19. L'ASCESA DI ALESSANDRO MAGNO


Busto di Alessandro del IV sec. a.C., attribuito a Lisippo
Lo scultore ha donato al viso dell'eroe, che stupì il mondo, la bellezza e la nobiltà di un giovane dio.
L'istruzione di Alessandro, Filippo l'affidò ad Aristotele: "... scorgendo che la natura di Alessandro era tale da non lasciarsi piegare con la violenza, ma da lasciarsi condurre facilmente con la persuasione, stabilì di persuaderlo piuttosto che comandarlo. E poichè non aveva fiducia di affidare la sua istruzione ai soliti maestri, Filippo mandò a chiamare il più insigne e più dotto dei filosofi, Aristotele, e gli diede un compenso degno e conveniente"(Plutarco).

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LA PRESA DI POTERE (336) - LA PRIMA SPEDIZIONE IN GRECIA (336) - LA SPEDIZIONE NEL NORD (335)
LA CAMPAGNA NELL'ILLIRICO (335) - RIVOLTA E REPRESSIONE DI TEBE (335)
SUCCESSI PERSIANI - PREPARATIVI PER LA CAMPAGNA - TUTTI GLI UOMINI DI ALESSANDRO - LO SBARCO (334)
IL GRANICO E LE SUE CONSEGUENZE (334) - LA CONQUISTA DELLA IONIA E DELLA CARIA (334-333)

 

LA PRESA DI POTERE (estate 336)


Filippo di Macedonia era morto prima di poter intraprendere l’invasione dell’impero persiano, ed occorreva eleggere un successore capace di portare a termine il compito e di guidare l’armata macedone e i contingenti alleati, che non sapevano se la spedizione sarebbe realmente partita o se era venuto il momento di smobilitare per la morte del comandante.


ALESSANDRO, ancorché giovane aveva, e gli erano riconosciute, tutte le qualità necessarie per succedergli, e in quel momento si poteva passar sopra al fatto che sua madre Olimpiade era stata ripudiata da Filippo, ma doveva chiarire ancora la sua posizione riguardo all’omicidio di suo padre. Pausania, l’assassino, era stato ucciso, ma molti si chiedevano quale mano l’avesse armato dato che nessuno era seriamente convinto che avesse agito da solo per “motivi personali”. Correvano già voci sinistre su Olimpiade, e qualcuno l’aveva vista addirittura porre una corona d’oro sul cadavere di Pausania, per cui occorreva trovare dei colpevoli che rendessero la posizione della madre di Alessandro meno pericolosa.

La potente famiglia dei Lincestidi, che come terre e denaro era seconda solo a quella degli Argeadi in Macedonia venne chiamata in causa: avrebbero complottato per assassinare Filippo tramite Pausania e per mettere al suo posto il nipote Aminta, figlio di Perdicca II. Dei tre fratelli Lincestidi, presenti a Ege, due furono fatti subito uccidere, mentre il terzo, chiamato anche lui Alessandro, fu risparmiato perché aveva salutato per primo Alessandro Re, ed era genero del potente e influente Antipatro, ufficiale anziano di Filippo, il cui appoggio era indispensabile per salire sul trono.

Il destino di Aminta seguì quello dei fratelli Lincestidi: costituiva il candidato più pericoloso per Alessandro, perché più titolato di lui ad occupare un trono dal quale non era per la verità mai sceso; Filippo infatti l’aveva messo “sotto tutela” ma non l’aveva mai ufficialmente detronizzato. Alessandro non riuscì invece ad agire subito contro Attalo, il suocero di Filippo, che era rimasto in Asia al comando del corpo dei 10.000 Macedoni impegnati nelle operazioni preliminari di conquista. Non sapendo come l’ eventuale assassinio di un nobile che godeva di una grande posizione di prestigio a corte e di popolarità presso l’esercito, sarebbe stato accolto dagli altri ufficiali, Alessandro decise soltanto di farlo tenere sotto sorveglianza da parte di uno dei suoi amici Ecateo. Questi fu mandato in Asia con pochi soldati, apparentemente per rinforzare l’esercito là impegnato, ma in realtà con l’ordine di uccidere Attalo appena questi avesse fatto qualche passo falso.

Le sorti di sua nipote Cleopatra e della figlia di lei, Europa, erano legate alla sua sopravvivenza, ma almeno per il momento, non furono toccate da Olimpiade. Lo storico Giustino, si compiace di descrivere una presunta mattanza di membri della famiglia reale avvenuta all’avvento al trono di Alessandro, ma sappiamo che quasi tutti i figli di Filippo avuti da altre mogli furono risparmiati: parliamo di Arrideo, figlio della danzatrice Filinna, poco sano di mente, e delle due figlie Cinane e Tessalonice.

I sovrani Macedoni erano monarchi eletti dall’assemblea dei soldati in armi, che in genere si limitava a sanzionare quello che era stato già stabilito con gli intrighi di corte, ma che aveva tuttavia una certa autorità; il Re non aveva poteri assoluti sui suoi sudditi, ed poco più di una guida autorevole ed un comandante militare; tutte le questioni d’alta politica, come le dichiarazioni di guerra o di pace, doveva discuterle davanti all’esercito riunito per l’approvazione.

ALESSANDRO si presentò davanti ai soldati con l’appoggio dei più anziani ufficiali dell’esercito di Filippo, Antipatro e Parmenione, e infiammò la platea con un reboante discorso in cui proclamò che avrebbe seguito fino in fondo il programma di Filippo. Il suo carisma, le sue sperimentate abilità di condottiero, la sua appartenenza alla famiglia da cui venivano da sempre eletti i Re Macedoni e il fatto che suo padre era il grande Filippo, spinsero l’assemblea a dargli il titolo regale.

Filippo fu seppellito in una sontuosa tomba, per lui appositamente preparata, che fu poi ritrovata presso Vergina da alcuni archeologi greci nel 1977, ma tutti i personaggi legati ad Alessandro che erano caduti in disgrazia nel suo regno riebbero il loro rango: Olimpiade ebbe il prestigioso titolo di regina madre, con la possibilità di esercitare la reggenza in caso d’assenza del figlio; Tolemeo, Nearco, Arpalo ed Erigio che erano stati banditi da Filippo, perché accusati di avere malamente consigliato Alessandro nell’affare di Pissodaro, furono ora richiamati dal nuovo Re, che si affrettò a prenderli nel suo seguito, in attesa di concedere loro alti incarichi. Alcuni dissidenti Macedoni, come Aminta, figlio di Antioco, che non accettavano né il nuovo Re, né il suo seguito, lasciarono il regno ed entrarono alla corte Persiana, ma nessuno contestava apertamente Alessandro in Macedonia.

LA PRIMA SPEDIZIONE IN GRECIA (Autunno del 336)

La morte di Filippo era stata in genere accolta con gioia in Grecia. Nonostante i proclami fatti dal Re di guidare una crociata panellenica per vendicare l’invasione di SERSE e la distruzione dei templi di Atene nel 480, molti non dimenticavano come la sua ascesa fosse dovuta alla corruzione e alla violenza, e come i Macedoni stessi fossero considerati in Grecia dei barbari non migliori dei Persiani. La possibile crisi di successione lasciava sperare nella fine dell’egemonia macedone e ad Atene c’era chi, come DEMOSTENE, si presentava vestito a festa nell’agorà per festeggiare il ritorno della libertà. Conflitti tra filo e antimacedoni scoppiavano un po’ ovunque, a Tebe, in Etolia, in Elide e in Arcadia, mentre ad Ambracia veniva addirittura scacciata la guarnigione macedone.

Si rendeva così necessario per Alessandro intervenire militarmente in Grecia, per dare sostegno ai filomacedoni e costringere gli Elleni a riconoscergli la successione nella carica di comandante della lega di Corinto. Le cariche di arconte della lega tessala e di comandante della Lega Ellenica erano state concesse a Filippo a titolo vitalizio e personale, ma non esistevano clausole che costringessero i Tessali o il sinedrio a trasmetterle anche ai suoi eredi. Da Atene e dalle altre città greche, nessuna delegazione era giunta a lui per salutarlo come egemone della lega, e con questo atteggiamento di indifferenza si negavano implicitamente i suoi diritti. Alessandro ovviamente la pensava diversamente, e si presentò in Tessaglia, a reclamare la carica arconte della lega tessala, accompagnato dall’esercito macedone al completo.

Subito dopo avere ottenuto tale carica, si diresse a Delfi, dove si fece confermare il diritto a mandare due delegati al consiglio Anfizionico, che Filippo aveva ottenuto combattendo contro i Focesi sacrileghi. Mentre gli Ambracioti furono blanditi, con la promessa che non avrebbero più ricevuto guarnigioni – abitavano del resto una città assai fuori mano, la cui sottomissione avrebbe richiesto parecchio tempo prezioso– i Tebani ricevettero la sgradita visita dell’esercito macedone, che Alessandro pretese di alloggiare in città. L’arrivo di Alessandro in Beozia, la cui risolutezza era stata largamente sottovalutata anche da uomini politici di solito acuti e bene informati come Demostene, provocò una reazione di terrore negli Ateniesi, che gli mandarono una delegazione. L’oratore Ateniese che era tra gli inviati, tornò indietro non appena questi arrivarono al confine tra l’Attica e la Beozia; forse non voleva subire l’umiliazione di portare le scuse ufficiali di Atene ad Alessandro per il mancato riconoscimento dell’egemonia, come invece dovettero fare gli altri ambasciatori. Alessandro perdonò la città infedele e completò l’ultima tappa di questa fruttuosa discesa in Grecia a Corinto, dove il sinedrio della Lega Ellenica lo nominò ufficialmente comandante in capo con pieni poteri della spedizione comune contro i Persiani.

LA SPEDIZIONE NEL NORD (Primavera 335)

Se i Greci potevano essere ricondotti all’obbedienza con una semplice dimostrazione di forza, occorreva una vera e propria campagna militare per riassoggettare le tribù dei Traci, degli Sciti e degli Illiri che, avevano approfittato della morte di Filippo per scuotere il giogo e non pagare i tributi. Alessandro, partì da Anfipoli, fece tappa a Filippi, sottomise le tribù tracie che vivevano presso il monte Emo, per penetrare poi nel territorio dei Triballi, che abitavano grosso modo tra la catena dei Grandi Balcani e il Danubio presso il fiume Naisso. Con i membri di questa etnia c’erano dei conti lasciati in sospeso da Filippo, che, come già riportato, era stato da loro attaccato e depredato dei suoi bagagli, al ritorno dalla campagna contro gli Sciti nel 339. Il Re dei Triballi, Sirmo, prevedendo che si annunciava una lotta mortale per il suo popolo, si rifugiò nel delta del Danubio, presso un’isola chiamata Peuce, da dove chiamò in aiuto proprio gli Sciti o Geti, perché gli consentissero il passaggio dall’altra parte del fiume.

Alessandro dapprima attaccò un gruppo di barbari che si era staccato dal corpo principale dei Triballi, e non aveva quindi seguito Sirmo sull’isola, sterminandolo dopo una dura battaglia presso il non ben identificato fiume Ligino; poi giunse presso la foce del Danubio dove poté constatare che i Triballi sembravano essersi portati al sicuro. I due bracci del Danubio erano percorsi da una corrente impetuosa, che ne rendeva impossibile il guado. Secondo Arriano, l’unico storico che ha raccontato nei dettagli questa importante campagna, Alessandro si servì di alcune navi da guerra bizantine per trasportare le sue truppe sull’isola. Il tentativo fallì, perché le navi erano troppo poche per trasportare un contingente numeroso di truppe e perché i Triballi presidiavano efficacemente i punti in cui era previsto lo sbarco, ma dimostrò che i rapporti con Bisanzio erano stati definitivamente ricuciti, dopo la guerra del 341-340, e che alla precedente ostilità si era sostituita una fattiva collaborazione.

Intanto tutta la sponda sinistra del Danubio si era riempita di nemici, poiché gli Sciti erano giunti in massa in soccorso dei Triballi con un contingente stimato di 10000 fanti e 4000 cavalieri. L'attraversamento di un fiume larghissimo e non guadabile contro un nemico accampato sull’altra sponda rappresenta uno dei problemi tattici più difficili da affrontare, anche per un esercito moderno. Alessandro però aveva la capacità di trovare sempre una soluzione adatta alle circostanze sfruttando le informazioni di guide locali e le risorse del luogo. Il Danubio offriva sostentamento ad una numerosa popolazione che utilizzava una grande quantità di piccole imbarcazioni e zattere, sia per le attività di pesca che per traghettare, persone o merci tra le opposte sponde.

Alessandro fece requisire tutte le imbarcazioni disponibili, vi imbarcò 1500 cavalieri e 4000 fanti e in una sola notte riuscì a traghettarli dall’altra parte del fiume senza che i nemici si accorgessero di nulla. Una volta spuntata l’alba, bastò la sola vista dell’esercito macedone in armi spuntare dalla riva del fiume, per indurre i Geti a scappare, e ad abbandonare i loro villaggi sulla sponda sinistra del Danubio per raggiungere le steppe. Dopo questa vittoria ottenuta senza spargimento di sangue, Alessandro sacrificò a Zeus Salvatore, ad Eracle e al fiume Istro per averlo protetto durante il passaggio del fiume. I Macedoni saccheggiarono le città scitiche nella pianura valacca, per poi ritornare verso l’isola del Danubio in cui si erano rifugiati i Triballi. Il loro re, Sirmo, venne finalmente a patti, e si riappacificò con i Macedoni, e, a quanto pare, riuscì a preservare il suo popolo dalla morte e dalla schiavitù, anche se dovette acconsentire che Alessandro effettuasse massicci arruolamenti di soldati tra i Triballi, che del resto si misero volentieri al servizio di un potente sovrano che prometteva loro un lauto ingaggio e un sicuro bottino nella prossima campagna persiana.

LA CAMPAGNA NELL’ILLIRICO (Tarda primavera del 335)

La successiva tappa di Alessandro in questo tour nei domini settentrionali Macedoni, fu quella di penetrare nel territorio degli Agriani, una tribù tracia che abitava il corso superiore del fiume Strimone ed era contigua ai Peoni, che invece abitavano tra lo Strimone e il Nesto. Il Re di questi barbari, LANGARO, era un ottimo amico dei Macedoni, e rese tre preziosi servizi ad Alessandro: lo avvertì di una pericolosa coalizione che si stava formando tra i popoli barbari dell’attuale Albania, e precisamente tra l’illirico CLITO, che era un altro figlio del vecchio Bardili, e Glaucia, re della tribù Illirica dei Taulanti; gli promise di tenere impegnate le altre tribù barbare della Macedonia Settentrionale, in modo che non dessero fastidi all’esercito macedone durante la campagna d’Illiria, e fornì al Re un corpo di 1000 soldati scelti Agriani; questa milizia avrebbe avuto una parte addirittura decisiva, nelle successive vittorie di Alessandro.

Forte di queste informazioni e rinforzi, l’esercito macedone fece una fulminea incursione in Illiria raggiungendo la città di Pellio, la capitale di Clito che cinse immediatamente d’assedio. La città sostenne con fermezza l’assedio e ben presto un esercito di soccorso, formato dai contingenti illirici di Clito e Glaucia, si accampò sulle colline circostanti l’esercito assediante, che fu preso quindi in mezzo tra la città e le truppe di soccorso. Il terreno montuoso, attraversato da fiumi e dirupi non si prestava affatto ad un combattimento campale, soprattutto per un corpo di fanteria come la falange che aveva bisogno di potersi schierare in pianura. L’esercito uscì dalla trappola con una serie di manovre e combattimenti assai confusi, e furono soprattutto le truppe leggere degli Agriani che diedero un assalto decisivo agli accampamenti degli Illiri, assai mal custoditi dai loro occupanti, volgendo in fuga sia Clito che Glaucia. Il guadagno della vittoria non furono altro che le rovine della città di Pellio, data alle fiamme dallo stesso Clito, che col suo alleato si ritirò nel territorio dei Taulanti, pronto a rinnovare la guerra.
Alessandro non poté continuare la campagna illirica, perché nel frattempo era stato raggiunto da pessime nuove dalla Grecia: la città di Tebe, nonostante la presenza di una guarnigione macedone all’interno della rocca cittadina, aveva issato il vessillo della rivolta, e Atene minacciava di seguirla.

RIVOLTA E REPRESSIONE DI TEBE (estate-autunno 335)

La storia della ribellione e di Tebe parte da un lungo intrigo tessuto sia in Persia che ad Atene. Avevamo lasciato la corte Persiana in preda all’anarchia e dominata dall’eunuco BAGOA, che, dopo avere eliminato sia ARTASERSE III Ocho, che suo figlio ARSETE, aveva innalzato al trono un tale CODOMANNO, lontano parente del defunto Artaserse Ocho, che prese il nome regale di DARIO III.

Nel frattempo, approfittando del vuoto di potere creatosi nell’impero, i Macedoni dominavano indisturbati in Asia Minore, mentre l’Egitto si ribellava di nuovo. Per fortuna dei Persiani, Dario si rivelò un uomo di buona tempra, riuscì a sbarazzarsi di Bagoa e a prendere in mano le redini dell’impero. Un esercito fu mandato in Egitto, mentre al valoroso e fedele MMEMNONE venivano ancora una volta date in affidamento le truppe persiane e la flotta di stanza nell’Anatolia, col compito di cacciare le forze Macedoni là presenti. Nello stesso tempo il Gran Re riallacciò le trattative per un’alleanza con gli Ateniesi interrotte dieci anni prima, quando alla città greca sembrava ancora sconveniente allearsi con i Persiani. Secondo il racconto di Eschine il gran Re mandò ad Atene 300 talenti che Demostene adoperò per rifornire di armi gli antimacedoni tanto a Tebe che nel Peloponneso, e per indurre ATTALO, la cui posizione si era fatta molto difficile dopo la morte di Filippo, a ribellarsi contro Alessandro.

Il generale Macedone tenne un comportamento piuttosto ambiguo; dapprima cercò di accattivarsi le truppe di stanza in Asia, blandendole e cercando di farle passare dalla sua parte, poi cambiò parere, forse perché il suo gioco era stato scoperto, e consegnò ad Alessandro la lettera che gli era stata inviata da Demostene. Questo gesto non servì a salvargli la vita, poiché Ecateo, ebbe finalmente la scusa per levarlo di mezzo senza destare nessuna reazione da parte di Parmenione e degli altri Macedoni; la rovina di Attalo trascinò con sé anche quella della sfortunata nipote Cleopatra, che fu costretta al suicidio da Olimpiade, dopo che gli fu uccisa la figlia tra le braccia. Altre vittime dell’imprudente condotta di Attalo furono gli antimacedoni Ateniesi e Demostene: il carteggio di Attalo costituiva una prova schiacciante del loro complotto.

Tuttavia, buone notizie sembravano venire dal nord: Alessandro non dava alcuna notizia di sé e sembrava che fosse addirittura perito nella campagna contro i barbari. Questa voce incontrollata era abbastanza per le speranze degli esuli democratici di Tebe, che ritornarono di soppiatto a Tebe e convinsero il popolo a sollevarsi contro la dominazione macedone e a porre sotto assedio la guarnigione della Cadmea. La notizia della rivolta tebana percorse come una scossa elettrica l’intera Ellade; L’Etolia e l’Arcadia e l’Elide si sollevarono, e questi ultimi due stati mandarono un contingente di soccorso.

Ma, se il servizio di informazioni dei Greci non era molto efficiente, quello dei Macedoni funzionava benissimo, e Alessandro fu informato quasi in tempo reale della ribellione, dove era scoppiata e quanto era estesa. Con una decisione repentina abbandonò la campagna illirica, e marciò con una rapidità leggendaria verso la Beozia che fu raggiunta dopo soli tredici giorni. I Tebani avevano inutilmente cercato di sbarazzarsi del presidio macedone, persino tentando di corromperlo, ma non erano bastati i talenti a disposizione per raggiungere il compromesso, così come una mancanza di denaro per pagare le truppe e farle avanzare ulteriormente, aveva fatto sì che gli Arcadi si fermassero a Corinto.

Alessandro aveva tutto l’esercito macedone con sé, e aveva raccolto contingenti, dalla Focide, da Orcomeno, da Platea e da Tespie, tutte città o comunità devastate in passato dai Tebani e che avevano un implacabile avversione per la capitale della Beozia. Un esercito di oltre trentamila uomini era schierato contro una sola città, che non poteva contare sull’appoggio effettivo di nessun alleato, e che non aveva a sua difesa altro che una semplice palizzata. Alessandro quindi poteva essere ragionevolmente convinto che sarebbe bastata la sola presenza del suo esercito per indurre gli abitanti ad arrendersi, e lasciò passare alcuni giorni senza attaccarli. Eppure i Tebani non cedettero, presero le solite misure estreme, dando le armi persino agli stranieri e agli schiavi, e aizzarono i Greci nell’esercito di Alessandro a passare dalla loro parte nella lotta contro il tiranno. L’esercito macedone li attaccò a scaglioni, e se i Tebani si difesero bene contro i primi due, non riuscirono, a causa della stanchezza a far fronte al terzo, che - grazie all’entrata in città di alcuni incursori al comando di Perdicca che attaccarono i Tebani alle spalle - riuscì a volgerli in fuga, a fare breccia nella palizzata e a conquistare la città. Seguì una carneficina: 6000 Tebani, tra cui molte donne e bambini furono uccisi sul posto, e altri 30000 furono venduti schiavi.

Alessandro apparentemente lasciò decidere la sorte della città ribelle dal sinedrio della Lega, che ovviamente ne deliberò la distruzione. Questa fu effettuata meticolosamente: di tutti gli edifici furono lasciati in piedi soltanto la rocca Cadmea e la casa del poeta Pindaro, il quale in tempi passati aveva cantato le lodi della dinastia macedone. Dalla vendita dei Tebani l’erario macedone ricavò 440 talenti d’argento, che sarebbero stati molto utili per finanziare la successiva campagna contro i Persiani. Alessandro decise anche di ricostruire le città di Platea, Tespie e Orcomeno, che erano state distrutte dai Tebani negli anni tra il 372 e il 364, e di ripopolarle con i superstiti di queste popolazioni, che si erano installati come profughi in molte altre città greche, compresa Atene. La fulminea e brutale repressione attuata dai Macedoni gettò nel panico le popolazioni greche che avevano preso parte alla rivolta o che avevano per lo meno finanziato i ribelli come Atene. Una ambasceria fu inviata dagli Ateniesi ad Alessandro per complimentarsi con la sua vittoria, ma questa volta incontrarono freddezza da parte del Re, che richiese invece la consegna dei capi del partito antimacedone maggiormente implicati nel finanziamento dei Tebani. Tra questi vi erano Caridemo, un comandante mercenario, Licurgo, Iperide e Demostene, i più accesi oratori antimacedoni. In seguito ai buoni uffici dell’oratore Demade, Alessandro ridusse la sue pretese e si accontentò dell’esilio di Caridemo, che si rifugiò immediatamente alla corte del Gran Re. Nel complesso Atene ricevette ancora una volta un trattamento di favore in virtù del proprio passato glorioso e della potenza navale che ancora la rendeva temibile.

SUCCESSI PERSIANI (Anno 335)

Nel frattempo la spedizione Asiatica dei Macedoni era stata fronteggiata con successo da Memnone. Grazie al contributo dei satrapi, era stato formato un esercito, costituito di cavalieri Paflagoni, Ircani, Medi e Battriani e da un folto contingente di mercenari Greci; probabilmente più di 5000. Accanto a Memnone operavano alla testa delle loro truppe, il satrapo della Ionia Spitridate, quello della Cilicia Arsame, e quello della Frigia Ellespontica, Arsite. L’esercito Persiano era sicuramente più numeroso e più mobile del contingente Macedone e non tardò a creargli gravi fastidi. I Macedoni erano entrati a Cizico e ad Efeso, dove un certo Eropito, a capo del partito democratico, fece cacciare il tiranno Sirface che governava al servizio dei Persiani; ma Memnone si prese la rivincita battendo i Macedoni in battaglia campale presso Magnesia sul Meandro e li costrinse a ripiegare sulla costa della Troade.

Ad Efeso, il partito filopersiano fece aprire le porte alle truppe di Memnone che procedettero alla distruzione della statua di Filippo, eretta dagli Efesini, e al saccheggio del tempio di Artemide. La guerra si spostò allora in Frigia Ellespontica, dove si erano ritirati i Macedoni; Parmenione si impadronì della città di Grinio, sulla Propontide, ma fallì a conquistare Pitane, prontamente soccorsa da Memnone, che a sua volta non riuscì ad entrare in Cizico con un colpo di mano. In un secondo scontro campale Memnone sconfisse le forze dello stratego macedone Calate e le costrinse a rifugiarsi a Reteo, qualche chilometro a est di Ilio. Dopo un anno di campagne restavano dunque in mano ai Macedoni non più che due città sulla costa, e il nuovo esercito persiano aveva dato un’ottima prova di efficienza sul campo. Mentre i suoi satrapi operavano così eccellentemente in Asia minore, Dario riconquistò l’Egitto che passò di nuovo sotto l’amministrazione Persiana, sotto il satrapo Sabace.

PREPARATIVI PER LA CAMPAGNA

Non si può fare a meno di notare che, dopo le rivolte dei Greci e dei barbari, e la riscossa persiana, la situazione politica e strategica dei Macedoni era peggiorata rispetto ai tempi di Filippo. Tutta l’Illiria continuava ad essere in rivolta, e perduta quindi per Alessandro. La sua campagna orientale aveva dato un severo colpo a Clito e Glaucia, ma non li aveva annientati. Più a sud, Etoli e Acarnani erano praticamente indipendenti, e nel Peloponneso, oltre agli Spartani, nemici dichiarati, c’era poco da avere fiducia negli Arcadi che avevano persino mandato un esercito di soccorso a Tebe, quando questa si era ribellata, e non erano stati puniti da Alessandro. In Asia il corpo di spedizione inviato aveva subito varie sconfitte, anche se era riuscito a tenere due essenziali teste di ponte ad Abido e a Cizico. Parmenione, rientrato dall’Asia a fare rapporto aveva detto ad Alessandro che forse era meglio aspettare prima di partire per la spedizione Asiatica.

ALESSANDRO non si era ancora sposato e doveva pensare a generare dei figli, perchè non rimaneva altro che lui in grado di regnare della casa degli Argeadi. Anche Antipatro lo seguì su questa linea prudente, ma il Re si rivelò inflessibile. Si era già perso troppo tempo in Grecia, mentre i Persiani si rafforzavano anno dopo anno. Tra l’inverno del 335 e la primavera del 334 vennero radunati a Pella tutti i contingenti nazionali Macedoni e quelli “alleati”, mentre i Greci della lega di Corinto fornirono la flotta che doveva seguire e proteggere il contingente alleato, 160 navi in tutto. 12000 falangiti Macedoni e 1500 cavalieri furono lasciati in Macedonia con Antipatro, che avrebbe ivi ricoperto la carica di reggente. Un numero uguale di fanti Macedoni seguì invece Alessandro, assieme a 7000 greci, forniti dalla Lega Ellenica, 5000 mercenari, 7000 fanti leggeri reclutati tra i Traci, Triballi e Illiri, e 1000 indispensabili arcieri cretesi e Agriani.
Le forze di cavalleria erano costituite da 5100 cavalieri, di cui 1800 Macedoni, 1800 Tessali, 600 Greci e 900 Traci e Peoni. Il totale di queste cifre porta a 32000 fanti e 5100 cavalieri. Per le risorse dell’epoca era probabilmente il massimo che si potesse radunare per una campagna prolungata a più anni. A parte i contingenti nazionali Macedoni, a cui comunque Alessandro doveva pagare il mantenimento, tutti gli altri, ed erano la maggioranza, dovevano essere ingaggiati e poi pagati sempre a pronta cassa per evitare diserzioni.

La campagna era già stata programmata per durare almeno più di un inverno, per cui occorreva uno sproposito di talenti che non potevano ovviamente essere coperti soltanto dagli introiti delle miniere del Pangeo. Naturalmente si contava sul fatto che saccheggiando le risorse dei paesi che si sarebbe andati ad invadere, si potesse trovare almeno il necessario cibo, ma i proventi del bottino non potevano assolutamente sostituire lo stipendio. Dopo aver ricavato i proventi delle miniere e avere capitalizzato la vendita dei prigionieri Tebani, Alessandro allestì costose festività in onore di Zeus e delle Muse nella città di Dion e pagò l’ingaggio alle truppe, rimanendo così senza denaro ad eccezione di 70 talenti. La situazione era abbastanza grave da costringere Alessandro a compiere un gesto estremo; secondo Plutarco e Giustino vendette le proprietà della famiglia degli Argeadi ai suoi ufficiali, e prese altri 200 talenti a prestito. Non tutte le proprietà reali vennero impegnate, perché molti ufficiali decisero, come il loro Re, di investire sul futuro.

TUTTI GLI UOMINI DI ALESSANDRO

Gli alti ufficiali dell’esercito di Alessandro erano in massima parte gli stessi che avevano servito nell’esercito di Filippo, uomini di provata fedeltà alla monarchia e di sperimentato valore, che d’altra parte avevano appoggiato l’elezione del giovane sovrano e si aspettavano quindi una posizione adeguata ai loro meriti. Se Antipatro era stato creato reggente e rappresentante legale di Alessandro presso il sinedrio della Lega Ellenica, in una posizione tale da garantirgli poteri sovrani sulla Macedonia per tutto il tempo in cui Alessandro sarebbe stato assente, Parmenione, l’altro “grande elettore” di Alessandro ebbe il comando diretto della cavalleria tessala e alleata, ad un figlio di questi Filota, andò il comando della cavalleria Macedone e all’altro, Nicanore, quello degli Ipaspisti e della falange. Parmenione, che controllava l’esercito tramite i suoi figli, rivestiva l’incarico di comandante in seconda, teneva le truppe all’ala sinistra durante la battaglia ed era la prima persona che Alessandro doveva consultare per ogni decisione. Tra gli ufficiali dei reggimenti della falange, ricordiamo Cratero, Perdicca, Ceno, Aminta e Meleagro, che avrebbero ricoperto in futuro un ruolo decisivo in momenti importanti della spedizione.

Gli alleati della Lega Ellenica erano guidati da un altro veterano, Antigono Monoftalmo, cioè il Guercio. Le cavallerie Macedone aveva anche un corpo speciale detto degli Eteri, cioè i compagni del Re, i nobili a lui più fedeli che lo accompagnavano in battaglia. Di loro sarebbero diventati famosi, Efestione, , Nearco, Tolemeo, Leonnato, Seleuco e Lisimaco. I più meritevoli sarebbero passati al rango di guardie del corpo. Numeroso personale non combattente accompagnava la spedizione. L’esercito era dotato di un vero reparto del genio, guidato dall’ingegnere Diade, che avrebbe costruito arieti, torri, macchine d’assedio, ponti mobili che sarebbero poi tornati molto utili all’esercito. Ancora più utile doveva risultare il servizio informazioni, di cui facevano parte tanto le spie, che gli interpreti, e sarà risolutivo, tutte le volte che ci fu bisogno di qualche disertore, transfuga, pastore locale, per scoprire passi o sentieri non presidiati dal nemico che consentissero quindi di aggirarlo. Insieme all’esercito si muovevano i Bematisti, cioè i topografi di allora, che misuravano le distanze tra un luogo e l’altro contando i passi. I loro appunti comprendevano pure le descrizioni delle regioni attraversate, e sarebbero stati la base di tutte le conoscenze scientifiche e Geografiche sull’Asia.

Accanto ad essi la Grecia mandò la crema dei suoi filosofi e uomini di cultura. Si distingueva Callistene, cugino di Aristotele, che rivestiva il ruolo di cronista ufficiale della spedizione, Anassarco, Pirrone, e Onesicrito, un filosofo cinico che doveva compiere un’opera storica sulla campagna asiatica. Erano accompagnati da, zoologi, botanici, geologi e medici che raccoglievano campioni ed esemplari di piante e minerali per inviarli ad Aristotele. Grande cura era riservata al servizio di sussistenza e ai medici, e difatti non si sentirà quasi mai parlare di pestilenze in campo macedone. C’erano attrezzature e personale sufficiente ad allestire ospedali da campo per i feriti. Alessandro aveva uno staff medico tutto per sé, che, come vedremo avrà il suo daffare per ricucire il sovrano dopo numerosi fatti d’arme in cui fu ferito.

Il servizio della cancelleria, della corrispondenza e della redazione del diario ufficiale curata dal greco Eumene di Cardia, mentre la tesoreria era affidata ad Arpalo. I sacerdoti e gli indovini, immancabili compagni del religioso e superstizioso sovrano, erano guidati da Aristandro di Telmesso. Dalla Grecia provenivano a titolo non ufficiare anche altri civili, come i vivandieri, mercanti, o le donne di quei mercenari che si portavano dietro la famiglia. Pertanto il contingente di 40000 uomini doveva contarne quasi il doppio ed era una piccola città in marcia. La flotta, comandata da Nicanore (non il figlio di Parmenione ma un suo omonimo) era composta da 160 navi, fornite quasi tutte dai membri della Lega. Alcuni di essi come Atene, non si erano per la verità sforzati troppo, dato che sulle 277 navi da guerra disponibili, ne avevano inviate solo 20. Giusto un aiuto pro forma per evitare rappresaglie.

LO SBARCO (Aprile 334)

Alessandro riuscì a traghettare senza difficoltà le sue truppe da Sesto sui Dardanelli, ad Abido sulla sponda Asiatica. Con un simbolico colpo di lancia verso al terra Asiatica, proclamò che prendeva possesso della terra e che avrebbe combattuto per la sua conquista. Si diresse verso Ilio per rendere omaggio alla tomba di Achille che fin dall’infanzia era stato il suo eroe e modello a cui ispirarsi per le sue imprese. La città di Ilio, come molte altre città Greche dell’Asia Minore era retta da una oligarchia filopersiana, che fu esautorata e rimpiazzata da un governo democratico, mentre la città stessa veniva proclamata libera ed esente dal tributo che doveva ai Persiani; un gesto di propaganda pienamente conforme all’orientamento panellenico della campagna che doveva liberare i Greci d’Asia dal giogo Persiano. Intanto in campo avverso erano cominciate le discussioni; la flotta persiana, pur forte di 300 navi non aveva fatto nulla per fermare le operazioni di traghettamento dell’esercito macedone, che dopo essersi ricongiunto al corpo di spedizione precedentemente mandato, costituiva un nemico formidabile.

Il comandante Memnone suggerì di fare terra bruciata, distruggere i raccolti, e impedire all’esercito ellenico di rifornirsi di cibo per gli uomini e foraggio per i cavalli. In questo modo sarebbe stato ridotto alla fame dalla sua stessa mole e avrebbe dovuto desistere dall’impresa o perire. Tuttavia il suo consiglio fu fieramente avversato dai suoi colleghi Persiani, soprattutto dal satrapo della Frigia Ellespontica, Arsite, che non voleva vedere devastata ancora una volta la sua satrapia senza reagire. Del resto i satrapi erano fiduciosi della forza del loro esercito, e soprattutto della loro superba cavalleria che aveva inflitto diverse sconfitte agli eserciti Macedoni nella campagna dell’anno precedente. Così dalla città di Zelea, in cui avevano il loro quartiere generale, i satrapi mossero verso il fiume Granico, un torrente che scorrendo in direzione sud-ovest/nord est, sfocia nel Mar di Marmara a 50 Km a ovest di Cizico.

IL GRANICO E LE SUE CONSEGUENZE

Alessandro giunse al fiumiciattolo un pomeriggio verso la fine della primavera trovandovi già accampato l’esercito nemico. Qui, devo avvertire che i due resoconti principali della campagna divergono: Diodoro narra che attese la fine della notte e fece traghettare l’esercito dall’altra parte del fiume per non essere sorpreso davanti al guado. Arriano narra invece che Parmenione propose ad Alessandro appunto questa tattica ma che il re macedone, preso dalla voglia di venire immediatamente alle mani, si gettò a capofitto nel fiume insieme ai cavalieri Eteri e alle truppe leggere e fu a sua volta caricato dalla cavalleria persiana in mezzo al guado. I dati sicuri sono che la battaglia si risolse in uno scontro di cavallerie, violentissimo ma breve. Parmenione con i Tessali e Alessandro con gli Eteri, coadiuvati dai fanti leggeri, misero in fuga la cavalleria Persiana, che perse nello scontro tutti i comandanti. Uno di loro, Spitridate era quasi giunto ad ammazzare Alessandro sorprendendolo alle spalle, ma Clito il Nero salvò la vita del suo Re, mozzando al persiano il braccio già levato per colpire.
Più che le perdite persiane di cavalleria – circa 1000 uomini - stupisce l’elenco di nobili caduti in questa battaglia: oltre a Spitridate morì il fratello Rosace –ucciso dallo stesso Alessandro- poi Mitrobuzane, satrapo di Cappadocia, Mitridate, il genero e Farnace, il cognato di Dario. Arsite, che come ricordiamo era satrapo della Frigia, scampò alla battaglia, ma, sentendosi responsabile della sconfitta, si tolse la vita poco dopo.

I generali Persiani avevano dato prova di valore ai confini dell’eroismo, ma immolandosi sul campo di battaglia avevano privato il loro esercito dei suoi migliori quadri. Nella loro fuga i Persiani, si dimenticarono completamente dei mercenari Greci che combattevano al loro fianco, e che furono lasciati alla vendetta degli spietati vincitori. Dal punto di vista della propaganda macedone erano traditori della causa ellenica che Alessandro affettava di impersonare, perciò furono tutti passati per le armi, tranne circa 2000 che furono “risparmiati” per un destino non molto migliore, i lavori forzati nelle miniere del Pangeo. Tra di loro c’erano non pochi Ateniesi, un fatto che deve avere spinto Alessandro a risparmiarli. Al di là del fatto che il macedone aveva una predilezione per la città Attica, dei prigionieri da usare come ostaggi potevano essere un modo molto efficace di assicurarsene la fedeltà.

La vittoria fu sfruttata al massimo dalla propaganda macedone; lo scultore Lisippo, il più alla moda dell’epoca, ed uno dei massimi artisti ellenici mai vissuto, fu commissionato di fabbricare statue ai 25 Eteri di Alessandro caduti in battaglia. Alle famiglie di tutti i caduti che assommavano all’incirca ad un centinaio furono concessi privilegi fiscali. 300 armature persiane tolte ai caduti furono inviate ad Atene per essere dedicate ad Atena, nume tutelare della città, con questo epigramma “Alessandro, figlio di Filippo e i Greci, ad eccezione degli Spartani, le tolsero ai barbari che abitano l’Asia”. Così facendo Alessandro ribadiva che combatteva la guerra per liberare gli Elleni dai barbari, e la responsabilità morale degli Spartani che non vi partecipavano.

La battaglia del Granico mutava le prospettive della guerra per molto tempo a venire. Sebbene un gruppo non trascurabile di Persiani e mercenari riuscissero a rifugiarsi a Mileto, la forza mobile persiana a difesa dell’Asia minore era stata distrutta e non poteva essere rimpiazzata a breve. La strategia che adottò Memnone, di chiudersi nelle città costiere e di sostenervi l’assedio grazie ai rifornimenti della flotta, divenne l’unica attuabile date le circostanze, ma lasciava ad Alessandro mano libera sulle incustodite città dell’interno e sulle risorse che se ne potevano ricavare. Dal momento che non era stata fatta terra bruciata i Macedoni erano liberi di scorazzare per l’Anatolia, senza aver paura di finire i viveri.

LA CONQUISTA DELLA IONIA E DELLA CARIA (inverno 334-333)

L’avanzata di Alessandro trovò scarsi ostacoli, poiché le popolazioni Greche non aspettavano altro che il suo arrivo per scuotere il giogo persiano. Nella maggior parte dei casi, i Persiani avevano in realtà accordato una larga autonomia alle città, mettendosi d’accordo con i maggiorenti per la riscossione di un tributo. In genere questi maggiorenti, avevano a loro capo un tiranno che con un piccolo corpo di polizia teneva sotto controllo la città. Era il caso di Efeso, amministrata da un tale Sirface che, cacciato da Eropito al tempo della prima incursione dell’esercito di Parmenione, era rientrato provvisoriamente al potere durante la riconquista di Efeso da parte di Memnone, e fu ora lapidato dai democratici filomacedoni, che stavano per iniziare un allegro pogrom contro tutti gli oligarchici finché Alessandro non fermò la rivolta. In tutte le altre città fu seguito l’esempio di Efeso: l’oligarchia filopersiana al potere fu rovesciata e rimpiazzata con un partito democratico filomacedone, ma non fu permesso nessun bagno di sangue, perché ad Alessandro non potevano che dispiacere le rivoluzioni sociali dei democratici.

Quanto ai popoli non Greci, che pagavano tributo ai Persiani, furono lasciati nella stessa condizione di prima, solo che al posto del satrapo e dell’esattore persiano ne trovarono uno Macedone; dopotutto la guerra non era stata fatta per la loro liberazione. In verità Alessandro non era nemmeno allora un gretto conquistatore che non aveva nessuna considerazione per i barbari; agli abitanti di Sardi, capitale della Frigia, che gli vennero incontro con un ramoscello d’ulivo e gli spalancarono le porte del loro tesoro, diede la possibilità di governarsi secondo le loro leggi ancestrali, anche se dovettero accettare una guarnigione e il tributo.

Non poche città della Ionia e della Caria, rimanevano presidiate dai Persiani, tra cui Mileto e Alicarnasso che erano usate come basi navali. L’assedio e la presa della prima città furono un affare di poco conto, mentre ad Alicarnasso si erano concentrate le superstiti forze di Memnone e Orontobate –il satrapo di Caria, succeduto a Pissodaro - che non aveva intenzione di cedere. L’assedio della capitale della Caria andò alquanto per le lunghe, con assalti di Macedoni e sortite di Persiani e Greci di Memnone, ma alla fine questi ultimi dovettero cedere ed evacuare la città ad eccezione dell’acropoli, e a porre la loro base nell’isola di Cos. La flotta ellenica aveva fatto bene il suo dovere davanti a Mileto, bloccando il porto e tenendo lontana la flotta Persiana che aveva il doppio di navi, ma fu subito dopo sciolta da Alessandro, non per una qualche ragione strategica, ma perché mancava di denaro. Del resto non è che fino a quel momento la flotta persiana si fosse mostrata particolarmente efficace: non era riuscita né a impedire lo sbarco dei Macedoni in Asia, né a sconfiggere la flotta ellenica a Mileto.

Tuttavia, le cose sarebbero cambiate durante l’anno successivo, quando Memnone, nominato da Dario comandante supremo delle forze Persiane di terra e di mare, avrebbe condotto un’offensiva tesa a scalzare le posizioni Macedoni sul continente. Presso la fortezza di Alinda Alessandro incontrò Ada, un’altra sorella di Mausolo dinasta di Caria, che era stata privata del governo della regione e messa da parte da Pissodaro e Orontobate. L’incontro fu molto vantaggioso per questa donna, che adottò Alessandro come figlio e fu posta a capo della satrapia di Caria, caso unico di donna, per di più straniera, che ottenne una carica governativa sotto Alessandro. In realtà questo titolo era ancora teorico, perché al satrapo Persiano erano rimaste fedeli quasi tutte le città della regione, e ci si sarebbe dovuto occupare di lui, ma Alessandro preferì delegare questo compito a Tolemeo ed Asandro, proseguendo invece il suo cammino, anche se l’anno 334 era ormai finito.

La prosecuzione della campagna fu resa possibile dal fatto che fin dal tempo di Filippo i Macedoni erano stati abituati a combattere anche nei mesi invernali, e a non ritirarsi negli acquartieramenti o nelle città natali come invece facevano i Greci. Tuttavia Alessandro concesse ai Macedoni che si erano appena sposati il permesso di andare in licenza premio in Macedonia, per passare l’inverno con le mogli. Il resto dell’esercito fu diviso in due contingenti; il primo, al comando di Parmenione doveva ritornare a Sardi e da lì dirigersi all'interno dell'Anatolia, mentre il secondo, al comando dello stesso Alessandro, avrebbe percorso le coste meridionali della Licia e della Panfilia, per poi puntare all’interno verso la Grande Frigia. L’appuntamento era a Gordio, la capitale di quella regione e sede dell’antica dinastia dei Mermnadi, di cui era rimasto famoso il Re Mida. Alessandro non incontrò nessuna resistenza da parte di forze persiane, mentre molti problemi gli furono creati dagli abitanti locali. Ad Aspendo in Panfilia gli fu promesso lo stesso tributo di 50 talenti e i migliori cavalli, che veniva versato al Gran Re, ma alla prova dei fatti gli Aspendi non pagarono le somme pattuite e dovettero essere sottomessi a forza. I Pisidi, che abitavano la costa montuosa del Tauro ed erano un popolo bellicoso e indipendente, non furono sottomessi.

Dalla costa Alessandro percorse la strada interna che conduceva a Gordio per via di Celene. Qui la guarnigione composta di mercenari Greci e Cari, si dichiarò fedele “a tempo” al Re Persiano. Se non fossero giunti rinforzi da Dario entro sessanta giorni si sarebbero arresi. Alessandro nominò Antigono Monoftalmo satrapo di Frigia e lo lasciò con un piccolo distaccamento a continuare l’assedio. Intanto, grazie a Parmenione venne scoperta una congiura fomentata dai Persiani che mirava ad uccidere Alessandro e mettere al suo posto Alessandro il Lincestide, che era appena stato posto al comando della cavalleria degli alleati in sostituzione di Calate. Il Lincestide, date le sue parentele con Antipatro, non fu subito ammazzato, ma venne messo agli arresti. A Gordio, come previsto, l’esercito principale si ricongiunse con Parmenione che portò con sé anche i soldati che avevano terminato la licenza e altri 3000 Macedoni e 350 alleati.

I Macedoni parevano avanzare nel vuoto senza incontrare resistenza. Ma che fine avevano fatto i Persiani?

 

LA GUERRA NEL MAR EGEO (primavera estate 333)


La strategia di Memnone era chiara: lasciare che Alessandro si addentrasse in Asia, tagliargli le linee di comunicazione con l’Europa e far sorgere delle ribellioni in Ellade. Nella Primavera del 333 la flotta Persiana, riuscì a conquistare Chio - grazie al tradimento della fazione oligarchica - e l’isola di Lesbo, con l’eccezione di Mitilene che venne stretta d’assedio. Gli isolani delle Cicladi gli mandarono ambascerie ad offrirgli alleanza, e tutti gli antimacedoni di Grecia, a cominciare dagli Spartani, non attendevano altro che sbarcasse sul continente per unirsi a lui. Queste notizie gettarono l’inquietudine in campo Macedone, e costrinsero Alessandro, che grazie ai saccheggi ed esazioni di tributi aveva accumulato un discreto tesoro, a impiegarlo per ricostituire la flotta, sciolta l’anno precedente. Anfotero ed Egeloco furono incaricati del compito e venne messa al oro disposizione una somma di 500 talenti, mentre altri 600 ne furono inviati ad Antipatro, perché rinforzasse i presidi Macedoni in Grecia con altri mercenari.

Quando vennero a trovarlo a Gordio degli ambasciatori da parte di Atene, che gli chiesero di rilasciare i prigionieri presi al Granico, si mostrò irremovibile con loro, rimandando la decisione dopo la fine della campagna. Infatti, temendo un’intesa tra gli Ateniesi e Memnone, intendeva tenersi i prigionieri catturati in battaglia e le venti navi che Atene gli aveva prestato l’anno precedente, come preziosi ostaggi. Ma il macedone non avrebbe avuto più nulla da temere da parte di Memnone, perché questi morì prematuramente mentre era impegnato nell’assedio di Mitilene. I suoi successori, Farnabazo e Autofradate erano uomini valorosi e intelligenti, e nell’Agosto del 333 riconquistarono anche l’ultima città di Lesbo - imponendovi il tiranno Diogene a capo di un governo filopersiano - e presero la città di Tenedo sui Dardanelli, minacciando in quel punto le comunicazioni tra l’Asia e l’Europa. Anche altrove i Persiani coglievano ulteriori successi, riducendo nuovamente a tributo Mileto, che ricevette come governatore Idarne, Andro e Sifno nelle Cicladi. Insieme a Tenedo costituivano delle ottime basi per preparare lo sbarco in Grecia o in Macedonia, a supporto dei numerosissimi sostenitori antimacedoni. Tuttavia la morte dell’uomo di fiducia di Dario in quel settore portò ad un cambiamento di tutta la strategia persiana che si sarebbe rivelato disastroso.

Nonostante il parere contrario di Caridemo –che fu condannato a morte dopo un alterco- e degli altri Greci alla sua corte, il Gran Re decise di impegnare personalmente in battaglia il rivale macedone. Un esercito immenso iniziò a radunarsi a Babilonia, comprendente uomini di tutte le satrapie, ad eccezione di quelle già cadute in mano di Alessandro e dell’india e Battriana, troppo lontane per giungere in tempo. Un ordine fatale fu trasmesso anche a Farnabazo e Autofradate. Quasi tutti i mercenari greci al loro servizio furono richiamati e circa duecento navi si staccarono dal corpo principale della flotta Persiana per raggiungere la Fenicia e trasbordarvi i soldati Certamente c’era un gran bisogno degli opliti Greci per combattere i Macedoni, ma col richiamo dei mercenari non c’era più alcuna possibilità per i comandanti Persiani dell’Egeo di tentare uno sbarco in Grecia a suscitarvi la ribellione.
Un primo segno che le cose iniziavano a volgere al peggio per i Persiani venne dalla disfatta in battaglia del satrapo Orontobate, da parte di Tolemeo ed Asandro. La Caria venne ora completamente sottomessa dai Macedoni e affidata alla fedele Ada, mentre la flotta persiana perse un’importante base sul continente.

VERSO LO SCONTRO

Alessandro si trattenne a Gordio fino all’inizio dell’estate del 333, ed ebbe il tempo di visitare l’acropoli e tagliare con un colpo di spada l’inestricabile nodo che legava il timone del carro di Mida e in tal modo pensò di avere adempiuto alla profezia che assicurava la signoria dell’Asia a chi avesse sciolto il groviglio. Ad Ankara, si accontentò di ricevere la sottomissione formale degli ambasciatori della Paflagonia e della Cappadocia, ma lasciò di fatto indipendenti queste due regioni, e tali esse sarebbero rimaste sotto dinasti locali fino all’età Romana. L’esercito Macedone si diresse verso la Cilicia, che era amministrata dal satrapo Arsame, uno dei pochi ufficiali Persiani presenti al Granico che era riuscito a fuggire. Questi si comportò con incredibile inettitudine: non fece custodire con cura l’unico passo che collegava la Cilicia all’altopiano anatolico da cui stavano arrivando gli invasori, non organizzò alcuna resistenza a Tarso, la capitale della satrapia, e la abbandonò al nemico senza nemmeno riuscire a fare terra bruciata intorno, come gli era stato ordinato.

Alessandro conquistò la regione davvero senza fatica, ma rischiò di compromettere il successo acquisito facendo un inopportuno bagno nelle acque gelide del fiume Cidno. I fiumi Cilici, avrebbero fatto una illustre vittima 1500 anni dopo, quando Federico Barbarossa ebbe la medesima malsana idea di farci una nuotata, lasciandoci la pelle. Alessandro se la cavò con una grave infermità che lo costrinse ad una certa inattività per parecchi mesi, e che fu risaputa anche in Grecia e al campo persiano. E ad Atene ci si interrogava se non fosse venuto il momento di ribellarsi al macedone, mentre Dario ebbe l’impressione che la fortuna stesse volgendo a suo favore e con grande desiderio di battersi arrivò presso la città di Sochi, in Siria, dietro la catena montuosa dell’Amano che chiudeva la Cilicia da est e la separava dalla Siria.

Questa catena è valicabile in due punti: uno posto più a nord, chiamato valico dell’Amano, il secondo posto un centinaio di chilometri più a sud, detto porte Siriane o colonna di Giona. Qui la linea di costa che fino ad Isso si estende in direzione est ovest, piega risolutamente verso sud ed Isso è il luogo dove l’Asia Minore propriamente detta si unisce al continente vero e proprio. La pianura Cilicia da Isso fino alle porte siriane è ridotta ad una minuscola Cimosa costiera, stretta com’è tra l’Amano e il Mare, ed era un luogo in cui non si poteva combattere facilmente con una schiera di grandi dimensioni. L’esercito Macedone seguì la linea di costa da Isso – in cui furono lasciati indietro i feriti e parte delle salmerie- piegando poi verso sud con l’intenzione di valicare le Porte Siriane, e piegare a est verso Sochi, mentre Dario, ignorando questi movimenti, puntò a nord verso le porte Amaniche con l’intenzione di scendere in Cilicia, dove si aspettava di trovare l’esercito macedone. L’esercito persiano aveva con sé immensi carriaggi e ciascun soldato si era portato dietro mogli e attendenti, che furono mandati al sicuro a Damasco. Re Dario fu invece costretto dalle tradizioni Persiane, che volevano che il sovrano in guerra si portasse dietro l’harem, a portare con se la madre, la moglie e i figli; decisione nefasta come vedremo.

LA BATTAGLIA DI ISSO (Ottobre 333)

I Persiani giunsero ad Isso dal passo dell’Amano e ne presero il campo lasciato da Alessandro. Avevano così tagliato le comunicazioni dell’esercito Macedone, e si erano impadroniti delle sue salmerie, costringendo Alessandro a far fare dietro front alle sue truppe e a farle ritornare ad Isso. Il comando persiano si era sicuramente assicurato un cospicuo vantaggio strategico tagliando la linea di comunicazione dei Macedoni, ma lo sciupò totalmente schierando l’esercito nella stretta pianura costiera formata dal fiume Pinaro –identificato con l’attuale fiume Dali o col più meridionale Payas– in realtà un rigagnolo non più grande del Granico che percorre obliquamente la pianura, in mezzo a e terreni accidentati e cespugliosi, in un punto in cui le montagne amaniche incombevano sul mare. Era il posto dove un esercito elefantiaco come quello Persiano non avrebbe mai dovuto schierarsi. La sua consistenza varia a seconda delle fonti tra i trecento e i seicentomila uomini, ma non più di sessantamila furono schierati in prima linea a causa della ristrettezza dei luoghi.

Dario dispose al centro i mercenari Greci al comando di Aminta e Timonda e la fanteria pesante Persiana dei Cardaci; il loro compito doveva essere difensivo, e furono schierati dietro una palizzata. Sul lato destro della propria fanteria pesante dispose la cavalleria e la fanteria leggera al comando di Nabarzane e sul lato sinistro arcieri e truppe leggere, sia davanti ai cardaci che sulle falde della catena montuosa, in modo tale da formare uno schieramento a “elle” col resto dell’esercito. Dietro le truppe leggere dell’ala sinistra Dario pose il suo carro con la guardia a cavallo scelta Persiana. Alessandro riuscì con maestria a modificare la formazione in colonna con una di linea proprio di fronte al nemico. Schierò Parmenione con la cavalleria degli alleati e dei Tessali all’ala sinistra, la falange al centro con a fianco gli ipaspisti, e la cavalleria pesante Macedone, preceduta da quella degli Eteri alla destra della falange. Gli Agriani furono dapprima mandati a scacciare le truppe leggere che Dario aveva mandato sulle colline, poi furono messi di rinforzo al lato destro della falange, insieme agli arcieri. Quando Alessandro attaccò all’ala sinistra al comando della cavalleria degli Eteri, le truppe leggere, gli arcieri e parte della fanteria dei cardaci si diedero alla fuga, e Alessandro ebbe via libera per rivolgersi contro la guardia reale Persiana che proteggeva il Gran Re.

Questa parte della battaglia è raffigurata nel mosaico della villa del Fauno a Pompei, dove si vede il re Macedone con un piccolo seguito di cavalieri che punta contro il carro di Dario, circondato dai suoi fedeli. La battaglia negli altri punti sembrava andare a favore dei Persiani. La falange nell’attraversare il fiume e nel superare le palizzate perse la sua coesione e i mercenari Greci ne approfittarono per caricare i Macedoni, causando loro gravi perdite. Alla sinistra la battaglia stava pure prendendo una piega promettente per i Persiani dal momento che le cariche di Nabarzane stavano mettendo a mal partito i Tessali e i cavalieri di Parmenione col peso del loro numero. Ma la fuga precipitosa di Dario, che non resse nemmeno la vista dell’attacco del suo rivale compromise la sorte dei Persiani. I satrapi difesero col solito valore la sua fuga: Reomitre e Atizie che l’avevano scampata al Granico caddero nel combattimento equestre, insieme al satrapo della Cilicia Arsame e a quello d’Egitto Sabace. Le truppe vittoriose dell’ala destra si rivolsero contro i mercenari Greci accerchiandoli, ma questi al comando di Aminta, un disertore macedone, riuscirono a rompere l’accerchiamento e ritirarsi. I Persiani che fronteggiavano i Tessali dovettero sganciarsi dalla lotta alla notizia della fuga del loro sovrano, e furono incalzati duramente dalla cavalleria avversaria che inflisse loro gravi perdite.

Dario pensò solo a fuggire, abbandonò carro, paramenti reali, l’accampamento e il proprio harem per ripassare la catena dell’Amano e mettere il fiume Eufrate tra sé e Alessandro. Non aveva con sé che 4000 uomini. I Persiani e i loro alleati si dispersero ai quattro venti, anche se un consistente nucleo si radunò in Cappadocia presso il dinasta locale. Nessuno si preoccupò dei bagagli, del tesoro e delle donne rimaste presso il campo di Damasco. A completare il catastrofico risultato della battaglia ci fu la caduta della famiglia di Dario nelle mani di Alessandro. Il Re Macedone trattò le spaurite damigelle Persiane con i dovuti onori e rispetto, sapendo dell’immenso prestigio che gli derivava dalla conquista dell’harem del suo rivale. Anche se Isso non fu la battaglia finale della guerra, fu sicuramente decisiva. In un solo colpo Il Gran Re perse le sue migliori truppe, quasi tutti i validi ufficiali che avevano fatto parte dello staff vincente di Artaserse III e , soprattutto il proprio prestigio di monarca e condottiero, caduto nella polvere a causa della fuga. Fino alla fine Dario apparirà come un monarca sconfitto nell’orgoglio, disposto a fare concessioni sempre più grandi al suo rivale per far cessare la guerra, come vedremo tutte senza esito.

LA GESTIONE DEL SUCCESSO

La grande vittoria ottenuta schiuse le più grandi prospettive per Alessandro. La Fenicia, terra da cui provenivano le flotte Persiane che infestavano l’Egeo, era indifesa, e tutto il sistema di difesa Persiano era destinato ad essere preso sul rovescio. Nel mese successivo alla battaglia Alessandro procedette ad un riordino delle regioni conquistate: balacro fu nominato satrapo della Cilicia e Menone della Siria. Parmenione alla testa di un distaccamento conquistò il campo persiano di Damasco, impadronendosi della cassa di guerra, di un gran numero di preziose suppellettili e di numerosi inviati Greci al Gran Re, fra cui due Tebani, un Ateniese e uno Spartano, a testimonianza di come I Greci fossero per la maggior parte ostili ai Macedoni e pronti a collaborare con i presunti nemici dell’Ellade. Tra gli altri venne fatta prigioniera Barsine, figlia di Artabazo e vedova di Memnone, che, data la sua avvenenza fu immediatamente inviata da Parmenione al suo Re. A quanto pare Barsine riuscì a conquistare Alessandro e a diventare sua concubina, dandogli in seguito un figlio che fu chiamato Eracle.

Proseguendo verso la Fenicia Alessandro arrivò ad Arado. Il Re di questa città, Gerostrato stava combattendo nell’Egeo al servizio dei Persiani, e aveva lasciato suo figlio Stratone a governare al suo posto. Questi non attese molto per consegnare le chiavi della città ad Alessandro, e allo stesso modo anche Marato, Biblo e Sidone fecero entrare senza resistenza l’esercito Macedone. In quel momento Re Dario gli fece la prima delle sue offerte di pace, offrendogli di riscattare a caro prezzo la sua famiglia e cedendogli il territorio al di là del fiume Halys in Asia Minore. Tutti gli storici riportano la risposta sprezzante di Alessandro, ma solo Diodoro riferisce che prima di presentare la lettera al consiglio dei Macedoni, la fece falsificare e sostituire da un’altra che probabilmente riportava una semplice richiesta di liberazione dei parenti. In effetti se Alessandro non era certo sazio di gloria, per i suoi ufficiali e per l’esercito i risultati ottenuti erano andati già oltre ogni aspettativa. C’erano oro e terre in abbondanza per tutti, per cui di fronte a offerte convenienti avrebbero potuto anche accondiscendere. Di fronte alla lettera falsificata opposero invece un netto rifiuto in accordo con il loro Re.

L’ASSEDIO DI TIRO (Gennaio Luglio 332)

Di tutta la Fenicia non era ancora stata sottomessa la città più meridionale, Tiro, ma alcuni inviati vennero a ad offrire la resa ad Alessandro. A rendere autorevole l’ambasceria c’era anche il figlio del re Azemilco, che era a capo del contingente tirio della flotta regale. L’accordo sembrava essere andato in porto con reciproca disponibilità, finché Alessandro pretese come pegno di sottomissione della città, che gli fosse consentito di sacrificare al santuario di Melqart, dai greci identificato con Eracle, eroe da cui Alessandro credeva di discendere. I Tirii risposero picche, ribadendo che nella loro città non era consentito di entrare né ai Macedoni né ai Persiani. Essi si credevano al sicuro perché se la loro città vecchia sorgeva sulla terraferma, quella nuova, situata su un’isola distante un chilometro e mezzo dalla costa, sembrava imprendibile.

Alessandro dichiarò guerra alla città che non voleva assecondare i suoi desideri, ma dovette riunire lo stato maggiore dell’esercito per illustrare tanto i pericoli che avrebbe comportato il lasciarsi dietro una città nemica, che i vantaggi di una conquista. Infatti, in caso di vittoria l’ultima base navale disponibile per i Persiani sarebbe caduta, e i Fenici avrebbero spontaneamente consegnato le flotte che erano ancora con Farnabazo e Autofradate. L’assemblea militare, approvò la decisione del Re e per i sette mesi successivi le forze Macedoni furono impegnate davanti a Tiro nell’episodio più lungo, e sanguinoso della campagna. Un lungo molo fu costruito nel tentativo di collegare l’isola alla terraferma e di consentire alle macchine d’assedio di accostarsi alle mura. I Tirii mandarono parte delle loro mogli e figli nella loro colonia occidentale di Cartagine, e resistettero con incredibile determinazione agli attacchi Macedoni, distruggendo con un barchino incendiario parte delle torri lignee erette a sua difesa. Intanto si avverava quanto Alessandro aveva sperato: alla notizia della resa delle città Fenicie e dell’assedio di Tiro, tutti i comandanti Fenici che militavano nella flotta Persiana defezionarono. Azemilco accorse con le sue navi per difendere la propria città, ma il Re di Sidone consegnò la sua flotta ad Alessandro, imitato da tutti i Re di Cipro e dalla città di Rodi, che mandò due navi.

Così si decise il destino della città assediata, perché la disponibilità della flotta fenicia e Cipriota consentì ai Macedoni di effettuare un blocco insuperabile intorno all’isola. I Tirii compirono prodigi di valore riconosciuti dagli stessi avversari e fermarono fino a Luglio avanzato l’esercito Macedone, finché la città non cadde d’assalto. Tutta la popolazione maschile, circa 8000 uomini, fu sterminata. Delle donne, dei bambini circa 13000 furono venduti schiavi. Alcuni abitanti, compreso il Re Azemilco trovarono scampo nel tempio di Melqart e furono risparmiati, mentre altri si fecero passare per Sidonii con l’aiuto dei veri Sidonii che militavano nel campo Macedone, salvando così la pelle. Alessandro sacrificò finalmente nel santuario di Eracle-Mekart; sicuramente mai atto di pietà costò così tanto sangue. In quel periodo ricevette nuove proposte di pace da parte della Persia. Questa volta Dario gli offriva 10000 talenti per il riscatto della sua famiglia, i territori a ovest del fiume Eufrate e la mano della figlia Statira, che Alessandro doveva già conoscere in quanto era prigioniera nel suo campo. Questa volta le offerte furono presentate al consiglio degli Eteri così com’erano e scatenarono un dibattito, così riferito da Arriano:
le proposte di pace vennero riferite nella riunione degli Eteri e secondo alcuni Parmenione avrebbe detto ad Alessandro che se egli fosse stato Alessandro a queste condizioni sarebbe stato soddisfatto ed avrebbe sospeso la guerra senza correre più alcun rischio in futuro. Ed Alessandro rispose che anche lui, se fosse stato Parmenione, avrebbe agito così, ma poiché era Alessandro avrebbe dato a Dario la risposta che appunto diede. Disse infatti di non aver bisogno delle ricchezze di Dario, né di accettare una parte invece di tutto il territorio, poiché le ricchezze e tutta la regione gli appartenevano; se lo desiderava avrebbe sposato la figlia di Dario anche se lui non gliel’avesse data in sposa. Se proprio Dario voleva ottenere benevolenza si recasse (come supplice) presso di lui.

In realtà secondo il punto di vista dei nobili Macedoni, di cui Parmenione era portavoce, la spedizione che doveva dare nuove terre da colonizzare e sfruttare, nonché posti di comando aveva pienamente raggiunto lo scopo. Se Alessandro avesse accettato gli accordi si sarebbe potuto finalmente procedere alla distribuzione dei terreni. Dal punto di vista della “vendetta” contro le guerre mediche e della liberazione dei Greci soggetti ai barbari i patti erano stati rispettati. Tuttavia Alessandro impose il suo punto di vista e fece respingere i patti: col nemico si doveva andare fino in fondo.

ULTIME LOTTE NELL’EGEO E IN ASIA MINORE (anno 332)

Mentre a Tiro il fronte rimase fermo per sette mesi, nell’Egeo le forze Persiane si battevano con sempre minore speranza contro i Macedoni. Anfotero ed Egeloco, che erano stati mandati da Alessandro ad allestire di nuovo la flotta, radunarono 160 navi, con le quali intrapresero una metodica conquista delle posizioni in mano agli avversari, che a causa della defezione della flotta Fenicia non potevano più tenere loro testa. A Tenedo e a Chio fu la stessa fazione filomacedone a ribellarsi e a chiamare i Macedoni. Farnabazo non riuscì a tenere la Troade ma provò a dare supporto ai suoi alleati in Chio, arrestando gli oppositori e restaurando il potere del tiranno Apollonide. Ma quando la flotta macedone cinse d’assedio la città, gli ufficiali Persiani e Greci non riuscirono a mettersi d’accordo sulla difesa, i Macedoni riuscirono a fare breccia nelle mura e con l’aiuto della fazione a loro favorevole, conquistarono la città.

Tutta la guarnigione persiana fu passata per le armi, 3000 mercenari Greci furono fatti prigionieri e arruolati nell’esercito vincitore, e 42 navi caddero in mano ad Egeloco. Farnabazo e i governanti filopersiani di Chio furono arrestati, anche se il primo riuscì a fuggire e a far perdere le proprie tracce. La potenza persiana Nell’Egeo fu cancellata dalla disfatta di Chio, che rese inevitabile la caduta di Cos- liberata da Anfotero- e di Mitilene; il comandante della guarnigione, l’ateniese Carete consegnò la città dopo essersi assicurato l’incolumità per sé e per i 2000 Persiani di guarnigione che non furono trucidati come a Chio. Eppure non pochi Greci speravano ancora di opporsi ai Macedoni con l’aiuto dei Persiani. Agide di Sparta aveva ricevuto subito dopo Isso un cospicuo finanziamento da Farnabazo e Autofradate, e iniziò a raccogliere mercenari tra i Greci scampati alla battaglia, con l’intenzione di formare un esercito e scatenare la ribellione della Grecia contro Antipatro.

Ne avrebbe potuti raccoglier molti di più se gran parte di questi soldati non avesse ceduto alle lusinghe del loro comandante Aminta e non si fossero recati in Egitto. L’intraprendente rinnegato macedone aveva deciso di ritagliarsi un proprio dominio personale in questo ricco paese, approfittando del fatto che il satrapo locale, Sabace era caduto in battaglia. Con la sua teppaglia si era impadronito di Pelusio, e poi di Menfi, millantando di essere venuto a governare in sostituzione del nuovo satrapo. In verità i Persiani erano stati abbastanza tempestivi da mandare un vero sostituto al satrapo caduto di nome Mazace, che riuscì a prevalere sui mercenari ribelli perché questi si diedero a saccheggiare la città di Menfi senza curarsi della reazione del presidio Persiano e degli Egizi.

I mercenari furono finalmente sconfitti e persero la vita, ma i disordini da loro creati resero impossibile a Mazace di organizzare una qualsiasi parvenza di governo in Egitto, mentre il già bassissimo prestigio Persiano nell’area venne ulteriormente sgretolato da questa vergognosa guerra intestina, svoltasi sulla pelle della popolazione.
Anche i Persiani scampati ad Isso riorganizzarono almeno in parte l’esercito, grazie alla collaborazione di Ariarate di Cappadocia, il cui dominio non era stato intaccato dall’avanzata macedone, e tentarono di attaccare i satrapi di Alessandro in Asia minore. La lotta si svolse in Licaonia e vide come protagonista Antigono Monoftalmo, satrapo di Frigia, che in tre battaglie sbaragliò gli eserciti nemici assicurando la regione al dominio macedone, mentre Calate emulava le sue imprese attaccando e conquistando per un breve periodo la Paflagonia, salvo esserne scacciato da Bas, dinasta della Bitinia, che affermò definitivamente l’indipendenza del regno.

L’ASSEDIO DI GAZA (Settembre-Ottobre 332)

Conquistata Tiro, cadute le ultime piazzeforti Persiane in Asia Minore e nel mare Egeo, respinti gli attacchi dei satrapi, Alessandro poteva già chiudere la partita con Dario, attaccandolo nel cuore dell’impero prima che riuscisse a riorganizzare il proprio esercito, ma scelse invece di deviare verso l’Egitto, attratto da quel paese misterioso in cui le divinità parevano davvero interagire con gli uomini. Ma trovò un ostacolo imprevisto lungo il cammino: la città-fortezza di Gaza che era situata nel meridione della Palestina lungo la via dell’Egitto, gli chiuse le porte in faccia. Il signore della città, un eunuco al servizio dei Persiani di nome Bati, decise e guidò la resistenza ad oltranza della popolazione. Il problema si presentava difficile per gli assedianti, perché la città sorgeva a sette chilometri dal mare in posizione dominante su un colle; in Palestina sorgevano numerose fortezze di questo genere, che avrebbero dato amare sorprese ai Romani durante la rivolta giudaica del 70 DC.

Alessandro fece costruire un terrapieno, sopra il quale portò le macchine d’assedio che già gli erano servite contro Tiro. Nondimeno l’impresa si rivelò molto più ardua del previsto; come gli abitanti di Tiro anche quelli di Gaza opposero una resistenza disperata, respinsero più volte l’attacco dei Macedoni, e riuscirono perfino a ferire Alessandro ad una spalla, mentre si esponeva in prima linea per ridare coraggio ai suoi soldati. Non era la prima ferita che il Re riceveva in battaglia, ma fu senz’altro una delle più gravi, per cui non poteva essere molto ben disposto con gli abitanti della città quando essa finalmente cadde. Bati e tutti i maschi furono uccisi, e le donne e i bambini venduti schiavi, mentre Gaza fu poi riedificata ripopolata con abitanti delle città vicine.

LA FONDAZIONE DI ALESSANDRIA (novembre 332-gennaio 331)

Quando Alessandro si presentò in Egitto, non solo non fu accolto da manifestazioni ostili, ma fu anzi considerato un liberatore. Se c’era un popolo con cui i Persiani non erano mai riusciti ad intendersi, questo era l’Egizio. I 700 talenti che il paese doveva versare ogni anno come tributo al Re erano una tassazione accettabile, ma la mancanza di tatto dei Persiani in materia di culti Egizi li espose all’odio della fanatica e bigotta popolazione locale. Alessandro sapeva invece perfettamente con che gente aveva a che fare, e per prima cosa rese omaggio al Toro Apis, e subito dopo accettò di essere incoronato Faraone dell’alto e del basso Egitto a Menfi. Ad uso del popolo Egizio fece circolare la storiella che Nectanebo, l’ultimo faraone indigeno cacciato da Artaserse III nel 343, era andato sotto mentite spoglie alla corte macedone, dove, assunto grazie alla magia l’aspetto del Dio Ammone, aveva reso incinta Olimpiade di Alessandro. Da questo nucleo propagandistico sarebbe poi nato il romanzo dello Pseudo-Callistene, che molto doveva contribuire all’immagine di Alessandro come eroe semi-divino.

L’Egitto che Alessandro trovò al suo arrivo era una nazione chiusa in sé stessa, che commerciava poco o punto col resto del Mediterraneo e che tollerava la presenza di mercanti stranieri Greci nella piccola città di Naucrati, dove avevano a disposizione alcuni fondaci, ma non un porto degno di questo nome. I Persiani, non volevano che i Greci commerciassero troppo liberamente con l’Egitto, perché volevano proteggere i mercanti fenici, che avevano il monopolio dei commerci nel levante. Ma ora che Tiro era caduta, il grande monopolio fenicio sulle rotte commerciali venne infranto ed essi non furono meno perdenti di Dario in questa guerra. Si trattava di aprire l’Egitto ai Greci- ma non solo a loro- dotandolo di un grande porto sulla costa Mediterranea. Con l’occhio clinico del grande fondatore di città Alessandro seppe valorizzare un luogo apparentemente inospitale alla foce del braccio occidentale del delta del Nilo, su un sottile tombolo terroso, tra il Mare e la palude Mareotide. In questo luogo, prospiciente all’omerica isola di Faro venne fondata Alessandria, nel Gennaio del 331. Più che le sue sanguinose ed effimere conquiste militari, la storia deve ad Alessandro Magno la fondazione di quella che sarebbe divenuta la capitale economica e culturale del Mondo Greco.

In verità Alessandro diede soltanto il là ai lavori che furono poi proseguiti da una squadra di architetti al comando di Dinocrate, che concepì e tracciò la pianta secondo criteri rigorosamente geometrici. Due principali assi viari, disposti a croce formavano l’ossatura della città, uno da est a ovest, detto via Canopica e uno da nord a sud. Erano larghi entrambi oltre 30 metri, una larghezza raramente toccata anche dalle strade moderne. Altre sei arterie parallele fiancheggiavano la Via Canopica, mentre 15 traverse giungevano fino al mare. Anche in questa occasione venne tracciato un molo che collegava la terraferma all’isolotto di faro; la scienza e l’ingegneria che avevano reso possibile la costruzione del molo di Tiro per scopi militari, furono qui impiegate per un’opera di pace. La costruzione che avrebbe preso il nome di eptastadion dalla sua lunghezza, dividendo il braccio di mare in due parti, garantiva che almeno uno di essi fosse sottovento, e consentisse quindi facilità di approdo alle navi provenienti dal Mediterraneo, mentre l’isola di Faro costituiva un potente frangiflutti contro le tempeste. Alessandro si trattenne troppo poco tempo in Egitto per poter vedere la crescita della sua città, che divenne veramente grande sotto Tolemeo I, sotto cui sarebbe stato scavato il canale del Nilo, e costruiti l’acquedotto, la biblioteca e il faro.

IL FIGLIO DI AMMONE

Il religioso Alessandro non poteva mancare di visitare l’oracolo di Ammone, che sorge nel deserto Libico presso l’attuale oasi di Siva, che riceveva visitatori ed offerte fin dall’antichità ed era degnato dai Greci di una considerazione quasi al pari a quella di Delfi. Alessandro, secondo la tradizione, prese una strada abbastanza inconsueta e poco frequentata, che partiva da Paretonio, sulla costa libica per proseguire a sud fino al tempio. Il viaggio da semplice pellegrinaggio si trasformò in un’avventura perché le guide persero la strada e il Re col suo seguito rischiò di trovarsi intrappolato nel deserto. Ma Ammone non poteva abbandonare il nobile ma imprudente pellegrino, e secondo plutarco mandò una pioggia abbondante – fenomeno improbabile nel deserto, ma non impossibile dato che si era in pieno inverno- e in seguito due corvi a indicare la strada giusta. Questa storiella fu raccolta per la prima volta dal filosofo Callistene, che seguiva la spedizione come storico ufficiale, e, credibile o no, raggiunse la nostra epoca.

Giunto finalmente presso l’oracolo Alessandro ricevette alcune interessanti rivelazioni circa la sua nascita e il suo destino, che pur rimanendo ufficialmente segrete, presero ben presto a circolare, e furono via via rivelate da Alessandro. Il profeta di Ammone lo aveva salutato come figlio e gli aveva concesso il dominio del mondo: Per la cultura Egizia era un fatto estremamente naturale; il faraone era per forza una incarnazione di Horus, e quindi figlio di Ammone, ed era lui stesso venerato come Dio dal popolo. La conferma da parte di un riconosciuto santuario di questa divinazione doveva solo rafforzare l’autorità del sovrano macedone nei confronti di un popolo a lui estraneo e sul quale doveva trovare altro modo di governare che non seguendo il diritto di conquista. Ma l’identificazione fatta dai Greci tra Zeus e Ammone implicava che Alessandro era anche figlio di Zeus. Tutta la pubblicità data dal sovrano macedone a questo viaggio, la descrizione dettagliata dei prodigi che l’accompagnarono fatta dal suo scrivano Callistene, e il parallelo con i pellegrinaggi al tempio di altri figli di Zeus, come Eracle e Perseo incoraggiavano anche i Greci a considerarlo figlio del Dio.

Tutto ciò non era senza conseguenza politiche. Alessandro in quanto condottiero della lega Ellenica e Re costituzionale Macedone aveva certi diritti e poteri, come figlio di Zeus aveva diritto a ben altri onori. La faccenda doveva in seguito irritare i Macedoni, soprattutto i più anziani perché chiamarsi figlio di Ammone implicava la messa da parte di Filippo, che ancora era venerato da costoro, e giustificava le azioni del Re tese ad avere un maggior poter rispetto ai nobili che l’avevano eletto.
L’irritazione ancora maggiore per i Macedoni dovette venire dalle decisioni di Alessandro riguardo all’amministrazione della nuova provincia. Invece di un satrapo sul modello Persiano, Alessandro nominò due governatori civili indigeni, Petisi e Doloaspi, mentre l’amministrazione delle finanze fu data ad un Greco del luogo, Cleomene di Naucrati. Ai Macedoni e Greci al seguito del suo esercito furono assegnate le cariche militari ma non il governo civile: Peuceste, figlio di macerato, Balacro figlio di Aminta erano personaggi non certo di primo piano, ed a loro furono assegnati i 4000 uomini di guarnigione. A nessuno dei nobili più in vista e maggiormente avidi di terre fu concesso un territorio o una lucrosa carica governativa. L’Egitto venne così a diventare un possesso di Alessandro, amministrato da locali di fiducia o da persone di basso profilo per conto del monarca, mentre la nobiltà macedone non vi guadagnò nulla. Per il momento non sorsero ancora contrasti aperti tra il re e i suoi ufficiali, anche se il fuoco stava cominciando a covare sotto la cenere.

DA TIRO AL TIGRI (marzo-settembre 331)

La guerra contro Dario non poteva più essere rimandata: il Gran Re aveva avuto quasi due anni di tempo per racimolare un nuovo esercito dopo il disastro di Isso, che non era meno grande di quello perduto. Intanto i problemi di governo si accavallavano a quelli militari: la popolazione di Samaria aveva accolto il governatore macedone bruciandolo vivo, i tiranni filopersiani di Chio e Lesbo, dovevano essere giudicati, la città di Rodi, che era stata presa ai Persiani, reclamava che la guarnigione Macedone se ne andasse, e soprattutto Agide di Sparta aveva aperto le ostilità in Grecia ed era sbarcato persino a Creta, per reclutare altri mercenari oltre a quelli che possedeva già.
Alessandro fece tappa a Tiro, raggiunta nella Primavera del 331 e, ancora una volta sacrificò a Eracle – Melqart.

In questo periodo prese alcune decisioni di natura politica e amministrativa: per contrastare la mossa di Agide su Creta impartì ordine alle flotte cipriote e fenicie, ancora ancorate nei porti della città, di fare vela verso Creta e di unirsi alle forze navali Macedoni al comando di Anfotero; per ingraziarsi gli Ateniesi restituì loro i prigionieri che erano stati presi al Granico tre anni prima e infine procedette ad un completo riordino amministrativo dell’Asia Minore. Ai suoi ordini aveva di nuovo il tesoriere Arpalo, che probabilmente gli suggerì di applicare anche nel resto del suo dominio la figura dei collettori di tributi. Per la Siria, Fenicia e Palestina fu scelto Cerano di Berea, mentre per l’Asia Minore il posto andò a Filosseno. Nearco fu ora promosso satrapo di Licia, e delle regioni per la verità non ancora del tutto sottomesse di Panfilia e Pisidia. Menandro divenne satrapo di Lidia e Asclepiodoro della Siria. Ad Alessandro, grazie all’apporto di nuovi contingenti di rinforzo dalla Macedonia, rimanevano ancora 40000 fanti e 7000 cavalieri, un esercito leggermente più numeroso di quello con cui era partito, ma ben poco in confronto a quanto era riuscito a organizzare il suo avversario.

Dario oltre ai Persiani della sua guardia reale e ad uno sparuto drappello di mercenari Greci fedeli, chiamò in aiuto i contingenti delle satrapie più orientali e remote;
lasciamo la parola ad Arriano:
"Erano accorsi in aiuto di Dario gl’Indi confinanti coi Battriani, gli stessi Battriani e i Sogdiani, tutti agli ordini di Besso satrapo di Battria. Li seguivano anche i Saci, una popolazione scitica appartenente agli Sciti che abitano l’Asia (In questo caso si parla degli Sciti del Turkestan, a nord del fiume Iassatre), non perché sottoposti a Besso, ma perché alleati di Dario. Li conduceva Mauace ed erano arcieri a cavallo. Barsente, satrapo dell’Aracosia, guidava gli Aracoti e gl’Indi detti montani e Satibarzane gli Arii di cui era satrapo; Frataferne conduceva Parti, Ircani e Topiri, tutti cavalieri, ed Atropate i medi, cui si aggregarono Cadusi, Albani e Sacesini. Orontobate, Ariobarzane ed Orsine guidavano le popolazioni del Mar Rosso. Gli Uxi ed i Susiani avevano come comandante Ossatre figlio di Abulite e Bupare comandava i Babilonesi, coi quali erano schierati i Carii esuli ed i Sittaceni, mentre gli Armeni obbedivano ad Oronte e Mitrauste, Ariace (forse una contrazione per Ariarate), i Siriani della Celesiria e della Siria tra i fiumi (qui Arriano intende la mesopotamia settentrionale) a Mazeo. Si diceva che tutto l’esercito di Dario fosse costituito da circa quarantamila cavalieri, da un milione di fanti, da duecento carri falcati e da non molti elefanti, una quindicina, che avevano gl’Indi.

Questo colossale esercito marciò tenendo a est il Tigri e arrivò in Assiria, un centinaio di chilometri a nord di Arbela presso un luogo chiamato Gaugamela che in traduzione significa “pascolo del Cammello. Il luogo era una pianura polverosa, con modestissime asperità che i Persiani fecero opportunamente livellare per non creare fastidi alle loro manovre, attraversata dal fiumiciattolo Bumelo, utile per abbeverare l’esercito ma che non costituiva un elemento importante del campo di battaglia.

Le cifre fecero sempre discutere gli storici antichi e moderni. Quelle di Arriano non sono mai state accettate in quanto fuori da ogni logica. Anche ammesso che fosse possibile radunarli in qualche luogo prestabilito per una battaglia, e poi scioglierli dopo la battaglia, non si vede come i vivandieri, gli addetti ai rifornimenti potessero dar da mangiare a così tanta gente. Il Romano Curzio Rufo abbassò il totale a 45000 cavalieri e 200000 fanti e questo totale è stato più o meno accettato dagli storici.

Il reale valore di un esercito così eterogeneo e poliglotta è stato pure molto dibattito. Per certo i contingenti e gli ufficiali più validi e fedeli erano stati annientati nelle due precedenti battaglie e l’esercito Persiano aveva in questo momento più uomini ma meno soldati di quello avversario. In verità i contingenti che valevano qualcosa erano i Battriani, gli Sciti e quasi tutta la cavalleria, mentre l’unica fanteria che potesse tenere testa ai Macedoni era quella dei mercenari Greci. Tutto il resto faceva “numero”.

Ma quello che contava era la “testa” dell’esercito. Re Dario aveva avuto fama di essere un buon comandante, ma la prova data sul campo era stata fallimentare, ed è sorprendente che gli ufficiali Persiani non lo avessero deposto e sostituito con qualcun altro dopo Isso. In verità Dario aveva avuto sentore che tanto nell’addestramento, nell’armamento e nella manovrabilità le sue truppe erano inferiori, e qualcosa fece per rimediare a quelle che riteneva le cause della sconfitta: scelse un campo di battaglia in uno spazio aperto, dotò la cavalleria di lance e di scudi per fronteggiare quella Macedone e Tessala, e decise di impiegare come arma risolutiva i carri falcati, nonostante che già da molti anni non fossero più in uso, in quanto le fanterie addestrate sapevano bene come fronteggiarli.
Intanto alla fine di Agosto Alessandro giunse davanti all’Eufrate, mise in fuga con la sua sola presenza le truppe del satrapo Mazeo, che era stato incaricato dal comando persiano di ritardarne l’avanzata, e diede modo ai genieri che già da alcuni mesi stavano lavorando per gettare un ponte sul fiume, di completare l’opera. In due settimane Alessandro percorse la distanza che lo separava dal Tigri; gli esploratori lo avvertirono che Dario attendeva in Assiria dall’altra parte del fiume, ed era fermo nel punto che aveva stabilito per lo scontro.

GAUGAMELA 19 Settembre –1-Ottobre 331

Il passaggio del Tigri ancora una volta non fu contrastato. Eppure il guado era estremamente difficile perché il fiume era ingrossato da piogge fuori stagione ed aveva in quel punto una corrente tumultuosa. Curzio afferma che anche il modesto contingente di cavalleria di Mazeo avrebbe potuto fare gravi danni all’esercito macedone se l’avesse colto in mezzo al guado, ma il satrapo non contrastò in alcun modo il passaggio, lasciandosi poi coinvolgere in uno scontro di cavalleria con i prodromi e i peoni, che avevano già avuto il tempo di schierarsi e che respinsero il suo assalto. Alessandro lasciò riposare il suo esercito per quattro giorni.
Durante la sosta, nella notte tra il 20 e il 21 Settembre, avvenne una eclissi di luna ricordata negli annali e 11 giorni dopo, il 1° Ottobre gli eserciti si scontrarono per l’urto decisivo. La battaglia fu lunga, sanguinosa e pure confusa; dato che non ci sono due fonti che la descrivano allo stesso modo, mi limito a narrarne i pochi fatti accertati. Dario aveva allargato le ali del suo esercito in modo da avvolgere entrambi i fianchi avversari con la propria cavalleria, mentre al centro aveva disposto i carri falcati per caricare la falange e romperne il fronte.

Alessandro invece dispose l’esercito nel solito modo, lasciò a Parmenione l’ala sinistra con i cavalieri Tessali, dispose la falange al centro e schierò se stesso con gli Eteri, gli Agriani, gli arcieri e i cavalieri leggeri alla destra. Entrambe le ali furono flesse all’indietro per proteggere i fianchi della fanteria, mentre dietro la prima linea della falange ne aggiunse un’altra con la fronte rivolta in senso opposto. In tal modo l’esercito formava una specie di rettangolo, offrendo in qualsiasi punto la fronte al nemico. La cavalleria persiana attaccò all’ala destra; Battriani e Sciti si scontrarono contro i Peoni e i mercenari di Alessandro; i carri si scagliarono sia contro i cavalieri Eteri di Alessandro che contro la falange, ma i loro guidatori furono ammazzati dagli arcieri e dagli Agriani, mentre i falangiti aprirono le loro file per far passare i pochi carri superstiti, che furono catturati dagli staffieri e dagli scudati. All’ala sinistra Macedone la cavalleria Persiana agli ordini di Mazeo si batté con furore con quella tessala di Parmenione e la spinse indietro, mentre 3000 tra Sciti e Cadusi furono distaccati verso l’accampamento Macedone, in cui riuscirono ad entrare e dove giunsero quasi a liberare le principesse reali.

La battaglia stava quindi prendendo una china favorevole ai Persiani, ma Alessandro reagì con un colpo di genio. Notando che la cavalleria persiana stava accorrendo sempre più in massa contro i suoi cavalieri leggeri, lasciando scoperto il punto centrale dell’esercito persiano dove stava il suo avversario, radunò gli Eteri, li dispose a cuneo e caricò i melofori che circondavano il carro di Dario. La guardia reale persiana si squagliò sotto l’attacco e lo stesso Gran Re fuggì in preda al panico, consegnando così per la seconda volta la vittoria al rivale. Alessandro dopo aver inseguito invano Dario per un lungo tratto, effettuò una conversione per portare aiuto alla propria ala sinistra in difficoltà e si scontrò con un contingente misto di Parti, Persiani e Indi che stava ritirandosi e che cercò di aprirsi la strada proprio attraverso il suo squadrone. Nello scontro terribile morirono ben sessanta Eteri Macedoni e rimasero feriti, Efestione, Ceno e Menida, ma alla fine Alessandro prevalse, e arrivò in soccorso di Parmenione, scoprendo per altro che non c’era più bisogno di un suo intervento; i contingenti Battiani, Sciti e i cavalieri di Mazeo, avendo saputo della fuga di Dario si erano disimpegnati dalla battaglia.

Gaugamela segnò la sconfitta definitiva del Re di Persia. Le perdite subite in battaglia dal suo esercito erano state gravi, anche se i reparti migliori questa volta si erano salvati sganciandosi in tempo, ma, in aggiunta, aveva perso ogni prestigio presso i suoi subordinati. Essi avevano combattuto fedelmente accanto al Re, ma ora che questi era fuggito nel pieno dello scontro non si sentirono più vincolati ad obbedirgli. Ciascun satrapo reagì in modo diverso; vi fu chi rinunciò alla lotta come Mazeo, chi decise di difendere i propri territori fino all’ultimo, come Ariobarzane, e chi, come Besso, conservò un’apparente obbedienza per nascondere l’imminente tradimento, ma nessuno avrebbe più combattuto in nome suo.

L’ENTRATA A BABILONIA- SCONFITTA DI SPARTA (novembre 331)

Alessandro riprese ad inseguire il fuggitivo Re Persiano, ma dovette arrestarsi davanti al fiume Lico (l’odierno Zab) per il sopraggiungere della notte. Dario non cercò di proteggere il cuore dell’impero, ma si rifugiò oltre la catena degli Zagros, nell’attuale Iran dove raggiunse Ecbatana, usata come residenza estiva da molti suoi predecessori. Lungo la strada trovò i cavalieri Battriani di Besso e fu raggiunto dai propri Melofori e dagli ultimi 2000 mercenari Greci che fino all’ultimo difesero la sua causa. Scrisse ancora una vana lettera agli altri satrapi chiedendo di mandargli altre truppe per difendere il suo trono; vedremo più tardi con quali risultati.
L’esercito Macedone si diresse a Babilonia, lasciata indifesa dal satrapo Mazeo, che si consegnò al Re macedone. Anche qui la popolazione festeggiò l’arrivo di Alessandro, dal momento che i Persiani si erano comportati molto duramente con la popolazione e il clero locale. Subito Alessandro diede ordine di ricostruire l’ E-Sagila, il santuario del Dio babilonese Bel-Marduk, distrutto in occasione di una precedente rivolta avvenuta sotto Serse I (486-466).

Mazeo fu confermato satrapo di Babilonia e poté pure battere moneta, anche se Alessandro si premurò di assicurarsi la sua fedeltà con una guarnigione Macedone. A Babilonia Alessandro apprese della sconfitta e della morte di Agide di Sparta, l’ultimo alleato di Dario in terra ellenica. Gli Spartani avevano commesso l’errore di scatenare la guerra quando ormai non potevano avere più nessun aiuto da parte dei Persiani; guadagnarono anche alcuni altri stati minori della Grecia alla loro causa, ma Atene non si mosse, e Megalopoli, Argo e Messene rimasero irriducibilmente ostili. Quando Antipatro scese nel Peloponneso con un esercito costituito dai contingenti della Lega Ellenica, Agide non poté fare altro che accettare un confronto impari davanti a Megalopoli e cadere da vero Re Spartano di fronte alle falangi vittoriose. La battaglia fu piuttosto sanguinosa in quanto ben 5300 Spartani e mercenari e 3500 soldati della Lega rimasero sul campo. Antipatro usò moderazione nella vittoria, pretese 50 ostaggi dagli Spartani e rimise il giudizio della città sconfitta ad Alessandro.

LA CADUTA DELL’IMPERO (Gennaio –Primavera 330)

Il satrapo di Susa, Abulite decise di imitare il gesto di Mazeo e consegnò la propria città e le ricchezze in essa contenute ad Alessandro, che in cambio gli conservò la satrapia, anche qui in compagnia di un cospicuo presidio macedone. Nelle mani dei vincitori finirono senza colpo ferire di 50000 talenti d’argento, una cifra immane, e pure di parecchio bottino di guerra razziato dai Persiani ai Greci durante le guerre di Serse, tra cui le famose statue dei tirannicidi Armodio e Aristogitone. Finalmente fu scaricato a Susa l’ingombrante seguito della famiglia reale di Dario, che seguiva in prigionia l’esercito fin dai tempi di Isso. Con l’occupazione di Susa e dei dintorni, tutta la pianura mesopotamica era stata tolta ai Persiani, ma al di là degli Zagros si celava la città di Persai o Persepoli, la culla della civiltà Persiana da cui erano partiti oltre 230 anni prima i contingenti di Ciro, il fondatore dell’impero. I Macedoni oltrepassarono il fiume Pasitigri, l’odierno Karoun ed penetrarono tra i primi contrafforti dello Zagros, trovando immediatamente resistenza nelle popolazioni montanare degli Uxi, che pretendevano di far pagare il pedaggio a chiunque passasse di lì, non importa se Gran Re persiano o conquistatore Macedone.

Il passo che occupavano cadde per aggiramento grazie ai soliti montanari Agriani, e la popolazione fu ridotta alla mercé di Alessandro, che ordinò di risparmiarla. Approssimandosi alla Persia vera e propria, Alessandro divise il proprio esercito in due parti; mandò Parmenione con le truppe al suo comando – i Tessali e i greci mercenari di cavalleria e fanteria – lungo la via carovaniera che congiungeva Susa a Persepoli, mentre egli, con i fanti Macedoni, gli Eteri e gli Agriani si accinse a forzare il passo delle porte Susiane, identificato con il Tang –Rash kan- alto oltre 2500 metri. Qui lo stava aspettando Ariobarzane, satrapo di Persia che tentò l’ultima resistenza nazionale davanti all’invasore. Ed ebbe successo.
I Persiani accolsero le truppe avanzanti con una valanga di macigni e costrinsero l’esercito invasore a ritirarsi di parecchi chilometri. La postazione era imprendibile con un assalto frontale, e Alessandro si trovò davanti alla prospettiva di ritirarsi e riconoscere la sconfitta, o incaponirsi a passare, col rischio di rimanere bloccato in montagna in pieno inverno. Per sua fortuna il servizio di informazioni riuscì a procurare una guida affidabile, e i montanari Agriani, avvezzi a combattere su tutti i terreni montagnosi guidarono gli altri reparti lungo i sentieri tortuosi attraverso i quali i Macedoni riuscirono ad aggirare le truppe di Ariobarzane.

Attaccato alle spalle anche questo presidio fu travolto, e la via per Persepoli aperta, mentre il satrapo sfuggì a stento alla cattura. Alessandro entrò nella patria dei Persiani senza incontrare resistenza, ma qui si ricordò che era venuto fin lì per vendicare i torti subiti dai Greci durante le guerre Persiane. Nonostante che i danni finora fatti compensassero abbondantemente quelli subiti dalla Grecia in duecento anni di rapporti con i Persiani, e che i Greci stessi avessero difeso con passione il trono di Dario, Alessandro decise di impersonare il ruolo di vendicatore della grecità e lasciò la città al saccheggio della soldataglia.
Gran parte degli abitanti perse la vita durante le violenze e le devastazioni che durarono per giorni, e infine anche il palazzo reale- all’inizio risparmiato per consentire una ordinata spoliazione dell’immenso tesoro reale ivi custodito- fu dato alle fiamme. Arriano riferisce che fu una decisione meditata di Alessandro; Diodoro, Curzio e Giustino parlano di una impulso estemporaneo del Re, ubriacatosi in un festino dionisiaco al punto da prestare ascolto ai consigli di Taide, una prostituta Ateniese al seguito dell’esercito, che intendeva “vendicare” la distruzione dei templi Ateniesi avvenuta cento cinquanta anni prima. In ogni modo l’incendio di Persepoli mise la parola fine all’impero Persiano. Il palazzo fu consumato dalle fiamme ma non completamente distrutto, e grazie al fatto che il sito non fu più ripopolato, rimase a disposizione degli archeologi moderni con le sue sculture e i mosaici ancora in ottime condizioni. Ancora adesso è visitabile.

INSEGUIMENTO E MORTE DI DARIO (primavera-estate 330)

Rimanevano da regolare i conti con Dario, il cui inseguimento era stato trascurato dopo Arbela. Il Gran Re stava tentando di organizzare un esercito con i contingenti Battriani ancora intatti nella città di Ecbatana. Con una leggendaria marcia forzata Alessandro coprì i 700 chilometri di strade impervie tra Persepoli ed Ecbatana in soli 44 giorni, soltanto per scoprire che Dario non era più lì. Questi con un contingente ormai sparuto aveva varcato le Porte Caspiche, e si era diretto in Partia.
Ad Ecbatana Alessandro prese l’importante decisione di congedare i suoi alleati greci, i Tessali che gli avevano reso tanti servigi in battaglia e gli altri contingenti della Lega di Corinto. Con la caduta di Persepoli la crociata contro i Persiani aveva esaurito il suo scopo, e la smobilitazione dei contingenti della Lega fu l’atto simbolico che ne decretò la fine.

Da Ecbatana in poi Alessandro non fu più il comandante della lega ellenica, e nemmeno un qualsiasi condottiero macedone in cerca di terre e bottino, ma il “legittimo” erede di un impero, conquistato sul campo due volte. A Parmenione con una parte dell’esercito, fu affidato l’incarico di marciare verso il mar Caspio e sottomettere i Cadusi, possibili alleati di Dario, mentre a Arpalo ebbe in custodia il tesoro di Persepoli, custodito ora nella rocca di Ecbatana.

Con sé Alessandro prese gli Eteri, i cavalieri prodromi, gli Agriani e la fanteria leggera e continuò l’inseguimento di Dario. Undici giorni dopo, a Rage venne a sapere dal figlio di Mazeo, che aveva disertato, che Dario era stato preso prigioniero dai suoi Satrapi, Satibarzane e Besso e si trovava oltre le Porte Caspiche. Alessandro proseguì ancora, instancabilmente, lasciando indietro pure parecchi dei suoi stessi uomini, perché voleva la cattura del Gran Re e la legittimazione del “passaggio di consegne”. Invece, dopo un inseguimento sfibrante in cui percorse anche quaranta chilometri in una notte, non trovò altro che il cadavere del suo sfortunato avversario, ucciso e abbandonato dai suoi stessi uomini: la sorte inevitabile dei Re decaduti! Al suo vittorioso avversario non rimase altro che fargli solenni funerali e seppellirlo nelle tombe dei suoi antenati.

La morte di Dario rappresentava un deciso spartiacque nella spedizione di Alessandro. La difficile epoca della lotta e della conquista era finita, ma si apriva quella, ancora più onerosa dell’amministrazione dell’impero che aveva ereditato sul campo. I suoi uomini avevano combattuto per lui per danaro, terre e onori, ma lo consideravano poco più di un comandante militare con qualche potere politico. Lo avrebbero accettato nella nuova veste di Gran Re ? Inoltre il suo potere non si estendeva che nelle provincie che ava già conquistato. Le satrapie orientali si erano rese indipendenti sotto i governatori locali, la lotta per la loro conquista appariva durissima, e non pochi dei suoi soldati e ufficiali erano stufi di combattere. L’oro e i terreni fertili erano già stati conquistati, e oltre le erte cordigliere iraniche sembravano stendersi terre desolate e ostili.


Sarebbe riuscito l’erede di Dario a vincere le resistenze dei propri uomini
e indurli a continuare?


LA GRANDE SPEDIZIONE IN ASIA > > >

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