33. LA GUERRA ANNIBALICA
ROMANI IN MACEDONIA E IN GRECIA


Annibale

Della perdita della Sicilia, della Sardegna e della Corsica i Cartaginesi cercarono di indennizzarsi nella Spagna. Qui esistevano antiche colonie fenicie che erano passate sotto la protezione di Cartagine, ma ora i Cartaginesi procedettero a costituirsi un dominio nella Spagna che comprese anche l'interno della penisola e lo dischiuse al reclutamento militare cartaginese.

Assunse il comando nella guerra in Spagna Amilcare Barca e per nove anni vi combatté vittoriosamente; egli cadde in battaglia. Gli successe il genero Asdrubale; questi fondò la Cartagine Nuova e portò le armi cartaginesi così avanti verso il nord della penisola che i suoi progressi richiamarono l'attenzione dei Romani. Questi intervennero nelle cose di Spagna e nell'anno 226 delimitarono la propria sfera di interessi da quella cartaginese con una convenzione, che però fu da loro conclusa con Asdrubale personalmente e non con lo Stato cartaginese, di modo che non aveva lo stesso valore giuridico dei precedenti trattati.

In questa convenzione fatta con Asdrubale rinnovarono il solito (già contestato per l'occupazione della Sardegna) trattato di pace di Lutazio Catulo e stabilirono all'Ebro il confine del dominio cartaginese nel nord della Spagna. Asdrubale da otto anni aveva coperto con successo la strategia spagnuola quando fu ucciso da un Celta; gli successe nell'anno 221 il cognato Annibale, figlio di Amilcare Barca, giovane di 26 anni.
Annibale proseguì la conquista delle regioni interne della Spagna e volle poi procedere anche all'assoggettamento di Sagunto; ma i Romani intervennero per impedirglielo.

Questo perché dopo la convenzione dei Romani con Asdrubale, Sagunto aveva stretto alleanza con Roma; questa città era situata nel mezzogiorno della Spagna e così lontana dalla linea dell'Ebro che non trovava protezione nel trattato d'Asdrubale. Ma la pace di Lutazio Catulo, riconfermata nella convenzione con Asdrubale, stabiliva che Romani e Cartaginesi avrebbero dovuto rispettare i reciproci alleati, ed ora i Romani diedero a questa clausola una interpretazione generale estendendola anche alle città che come Sagunto eran divenute appunto (all'insaputa dei Cartaginesi) alleate dopo il trattato.

Nella sostanza dunque si trattava (come in Sardegna) di una invasione dei Romani nella sfera di interessi dei Cartaginesi da loro medesimi riconosciuta nel 226 con la convenzione stretta con Asdrubale. Annibale decise di non tollerare una simile usurpazione, e trovò energico sostegno nel governo di Cartagine.

Nonostante la protesta di Roma egli non desistette dall'attacco di Sagunto e la prese nel 219 dopo otto mesi di assedio. Proprio in quel momento i Romani si trovavano impegnati nella nuova guerra illirica contro Demetrio di Faro; ma ciò malgrado erano risoluti se occorreva fare anche la guerra a Cartagine; essi quindi reclamarono a Cartagine la consegna di Annibale, minacciando in caso contrario la guerra.
Ma il governo cartaginese non abbandonò Annibale, lo sostenne e ciò facendo ufficialmente scelse il partito della guerra.
Non é quindi affatto vero che Annibale abbia trascinato i Cartaginesi alla guerra contro la loro volontà; i Cartaginesi vollero invece la guerra perché la ritennero inevitabile e necessaria nel loro stesso interesse. Gli Stati mercantili prediligono la pace, ma non la pace ad ogni costo. Essi evitano volentieri la guerra, e specialmente la guerra che non arreca alcun guadagno, ma fanno la guerra spietatamente e tenacemente contro i concorrenti, i rivali che minacciano la loro esistenza od anche soltanto impacciano e limitano il loro sviluppo verso una maggiore prosperità.

I Cartaginesi si erano messi alla conquista della Spagna per risarcirsi delle perdite subite nella guerra di Sicilia; e se anche è vero che sin da principio abbiano nutrito in cuore il desiderio di prendersi la rivincita su Roma e che la spoliazione subita della Sardegna non debba aver certo contribuito a raffreddare il loro odio contro i Romani, non si può sapere se la rivincita sarebbe stata procrastinata oppure si sarebbe forse alla fine anche sopita; quel che è pur vero è che cercarono in Spagna il pieno compenso delle proprie perdite.

Ma é appunto la possibilità di ottenere questo compenso che i Romani li ostacolarono adesso coll'arrestarli alla linea dell'Ebro, con l'impedire la conquista di Sagunto. La situazione in cui uno Stato mercantile insorge si era prodotta e la reazione si imponeva. I Romani col loro procedere nella Spagna avevano provocato la guerra annibalica, ma non avevano previsto né quanto Cartagine fosse preparata alla guerra né la possibilità di una invasione di Annibale, né la rapidità fulminea della sua offensiva.

Il pieno accordo fra Annibale e il governo cartaginese perdurò intatto sino alla fine della guerra, e se l'impresa di Annibale fallì, fu perché il governo cartaginese non lo volle ulteriormente aiutare, esso lo aiutò finché poté e come meglio poté. Ma ce da dire che anche nel preventivo politico che il geniale capitano fece rispetto alla situazione delle cose in Italia incorse certamente in un errore di calcolo. Egli si appose alla realtà delle cose stimando di poter contare sull'avversione dei Celti contro Roma; e si sbagliò nello stimare il grado di solidità della lega italica.

Nell'ambiente della confederazione italica non devono esser state poche le dispute e le critiche giornaliere e i biasimi sul conto di Roma; indubbiamente di ciò si ebbe sentore a Cartagine ed Annibale credette che la lega italica si sarebbe sfasciata appena Roma non fosse stata più in grado di tenerla unita con la forza. Anche oggi noi siamo abituati ad udire nei tempi moderni certe errate valutazioni di alcuni governanti che credono di poter impunemente intervenire in un Paese solo perchè vedono all'interno dello stesso sorgere alcuni problemi locali, e li vediamo poi restar disillusi nell'ora che quel paese fiuta il pericolo esterno e si ricompatta. Il sangue é un vincolo potente di unione ed altrettanto potente legame é la comunanza di interessi; e i membri della confederazione italica ricavavano il massimo vantaggio per lo sviluppo dei loro interessi economici dal commercium con Roma e dalla tutela di diritto privato che vi godevano sotto la quale i loro traffici prosperavano.

E quindi gli Stati più importanti della lega si mantennero saldi nella fedeltà verso Roma anche dopo il colpo più grave da essa subito, dopo Canne; ed é contro questa mal prevista solidità della lega italica che si spezzò la spada del geniale guerriero Annibale.
I Romani avevano in tutta pace chiesto di poter prendere essi l'offensiva e di portare la guerra contemporaneamente in Spagna ed in Africa; l'uno dei consoli dell'anno 218, P. Cornelio Scipione, fu destinato ad andare nella Spagna per la via di Massalia, mentre l'altro Ti. Sempronio Longo, si preparava in Sicilia a Lilibeo per passare in Africa.

Ma quando Scipione, messosi in moto, giunse a Massalia, Annibale aveva già da un pezzo lasciato con il suo esercito la Spagna ed era arrivato nella Gallia meridionale, anzi aveva in quello stesso momento già passato il Rodano, naturalmente a monte del delta del fiume, il cui angolo superiore si domina coll'occhio da Arles, fra Arles ed Avignone. Vista la situazione, Scipione mandò nella Spagna suo fratello Gneo ed egli invece retrocedette in tutta fretta ritornando in Italia, nell'Etruria.
Ma Annibale risalì il corso del Rodano con l'obiettivo di scendere dalle Alpi fra i Celti dell'Italia superiore che appena da poco erano stati domati dai Romani. Egli costeggiò la riva sinistra del Rodano sino al confluente dell'Isére, dove provenendo dal sud si possono per la prima volta scorgere le Alpi, rimontò il corso dell'Isére e valicò
il Moncenisio, calando fra i Taurini di razza ligure, nell'autunno dello stesso anno 218.

Publio Scipione aveva passato il Po per sbarrargli la strada, ma sul Ticino la cavalleria romana patì una prima disfatta in uno scontro con la cartaginese, ed una seconda ne subì sulla Trebbia, affluente di destra del Po, insieme con l'altro console Ti. Sempronio Longo che era stato richiamato in tutta fretta da Lilibeo.
Si sperò alla salvezza con l'arrivo del nuovo console, C. Flaminio, il popolare magistrato del 232, 227 e 220; ma anch'egli fu sconfitto sul lago Trasimeno da Annibale che attraverso le paludi dell'Arno era già penetrato nell'Etruria.

Questo il resoconto della battaglia:

Data: 21 GIUGNO 207 a.C.
Luogo: LAGO TRASIMENO (Umbria)
Eserciti contro: ROMANO e CARTAGINESE
Contesto: SECONDA GUERRA PUNICA
Protagonisti:
C. FLAMINIO (Console romano)
SERVILIO GEMINO (Console romano)
ANNIBALE (Comandante dell'esercito cartaginese)
MAARBALE (Comandante della cavalleria cartaginese)

La battaglia

Dopo la sconfitta subita nella battaglia della Trebbia, i Romani decisero di abbandonare le pianure dell'Italia settentrionale, un terreno troppo favorevole alla cavalleria di Annibale, e di difendere l'Italia centrale.

Nel 217 a.C. i Romani, per contrastare l'avanzata di Annibale, misero in campo undici legioni, circa 100.000 uomini; cinque vennero lasciate di riserva a Roma, in Sicilia e in Sardegna, due furono trasferite in Spagna e quattro in Italia contro il temibile nemico cartaginese.

Scipione, al quale non si poteva addossare la responsabilità della sconfitta della Trebbia, fu mantenuto al suo posto di comando e inviato in Spagna; i nuovi consoli, Servilio Gemino e C. Flaminio furono impiegati in Italia.

Non essendo in grado di prevedere in che punto Annibale avrebbe varcato gli Appennini, il Senato, con una saggia decisione, inviò Flaminio ad Arezzo a sorvegliare il versante occidentale, mentre Servilio avrebbe protetto Rimini, situata in ottima posizione strategica. Da questi due punti i consoli avrebbero potuto convergere, se necessario, in qualsiasi luogo, e forse anche accerchiare Annibale.

Nel maggio del 217 a.C. il condottiero cartaginese valicò gli Appennini attraverso il passo di Collina, scendendo verso Pistoia. Proprio nel tratto fra Pistoia e Fiesole, Annibale incontrò serie difficoltà nell'attraversare le paludi. Trasportato dall'unico elefante sopravvissuto, sofferente per la perdita della vista da un occhio, superò le paludi col suo esercito in quattro giorni, pur con gravi perdite.

Flaminio, contro il parere di alcuni membri del suo stato maggiore, decise di mettersi all'inseguimento; se avesse aspettato Servilio per unirsi a lui, gli eserciti romani congiunti avrebbero potuto sorprendere Annibale, stringendolo in una morsa tra loro e le truppe di stanza a Roma.

A questo punto Annibale, contando sulla precipitazione di Flaminio, lo attirò deliberatamente esponendo il fianco del proprio esercito in marcia verso Cortona. Flaminio, comunque, non accettò il combattimento e continuò a tenersi sulle tracce di Annibale. Quest'ultimo tese ancora un'altra trappola, deviando improvvisamente dalla strada per Roma verso est in direzione di Perugia, lungo la riva settentrionale del Lago Trasimeno. Qui esisteva solo uno stretto passaggio, dal momento che in quel punto i colli scendono fino al lago. Su questi colli, che dominano una piccola pianura, Annibale dispose la sue truppe per l'agguato.

Flaminio continuava l'inseguimento alla cieca.

All'alba di un nebbioso mattino del 21 giugno del 217 a.C., l'esercito romano entrò in colonna nello stretto passo. A un segnale, dalla sommità delle colline, protette dalla nebbia, le truppe di Annibale piombarono, simultaneamente da tutte le parti, sui Romani.

La battaglia infuriò per due ore. Flaminio trovò la morte da eroe sul campo di battaglia, riscattando così la sua imprudenza.

Il disastro fu completo: quasi due legioni romane vennero annientate e 6000 soldati fatti prigionieri. Annibale, non pago della vittoria, inviò il comandante della sua cavalleria, Maarbale, contro un'avanguardia di 4000 cavalieri romani di Servilio che scendeva al galoppo per la via Flaminia. La squadra romana venne sorpresa e distrutta presso Assisi.

Consapevole che un attacco contro Roma stessa sarebbe stato vano, sebbene la strada fosse ormai aperta, Annibale volse il cammino verso gli Appennini, in direzione del Piceno, dove avrebbe potuto far riposare uomini e cavalli.

Il disastro del Trasimeno provocò a Roma una crisi di tale gravità che il provvedimento tradizionale di nominare un dittatore, in disuso da trent'anni, fu rimesso in vigore.

Flaminio stesso rimase sul campo (217 a. C.). Dopo queste disfatte romane, mentre Annibale si dirigeva dal lato orientale dell'Italia e scendeva lungo l'Adriatico nel mezzogiorno per provocarvi la defezione dei soci italici, in Roma fu creato dittatore Q. Fabio Massimo e gli venne collocato accanto quale collega con pari potestà, come dittatore anch'esso, il suo maestro dei cavalieri M. Minucio; ciò era contro il diritto pubblico romano, ma di fronte alle necessità del momento il diritto pubblico fu messo da parte.

L'arte del temporeggiatore Fabio di evitare subito una battaglia e con essa una nuova sconfitta ebbe la sua giustificazione dai fatti; e nel successivo anno 216 neppure gli armamenti spinti ad oltranza da Roma, con i consoli L. Emilio Paolo, che aveva raccolto facili allori in Illiria, e C. Terenzio Varrone, il successore democratico di Flaminio, riuscirono a salvare dalla più terribile catastrofe mai subita dai Romani, nella giornata del 2 agosto 216 a.C. presso l'antica rocca della Puglia presso l'Ofanto: Canne.
I Romani lasciarono sul campo circa 25.000 uomini (secondo Polibio 70.000, secondo Livio oltre 45.000) tra cui lo stesso Emilio Paolo, e furono presi prigionieri circa 10.000 uomini. Circa 6.000 le perdite dei Cartaginesi.

Ecco come si svolse la battaglia:

Data: 2 AGOSTO 216 a.C.
Luogo: CANNE (villaggio della Puglia, 15 km da Barletta)
Eserciti in campo: ROMANO e CARTAGINESE
Contesto: 2a GUERRA PUNICA
Protagonisti:
LUCIO EMILIO PAOLO (Console romano)
TERENZIO VARRONE (Console romano)
LUCIO ATTILIO (generale romano)
MINUCIO RUFO ( generale romano)
GNEO SERVILIO ( generale romano)
ANNIBALE (generale, comandante dell’esercito cartaginese)
ASDRUBALE (generale cartaginese)
MAARBALE (generale cartaginese)
MAGONE (generale cartaginese)
ANNONE (generale cartaginese)
GISCONE (generale cartaginese)

La battaglia:

La battaglia di Canne, avvenuta il 2 agosto del 216 a.C., che vide fronteggiarsi l’esercito romano e quello cartaginese, è da considerarsi il più importante evento bellico dell’antichità. L’esercito cartaginese, guidato dall’abile generale Annibale, era disceso in Italia due anni prima passando dalle Alpi, sconfisse i romani al Ticino e al Trasimeno, ma, indebolito dalle battaglie, non attaccò Roma e si diresse, attraverso le Marche, in Puglia.

L’esercito romano per mesi aveva rincorso questo temibile nemico senza mai attaccarlo, ma cercando di logorarlo con azioni di guerriglia. Canne era un piccolo villaggio della Puglia, sulla sponda destra del fiume Ofanto, poco distante da Barletta, che, abbandonato dai suoi abitanti, era diventato un piccolo presidio dei romani, i quali utilizzarono le casupole come magazzini per il grano e per altre derrate alimentari.

L’esercito romano inviato per sconfiggere definitivamente Annibale era composto da circa 100 mila uomini, la maggior parte dei quali giovanissimi, inesperti all’arte della guerra. Di contro, l’esercito cartaginese poteva contare su circa 50 mila soldati, la metà dei romani, e per di più senza l’aiuto di quelle terribili macchine da guerra che erano gli elefanti, perché dei trentasette pachidermi con cui nel 218 a.C. Annibale aveva varcato le Alpi, a Canne non ne rimaneva nemmeno uno. Erano tutti morti.

L’esercito romano era guidato, com’era d’uso all’epoca, da due consoli, Lucio Emilio Paolo e Terenzio Varrone, che assumevano il comando a giorni alterni. Una consuetudine questa che, come vedremo di seguito, costerà molto cara ai romani. Il giorno della battaglia il comando dell’esercito veniva assunto da Terenzio Varrone che, come stratega, era infinitamente inferiore al suo collega Lucio Emilio Paolo, il quale quel giorno non aveva voce in capitolo. 

Davanti all’immenso esercito romano, che Varrone, commettendo un grosso errore tattico, aveva schierato su un fronte di soli due chilometri, Annibale aveva disposto una sola fila di soldati lungo tutto il fronte, senza rinforzi alle spalle. Questi, destinati ad essere massacrati al primo urto contro i romani, erano per lo più galli e spagnoli, mentre più indietro, ai lati, il generale cartaginese mette le fanterie cartaginesi e libiche; la sua cavalleria pesante, comandata dal fratello Asdrubale, viene contrapposta, a sinistra, a quella romana, comandata dal console Lucio Emilio Paolo, mentre a destra, quindi contro Terenzio Varrone, colloca la cavalleria leggera numida, comandata da Maarbale.

Annibale resterà al centro, con al suo fianco l’altro suo fratello Magone e i generali Giscone e Annone.Varrone, che non riesce a capire che lo schieramento avversario così sottile non può essere che un tranello di Annibale, dà l’ordine alla fanteria pesante romana di muovere all’attacco e con un urto violentissimo travolge quella sottile schiera di galli e spagnoli e si incunea nel varco così apertosi.

La cavalleria leggera romana di Lucio Emilio Paolo viene attaccata da quella pesante di Asdrubale e, non avendo possibilità di manovra, essendo chiusa da un lato dal fiume e dall’altro dalla sua stessa fanteria che avanza, viene decimata ed anche il console cade sul campo da coraggioso.Mentre il grosso della fanteria pesante romana viene massacrato dalle due ali di fanti punici e libici, Annibale ordina alla cavalleria leggera numida, agli ordini di Maarbale, l’attacco contro la cavalleria pesante di Terenzio Varrone, il quale si vede precludere qualsiasi via di ritirata dall’arrivo della cavalleria di Asdrubale, libera di inserirsi nella manovra dopo aver spazzato via Lucio Paolo Emilio. 

Secondo i piani di prestabiliti di Annibale, la sua famosa manovra “a tenaglia”, sta per chiudersi con successo. Ad uno ad uno cadono tutti i comandanti dell’esercito romano: Emilio Paolo, Minucio Rufo, Gneo Servilio. Si salva solo Terenzio Varrone, il maggior responsabile della disfatta che, una volta tornato a Roma, incredibile a dirsi, verrà lodato e ringraziato dal Senato e potrà proseguire nella carriera politica e militare.

Tornando alla battaglia, l’esercito romano, ormai abbandonato a sé stesso, circondato da tutte le parti, viene massacrato in una mischia gigantesca. Una carneficina.E’ sicuramente la prima volta nella storia che in una battaglia campale esca vincitore chi dispone esattamente della metà delle forze dell’avversario.I morti romani furono circa 50 mila, 28 mila i prigionieri e pochissimi i superstiti; dalla parte cartaginese, invece, i morti furono circa seimila, di cui quattromila erano i galli destinati a sostenere il primo urto della fanteria pesante romana.

Al tramonto era tutto finito. Annibale diede ordine al fratello Magone di portare la notizia della vittoria a Cartagine. Adesso ci si aspetta che egli marci su Roma, ma, al contrario, forse per troppa prudenza e cautela non attaccherà mai l’Urbe.

Ecco come Polibio descrive una fase della battaglia di Canne nel libro "Storie" :

"Quando le avanguardie entrarono in azione, il combattimento fra le forze armate alla leggera ebbe, in un primo tempo, esito pari: non appena però i cavalieri iberi e celti dell'ala sinistra vennero a contatto con la cavalleria romana, ne seguì una battaglia veramente barbarica: essi non lottavano infatti, secondo l'usanza, con conversioni e mutamenti di fronte, ma, una volta entrati nella mischia, smontavano da cavallo e combattevano avvinghiati corpo a corpo ai nemici. Le forze cartaginesi infine riuscirono superiori e, benchè i romani combattessero tutti con disperato coraggio, ne uccisero nella mischia la maggior parte e respinsero i rimanenti lungo il fiume, menandone strage e colpendo senza pietà; le forze di fanteria allora, ricevute negli intervalli le milizie leggere, cozzarono le une contro le altre ".

 

I confederati della bassa Italia dopo tale sconfitta passarono in buona parte ai Cartaginesi, ma gli alleati dell'Italia centrale, il nerbo della lega, rimasero fedeli a Roma. Tuutavia le difficoltà che presentava nell'antichità qualsiasi assedio, deve, forse scorgersi il motivo per cui Annibale dopo Canne non marciò su Roma.
Gli effetti della vittoria di Annibale si manifestarono anche nel mondo greco, in Macedonia e in Sicilia. Il re Filippo di Macedonia, che aveva già assalito i Romani in Illiria, fece ora alleanza con Annibale; questa nuova guerra non poteva non tenere per lo meno
impegnate forti truppe romane nella penisola balcanica e distrarle dall'Italia.
Ed in Sicilia, dopo la morte del re Gerone, Siracusa defezionò da Roma e pure essa si alleò coi Cartaginesi. La situazione a quel punto parve delinearsi così favorevole ad Annibale da metterlo in grado di porre fine alla guerra in Italia, e il raggiungimenti di questo scopo sembrava possibile, in quanto Annibale non mirava alla distruzione dello Stato romano, cosa che probabilmente non aveva mai ritenuta possibile, ma soltanto togliere a Roma il grado di grande potenza.

Ritornata libero il territorio celtico dell'Italia superiore, staccata l'Italia meridionale dalla confederazione romana, Roma poteva benissimo continuare a mantenere la sua posizione dell'Italia centrale, ma una grande potenza non lo era più. Per poter costringere Roma alla pace Annibale avrebbe avuto bisogno di rinforzi di truppe che non gli potevano arrivare se non dalla Spagna; ma proprio questo aiuto dalla penisola iberica gli fu impedito dall'energia con la quale i Romani condussero la guerra anche in quella regione. Ed é con una tale mossa che essi decisero a proprio favore la gigantesca lotta.

Dopo Canne Capua era passata dalla parte di Annibale, e questi nel 212 prese Taranto; ma nello stesso tempo M. Claudio Marcello conquistava Siracusa e in brevissima ora tutta la Sicilia si trovò in mano dei Romani.
Annibale non poté impedire che i Romani assediassero Capua, e neppure una diversione, per la quale nel 211 andò fin sotto le porte dì Roma, riuscì a fargli raggiungere lo scopo che fosse tolto l'assedio; Capua cadde e la Campania tornò in potere di Roma; e anche Taranto si arrese ai Romani nel 209.

Nella Spagna è ben noto che i Romani erano andati incontro a gravi perdite; i due fratelli Publio e Gneo Scipione vi erano caduti in battaglia nel 211 e quanto era stato conquistato nel mezzogiorno della penisola si era dovuto nuovamente abbandonare. Ma nel 210 i Romani avevano ripreso la guerra di Spagna con nuovo vigore e ne avevano affidato la direzione a P. Cornelio Scipione, che nell'anno 217 aveva salvato suo padre al Ticino.
Egli peraltro non fu in grado di impedire che il fratello di Annibale, Asdrubale, riuscisse a passare dalla Spagna in Italia per portare ad Annibale rinforzi di truppe fresche. La congiunzione dei due fratelli avrebbe potuto molto facilmente dare un nuovo impulso alla guerra in Italia, che già stava prendendo una piega sfavorevole ad Annibale; ma i Romani riuscirono ad impedirla questa congiunzione: nell'anno 207 i consoli M. Livio Salinatore e C. Claudio Nerone annientarono Asdrubale presso Sena Gallica, ricordata come la "Battaglia del Metauro".

Ecco la descrizione:

Data: 207 a.C.
Luogo:
METAURO (Fiume delle Marche)
Eserciti contro:
ROMANO e CARTAGINESE
Contesto:
SECONDA GUERRA PUNICA
Protagonisti:
M. LIVIO SALINATORE (Console romano)
CLAUDIO NERONE (Console romano)
ASDRUBALE (Generale cartaginese)

La battaglia

Nel 207 a.C. giunse a Roma la notizia che un esercito cartaginese, al comando di Asdrubale, aveva lasciato la Spagna e stava passando l'inverno in Gallia. E' vero che Scipione teneva abilmente a bada gli altri due eserciti cartaginesi in Spagna, ma Asdrubale poteva da un momento all'altro arrivare nell'Italia settentrionale con circa 20 mila uomini.

Era troppo rischioso per i romani cercare di fermarlo, come avevano fatto con il fratello Annibale lungo il Rodano o, più tardi, nelle pianure dell'Italia settentrionale. 

Essi dovevano invece concentrarsi nell'Italia centrale e impedirgli a tutti i costi di avanzare verso sud per unirsi ad Annibale, che si trovava in Puglia.

Nel 207 a.C. i consoli romani erano C. Claudio Nerone e M. Livio Salinatore; a loro disposizione avevano 23 legioni. Mentre Nerone teneva a bada Annibale, Livio Salinatore doveva contrastare l'arrivo di Asdrubale. 

Nel mese di maggio Asdrubale attraversa le Alpi, probabilmente per lo stesso valico percorso dal fratello, e raggiunse la pianura padana, dove aveva elevato a 30 mila unità il numero dei suoi effettivi, reclutando Galli.

Dopo aver tentato inutilmente di prendere Piacenza, nell'estate avanzò verso sud. I romani piazzarono due legioni, agli ordini di Terenzio Varrone, ad Arezzo, in Etruria, e altre due, sotto il pretore Porcio, a Rimini. Livio Salinatore si piazzò presso Narni, a sud dei due eserciti, da dove avrebbe potuto accorrere in aiuto dell'uno o dell'altro a seconda dei movimenti di Asdrubale. 

Quando fu chiaro che quest'ultimo si stava dirigendo verso la costa adriatica e la Via Flaminia, Porcio indietreggiò a poco a poco, mentre Livio si affrettò a raggiungerlo, cosicchè Asdrubale trovò quattro legioni unite ad attenderlo nei pressi del fiume Metauro, nelle Marche.

Annibale non fece alcun tentativo di raggiungere il fratello nell'Italia settentrionale, per non rischiare di perdere la sua unica base in Italia, il Bruzio.

Claudio Nerone lasciò quattro legioni a tenere Annibale sotto controllo, quindi raggiunse Livio nella speranza di sconfiggere Asdrubale con le due forze riunite. 
Egli marciò con 6000 fanti e 1000 cavalieri lungo la strada costiera, che era più breve e dove era più facile l'approvvigionamento. Giunto al Metauro entrò nell'accampamento di Livio, dopo aver percorso 390 chilometri in sei giorni.

I romani si erano accampati probabilmente a sud di Fano e del Metauro; da lì potevano proteggere la strada della costa e controllare la Via Flaminia. Asdrubale ripiegò di notte lungo la valle del Metauro, ma fu sorpreso dai romani prima di poter guadare il fiume. Fu costretto allo scontro. A sinistra piazzò i suoi Galli su un ripido pendio e ammassò le altre truppe e gli elefanti a destra, dove sperava di sfondare lo schieramento romano.

Ma Nerone, che occupava l'ala destra, rendendosi conto di non poter attaccare i Galli su quel terreno, guidò un gruppo di soldati lungo le retrovie in soccorso di Livio, sulla sinistra, riuscendo così ad accerchiare il nemico.

Vedendo che la battaglia era perduta, Asdrubale si gettò nella mischia e morì con le armi in pugno. La vittoria fu completa.

Roma aveva vinto una battaglia campale in Italia per la prima volta dall'inizio della guerra. Il primo serio tentativo di inviare rinforzi ad Annibale era fallito.

Affrettatosi a ritornare nel sud, Nerone gettò la testa di Asdrubale nell' accampamento del fratello a Larino.
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da TITO LIVIO

Libro XXVII, capitolo 46, paragrafo 4
La posizione degli accampamenti dei Romani e dei Cartaginesi 
fino alla vigilia della battaglia

<<Il campo dell'altro console (Livio Salinatore) si trovava nella zona di Senigallia e Asdrubale ne distava circa mezzo miglio>>.

 Libro XXVII, capitolo 47, paragrafi 9-11
"La marcia di Asdrubale nella notte precedente alla battaglia"

 <<Così abbandonato dalle guide (del luogo), l'esercito dapprima andò errando per la campagna (...). Asdrubale, in attesa che la luce diurna gli mostrasse il cammino da seguire, ordinò di marciare lungo la ripa del fiume; e poichè seguendo le svolte e i meandri del suo corso sinuoso era andato girando senza molto avanzare, aveva deciso di attraversare non appena l'alba gli avesse lasciato vedere un passaggio opportuno.  Ma siccome quanto più si allontanava dal mare, non trovava un guado essendoci ripe sempre più alte che restringevano il fiume, così perdendo tempo diede al nemico la possibilità di inseguirlo>>.

 Libro XXVII, capitolo 48, paragrafi 12-15
La manovra aggirante del console Claudio Nerone durante la battaglia

<<Claudio (Nerone) - gridando ai soldati: "A qual fine abbiamo percorso a marce forzate un così lungo cammino?" - dopo aver tentato invano l'assalto della collina di fronte e aver visto che da quella parte non era possibile giungere al nemico, prelevò alcune coorti dall'ala destra (dove capiva che ci sarebbe stata una sosta inoperosa piuttosto che una battaglia), le condusse dietro lo schieramento delle legioni romane e piombò sul fianco destro nemico, senza che se l'aspettassero non solo i nemici ma neppure i Romani. E tanta fu la celerità che, subito dopo l'apparizione sul fianco, l'attacco fu portato alle spalle dei nemici. Così da ogni parte - di fronte, di fianco, alle spalle - sono massacrati gli Ispani e i Liguri; e ormai la strage era arrivata fino ai Galli>>.

 

Le sorti della guerra erano decise; Annibale si ridusse nel Bruzio dove ormai con i pochi uomini a disposizione condusse una vita da masnadiero. Nella Spagna i Romani conquistarono nel 206 anche Gades e Scipione ritornò colmo di gloria a Roma.

Nel successivo anno 205 re Filippo di Macedonia fece pace coi Romani. E questi ultimi - non temendo più Annibale - decisero di passare all'offensiva contro la stessa Cartagine.

Nel 205 per l'appunto Scipione era stato eletto console; egli si recò in Sicilia e si organizzò per passare in Africa; di Annibale non si curò più, accantonato come era nel paese dei Bruzi. L'anno 204 successivo vide svolgersi in Africa lotte fra Scipione ed i Cartaginesi; i due re numidi, Massinissa e Siface, il primo un tempo alleato dei Cartaginesi ed il secondo dei Romani, si erano da tempo scambiate le parti, e mentre Siface divenne alleato dei Cartaginesi, i Romani guadagnarono un efficacissimo ausiliario in Massinissa, un uomo astuto ed energico.

A questo punto i Cartaginesi richiamarono in Africa Annibale, e nell'ottobre del 202 45.000 Romani contro 50.000 Cartaginesi si trovarono di fronte. La giornata della battaglia che si svolse a Zama, (antica città della Numidia - odierna Algeria) finì con la vittoria dei Romani.
Annibale al solito era ricorso come prima forza d'urto iniziale a una schiera di elefanti; ma Scipione ebbe un'idea geniale, fece contemporaneamente suonare delle grandi trombe accompagnate da grida elevate degli uomini dell'esercito. Lo stratagemma impaurì e scompigliò gli elefanti, che fuggendo indietreggiando travolse la stessa fanteria cartaginese. A quel punto Massinissa colse l'occasione per caricare e disperdere la cavalleria di Annibale, che inseguita poi da quella di Scipione, permise alla fanteria romana di sfondare la linea sbaragliando e disperdendo la fanteria cartaginese. A quel punto Scipione con la sua cavalleria tornando dall'inseguimento fece strage degli ultimi superstiti.

Ecco le note sulla battaglia:

Data: OTTOBRE 202 a.C.
Luogo: NARAGGARA (Città a circa 20 km da Zama: odierna Algeria)
Eserciti in campo: CARTAGINESE e ROMANO
Contesto: 2a GUERRA PUNICA
Protagonisti:
CORNELIO SCIPIONE (generale romano, comandante in capo)
CAIO LELIO (generale romano)
MASSINISSA (ex re di Numidia, alleato di Roma)
ANNIBALE (generale cartaginese, comandante in capo)
SIFACE (re di Numidia, alleato di Cartagine)

La battaglia

La battaglia di Zama, avvenuta in realtà a Naraggara, antica città dell’Algeria al confine con la Tunisia, chiude la seconda guerra punica tra Roma e Cartagine. 

L’esercito romano sbarcato in Africa al comando di Cornelio Scipione, detto poi l’Africano, era composto da circa quarantamila uomini, mentre quello cartaginese, guidato da Annibale, disponeva di circa cinquantamila uomini. 

La sera prima dello scontro Annibale volle incontrare il suo avversario. I due s’incontrano da soli su una collinetta e il colloquio dura a lungo. Non si sa che cosa si siano detti, ma sicuramente l’incontro ebbe un esito negativo, tanto che il giorno dopo si sarebbero dati battaglia. 

Per sommi capi descriviamo lo schieramento dei due eserciti. Scipione schiera la fanteria pesante al centro su tre file in modo che ogni soldato, ai propri lati, abbia disponibilità d’azione; colloca la cavalleria italica, agli ordini di Caio Lelio, sulla sinistra, mentre Massinissa con la sua cavalleria e fanteria di Numidia si pone all’ala destra. Scipione pone davanti al suo schieramento una fila di uomini con tamburi, strumenti a percussione, trombe, i quali avranno il compito di fare un tale rumore da spaventare gli elefanti che Annibale dispone. Anche Annibale ha schierato il suo esercito su tre file: nella prima colloca i galli e i mercenari liguri, nella seconda le reclute cartaginesi e africane e nella terza i suoi veterani di tante battaglie. All’ala sinistra ha disposto la cavalleria numida fedele a Siface. 

L’inizio della battaglia vede Annibale ordinare l’assalto degli elefanti, i quali, giunti in prossimità dello schieramento romano, vengono spaventati dal tremendo rumore e, come impazziti, tornano sui loro passi andando a travolgere proprio le truppe di Cartagine e finendo addirittura addosso alla cavalleria numida. Alcuni elefanti, effettivamente, penetrano tra le file dei romani, ma lo schieramento predisposto da Scipione fa in modo che gli enormi pachidermi attraversino corridoi lasciati aperti. 

A quel punto la cavalleria di Massinissa si lancia al contrattacco, spazzando via tutto davanti a sé e isolando l’ala sinistra nemica, sulla quale piomba anche la cavalleria italica di Caio Lelio.Intanto anche le fanterie avanzano. La prima linea romana si scontra con quella cartaginese formata da galli e liguri che, sotto l’enorme pressione dei legionari, cede. Anche la seconda fila romana dà man forte alla prima, mentre questo non riesce a farlo la seconda linea cartaginese, lasciando soli i mercenari galli e liguri. Resiste, per il momento, la seconda fila di Annibale, formata dai fanti cartaginesi. Si combatte corpo a corpo sui cadaveri dei soldati, ed infine anche la seconda linea cartaginese, accerchiata, crolla.

Rimane la terza fila, quella formata dai veterani e dai soldati migliori, comandata dallo stesso Annibale, sceso in campo tra i suoi fedelissimi.

Di fronte alla muraglia umana della terza fila cartaginese, Cornelio Scipione, usando l’astuzia e il suo genio militare, capisce che bisogna restringere il fronte del combattimento oltre che dar respiro ai suoi soldati, e attendere anche il ritorno delle cavallerie romane, finite lontano nello slancio vittorioso, dà improvvisamente l’ordine della ritirata. 

Poco dopo Caio Lelio e Massinissa ritornano ventre a terra e caricano il nemico prendendolo alle spalle. Così accerchiati, i cartaginesi resistono con feroce accanimento e soltanto pochissimi cedono e fuggono. Ma è tutto inutile. I romani non lasciano via di scampo ai loro avversari.

I cartaginesi lasciarono sul campo circa ventimila morti contro i poco più di millecinquecento romani.

Annibale, con pochi cavalieri, riuscì a sottrarsi al massacro e riparò ad Adrumeto, una colonia fenicia alleata della sua patria.

Cornelio Scipione, l’eroe di Zama, soprannominato l’Africano, impose una pace equa a Cartagine Ecco come lo storico Basil H. Liddell Hart esamina una fase della battaglia di Zama:

"...I romani ebbero il vantaggio psicologico di aver già messo in rotta due file successive, come pure la cavalleria e gli elefanti, ma ora si trovarono a fronteggiare un corpo fresco e compatto di ventiquattromila veterani sotto il comando diretto dello stesso Annibale. E nessun uomo più di questo cartaginese ha saputo dimostrare nel corso della storia una personalità così dinamica nell'infondere la propria determinazione alle sue truppe. I romani, inoltre, avevano un lieve vantaggio numerico. Poiché, mentre la terza fila di Annibale, era fresca e intatta, solo i triari di Scipione erano stati ugualmente risparmiati, ed essi rappresentavano solo la metà delle forze degli astati o dei principi. Senza contare che i veliti avevano subito tali perdite da essere relegati nella riserva, e che la cavalleria, impegnata nell'inseguimento, non si trovava più in linea. Quindi è probabile che Scipione avesse a propria disposizione per questo colpo finale non più di diciotto o ventimila fanti, e dal numero devono essere tolte le perdite che la fanteria aveva già subito".

 

L'esito così infausto costrinse Cartagine alla pace, ma quale pace ! La grave indennità di guerra ad essa imposta fu il meno; i Cartaginesi dovettero consegnare quasi tutta la loro flotta e le armi, la Spagna andò per loro perduta; rimasero ridotti all'Africa e fu loro vietato di far guerra fuori d'Africa; né basta perché anche nell'àmbito del territorio africano essi non potevano farla una guerra a chicchessia se non col consenso di Roma.
E si pensi che cosa significava tale limitazione avendo un vicino come Massinissa! Le condizioni cui Cartagine fu costretta ad assoggettarsi la cancellarono dal novero delle potenze: essa divenne politicamente subordinata a Roma.

Come era mutata la faccia del mondo ! Due decenni prima si avevano nel bacino occidentale del Mediterraneo due rivali; ora uno era stato messo completamente da parte e l'altro dominava senza competitori. La lega italica era tornata nuovamente tutta a disposizione di Roma; essa imperava sulla Sicilia orientale ed occidentale e sulle coste spagnole fin molto dentro nell'interno del paese; i Celti dell'Italia superiore dovettero di nuovo accettare e riconoscere la supremazia di Roma, e l'antica amicizia di Massilia assicurò il mezzogiorno della Gallia e la via della Spagna. Infine ad occidente di Cartagine i Romani esercitavano una influenza politica in grazia dei loro buoni rapporti col re numida Massinissa.

Tutto l'Occidente era dunque già caduto sotto l'influenza romana; rimaneva ancora in piedi in Oriente il sistema di Stati ellenistici; ma non doveva passar molto tempo ed anche il mondo dell'ellenismo andò incontro alla spada dei Romani.

Nel 200 ca. inizia l'assalto


ROMANI
IN MACEDONIA, FLAMININO ED I GRECI.

Antecedenti. - La costituzione della lega ellenica sotto l'egemonia macedone, che Antigono Dosone era riuscito ad ottenere nel 223, aveva ridato ai Macedoni la supremazia sulla Grecia; re Filippo l'aveva ereditata dal suo tutore. Ma se egli voleva essere: veramente padrone in Grecia, occorreva costringere anche gli Etoli a sottomettersi. Avvenne una invasione di Etoli nella Messenia ed i Messeni si rivolsero per aiuto agli Achei; questi ultimi acconsentirono, ma Arato di Sicione che di nuovo era stratega acheo fu sconfitto dagli Etoli presso la piccola città arcade di Cafie.
Questa disfatta degli Achei, che facevano parte della lega macedone, indusse re Filippo a convocare a Corinto un'assemblea della lega, e questa decise di muovere guerra agli Etoli: così scoppio nell'anno 220 la così detta guerra dei confederati; essa fu una guerra della lega elleno-macedone contro gli Etoli.

Con gli Etoli fecero causa comune gli Spartani. La cooperazione peraltro degli Achei a questa guerra fu scarsa, perché Arato non aveva mantenuto in buon assetto di guerra l'esercito acheo; di modo che in sostanza la condotta della guerra contro Etoli e Spartani restò affidata a re Filippo.
Se non che in questo momento avvenne la sconfitta dei Romani al lago Trasimeno da parte di Annibale, che fece balenare al re la speranza di potersi estendere con i propri dominii in Illiria a spese dei Romani, e l'attenzione di tutti i belligeranti fu richiamata dalla lotta tra Roma e Cartagine.

Di qui la conclusione nel 217 della pace di Naupatto che pose fine alla guerra dei confederati. Essa lasciò peraltro sussistere un certo spirito di opposizione della lega etolica verso la Macedonia che ben presto doveva manifestare nuovamente i suoi effetti; gli Achei invece rimasero al seguito della Macedonia. Per quanto la persona di Arato abbia potuto talora riuscire incomoda a re Filippo, é tuttavia poco probabile che semplici dissensi di carattere obiettivo avrebbero provocato la catastrofe che lo colpì, se non fosse intervenuto il fatto che re Filippo sedusse la nuora di Arato, la moglie del giovane Arato.
Pertanto nel 213 il re fece avvelenare Arato di Sicione; questa fu la fine dell'uomo di stato che nella sua gioventù aveva creato l'importanza politica della lega achea ed era stato l'avversario più influente dei re macedoni, mentre poi nell'età matura aveva fatto un mutamento di fronte ed aiutato i Macedoni a riacquistare l'egemonia sugli Elleni. Ora poi re Filippo, lo aveva prima offeso nell'onore ed in seguito soppresso: la massima, odisse quem laeseris, aveva rivendicato anche questa volta i propri diritti.

Subito dopo la pace di Naupatto Filippo aveva invaso i possedimenti romani d'Illiria, ma da principio senza risultato; peraltro dopo la battaglia di Canne egli poté allearsi con Annibale, nei cui disegni era che i Romani perdessero i possedimenti illirici a favore della Macedonia. Alla flotta che i Romani spedirono immediatamente in Illiria re Filippo non fu in grado di contrapporre una flotta capace di starle a fronte; i primi anni di guerra non gli arrecarono alcun vantaggio, ma nel 213 riuscì ad estendere la sua conquista sino in Dalmazia.

Se non che la caduta di Siracusa in Occidente fu l'indice del mutarsi della situazione a favore dei Romani, e la loro fortuna militare accrebbe l'autorità di Roma anche in Oriente: nel successivo anno 212 pertanto gli Etoli, che dal 217 avevano conservato la pace, mossero di nuovo la guerra a re Filippo, e questa volta come alleati dei Romani ; ciò valse a spostare alquanto più a sud il teatro della guerra.
I Romani comparvero con la loro flotta dinanzi a Zacinto, sulla costa dell'Acarnania e nel golfo di Corinto, poi spostatisi persino nel bacino orientale, nel 210 conquistarono l'isola di Egina: la guerra annibalica si era trasformata in guerra universale; essa ardeva dalle colonne d'Ercole al mare Egeo. Nel Peloponneso gli Stati avversari della lega achea avevano acceduto alla coalizione contro re Filippo, ed anzi le relazioni dei Romani si erano già estese sino in Asia, dove vediamo re Prusia di Bitinia alleato dei Macedoni, e re Attalo di Pergamo alleato dei Romani. Le flotte di Roma e di Pergamo agiscono di conserva nel mare Egeo e nel 208 attaccarono insieme l'Eubea.

Ma più oltre non andarono i successi dei Romani in Oriente; un assalto di re Prusia costrinse Attillo a tornare in Asia, e nell'anno 207 la (già narrata) venuta di Asdrubale in Italia fece sì che i Romani si ritraessero alquanto dall'Oriente; di modo che tornarono ad aumentare le speranze dei Macedoni. Dopo la morte di Arato era divenuto l'uomo politico dirigente degli Achei Filopemene, il quale nel 207 vinse il reggente spartano Macanida a Mantinea, mentre re Filippo assaliva gli Etoli nel loro stesso paese. Ciò indusse gli Etoli ad abbandonare la causa romana e nel 206 essi conclusero la pace con re Filippo. Ora questi poté rivolgere nuovamente la sua attenzione all'Illiria; ma, siccome i Romani avevano ormai interesse sopratutto a condurre rapidamente a termine la guerra con Cartagine, ne venne che anch'essi fecero, pace col re macedone, a Fenice in Epiro.

In questa guerra decennale re Filippo aveva riconquistato una parte dell'Illiria romana e la conservò nel trattato di pace; tuttavia i Romani non perdonarono agli Etoli il voltafaccia da essi fatto nel 206 col passare dalla parte della Macedonia, ed anche al comportamento di re Filippo non diedero subito peso, rimandarono la punizione al momento opportuno. Tanto più che si stava dando troppo da fare il re macedone.

In Egitto morì nel 204 a. C. Tolemeo IV Filopatore e gli successe il figlio minorenne Tolemeo V Epifane. A questo punto si coalizzarono contro l'Egitto re Antioco di Siria e Filippo di Macedonia, e mentre Antioco invadeva la Siria meridionale, Filippo mirò ad annettere al suo regno i possedimenti dei Tolemei nel mare Egeo. Egli conquistò nel 202 le città greche dell'Ellesponto, ma con ciò venne a ledere gli interessi commerciali dei Rodi, i quali a nessun costo volevano che l'Ellesponto cadesse nel dominio dei Macedoni; i Rodi quindi dichiararono la guerra a re Filippo ed Attalo di Pergamo fece causa comune con loro.

Malgrado tutte le alternative di questa guerra, re Filippo ottenne sempre maggiori successi; nel 201 conquistò tutti i possedimenti dei Tolemei e dei Rodi nella Caria, e nel 200 i possedimenti tolemaici nella Tracia, si impadronì del Chersoneso e, passato l'Ellesponto, conquistò Abido.

I Romani avevano tutt'altra intenzione che di lasciar correre di fronte a questo incremento della potenza di Filippo; già da un pezzo gli Stati da lui minacciati si erano rivolti per aiuto a Roma, ed ora i Romani decisero di intervenire. Legati romani si recarono da re Filippo ad Abido e reclamarono ch'egli consegnasse i possedimenti tolemaici e sottoponesse ad un arbitrato le sue controversie con Rodi e col regno di Pergamo.
Al rifiuto opposto da Filippo, Roma rispose con una dichiarazione di guerra. Un aumento della potenza macedone urtava senza dubbio contro gli interessi di Roma, ma non era facile trovare una forma per colorire la cosa. È vero che il testamento di Filopatore aveva nominato Roma tutrice di Epifane, ma il dichiarare la guerra a sostegno delle ragioni dell'Egitto non era opportuno dal punto di vista formale, perché in tal caso si sarebbe dovuto contemporaneamente far guerra alla Siria.

Ulteriori difficoltà incontrò poi il governo di Roma a causa degli umori regnanti nella cittadinanza romana, la quale dopo la lunga guerra annibalica era stanca ed assolutamente non voleva esser turbata nello svolgimento pacifico del suo lavoro giornaliero; quando la proposta di dichiarare la guerra a re Filippo fu presentata ai comizi centuriati, essi la respinsero quasi all'unanimità. Soltanto in una seconda convocazione essi si lasciarono indurre al parere contrario; il governo aveva pensato a scaricare il peso della guerra dalle spalle dei cittadini su quelle degli alleati.

Questa guerra macedone fu la guerra più impopolare che Roma abbia mai fatta nella sua lunga storia, anche se essa vale ad aumentare il nostro rispetto per la fermezza e l'arte di governo del senato. L'aver saputo tener alta la testa dopo la catastrofe di Canne era già stato un grande spettacolo; ma il persistere dopo quasi venti anni di guerra in un momento in cui il popolo aveva il massimo bisogno di pace a volere e a far decidere una guerra impopolare perché altrimenti sfuggiva il momento opportuno, perché altrimenti un vicino debole avrebbe avuto campo di divenire potente, fu uno spettacolo imponente.

Certo neanche una Macedonia più potente presentava seri pericoli per Roma, ma dinanzi agli occhi, del senato già si delineava il fine di soggiogare a Roma anche il mondo ellenistico. Ed esso era già sulla miglior via per raggiungerlo: Roma aveva già la tutela del re d'Egitto, e la guerra contro re Filippo, che ora fu iniziata, serviva ad abbattere l'unica grande potenza europea esistente accanto a Roma.

Infatti, il compimento della dominazione mondiale dei Romani doveva effettuarsi nello spazio di pochi decenni, ed é stato il senato che ha voluto questa politica. In esso si incarnò una incrollabile tradizione che ebbe sempre una sola ed unica mira: la potenza e la grandezza di Roma.

I Romani incominciarono la guerra col passare nell'Illiria; essi vi ebbero per alleati i nemici di Filippo, Attalo e i Rodi; l'Egitto di fatto non entrò in azione. Con le flotte di Rodi e di Pergamo cooperò peraltro nel mare Egeo anche la flotta romana, contro le coste macedoni e contro l'Eubea. Se nei primi anni di questa guerra non si venne ad alcuna battaglia decisiva, non ne fu causa l'inattività dei generali romani, ma il piano di guerra adottato da re Filippo, il quale, data l'inferiorità delle sue forze, non poteva proporsi che lo scopo di riuscire nell'ipotesi più favorevole a conservare intatti il suo territorio e il suo regno, e quindi, non potendo neppur pensare alla possibilità di una vittoria sui Romani, doveva necessariamente cercare di trascinare in lungo la guerra per spossare i Romani e vedere se eventualmente non si inducessero così a far con lui la pace a miti condizioni.

Nel secondo anno della guerra gli Etoli si allearono nuovamente coi Romani ed invasero la Tessalia. Allorché poi i Romani cercarono di penetrare in Grecia, Filippo sbarrò loro la strada. Nel frattempo era stato eletto console per il 198 Tito Quinzio Flaminino, giovane di non ancora trent'anni; egli rimase in Oriente pure negli anni successivi in qualità di proconsole. Fu tentata la pace con Filippo, ma non se ne venne a capo perché questi non intese rinunziare completamente, come da lui si voleva, ai suoi diritti sulla Grecia; a tal punto anche gli Achei abbandonarono la causa macedone e passarono dalla parte dei Romani, ed anche un colloquio personale dei due uomini, che nella vigoria giovanile del loro spirito simpatizzavano a vicenda, a Nicea sul golfo di Malo, non riuscì a far derogare Roma dalle sue pretese. Perciò Filippo, che non era in grado di durare più a lungo nella sua tattica, dovette alla fine risolversi a venire ad una battaglia decisiva; essa avvenne nel 197 a Cinocefale nella Tessalia, e a Dio, una grandissima operosa e bellissima città. Ma di quest'ultima località - posta sotto l'Olimpo - più nessuno ne parla in avvenire. Forse perchè fu annientata, distrutta, uccisi tutti gli abitanti, resa inabitabile. E su di essa iniziò a calare la fine polvere della Magnesia. In pochi secoli di Dio non si ha più notizia. Scompare, seppellita. Una Pompei resa tale dagli uomini.

Franco, che sta scrivendo queste pagine c'è stato recentemente a Dio. Una schiera di archeologi di tutte la nazioni la stanno diseppellendo. E ha avuto l'emozionante avventura di veder venire alla luce alcuni reperti, compresa una lapide con su scritto Flaminino.


mura ciclopiche


una città immensa, che ricorda un po' Pompei, con lunghi viali, palazzi, basiliche, teatri...

 

Sconfitto, re Filippo se ne tornò in Macedonia. Nel trattato di pace che seguì egli dovette restituire quanto aveva conquistato negli ultimi anni, dovette sgombrare da tutta l'Ellade e consegnare le sue fortezze di Demetria, Calcide e Corinto, che tenevano come incatenata la Grecia; la Tessalia fu resa indipendente dalla Macedonia, ed in occasione dei giuochi istmici del 196 Flaminino proclamò fra il giubilo dell'assemblea la libertà degli Elleni sino allora soggetti a Filippo.

La Macedonia era così detronizzata dall'alta posizione che si era costituita nel 223, essa era stata ma non era più una potenza ellenica. E neppure era più una
grande potenza. I Greci già dipendenti dalla Macedonia erano divenuti liberi; gli Achei anzi ottennero una ricompensa per i loro servigi, gli Etoli invece non ebbero nulla.
Nel Peloponneso Flaminino ebbe ancora da lottare con l'ultimo re di Sparta, l'Euripontide Nabide; gli tolse la Cimiria e la costa orientale della Laconia e le aggregò alla lega achea. Nell'anno 194 egli ritornò in Italia ed entrò in Roma con gli onori del trionfo.

Era Flaminino una personalità segnalata quella che in questa occasione era venuta a contatto col mondo ellenico, ed i Greci liberati le manifestarono la loro gratitudine con smisurato entusiasmo. Il primo greco che, vivo ancora, fu onorato come un dio sceso in terra, fu Lisandro, il primo romano fu Flaminino: egli ebbe fra i Greci culto divino ed un apposito sacerdote fu destinato all'uopo. È questa, l'origine prima del culto degli imperatori romani.

Conquistata la Grecia, i Romani ambirono anche al resto,
cioè a quello che era stato l'impero persiano.
E noi qui dobbiamo fare una breve panoramica sui...


SELEUCIDI, ARSACIDI, MACCABEI > >

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