2. - L'ANTICHISSIMA CIVILTA' GRECA


Le attuali rovine della città di Troia

I rinvenimenti archeologici in suolo greco non vanno sinora al di là del periodo neolitico. A questo periodo appartengono i residui, i più antichi venuti in luce, che lo Schliemann ha scoperto nel sottosuolo dell'antica Ilio, ed uno strato neolitico é stato pure trovato sull'Acropoli di Atene e nella località ove sorgeva Cnosso a Creta; di modo che le origini di queste città sicuramente risalgono a quell'epoca; ulteriori scavi proveranno che a quello stesso periodo appartengono molte altre città greche. Fra il materiale scoperto troviamo, accanto ad armi ed utensili di pietra, vasi di argilla di fattura assai primitiva, fabbricati semplicemente a mano, di rozza creta non depurata nera o rossiccia, non dipinti, ma adorni soltanto di fregi a graffio di stile geometrico.

A poco a poco cominciò poi a diffondersi la conoscenza dell'uso dei metalli. Già in quell'antichissimo strato messo in luce a Troja si sono trovati sporadicamente alcuni utensili di bronzo; nello strato immediatamente superiore, quello della «seconda città», come la chiama lo Schliemann, l'uso del bronzo diviene poi più generale, benché la suppellettile in pietra continui ad esservi numerosa. La ceramica in complesso é sempre a quello stesso stadio primitivo come la precedente, tuttavia ora i vasi presentano con sempre maggior frequenza forme barocche, tentano di riprodurre figure di animali e spesso pure il coperchio è fatto a forma di una testa umana, mentre i manichi sono costruiti a forma di braccia (le così dette « urne a volto umano »).


Muri, costruiti con piccole pietre cementate con argilla, se ne trovano già nella stratificazione più antica; la « seconda città » era già protetta da vere e proprie mura di fortificazione e mostra all'interno i residui di un - anche se molto primitivo - «palazzo», il quale senza dubbio serviva di abitazione al capo della città.

La civiltà che qui riscontriamo ebbe una larga diffusione; essa si estendeva a tutte le isole e coste del mare Egeo e persino a Cipro. Che si tratti di una civiltà preellenica non ci sembra possa esserci dubbi per quel che riguarda Creta e Cipro, giacché non é possibile far risalire la colonizzazione greca di queste isole a tempi così precoci; ma da ciò naturalmente non consegue ancora che gli analoghi giacimenti archeologici scoperti ad Atene ed a Troja abbiano necessariamente da essere preellenici e quindi anteriori allo stanziamento indogermanico. E' vero che noi non siamo in grado di discernere se non le forme esterne di questa civiltà, e tali forme, specialmente nelle epoche primitive, si comunicano facilmente da un popolo all'altro. Se i Greci al momento della loro immigrazione nei paesi del mare Egeo conoscessero già l'uso dei metalli, é incerto, e gli ulteriori dati che ci può porgere la linguistica comparata e l'etnografia comparata per farci un concetto del loro stato di civiltà in quell'epoca rendono verosimile che essi allora si trovassero in uno stadio di sviluppo inferiore a quello che ci mostra la «seconda città» di Ilio, per lo meno per quel che ha tratto all'incivilimento esteriore.

I Greci infatti allora devono essere stati un popolo seminomade di pastori, tali quali i loro parenti Celti e Germani, erano ancora parecchi secoli dopo. La loro principale ricchezza consisteva negli armenti. L'agricoltura occupava un posto secondario ed era in sostanza curata solo dalle donne, condizione di cose questa che si é perpetuata fino ai tempi storici presso alcune popolazioni greche rimaste indietro nello sviluppo della civiltà, come gli Atamani delle valli del Pindo. Per vestirsi si servivano in gran parte di pelli d'animali, però non era loro ignota l'arte della filatura e della tessitura, e del pari essi erano capaci di modellare rozzi vasi d'argilla.
Quando si trovavano in migrazione la loro abitazione era il carro tirato da buoi; nei periodi di soggiorno alquanto prolungato in uno stesso luogo erigevano delle leggere capanne di legno col focolare nel centro in modo che il fumo usciva dalla porta. Verosimilmente i Greci non conobbero o almeno non cominciarono ad usare le costruzioni in pietra se non nella loro nuova conquistata patria.

In questa antica civiltà dell'Egeo le influenze orientali, se pur vi furono, ebbero una parte molto scarsa. Gli oggetti in avorio venuti in luce mettendo allo scoperto i giacimenti archeologici di quel periodo dimostrano che non mancò un certo commercio con l'Egitto o con la Babilonia; e tale commercio dovette naturalmente diventare sempre più attivo col procedere del tempo. Si é creduto per lungo tempo che intermediari di questo, traffico fossero i Fenici; essi, secondo questa opinione, avrebbero avuto nelle loro mani il commercio dei mari greci ed avrebbero fondato numerose colonie sulle loro coste. Tale credenza era, basata anzitutto sugli accenni al commercio fenicio che si riscontrano nell'epopea, poi sulla leggenda della immigrazione di Cadmo dalla Fenicia, e finalmente sulla circostanza che nelle leggende greche antichissime é spesso menzionato un eroe Phoenix, nel quale con molta ingenuità si credette di scorgere un «rappresentante mitico » dei Fenici, mentre, come già dimostra il suo nome di una ottima grecità («quegli che è rosso del color del sangue »), egli altro non é che una ipostasi del dio del sole.

Ne é minore abbaglio il credere che Cadmo sia immigrato dalla terra di Canaan, mentre la leggenda intendeva alludere alla Fenicia celeste, al regno della luce, dove dimora il dio solare Phoenix, fratello di Cadmo. Se i Greci chiamano Fenici i Cananei, ciò non è altro che una traslazione del nome dal cielo alla terra, un'attribuzione cioè di esso a quel popolo che abitava sull'estremo lembo orientale delle sponde del Mediterraneo, nel paese dove sorge il sole.
É un fenomeno di traslazione analogo a quello cui i Negri vanno debitori del nome di Etiopi. E per quanto concerne l'epopea, essa fa menzione di mercanti fenici soltanto nelle sue parti più recenti, ma non ha il benché minimo accenno a "colonie" fenicie. Del resto gli scavi eseguiti nel perimetro del Mar Egeo non hanno sinora messo in luce alcuna traccia per quanto piccola di stanziamenti fenici, anzi pure i prodotti dell'industria fenicia, o mancano del tutto nei giacimenti che risalgono ad epoca anteriore all'VIII secolo, oppure vi si trovano assai sporadicamente. I Fenici dunque e la loro pretesa influenza dovrebbero essere cancellati dalla storia greca antichissima.

Certamente invece l'ampio sviluppo e la conformazione accidentata delle coste del Mare Egeo dovette di buon'ora sviluppare nelle popolazioni che tutt'intorno lo abitavano le attitudini marinare, ed é verosimile che la navigazione qui si sia sviluppata prima ancora che sulla costa della terra di Canaan scarsa di porti. Ad ogni modo la terminologia nautica greca dimostra che i Fenici in questa materia non furono affatto i maestri degli Elleni; e nella colonizzazione di Cipro i Greci precorsero i Fenici, nonostante quell'isola sia molto più vicina alla Siria che non al Mar Egeo degli Elleni.
Raffigurazioni esistenti. su monumenti
egiziani ci mostrano che gli abitanti delle coste dell'Egeo già nel XV secolo intrapresero regolari navigazioni verso la valle del Nilo, e le scoperte archeologiche fatte in Egitto di prodotti dell'arte manifatturiera dell'Egeo non lasciano dubbi di sorta che questo traffico risalga per lo meno al principio del 2.° millennio, ed è verosimile che sia anche di un'epoca ancora più antica. Il punto di partenza a tale scopo designato dalla stessa natura era l'isola di Creta che relativamente è così vicina alla costa settentrionale dell'Africa; e in conseguenza di tali rapporti gli egiziani esercitarono per primi una efficacia e intensa influenza.

Queste influenze si fecero sentire, come vedemmo, già nel periodo più antico della civiltà dell'Egeo o, come lo si é denominato per rispetto a Creta, nel periodo protominoico; esse poi sul passaggio dal 3.° al 2° millennio contribuirono a far sorgere un nuovo periodo di civiltà. Ciò non va inteso nel senso che la civiltà dell'Egeo si sia egittizzata; dall'Egitto vennero assimilati soltanto i processi tecnici più progrediti e ne derivarono impulsi d'ogni sorta, come ad es. l'impiego della ceramica egiziana o l'imitazione di pietre incise egiziane. Nel resto però l'arte cretese di quest'epoca manifesta un naturalismo vivace, quale vanamente si cercherebbe in Egitto. La scultura e la pittura hanno già raggiunto un rispettabile grado di perizia artistica, mentre nel periodo «troiano» ne troviamo ancora appena i primi inizi; nella fabbricazione dei vasi spunta ora la policromia, i vasi presentano su fondo nero degli ornamenti a colori, motivi di piante e decorazioni geometriche (il così detto stile di Camares).

 

Nelle metropoli dell'isola, Cnosso e Festo si ergevano vasti palazzi regi. Era pure in uso in quell'epoca a Creta una specie di scrittura geroglifica, che però é completamente indipendente dalla egiziana ed é derivata da una antica e rozza scrittura pittografica indigena. Da questa così detta civiltà «medio-minoica» si svolse poi nel corso della prima metà del 2° millennio la civiltà micenea, denominata così dal principale centro da essa avuto sul continente greco, ove abbiamo imparato per prima a conoscerla. Ma dopo gli scavi fatti negli ultimi anni non può esservi dubbio che essa ebbe il suo punto di partenza ed il suo vero e proprio centro a Creta. Di qui si diffuse poi nelle regioni litoranee del mare Egeo e più oltre sino a Cipro, ed il commercio trasportò le sue produzioni ancora più in là sino in Egitto e nella stessa arcaica Sicilia.

L'epoca litica può dirsi in questo periodo completamente superata; armi ed utensili sono costantemente di bronzo; invece il ferro non si incontra che qua e là nei giacimenti più recenti ed è esclusivamente adoperato per farne oggetti d'ornamento. La lavorazione del metallo ha già raggiunto un alto grado di perfezione tecnica; come dimostrano le riproduzioni di fiori di loto, di palme e di animali orientali, si lavorava in parte su modelli egiziani, ma superando di gran lunga questi ultimi per naturalezza. Anche i motivi decorativi sono originali, caratteristiche specialmente la spirale e la seppia. I lavori in ceramica, così per la forma dei vasi come per la decorazione, sono strettamente affini ai lavori in metallo, salvo che nei vasi di quest'epoca mancano tuttora quasi completamente le rappresentanze di scene della vita umana od anche semplicemente le riproduzioni di quadrupedi o di uccelli.

Anche la policromia viene abbandonata; i vasi sono di una argilla giallognola, gli ornamenti di color rosso cupo, e questi dapprima son fatti con colori opachi, poi con quella lucente vernice che da allora rimane caratteristica della ceramica greca. L'uso di pietre incise come sigilli diviene generale; le figure di essi presentano in massima parte quei demoni, propri dell'arte orientale, con corpi umani e teste d'animali, ovvero forme di animali diversi combinate a costituire esseri fantastici. La scultura e la pittura cominciano a Creta ad inclinare già verso il convenzionalismo.

L'architettura è quasi interamente al servizio dei principi. I palazzi di Cnosso e di Festo vennero ora trasformati con magnificenza; essi presentano grandiose scalinate e vaste sale rette da colonne e raggruppate intorno ad ampie corti. I pavimenti erano coperti di lastre d'alabastro, ed anche le pareti erano incrostate d'alabastro o adornate di affreschi. Oltre a questi ambienti di lusso v'erano poi numerosi magazzini, ove si custodivano in anfore di dimensioni gigantesche i prodotti agricoli: vino, olio, derrate, e fors'anche, come é costume ancora oggi a Creta, abiti ed altri oggetti d'uso. Palazzi analoghi, benché di dimensioni minori e non così sontuosi, si trovano a Tirinto, a Micene, ad Atene ed in altre residenze regie del continente greco. Qui i castelli reali sono protetti contro gli attacchi nemici da mura costruite di colossali blocchi di pietra di forma poligonale, e le porte sono alle volte adorne di sculture, come nel caso della famosa porta dei leoni a Micene che con la sua stilizzazione araldica delle forme di questi animali ricorda modelli analoghi dell'Asia anteriore.


Come i principi viventi si costruivano ricchi palazzi, così ai principi morti si erigevano tombe sontuose. Alle semplici tombe a fossa, come quelle che si trovano sull'acropoli di Micene e che appartengono alla età proto-micenea, si sostituiscono ben presto tombe a volta, vere cupole sotterranee costruite di enormi blocchi di pietra sovrapposti in modo che ogni fila sporge in fuori rispetto a quella sottostante cosicché da ultimo tutta l'area della tomba resta coperta e nella volta non é lasciata che una apertura circolare per permettere il passaggio della luce; un corridoio coperto con lo stesso sistema serve di ingresso al sepolcro.


l'esterno e l'interno

Il più grandioso esempio di simili tombe ci è offerto dal così detto tesoro di Atreo (nell'immagine sopra) ai piedi dell'acropoli di Micene; qui si trova pure un'altra serie di minori costruzioni della stessa specie; altre se ne riscontrano sparse in tutto il mezzogiorno e l'oriente della Grecia, dalla Trifilia e Laconia sino alla Tessalia.
Le scoperte archeologiche peraltro, per quanto ricche, non possono in sostanza rispecchiare se non il lato esteriore di una civiltà. Vero è che dalla pictografia del precedente periodo si era già svolto in quest'epoca un vero e proprio sistema di scrittura che verosimilmente è una scrittura sillabica del tipo di quella cipriota; nelle rovine dei palazzi di Cnosso e di Festo...

 

... si sono trovate numerose lastre di terracotta con simili caratteri, ma esse sinora sono state poco decifrate. Noi quindi sapremmo ben poco del carattere intrinseco della civiltà micenea se l'epopea greca non avesse le sue lontane radici in questa età.

Certo i canti epici a noi pervenuti son sorti in un'epoca di parecchi secoli più tardi; ma già la grande perfezione della tecnica epica dell'Iliade e dell'Odissea ci dimostra che a queste epopee deve aver preceduto un lungo periodo occupato da canti eroici. Come l'Odissea ha derivato dall'Iliade innumerevoli termini ed intere formule e versi completi, così ha senza alcun dubbio fatto l'Iliade di fronte a canti epici più antichi; è caratteristico che molte parole non si incontrano che in queste formule traslate, e quindi erano evidentemente già sparite dal linguaggio usuale e lo stesso poeta le intendeva imperfettamente. Laonde tali formule costituiscono i più antichi e venerandi residui che in tutta la letteratura greca siano arrivati sino a noi. E sono esse che hanno conservata viva nell'epopea la memoria di un'epoca da lungo tempo tramontata.

Nulla di più sicuro che l'epopea omerica è sorta nell'età del ferro; malgrado ciò le armi offensive recate dagli eroi d'Omero e gli utensili di cui essi si servono sono quasi sempre di bronzo; dal che consegue che per questa parte l'epopea non rispecchia le condizioni della propria età ma quelle dell'età micenea; e siccome queste armi di bronzo si trovano menzionate in innumerevoli formule epiche, e soltanto in esse, è chiaro che anche le formule risalgono all'età
micenea, il che a sua volta é una prova che già a quel tempo esistettero canti epici, i quali, se anche non composti in esametri, lo erano in ogni caso in metro dattilico e seguivano gli stessi principi metrici che vigevano nell'età omerica e nell'epoca classica.

È per questa via che il ricordo della «Micene ricca d'oro» e dalle «ampie strade», confermato così splendidamente dalle scoperte dello Schliemann, si è conservato sin nell'età omerica, cioè in un'epoca nella quale Micene era decaduta alla condizione di una borgata insignificante.


Una generale veduta della Micene di oggi.
1) PALAZZO IMPERIALE - 2) TOMBA DI AGAMENNONE (nell'immagine sotto)
3) PORTA DEI LEONI - 4) LE MURA - 5) FONTE PERSEIA - 6) TOMBA DEL TESORO DI ATREO

Ora se l'epopea collocava il re di Micene alla testa dell'impresa nazionale diretta contro Troja, non vi può esser dubbio che furono principi greci quelli che regnarono nella rocca dei leoni, il che risolve, per quel che ha tratto al continente greco, la questione della nazionalità dei popoli rappresentanti la civiltà micenea.
L'Iliade ci mostra i re come dotati di un potere assai ampio, limitato in complesso scarsamente dai diritti della nobiltà e quasi del tutto indipendente dalla volontà popolare. I superbi castelli, gli splendidi palazzi e le sontuose tombe regie dell'età micenea non lasciano dubbio che questo quadro rispecchi fedelmente le condizioni dell'epoca; costruzioni simili presuppongono che i re potessero disporre ad arbitrio in larga misura delle braccia e della capacità tributaria dei loro popoli. Indubbiamente quindi già i Greci dell'età micenea, non diversamente dai poeti dell'epopea, considerarono la dignità regia come una istituzione stabilita da Giove e la persona che volta a volta la rivestiva come un essere di natura superiore, ed il re esercitò già allora, e con poteri anche più ampi che in seguito, la triplice funzione di capo supremo dell'esercito, di supremo giudice e di sommo sacerdote.

È probabile pure che già a quell'epoca stesse accanto al re un consiglio di anziani, composto dei capi delle famiglie nobili, mentre gli affari più importanti erano portati dinanzi all'assemblea popolare, la quale, secondo la vivente pittura che ce ne fa Omero, non aveva altro diritto che di ascoltare le proposte del re e di confermarle col suo plauso. È fuori di dubbio inoltre che l'ordinamento gentilizio del popolo in tribù (file) ed in genti (fratrie) esisteva già allora, poiché esso é più antico della colonizzazione delle isole e dell'Asia Minore ed in generale é indissolubilmente collegato ai primi inizi della società ellenica.

Deve del pari risalire nella sua sostanza al periodo miceneo anche la religione greca, quale noi la troviamo nell'età omerica. Certo le idee sulla divinità erano più rozze che non nell'età omerica. Come gli Egiziani si rappresentavano i loro Dei in figura umana ma con teste di animali, così faceva anche l'arte dell'età micenea; alcuni residui di queste antiche concezioni, come ad es. l'idolo di Demetra con la testa di cavallo venerato a Figalia, si sono conservati molto avanti nei tempi storici. E di esse troviamo pure le tracce nell'epopea; gli appellativi di Athena e di Hera che noi traduciamo con le frasi «dagli occhi di civetta» e «dagli occhi di vacca» e che erano intesi a questa modo già dai poeti dell'epopea omerica, significano alla lettera invece «dalla faccia di civetta» e rispettivamente «dalla faccia di vacca », e non può esservi dubbio di sorta che questo fu il senso originario di tali termini e che Athena ed Hera nell'età micenea furono concepite con la testa di civetta e di vacca e così raffigurate.

Siccome il culto degli dei celesti é comune a tutti i popoli indogermanici, é indubbio che i Greci lo recarono con se al momento dell'immigrazione nell'Ellade; ma siccome d'altro canto i nomi degli dei greci, fatta eccezione per il dio supremo Zeus, e per sua moglie Dione, non si riscontrano presso gli altri popoli della stessa razza, é da ritenere che l'ulteriore sviluppo di questa religione nelle forme sue particolari sia avvenuto soltanto in suolo greco. Questo svolgimento ha avuto un duplice stadio; da principio, a misura che la nazione ellenica si andò diffondendo nella penisola, avvenne un processo di differenziazione così nelle concezioni religiose come nei nomi degli Dei, di modo che la religione assunse forme diverse nelle diverse regioni, forme che peraltro rimasero sempre le medesime nella sostanza; é questo un processo che trova la sua esatta analogia nella differenziazione dei vari dialetti nelle diverse regioni.

Naturalmente anche la religione della popolazione preellenica esercitò la sua influenza sullo sviluppo della religione greca, in maniera perfettamente analoga a come i Greci più tardi nella loro espansione coloniale al di fuori della penisola ellenica accolsero in gran parte i culti che trovarono nei paesi nuovamente occupati e sin dove fu possibile li assimilarono alle proprie idee religiose; se non che è assai difficile, se pure non é completamente impossibile, sceverare singolarmente questi culti di cui era avvenuta la recezione già nell'età premicenea dai culti greci antichissimi.
A questo periodo di differenziazione seguì più tardi, e come vedemmo per l'appunto nell'età micenea, un periodo di integrazione nel quale dal caos dei culti locali emerse un piccolo numero di divinità che giunse ad ottenere la generale venerazione dell'intera nazione greca o per lo meno di una assai larga parte di essa; e prima di tutto vi assursero naturalmente le divinità tutelari delle città primarie.
Così ad es. l'Hera micenea scalzò presso la massima parte della nazione dal suo posto di regina degli Dei l'antica moglie di Zeus, Dione. Questo processo di integrazione continuò anche nell'età post-micenea; soltanto allora infatti pervennero ad ottenere generale riconoscimento in qualità di Dei nazionali l'Heracles tebano e l'Asclepios tessalico, senza peraltro aver la forza di conquistarsi nella opinione nazionale una autorità pari a quella degli antichi abitatori dell'Olimpo.

Accanto agli Dei della luce stavano gli Dei delle tenebre, dimoranti nell'interno della terra, le divinità ctoniche. Mentre agli Dei del cielo si bruciavano olocausti, affinché il fumo portasse in alto le esalazioni fragranti, le vittime offerte alle divinità ctoniche venivano invece sepolte nella terra. Forme analoghe aveva il culto dei defunti il quale, come dimostrano gli edifici sepolcrali sontuosi e la ricca dotazione delle tombe, aveva una così grande importanza nell'età micenea. È assai verosimile che a questo culto non fosse estranea la pratica dei sacrifici umani, che vediamo menzionati tuttora nell'Iliade in occasione dei funerali di Patroclo, in un passo che é desunto (indubbiamente) da canti molto più antichi dei fatti raccontati.
I templi nel senso posteriore del termine erano ancora estranei all'età micenea; gli Dei della luce secondo l'antica consuetudine Aria erano venerati in boschi sacri e su cime elevate di monti, mentre le divinità ctoniche si adoravano nelle caverne (ancora oggi nella Valle del Peneo). Così pure non si collocavano ancora immagini degli Dei nei luoghi sacri, che anzi erano concepiti come la dimora della divinità in persona; si avevano però per il culto domestico piccoli idoli che venivano custoditi in cappelle familiari e qui adorati (tuttora sono in Grecia disseminate a migliaia queste piccole cappelle, spesso anche in luoghi isolati, in mezzo alle foreste, ecc.).

Il quadro che ci presenta l'incivilimento del bacino dell'Egeo nell'età micenea é quello di una civiltà relativamente assai sviluppata, di una civiltà che sotto molti aspetti non la cede alle antiche civiltà orientali del Nilo e dell'Eufrate.
Ma benché i Greci abbiano compartecipato a tale civiltà e benché tutta la cultura greca posteriore abbia in ultima analisi le sue radici in essa, il suo carattere ci rivela che essa non é un esclusivo prodotto dello spirito greco; i Greci l'hanno trovata già esistente, l'hanno adottata dal di fuori e se là sono assimilata soltanto esteriormente.
Poche comunità sopravvissero alla "colonizzazione" greca che raggiunse il suo apice nel VII sec. a. C. Conquiste che provocarono il profondo mutamento socio-economico della Grecia arcaica. Ancora nel VI - V sec. a. C., i greci con le loro "conquiste", nell'assoggettare altri popoli, "saltarono da un 'isola all'altra da una città all'altra, e si gonfiarono come ranocchi in uno stagno" scrisse un antico.
Infatti la allora già bimillenaria civiltà Trace, dai greci fu spazzata via.
Tutta la mitologia greca, così i famosi tocchi magici dei loro dei nella creazione del grande "miracolo greco" é interamente mutuato dalla Tracia; Dionisio era trace, e così suo padre Zeus. In lingua trace dio significa proprio Zeus, e Nysos significa giovinetto. Dunque, Dio-nisio é il giovinetto figlio di Zeus. Dei che solo nell' VIII secolo cominciarono a conoscere i Greci, quando nei primi commerci scoprirono le sponde e le città trace del Mar Nero, e lì scoprirono il mondo degli dei traci; una società cavalleresca che si presenta a loro come una aristocrazia celeste con tratti umani e una grande libertà morale. E una religione superiore che eclissò quella ancora aborigena animistica com'era fino allora quella greca.

Così Apollo (ritrovato recentemente a Dupljaja nel Banato) era idolatrato in Tracia 2000 anni prima di quello greco. Ad Apollonia sul Mar Nero (allora Trace) fondata nel V sec. proprio  dai greci, eressero una statua ad Apollo alta tredici metri (scultore Calamide) ma era in onore del dio trace affinché proteggesse la Grecia. Lo stesso Orfeo e l'orfismo era trace.
Insomma, che questa zona, la Tracia-Dacia sia stata agli albori della preistoria europea, cioè prima della nascita della civiltà egea e il vero centro etnico di tutti i futuri popoli europei antichi e le rispettive culture, l'archeologia e la linguistica, lo stanno sempre di più confermando le nuove recenti scoperte archeologiche.
Ma già in Omero troviamo qualche accenno.
Quando parla dell'eroe Reso, che "ha un armatura e un cocchio tutto d'oro", il "cavallo più bello del mondo", "veloce come il vento"; lo fa spuntare fuori come un mitico eroe di tempi remoti. Ma non sbaglia Omero con i "tempi remoti"! Accenna a un "trace", e proprio a Varna è stata scoperta una necropoli con oggetti (monili, scettri ecc. ) in puro oro a 24 carati, e una armilla a lamine d'oro, come quelle della maschera di Agamennone a Micene. Soltanto che il tutto è di 2000 anni prima della caduta di Troia, 1000 anni prima della colonizzazione della Grecia, dell'Argolide, dell'Attica, di Creta, della Tessalia, dell'Elide, e dell'Illiria.
Scrivono gli storici romani del tempo (30 a.C. - 200 d.C.) che sono stati i romani ad aver introdotto la vite e aver civilizzato la Tracia (le diedero perfino un nome - Rom-ania). Nulla di più falso, perchè scopriamo nell'opera di Omero che "le navi trace quotidianamente portavano a Troia anfore di eccellente vino". La vite non solo era già conosciuta in Tracia 3000 anni prima, ma con un tipo di luppolo fabbricavano già una birra e un distillato simile al whisky. Del resto Dionisio (Bacco per i Romani) e Cibele (culti introdotti prima in Grecia poi ufficialmente a Roma nel 205 d.C.) sono entrambi non di origine greca ma trace.
Quanto alla scrittura, ricordiamo che sui Balcani, a Karonovo e Gradesnica, sono state recentemente (anni 1970-78) scoperte le famose Tavolette Tartarie. Un "giallo" nella datazione. Queste tavolette risalgono al 3500 anni a.C. e quindi anticipano l'invenzione della scrittura fatta dai sumeri o egiziani (tutt'oggi contesa). Altrettanto un sigillo cilindrico in argilla identico a quello dei sumeri, trovato a Karanovo. Insomma le ultime scoperte ci dicono che qui nel 4000 a.C. c'era un area culturale del tutto autonoma dalla Mesopotamia, dall'Egitto, e da Creta; e che addirittura le precede.


A Creta, dove, per quanto ci é dato sinora vedere, questa nuova civiltà ebbe il suo centro e dove essa raggiunse il suo massimo grado di perfezione, la popolazione preellenica ha continuato a sussistere in parte fino all'epoca classica; é quindi fuor di dubbio che nell'età micenea essa occupava una porzione di gran lunga maggiore dell'isola ed è assai verosimile che, al tempo del fiorire di questa civiltà, di Greci stabiliti nell'isola non ve ne fossero ancora affatto. Gli affreschi del palazzo reale di Cnosso non lasciano quasi dubbio in proposito, gli uomini che vi sono raffigurati recano come unico vestimento un corto grembiule attorno alle anche, allo stesso preciso modo dei Keftiu degli affreschi egiziani dei tempi della 18a dinastia (XV secolo a. C.) le donne portano lunghe vesti con volant legate strettamente alla vita, ma la parte superiore dell'abito é così aperta da lasciare scoperto tutto il seno.
È una foggia di vestire questa che è del tutto contraria all'uso Ario e che infatti contrasta pure assolutamente con le fogge descritte da Omero, é una maniera di vestire che poteva introdursi solamente presso un popolo che aveva in precedenza abitato in un clima caldo e non da un popolo immigrato dalle rigide contrade del Nord, come erano i Greci. E se per ipotesi volessimo ammettere che i Greci dopo avere preso possesso della loro nuova patria abbiano adottato le fogge di vestire locali, non comprenderemmo poi perché essi appena pochi secoli dopo siano ritornati alle loro antiche fogge. Ognuno sa infatti quanto i popoli dell'antichità siano stati conservatori nei riguardi della loro maniera di vestire.

Gli oggetti d'oro che si sono trovati nelle tombe dell'acropoli di Micene e nella tomba a cupola di Amicle (Vafio) nella Laconia sono di manifattura cretese e verosimilmente pervennero nel continente greco in seguito a bottino fatto nell'isola; la loro grande perfezione tecnica é in contrasto stridente con la rozza fattura delle stele delle tombe micenee, certamente lavorate sul luogo. Del pari l'arte ceramica cretese si trova ad un grado di sviluppo assai più elevato di quella che si manifesta nei vasi lavorati a Micene. Lastre di terracotta con scrittura sinora non se ne son trovate che a Creta. Se pertanto i palazzi reali di Cnosso e di Festo rimasero distrutti dal fuoco durante il periodo del maggior fiorire della civiltà micenea per non essere più ricostruiti o per lo meno per essere sostituiti soltanto da meschini edifici, é verosimile al massimo grado che questa catastrofe sia stata una conseguenza degli assalti dei Greci.
Ciò non costringe peraltro a ritenere che l'occupazione del paese da parte dei Greci sia avvenuta immediatamente dopo; la conquista di un'isola così vasta come Creta, compiuta dai Greci, ha dovuto evidentemente richiedere uno
spazio di secoli.
Il ricordo di quel periodo preellenico di fiorente civiltà cretese si è conservato nella leggenda del dominio dei mari che avrebbe posseduto Minosse, ed in quelle del Minotauro e del Iabirinto. Chi visita oggi il palazzo di Cnosso vede dappertutto scolpito nella parete il disegno della doppia ascia, il labrys, come la chiamavano i Carii, il simbolo di Zeus Labrayndos, da loro venerato qual dio supremo ancora in epoca storica. Di qui il nome di Labirinto, rimasto sempre a questa località. Quando poi il palazzo fu caduto in rovina, l'andirivieni delle innumerevoli camere e corridoi da dove non si poteva districarsi se non con pena per trovar l'uscita ha dovuto porgere copioso alimento alla fantasia popolare; e noi stessi oggi mettendo il piede per la prima volta in quelle rovine ci sentiamo trasportati in una specie di labirinto.

Il Minotauro poi che avrebbe avuto la sua dimora in questo labirinto altro non é che uno di quegli esseri ibridi, misto d'uomo e d'animale, che l'arte creava per dare forma esteriore alle concezioni della divinità, non è che Minosse avesse la testa di toro, ma era semplicemente il dio tutelare del palazzo, quel dio, chiamato dai Greci Zeus, che per l'appunto secondo la leggenda cretese avrebbe rapito sotto forma di toro la divinità lunare Europe dalla « terra della luce », la Fenicia, trafugandola a Creta.
E siccome Minosse fu adorato non solo a Creta ma anche nelle Cicladi, anzi sulle stesse coste del continente greco, la leggenda ne fece il potente dominatore del mare Egeo.

La conquista greca distrusse a Creta lo splendore della civiltà micenea. Caddero in rovina i palazzi che per tanto tempo avevano costituito il centro vivificatore delle creazioni artistiche.
I nuovi dominatori per potersi sostenere nell'isola si diedero una rigida organizzazione militare; l'educazione intera delle loro generazioni non fu altro che una preparazione alla guerra. La cittadinanza costituiva per così dire un esercito, permanente, ed il mestiere di fabbricar armi era ritenuto l'unico degno di un uomo libero. Gli indigeni furono ridotti allo stato di servi della gleba. Ancor più drammatica fu la conquista greca nelle piccole isole e sulle coste asiatiche; qui tutti gli uomini adulti furono uccisi e le loro donne divennero mogli dei vincitori. Come molte altre città, che i conquistatori greci non furono in grado di mantenere, vennero distrutte dalle fondamenta, così la stessa sorte toccò alla città che nell'età micenea era nata sulle rovine delle antichissime stazioni esistenti sul suolo di Troja, un avvenimento onde l'eco sopravvive ancora oggigiorno nella epopea omerica.

Tutto ciò naturalmente non annientò l'incivilimento miceneo, anzi esso perdurò ancora per secoli; ma il suo ulteriore sviluppo si arrestò e quindi votato irrimediabilmente alla decadenza. Questa civiltà era sempre stata qualcosa di estraneo per i Greci; ed essi ora cominciarono a svolgere la loro civiltà nazionale, quella civiltà che ci mostrano le tombe esistenti presso il Dipilo ad Atene e che ci si spiega sotto gli occhi con tanta freschezza di vita nei canti di Omero.
L'epoca del maggior fiorire dall'arte micenea, come ci hanno insegnato le scoperte archeologiche fatte sul Nilo e sulle coste dell'Egeo, é contemporanea a quella in cui fiorì il nuovo regno egiziano, cioè va collocata nel periodo dal XVI al XIII secolo avanti l'era nostra. Verso la fine di questo periodo avvennero le incursioni dei pirati in Egitto che verosimilmente stanno in relazione con l'espansione dei Greci sulle coste dell'Egeo ed a Cipro. Lo stile miceneo poi continuò a dominare sul mare Egeo per alcuni secoli ancora; le ultime sue propaggini scendono sino al X ed anzi sino al IX secolo, e nei riguardi di Cipro, a causa della sua distanza e posizione appartata, ad un'epoca ancor più recente. Anche nella sua patria d'origine, a Creta, lo stile miceneo si è mantenuto in piedi per lungo tempo; tuttavia esso andò sempre più imbastardendosi e mischiandosi a motivi decorativi estranei.

 

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