10. LE GUERRE DELL'INDIPENDENZA
(Guerre Persiane)


Temistocle. lo stratega di Salamina

E' questo il capitolo delle "guerre persiane". Così si chiamano quelle guerre che i Greci ebbero a sostenere contro il nuovo re dei Persiani (prima con Dario poi con Serse) per circa mezzo secolo. Queste guerre furono narrate in tutti i loro particolari da Erodoto, contemporaneo degli avvenimenti.
Come leggeremo in avanti, nei due conflitti i Greci difesero valorosamente la loro indipendenza e riportarono clamorose vittorie. Per la prima volta Sparta e Atene -messe da parte gli atavici attriti- unite affrontarono il nemico e fu il trionfo dell'Europa sull'Asia, della libertà sul dispotismo.

I Greci dell'Asia Minore si erano piegati alla signoria persiana senza opposizione degna di rilievo; e per lo spazio di mezzo secolo neppure intrapresero alcun tentativo per scuotere il giogo straniero che, come abbiamo visto, non si faceva sentire con eccesso peso; persino quando, dopo la morte di Cambise, scoppiarono quasi dappertutto insurrezioni nell'impero, essi rimasero tranquilli. Da parte loro i Persiani nemmeno pensarono ad estendere la propria signoria sull'Egeo. I due primi re, Ciro e Cambise, furono tenuti impegnati da tull'altre cure; soltanto Dario, dopo aver ricondotto l'ordine nell'impero, riuscì a rivolgere la sua attenzione all'Occidente. Ma neanche questo re progettò minimamente una conquista della Grecia, ma invece tentò di soggiogare gli Sciti abitanti a nord del Mar Nero.

Non sappiamo quali ragioni lo abbiano indotto a mettersi in questa impresa rischiosa; probabilmente egli credeva, come ancora Alessandro due secoli dopo, che la Battriana fosse vicina al Mar Nero, e volle procurarsi una via di comunicazione più breve tra l'estremo oriente e l'estremo occidente del suo vasto impero e nel tempo stesso prendere alle spalle i popoli nomadi predoni del nord della Battriana, cui una volta Ciro aveva dovuto subire.

Dario pertanto passò il Bosforo a capo di un grande esercito, sottomise le popolazioni traciche sino al Danubio, varcò il fiume e penetrò nelle immense steppe del paese degli Sciti. Ma egli non aveva calcolato bene le difficoltà dell'impresa; il nemico non si prestò mai a venire a battaglia, e ben presto in quel paese inospitale il grande esercito persiano si trovò privo di vettovaglie. Dato ciò, non rimaneva che battere in ritirata, e così fu fatto in mezzo a gravi privazioni e perdite.

Questo insuccesso non potè a meno di scuotere gravemente l'autorità del re nell'Asia Minore. Si aggiunga che Dario aveva instaurato un'amministrazione finanziaria assai rigida e i tributi erano saldamente organizzati ed esatti con rigore; fu detto che Ciro aveva governato l'impero da padre, Cambise da padrone, Dario da usuraio.
E finalmente si accentuò una corrente sempre più avversa ai tiranni che i Persiani aiutavano a mantenersi in signoria nelle città greche; la Jonia aveva superato il tirocinio della monarchia e reclamava quella stessa indipendenza politica di cui godevano gli Joni al di là dell'Egeo. Era quindi tutto pronto per una sollevazione, e la più piccola scintilla poteva far scoppiare l'incendio.

Aristagora, il tiranno di Mileto, la più grande ed opulenta città della Jonia, comprese che non avrebbe potuto far argine al movimento e decise di mettersi egli medesimo a capo di esso. Perciò depose il suo potere e chiamò il suo popolo a combattere per la libertà. L'esempio dato da Mileto fu seguito entusiasticamente dalle altre città greche dell'Asia Minore, dappertutto i tiranni vennero abbattuti e si rifiutò obbedienza ai Persian (500 a. C.).
Necessario era però ottenere l'aiuto della madre-patria greca, ed Aristagora si recò a questo scopo a Sparta. Ma a Sparta furono così poco acuti da non vedere il formidabile pericolo che minacciava dalla parte della Persia; non compresero che il Peloponneso si poteva difender meglio nella Jonia che non sull'istmo. E respinsero la domanda di aiuto.

Maggiore intelligenza della situazione dimostrò invece Atene. Atene era da un lato legata a Mileto da maggiori vincoli dovuti all'affinità di razza e alle attive relazioni commerciali, e dall'altro viveva in continua apprensione per il timore che Ippia potesse con l'aiuto dei Persiani fare dalla sua Sigeo il tentativo di riconquistare la perduta signoria sulla città. Perciò gli Ateniesi inviarono agli Joni un sussidio di 20 navi, ed anche la vicina Eretria, che era del pari legata a Mileto da antica amicizia, prestò un contingente di cinque navi. Per quanto in sè stesso insignificante materialmente, questo aiuto fu di una grande portata morale per la causa degli Joni.

Con giusto apprezzamento della situazione gli Joni presero immediatamente l'offensiva, prima che il re fosse in grado di concentrare rinforzi verso occidente. Mèta designata dell'attacco fu Sardi, la capitale dell'Asia Minore; e i Greci riuscirono infatti ad occuparla; purtroppo scoppiò un incendio che si estese rapidamente alle case coperte per lo più di canne e ridusse in cenere l'intera città. Il presidio persiano si rinchiuse nella rocca solidamente munita e capace di sfidare un assedio di armi; i Greci quindi si accontentarono del successo ottenuto e se ne ritornarono alla costa. L'impressione prodotta dalla notizia degli avvenimenti svoltisi nell'Asia Minore fu immensa; la Caria e la Licia, le città dell'Ellesponto, persino la lontana Cipro aderirono ora alla rivolta. Quanto agli Ateniesi, non vi era per il momento più nulla da fare per loro e perciò se ne tornarono con le navi in patria (499).

Nel frattempo il re si era preparato alla riscossa. Una flotta fenicia - alleata dei persiani - salpò nella primavera successiva e sbarcò un esercito a Cipro. Gli Joni non indugiarono a correre in aiuto dei loro alleati e la flotta ionica riportò una vittoria su quella fenicia; in campo invece i Ciprioti non si mostrarono alla pari di resistere ai Persiani e ben presto l'isola venne nuovamente sottomessa.
Contemporaneamente i Persiani eran passati all'offensiva anche nell'Asia Minore. Qui, è ben vero, essi, non avendo a propria disposizione una flotta, non riuscirono a concludere molto contro le città greche della costa e per di più subirono nella Caria una disastrosa sconfitta. Nonostante ciò, la perdita di Cipro aveva deciso irrimediabilmente le sorti dell'insurrezione. Fra gli Joni scoppiarono discordie; Aristagora non fu in grado di sostenersi ulteriormente a Mileto ed esulò recandosi nei suoi possedimenti sullo Strimone in Tracia, dove poco dopo trovò la morte combattendo coi bellicosi indigeni (496).
Anche Atene non inviò più aiuti.

Passò poco più di un anno e finalmente il re persiano decise di portare un colpo decisivo. Concentrò una grande flotta di navi fatte venire dalla Fenicia e da Cipro, ed essa si presentò nell'estate del 494 dinanzi a Mileto. Qui, presso l'isoletta di Lade, le si fece incontro la flotta ionica; ma la superiorità numerica dei Fenici riportò la vittoria. Mileto venne bloccata per mare e per terra e dopo un lungo assedio fu presa con un decisivo assalto; essa dovette scontare in modo spaventevole il fio della sua ribellione ed il suo antico splendore rimase distrutto per sempre.
Le altre città, caduta Mileto, furono con poca fatica ricondotte all'obbedienza (493), e nell'anno successivo il genero del re, Mardonio, restaurò la signoria persiana anche nella Tracia e nella Macedonia. L'insurrezione era soffocata.
In complesso i Persiani non abusarono della vittoria; essi restaurarono lo stato di cose qual'era prima della rivolta. In particolare i tributi non subirono inasprimenti, ma vennero distribuiti con maggiore giustizia.

Non vollero però i Persiani lasciare impunito l'appoggio che Atene ed Eretria avevano prestato all'insurrezione; fu quindi approntata una flotta, che recando a bordo truppe di sbarco si diresse attraverso l'Egeo verso la Grecia (490). Le Cicladi si sottomisero senza colpo ferire; poi fu attaccata Eretria che dopo un breve attacco fu presa d'assalto.

Di qui i Persiani attraversarono l'angusto braccio di mare che separa l'Eubea dall'Attica ed approdarono nella baia. Il vecchio Ippia si era unito alla spedizione, lietissimo di vendicarsi degli Ateniesi, fu infatti lui a scegliere, a suggerire e a guidare i Persiani il quel famoso luogo che rimarrà glorioso finchè duri l'umanità: la pianura di Maratona.


La pianura di Maratona

Era quella via la stessa per la quale suo padre Pisistrato anni prima era tornato ad Atene. Egli possedeva tuttora numerosi suoi sostenitori ad Atene e sperava in una sollevazione a suo favore. E proprio in attesa che si producesse qualcosa di simile i Persiani si tennero per il momento fermi a Maratona.

Ma la grande maggioranza dei cittadini ateniesi non era affatto disposta a sottomettersi ancora una volta alla signoria dei Pisistratidi. A capo di questo partito si trovava Milziade, nipote di quell'altro Milziade che a tempo di Pisistrato si era costituito un principato nel Chersoneso tracico. Egli era succeduto allo zio nel governo, ma a causa della partecipazione presa all'insurrezione ionica aveva dovuto fuggire davanti ai Persiani ed era ritornato ad Atene. In questo momento egli rivestiva per l'appunto la carica di stratega ; e fu sopra tutto merito suo se venne adottato il partito di non limitarsi alla difesa delle mura, ma di uscire incontro al nemico, e all'occorrenza battersi in campo aperto. Gli Ateniesi pertanto presero posizione sulle alture sorgenti ad occidente della piana di Maratona, e contemporaneamente inviarono corrieri a Sparta per pregarla di spedir aiuti d'urgenza.

L'esercito ateniese poteva all'incirca contare 9000 uomini di pesante armatura ed un numero pari di truppe leggere; in totale non più di 20.000 uomini. I Persiani come numero non dovevano essere gran che più forti (anche se Erodoto accenna a 100.000 soldati) perché data la piccolezza delle navi di quel tempo, sarebbe stato assai difficile trasportare oltre mare un contingente di truppe di considerevoli proporzioni. Per la stessa ragione l'arma principale dell'esercito persiano, la cavalleria, non era si può dire rappresentata per nulla a Maratona. In queste condizioni i Persiani ebbero dubbi ad attaccare le forti posizioni dei Greci; ma quando videro mancata l'insurrezione d'Atene, sulla quale avevano fatto calcolo, si decisero alla fine ad impegnare battaglia per non dover poi, indugiando più a lungo, lottare contemporaneamente contro gli Ateniesi e gli Spartani che stavano sopraggiungendo. L'attesa fu un errore fatale.
Infatti le truppe persiane armate alla leggera non ressero all'urto degli opliti ateniesi spinti alla carica in linea compatta (con Milziade al comando) furono rovesciate con grandi perdite verso le loro navi che erano state tratte a secco sulla spiaggia; qui tennero nuovamente testa con il coraggio della disperazione, ed effettivamente riuscirono a salvare la flotta, salvo sette navi che caddero in preda dei vincitori.
Si vuole che siano rimasti sul campo 6400 uomini, mentre i vincitori perdettero soltanto 192 combattenti; il loro tumulo si erge ancora oggi sul luogo della battaglia nella parte meridionale della piana di Maratona.
In cima al tumulo dieci colonne di marmo dove sono incisi i nomi dei 192 eroi caduti. Gli ottimisti persiani si erano portati dietro anche un blocco di marmo per farne - a vittoria conclusa- un trofeo-ricordo da mettere in Atene ; il blocco giunse ad Atene, e più tardi il grande scultore Fidia vi scolpì la statua di Nemesi, dea delle giuste vendette.

Quando la battaglia finì, con la inaspettata vittoria ateniese, un soldato tutto coperto di sangue nemico campione olimpico di Dolichos, un certo Fidippide, si offerse di correre ad annunciare la clamorosa vittoria ad Atene. La distanza è di km 42,192 da Atene a Maratona (oggi a 4 km dalla ricostruita Maratona moderna). Il guerriero-atleta ateniese benchè ferito e sfinito dalla battaglia, percorse il tragitto tutto in un fiato. Quando giunse ad Atene, riuscì appena a dire le memorabili parole "Rallegratevi, siamo noi i vincitori", poi si accasciò al suolo spirando per il grande sforzo fisico sostenuto alla presenza dei suoi concittadini.
L'immagine mitica di Fidippide tornò a rivivere nei primi giochi dell'era moderna, alle olimpiadi di Atene del 1896, quando il francese, Michel Breal, chiese a P. De Coubertin di includere una prova atletica che ricordasse la famosa corsa del "soldato di Maratona".


Ai Persiani superstiti non rimase che tornarsene in Asia. Re Dario naturalmente non dubitò un istante che si dovesse prender la rivincita dello scacco di Maratona ; ma comprese pure di non aver calcolato bene il valore del nemico e che una campagna contro la Grecia non poteva farsi con speranza di successo se non impiegando mezzi assai più considerevoli. Ma, prima di aver compiuto i preparativi occorrenti a tale progetto, egli morì (485), ed il suo successore SERSE dovette sedare ribellioni in Babilonia ed in Egitto prima di poter pensare a riprendere i progetti di suo padre contro l'Occidente. Così la Grecia dopo Maratona poté godere di un periodo di quiete.

Ad Atene l'uomo più influente divenne ora Milziade, che era stato l'anima della vittoria di Maratona. Dietro sua proposta si decise di prendere l'offensiva e di cominciare col castigar le Cicladi per la loro adesione alla causa persiana. Venne pertanto inviata una flotta contro Paro sotto il comando di Milziade e si iniziò l'assedio della forte capitale dell'isola. Ma l'impresa finì in un completo insuccesso; lo stesso Milziade rimase ferito e si trovò costretto a ritornare ad Atene senza aver nulla concluso. Qui fu sottoposto a giudizio e condannato a risarcire lo Stato delle spese fatte per l'infelice campagna; non molto tempo dopo a causa delle sue ferite morì.

L'accusa contro Milziade era stata sostenuta da Santippo, cognato dell'alcmeonide Megacle, e con tal mezzo questa famiglia, che negli ultimi anni si era trovata alquanto ridotta nell'ombra, riacquistò una influenza preponderante. E se ne valse per rielaborare in senso ancor più democratico la costituzione di Clistene. Per rendere innocui per sempre i fautori dei tiranni fu introdotto il tribunale dell'«ostracismo»; ogni anno cioè, in primavera, si proponeva all'assemblea popolare la domanda se esitessero nello Stato cittadini pericolosi per la libertà, ed in caso di risposta affermativa in una seconda assemblea ciascuno dei presenti scriveva sopra un pezzo di coccio il nome dell'uomo che gli era politicamente sospetto; chi riuniva contro di sé il maggior numero di voti era costretto ad andare in esilio per dieci anni.

La nuova legge fu immediatamente applicata, ed Ipparco, figlio di Carmo, un parente dei Pisistratidi e capo dei partigiani ch'essi tuttora avevano in Atene, fu il primo a rimanerne colpito (487).
Si stabilì inoltre che i nove magistrati supremi dello Stato (gli Arconti), che sinora erano stati eletti dall'assemblea popolare, sarebbero stati d'ora in poi estratti a sorte; ciò naturalmente privò questi magistrati di ogni ulteriore importanza politica e li abbassò alla condizione di meri organi amministrativi, mentre l'influenza decisiva passò al consiglio ed all'assemblea popolare o piuttosto agli uomini politici che acquistavano autorità di dirigenti in seno a quelle due assemblee. La direzione degli affari della guerra si trasferì ora completamente nel collegio degli strateghi, il cui presidente divenne così il più importante funzionario dello Stato.

Tuttavia gli Alcmeonidi non dovevano godere a lungo del frutto della loro vittoria. Già nel 486 il capo della stirpe, Megacle, fu colpito dall'ostracismo e due anni dopo la stessa sorte toccò a suo cognato Santippo. Può darsi che questi esili stiano in relazione con la guerra con Egina che era scoppiata due anni prima (488) e che non arrecò da principio se non disfatte, perché la piccola isola era di gran lunga superiore ad Atene sul mare. Occorreva pertanto mettere la flotta ateniese in un assetto tale da imporsi e trasformare Atene, che sinora era stata una potenza prevalentemente terrestre, in una grande potenza marinara; un fine questo che era già balenato alla mente di Pisistrato e che la democrazia aveva perduto di vista.
A tal proposito si accese un aspro conflitto in seno all'assemblea popolare. Fra i due uomini politici che dopo la caduta degli Alcmeonidi avevano acquistato influenza dirigente ad Atene, Temistocle si fece sostenitore dell'opportunità di costituire una flotta, non tanto in considerazione della guerra con Egina, quanto in previsione di un nuovo pericolo Persiano; egli comprese con l'occhio acuto del genio che ad una nuova invasione persiana non si sarebbe potuto far argine efficacemente che sul mare.

A questi progetti fece invece la più accanita opposizione Aristide; egli era un carattere assai ragguardevole, di una integrità personale rara per un uomo politico greco, ma difettava di quel coraggio intraprendente e risoluto ch'era dote del suo antagonista, e arretrava di fronte alle conseguenze che lo spostamento verso il mare del centro di gravità delle forze dello Stato non poteva non produrre nei riguardi dello sviluppo interno di Atene. La decisione della lotta fu da ultimo rimessa al tribunale dell'ostracismo; esso sentenziò contro Aristide (482) e Temistocle ebbe sgombra la strada.

Dietro sua proposta venne deciso di destinare alla costruzione della flotta i redditi delle miniere argentifere di Laurio sulla punta meridionale dell'Attica, che sinora erano stati ripartiti fra i cittadini; con questi mezzi dovevano costruirsi 100 navi da guerra, le quali inoltre dovevano essere navi di linea del nuovo tipo che appunto allora cominciò a soppiantare le antiche navi a cinquanta remi, le così dette triere, che erano spinte da ciascuna parte da un triplice ordine di remi e contenevano un equipaggio di circa 200 uomini. Nello spazio di due anni la costruzione fu portata a termine e con ciò Atene divenne d'un colpo la prima potenza marittima della Grecia.

Nel frattempo Sparta, la potenza che aveva la primazia in Grecia, aveva attraversato una grave crisi. Qui, a datare all'incirca dal 520 sedeva sul trono degli Agiadi il re Cleomene, uomo ambizioso ed energico, che tollerava di mala voglia le limitazioni cui il potere regio era sottoposto per la presenza degli efori. Una grande vittoria da lui riportata su Argo verso il 495 gli conferì l'autorità necessaria all'effettuazione dei suoi progetti rivoluzionari. Egli cominciò con l'abbattere il suo collega nel regno Damarato, in quanto lo incolpò di essere di origine illegittima e in tal modo provocò la sua deposizione (491).

Damarato abbandonò Sparta e si rifugiò alla corte del re di Persia. Al trono lasciato vacante da lui salì Leotichida, appartenente ad una linea laterale della famiglia degli Euripontidi, che fu un docile strumento nelle mani di Cleomene. Ma ben presto Cleomene venne in sospetto degli efori e dovette pure lui fuggire da Sparta; si recò in Arcadia, vi radunò un esercito e costrinse con esso gli Spartani a restaurarlo nella dignità reale. Si dice che non molto dopo il suo ritorno in patria egli sia divenuto pazzo e che, chiuso sotto sicura custodia, si sia data la morte in prigionia con le proprie mani. Così suonò per lo meno la versione ufficiale; ma è verosimile che gli efori lo abbiano fatto togliere di mezzo, d'accordo col suo fratellastro Leonida, che ora gli successe sul trono. Anche Leotichida sfuggì a mala pena alla deposizione e l'autorità degli efori rimase più saldamente piantata di prima.

Ora cominciò a scatenarsi sulla Grecia la tempesta che si era addensata in Oriente. I preparativi persiani erano terminati e lo stesso re Serse si mosse nella primavera del 480 da Sardi alla testa del suo esercito. Questa volta si trattava di sottomettere l'intera Ellade ed all'impresa era proporzionata la vastità dei preparativi. Mai i Greci avevano visto riunite masse così imponenti di truppe; nessuna meraviglia quindi che la fama ne avesse portato il numero alla esagerazione. Si andava dicendo che il re avanzava con tre milioni di soldati: lo stesso storiografo delle guerre persiane, Erodoto, calcola la forza dell'esercito e della flotta addirittura a cinque milioni di uomini, anche se vi comprenda i non combattenti.
In realtà l'esercito deve essere arrivato appena al numero di 500.000 combattenti tratti da tutti i popoli del vasto impero sino all'Indo e alla Jassarta. Masse di uomini di questa entità non avrebbero potuto naturalmente essere trasportate in Grecia per mare; e quindi Serse scelse la via di terra; l'Ellesponto fu passato su due ponti di barche, poi l'esercito accompagnato nel cammino dalla flotta, marciò lungo la costa meridionale della Tracia verso occidente ed attraversando la Macedonia giunse al confine della Tessalia.
I paesi fin qui traversati erano già stati soggiogati da Mardonio e non si ebbe in nessun luogo alcun sintomo di resistenza.

In Grecia intanto la disposizione degli animi era assai incerta; il voler lottare contro la strapotenza persiana appariva vano, e lo stesso oracolo delfico consigliò di adattarsi all'inevitabile. D'altro canto, si diceva, non si trattava affatto di questione d'esistenza ; il re non reclamava se non il riconoscimento della sua alta sovranità ed i Greci sotto questa sovranità avrebbero in complesso continuato a vivere allo stesso modo che sino allora. Atene e Sparta invece non avevano la scelta di decidere, poiché l'assoggettamento alla signoria persiana significava per Sparta la rinunzia alla sua posizione di città dominante nel Peloponneso e per Atene la rinunzia alla libertà democratica ed il ritorno dell'odiosa dinastia dei tiranni. Perciò i due Stati erano risoluti alla lotta ad oltranza, e il contegno delle due potenze predominanti determinò nello stesso senso quello degli Stati minori. La sola Argo, l'antica rivale di Sparta, fece anche questa volta parte a sé e si tenne estranea alla guerra nazionale. Gli altri Stati strinsero una lega, in cui toccò naturalmente a Sparta la funzione dirigente; fu proclamata la pace generale all'interno e con ciò venne fra altro accantonata la guerra fra Atene ed Egina; ad Atene e probabilmente anche altrove gli esiliati politici furono richiamati.

Contro un attacco proveniente dal nord la Grecia possiede tre linee naturali di difesa: la valle di Tempe nel settentrione della Tessalia, il passo delle Termopili tra la Tessalia e il centro della penisola ellenica e finalmente l'istmo che congiunge il Peloponneso con la Grecia centrale. Si decise dapprima di far fronte sulla più settentrionale di queste linee ed a tale scopo fu inviato un esercito in Tessalia; ma si dovette constatare che le disposizioni d'animo là erano molto tiepide e che non si poteva affatto calcolare sulla fedeltà dei Tessali alla lega. Perciò si prese il partito di ripiegare sulle Termopili. Il passo era così angusto che poteva essere difese da un corpo di truppe relativamente piccolo anche contro forze grandemente superiori.

A Sparta si ritenne che a disimpegnare questo compito di tenere il passo delle Termopili finché si fosse concentrato tutto l'esercito della lega sarebbero bastati 4000 opliti del Peloponneso, più i contingenti delle regioni del centro della Grecia, la Focide, la Locride e la Beozia che erano le prime minacciate dall'invasione persiana; di tali truppe ebbe il comando il re spartano Leonida. Contemporaneamente la flotta greca alleata fu concentrata nell'angusto braccio di mare che separa la costa settentrionale dell'Eubea dalla Tessalia per impedire alle navi persiane di entrare nelle acque della Grecia centrale; erano circa 250 navi, metà delle quali era stata fornita da Atene.

Serse poté quindi penetrare senza colpo ferire nella Tessalia che gli si sottomise immediatamente e prestò al suo esercito un contingente di truppe. Al contrario la flotta persiana durante la navigazione lungo la costa occidentale tessala irta di rocce e priva di porti subì a causa di una tempesta gravi perdite. Presso il promontorio Artemisio poi avvenne l'urto con la flotta greca e malgrado la superiorità numerica dei Persiani la battaglia si trascinò per più giorni indecisa.

Nel frattempo Serse via terra era arrivato nelle vicinanze delle Termopili ed aveva iniziato l'attacco delle forti posizioni dei Greci, attacco che naturalmente rimase vano. A ogni assalto, le schiere assalitrici lasciavano i più prodi davanti al trinceramento greco, né la difesa accennava a perdere d'efficacia per lo spazio ristretto del passo che non permetteva lo spiegamento di grande forze. Più che un passo è una stretta gola larga non piu di trenta metri.
Quando gli esploratori riferirono a Serse il numero dei greci che presidiavano il passo, il re scoppiò a ridere e piuttosto perplesso si chiese cosa stessero aspettando. Serse attese quattro giorni convinto che il solo numero sarebbe bastato a farli fuggire.
Al quinto giorno Serse spazientito ordinò l’attacco sicuro di annientare i greci. Quando alcuni disertori dell’esercito persiano (alcuni greci arruolati con la forza) avevano dichiarato agli uomini di Leonida che erano così tanti i persiani da oscurare il sole con le loro frecce, gli spartani risposero -bene almeno combatteremo all’ombra. 

E non si sbagliarono di molto, per tutto il giorno combatterono ferocemente nella gola, proprio all'ombra, dove il numero dei Persiani non aveva significato, perché gli uomini di Leonida fecero strage di persiani che con le loro armature leggere e le lance corte non potevano nulla contro il pesante equipaggiamento oplita. Spazientito il giorno successivo Serse schierò in campo le sue truppe d’èlite i diecimila Immortali comandati da Idarne che non ebbero maggior fortuna. I greci combattevano a turno concedendosi un pò di riposo, e dopo i massacri, si accasciavano a terra sudati e sporchi di sangue per poi rialzarsi e tornare a combattere.
Già Serse disperava di vincere quel pugno di eroi, quando un greco traditore -Efialte- gli offrì di condurre l'esercito per un aspro sentiero di montagna poco conosciuto, al di là delle pendici dell'Oeta, per il quale si poteva giungere alle spalle di Leonida e dei suoi uomini.

La difesa di quest'altro sbocco era affidata a mille ausiliari focesi, ma questi sorpresi dai nemici, sotto una grandine di frecce, fuggirono senza nemmeno tentare la resistenza. In tal modo la difesa del passo diventò impossibile.
Leonida con gli altri ausiliari, non volle sacrificare inutilmente un esercito di cui la Grecia aveva bisogno; licenziò gli alleati e, con i suoi trecento uomini e alcuni di Tespia che vollero condividere la gloria dell'eroismo, si trincerò sul posto. Pur vedendo la situazione disperata Leonida era troppo orgoglioso per sopravvivere alla sconfitta e preferì morire da eroe alla testa dei suoi Spartani.
Del resto le leggi di Sparta non contempavano la ritirata. Perfino le madri e le mogli non guardavano più in faccia i figli o i mariti se questi avevano indietreggiato davanti al nemico. Perfino quando veniva consegnato il cadavere del loro congiunto, per prima cosa si accertavano se le ferite erano dietro il corpo o davanti; e nel primo caso si allontanavano dal cadavere sdegnate.

Questa accanita difesa più che una battaglia diventò subito uno sterminio. Una grandine di sassi e di frecce si abbattè su di loro; con già a terra una montagna di cadaveri, Leonida persa la sua lunga lancia, stava combattendo con la spada in mano. Convinti che non aveva più scampo i persiani chiesero di consegnare le armi, Leonida sprezzante gridò loro -venite a prenderle!-. Poi esponendosi un po' troppo, già più volte ferito, crivellato da una gragnuola di colpi, cadde morto. A stento i suoi uomini cercarono di trascinare il suo cadavere dietro quell'anfratto che chiude l'entrata delle Termopili; ad un certo punto quel corpo esamine sembrava il più ambito e glorioso "trofeo", conteso -per opposti motivi- da persiani e greci, ma furono questi ultimi, non uno escluso a cadere massacrati sopra quel cadavere che volevano difendere. I persiani da una posizione dominante, prendendoli di mira scagliavano da lontano frecce e sassi, non osando avvicinarsi per lo sbigottimento prodotto da tanto valore. Eliminandoli una alla volta, attesero che cadesse l'ultimo uomo.

A Serse quell'entrata nelle Termopili gli costò la perdita di 20.000 uomini, e fra essi due figli di Dario. Infuriato, s'impossessò del "trofeo", e fece mettere in croce il cadavere di Leonida ben in mostra sulla strada nel piano.
Solo più tardi, dopo la vittoria a Salamina, i greci raccolsero pietosamente le sue membra scarnificate e sul posto eressero il suo sepolcro. Che oggi è ancora lì, giganteggia sulla litoranea che porta ad Atene; da circa 2500 anni è un luogo di raccogliemento e di venerazione per tutti i greci.


Da due millenni e mezzo, anche il frettoloso visitatore
percorrendo la strada che porta ad Atene
può leggere sul sepolcro questo brevissimo eroico epitaffio, che è anche un monito:

NOTA: (Le varie versioni di questa singolare resistenza o battaglia delle Termopili, è sempre stata oggetto di discussioni. Sulla descrizione che ne fece Erodoto (485-425), ci sono molti dubbi, anzi sembra che il combattimento sia un quadro di fantasia ed è difficilmente credibile nei suoi dettagli. Il mosaico nel resoconto delle operazioni sia navali che terrestri è piuttosto raffazzonato. Comunque pieno di errori, di luoghi, di partecipanti, di date. Innanzitutto la conoscenza geografica del luogo è usata a sproposito. La stretta delle Termopili si accorda col racconto di Erodoto (ma solo in parte, quindi senza averla mai visitata); e dimentica di dirci che c'erano altri tre passi che convergono verso Larisa. E che il passo Anopaia era molto più agibile per raggiungere la pianura della Malide. Solo quando più avanti -dopo la caduta delle Termopili-  tutto l'esercito persiano di Artabazo penetra nella Doride, Erodoto nomina questa strada. Lo storico visitando la zona, non la esplora, si avvale solo di vaghe descrizioni della gente del posto; e fa passare tutto l'esercito persiano dalla strada di Gonnos, che è una variante di quella del passo di Tempe (uno dei tre passi principali con quello di Petra e di Volustana). Inoltre il valico delle Termopili non conduce da nord a sud, ma da ovest ad est.  Pausania (445-393) che in seguito visitò le Termopili e si interessò della storia della battaglia, ci offre un quadro molto diverso da quello fatto da Erodoto, che probabilmente si rifiutò di sciupare il proprio racconto. Afferma che Leontiades fu il comandante dei Tebani alle Termopili e Eurymachos all'attacco di Platea;  mentre Tucidide (460-395) smentisce che quest'ultimo avesse il comando a Platea, e Plutarco citando Aristofane di Beozia (445-388) che sembra che possedesse delle prove scritte, dimostra che alla Termopili al comando c'era Anaxandro e non Leontiades. Sembra insomma che Erodoto abbia accettato troppo facilmente una versione deformata da pregiudizi, specialmente a riguardo delle recriminazioni posteriori. Anche sulla data Erodoto sbaglia: fa coincidere la battaglia con la fine dell'Olimpiade del 480 e la contemporanea celebrazione delle Carnee. Poichè entrambe terminavano col plenilunio, Erodoto cita il 21 di luglio. Ma un altro plenilunio ci fu il 19 agosto. Sappiamo che dopo le Termopili l'esercito persiano dopo sei giorni entrò in Attica e ad Atene. E dato che la battaglia di Salamina sappiamo con certezza fu combattuta il 23 settembre (il giorno dopo la processione di Iacco ad Eleusi - il 22 era il gran "Giorno dei Misteri)  la prima data è quanto mai improbabile; poichè è difficile credere che Serse sostasse in una Atene vuota e senza vettovaglie, per sette settimane prima della battaglia. Inoltre i greci riparati a Salamina erano pure loro senza consistenti provviste alimentari e dopo cinquanta giorni li avrebbero trovati tutti morti; ma anche gli stessi marinai delle 350 triremi della flotta persiana sarebbero morti d'inedia, e così i 300.000 soldati dell'esercito
Queste precisazioni non sono prese da fonti riportate da cronache antiche o nuove, ma a seguito di una accurata visita sui luoghi, montagne e passi compresi, fatta dall'autore di Cronologia, con il testo di Erodoto in mano; ed è apparso chiaramente che lo storico Erodoto in questi posti non c'era mai stato.)


La Grecia centrale rimase così aperta all'invasione nemica, e le città si affrettarono a far la pace col vincitore; quelle che non vollero farlo, come Tespie e Platea nella Beozia, furono ridotte in cenere. Ad Atene alcuni erano molto preoccupati perchè si aspettavano da un momento all'altro un assedio e volevano fuggire; ma vi erano altri che non volevano saperne nè di arrendersi nè di fuggire neppure in queste drammatiche ore, nè di sottomettersi al re persiano. Ma come resistere?

Qui emerse mirabilmente la grandezza d'animo di TEMISTOCLE. Riuscì a convincere con un sotterfugio tutti i suoi concittadini non a fuggire ma ad abbandonare la città e rifugiarsi sulle navi.
Gli Ateniesi alla vigilia di essere schiacciati, avevano mandato a consultare l'oracolo; il quale disse loro "che il solo mezzo per conservare la loro Città erano le mura di legno". Fu Temistocle ad interpretare questo enigma dell'oracolo, dicendo che le mura di legno erano le navi, che il solo mezzo per salvarsi era quello di lasciare la città e rifugiarsi sulle navi. La maggior parte dei cittadini non approvò proprio per nulla e rabbrividiva al solo pensiero di dover lasciare le proprie case, i propri tempi, i propri Dei, e le tombe dei padri.
Fu ancora Temistocle ad arringare: che l'esistenza di Atene non dipendeva dalle sue case ma dai suoi cittadini; e nemmeno dipendeva dai templi, perché gli dei non sapevano che farsene di cittadini morti; e che proprio per questo gli Dei stessi avevano per bocca dell'oracolo chiaramente indicato cosa dovevano fare gli Ateniesi: abbandonare per qualche tempo la città. Alla fine il popolo convinto acconsentì a salire su i vascelli per il trasporto. Sgombrarono la città e la regione, misero al sicuro donne e i fanciulli sulle isole vicine e sulla costa del Peloponneso, mentre i vecchi poco inclini ad affrontare una così repentina e disagiata evacuazione li trasportarono a Trezene, piccola città sulla costa del Peloponneso. Tuttavia un considerevole numero, o per l'età avanzata o perchè infermi furono lasciati nella cittadella.

Ma Temistocle dovette usare un altro sotterfugio per trattenere i comandanti dei vascelli della flotta alleata; questi volevano abbandonare la posizione e correre ciascuno a difendere la propria città.
I vari comandanti di questa flotta, già allarmati del disastro delle Termopili, una parte di loro voleva abbandonare immediatamente le posizioni per ripiegare sull'istmo, mentre l'altra voleva prendere posizione nello stretto compreso fra l'isola di Salamina e il continente per due motivi: il primo, avrebbe, anche potuto proteggere la ritirata della popolazione dell'Attica e il secondo perché lo stretto largo appena un chilometro offriva un campo molto più favorevole che non il mare aperto che si stendeva dinanzi all'istmo, per una battaglia navale contro le forze persiane assai superiori .

Temistocle fece girare un falso messaggio dove si diceva che i Persiani avevano circondato la regione e ogni via di fuga era chiusa. Che insomma non vi era più scelta se non quella di combattere.

Proprio sulle discordie dell'armata navale greca comandata da Euribiade si narra questo aneddoto:
Metà della flotta- come già detto- reputava che bisognava inoltrarsi verso l'istmo, l'altra metà sosteneva che non bisognava abbandonare la felice posizione di Salamina. L'ultima opinione era sostenuta da Temistocle, che in questa occasione diede prova della sua straordinaria moderazione e sangue freddo.
Poichè questa sua opinione era sostenuta contro quella ostinata di Auribiade, uomo di indole collerica, questi in un accesso di ira alzò il bastone per colpirlo. Temistocle gli gridò "Batti pure, ma ascoltami".
Questa fermezza prevalse, e quasi all'unanimità, ritenendo che i propri vascelli erano inferiori ai Persiani, bisognava approfittare di quella situazione e dare battaglia in uno stretto come quello di Salamina, dove il nemico non avrebbe potuto né schierare nè condurre tutta l'intera flotta che aveva a disposizione.
I comandanti delle navi, riconosciuta impossibile la ritirata, sposata la tesi di Temistocle, si prepararono -come Leonida alle Termopili- a vincere o morire, questa volta a Salamina, dove qui si svolse la famosa battaglia navale, la più grande del mondo antico, che salvò la Grecia e immortalò Temistocle.

Nel fratempo l'esercito Persiano senza incontrare resistenza, arrivando ad Atene, non trovò dentro le mura che silenzio e solitudine. Per l'ira ma anche per vendicarsi dell'incendio di Sardi di venti anni prima, Serse diede l'ordine di abbattere i tempi, ed infine di incendiarla. Investì anche la cittadella, che dopo una breve resistenza fatta dalla sua debole guarnigione, fu presa d'assalto, e passati a fil di spada chiunque vi era dentro: la maggior parte vecchi e malati che lì -lo abbiamo detto- si erano rifugiati.
Lo scopo primo della campagna era stato quindi raggiunto; e anche l'onta di Dario a Maratona era stata lavata con la presa di Atene. Se non che per conseguire il fine ulteriore di completare la conquista della Grecia restava ancora la parte più scabrosa : l'espugnazione del Peloponneso. Ma l'esercito di terra non era in grado di assolvere da solo questo compito, perché le posizioni greche sull'istmo non si prestavano ad un aggiramento sul fianco come il passo delle Termopili, ed una offensiva sul fronte porgeva poca speranza di buon esito qui come alle Termopili. Occorreva quindi trasportare l'esercito per mare nel Peloponneso, e ciò era impossibile finché rimaneva intatta la flotta greca. Soltanto una battaglia navale poteva risolvere la situazione. E perciò Serse risolse di attaccare il nemico sul mare.
A farlo agire così era un'altra notizia falsa di Temistocle fatta pervenire a Serse tramite un falso traditore; e cioè di far credere che tutto quel movimento che c'era stato (i cittadini in fuga) era una ritirata dell'esercito a Salamina.
Insomma Serse era convinto che lanciando all'attacco le navi della sua grande flotta avrebbe distrutto l'intera flotta ateniese e anche l'esercito in ritirata. Decise che a Salamina ci sarebbe stata la grande battaglia navale da tramandare ai posteri
La regina Artemisia non era d'accordo; era dell'opinione che la perdita di questa battaglia navale poteva essere inevitabilmente seguita dalla distruzione del loro esercito. Ma questo prudente consiglio fu rigettato.
Serse bramoso di vedere la grande risolutiva battaglia che gli avrebbe dato sicuramente la gloria, su un punto più elevato del litorale si fece erigere un superbo trono per godersi lo spettacolo.

Anche Temisocle era sulla spiaggia. L'armata dei greci consisteva in trecentottanta vascelli; più leggeri di quelli persiani, ma agili e scattanti, tutti di recente costruzione, con grandi vele invece di 100 o 200 rematori com'erano quelle dei nemici.
Al comando si mise lo stesso Temistocle, che però non si decideva a far salpare i vascelli. All'impaziente Serse, che aveva già schierato tutta la sua flotta, gli sembrò che temporeggiasse troppo.
Temistocle invece si prendeva tempo per un solo motivo: lui conoscieva la zona, e aspettava il levarsi di un vento che regolarmente iniziava ad una certa ora, e nella direzione in faccia al nemico.
Cosicché salpò un attimo prima che iniziasse il vento.

Appena lui si mosse i Persiani cominciarono l'assalto, convinti di poterli schiacciare da ogni parte sulla costa, e quindi uno alla volta poi finirli; all'inizio si comportarono con gran bravura, ma ad un certo punto, con la pesante mole dei loro vascelli, con il vento che si era levato contrario al loro procedere, ogni sforzo dei rematori risultò vano, e governare i timoni divenne un'impresa immane. Proprio la prima linea persiana che doveva attaccare si arrestò ed entrò nella confusione totale, intralciando le navi che seguivano. S'impedirono reciprocamente la libertà di manovra e si spezzarono l'un l'altra i remi. Il colmo della sventura per i persiani fu poi quella di vedere andare a fondo subito la nave ammiraglia con il suo comandante. Sicchè, intimoriti dal fato, molti vascelli persiani lasciarono le acque per mettersi in salvo, ma era una fuga anche questa così disordinata, che una dopo l'altra furono affondate dai greci.

Serse che assisteva dal suo trono, e da lì vide affondare oltre 200 delle sue migliori navi, o darsi alla fuga le altre, insieme col ricordo dei ventimila guerrieri uccisi da un manipolo di spartani alle Termopili, la fiducia del superbo sovrano nella vittoria finale appariva piuttosto scossa.
Si distinse invece per il coraggio molto superiose al suo sesso, la regina Artemisia, che combattendo su una veloce galera, quando si vide persa e in procinto di cadere in mano greca, ricorse a uno stratagemma: inalberando una bandiera greca, si avventò essa stessa su una debole galera persiana; i greci credendola per questo del proprio partito, dedicandosi ad altri vascelli, diedero il modo alla regina di allontanarsi indirturbata dal luogo della mattanza.

La flotta persiana era distrutta, i greci dilagavano, quindi ora bisognava pensare a sbaragliare l'esercito nemico a terra che era piuttosto consistente, circa 300.000 uomini comandati da Mardonio.
Temistocle con un altro dei suoi singolari stratagemmi, fece pervenire a Serse un falso messaggio dove si diceva che i Greci stavano correndo a distruggere i ponti sull'Ellesponto per tagliargli la ritirata. A quel punto, o per il disastro che aveva assistito o per mettere in salvo la pelle, l'uomo che era partito per conquistare la Grecia, con una forte guardia delle sue migliori truppe, fece ritorno al suo paese per via terra. Dopo una penosissima marcia di quarantacinque giorni, con la doppia miseria della fame e della malattia che gli distrusse la maggior parte delle sue truppe, giunse sul ponte, ma ebbe la mortificazione di trovarlo già demolito ma non dai greci ma da una tempesta.
Nell'andata era sceso arrogantemente in Grecia coprendo il terreno e il mare di uomini e navi, nel ritorno fu ridotto nella necessità di passare lo stretto su un piccolo misero peschereccio. Così fu efficacemente umiliata la vanità, e così finirono tutti gli altri progetti del presuntuoso uomo.

Mentre Serse iniziava il viaggio di ritorno, anche il rimanente della sua flotta navale abbandonava le acque greche e si rifugiava in Asia Minore. L'intero esercito il re lo aveva affidato al fidato Mardonio con l'incarico di vendicare la disfatta di Salamina. Ma o per il timore di un'altra disfatta o perchè saggiamente era intenzionato a fare proposte di pace con gli Ateniesi, Mardonio subito dopo si lasciò alle spalle la Grecia e andò a mettere i suoi quartieri per l'inverno nella accogliente e fertile Tessaglia.
Ma anche per i greci non era più possibile pensare di proseguire l'offensiva; stava sopraggiungendo l'autunno, e quindi decisero di interrompere la campagna.

Fra l'altro c'erano le Olimpiadi, e fu questa l'occasione per festeggiare i vincitori di Salamina, e conferire loro i più alti onori. . C'era, è vero, anche un altro eroe che si era comportato, nonostante la sua giovane età, da valoroso, dando già i segni della futura grandezza, ed era Cimone. Ma i più alti onori furono conferiti a Temistocle, ad Atene nessuno era geloso del suo grande successo, e quindi nemmeno Cimone.
Quando comparve nella tribuna Olimpica, tutta l'assemblea si levò in piedi per dargli posto; tutti gli occhi si fissarono solo su di lui; e quel giorno fu il più glorioso della sua vita. Una vita che però gli stava riservando un incredibile ingratitudine degli Ateniesi e delle grandi amarezze. Le leggeremo non nel prossimo capitolo, ma nel successivo in "La sofferta democrazia".

Mardonio cercò effettivamente di fare pace con gli Ateniesi, infatti incaricò Alessandro re di Macedonia per le trattative. E sembra che le offerte fossero generose, ma Atene rifiutò sdegnosamente. Ogni ulteriore trattativa cadde nel vuoto. Provò anche a fare vantaggiose offerte agli stessi Ateniesi, promettendo di ricostruire la città. Promise anche una somma di denaro. Ma Aristide, in quel tempo arconte, rispose ai messaggeri che come denaro non bastava tutto l'oro del mondo per corrompere gli Ateniesi, o a indurli ad abbandonare la difesa della comune libertà della patria.
Nell'estate successiva (479) Mardonio lasciò la Tessaglia e invase nuovamente l'Attica, che come l'anno precedente fu abbandonata dai suoi abitanti. Ma all'avvicinarsi dell'esercito della lega del Peloponneso, Mardonio, si dedicò più a corrompere che non a sferrare una guerra, ma visti gli inutili tentativi, per la rabbia fece ancora qualche danno in giro, poi sgombrò l'Attica, perché non voleva trovarsi nella condizione di accettar battaglia in questo paese montuoso, e ripiegò in Beozia, dove, appoggiato da Tebe, mise il suo campo nella pianura dell'Asopo. L'esercito del Peloponneso e gli Ateniesi collegati gli tennero dietro e si accamparono di fronte al nemico, sui contrafforti del Citerone presso Platea.

Aveva il comando supremo lo spartano PAUSANIA, che teneva la reggenza di suo cugino Plistarco, il figlio di Leonida ancora minorenne. Il suo esercito contava da 20 a 25 mila uomini dall'armatura pesante e altrettante, se non di più, truppe leggere; era quindi approssimativamente pari di numero del nemico, ma difettava completamente di cavalleria, mentre Mardonio poteva disporre, all'infuori dei suoi cavalieri persiani, anche degli splendidi squadroni tessali e beoti. Perciò Pausania non osò abbandonare le sue forti posizioni ed offrir battaglia al nemico nella pianura, e da canto suo Mardonio ebbe dei dubbi se portare un attacco contro le alture dove la sua cavalleria non avrebbe potuto fare un'azione efficace. Così i due eserciti rimasero per un certo tempo inoperosi l'uno di fronte all'altro.

Finalmente Mardonio a Platea si decise ad attaccar battaglia; ma il suo assalto contro gli Spartani fu un disastro, respinto con gravi perdite (si narra di 100.000 morti) lo stesso generale persiano vi rimase ucciso, mentre contemporaneamente gli Ateniesi mettevano in fuga gli alleati dei Persiani, i Beoti..

Dopo la fortunata battaglia, i Greci assalirono e presero il campo nemico impadronendosi di un immenso bottino. Ad inseguire ulteriormente l'esercito sconfitto si dové a rinunziare a causa della numerosa cavalleria nemica; e quindi il resto dell'esercito Persiano riuscì ad effettuare la ritirata senza incontrare ostacoli. Ma non erano più in grado di sostenere una nuova battaglia, e perciò Artabazo, che ne aveva assunto il comando dopo la morte di Mardonio, sgombrò la Beozia, ed in seguito anche la Tessalia, riconducendo i residui dell'esercito in Asia attraverso l'Ellesponto.
La Grecia era libera dall'invasione persiana.
Da questo momento, per lo spazio di due secoli, nessun nemico straniero pose più il piede sul suolo dell'Ellade.

I vincitori non soddisfatti, marciarono su Tebe e dopo un breve assedio costrinsero la città a sottomettersi; i capi del partito fautori dell'alleanza con i persiani che non si erano salvati con la fuga vennero consegnati a Pausania, e furono mandati al supplizio per scontare la pena del tradimento perpetrato contro la patria ellenica; dopo quest'ultimo atto l'esercito greco fu congedato.
Nel frattempo la flotta greca era passata nella Jonia; erano 110 navi al comando del re spartano Leotichida e dello stratega ateniese Santippo. Essa trovò tutto pronto per l'insurrezione contro il re e fu accolta dovunque a braccia aperte. La flotta persiana non osò (dati i precedenti) contrapporsi al nemico sul mare e rimase all'àncora presso il promontorio di Micale sotto la protezione dell'esercito di terra. Qui però fu assalita dai Greci, l'esercito venne tagliato a pezzi e messo in fuga, le navi incendiate; si narra che tutto ciò sia avvenuto nello stesso giorno in cui Mardonio fu sconfitto dai Greci a Platea.

In seguito a questa vittoria tutta la Jonia si sollevò contro la signoria persiana; le isole di Samo, Chio e Lesbo vennero accolte nella lega ellenica e gli Ateniesi strinsero alleanze a parte con le città del continente asiatico. Poi i Greci salparono verso l'Ellesponto, ma qui trovarono già distrutti i ponti di barche fatti costruire da Serse. Allora Leotichida con le navi peloponnesiache ritornò in patria, mentre Santippo con la flotta ateniese cominciò l'assedio della forte Lesbo, il più importante arsenale che i Persiani avessero in queste acque. La città si difese per tutto l'inverno; ma in primavera la fame la costrinse ad arrendersi. Con l'occupazione di Lesbo veniva sbarrata ai Persiani anche la via del mare attraverso l'Ellesponto (478).

Negli stessi mesi o in quelli successivi, la flotta del Peloponneso prese nuovamente il mare, ma questa volta con uno scarso numero di navi, 20 al comando del vincitore di Platea, Pausania; le si unirono 30 navi ateniesi ed i contingenti di Lesbo, Chio e Samo. Occorreva tagliare completamente al nemico le comunicazioni con l'Europa ; e quindi i Greci si volsero contro Bisanzio che era difesa da un forte presidio persiano e dopo un lungo assedio ridussero in loro potere la città.
Sinora gli Ateniesi si erano di buona volontà subordinati anche sul mare al comando supremo spartano, benché avessero da soli fornito alla flotta alleata maggior numero di navi che non tutti gli Stati del Peloponneso presi insieme, nonostante Sparta avesse pochissime navi e gli ufficiali Spartani non si intendessero affatto di guerra marittima. Ma era alla lunga impossibile che Atene prima potenza marittima ellenica si contentasse di rimanere al secondo posto. Del Peloponneso ora si poteva fare a meno, soprattutto da quando gli Joni erano entrati a far parte della lega ellenica. Inoltre il carattere rigidamente militare degli Spartani era assai poco simpatico ai Greci asiatici, inoltre Pausania non possedeva il dono di farsi amare personalmente.

Quanto ai Persiani, gli Ateniesi e gli Joni non si facevano illusioni sulla lunga durata che la guerra contro il re avrebbe avuto. Soltanto portando un colpo nel cuore dell'impero persiano, contro Babilonia e Susa, si sarebbe potuto arrivare ad una rapida decisione; ma allo stato delle cose non si poteva pensare a una simile impresa, a prescindere da ogni altra analisi, per il solo fatto che non si aveva cavalleria da contrapporre efficacemente alla cavalleria persiana. Non si poté dunque far altro che attendere a conservare il dominio sul mare conquistato a Salamina ed a Micale ; si doveva cioé essere sempre forti abbastanza per impedire in qualsiasi momento ad una flotta persiana l'ingresso nel Mare Egeo. Per far ciò occorrevano rilevanti mezzi finanziari; ma furono subito trovati solo che si fosse deciso di destinare alla difesa propria i tributi che sinora si erano pagati al re persiano.

E su queste basi infatti venne conclusa la nuova lega offensiva e difensiva contro la Persia. Il comando supremo sarebbe spettato ad Atene, come lo Stato più potente della lega; gli Stati che possedevano una marina idonea, vale a dire, all'infuori di Atene, principalmente le grandi isole della costa occidentale dell'Asia Minore, avrebbero contribuito alla flotta con un contingente di navi e gli altri Stati avrebbero pagato un contributo annuo alle spese della guerra. Il denaro versato a questo scopo si sarebbe dovuto depositare nel tempio di Apollo a Delo, il santuario comune della stirpe ellenica ionica; per la sua amministrazione fu creato un ordine di funzionari appositi, i « tesorieri degli Elleni » (Ellenotamii), che venivano eletti dal popolo ateniese. A Delo si adunavano pure a consiglio i delegati degli Stati partecipanti alla lega per decidere degli affari d'interesse comune. La determinazione della misura dei contributi che ciascuno Stato doveva prestare fu deferita ad Aristide che parve meglio che ogni altro idoneo a questo ufficio per la sua rettitudine superiore ad ogni sospetto; la somma complessiva da procacciarsi fu stabilita a 460 talenti attici, somma enorme date le condizioni della Grecia d'allora e quale nessuno Stato greco aveva mai avuto a sua disposizione, per quanto non potesse sostenere il confronto con le smisurate risorse finanziarie dell'impero persiano.

La scuola amara della dominazione straniera, non meno dell'entusiasmo nazionale che aveva suscitato la lotta per la libertà, fece sì che, salvo poche eccezioni, tutti gli Stati che si erano liberati dal giogo persiano accedessero alla lega, vale a dire tutte le isole del Mare Egeo e le città greche della costa tracica e delle coste dell'Asia Minore, in questo modo venne ad abbracciare, compresa Atene, un territorio di circa 30,000 chilometri quadrati ed una popolazione che può calcolarsi a non meno di due milioni di abitanti. Nessun altro Stato greco aveva un'estensione così considerevole; giacché la lega del Peloponneso sotto la guida di Sparta abbracciava soltanto 20.000 chilometri quadrati circa e non andava oltre il milione di abitanti.

Atene, che disponeva delle forze della nuova lega, assurse d'un tratto al grado di grande potenza.
Il compito più urgente era naturalmente l'espulsione dei presidi persiani che si sostenevano tuttavia nelle fortezze della Tracia. Essi si difesero tuttavia con grande tenacia, ma tagliati fuori come erano dall'Asia e senza possibilità quindi di riceverne aiuti, dovettero in breve soccombere.
Dopo la Tracia gli Ateniesi si volsero contro Bisanzio, dove Pausania al momento del suo richiamo aveva lasciato un presidio; in seguito egli era tornato nuovamente là per continuare di propria iniziativa la guerra contro il re persiano o piuttosto, come per lo meno corse voce, per annodare con lui relazioni sospette. Dopo un non breve assedio, la città fu costretta ad arrendersi: Pausania si ritirò e Bisanzio accedette alla lega marittima. Il governo spartano lasciò correre ben volentieri le cose, perché Pausania era in sospetto di macchinare un colpo di Stato, ma non osava prendere direttamente delle misure contro di lui.

Sembra proprio che Pausania iniziò trattative con il re Persiano, offrendogli il dominio della Grecia, purchè ne affidasse a lui, in qualità di vassallo, il governo, e gli concedesse sua figlia in sposa. Inoltre, il lusso e le delizie seducenti e la mollezza della corte di Serse, lui abituato alle severe leggi di Sparta, finirono per sconvolgere la sua intelligenza; iniziò a circondarsi di lusso asiatico, creò una sua guardia composta di persiani. E cosa ancora più peggiore, iniziò a trattare gli alleati Ioni con l'alterigia e l'insolenza di un satrapo, e quelli ben presto ribellandosi cominciarono a considerare di allearsi con Atene.

Così avvenne che dopo la presa di Bisanzio scoppiò nella flotta l'aperta rivolta; gli Joni rifiutarono di obbedire a Pausania e deferirono agli Ateniesi il comando supremo. Il governo spartano credette di poter appianare la questione con un mutamento nel comando e richiamò Pausania.
Sembra che uno schiavo latore di una lettera ai persiani, si insospettì che altri messaggeri come lui non tornassero mai indietro; aprì la compromettente lettera, e scoprì che in questa vi era la raccomandazione di uccidere, come tutti gli altri, il latore del messaggio. Lo schiavo consegnò la lettera agli Efori. Pausania richiamato dovette giustificarsi e scolparsi. Fortuna per lui che l'accusatore essendo schiavo - e la legge di Sparta non riconosceva la testimonianza di schiavi - sembrò sfuggire alla condanna, ma temendo un severo castigo per alto tradimento (che per Sparta era la morte) si rifugiò nel tempio di Minerva (Athena). Per rispetto al luogo sacro, non si poteva trarlo fuori a forza. Qualcuno ebbe allora l'idea di murare la porta e di lasciar morire di fame il traditore. Si narra che la prima pietra di questa tomba fu portata dalla madre stessa di Pausania.

Tuttavia, il nuovo ammiraglio Dorchide che sostituì Pasuania, non trovò migliore accoglienza presso la flotta.
Dopo questi fatti gli Stati del Peloponneso richiamarono le loro navi; essi non avevano il mezzo di costringere gli Joni all'obbedienza ed in fondo non erano poi così malcontenti che il peso della dispendiosa guerra marittima ricadesse su altre spalle che non le proprie. Che Atene potesse assurgere a rivale di Sparta non destava apprensioni; Sparta era sicura della sua assoluta superiorità per terra e credeva di potere in qualsiasi momento ridurre al dovere Atene invadendo l'Attica.

Il re Persiano non aveva fatto fino allora nessun tentativo per impedire i progressi degli Ateniesi. Alla fine fece prendere il mare ad una flotta di 200 triere fenicie: ma essa venne assalita presso le foci dell'Eurimedonte in Panfilia dagli Ateniesi al comando del figlio di Milziade, Cimone; la foltta persiana fu sconfitta in modo da rimanervi distrutta (verso il 470). Dopo quest'altra dura sconfitta fu esclusa per un tempo indefinito la possibilità di una offensiva persiana contro la Grecia, cosicchè il bacino orientale del Mediterraneo fino alla Fenicia ed all'Egitto rimase dischiuso agli Ateniesi.

La guerra d'indipendenza della Grecia era finita,
poteva iniziare ora la guerra offensiva.


Negli stessi anni in cui i Greci della madre-patria combattevano contro Serse per la propria libertà, i Greci di Sicilia dovettero sostenere una lotta simile anch'essi. Anche qui le singole città avevano cominciato a raggrupparsi in Stati di maggiore estensione. Così il tiranno di Reggio, Anaxilao (494-476), aveva conquistato la vicina Zancle ; siccome la sua famiglia era originaria della Messenia, egli diede alla città il nuovo nome di Messene, che le é rimasto sino ad oggi. Analogamente Terone, il tiranno di Acraga (tale all'incirca dal 488) estese la sua dominazione attraverso l'isola sino alla costa settentrionale, ove sottomise Imera. Ma sopra tutto salì a grande potenza Gela, che in grazia della fertilità del suo territorio era divenuta nel corso del sesto secolo una della più ricche città della Sicilia. Qui verso il 50 si era impadronito della tirannide Cleandro, cui successe poi il fratello Ippocrate. Quest'ultimo riuscì a conquistare le città calcidiche di Leontini,

Catane e Nasso e ad espandere così la sua signoria sino al mare Jonio ed all'Etna; dopo ciò attaccò Siracusa e la costrinse, in seguito ad una grande vittoria riportata sul fiume Cloro, a cedere Camarina. Non molto tempo dopo Ippocrate cadde combattendo contro i Sicelioti e gli successe sul trono il suo comandante della cavalleria Gelone. Nel frattempo, in seguito alla disfatta subita sul Cloro erano scoppiati a Siracusa torbidi interni ; i proprietari fondiari (« gamori ») che sinora avevano avuto in mano la somma delle cose, furono cacciati dalla città da una insurrezione del popolo e dei loro stessi servi, i così detti Cillirii. Essi si rivolsero per aiuto a Gelone, e questi apparve immediatamente sotto Siracusa che gli aprì senz'altro le porte. La posizione opportuna di Siracusa che era situata nel centro del territorio sottoposto al suo dominio e gli ottimi porti ch'essa possedeva, indussero Gelone a trasferirvi la sua residenza. Per assicurare meglio il mantenimento del suo nuovo possesso Gelone vi stanziò numerosi coloni fatti venire da Gela e la popolazione della vicina Megara che aveva conquistata poco dopo l'occupazione di Siracusa. Tutto ciò fece salire in pochi anni Siracusa al posto di prima città dell'isola.
La fondazione in Sicilia di queste forti monarchie militari non poteva lasciare indifferente Cartagine; essa cominciò a temere per i suoi possedimenti nell'Occidente dell'isola, e decise di prevenire il pericolo. Un esercito cartaginese sbarcò quindi a Panormo e marciò su Imera per togliere questa città a Terone e rimettervi sul trono il tiranno Terillo da lui spodestato. Terone da solo non sarebbe stato in grado di tener testa a questo attacco ; ma egli era in stretta lega con Gelone cui aveva dato in moglie la propria figlia Damareta. Di modo che i due tiranni unirono i loro eserciti ed assalirono i Cartaginesi sotto le mura di Imera. I barbari rimasero completamente sconfitti, il loro re Amilcare cadde nella battaglia, e il loro esercito e la flotta furono distrutti (48o a. C.). Dopo tale disastro Cartagine chiese la pace che i vincitori le accordarono verso il pagamento di una indennità di guerra. Può darsi che Gelone abbia pensato che una conquista delle città fenicie dell'Occidente dell'isola non sarebbe tornata che a profitto del solo Terone; ma senza dubbio fu sopra tutto l'invasione persiana nella Grecia quella che spinse Gelone a troncare la guerra allo scopo di aver le mani libere per ogni eventualità.

Gelone sopravvisse soltanto pochi anni alla sua grande vittoria. Suo fratello Gerone che gli successe sul trono estese la sua influenza anche sull'Italia meridionale. Qui non molto tempo avanti l'opulenta Sibari era stata distrutta dai Crotoniati (verso il 510). I cittadini di essa che erano riusciti a scampare alla catastrofe avevano cercato rifugio nelle loro colonie del mar Tirreno, Scidro e Lao; e quando i loro nemici vennero a molestarli anche qui, Gelone li soccorse con un intervento efficace. Del pari protesse i Locresi contro il loro potente vicino Anassilao di Reggio. Verso quest'epoca Cuma, la sentinella avanzata del mondo ellenico sulla costa occidentale d'Italia, fu nuovamente fatta segno agli attacchi della potente flotta etrusca; Gerone inviò in aiuto dei suoi connazionali una flotta, e questa nelle acque campane riportò sulla flotta dei barbari una splendida vittoria, in seguito alla quale rimase per sempre distrutto il predominio marittimo degli Etruschi (474). Per metter fuori pericolo quanto era stato ottenuto venne distaccato di stazione all'isola di Pitecusse (Ischia) un reparto della flotta siracusana.

Così era restaurato anche in Occidente il predominio dei Greci sul mare.

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