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109 c - LA SCOPERTA DELL'AMERICA

LA PRIMA RELAZIONE DI CRISTOFORO COLOMBO SUL VIAGGIO NEL NUOVO MONDO
SCRITTA IL 14 MARZO 1493, GIORNO DEL SUO RIENTRO IN SPAGNA
e GIUNTA AL TESORIERE DEL RE IL 30 APRILE 1493

Partito da Hispaniola il 16 gennaio 1493, dopo una tempesta nelle Azzorre,
rientrò a Lisbona e poi a Palos, ove sbarcò il 15 marzo.

La relazione del viaggio che pubblichiamo sotto è appunto del 15 marzo 1493
(in fondo la traduzione)








traduzione







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Lo sviluppo della navigazione e della colonizzazione spagnola assunse una fisionomia ben diversa da quella portoghese. Mentre il progresso portoghese fu il frutto di studi razionali, di un incessante lavoro e di sforzi ininterrotti, la Spagna andò debitrice delle sue fortune ad un unico evento ad essa favorevole.
E questo non si produsse neppure all'interno del popolo spagnolo, non fu opera di uno spagnolo, ma di uno straniero e di una energica regina, senza che il popolo se ne interessasse e neppur sapesse nulla dell'impresa che si tentava.


L'evento fu la scoperta dell'America. Per la Spagna essa volle dire: creazione di una marina che non aveva, trasformazione dello Stato spagnolo da potenza continentale in impero coloniale, da Stato ad economia agricola in Stato ed economia monetaria. Pensò solo all'oro, che dilapidò e fu poi anche la sua rovina.

L'autore della grande gesta fu un italiano. Non diversamente che per Omero, si è disputato molto sull'origine ligure o corsa dello scopritore dell'America. Ma la nostra epoca, che può contare su minuziose ricerche compiute in proposito dal d'Avezac, dall'Harrisse, dal Desimoni, dallo Staglieno e da altri, può con sicurezza affermare che Cristoforo Colombo, il quale come hidalgo spagnolo si trasformò in Cristoval Colon, nacque a Genova, probabilmente nella casa dell'Olivello, vicino a Porta S. Andrea, fra l'agosto e l'ottobre 1451, primo figlio di Domenico, lanaiolo e di Susanna Fontanarossa. Ebbero altri tre figli, Giovanni, Bartolomeo e Diego.

Domenico, verso il 1470 si trasferì con tutta la famiglia a Savona. Avviò i quattro figli all'arte della lana poi facendo poco affari, avviò i figli al piccolo commercio marittimo e questi abbandonarono definitivamente Savona. Cosicchè le condizioni finanziarie di Domenico peggiorarono, anche quando il figlio era già diventato famoso.
Nel '494, rimasto solo, Domenico chiuse bottega a Savona e rientrò a Genova. Qui possedeva due case, che dovettero essere vendute, ma non furono sufficienti i soldi per pagare i debiti. Alla fine del '94 mentre suo figlio stava sconvolgendo il mondo degli lucrosi affari, Domenico morì indebitato e povero.

Nel periodo nero di Savona, i figli quasi tutti intorno ai vent'anni cercarono di rendersi indipendenti. Il primo ad abbandonare la famiglia fu Bartolomeo, s'imbarcò dandosi per molto tempo alla navigazione. Il Portogallo era la meta prescelta dai navigatori liguri per i commerci che vi si svolgevano. Bartolomeo viaggiando molto, si appassionò così tanto alla cartografia allora usata, che presto iniziò ad essere così esperto da fornire alla marina dello Stato portoghese le ricercatissime carte nautiche. Divenne un lavoro ben pagato tanto da decidere di fare solo quello, e smise di navigare prendendo nel '72 la residenza a Lisbona. Questa passione lo trascinò a fare ricerche, a scoprire vecchie carte, testi, relazioni di naviganti. Mano a mano che scopriva questo "mondo" sommerso nei testi storici, che però riportavano geniali intuizioni, le folgorazioni furono così tante che sopraggiunse la passione per l'ignoto e i sogni fantastici.

Anche CRISTOFORO, quand'era partito il fratello da Savona, vedendo le disastrose condizioni economiche del padre lo aveva imitato; si era imbarcato anche lui - non sappiamo con quali funzioni, ma non avendo molti studi, probabilmente mozzo - compiendo alcuni viaggi nei porti del Mediterraneo allora in possesso dei genovesi, come Scio e Chio. Infine nel '74 lasciò la Liguria e si trasferì a Lisbona, raggiungendo così il fratello.

La passione di Bartolomeo fu subito trasmessa al fratello, e i sogni fantastici pure, però con un Colombo più deciso a realizzarli, fino al punto che cominciò a progettare l'impresa ritenuta una pazzia, quella di raggiungere le Indie via ovest. Ma dove trovare i mezzi? Colombo convinse il fratello di proporre l'impresa a Enrico VII re d'Inghilterra o alla corte francese.
Bartolomeo, sappiamo, partì per l'Inghilterra, portando in regalo al re perfino un suo planisfero, ma si attardò così tanto che Colombo, sempre più deciso a realizzare l'impresa, prima del suo rientro, aveva illustrato l'impresa sia alla corte del Portogallo sia in quella Spagnola, e ricevuto da quest'ultima i finanziamenti, aveva già allestito la spedizione ed era partito.

Ma torniamo a Lisbona nel 1474. Dopo il suo arrivo, la passione comunicatagli dal fratello lo portò a frequentare un cosmografo; tra un disegno e una carta nautica, e tra un viaggio e l'altro, conobbe sua figlia, se ne invaghì e nel 1479 prese in moglie Felipe Moniz, figlia appunto di Bartolomeo Parestrello, di professione cosmografo e capitano colonizzatore di Porto Santo, dove qui aveva raccolto mappe, portolani, antichi libri greci e arabi, appunti sulle rotte atlantiche delle coste africane, di Madera, e delle Azzorre; quest'ultima una importante base per tutte quelle gelose scoperte fatte dai portoghesi in Atlantico dovute al patrocinio e passione dell'infante Re Enrico amante del mare e che fu chiamato proprio "il navigatore", anche se lui non navigava. 

Tra il '74 e il '79 Colombo prima di sposarsi aveva nel frattempo compiuto un viaggio in Inghilterra, si era recato poi a Madera, e da Porto Santo molto probabilmente aveva navigato intorno all'Africa occidentale, sino alla Guinea.
E proprio a Porto Santo aveva conosciuto Parestrello. Fino a quel tempo Colombo non aveva avuta alcuna istruzione scientifica, ma solo quella fornitagli dal fratello oltre la sua esperienza di un paio d'anni come semplice marittimo. Con Parestrello invece si formò la sua cultura cosmografica e geografica; e diventato suo suocero Parestrello non si limitò a fargli leggere carte nautiche, ma i classici, Eratostene, Plinio (Storia naturale), Pausania, Zacuto, l'opera del card. Pietro d'Ailly, l'Imago Mundi e Piccolomini (Pio II Historia Rerum) che avevano trattato l'argomento con le concezione della distribuzione di terre e mari. Alcune errate, altre esatte ma Colombo queste ultime a quel tempo non lo poteva certo sapere: erano solo intuizioni, alcune sempre rifiutate, altre del tutto sconosciute ai più.

A Porto Santo ci rimase due anni; e oltre che aver l'Atlantico davanti, in casa aveva una raccolta impressionante di carte, di pergamene di libri.
Dentro la biblioteca del suocero si trovò circondato da un ambiente impregnato di tutte le leggende che si erano venute intessendo intorno alle lontane terre oltre l'oceano.
Morto il suocero, la suocera gli donò tutto.
Lesse avidamente tutti i libri che poté avere. Ma, siccome difettava di vera e propria cultura scientifica, si fece, in base alle sue letture, un sistema che in verità poteva andare a genio a lui solo, ma che tuttavia costituì una buona base per la sua ulteriore carriera. Nella biblioteca del suocero oltre quanto già detto sopra, lesse la Bibbia, nella quale lo attrasse particolarmente un passo del libro apocrifo di Efra, egli lesse Marco Polo, e forse anche scrittori romani, nei quali la convinzione della modesta larghezza dell'Oceano si trova già manifestata da Seneca.
Ben presto egli ritenne per sicuro che non doveva poi esservi una così gran distanza fra il gruppo di isole fronteggiante la costa africana e il paese dell'oro menzionato da Marco Polo; indubbiamente "Il Milione" gli accese la fantasia e gli fece nascere il desiderio di giungere al mitico Cipango o Zipungo per la via d'occidente.
Inoltre l'osservazione più preziosa che fece Colombo sull'isola, fu quella di riscontrare, che il vento costantemente spirava da ponente verso levante. E lui che era stato più volte alle isole Canarie, alle isole di Capo Verde, e alle isole Azzorre, conosceva anche quello che da levante spinge a ponente. La corrente del golfo delle due Americhe: le due Passat; una ti porta dall'Europa in America e l'altra ti riporta indietro.

 I documenti antichi raccontavano e citavano proprio queste correnti: "Son correnti che vanno e che vengono da una terra lontana". La corrente nell'andata infatti, sfiora le Azzorre, e nel ritorno la controcorrente sfiora le isole Canarie e quelle di Capo Verde. "Sono acque - si affermava "che partono e fanno ritorno dopo aver lambito terre lontanissime a noi ancora del tutto sconosciute".
Colombo nel suo lungo soggiorno a Porto Santo, la corrente l'aveva proprio davanti; ed avendo già viaggiato molte volte in quelle zone, la corrente la doveva conoscere molto bene.


Non abbiamo testimonianza di Colombo, se lesse anche le scoperte, a proposito dell'oceano Atlantico (e di una terra al di là del mare) fatte dai Cartaginesi, dagli Scandinavi, dagli Irlandesi, dai Normanni, dai fratelli Zeno. Sappiamo solo che ebbe molti contatti con Toscanelli e il Cardinale Martines, e questi sappiamo che tutte queste scoperte degli antichi le conoscevano benissimo, e sapevano pure quant'era la circonferenza della Terra.

A Lisbona infatti Colombo conobbe il dotto canonico: FERDINANDO MARTINES (o Martins) il quale fin dal 1474 era stato in corrispondenza con PAOLO dal POZZO TOSCANELLI, reputatissimo cosmografo fiorentino che aveva ideato un ardito piano di viaggio transatlantico allegandogli anche una cartina nautica. Di queste cose lui aveva parlato sia al suocero di Colombo e a lui stesso.
Martines rientrò poi in Vaticano qualche anno prima del viaggio di Colombo; e dopo di lui rientra pure a Roma un altro vescovo; lui viene dall'Irlanda, dall'abbazia di Stratflur, e ha con sé alcune relazioni di viaggi fatti dai vichinghi nel Vinland nel 992, nel 1029 e nel 1170. E non solo relazioni.
In una Storia ecclesiastica di Amburgo del 1070, compilata da Adamo da Brema, nel quarto volume, accennando alle isole settentrionali dice " il re dei danesi riferisce che oltre queste isole fu scoperta "da molti" un'altra grande isola a occidente chiamata Vinland, perchè ricca di viti selvatiche che producono un ottimo vino. Che vi prosperano frutti spontanei in abbondanza e un tipo di grano selvatico; tutto questo da veridiche relazioni danesi".

Se riflettiamo, la vite non poteva prosperare nè in Groenlandia, nè sulle prime coste del Canadà, perchè il suo limite massimo coltivativo in America si trova solo all'altezza el  47° parallelo. Che corrisponde al golfo di San Lorenzo.
Si accennava anche a un "grano selvatico", e questo sappiamo ha il suo limite al 44° parallelo. Che corrisponde a una regione fra Boston e New York. Per più di un secolo i vichinghi andavano e tornavano dal Vinland. 
Negli "Annali d'Islanda" dell'anno 1121,'c'è anche una nota "Erickr bykop leitadi Vinlandz"; il vescovo Erich va in visita nel Vinland". C'era dunque già un villaggio di vichinghi nel Vinland come narrano alcune saghe? Ma anche antiche saghe precolombiane quindi più a sud sembra confermarlo - quella azteca di Quetzalcoatl- parlavano di uomini bianchi, biondi, con occhi azzurri, che da mari molto lontani, su barche come serpenti e draghi (e le navi vichinghe sulla prua avevano teste di serpenti e di drago) approdarono alcuni secoli prima nella loro terra .
Questa storia raccontata in seguito dagli spagnoli (da Torquenmada) deve essere vera, perchè sarebbero stati poco partigiani nel raccontare un fatto dove non c'erano i loro avi come protagonisti, ma svedesi, visto che gli spagnoli non avevano certo occhi azzurri nè erano biondi. La storia udita, scrivendola la riportarono quindi fedelmente.
Ma come sapevano gli aztechi che esistevano uomini dagli occhi azzurri e dai capelli biondi? Di uomini simili in America non sono mai esistiti!
Famose e documentate nelle antiche saghe vichinghe, erano le relazioni di Erik il Rosso, e successivamente quelle di suo figlio. E quelle ancora più famose di Leif Erichsonn del 1001 che raggiunse il Massachustes (Boston gli ha dedicato uno splendido monumento) proseguite poi dal fratello Thorwald che però non fece ritorno perchè ucciso dai locali che usavano "frecce"(!)
Le relazioni di Leif Erichsonn alcuni storici le definiscono le più straordinarie fra tutte quelle esistenti nelle esplorazioni del mondo.

E più che probabile che il vescovo rientrato dall'Islanda, tutte queste saghe vichinghe le conoscesse molto bene. Pure lui era un appassionato cosmografo come Martinez.
E relazionando lui e Martinez al Papa, probabilmente furono messi in relazione molti fatti astronomici, geografici, nautici e anche le relazioni dei viaggi dei vichinghi.

Colombo, nel frattempo entrato dentro nel firmamento della cosmografia e con un progetto che gli martellava in testa, ricordandosi delle informazioni avute da Martinez, nel 1480 si mise in corrispondenza epistolare con lo scienziato fiorentino (1397-1482) - che allora era già un vecchio ultraottantenne - per avere altri ragguagli su quella lettera del '74, e questi nell'ultimo anno della sua vita gli scrisse incitandolo ad attuare il progetto per guadagnarsi gloria e merito imperituro. Queste parole fecero il loro effetto sull'animo infiammabile del marinaio insofferente di indugi ma anche ambizioso.
Toscanelli non solo gli spedì una lettera come quella del '74, ma gli aggiunse anche una nuova carta geografica nautica dandogli altri consigli, altre notizie nel frattempo venute a sua conoscenza, oltre i già detti calorosi incitamenti .
Colombo in base a questa carta ne disegnò un'altra grande, probabilmente ne aveva bisogno per mostrare la situazione delle terre e dei mari al di là di Gibilterra e poter convincere i finanziatori dell'impresa o ribattere ai contraddittori degli increduli. (La carta nautica, disegnata da Colombo é oggi conservata alla biblioteca naz. di Parigi, fu riscoperta solo nel 1924).

A quel tempo governava il Portogallo re Giovanni II. Era anche lui un appassionato di avventure marittime; Colombo infatti a lui si rivolse.
Progetto ardito, straordinario, ma nonostante il fervore di Colombo nel presentarglielo, il re pur entusiasta, non osò andare oltre le sue impressioni e la sua passione, nominò quindi una commissione per valutarlo.
La commissione, composta da vecchi capitani, studiò il progetto, ma conservatrice, diffidente e anche superstiziosa com'era, la commissione, esaminando quelle carte con lo scarso appoggio delle nozioni geografiche di allora, concluse respingendo il progetto, perché a suo giudizio "ineseguibile", l'idea era null'altro che una "fantasticheria".
La leggenda riporta che alcuni personaggi nella commissione affermarono che il progetto di Colombo, poteva solo uscire da una mente malata. Non se ne fece più nulla. Tutti i contatti s'interruppero.
Insomma a Lisbona Colombo non ottenne nulla, anche perché il Re era troppo impegnato nelle questioni interne ed in quelle africano-indiane. Allora egli si rivolse alla Spagna; ma anche qui il suo progetto si trascinò tra memoriali e discussioni scientifiche senza arrivare ad alcun risultato pratico.

L'oscurantismo religioso ebbe anche qui la sua parte. Colombo nell'esporre la sua idea, doveva vincere il sospetto che il suo progetto non contenesse opinioni incompatibili con la concezione della forma della Terra, quale é descritta nella Bibbia, cioè piana, e non rotonda, com'egli asseriva.
C'è da dire che nell'ambiente marittimo non c'era scienziato, geografo, matematico o anche semplice marinaio che non fosse entrato nell'idea di una terra rotonda. Ma un conto era pensarlo, un altro dirlo in giro.

La personalità religiosa di Colombo, non è mai stata approfondita. Forse potremmo scoprire, perché poi ci furono tante ostilità nei suoi confronti, e anche perché si ostinò a non accettare l'idea che le terre appartenessero ad un nuovo continente.

Sappiamo poco, ma conosciamo una sua citazione, dove afferma che "Lo Spirito Santo opera in cristiani, giudei, mori e altri di ogni possibile setta" (la sua sigla era proprio XMY, cristiani, mori, giudei) un'affermazione fortemente eretica in questo periodo. L'inquisizione, stava massacrando da dodici anni per queste eresie, e anche per molto meno, bruciava sul rogo sia ebrei che mori. Stava compiendo la più grande "pulizia etnica" mai avvenuta prima e dopo in Europa.
Alcuni affermano che Colombo era legato ai Templari, antidogmatici, che cercavano - aiutando lui - di vendicarsi dei roghi (fatti con gli avalli papali); un appoggio non tanto disinteressato, ma concesso per distruggere la visione dogmatica su cui la Chiesa fondava la sua autorità e dottrina.
E' certo un mistero il perché le vele delle tre caravelle di Colombo avevano bene in vista la croce templare; nessuno ebbe da ridire in anni così spaventosi; ma un motivo ci doveva pur essere. Lo "sponsor" era abbastanza chiaro a tutti. Ma in seguito non se ne parlò più.

Altri affermano che l'impresa fu possibile anche per il concorso degli ebrei, per via dei forti finanziamenti, anche se questi apparentemente uscirono dalla corte di Ferdinando "il Cattolico". C'e' forse l'appoggio di papa Alessandro VI? Proprio lui che guida l'inquisizione spagnola nell'espulsione degli ebrei? Tutto è possibile; era un Borgia! nipote (da parte di madre) del precedente Papa Callisto III (Alonso Borgia 1378-1458), nativo di Canais, nella Spagna, Catalana, Aragonese e che quando salì sul soglio pontificio nel '55, gli ebrei aragonesi lo indicavano non col nome Alonso Borgia, ma Alonso Borja, ed era l'arcivescovo di Valencia, più noto con il nome di Aharon Cybo, che era il nome di una famiglia smaccatamente ebrea. Qualcosa quindi non quadra, e il mistero s'infittisce.
Anche curiosa e singolare - subito dopo la scoperta- quella immediatezza di Papa Borgia nel tracciare la famosa "riga" Inter Caetera (ne parleremo).

Colombo non disarmò per la "bocciatura" , anzi decise di offrire il progetto alla Spagna, e nello stesso tempo, col medesimo intento, inviò il fratello Bartolomeo alla corte d'Inghilterra, e qualora da Enrico VII il progetto fosse stato respinto, di rivolgersi alla corte di Francia.

Di entusiasmo per il suo progetto in quegli anni Colombo ne aveva molto, ma era anche afflitto da un periodo di amarezze. Nel '486 già padre di famiglia, gli era morta la moglie, e non aveva nemmeno i mezzi per fare il viaggio in Spagna che seguitava a rimandare. Fu proprio per queste ristrettezze economiche che decise di lasciare Lisbona e stabilirsi a Cordova. Il caso (o altro?) volle, che in quel periodo per intensificare la lotta ai mori e agli ebrei, la corte si era insediata proprio a Cordova. Colombo ebbe qualche contatto con alcuni influenti personaggi per poter essere ricevuto dai sovrani. Ma si fermarono sulla porta.

A consolarlo in quei giorni oscuri, una dolce figura, una giovane spagnola, Beatrice Henriquez, che gli diede anche un figlio, Don Fernando (il suo biografo!)
Dall'Inghilterra nessuna notizia del fratello. Sfinito, lacero e affranto Colombo decise di tentare l'ultima carta, recarsi lui in Francia. Giunto a Palos, rimasto senza nemmeno i mezzi per vivere, chiese qualche piatto di minestra al convento di Santa Maria della Rabida. Il fato ci mette lo zampino? Forse.
Nel convento il padre guardiano, don Juan Perez, non era un semplice monaco, era stato un tempo il confessore della regina Isabella. Lo ascoltò con attenzione, e con le sue conoscenze geografiche apprese in convento, il progetto di Colombo non gli sembrò affatto quello di un folle, si offrì così di intercedere per lui presso la sovrana. In un momento molto particolare e favorevole.
La Spagna stava celebrando in quei giorni la definitiva "Reconquista".

Era il 2 Gennaio del 1491. A Granada, assediata da 80.000 soldati, cadevano le ultime due fortezze degli arabi, e l'ultimo sultano musulmano si arrendeva. Per la Spagna terminava la "guerra dei mori". Le feste a corte (e quelle religiose) si sprecarono. Isabella libera da ogni altra preoccupazione decise di ascoltare il suo ex confessore JUAN PEREZ e di promuovere lei e il marito Ferdinando il Cattolico, la vagheggiata spedizione.


Dopo la "Reconquista", una moneta d'oro con Ferdinando e Isabella

 

Il 17 aprile Colombo già sottoscriveva i patti coi Reali Spagnoli, mentre si allestivano per lui le tre caravelle.
Nominato Ammiraglio del Grande Oceano, il 3 agosto Colombo salpava da Palos.

Con lui il mastro cartografo Giovanni de la Cosa, il fratello Francesco, due bravi capitani Alonso Pinzon sulla Pinta, Vincenzo Pinzon sulla Nina, e 90 marinai come "compagni d'avventura". La Santa Maria ne aveva 50, le altre due caravelle ognuna 20.

Dopo 12 giorni giunsero alle Canarie, il 7 settembre ripresero il viaggio. Dopo altri 30 di navigazione, la Terra promessa ai marinai da Colombo non appariva. La leggenda narra che ci fu l'ammutinamento di alcuni marinai. Il Giornale di bordo di Colombo non ne fa menzione, ma qualcosa accadde: ad un'attenta osservazione del diario, traspare inoltre una velata inquietudine. E vi appare anche un inferiore riporto del numero di miglia percorse per non allarmare troppo gli equipaggi. Colombo era inquieto pure lui, sapeva quanto si era allontanato; tuttavia era determinato, anche perchè tornare indietro sarebbe stato un suicidio. Le provviste erano ormai solo per alcuni giorni ed erano in mare già da 30. Se girava le vele non sarebbero mai arrivati vivi in Portogallo.

Finalmente videro all'orizzonte la terra di un'isola. Era l'alba del 12 ottobre, il giorno natalizio del Nuovo Mondo. L'isola era piatta, scarsamente coperta di vegetazione ed abitata da selvaggi inoffensivi che la chiamavano Guanahani; Colombo ne prese possesso per la corona di Spagna e le diede il nome di San Salvador piantandoci subito la croce.
Ma siccome sull'isola non c'era proprio nulla da prendere, le navi spagnole proseguirono rapidamente la loro rotta e ben presto incontrarono delle terre di maggiore vastità, la cui natura insulare non poterono accertare subito. In seguito si vide che si trattava delle attuali Cuba e Haiti. Su quest'ultima Colombo decise di fondare la prima colonia spagnuola delle Indie Occidentali, dopo aver compiuto la circumnavigazione dell'isola ed averla battezzata Hispaniola (« piccola Spagna »).
Avendo la Santa Maria fatto naufragio, fu intrapreso con le altre due navi il viaggio di ritorno, nel quale dovettero superare ogni sorta di pericoli. La «Nina» andò a finire in un porto portoghese, e se poté proseguire per la Spagna lo dovette alla magnanimità di Re Giovanni; essa e la «Pinta» finalmente il 15 marzo 1493 gettarono insieme l'ancora nel porto di Palos. Di qui l'ammiraglio, portato in trionfo, si recò alla corte a Barcellona, dove ebbe grandiose accoglienze onorifiche e ricevette tutte le enormi ricompense che aveva pattuite nel caso di riuscita della sua impresa.

La scoperta e l'ardimentosa traversata sulle terre che si reputavano far parte dell'Estremo oriente, si diffuse in un baleno in tutto il mondo. Al grande ricevimento alla corte di Barcellona era presente PIETRO D'ANGHIERA, e fu lui a leggere la notizia ufficiale del resoconto del viaggio (la relazione che abbiamo pubblicata sopra) ; lo fece con tanto entusiasmo, poi volle commentare ed aggiunse anche d'altro oltre la notizia, disse che sospettava che non si fosse raggiunto il lembo più orientale dell'Asia, ma scoperto nuove terre, un NUOVO MONDO.
Non ci fecero tanto caso, ma la coniazione di "nuovo mondo" era ormai cosa fatta; ma perchè lo fosse di fatto ci sarà da attendere qualche anno per confermarlo.
Tuttavia già girava il noto verso popolare:

"Por Castilla y por León
un nuevo mondo hallò Colon"
(Per Castiglia e per León Colombo scoperse un nuovo mondo).


Ma se era come si diceva veramente nuovo, la scoperta di Colombo pose sul tappeto una grave questione: quella di regolare le zone in cui spagnoli e portoghesi potessero procedere ad occupazioni territoriali. La soluzione di tale questione, se anche si voleva in un primo tempo rimandare, si sarebbe dovuta inevitabilmente affrontare in seguito, poiché altrimenti erano da attendersi i più gravi conflitti tra le due nazioni rivali. E per evitare tali conseguenze, i Re di Spagna e di Portogallo convennero già nello stesso anno 1493 di farla decidere la questione davanti al supremo tribunale della Cristianità, cioè al Papa .


Papa Alessandro VI (il Borgia di cui abbiamo accennato sopra, era stato eletto il 25 luglio 1492; Colombo aveva iniziato il viaggio il 3 agosto) emanò non meno di quattro bolle per delimitare le zone di sovranità dei due paesi. Queste bolle per verità erano dal punto di vista geografico assai poco attendibili; ma tuttavia esse poterono servire di base per l'inizio delle trattative diplomatiche, che il 7 luglio 1494 condussero al trattato di Tordesillas, confermato dodici anni dopo da Papa Giulio II. A senso di questo trattato agli spagnuoli rimase assegnato l'Occidente, ai portoghesi l'Oriente del globo terrestre, con la famosa linea di divisione "riga Inter Caetera".

Tutto questo mentre Colombo e altri restavano ostinatamente fermi nella credenza di essere giunti nelle indie; e sempre fermi anche quando altri si avventureranno verso nuovi lidi e scopriranno e daranno il loro nome al "Nuovo Continente". Amerigo Vespucci nel 1499 toccherà il Brasile, mentre Caboto sfiora un lembo dei futuri Stati Uniti.
Ma siamo sicuri che nessuno lo sapesse fin dal primo giorno che era un nuovo mondo? E siamo anche sicuri dell'ostinazione di Colombo a non credere che lo fosse?. Come poteva Colombo ignorare Eratostene proprio ora! e dov'erano i 110-120 gradi che mancavano? Era sincero o fu bloccato dall'alto? Si voleva forse dar tempo agli spagnoli (a Ferdinando "il cattolico") di conquistare tutto il Nuovo Mondo? Negare anche l'evidenza per evitare la corsa degli altri?

Per dare questa risposta ritorniamo alla curiosa "riga Inter Caetera" del Borgia, che divideva l'Atlantico longitudinalmente esattamente al centro e quindi il mondo in due, ma tutto a favore della Spagna. Ai portoghesi fu lasciato quasi nulla; solo acqua, le Azzorre, le Canarie, Madera e le isole di C. Verde che possedevano già. La riga lambiva appena appena la "gobba" del Brasile nel Sud America. Neppure un Machiavelli avrebbe mai pensato a una riga così partigiana. Si ha proprio quasi l'impressione che Papa Borgia sapesse esattamente cosa c'era di là della riga. (l'attuale meridiano 40° di long.)

Forse non ignorava le relazioni del famoso Vinland vichingo, cioè l'America settentrionale, nè ignorava gli studi degli antichi, dei cartaginesi, dei romani, nè quelli raccolti e commentati dagli arabi.

Ma forse lo stesso CRISTOFORO COLOMBO tutto questo indubbiamente doveva sommariamente saperlo, le conoscenze, le relazioni raccolte e gli studi fatti da Martines, e dal suocero Prenestrello a Porto Santo, in Africa, quasi davanti al Brasile, che dista nemmeno un terzo del viaggio colombiano. Libri, Carte e Studi molto accurati, che non potevano lasciare spazio a dubbi persino a un provetto navigatore con i primi rudimenti di matematica. In sospeso restava solo la seconda ipotesi (ma anche questa era stata intuita da Eratostene, che accennava perfino all'esistenza in mezzo all'oceano di un altro continente messo tra le coste spagnole e le Indie) cioè che in mezzo esistevano altre terre. Poi la relazione del vichingo di Erik il Rosso (sempre in mano a Martines e al suocero) anche queste non lasciavano dubbi. Erano dettagliate e anche un distratto lettore poteva giungere a delle precise conclusioni (e probabilmente neppure al papa non erano di certo sfuggite dopo le relazione dei due prelati che abbimo narrato sopra).

Dunque Colombo, quando inizia a progettare il suo viaggio, in realtà forse nasconde a tutti l'effettiva distanza da percorrere, e si affida in cuor suo (ma siamo sicuri?) soltanto all'ipotesi di trovare altre terre e... non le Indie conosciute come il "Gipango" e il "Katai". Dai rapporti arabi che fin dall'anno 100 d. C. andavano e venivano in Cina (Ibn Batuta nel 1325 ne aveva fatti più di cento di viaggi) questi sapevano benissimo quanti gradi avevano percorso dal Golfo di Aden per arrivare a Canton.  Quindi sembra impossibile che Colombo non si rendesse conto di non essere nelle Indie, dato che mancavano per arrivarci altri due mesi di navigazione nel Pacifico. Espresse in miglia marine invece di 3000 miglia percorse, per arrivare "Gipango" (Cina-Giappone) c'erano altre 7.000 miglia di navigazione ancora da compiere (più del doppio).

Infatti i navigatori successivi, più matematici di lui, quando arrivarono nel 1497 sulla costa del Pacifico, sapevano benissimo quanti gradi mancavano per raggiungere la Cina.

Anzi prima ancora che Colombo partisse, Martino Behaim (il capo membro della commissione astronomica) aveva approntato un mappamondo dove i gradi sono quasi giusti, solo che mette quasi in mezzo all'oceano Pacifico il Gipango - Giappone (e solo perchè Marco Polo senza sapere veramente dov'era, l'aveva messo molto distante dal Katai (Cina), quasi in mezzo al Pacifico).

E dopo di lui, nel 1512, Lenox nel suo mappamondo, pur mettendoci una parte del nuovo mondo già in parte scoperto, il Cipango lo situa ancora, sbagliando ancora, dove oggi c'è il Canadà. Ma i gradi sono quasi giusti.

 

 

Eppure i due antichi metodi di Eratostene, il crivello e l'ombra dell' obelisco di Alessandria, erano infallibili. Anzi c'era già una specie di astrolabio.
Quindi appare singolare che Colombo non sapesse che le terre scoperte non potevano essere quelle dell'oriente. Anche dopo aver fatto superficiali e affrettati calcoli mancavano ancora come abbiamo visto ben 7.000 miglia!  Circa 120 gradi ! Contro i 50 che aveva fatto.
Ma appare molto strano un altro fatto: se davvero avesse pensato alle Indie, Colombo non avrebbe chiesto ai re di Spagna, Governatorati di reami per sé e i suoi eredi prima di partire. Mica avrebbe potuto governare le Indie (Cina) già governate dal Gran Khan. Indubbiamente lui pensava a terre nuove.

E questo lo pensavano tutti gli altri, infatti una pleiade di capitani e colonizzatori si era già lanciata sulla via del nuovo mondo: Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra, Olanda, le potenze marittime e commerciali di tutto quel secolo organizzarono audaci spedizioni per impossessarsi di questa parte del Nuovo Mondo, che solo Colombo credeva (ma possibile?) essere non altro che il vecchio continente, cioè l'Asia.

Nonostante la "riga caetera", ben presto si rivelò che per la pace avvenire si era concluso ben poco, perché i mezzi matematici ed astronomici allora disponibili non bastavano a determinare con precisione quella linea divisionale. La stessa Junta di Badajoz, che si adunò nel 1524 per eliminare i dubbi esistenti, non li abolì affatto, perché le opinioni circa la latitudine geografica di un gruppo di isole contestato divergevano le une dalle altre nientemeno che di 46 gradi. Non le buone ragioni giuridiche, ma l'avversione alla guerra portarono da ultimo ad un compromesso che eliminò la minaccia di conflitti.


Prima ancora che a Tordesillas si fosse adottata la nota spartizione, Colombo aveva iniziato il suo secondo viaggio, salpando il 25 settembre 1493 dal porto di Cadice con una nutrita flotta di 17 navi. I risultati di questa spedizione furono però più scarsi di quelli della prima. Furono bensì scoperte alcune di quelle isole vulcaniche cui, in considerazione della favolosa Antiglia, venne posto il nome di piccole Antille: cioé Dominica, Maria Galante, Guadalupe, Antigua, San Martino e Santa Cruz; fu anche avvistato Portorico. Ma per contrario un triste spettacolo si offerse ad Hispaniola, dove si trovò che il castello erettovi era ridotto ad
un mucchio di rovine e che i suoi difensori erano stati massacrati dagli indigeni.
Alla meglio Colombo ristabilì qui l'ordine; ma poi le sue non buone condizioni di salute lo costrinsero al ritorno che si effettuò felicemente, cosicché l'11 giugno 1496 poté rientrare a Cadice. I suoi fratelli Diego e Bartolomeo rimasero nelle Indie Occidentali come suoi vicari.

La preparazione del terzo viaggio andò già incontro a difficoltà assai maggiori, perché in Spagna le miracolose speranze concepite nel 1493 erano state sempre più abbandonate, e si era divenuti scettici, perfino troppo scettici circa i vantaggi che si sarebbero potuti ricavare dalla colonia. Soltanto il 30 maggio 1498 Colombo poté lasciare il porto di Siviglia con sei navi. Egli diresse la rotta verso sud-ovest; ciò lo condusse a toccare prima un'isola nuova, vale a dire l'isola della Trinità, e poi la costa del continente sud-americano al gran delta dell'Orenoco. Le immense masse d'acqua delle «fauci del drago» impressionarono talmente l'esploratore che egli ritenne necessario modificare le sue idee circa la rotondità della terra, attribuendo in questo punto alla sfera terrestre una gobba pronunziata.

Ritornato dopo ad Haiti, trovò che anche questa volta durante la sua assenza si erano prodotti disordini. Ma qui non erano stati gli indiani a rivoltarsi contro il vicario Bartolomeo Colombo; era invece uno spagnolo ostile ai fratelli Colombo, un furfante dal nome Francisco Roldan, che aveva seminato zizzania e indotto alla ribellione una parte della guarnigione spagnola. Solo per amor di pace l'ammiraglio, cui già cominciavano a sfuggire dalle mani le redini, gli concesse a costui una carica alla quale non aveva il minimo titolo. Invano; il governo spagnolo inviò come suo fiduciario un altro personaggio tutt'altro che rispettabile, Francisco de Bobadilla. Questi, giunto ad Hispaniola, si alleò coi nemici dei fratelli Colombo, e da questo momento cominciò a declinare la stella del grande scopritore.

Bobadilla e Roldan fecero incarcerare i tre fratelli e incatenati li imbarcarono per la Spagna, verso la quale si diressero più tardi anch'essi per difendere la propria causa. Se non che proprio la loro nave fu affondata da un ciclone, mentre i prigionieri su un'altra nave arrivarono incolumi in Spagna. Qui del resto si era già riconosciuto il torto inflitto ai benemeriti fratelli, i quali perciò, appena sbarcati, vennero liberati e pienamente riabilitati.
Però il nuovo governatore delle Indie, Nicola de Ovando, ristabilito l'ordine nella colonia, restituì, è ben vero, a Colombo il patrimonio che gli era stato confiscato, ma non volle ricollocarlo nella carica da lui precedentemente ricoperta. Colombo, dal momento del suo ritorno in Spagna, nel novembre del 1500, rimase privo di una occupazione adeguata al suo temperamento attivo ed operoso.
E forse Colombo sarebbe definitivamente restato nell'ombra, se la spedizione di Vasco di Gama non avesse posto agli spagnoli un nuovo problema, per la cui soluzione era necessario ricorrere ad un marinaio sperimentato.
I portoghesi erano diventati una potenza nell'India anteriore all'inizio del XVI secolo, e la Spagna vedeva tutto ciò con preoccupazione, perché con un altro passo avanti essi avrebbero potuto impadronirsi anche delle isole delle droghe (le Molucche), sulle quali essa, in base ad una interpretazione, per verità assai disinvolta, del trattato di Tordesillas, credeva di potere elevare delle pretese.

Era quindi seducente l'idea di trovare una via diretta per quelle isole che permettesse di raggiungerle senza dover toccare la zona riservata ai propri concorrenti. Colombo si prese l'impegno di trovarla. Così gli vennero ancora affidate quattro navi, con le quali mosse da Cadice il 9 maggio 1502, fermamente deciso di risolvere il problema che noi diremmo del transito per mare oltre l'America e che invece, secondo le sue convinzioni geografiche, era quello di aprirsi il passo attraverso lo sbarramento delle isole asiatiche, che credeva di aver raggiunto, per arrivare alle Molucche.

Questo quarto ed ultimo viaggio ha avuto una grande importanza geografica, per quanto il suo irraggiungibile scopo principale sia naturalmente venuto a mancare. Dopo una breve permanenza ad Haiti, Colombo navigò verso sud-ovest ed arrivò alla costa dell'Honduras. Qui, secondo la sua convinzione, doveva esservi un passaggio, e per trovarlo egli seguì fiducioso la costa verso sud sempre con la mira di ritrovare le terre asiatiche di cui aveva letto in Marco Polo ed Enea Silvio.
Le sue aspettative rimasero ripetutamente deluse, ma ogni volta che una speranza svaniva lui apriva il cuore ad una nuova speranza. Perciò il Veragua, «il paese dell'oro», il cui nome appare nel titolo ducale spagnolo dei discendenti di Colombo, fu da lui creduto la penisola di Malacca, e la sua illusione venne rafforzata dal vedere che gli indigeni del luogo, con cui ebbe contatti, avevano raggiunto un certo grado di civiltà.
Soltanto sulla costa del Darien il tenace uomo si sfiduciò e considerò perduta la partita; prese la via del ritorno con le navi che avevano quasi tutte dei danni consistenti, in qualche modo arrivò alla Giamaica, dove fu però costretto a fermarsi in attesa dei soccorsi chiesti a Hispaniola. Ovando spedì una nave per raccogliere i naufraghi e costoro con altre navi ritornarono nel novembre 1504 in Spagna.
La carriera dell'esploratore era finita. Infatti, appunto verso l'epoca del suo ritorno in terra spagnola, morì la regina Isabella, la sua protettrice, e suo marito, uomo di stato freddo
calcolatore, non mostrò alcuna voglia di proseguire su vasta scala la politica coloniale americana che sinora aveva recato ben scarsi frutti.
All'ammiraglio Colombo furono concessi tutti gli onori ed emolumenti spettanti al suo rango, ed egli avrebbe potuto comodamente vivere in posizione di riposo, se non lo avesse tormentato una cocente ambizione. Ben presto si rivelò che il suo fisico aveva gravemente sofferto per le formidabili fatiche materiali e la continua tensione di spirito: il 21 maggio 1506 lo raggiunse la morte, mentre si trovava alla residenza reale di Valladolid.
Come a lui vivo, così pure le sue ossa la sorte non volle concedere riposo; più volte esse dovettero ancora attraversare l'Oceano e soltanto nel 1898, l'anno che segnò la fine del dominio spagnolo in America, le ceneri del grand'uomo trovarono quiete definitiva nella sua patria d'adozione.

Colombo non fu né uno scienziato, né un soldato in senso vero e proprio. Ma appunto quell'insieme di varie qualità che in lui si riscontrava lo rese capace di compiere quelle gesta per le quali la sorte lo aveva scelto. Se egli avesse avuto una più elevata cultura scientifica, avrebbe arretrato di fronte alla straordinaria temerità della sua idea. Invece, appunto perché non aveva imparato se non quel tanto che bastava per convincere sé stesso e per completare i suoi progetti con appena qualche conoscenza scientifica, il suo animo ardimentoso, non privo di misticismo, poté raggiungere i grandiosi risultati che ottenne.

Colombo possedeva occhio acuto e sicuro, quando la sua mente non era sviata da superstizioni e pregiudizi. Egli notò le deviazioni magnetiche della bussola e la loro diversità a seconda dei luoghi, tenne dietro alle variazioni nell'aspetto del mare e nella natura del clima, comprese le peculiarità della razza umana e della flora della terra scoperta, e giustamente ritenne che quella serie di isole delle Antille altro non erano che frammenti di una striscia del continente asiatico (cioè tutto quell'arcipelago giapponese, delle Filippine e dell'Indonesia, citate da Marco Polo o dagli altri navigatori che a quei tempi raggiungevano la Cina).
Colombo credette di aver raggiunto, non un nuovo mondo ma l'Asia Orientale, e cercò di imporre con la forza questa sua convinzione anche ai propri subordinati.
Il suo errore ha fatto sì che anche oggi noi chiamiamo inopportunamente l'arcipelago da lui scoperto Indie Occidentali, e indiani gli indigeni di razza rossa: tutto ciò perché Colombo denominò «Indios» gli abitanti di quella che egli presumeva fosse la costa del Zipangu (Giappone) o India Posteriore. (oggi per distinguerli dai veri indiani si usa il termine "amerindi")

Ma il suo pregiudizio é stato pure la causa principale per cui il «Nuovo Mondo» non porta il nome del suo scopritore, ma si chiama America.
Si é in vari modi favoleggiato intorno alla pretesa pre-esistenza di questo termine geografico già molto prima di Colombo e di Vespucci. Ma sembra che siano solo opinioni architettate, ad es., dal Marcou (*), dal Lambert de St. Bris ecc.
(*) Ma a fondo pagina riportiamo queste singolari opinioni.

Dal 1499 si trovava nel Nuovo Mondo al seguito di pionieri spagnoli il fiorentino Amerigo Vespucci. Dotato di cultura letteraria, esperto anche in cose astronomiche, ed abile scrittore, il Vespucci si diede premura di informare per mezzo di lettere di tutto ciò che avveniva il suo amico Lorenzo dei Medici, signore di Firenze: e queste lettere furono stampate e tradotte in lingue straniere.
In Europa, fuori dalla Spagna si sapeva ben poco di Colombo. Solo il medico norimberghese Ruchamer diede notizie di lui in un opuscolo, il quale dimostra in modo originale la smania che aveva l'autore di germanizzare ogni cosa. Ad es., di «Cristoforo Colombo, almirante del mare» egli fece: «Cristoph Dauber (piccione, colombo), Wunderer (ammiratore) des Meeres».

Ed anche la parola America nacque in Germania. A St. Dié, cittadina dei Vosgi, esisteva all'inizio del XVI secolo una scuola promossa dai duchi di Lorena, il cui rettore era l'umanista Martino Waldseemüller (Ilacomylus, nel cognome grecolatinizzato). Qui fioriva lo studio della geografia, come ha ben dimostrato L. Gallois. Molte delle carte, date per perdute, del Waldseemüller, una delle quali già reca il nome America, sono state recentemente scoperte e pubblicate da j. Fischer e F. v. Wieser.
La stamperia di St. Diè nel 1507 pubblicò un compendio di cosmografia, nel quale il detto rettore fece la proposta di chiamare terra di Amerigo il complesso delle isole da poco scoperte, dal nome di colui che aveva recato il miglior contributo alla loro scoperta. Questa proposta cadde su terreno fertile. Già nel 1510 appare su una carta edita a Colonia la denominazione «Terra America».
I cartografi poi del decennio successivo, come Vediano, Schòner, Stobnicza, Pietro Apian ed altri, non si accontentarono di servirsi di queste note per l'arcipelago inizialmente indicato, ma lo estesero ai continenti settentrionali e meridionali che nel frattempo erano stati scoperti e conosciuti.

Quando si cominciò a saper meglio come erano andate veramente le cose era già troppo tardi. E così Colombo fu privato del suo diritto di primogenitura da un maestro di scuola tedesco, il quale peraltro aveva agito più per ignoranza e non per cattiveria.

 

(*) Riportiamo qui le opinioni del Marcou, riportate nei 2 grossi volumi "Razze umane viventi" apparsi nel 1926, con i tipi della Soc. Ed. Libraria, compilati da eminenti specialisti sotto al direzione di R. Lydekker.

"Quantunque gli abitatori bianchi degli Stati Uniti pretendano ora d'essere chiamati «Americani», questa denominazione, secondo il prof. Giulio Marcou, spetta per diritto a una tribù indigena, che abita, o che abitava, una catena montagnosa di quella parte che oggi chiamiamo America Centrale; questa Sierra Amerrique è posta fra il Lago Nicaragua e la Costa Mosquito. È vero che si è fatto derivare il nome «America» dal nome di battesimo del Vespucci, mercante fiorentino a Sybilia (Siviglia), che visse nello scorcio del secolo XV e nei primi anni del XVI e pretese di avere scoperta l'America (È provato che il Vespucci non affermò questo mai; ma gliene fu attribuito solo l'onore, avendo egli scritto molte relazioni sulle nuove terre. (N. d. T.).
Il prof. Marcou in una pubblicazione sull'origine del nome di «America» (edita a Washington nel "Report of the Smithsonian Institution" del 1888) afferma invece che il nome del Vespucci era Amerigho (?) e che l'ortografia venne alterata in Amerrigo a San Dié, nel 1507, per fargli onore dopo la conversione al Cristianesimo del Nuovo Mondo. Quel che è certo è che il Vespucci non ha scoperto l'America e che il nome « Amerrique » è indigeno.
D'altra parte, Cristoforo Colombo sbarcò nel 1502 nell'America Centrale a Cariai e Carambaru, dove trovò degli indigeni portanti al collo degli specchi d'oro. Le due località nominate sono tanto vicine alla regione ora occupata dalla tribù Amerrique e alla Sierra omonima, che, secondo lo scrittore sopra ricordato, è da ritenersi certo il fatto che Colombo ebbe notizia del nome « Amerrique » e lo usò al suo ritorno in Europa per indicare una delle varie tribù indigene e il paese ricco d'oro che egli cercava.
Se le ipotesi sono conformi al vero, è chiaro che il nome di « Americano », se anche può usarsi in senso più lato di quello che non abbia il suo significato originario, spetta però di diritto ai soli aborigeni del Nuovo Mondo e non alle razze bianche che vi sono in seguito sbarcati e ne hanno raccolto l'eredità. Invece, per una strana corruzione di nomi gli aborigeni del Nuovo Mondo, quando non siano chiamati Pelli Rosse, vengono indicati coll'appellativo di Indiani, denominazione che, invece, spetta, naturalmente, agli abitanti della penisola Indiana. Nonostante però l'erronea applicazione di queste due denominazioni (Americani e Indiani), non c'è neppure da pensare oggi di voler introdurre delle rettifiche, che non farebbero altro che portare confusione e in sostanza sarebbero del tutto inutili, pertanto noi continueremo a chiamare Americane le razze bianche e Americani i locali, cioè i superstiti di quegli indigeni che popolavano tutto il continente, prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo".
(2° vol. pag. 427 dell'opera sopra citata)

 

Qualcosa del genere accadde anche in Europa ai tempi delle conquiste romane. Una delle prime tribù che incontrarono nelle loro campagne oltr'alpe, si chiamavano "germani"; e pur essendo questa una delle 70-80 tribù che allora erano stanziate sull'Elba e sul Reno, i Romani chiamarono poi le successive tribù che incontrarono tutte con lo stesso nome: "Germani" e in seguito tutto il territorio: "Germania".

Abbiamo detto più sopra che due furono i più bramosi
di conquistare la maggior parte del nuovo mondo
Portogallo e Spagna

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