amore infinito, lasciato ai figli: se gli si toglie la sua terra gli si toglie il frutto di una vita di lavoro. Per il nomade la terra libera è la vita, per l'agricoltore la terra recintata e lavorata è la vita.

Qualunque gruppo umano ha quindi proprie leggi, regola matrimoni, esercita la giustizia, ha i suoi culti , non esiste l'uomo allo stato di natura.

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IL MATRIMONIO

Chiarito la prospettiva culturale moderna affrontiamo allora il problema della creazione del matrimonio. Esistono società "primitive" che ignorano il matrimonio? Intendiamo per matrimonio l'unione di un uomo e di una donna che hanno rapporti sessuali socialmente approvati con il fine fondamentale della procreazione di figli. 

In tutti i  gruppi umani è stato evidenziato la presenza di una qualche forma di unione socialmente approvata, in nessuna cultura si ammette che una donna possa accoppiarsi con chiunque: nessuna società ammette  il  "libero amore", nemmeno la nostra.

Naturalmente il matrimonio non deve avere necessariamente quelle regole che noi generalmente gli attribuiamo.

 Non necessariamente è un vincolo a carattere religioso (pare che non lo fosse nemmeno per i primi cristiani) anche se in genere una qualche propiziazione religiosa è sempre presente come d'altra parte per qualsiasi momento importante della vita (la nascita, la morte, la pubertà).

La monogamia  è  una caratteristica propria, peculiare dell'Occidente e dell'Occidente cristiano soprattutto: nel resto del mondo  la poligamia invece è (o meglio era)  la regola generale.

La indissolubilità, come è noto, è peculiare solo del cattolicesimo e fu dichiarato tale solo più tardi in pieno medioevo. Per la prima volta la Chiesa cattolica regolamentò ufficialmente il matrimonio con il concilio Lateranense IV nell'anno 1215 - Poi al Concilio di Trento ( 1545-1563 - da cui ebbe origine la Controriforma) rinforzò la regolamentazione del sacramento e l'obbligo per gli sposi della celebrazione davanti ad un parroco e di registrare la propria unione in un registro conservato nella parrocchia.
Di conseguenza in Europa erano solo gli uffici ecclesiastici a rendere ufficiali i matrimoni con la loro registrazione agli effetti civili. Un passo significativo verso una chiara separazione tra chiesa e stato e un indebolimento del ruolo delle chiese cristiane avvenne in Germania, quando il Cancelliere Otto von Bismarck introdusse lo Zivilehe (matrimonio civile) nel 1875. Questa legge rese legalmente valido il matrimonio davanti ad un ufficiale dell'amministrazione civile, e ridusse il matrimonio religioso ad una mera cerimonia privata per quelli che professano la fede cattolica e di conseguenza seguono le disposizioni ecclesiastiche.

I rapporti fuori del matrimonio non sono ammessi: ma in una prospettiva poligama la fedeltà riguarda direttamente  le donne e solo indirettamente l'uomo nel senso che  questo  ultimo deve rispettare le donne degli altri . Tuttavia la rigidità del divieto può essere più o meno forte: per alcune culture è prevista anche la pena di morte, per altre invece  vi è solo una sanzione di discredito,  (per inciso: nella nostra storia si è andata dalla lapidazioni delle adultere alla attuale "libertà sessuale"). In qualche cultura   (gli Inut) addirittura i mariti offrono le loro mogli agli ospiti ma è un fatto assolutamente eccezionale e non significa affatto che non ci sia una regolamentazione dei rapporti sessuali.

Non è possibile indicare caratteristiche comuni ai gruppi "primitivi" perchè non esiste una cultura "primitiva"ma infinite culture tutte molto diverse l'una all'altra: la grandi civiltà storiche (europea, mussulmana, indiana e cinese) hanno differenze meno marcate fra di loro di quelle esistenti  fra quelle "primitive". Tuttavia si possono fare delle osservazioni che ci spiegano come possa essere nata l'idea del libero amore presso i "primitivi".

Innanzi tutto il matrimonio, la famiglia come tutte le istituzioni sociali entrano in crisi nei momenti di estrema precarietà. Evidentemente nel momento in cui un gruppo si trova sull'orlo della estinzione  (situazione purtroppo molto comune quando i "primitivi" soprattutto quando incontrano gli europei) è difficile che le loro istituzioni possano reggere .Anche da noi guerre, rivoluzione, estrema miseria portano facilmente alla dissoluzione delle famiglie.

Nelle società "primitive" la procreazione assume una funzione assolutamente predominante. L'amore come lo intendiamo noi sia dal punto di vista  sentimentale che  di soddisfazione sessuale  diviene del tutto secondario: dal rapporto sessuale si cerca soprattutto i figli non il sentimento o il piacere anche se questi non sono affatto esclusi. E' del tutto irrealistica l'idea di popoli "primitivi" che abbiano un alto senso dell'amore: questo è un "lusso" per popoli ricchi .Sempre i "primitivi" mostrano di meravigliarsi per le nostre complicazioni sentimentali e sessuali: si fa l'amore per avere dei figli, tutto il resto è secondario. L'esigenza della procreazione è tanto  forte che può rompere le stesse regole del matrimonio: forse questo spiega anche la offerta di donne agli ospiti,  legata alla esigenza di avere sempre e comunque figli.

Possiamo quindi ritenere del tutto privo di fondamento scientifico l'idea che società "primitive" pratichino  il libero amore e pertanto anche che ciò avvenisse nel passato preistorico.

Possiamo azzardare una spiegazione dell'esistenza del matrimonio in tutte le culture che non può essere provata scientificamente ma che ci pare attendibile. E' sempre possibile sapere con certezza chi sia la madre ma la paternità  può essere solo dedotta dai rapporti sessuali che essa ha avuto. Pertanto è evidente che l'uomo intende istintivamente allevare i propri figli, che hanno il suo patrimonio genetico e quindi la necessità di regolamentare la sessualità per determinare con certezza la paternità. D'altra parte questo avviene anche nel mondo animale dove in genere i maschi scacciano gli altri maschi per evitare che si accoppino con le femmine, in alcuni casi addirittura (orsi e alcuni  primati) uccidono i figli per rendere le loro madri disponibili all'accoppiamento.

Si tenga poi presente che la gelosia di coppia è un sentimento assolutamente generale tanto da giustificare l'idea che esso non sia un fatto culturale  ma che affonda le radici nell'istinto stesso dell'uomo.

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IL MATRIARCATO

E' mai esistito un matriarcato che ha preceduto cronologicamente il patriarcato? E' idea comune che la risposta sia positiva: ma esaminiamo il quesito alla luce delle ricerche etnologiche e storiche. 

 Nelle grandi società agricole il predominio dell'uomo è una costante evidente collegata a una chiara  divisione dei compiti. La donna si occupa dell'allevamento dei figli e quindi della casa, l'uomo  provvede al sostentamento e alla difesa: tale  divisone dei compiti, specie in una prospettiva poligamica dà all'uomo una assoluta prevalenza. Questo non significa però che la condizione della donna sia uguale in tutte le civiltà. e nemmeno che essa evolva in parallelo alla civiltà stessa. Nelle civiltà dell'antica oriente pare che essa fosse migliore che nel mondo greco romano. La Grecia omerica pare dare maggiore spazio alle donne che non l'Ellade classica. La civiltà occidentale globalmente dà una posizione migliore alla donna che non le altre. dal 300 in poi almeno nelle classi superiori in Europa alla donna viene riconosciuto  una posizione di onore superiore   (civiltà cortese) pur restando intatta la predominanza maschile. La presenza nella storia di donne importanti (viene  addirittura registrato un faraone donna) sono eccezioni che non intaccano il principio generale del ruolo maschile .

Vediamo cosa avviene nelle società "primitive". Pure in questo caso non possiamo rintracciare un unico principio generale. In genere si ritiene che la posizione della donna sia molto bassa, che essa sia considerata alla stregua di una schiava. In effetti l'impressione nasce se il paragone viene fatta con la società contemporanea che afferma almeno in teoria, la uguaglianza dei sessi, e comunque con la società occidentale che mette in risalto particolare la posizione della donna. Se il confronto viene fatto invece con altre civiltà tradizionali agricole (India o Cina) l'impressione può essere molto diversa. In alcune comunità "primitive" la posizione è ancora più bassa ma in altre invece la donna riveste un ruolo più attivo e libero. In particolare in alcune società di raccoglitori i due ruoli maschili e femminili si distinguono appena. Da ciò nasce l'idea che vi possa essere stata uno stadio di matriarcato.

Ma in nessuna ricerca etnografica appare il matriarcato: la gerarchia uomo donna può essere piu o meno accentuata ma in nessun caso la donna assume di principio uno status superiore. Certamente nella realtà spesso le donne prendono in mano le situazioni, sono loro a assumere il ruolo direttivo  ma questo avviene anche nelle società agricole tradizionali dove se per principio spetta agli uomini il potere tuttavia spesso sono le donne ad esercitarlo in supplenza (mancanza e incapacità dell'uomo) e talvolta anche se solo  si dimostrano molto capaci. (esistono perfino donne capomafia ma non questo non significa che  questa organizzazione sia molto incline al femminismo)

Il matriarcato non va confuso con la parentela matrileare effettivamente esistente in alcune  culture "primitive". Secondo essa un bambino viene allevato ed educato non dal padre biologico ma dal fratello della madre che viene ad avere verso di lui lo stesso ruolo che comunemente noi assegniamo al padre biologico. Questo uso  appare "bizzarro" e in  verità è diffusa solo in pochissimi gruppi umani ma ha pure la sua ragione d'essere. Secondo la parentela patrilieare la donna entra a far parte della famiglia del marito (ne assumeva il nome anche se ora in Italia non piu):pertanto ogni famiglia viene ad essere costituita da persone che non hanno tutte legami genetici. Nel sistema matrileare tutti i membri della famiglia hanno vincoli di sangue: i mariti non entrano infatti nella famiglia della moglie ma vi entrano a pieno diritti i figli delle donne.

La cultura matrilienare non è però affatto una cultura matriarcale:  il ruolo del padre viene esercitato dallo zio materno anche esso un maschio, all'uomo spetta sempre  una posizione dominante,  la donna resta in una posizione subordinata. A una osservazione superficiale però la cultura  matrilieneare può apparire o essere assimilata a una cultura matriarcale e questo puo avere ingenerato l'equivoco che esistano società matriarcali e che poichè esse si trovano presso società molto "primitive" siano più antiche di quelle patriarcali.

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OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

Le attuali ricerche scientifiche, storiche e etnologiche non  supportano la idea diffusa  di un "libero amore" e tanto meno di un "matriarcato "primitivo. Direi che soprattutto ormai si esclude la esistenza di  uomo allo stato di natura : sempre e comunque gli uomini partecipano di una cultura. Potremmo allora pensare magari che qualcosa del genere sia stato presente negli "ominidi "che ci hanno preceduto.Non non si tratterebbe allora propriamente dell'uomo vero e proprio, cioè di noi stessi.

Se osserviamo però l'etologia dei primati da cui la nostra specie sembra discendere non vediamo alcun elemento  che possa suffragare una tesi del genere. Nei branchi di scimmia i maschi dominanti impediscono alle femmine di accoppiarsi con altri maschi, Quando anzi un maschio  entra in possesso di un harem di un altro maschio uccide  i piccoli per rendere le femmine subito ricettive a procreare dei piccoli che abbiano i suoi geni . La società delle scimmie è estremamente maschilista !

Tutto ciò non significa affatto che il modello del libero amor o quello del matriarcato sia un modello impossibile o che in un futuro più o meno prossimo o lontano possa anche diventare diffuso  nell'umanità.

Ma questo è un problema filosofico, etico, sociale: a noi compete in questa sede solamente accertare la verità storica riguarda la sua esistenza nel passato e non la sua possibilità nel futuro e tanto meno la sua opportunità.

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FINE

Prof. GIOVANNI DE SIO CESARI
( www.giovannidesio.it )


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