41. IL TRIUNVIRATO - OTTAVIANO - FINE DELLA REPUBBLICA


Ottaviano a 19 anni già condottiero.

La fatidica data delle Idi di Marzo legata all'assassinio di Cesare, rimase scolpita nelle pagine della storia come la data di un evento epocale drammatico.

Goethe ha chiamato l'assassinio di Cesare il misfatto più insulso che sia mai stato perpetrato nella storia ed é opinione diffusissima che esso sia stato non soltanto un premeditato delitto, ma anche un avventato errore.
In realtà però l'aristocrazia, dalla quale maturò l'assassinio, trasse dal misfatto un utile, non immediato è vero, ma certo duraturo e permanente. L'aristocrazia senatoria aveva infatti tutto l'interesse alla eliminazione di Cesare, perché questi mirava a distruggere l'importanza politica del senato; e fu quindi l'aristocrazia a maturare l'idea di togliere di mezzo Cesare senza alcuno scrupolo nella scelta dei mezzi, con l'assassinio politico.

Gli uomini più rappresentativi della congiura erano legati in vario modo al dittatore e facevano parte del governo. Ritenendo che la morte di Cesare sarebbe stata sufficiente a restaurare la repubblica, lo uccisero. Si sarebbe poi visto che la mancanza di un piano politico avrebbe fatto fallire il principale obiettivo dei cesaricidi.
La morte di Cesare costituì un'eredità imbarazzante: normalmente considerato come desideroso di instaurare un regime assoluto, fu forse giudicato non solo troppo in fretta ma anche in modo troppo superficiale, e sulla errata base delle categorie politiche degli antichi, o come un "tiranno" o come un "sovrano illuminato". Un "buono" o un "cattivo", un regime il suo "positivo" o "negativo". Cesare come uomo era troppo multiforme per lasciarsi inquadrare in una valutazione senza sfumature. Quanto al regime la critica dei suoi contemporanei (come Sallustio o Cicerone), mostrano nei suoi confronti una varia gamma di atteggiamenti: l'adesione critica al programma politico o il rifiuto, più che dell'uomo, di ciò che egli rappresentava per forza di cose, cioè del superamento della repubbllica.
Tuttavia il mito di Cesare nella storia si affermò senza ombre; per Dante, Cesare rappresentò simbolicamente la legittimità dell'impero universale. Quando poi in seguito emerse, la complessità della sua figura e del suo significato storico il concetto "cesarismo", Napoleone questo concetto lo impose, ma non va nemmeno dimenticato che nell'imporlo aveva messo fine alla drammatica rivoluzione, come aveva fatto Cesare che la rivoluzione la considerava imminente e che nell'agire subito non la fece nemmeno iniziare. Nè dopo di lui a qualcuno venne in mente di farne una.

Cesare e Napoleone visti da un'angolazione partigiana, si configurarono gli esemplari assertori delle idee democratiche attraverso il regime assoluto. Nella critica al cesarismo troviamo lo storico Th. Mommsen che nel tracciare un parallelo fra Cesare e Napoleone, fa emergere il primo, che lui vede come l'espressione del momento più alto e delle idee universali dell'impero di Roma. Forse Cesare non volle o non seppe dare uno sbocco politico alla crisi delle istituzioni che così drammaticamente egli stesso aveva messo in evidenza, ma cercò di governare senza sconvolgimenti radicali: questi si verificarono, e furono temuti dai contemporanei, forse più per la forza della sua personalità che per la sua opera politica, destinata a restare incompleta e ad alimentare una discussione che ha avuto ne avrà mai fine. A dimostrazione non trascurabile della grandezza dell'uomo.

Dopo la morte, anche l'erede di Cesare dovette in seguito preoccuparsi della possibilità di cader vittima dell'odio aristocratico ed evitò di urtare nello stesso scoglio; senza contare che egli coll'incomparabile chiarezza di giudizio di cui era dotato riconobbe la grande potenza che nei fatti l'aristocrazia conservava ancora, soprattutto in quanto costituiva la classe dei grandi proprietari fondiari dello Stato romano. È perciò che il nuovo "Augusto" non basò il nuovo Stato sul principio della eliminazione del senato, ma sopra un compromesso con il senato, su di una ripartizione del potere con esso. Fu indubbiamente una strategia politica vincente!
Ed infatti, nella costituzione augustea l'aristocrazia senatoria ottenne condizioni di gran lunga migliori di quelle che avrebbe mai potuto strappare a Cesare.

Questi gli effetti che l'uccisione di Cesare ebbe in seguito e permanentemente; sul momento tuttavia le cose andarono diversamente; infuriarono le proscrizioni e la guerra civile e dovettero trascorrere i lunghi anni del dispotismo dei triumviri; di una restaurazione del predominio del senato non si fece questione di sorta.
E dire che gli assassinii erano stati così ciechi da abbandonarsi all'illusione di compiere un'opera che avrebbe incontrato la popolarità. Il popolo non era per nulla incline al senato; popolare e amato dal popolo era solo Cesare.
Invece di essere salutati dal giubilo del popolo i congiurati dovettero mettersi al sicuro sul Campidoglio; e lo stesso senato non potè apertamente approvare quanto avevano fatto i cospiratori, perché altrimenti avrebbe dovuto cassare tutti gli atti ufficiali di Cesare e sconvolgere tutto l'ordine giuridico. Se non agiva così allora sì che la rivoluzione sarebbe veramente scoppiata.

Collega di Cesare nel consolato nello stesso anno 44 era Antonio, il quale subito dopo l'uccisione di Cesare prese nelle sue mani le redini dello Stato. Egli con grande abilità oratoria pronunziò l'elogio funebre di Cesare e con questa toccante orazione in lode al suo collega caduto sotto la furia omicida, accese il furore del popolo contro gli assassini. La vedova di Cesare, Calpurnia, gli aveva rimesso il patrimonio e le carte del marito, e ciò gli valse ad aumentare ancora di più la sua potenza; il senato dichiarò valido non solo quanto Cesare aveva disposto, ma anche le disposizioni che avrebbe voluto prendere in seguito, ed, in possesso delle carte di Cesare, Antonio fece quel che volle.
Antonio si accinse a raccogliere la complessa eredità politica di Cesare. Ma non aveva pensato a un tiro mancino che il destino gli stava riservando, facendogli comparire davanti, quasi dal nulla un giovinetto di 18 anni.

Secondo il progetto di Cesare, M. Bruto e C. Cassio avrebbero dovuto assumere per l'anno 43 il governo delle più importanti province dell'Oriente, la Macedonia e la Siria; ma Bruto e Cassio erano ora i più colpevoli fra gli uccisori di Cesare, ed in, luogo della Macedonia e della Siria furono loro assegnate le province più insignificanti, Creta e Cirene.
Un altro degli uccisori di Cesare, DecimoBruto, era già divenuto governatore della Gallia cisalpina, dell'alta Italia, per l'anno 44. In grazia della sua situazione la Gallia cisalpina poteva influire moltissimo per tenere in pugno l'Italia ed era quindi la più importante provincia.
Siccome Antonio intendeva conservare la sua posizione non solo durante il suo consolato, ma anche dopo, si fece assegnare per l'anno 43 la Gallia cisalpina e i paesi della Transalpina conquistati da Cesare; la Gallia Narbonensis era nelle mani di un altro cesariano, di M. Lepido, che nell'anno 44 era stato magister equitum del dittatore.

Ma Antonio, aspirando a raccogliere l'eredità politica di Cesare, venne a ledere gli interessi dell'erede vero e proprio di Cesare, del suo pronipote e figlio adottivo Caio Ottavio. Ed intorno all'eredità di Cesare si accese la lotta tra gli amici di Cesare ed il figlio di Cesare, lotta che fu decisa definitivamente alcuni anni dopo soltanto dalla battaglia d'Azio.

Il pronipote di Cesare, Caio Ottavio, nipote della sorella di Cesare, Giulia, era nato nell'anno del consolato di Cicerone, il 23 settembre 63 a. C., ed in quest'epoca il giovinetto studiava ad Apollonia in Epiro; Cesare nel suo testamento lo aveva adottato ed istituito erede, di modo che egli assunse ora il nome di C. Giulio Cesare Ottaviano. Egli si preparò ad assumere l'eredità e nella primavera del 44 venne a Roma; era un giovane di diciotto anni e nessuno sospettava che cosa si nascondesse in lui; ben presto però se ne dovevano accorgere tutti.

Da principio il giovane credette Antonio suo amico, ma Antonio si comportò con lui piuttosto freddamente; l'eredità politica di Cesare, Antonio la voleva per sè; egli rifiutò di mettere a disposizione di Ottaviano il patrimonio privato di Cesare. Ma, per pagare al popolo della capitale i tanti legati disposti a suo favore da Cesare, Ottaviano con una ardita mossa offrì in vendita all'asta pubblica i suoi beni immobili e quelli di sua madre e del suo patrigno, e con ciò divenne d'un sol tratto popolare.

Diede splendidi giochi in onore di Cesare, e quanto il popolo interpretò l'apparizione di una cometa come il segno dell'assunzione di Cesare fra gli dei, Ottavio fece erigere a Cesare una statua con una stella sul capo. Egli agì insomma da vero erede di Cesare e se divenne sempre più un incomodo per Antonio, non gli mancò l'appoggio e l'affetto popolare che vedeva in lui un nuovo Cesare.
Anche il senato cominciò poco a poco a ribellarsi al dispotismo di Antonio, e nel settembre 44 Cicerone iniziò in senato contro Antonio la lotta all'ultimo sangue. Allo stesso modo che Demostene contro Filippo, così Cicerone pronunziò le sue filippiche contro Antonio. Erano demagogiche, ma la sua oratoria fece effetto.

Ben diversamente che a tempo del suo consolato dell'anno 63, Cicerone ora assunse realmente una posizione politica importante; egli poi rimase soccombente, ma cadde con onore.
Per l'avvenire al senato si presentò la prospettiva di trovare un appoggio in M. Bruto ed in Cassio, che nell'autunno del 44 avevano lasciato l'Italia, non per recarsi ad assumere il governo di Creta e di Cirene, ma per impossessarsi malgrado tutto della Macedonia e della Siria.
Per il momento però il pensiero principale e più imminente era l'Italia e da questo lato tornò a vantaggio del senato che anche Ottaviano non vedesse in Antonio un nemico ma un amico. Ottaviano aveva allora compiuto il diciannovesimo anno.

Ciò nondimeno il futuro imperatore Augusto iniziò la sua carriera politica da rivoluzionario; e fu un vero ardito atto rivoluzionario il suo quello di raccogliere, lui semplice privato, un esercito di 10.000 uomini fra i veterani di Cesare nella Campania e di mettersi alla loro testa, per di più contro il console legittimo, contro Antonio.

Qui si rivela per la prima volta la completa mancanza di scrupoli ch'era in fondo al carattere di questo giovane. Egli non era malvagio per natura, perché non provò mai piacere per l'altrui dolore, ma non andava soggetto a preoccupazioni di carattere morale; egli era capace di qualunque azione se era necessaria ai suoi fini, e suo scopo fu sempre il potere e la dominazione, ma il potere effettivo e non le sue forme esteriori. Era animato da una potente ambizione che intendeva influire realmente, ma non dava il minimo peso alle parvenze esteriori; egli anzi quando si trovò in possesso del potere ne evitò le apparenze, soprattutto quelle pacchiane e di arroganza, che suscitavano gli odi. Ma tutto ciò che egli ritenne necessario per arrivare al potere lo fece senza darsi pensiero di alcuno e senza riguardi per alcuno. Egli era più accorto di tutti gli altri e, malgrado i suoi diciannove anni, aveva l'occhio più sicuro e la mente più capace di perseguire metodicamente i suoi disegni ed i suoi fini ben determinati; egli portava tutto chiuso nel suo animo e non ebbe quindi altri consiglieri che sé stesso.

Cicerone, quando Ottaviano si alleò con lui, non deve averlo apprezzato per quel che era; ma chi sapeva allora cosa si nascondeva in lui? Non bisogna tuttavia rimproverare Cicerone di poca acutezza e di vanità. Certo l'erede di Cesare non poteva essere un amico sicuro della repubblica e del senato, ma di alleanze transitorie di uomini e di partiti che divergono nel fine ultimo se ne vedono tutti i giorni. In questi casi ciò che agisce è una momentanea comunanza di interessi, e di regola si tratta di abbattere un nemico comune. Al momento poi della vittoria avviene la crisi, ciascuno ne vuole il premio tutto per sè, e con la vittoria quindi l'alleanza si rompe.
Così doveva avvenire anche questa volta.

Nel novembre del 44 Ottaviano venne dalla Campania con il suo "personale" esercito a Roma, dove rassicurò il popolo sulle sue intenzioni repubblicane; poi marciò verso l'Etruria settentrionale per vedere se gli era possibile congiungersi con D. Bruto, il governatore della Cisalpina. Nel frattempo due delle legioni di Antonio erano già passate nel campo "privato" di Ottaviano: tanto poteva il nome di Cesare!
Poco dopo si recò a Roma anche Antonio e tentò (per via di quell'esercito privato) di far dichiarare Ottaviano nemico e traditore dello Stato, ma, visti gli umori delle legioni, schierati a favore di Ottaviano, dovette desistere dal suo proposito. Procedette poi verso il nord, verso Rimini per togliere a Bruto la Gallia. Bruto dichiarò di tenere la Gallia a disposizione del senato anche dopo il 1° gennaio 43 ma che non si sarebbe opposto a consegnarla a lui se il senato decideva in tal senso; il senato invece ora assegnò la provincia allo stesso Bruto, e a questo punto Antonio assediò Bruto a Mutina.

Il 1° gennaio 43 presero possesso del consolato gli antichi Cesariani A. Irzio e C. Pansa, che ora stavano appunto dalla parte del senato: Antonio così cessava dall'essere presidente della repubblica ed entrava in conflitto col governo di essa; il senato conferì ad Ottaviano l'imperium di propretore e legittimò in tal modo la sua posizione a capo dell'esercito.
Dei due consoli Irzio raggiunse l'esercito di Ottaviano e Pansa rimase a preparare altre truppe; poi con il nuovo esercito formato marciò anch'egli verso il nord, dove Antonio continuava tuttora ad assediare D. Bruto in Mutina.

Il 20 aprile 43 Bruto sconfisse Pansa a Forum Gallorum, ma venne battuto da Irzio nei pressi di Mutina, mentre Ottaviano rimaneva a difesa degli accampamenti. Pochi giorni dopo avvenne una seconda battaglia presso Mutina, nella quale l'esercito di Antonio fu completamente distrutto da Irzio ed Ottaviano, aiutati da una sortita di D. Bruto che si era liberato dell'assedio di Mutina.

La repubblica, il senato, aveva vinto, ma il console Irzio era caduto nella battaglia, e pochi giorni dopo morì anche il console Pansa per le ferite riportate a Forum Gallorum. Vivi e vegeti Bruto e l'eroico ventenne Ottaviano.

Ma era appena giunta a Roma la notizia della vittoria, quando sopraggiunse la crisi nell'alleanza del senato con Ottaviano; il senato (con i soliti timori dell'uomo forte che ha inoltre un suo esercito personale) cercò ora di liberarsi di lui; il giovane aveva ormai servito alla causa, non era più necessario, necessario era semmai subito nesautorarlo dal comando dell'esercito per renderlo innocuo.

Pertanto il senato affidò, non ad Ottaviano, ma a D. Bruto il comando dei due eserciti dei consoli defunti. Al giovane Ottaviano non fu concesso che il vago e formale trionfo minore.

Gravemente offeso Ottaviano muta anch'egli tattica, non molla il suo esercito personale e insegue fiaccamente Antonio e gli permette di unirsi nella Gallia Narbonese con Lepido; in tal modo egli crea la possibilità di venire ad un accordo con Antonio e dall'altro lato agendo così prepara la sua rottura definitiva col senato. Non avendo potuto una deputazione del suo esercito recatasi a Roma ottenere l'accoglimento delle sue richieste, Ottaviano giunse egli stesso a principio dell'agosto 43 alla capitale con il suo esercito e impose con le buone e le cattive, tutto. Egli si fece ora eleggere console e il 19 agosto 43 ebbe il consolato.

Non aveva ancora compiuti i venti anni quando assunse la presidenza della repubblica e non era ancora passato un anno e mezzo dall'uccisione di Cesare; in pochi mesi il figlio di Cesare da rivoluzionario e reo di alto tradimento si era trasformato in capo legittimo dello Stato. Era lui che aveva raccolto il frutto della innaturale alleanza col senato.

In base ad una legge che era stata proposta dal suo collega nel consolato, L. Pedio, egli inizò ora a prendersi vendetta degli uccisori di Cesare; poi si volse contro Antonio e Lepido.
D. Bruto frattanto era caduto nelle mani di Antonio che lo aveva fatto uccidere. Ma Ottaviano, pur entrato inizialmente in campagna contro Antonio e Lepido, venne invece ad accordi con i suoi nemici; nel novembre del 43 i tre uomini convennero a Bononia e si allearono per governare insieme lo Stato; Ottaviano si unì perfino in matrimonio con Clodia, la figliastra di Antonio.

Una legge del tribuno P. Tizio, pose Antonio, Ottaviano e Lepido a capo dello Stato in qualità di triunviri; questo triunvirato, a differenza della lega privata stretta da Pompeo, Cesare e Crasso nell'anno 60 per mantenere la propria influenza preponderante sulla cosa pubblica, fu anche formalmente una magistratura, superiore di grado allo stesso consolato. I triumviri assunsero la carica, per ora destinata a durare cinque anni, sino alla fine del 38 a. C. Essi a quel punto erano i soli padroni dell'esercito e delle province.

L'ingresso in carica dei triumviri fu immediatamente seguito dalla pubblicazione di un editto di proscrizione; circa 300 senatori e 2000 cavalieri rimasero vittime di questa proscrizione; i triumviri diedero prova di sapersi liberare dei loro nemici. Il più illustre fra questi proscritti fu Cicerone; Ottaviano non aveva nulla contro di lui, ma lo aveva abbandonato all'odio di Antonio. Il 7 dicembre 43 Cicerone fu ucciso a Gaeta; e morì dignitosamente.


Cesare, due anni dopo il suo assassinio, venne dal senato accolto fra gli dei dello Stato, e divenne il divus Julius, ed Ottaviano a sua volta divenne ora figlio di un dio.

I triumviri avevano ora titolo ad imperare su tutto il territorio dello Stato, su tutte le province; ma sul mare dominava Sesto Pompeo, che nella primavera del 43 il senato aveva elevato a prefetto della flotta e delle coste; anch'egli era entrato nella lista di proscrizione, ma non si riuscì a colpirlo e ben presto lui si prese il possesso della Sicilia. D'altra parte in Oriente la Macedonia e la Siria erano nelle mani di Bruto e Cassio; con Sesto Pompeo essi costituivano la rocca dei repubblicani.
La guerra contro di essi fu il compito primo dei triumviri; ed infatti entrarono in campagna contro Bruto e Cassio, Antonio ed Ottaviano.
Sulla fine di settembre del 42 si venne a Filippi ad una battaglia, nella quale Antonio sconfisse Cassio, mentre Ottaviano subiva una sconfitta da parte di Bruto; Cassio credette prematuramente che tutto fosse perduto e si uccise.

Dopo venti giorni, a metà dell'ottobre 42, si ebbe una seconda battaglia a Filippi, nella quale Antonio ed Ottaviano vinsero Bruto. Ed anche Bruto ora si uccise; la sconfitta della repubblica era decisa.

Il patto di Bononia dell'anno 43 aveva assegnato ad Antonio la Gallia Cisalpina e la Transalpina ad esclusione della Narbonese; a Lepido la Spagna e la Narbonese; ad Ottaviano l'Africa, la Sicilia e la Sardegna con la Corsica.
Ora, dopo la sconfitta di Bruto e Cassio, Antonio ed Ottaviano si accordarono tra loro due concludendo un patto già fatto a Filippi; Lepido era rimasto in Italia come console, e il non aver preso parte alla guerra contro Bruto e Cassio gli tornò a danno, perché nel patto di Filippi, essendo lui assente, non venne nemmeno nominato.

L'Oriente non fu per il momento ripartito, e in Occidente la Gallia cisalpina fu cancellata dal novero delle province. Essa, aggregata all'Italia, fu destinata a passare sotto il governo consolare-senatorio, giacché altrimenti quello fra i triumviri cui toccava in sorte la Gallia cisalpina avrebbe potuto esercitare una eccessiva pressione sull'Italia. Lepido dovette cedere la Spagna e la Narbonese ricevendo in cambio l'Africa da Ottaviano; la Narbonese toccò ad Antonio, sotto il quale quindi venne a trovarsi tutta la Gallia al di là delle Alpi. Ottaviano che aveva ceduto l'Africa a Lepido e che aveva tolto a Sesto Pompeo la Sicilia, ebbe lui la Spagna.

Benché il patto di Filippi avesse lasciato fuori l'Oriente, pure Antonio in Oriente ed Ottaviano in Occidente trovarono sin da ora per lo meno di fatto il campo della propria influenza, e Lepido invece si vide già allora escluso dalla grande politica. In Italia peraltro nell'anno 41, mentre era console L. Antonio, il fratello del triumviro, nacquero difficoltà e scoppiò la guerra civile.
Occasione fu l'appannaggio dei veterani mediante l'assegnamento di terre in Italia, e i torbidi inevitabili in tale congiuntura - ne fu minacciato anche Virgilio - furono aggravati dal fatto che si posero contro Ottaviano, L. Antonio e sua suocera Fulvia, la moglie di Antonio, madre di Clodia; Ottaviano non ci pensò su due volte, divorziò da Clodia.

Si accese la guerra; L. Antonio fu assediato a Perugia e costretto nel marzo 40 a capitolare; di questo assedio sono giunte a noi degli echi sotto forma di grossolani epigrammi soldateschi. La tensione di rapporti che questa guerra non poté a meno di provocare fra Ottaviano e M. Antonio, fu poi resa più acuta dalla circostanza che Antonio nel frattempo si era appropriato dell'Oriente ed Ottaviano in compenso si era impadronito della Gallia transalpina.

Volendo venire Antonio in Italia, Ottaviano gli impedì l'ingresso nel porto di Brindisi, ed allora scoppiò apertamente il conflitto fra di loro, il quale peraltro poté essere appianato più facilmente per la morte avvenuta di Fulvia (madre di Antonio) e fu chiuso nel settembre 40 col patto di Brindisi: Antonio ebbe l'Oriente e Ottaviano l'Europa occidentale compreso l'Illirico. Antonio (già suocero per avergli dato la figliastra, poi da Ottaviano ripudiata) in questa occasione sposò la giovane sorella di Ottaviano, Ottavia.

La Sicilia si trovava nelle mani di Sesto Pompeo, che nell'anno 40 tolse ad Ottaviano anche la Sardegna, e siccome, dominando il mare, tagliava i viveri alla capitale, Ottaviano si vide costretto a venire a patti con lui. Nell'anno 39 Antonio ed Ottaviano si associarono con Sesto Pompeo col trattato di Puteoli; oltre la Sicilia e la Sardegna Pompeo ebbe anche il Peloponneso, divenne un vero re del mare e delle isole, in compenso si accollò la cura dell'annona di Roma.

Ma la pace fra Ottaviano e Pompeo fu di breve durata; un'ammiraglio di Pompeo tradì quest'ultimo offrendo la Sardegna ad Ottaviano, e questi l'accettò; inoltre egli ruppe il matrimonio con Scribonia, una parente di Pompeo che aveva sposato nell'anno 40 e che gli aveva partorito la figlia Giulia. Sottomettere ed abbattere Pompeo però gli era impossibile se Antonio non gli forniva aiuto di navi; e siccome Antonio a sua volta aveva bisogno delle legioni di Ottaviano per la sua guerra partica, avvenne che nel patto di Taranto del 37 a. C. Antonio sacrificò Pompeo ad Ottaviano.
Anche Lepido aiutò Ottaviano nella guerra di Sicilia; Pompeo fu sconfitto prima a Mile, e poi in maniera decisiva a Nauloco, nel 36 a. C.; abbandonò la Sicilia e passò nell'Asia Minore, dove nell'anno seguente trovò la morte.

Lepido pretese ora la Sicilia per sé, ma i suoi soldati poco convinti delle sue qualità militari, lo abbandonarono preferendo unirsi al giovane condottiero , ed egli dovette arrendersi ad Ottaviano; questi lo spogliò, in via di fatto del triumvirato e si impossessò dell'Africa: Lepido fu da lui confinato a Circeji, ma più tardi fu ammesso ovvero obbligato a tornare a Roma. Lepido non venne formalmente deposto dal triumvirato - a ciò si sarebbe potuto procedere con una legge o con un senatoconsulto o con ambedue questi atti, ma con la formale deposizione di uno dei triumviri sarebbe rimasto abolito anche il triumvirato - per cui venne soltanto impedito dall'esercitare di fatto i suoi diritti.

Dopo il patto di Taranto il triumvirato, il cui quinquennio era scaduto alla fine del 38, fu prorogato con una legge per altri cinque anni; sul finire del 33 anche questo secondo quinquennio venne a termine e non fu ulteriormente prorogato per legge. Dal 1° gennaio 32 pertanto Lepido non fu più triumviro neanche di diritto. Egli peraltro continuò finchè visse a coprire la carica di pontefice massimo, nella quale era succeduto a Cesare nel 44 a. C.; dopo la sua morte avvenuta nel 13 a. C. la dignità ponteficale fu assunta da Augusto ed essa rimase poi sino a Graziano associata alla dignità imperiale.

Dopo la eliminazione di Sesto Pompeo e di Lepido, Antonio ed Ottaviano nell'anno 36 vennero a trovarsi direttamente di fronte, come Pompeo e Cesare dopo la morte di Crasso, senza quell'elemento intermedio che aveva valso ad attenuare gli urti; Antonio padrone dell'Oriente, Ottaviano dell'Occidente.

Questo anno 36 segna il momento in cui si delinea decisivamente l'indirizzo di entrambi. Antonio tende alla monarchia ellenistica e le sue mire si appuntano alla ricostituzione dell'impero d'Alessandro; questo avrebbe senz'altro provocato la degradazione di Roma dal suo posto di capitale ed al conseguente spostamento del centro di gravità dell'impero verso l'Oriente. E anche se riuscì Roma a tenere in piedi l'unità dell'impero stava già allora per verificarsi quella separazione della parte orientale dalla parte occidentale che ebbe effettivamente luogo 400 anni più tardi.

Al contrario Ottaviano dall'Occidente, da Roma, rappresentava gli interessi dell'unità dell'impero e dell'Italia, e da questo momento i suoi interessi personali coincidono con gli interessi tradizionali d'Italia e dello Stato romano; é questo pure il punto critico da cui data la sua trasformazione interna.
Il difficile problema psicologico che presenta la persona di Augusto sta nel vedere come mai da quel giovane freddo calcolatore che era, privo di scrupoli e di riguardi per alcuno, sia venuto fuori il principe saggio che fu poi la salute e la felicità del genere umano, un principe che godette poi la venerazione di tutto il mondo.

L'uomo non cambia natura neanche a rinascere un'altra volta, e di una rivoluzione così istantanea interna che violentemente ricerca e scuote le profondità dell'anima di Augusto non ci sono indizi di sorta; ma accanto alle interne catastrofi non é meno vero che agiscono le imperscutabili e progressive trasformazioni interiori.

Con l'anno 36 gli interessi personali di Ottaviano cominciarono a coincidere con gli interessi generali; di questa coincidenza egli andò sempre più acquistando coscienza e sempre più si abituò a considerare come suoi gli interessi comuni. La sua antitesi perfetta, potrebbe essere quella di Luigi XIV col suo motto: «l'Etat c'est moi » (lo Stato sono io"); mentre con Ottaviano non lo Stato romano si confuse con la persona di Augusto, ma la persona di Augusto sparì dietro l'idea dello Stato.
Egli concepì la sua carica come un dovere e ne cercò la legittimazione nei suoi servizi a favore dello Stato; egli poté a buon diritto dire di sé: "rei publicae inserviendo consumor".

Ma torniamo agli eventi. - Dopo la battaglia di Filippi Antonio era rimasto in Oriente e ne cominciò l'organizzazione sotto la sua signoria; nei primi anni la sua normale residenza invernale fu Atene. Nell'anno 41 egli chiamò a sé la regina Cleopatra d'Egitto in Cilicia, a Tarso, perché si giustificasse del contegno tenuto nella guerra civile. L'incontro con Cleopatra fu per Antonio assai più fatale che per Cesare.
Quando Cesare nel 48-47 si lasciò trascinare per pochi mesi all'avventura in Egitto, dove Cleopatra gli partorì il figlio Cesarione, aveva più di 50 anni, Antonio invece nell'anno 41 ne aveva appena quaranta.
É ben vero che, a quanto sembra, Cleopatra dopo il ritorno di Cesare dalla guerra di Spagna nell'anno 45 si era recata per invito di lui a Roma, dove era stata accolta con i massimi onori, aveva dimorato nella villa di Cesare in Trastevere, rimanendovi sino al momento dell'assassinio del dittatore ed aveva abbandonato Roma soltanto dopo; ma una decisiva influenza su Cesare essa non l'esercitò mai; ciò é provato dal testamento di Cesare nel quale adottò il suo pronipote C. Ottavio; se egli avesse voluto adottare il figlio che gli era nato da Cleopatra non gli sarebbe stato difficile trovare il mezzo giuridico opportuno.


Cleopatra
(museo Capitolino) e Antonio (museo Vaticano)

Le cose andarono ben diversamente con Antonio: le attrattive di Cleopatra ora ventottenne ebbero altrettanto potere su di lui quanto su Cesare la bellezza di Cleopatra, allora poco più che ventenne; da Tarso, Antonio passò in Egitto dove trascorse la maggior parte dell'inverno 41-40 ad Alessandria; inutile dirlo passò i suoi mesi nel talamo di Cleopatra, e nell'anno 40 l'amante gli partorì due gemelli Alessandro Elio e Cleopatra Selene.
Anche se aveva sposato Ottavia (sorella di Ottaviano), Antonio si unì poi nell'anno 36 formalmente in matrimonio con Cleopatra e formalmente divenne accanto a lei signore d'Egitto.
Nei fatti Antonio era ora re d'Egitto, salvo che per riguardo a Roma non ne portava il titolo. Quanto all'unione, il suo matrimonio con Ottavia tuttavia rimaneva sempre valido. Ma Antonio divenuto un re ellenistico usò il diritto di poligamia spettante ai re orientali ellenistici, come già aveva fatto Alessandro il Grande. Per diritto romano la poligamia era vietata, ma quella di Antonio non era dal punto di vista giuridico una bigamia, perché il suo matrimonio con Cleopatra per il diritto romano era nullo.

Prima ancora di diventare signore d'Egitto Antonio era impegnato a far guerra ai Parti, ma questa aveva avuto il carattere di guerra difensiva; mentre nella sua nuova qualità ora passò a quella offensiva, e con la mente piena delle idee dell'ellenismo sognò ad occhi aperti una restaurazione dell'impero di Alessandro. E' il primo ad essere colpito da quella ricorrente malattia che in tutti i periodi della nostra lunga storia ha colpito molti ambiziosi governanti: il morbo dell'"Alessandrite". Quello di conquistare il mondo.

Ma a dire il vero, Antonio in precedenza non aveva proprio cercato la guerra con i Parti; si era trovato costretto a combattere perché i Parti avevano attaccato. Nell'anno 42 il re Orode aveva prestato aiuto a Cassio contro i triumviri; Q. Labieno, che si era recato presso di lui quale emissario di Bruto e Cassio ed era rimasto fra i Parti dopo la battaglia di Filippi, li indusse nell'anno 40 ad invadere la Siria e l'Asia Minore; egli li guidò fin nella Lidia e nella Jonia; soltanto nel 39 il legato di Antonio, Ventidio Basso, riuscì a cacciarli dall'Asia Minore e dalla Siria, ed avendo essi nell'anno seguente fatto nuova invasione in Siria li sconfisse nella battaglia di Ghindaro nel nord del paese.

Allorché nell'anno 36 Antonio intraprese l'offensiva contro i Parti più che altro per vendicarsi delle invasioni, re Artavasde d'Armenia si alleò con lui, e ciò gli diede la possibilità di attaccare prima la piccola Media. Non ebbe perciò necessità di passare direttamente l'Eufrate, e poté evitare una battaglia pericolosa nella pianura della Mesopotamia ed ingannare i Parti girando per l'Armenia; risalì il corso dell'Eufrate, ma probabilmente non giunse al fiume alla sua fonte nordica, ma all'altro corso d'acqua che lo alimenta a mezzogiorno, il Murad-ciai.

Se Antonio fallì l'impresa di fronte alla resistenza della capitale della Media da lui cinta d'assedio, e fu costretto a ritirarsi attraverso l'Armenia, ciò dimostra che vi era ancora molta strada da fare per ricostituire l'impero d'Alessandro; tuttavia la sua potenza in Egitto e nella parte orientale dei dominii romani non ne rimase scossa da questo primo fallimento.
Invece dall'anno 36 le difficoltà consistevano nel fatto che dei potentati non rimanevano ormai che Antonio ed Ottaviano.

Dopo l'eliminazione di Sesto Pompeo e di Lepido, Ottaviano, rimasto solo di fronte ad Antonio, iniziò sin dal 36 quel mutamento di politica interna che lo condusse al principato, alla posizione cioè di primo fra i cittadini, politica antitetica al dispotismo che sino allora avevano esercitato i triumviri, alla loro dominatio.
Per mantenerlo in queste nuove disposizioni gli fu conferita la potestà tribunizia nella speranza che essa sostituisse il triunvirato, e infatti in seguito, nel 23 a. C. quella potestà divenne il fondamento del potere civile del principe. Ad Ottaviano allude poco prima della sua morte avvenuta nel 39 a. C., quindi verosimilmente appunto nell'anno 36, lo storico Sallustio, il protetto di Cesare, quando parla di questo giovane (aveva allora 27 anni) di così alta fama che preferisce la distinzione di primo cittadino, invece di princeps, secondo i desiderii e la volontà del popolo.

Dopo l'anno 36 un conflitto fra Antonio ed Ottaviano non era a lungo andare evitabile; non si trattava che di vedere in quale forma e sotto qual pretesto la rottura sarebbe avvenuta e quando sarebbe scoppiato questo conflitto
Divenuta come era inevitabile la rottura, Antonio aveva interesse ad affrettarla, Ottaviano invece poteva aspettare; per lui operava il tempo. Egli impedì ad Antonio di reclutar truppe in Occidente, e data la riconosciuta superiorità degli occidentali sui soldati reclutati in Oriente, ciò voleva dire il graduale deterioramento dell'esercito che Antonio aveva a sua disposizione. I suoi vecchi soldati (in buona parte romani) divennero inabili al servizio, quindi da scartare, nè fu possibile sostituirli con elementi di ugual valore; anno per anno l'esercito di Antonio diventò sempre più peggiore; Ottaviano invece aveva a sua disposizione l'Occidente e le sue buone reclute.

Data l'inevitabilità della rottura, era naturale che Antonio fosse il primo ad attaccare, e al più presto possibile, prima che l'inferiorità del suo esercito fosse divenuta assoluta.
Ottaviano peraltro non si aspettava ancora una offensiva da parte di Antonio, altrimenti non avrebbe intrapreso con grandi progetti negli anni 35 e 34 una guerra nell'Illiria e nella Dalmazia; ma, ritornato a Roma, ne affrettò nell'anno 34 la conclusione, poiché era stata per lui una rivelazione l'inaudito avvenimento che Antonio dopo la campagna armena aveva solennizzato il trionfo fuori di Roma e del territorio romano, in Alessandria.
Il 1° gennaio 33, nell'occupare il suo secondo consolato, Ottaviano attaccò virtualmente Antonio in senato. Ma con la fine del 33 terminava pure il secondo quinquennio del triumvirato disposto per legge. I due consoli dell'anno 32 erano partigiani di Antonio, e quindi ora seguì in senato un attacco contro Ottaviano, cui però Ottaviano rispose con un colpo di Stato: i consoli fuggirono da Roma. Ora Ottaviano poteva dedicarsi ad Antonio.

Già nell'inverno del 33-32 Antonio e Cleopatra avevano radunato ad Efeso l'esercito e la flotta, passando per Samo si erano recati ad Atene. Tutto indicava l'appressarsi della guerra; nell'estate del 32 Antonio divorziò finalmente da Ottavia; il suo illustre fratello, Ottaviano che aveva già dato costantemente notizie poco lusinghiere su Antonio e su Cleopatra, non si risparmiò nell'attaccarlo, dipingendo Antonio nemico di Roma, traditore della repubblica, paladino degli interessi dell'Oriente, suscitando così a Roma il più vivo malumore e la peggiore indignazione contro Antonio.

Fu dichiarata la guerra a Cleopatra, dopo aver ovviamente rifiutato ad Antonio il triumvirato.
All'inizio dell'anno 31 a.C. Ottaviano con il geniale Agrippa salpavano con la loro flotta per la Grecia, e le prime vere e proprie operazioni guerresche iniziarono in primavera.

La regina e suo marito svernarono a Patre e poi procedettero verso il nord dell'Acarnania fermandosi nel golfo d'Ambracia, ad Azio (promontorio della Grecia, all'imbocco del golfo di Arta) e qui con la flotta e l'esercito misero la loro base. Questo golfo doveva essere un sicuro rifugio, ma ben presto si mutò in una trappola. E' vero che la flotta di Ottaviano non poteva penetrarvi, ma quella di Antonio a sua volta non poteva uscirne. Ottaviano si ritrovò così padrone del mare. Lui manteneva il blocco, e Agrippa con le sue navi lo riforniva e nel frattempo ad uno ad uno si impadroniva dei presidi di Leucade, Patrasso, Metone, Corinto, imbottigliando sempre di più nel golfo Antonio; nè questi poteva forzare il blocco, gli ottaviani non aspettavano che quello per poi massacrarli. Ma messi com'erano non c'era altra soluzione che venire a battaglia.
Battaglia terrestre o marina? Antonio nonostante il parere contrario dei suoi generali, scelse quella in mare, ma solo per compiacere Cleopatra, che a quanto pare era lei a dare consigli al soggiogato amante e lei a dirigere le operazioni, nonostante l'indignazione dei generali.

La battaglia, che doveva segnare una data di singolare importanza nella storia del mondo, ebbe luogo il 2 settembre del 31 a.C. , 723 anno di Roma, proprio qui ad Azio.
Fu accanita, 400 navi da entrambe le parti si affrontarono; ma nello svolgimento della battaglia avvenne un misterioso episodio, non ancora spiegato al giorno d'oggi, che determinò la sconfitta di Antonio.

Mentre Agrippa manovrava, con successo, per dividere il nemico isolando l'ala destra di Antonio, creando nella formazione di quest'ultimo una confusione quasi totale di movimenti, ecco avvenire l'episodio inspiegabile: all'improvviso un gruppo di vascelli egiziani, guidati dalla galera della regina, muovono verso la linea di combattimento, come a volersi inserire nella battaglia. Invece, dopo aver superato lo schieramento di Antonio e approfittando di uno spazio apertosi nelle file della flotta di Ottaviano, andarono al di là della zona dello scontro, verso il Peloponneso, abbandonando così le acque dello scontro. Dopo lo sbigottimento iniziale dei due contendenti per questa incredibile manovra da parte di Cleopatra e mentre Antonio, balzato su una galera veloce, si era messo pure lui all'inseguimento-salvezza della sua amante, il combattimento continuava con incredibile ferocia, soprattutto da parte dei seguaci romani di Antonio che si sentivano traditi dal loro comandante.
La battaglia durò fino alla fine della giornata, con Agrippa che, dopo aver distrutto l'ala destra di Antonio, si mise all'inseguimento dell'ala sinistra, mentre le navi di Ottaviano e Arrunzio attaccavano e distruggevano il centro nemico, complice anche un'improvvisa tempesta.

Qui di seguito il commento di Plutarco sulla battaglia nel libro: "Le vite parallele. Vita di Demetrio Poliorcete e di Antonio":

"...Circa la flotta di Antonio ad Azio bisogna dire che essa resistette strenuamente a Ottaviano e non si diede vinta se non all'ora decima, perché danneggiata da una grave tempesta che ne investì le prore. I morti non furono più di cinquemila e le navi catturate, come scrisse lo stesso Ottaviano, furono trenta. Non molti si erano accorti della fuga di Antonio; e quelli che ne udirono parlare non credettero alla notizia, perché non riuscivano a persuadersi che, abbandonate diciannove legioni di fanti e dodicimila cavalli, se ne fosse andato via, come se non avesse mai provato le alterne vicende della fortuna e non le avesse sperimentate in tante guerre e tanti pericoli ".

Personalmente i due amanti si erano salvati, ma la loro flotta ed il loro esercito erano rimasti distrutti: la vittoria di Azio del 2 settembre 31, chiude l'era delle guerre civili e ponendo le basi del principato, segnò per Roma, la fine della repubblica e l'inizio dell'impero.

Chi aveva guadagnato questa battaglia ? M. Vipsanio Agrippa.
Agrippa, coetaneo di Ottaviano, era suo amico di gioventù, suo compagno di studi dai tempi di Apollonia ; devoto incondizionatamente ad Ottaviano, si era subordinato a lui riconoscendone la superiorità, ma in un punto principale ne completava le qualità e gli era superiore, in materia militare. Dalla giornata di Filippi Ottaviano si era convinto da solo che difettava completamente di capacità militare; questa coscienza della sua deficienza, questa assenza di vanità furono la sua fortuna. Da quel momento le sue battaglie furono combattute dal suo amico, da Agrippa, che guadagnò le sue vittorie. Fu Agrippa che vinse nella guerra civile perusina, Agrippa che vinse Pompeo, e vincitore di Azio fu ugualmente Agrippa.
Senza quest'ultimo Ottaviano non sarebbe divenuto imperatore, non lo sarebbe divenuto senza la sua arte di guerra e la sua fedeltà. Ottaviano, il grande uomo di Stato, non avrebbe potuto conseguire le vittorie su cui si eresse il suo principato; questo ebbe a sostegno non solo le vittorie, ma anche la fedeltà dell'amico che vinse non per sé ma per lui. Agrippa si contentò del secondo posto, ma lo pretese; egli si pose al di sotto di Augusto, ma del solo Augusto.

Agrippa rimase per tutta la vita la spada dell'impero e fu degno dei suoi servigi e dei suoi meriti che egli sia stato associato da Augusto al governo negli ultimi anni di vita, dal 18 al 12 a. C., che sia divenuto il secondo imperatore.

Dopo Azio Ottaviano affidò in Italia la cura degli affari ad Agrippa e Mecenate e passò in Grecia ed in Asia. Pervenutagli da Samo la notizia di un ammutinamento dei veterani in Italia, se ne preoccupò, e con ragione, tanto che senza indugio ritornò in Italia e accontentò i veterani tranquillizzandoli; poi riprese la via dell'Asia e toccando prima la Siria si recò in Egitto. Antonio e Cleopatra frattanto, dopo aver fatto una sosta nel Peloponneso, erano rientrati in Egitto, Cleopatra direttamente, Antonio da Cirene dove era passato prima.

In Cleopatra germogliò ora il disegno di staccarsi da Antonio e trarre nelle sue spire Ottaviano; essa iniziò rapporti con lui mediante tre ambascerie, la seconda e la terza delle quali inviate in nome di Antonio, e consegnò nelle mani di Ottaviano la fortezza di Pelusio.

Ottaviano non rispose ad Antonio; a Cleopatra invece fece delle vaghe promesse per potersi impadronire di lei -destinata ad ornare il suo trionfo- e degli immensi tesori d'Egitto.
Si narra che Ottaviano, allo scopo di mascherare le sue intenzioni che erano di spodestare la regina e condurla prigioniera a Roma, mandasse a lei un liberto con l'incarico di far credere a Cleopatra che il console era innamorato di lei. E veramente in questa speranza Cleopatra si cullava. Aveva fatto "centro" già due volte, era convinta di fare anche il terzo. Cleopatra aveva ora quarant'anni, ma non era ancora tramontata la sua bellezza sulla quale faceva assegnamento per avvincere a sé Ottaviano come aveva avvinto Cesare prima, Antonio poi.
Ottaviano però era dotato di un temperamento freddo e calcolatore, di fronte al quale dovevano infrangersi le grazie e le lusinghe dell'astuta regina; mentre la teneva a bada faceva i suoi preparativi.
Ottaviano non era insensibile alla bellezza femminile, e la sua giovane età di 32 anni non era certo una difesa di fronte al fascino di questa donna, malgrado i suoi 39 anni.

Il vinto Antonio, pur di non cadere vivo nelle mani del suo nemico, decise di uccidersi. A prendere questa decisione lo spinse la notizia che aveva ricevuto del suicidio di Cleopatra.
La notizia però non era vera, ed era stata lei stessa a inventarsela facendo bugiardamente annunziare ad Antonio che lei si era evvelenata, per così spingere l'ex amante al suicidio, al solo scopo di sbarazzarsi di lui ed essere libera di rifarsi un immagine davanti al nuovo potente uomo. M
a aveva sbagliato i suoi conti con Ottaviano, che era corazzato dalla fermezza della volontà e del proposito di attuare i suoi disegni.
Alla fine anche Cleopatra comprese che cosa gli restava da fare e si uccise, se pure non fu segretamente tolta di mezzo.

Ottaviano riservò l'Egitto a sé personalmente, come successore dei Tolemei e signore assoluto del paese, salvo che per riguardo alle suscettibilità romane non assunse il titolo regio; l'Egitto non divenne provincia romana, ma fu aggregato all'impero nella forma dell'unione reale. Ottaviano era entrato in Alessandria il 1° sestile dell'anno 30; a questo mese sestile in seguito il senato diede il nome di augustus (Agosto) in onore del principe cui era stato conferito questo predicato.
Passando per l'Asia e la Grecia, Ottaviano ritornò nell'estate dell'anno 29 a Roma e in tre giorni successivi assaporò il trionfo, sull'Illiria, per la vittoria d'Azio su Cleopatra, e su Alessandria.
Poi si mise all'opera per preparare il riordinamento dello Stato. Egli era rimasto ammaestrato dall'errore commesso dal gran Cesare, e non si propose come quest'ultimo l'annientamento politico del senato; egli fece calcolo invece della potenza che nel fatto conservava tuttora l'aristocrazia, composta come era dei grandi proprietari fondiari del
l'impero, e concluse con essa un compromesso dividendosi il potere col senato.

Questa ripartizione ebbe principalmente carattere territoriale, fu una divisione delle province col senato; le province presidiate da eserciti toccarono a lui, che divenne così padrone assoluto dell'esercito.
Ottaviano restituì al senato ed al popolo i suoi poteri straordinari e fu in cambio investito delle sue nuove competenze; il 13 gennaio 27 a. C. la riorganizzazione dello Stato era a già termine, ed il 16 gennaio il senato conferì ad Ottaviano il nome di venerando, di sacro: Augusto. Il 2 settembre 31 e il 16 gennaio 27 segnano i natali del principato.

Formalmente la repubblica non era abolita; funzionavano come prima i consoli e si adunava il senato; come prima il senato provvide al governo delle province secondo gli ordinamenti repubblicani; il senato ed i consoli imperavano sull'Italia e su Roma. Non vi era che un magistrato in più rispetto all'antico schema delle magistrature repubblicane, e questo magistrato esplicava anche i suoi poteri nelle forme tradizionali; era il primo fra i cittadini, il princeps. I suoi poteri militari si basavano sull' imperium proconsolare, i suoi poteri civili vennero da lui esercitati dapprima come console, e dal 23 a. C. in base alla tribunicia potestas di cui era rivestito.

Non per questo tuttavia chi aveva capacità di guardare oltre la superficie delle cose dissimulava che la repubblica era tramontata, che qualche cosa di nuovo era sorto in sua vece; perciò appunto Livio pose mano a narrare la storia di Roma, il cui ciclo lo vedeva dinanzi a sé ormai chiuso e completo.
Fu una ironia della storia che il senato abbia ottenuto formalmente la sovranità nel momento medesimo nel quale sostanzialmente la perdeva per sempre. Augusto riempì di contenuto nuovo le vecchie forme. L'elemento nuovo, per sua natura antitetico allo spirito repubblicano, che gli procurò l'assoluta preponderanza, fu il cumulo di varie cariche nella sua persona; ed egli solo era padrone dell'esercito.

Così era venuto a compimento a Roma quanto si era andato preparando dai tempi di Gaio Gracco e di Mario: l'alleanza dell'impero proconsolare con la potestà tribunizia aveva atterrato il predominio del senato e fondato il principato; il principe presente fuse nella sua persona le figure del capo dell'esercito e del tribuno. Ma era nelle intenzioni di Augusto che le armi dovessero tacere o tutt'al più servire ancora soltanto ad acquistare all'impero confini naturali; l'introduzione del principato fu accompagnata da una colossale riduzione dell'esercito; il mondo mediterraneo non se l'è forse mai cavata con tante poche truppe come nei secoli del principato.
Erano ormai passati i tempi spaventosi delle guerre civili che avevano reso malsicure le proprietà e le persone, ed anche le province poterono respirare sotto l'amministrazione ordinata del principe. Spuntarono i tempi del massimo benessere che avessero mai goduto i paesi mediterranei; ai popoli spossati dalle guerre la lunga pace determinò questo benessere.


Questo primo principe ebbe la fortuna di radicare saldamente nello spazio di quattro decenni la sua signoria e le sue istituzioni nella vita; esse ressero alla prova ed assicurarono l'interno dell'impero ed i confini.
Il principato di Augusto significò un periodo di pace di quasi duecento anni; mai il mondo aveva avuto prima in sorte una così lunga era di pace, e mai si ripeté in seguito un uguale beneficio.

Nei quasi quattro decenni ( detta "Età augustea") ma anche dopo la sua morte avvenuta a Nola nel 14 d.C., Augusto oltre alla trasformazione politica e ai profondi mutamenti sociali intervenuti con la stabilizzazione dell'economia rovinata dalle guerre civili, circondandosi di validi collaboratori ottenne risultati notevoli anche nel campo culturale, spesso guidandone le manifestazioni in
un clima favorevole alla restaurazione dei valori tradizionali; anche se scrittori e poeti pur mantendo una grande libertà espressiva, si mossero sempre nell'ambito dei temi cari al regime. Tutto servì a rafforzare le basi ideologiche del principato. Alcuni che in modo vago dissentivano furono tollerati ma altri che in modo palese mal si esprimevano, quindi non graditi al principe, per loro ci fu la repressione (come l'allontanamento di Ovidio, esiliato ai confini della Tracia).


L'autocrazia cesarista fu inoltre rilevante anche chiaramente nel campo artistico; a parte l'Ara Pacis inaugurata il 9 a.C. dove lui appare nel grande bassorilievo "primus inter pares", e a parte l'Oriente dov'era comune divinizzare il proprio monarca, stava nascendo anche in Italia e in Roma il culto della personalità. Nella sola Roma gli erano state innalzate più di 80 statue, con quel gusto neoclassico che da' l'idea della superiorità morale del principe.

Nel successivo capitolo ci occuperemo proprio di queste
influenze del principato nella vita pubblica

VITA INTELLETTUALE ROMANA - ROMANIZZAZIONE DELL'ELLENISMO > >

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