40. GUERRA CIVILE - LA MONARCHIA DI CESARE - LA FINE


Bruto

Per l'anno 50 a.C. - come già detto nelle precedenti pagine - non era stato eletto console Catone in persona, ma tuttavia era stato eletto un suo seguace, deciso anticesarista quanto lui, M. Claudio Marcello, e questi tentò fin d'ora di mettere sul tappeto la questione della successione di Cesare in Gallia, benché la legge di Pompeo e di Crasso dell'anno 55 non permettesse di fare una simile discussione prima del 1° marzo 50 a.C.

Secondo la consuetudine che vigeva nell'anno 55 questa legge assicurava a Cesare la conservazione della provincia gallica sino al momento del secondo consolato, cosa che però non poteva avvenire se non con il 1° gennaio 48, questo perché le province consolari dovevano essere designate prima dell'elezione dei consoli che avrebbero dovuto poi assumere il governo allo scadere della carica, e quindi, se la discussione intorno alle province galliche era vietata prima del 1° marzo 50, non potevano venire in causa per la successione di Cesare se non i consoli dell'anno 49, i quali pertanto non avrebbero potuto sostituire Cesare in Gallia prima dell'inizio dell'anno 48 a.C.

Tutto questo calcolo nondimeno era stato scompaginato dalla stessa legge di Pompeo sulle province consolari dell'anno 52, ai sensi della quale i consoli e pretori non potevano assumere un governo provinciale se non cinque anni dopo lo scadere della loro carica; per il periodo di transizione si doveva ricorrere a persone che non avevano nei fatti amministrato una provincia loro spettante di diritto, il che offriva la possibilità di provvedere più presto alla nuova assegnazione delle province galliche e richiamarne anticipatamente Cesare.

Ma Cesare non poteva a meno di persistere tenacemente nell'idea di unire senza soluzione di continuità il suo secondo consolato al governo provinciale, perchè un periodo intermedio di vita avrebbe prestato ai suoi nemici l'arma legale di chiamarlo in giudizio a rispondere della sua amministrazione provinciale, con chissà quali pretestuose accuse, ed essi infatti miravano ad indurre questa possibilità per abbatterlo con un processo politico.

Era perciò inevitabile che da questa questione nascesse il conflitto. Ambedue le parti si prepararono alla lotta e nell'inverno del 50-49 le legioni di Cesare erano già in marcia dal nord della Gallia senza che a Roma lo si sospettasse nemmeno.

Nello stesso anno 50 la causa di Cesare fu difesa a Roma con estrema abilità dal tribuno C. Curione, e dal 10 dicembre 50 a.C.. dai nuovi tribuni eletti M. Antonio e L. Cassio. Il giorno stesso in cui assunsero alla carica questi ultimi opposero la loro intercessione al tentativo del console C. Claudio Marcello di far emanare il senatusconsullum ultimum contro Cesare; ciò malgrado il console si recò in Campania presso Pompeo e lo indusse ad assumere il comando dell'esercito.
Il 20 dicembre 50 giunse a Roma la notizia di questa violazione della costituzione commessa da Pompeo, ed immediatamente Curione corse ad informarne Cesare giunto nel frattempo già a Ravenna; egli tornò recando un ultimatum di Cesare, che consegnò ii 1° gennaio 49 ai nuovi consoli, mentre entravano per l'appunto allora in senato. Se Cesare in questo ultimatum si era indotto ad offrire di deporre il suo imperio militare prima di assumere il secondo consolato, era perché si attendeva con sicurezza di vederlo respinto com'era nei suoi desiderii; e di fatti esso venne respinto dai suoi avversari che non avevano intenzione di differire la guerra. Il 7 gennaio 49 il senato pertanto emanò effettivamente il senalusconsullum ultimuan contro Cesare, e nella notte dello stesso giorno i tribuni Antonio e Cassio abbandonarono Roma per recarsi presso Cesare dopo avergli spedito già in precedenza un corriere con la notizia a Ravenna. Il 10 gennaio il messo raggiunse Cesare e nella notte seguente questi si pose in cammino per invadere l'Italia, passando oltre il piccolo fiume Rubicone. Q
uesto era considerato il confine tra la Gallia Cisalpina e l'Italia Romana, e come tale chiunque lo avesse passato in armi, veniva considerato nemico di Roma e quindi combattuto. Messi da parte gli indugi per Cesare ormai "Il dado era tratto!", la stessa l' 11 gennaio incontrò a Rimini i tribuni - suoi partigiani - che erano fuggiti da Roma.

Il 14 gennaio il senato rispose all'invasione di Cesare in Italia col decretum tumultus; ma non arrivò fino alla dichiarazione di Cesare a nemico della patria, ad hostis, nè all'aperta dichiarazione della guerra, del bellum. Ma non perchè era ridiventato savio, ma perchè con sorpresa del senato Pompeo il 17 gennaio dichiarò che non era in grado di difendere Roma; nel giorno stesso egli abbandonò la capitale ed il governo si sciolse.

Il 17 marzo 49 Pompeo con cinque legioni salpò da Brindisi ed abbandonò l'Italia, costrettovi dalle mosse strategiche di Cesare. Cosicchè la guerra civile sostanzialmente si è svolta non in Italia ma fuori d'Italia.
Per il momento Cesare non aveva potuto inseguire Pompeo oltre mare perché non aveva una flotta, ed anche perché sarebbe stato pericoloso farlo dal momento che due inetti legati di Pompeo nella Spagna, Afranio e Petreio, minacciavano lui e l'Italia alle spalle. Di conseguenza egli si recò prima a Roma e poco dopo attraverso la Gallia meridionale raggiunse la Spagna; il 2 agosto 49 questa guerra di Spagna era già finita con la capitolazione di Afranio e Petreio ad Ilerda (Lerida).

Mentre Cesare marciava verso la Spagna, Massilia gli aveva chiuse le porte; lui lasciò un contingente ad assediarla ed al suo ritorno dalla piuttosto sbrigativa guerra in Spagna la città gli si arrese. Qui gli giunse la notizia che a Roma nel frattempo era stato creato dittatore con una legge proposta dal pretore urbano M. Emilio Lepido; non era questa l'antica dittatura, ma quella nuova forma di dittatura introdotta da Sulla che si poneva al di sopra della costituzione, un potere costituente con la facoltà di ordinare lo Stato.
Dopo esservi giunto, negli undici giorni che il dittatore Cesare trascorse in Roma, si fece eleggere console per l'anno 48 e con una apposita legge concesse ai Galli dimoranti tra il Po e le Alpi, ai Transpadani, che nell'anno 89 avevano ottenuto la latinità, la piena cittadinanza romana.

Nel frattempo Pompeo con le sue cinque legioni aveva posto i suoi accampamenti da Dirrachio a Tessalonica, dove si era costituito attorno a lui un altro senato. Cesare anche qui non ebbe indugi, si portò a Brindisi e mosse contro di lui, non più da dittatore ma da console; quella guerra iniziata passando il Rubicone il 10 gennaio 49 mettendosi così in aperta rivolta contro l'ordine costituito, ora la proseguiva come ordinario e legittimo capo dello Stato.
Console dal 1° gennaio 48, il giorno 4 dello stesso mese Cesare salpava da Brindisi.
E qui non trascuriamo di
raccontare questa decisiva battaglia:

Cesare con un primo contingente approda nei pressi dell'odierna Valona. Qui, invece di aspettare il grosso delle sue truppe rimaste per mancanza di navi da trasporto a Brindisi al comando di MarcAntonio, inizia la ricerca del nemico. Nel frattempo, le navi che stavano facendo ritorno in Italia per imbarcare il resto delle legioni, vengono tutte affondate dalla flotta di Bibulo.
Pompeo, intanto, precedendo Cesare, riesce a conquistare la roccaforte di Durazzo che era anche un fornitissimo deposito di viveri. Quando il conquistatore delle Gallie arrivò in ritardo e trovò la città in mano al nemico sistemato in una posizione di superiorità, non gli restò altra soluzione che accamparsi nelle vicinanze, e pose il suo campo sulle rive del fiume Apsos, nell'attesa dei rinforzi. Questi con buon numero arrivarono tre mesi dopo: adesso Cesare poteva disporre sì di un esercito forte ma comunque sempre inferiore a quello del nemico.
Il 17 luglio del 48 a.C. Pompeo decise di anticipare il suo nemico, durante la notte, fece uscire in mare le sue truppe e attaccò alle spalle l'accampamento di Cesare. Quest'ultimo, dopo un violento combattimento è costretto ad abbandonare la propria posizione, dopo aver perso più di mille uomini nella battaglia; ma arretrando all'interno andò a ripararsi in Tessaglia dove, con grande determinazione, riuscì a riorganizzare il proprio esercito. Quindi, sapendo di essere inseguito da Pompeo, si attestò a Farsalo, un piccolo centro in mezzo ad una sterminata pianura. Luogo ideale per dare battaglia. Il 9 agosto del 48 a.C. i due eserciti romani erano di fronte. Cesare disponeva di circa 30 mila uomini contro i 50 mila e più di Pompeo.
I due schieramenti erano sistemati su tre linee e il piano di Pompeo prevedeva di attaccare con la cavalleria la parte destra del nemico, consapevole della propria superiorità in quel settore. Ma Cesare, intuendo le mosse del suo avversario, staccò dalla sua terza linea sei coorti di soldati, andando a formare così una quarta linea mobile, pronta ad intervenire ad un suo preciso ordine.

Tutto avvenne secondo il disegno di Cesare. I pompeiani attaccarono con la cavalleria, comandata da Tito Labieno che era passato sotto il comando di Pompeo dopo che era stato un fedelissimo di Cesare nella campagna delle Gallie, la parte destra del nemico per poi quindi travolgerne il centro. I settemila cavalieri di Labieno lanciati alla carica, però, non avevano fatto i conti con la quarta schiera di legionari, che, come Cesare aveva previsto, riuscì dapprima a fermare la cavalleria per poi respingerla. Intanto il grosso della fanteria, guidata da MarcAntonio, attaccava perentoriamente al centro, costringendo alla ritirata le truppe di Pompeo. Quest'ultimo, vista svanire ogni possibilità di vittoria, riuscì a fuggire verso Larissa con quasi tutti i suoi ufficiali e senatori. Soltanto il generale Enobarbo perì sul campo. I pompeiani caduti furono circa quindicimila, mentre solamente 200 soldati perirono tra le fila di Cesare. Il giorno dopo, altri ventiquattromila soldati di Pompeo si arresero al vincitore.

Ecco come lo storico John Leach descrive la fase finale della battaglia di Frasalo, in "Pompeo":
"Vedendo che la fanteria pompeiana non si muoveva, le prime file avevano spontaneamente interrotto la carica per riprendere fiato prima dello scontro. I pompeiani, per la verità, mantennero le loro posizioni, scagliarono da fermi i giavellotti e sguainarono le spade per sostenere l'assalto. Ma l'attacco era stato portato soltanto dalle prime due file e le legioni pompeiane, per quanto combattessero valorosamente, non erano preparate al triplice urto che dovettero subire. La rotta della cavalleria fu seguita non solo dall'accerchiamento del fianco sinistro di essa, ma anche dal ritiro dello stesso Pompeo dal campo di battaglia e dall'entrata della quarta linea di Cesare, che era stata tenuta fresca di riserva. A questo punto si sarebbe potuto far entrare in azione gli ausiliari alleati, ma, secondo Appiano, essi erano fuggiti verso l'accampamento non appena l'ala sinistra aveva cominciato a perdere terreno. Sfinito dall'ardente calura meridiana, l'intero esercito si volse in fuga e, lasciando a difesa dell'accampamento la guarnigione di ausiliari, si precipitò in direzione delle colline alle spalle di esso".

Pompeo attraverso la Macedonia, Mitilene e Rodi fuggì in Egitto, dove però re Tolemeo XIV al suo arrivo lo fece uccidere il 28 settembre 48.
Cesare invece ottenne ora la potestà tribunizia che valeva a conferirgli l'inviolabilità personale e fu creato per la seconda volta dittatore, ora però a tempo indeterminato; M. Antonio fu nominato suo magister equitum.

Cesare dopo la sua vittoria a Farsalo non ritornò a Roma, ma si recò anch'egli in Egitto percorrendo la stessa via della Macedonia e di Rodi; sbarcò ad Alessandria a principio di ottobre del 48 e vi rimase sino al giugno del 47. Qui, malgrado i suoi cinquanta anni, si concesse un'avventura giovanile e la regina Cleopatra gli partorì l'unico figlio da lui avuto, che da lui si chiamò Cesarione.

Dall'Egitto poi Cesare si recò, passando per la Siria, nell'Asia Minore, dove il 2 agosto 47 sconfisse a Zela il figlio di Mitradate, Farnace, che si era rimesso in possesso del regno paterno; infine ritornò in Italia per la Grecia. L'Oriente era vinto, ma in Africa si sostenevano ancora i Catoniani in lega con re Giuba di Numidia. Il 28 dicembre 47 Cesare sbarcò ad Adrumeto ed il 6 aprile 46 riuscì vittorioso a Tapso su re Giuba; Catone si uccise ad Utica.

Nell'aprile dello stesso anno 46 Cesare fu creato dittatore per dieci anni; suo magister equitum divenne ora Lepido; sulla fine del luglio 46 Cesare tornò a Roma. Se non che nella Spagna si ribellarono i figli di Pompeo, Cn. Pompeo e Sesto Pompeo; ancora una volta Cesare entrò in campagna, il 17 marzo 45 vinse a Munda, a nord-est di Gades, Cn. Pompeo e sul principio di ottobre fece il suo ingresso a Roma trionfante; dopo quest'ultima prodezza Cesare non abbandonò più la capitale, non essendo arrivato a mettere in esecuzione il suo disegno di una guerra contro i Parti.

Al suo ritorno dall'Africa Cesare aveva già iniziato il riordinamento dello Stato; ma la seconda guerra ispanica gli aveva interrotta quest'opera, ma dopo la vittoria sui figli di Pompeo la riprese energicamente. Era suo pensiero, per quel che concerneva Roma, di costruire un quartiere nuovo sul campo di Marte e deviare il corso del Tevere per proteggere la città dalle inondazioni.

Concepì una riforma del ius civile e regolò effettivamente l'ordinamente municipale con una vasta legge generale il cui testo é pervenuto sino a noi.

Per la plebe, Cesare fece speciali leggi: regalò ai poveri frumento, olio, denaro; mandò 80.000 coloni poveri nelle province; ordinò che ai pascoli delle gregge fossero chiamati anche i poveri liberi e diede disposizioni perché si ponesse rimedio salutare al vagabondaggio, all'ozio, alla miseria. Diede migliore assetto alle finanze, all'amministrazione delle province, sia politica che finanziaria; raccolse tutte le leggi e ne trasse un sommario delle migliori, formando un codice; aperse pubbliche biblioteche, che affidò a Marco Terenzio Varrone, perché vi raccogliesse opere greche e latine; costruì il Forum Julium fra il Campidoglio e il Palatino, eresse monumenti importanti, altri ne progettò, come un gran teatro presso la rupe Tarpea e un tempio a Marte; progettò il prosciugamento delle paludi Pontine, e di dare l'uscita al lago Fucino, e perfino di tagliare l'istmo, di Corinto.
Riformò anche il calendario; il calendario giuliano deve a lui il suo nome.

Ma la questione più importante di politica interna era quella dei rapporti col senato, e sotto tale riguardo Cesare si propose di compiere l'opera iniziata da Gaio Gracco e da Mario; nella sua persona si era pienamente incarnata l'alleanza democratica del tribunato coll'imperio militare conferito dal popolo ed era perciò suonata l'ora in cui doveva sparire il predominio del senato aristocratico. Cesare deteriorò il senato volutamente e sistematicamente con l'elevare a senatori gli elementi meno adatti; questo senato perdette così ogni autorità, ed in fondo non aveva bisogno di possederne perchè nel nuovo regime che Cesare concepiva di instaurare non vi era posto per il senato e per una partecipazione di esso al governo.

Il Senato divenne più soltanto un corpo consultivo, un consiglio di Stato, i cui membri, pur portati a 900, erano però nominati da Cesare stesso; il popolo sanzionava i decreti direttamente emanati dal capo dello Stato, che sceglieva i governatori delle province.

Il nuovo regime si presentò all'inizio sotto la veste di una dittatura militare democratica ed ha perciò legato il nome di cesarismo a forme di governo analoghe sorte nelle epoche seguenti. Ma la meta ultima che Cesare serbava in cuore non era questa dittatura vitalizia, ma la monarchia di tipo ellenistico. Nessuna antitesi potrebbe essere maggiore di quella che si riscontra fra lui e Sulla, questi due uomini di genio di due generazioni successive; Sulla, ambizioso non del potere personale ma del predominio della classe senatoria, rinunzia perfino al governo appena ritiene assicurata la supremazia aristocratica; Cesare invece ambizioso di esercitare personalmente il potere ma su fondamento democratico, si eleva alle somme altezze assicurandosi la supremazia del popolo.

Era appena stato creato dittatore a vita, sulla fine di gennaio od a principio di febbraio 44, che si pose all'opera per rivestire la nuova potestà anche di quella che doveva essere la sua forma esteriore definitiva.

Il 1° gennaio 44 fu trovata una statua di Cesare adorna del diadema di re; due tribuni la fecero toglier via e dichiararono che Cesare non ambiva al diadema; ma così facendo sicuramente non interpretavano bene le intenzioni di Cesare. Ritornando il 26 gennaio dal monte Albano il popolo lo saluta re; i tribuni imprigionano gli autori del grido, ma Cesare li fa deporre dalla carica con una legge.

Il senato decreta a Cesare la toga regia, e Cesare la accetta senza nemmeno levarsi in piedi dal suo seggio. In occasione della festa dei Lupercalia, il 15 febbraio 44, il console M. Antonio, il più fidato amico di Cesare, con generale sorpresa, al cospetto di tutto il popolo applaudente, offrì a Cesare il diadema reale. Cesare lo rifiutò allontanandolo da sé ed il popolo applaudì più forte.
Può darsi che questa scena fosse preparata d'accordo con M. Antonio, ma fu un colpo magistrale, da parte di Cesare. Il nome di re era troppo odiato e a Cesare importava il fatto, non il nome. Davanti al popolo un re"modesto" rendeva di più che un re "immodesto".
Tuttavia non accettò il titolo ma si legò di tutte le prerogative regie. Sulle monete fu battuta la sua effigie. Invece della tunica consolare guernita di strisce porporine, egli indossò il manto di porpora portato dai re; ricevette inoltre la solenne processione del Senato stando seduto su di un seggio d'oro.
Insomma non gli bastò di possedere il potere, non volle rinunziare nemmeno allo splendore dell'apparenza esteriore, pur palesando la modestia.

Per vendicare la sconfitta di Crasso, Cesare si preparò a muover guerra ai Parti; il 18 marzo egli doveva raggiungere l'esercito. Si andava dicendo che nei libri sibillini era sentenziato che i Parti non potevano essere vinti che da un re, e si sparse la voce che il quindecimvir L. Aurelio Cotta avrebbe proposto in senato che Cesare continuasse a rimanere di fronte ai cittadini soltanto imperatore e dittatore, ma assumesse di fronte alle province ed agli Stati esteri il titolo regio.

Se non che si erano già manifestati segni inquietanti di reazione.
C'erano infatti non pochi malcontenti, fra cui più di tutti un tale Cassio Longino, ambiziosissimo, da Cesare beneficiato, dopo Farsaglia, e nominato luogotenente. Ciononostante Longino covava il tradimento e in breve poté tramare una congiura, la quale ebbe corpo quando vi prese parte Marco Bruto, che si diceva discendente dal mitico Bruto che aveva nella leggenda cacciato i re da Roma; pur nipote e genero di Catone (il più acceso avversario di Cesare), era stato dallo stesso Cesare adottato per figlio (per le relazioni avute con la madre), fatto governatore della Cisalpina, poi pretore urbano in Roma. Fu, forse, l'unico congiurato mosso da sincera fede di libertà repubblicana, giacché gli altri erano certo ambiziosi, e cercavano vendette private o guadagni illeciti.

Sotto la statua dell'antico Bruto, questo presunto suo discendente trovò scritto: "Oh vi fosse un Bruto oggi !". Continui avvertimenti misteriosi l'incitano a mostrarsi degno dell'antico Bruto, lo esaltano, lo vincolano alla congiura, di cui diventa l'anima terribile dei 16 cospiratori. Mai fuono tanti a congiurare contro un principe.

Cesare fu avvertito che il giorno stesso della sua entrata in senato (si era agli idi di marzo del 44) i suoi nemici avrebbero tentato di assassinarlo. La moglie Calpurnia e i famigliari lo pregarono di non andare, ma egli non rinunciò. Un ignaro senatore lo trattenne sulla porta e i congiurati temettero di essere denunziati; il senatore invece era un semplice supplicante. Cesare quando entrò in Senato, si avvicinò al suo seggio Tullio Cimbro, uno dei congiurati, supplicandolo per un suo fratello esiliato. Gli altri lo circondarono, e a rendere più viva la preghiera, gli prendevano le mani, lo baciavano. Cesare pregò che desistessero. Allora Cimbro diede il segnale: gli tolse la toga dalle spalle, e Publio Servilio Cassio lo colpi con il pugnale nella schiena. Cesare riuscì a volgersi e difendendosi gli gridò: «Scellerato, che fai?». Ma in breve fu sopraffatto dai pugnali degli altri congiurati. Si difese strenuamente, finché vedendo pure suo figlio adottivo, Bruto, gli disse: Tu quoque, Brute, fili mi? (anche tu figlio mio?) e copertosi il viso con la toga, cessò di resistere. Ebbe ventitré pugnalate e cadde da vero eroe latino.

Quel che Cesare ideava non era la restaurazione dell'antico potere regio romano, quale era stato posseduto dai Tarquini, ma l'introduzione della forma moderna di assolutismo inerente alla monarchia ellenistica; Cesare avrebbe dovuto imperare ai popoli come un nuovo Alessandro. Ove il regno di Cesare avesse avuto vita, le idee ellenistiche, l'Oriente vi avrebbero esercitato una influenza enorme, una netta predominanza, per giungere alla quale invece dopo la morte di Cesare la storia ha avuto bisogno di tre secoli.

In Italia ed in Roma poco probabilmente l'influenza dell'ellenismo avrebbe avuto ugual forza, ma già la legge municipale di Cesare rivela la possibilità e l'idea di far scendere Roma dal grado di capitale. Difficilmente fu già nelle intenzioni di Cesare di privare i cittadini romani della posizione sovrana che godevano di fronte ai provinciali; a questo non giunse che l'impero a grado a grado.

CESARE AUGUSTO SCRITTORE - Come molti altri esponenti della classe dirigente prima di lui, Cesare sentì l'esigenza di fornire la propria versione degli avvenimenti di cui era stato protagonista. Egli scrisse otto libri sulle sue guerre in Gallia (De bello gallico) dal 58 al 52 (il lavoro fu poi completato fino al 50 dal suo legato Aulo Irzio), e tre libri sulle guerre civili (De bello civili); la definizione di commentarii data alle opere mostra come l'autore li concepisse più come materiale per un futuro storico, che come opera conpiuta di storia; lo stile è anche per questo del tutto esente da retorica, terso e immediato nell'esposizione: esso riflette una delle migliori qualità dell'uomo, la chiarezza di giudizio e di visione generale.
L'apparente oggettività dell'esposizione non nasconde naturalmente la partigianeria, ma la rende accettabile: già Cicerone pensava che nessuno avrebbe potuto scrivere la storia delle guerre cesariane meglio di Cesare. Due altre sue opere sono invece perdute: un lavoro di grammatica (il De analogia), nel quale, lodando Cicerone come il più grande scrittore latino, Cesare si schierava a favore del purismo alessandrino difeso, nella retorica, dagli atticisti; e l'Anticato, scritto in risposta a un libello di Cicerone, laudativo di Catone Uticense. La personalità di quest'ultimo uscì comunque più forte dalla polemica, e a Cesare fu rimproverato di aver ecceduto nel biasimo. Nel complesso, l'attività letteraria, come quella oratoria, mostra un Cesare padrone sicuro dei suoi mezzi, lucido e apparentemente spassionato osservatore di avvenimenti drammatici: un aspetto della personalità del dittatore che contribuì non poco alla costruzione del mito.

In Italia ed in Roma Cesare rimase l'uomo del popolo, che aveva guidato alla vittoria la lotta iniziata dai Gracchi contro il senato. Purtroppo fu vinto, atterrato, abbattuto.

Ma fu veramente un delitto politico o un errore ?

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