52. GLI ANTICHI GERMANI

Le originarie sedi dei Germani vanno cercate nel Nord-Est della Germania, nella Danimarca e nella Scandinavia centrale e meridionale; devono dunque aver compreso regioni sostanzialmente piane e dense di foreste e di acque. In questi paesi e probabilmente sulla costa occidentale dello Schleswig-Holstein, Pitea di Massilia contemporaneo di Alessandro Magno, trovò i Goti, o come vuole la moderna indagine scientifica, i Teutoni.


Cento anni dopo, i fasti capitolini parlano di Germani vinti, ma la notizia sembra una aggiunta posteriore. In seguito verso il 170 a. C. incontriamo i Bastarni, di razza germanica, nei paesi del basso Danubio in qualità di alleati del re di Macedonia Perseo.
Ma la vera e propria era storica dei figli del Nord fu aperta soltanto nel 113 a. C. dalla invasione dei Cimbri. Essi scesero dalla penisola cimbrica e vagarono, assorbendo vari elementi celtici, verso sud lungo la Boemia per raggiungere alla fine i passi alpini della Carniola, dove vennero a trovarsi in territorio romano.

Le cause di questa emigrazione devono ricercarsi nello spirito d'avventura del popolo, nell'inospitalità e nella poca produttività del suolo della patria d'origine in contrasto con l'aumento della popolazione. Le foreste, le paludi ed il mare rendevano qui umida l'aria, il clima era aspro per i venti del nord e dell'est e l'umidità generava nebbie e col freddo copiose brinate. I fiumi defluivano verso settentrione. Ora quando l'inverno cedeva al sole della primavera non di rado il manto di ghiaccio che copriva le parti meridionali si scioglieva repentinamente, e provocava colossali inondazioni nelle pianure indifese.
Nessuna meraviglia quindi che gli abitanti di queste zone funestate da tali calamità raccogliessero le loro capanne e le loro tende e si spostassero lentamente verso il mezzogiorno e l'occidente e suddivisi in varie parti seguissero antiche vie mercantili ed i sentieri naturali lungo le rive dei fiumi.

E di fatto i Cimbri non si presentarono come predoni avidi di bottino, ma come una popolazione in movimento alla ricerca di terre da abitare. Essi furono attirati dai Romani in una imboscata presso Noreia, ma li sconfissero. Questa battaglia ci offre l'immagine di quel che furono costantemente le lotte successive durate per secoli; l'astuzia, la superiorità strategica, le risorse colossali di uno Stato incivilito da un lato, l'indomita, schiacciante furia di un popolo selvaggio dall'altro.

I Germani dunque aprirono la loro carriera nella storia con una vittoria. Però sembra che i Cimbri abbiano giustamente pensato che nell'Italia, densa di abitanti e di città, non avrebbero trovato ciò che doveva soddisfare i loro bisogni e quanto desideravano. E perciò si volsero verso occidente, passarono il Reno e giunsero nella Gallia dove si unì a loro il ramo affine dei Teutoni, loro vicino in patria, e che pure loro erravano in continuazione cercando zone migliori dove stabilirsi. Combattendo e vagando essi arrivarono sin nella Spagna e nel Belgio per poi rifluire alla fine nuovamente verso l'Italia.

Probabilmente in considerazione delle difficoltà del passaggio delle Alpi essi si divisero in due masse; i Cimbri presero la via per transitare attraverso le Alpi orientali, i Teutoni quella delle Alpi marittime. Di fronte al pericolo piuttosto imminente i Romani raccolsero tutte le loro forze e nominarono generale in capo Gaio Mario, che distrusse in due formidabili battaglie dapprima i Teutoni ad Aquae Sextiae, e poi i Cimbri a Vercelli. Con queste due vittorie fu infranta la prima onda impetuosa dell'emigrazione germanica, ma dietro di essa il mare di onde ne ingrossava delle nuove.

In orde numerose e sempre più vaste gli abitanti delle foreste nordiche cominciarono ad avanzarsi verso sud e verso sud-ovest, vincendo, senza dubbio dopo gravi lotte, i Celti in queste zone ancora domiciliati. Così raggiunsero il Reno ed il Danubio, anzi il primo, soprattutto nel suo corso inferiore, venne oltrepassato.
I Celti della Gallia a lungo andare non furono più in grado di tenere testa ai Germani e già sembrava che in Ariovisio, che si era stabilito nella regione della Saona, fosse sorto l'uomo destinato a soggiogarli.
Ma a questo punto la conquista romana della Gallia compiuta da Cesare venne a contendere il passo alla conquista germanica. Ariovisio fu sopraffatto non lontano da Belfort. L'occhio acuto del vincitore vide bene che lo scarso sentimento nazionale dei Germani (del tutto assente perchè nomadi) rendeva possibile sfruttarne il braccio ai propri fini. Egli prese al suo servizio schiere di cavalieri germanici e li condusse a guerreggiare contro i Celti e altri nemici dei romani. E perfino romani contro romani nel periodo della guerra civile.

Prima della battaglia di Farsalia (la famosa definitiva battaglia tra Cesare e Pompeo a Tessaglia il 9 agosto del 48 a.C.) essi si ubriacarono del dolce vino greco sino al punto da divenire il sollazzo delle legioni. Ma quando si venne alle mani essi spazzarono via gli squadroni di Pompeo.
Cesare fu il primo romano che arruolò liberi Germani; egli con ciò iniziò un sistema che continuò poi ad essere applicato per secoli e che contribuì in maniera rilevante al disfacimento dell'impero.
E fu pure Cesare quello che fece argine all'avanzata dei Germani e la arrestò, di modo che, poco dopo, al luogo dell'offensiva germanica poté subentrare l'offensiva romana. Egli stesso la iniziò passando due volte il Reno; dopo di lui si ebbe la conquista metodica di Augusto.

Da principio furono occupati il Reno ed il Danubio, poi nell'anno 11 Druso giunse sino al Weser e due anni più tardi avanzò persino fino all'Elba. A Druso seguì suo fratello Tiberio che con le armi e l'accortezza seppe fare dell'interno della Germania una provincia romana, in verità non del tutto assicurata per il momento.
Spostatosi così il confine romano sull'Elba e divenuto assai meno esteso, sembrò che così l'Italia come la Gallia dovessero essere al coperto da nuovi urti provenienti da Nord-Est.
Gli sforzi dei Romani furono assecondati dalla dispersione in cui vivevano le stirpi germaniche, dalle inimicizie regnanti fra di loro e dal ritirarsi dal Reno medio in Boemia dell'unica parte della popolazione germanica che aveva una certa coesione, per quanto imperfetta, la grande lega dei Suebi.

Nelle montagne boeme dense di foreste Marbod, di nazione marcomanno, fondò un potente Stato che rapidamente si estese con le conquiste tutt'intorno e spinse nelle braccia del nemico straniero i vicini minacciati, soprattutto i Cheruschi, dimoranti fra il corso medio del Weser e l'Elba. Tutto pareva andasse bene; numerose legioni stanziate in Germania avrebbero provveduto alla lenta ma sicura romanizzazione del paese. L'uomo cui fu affidato di portare a termine l'assoggettamento pacifico della Germania fu un parente della famiglia imperiale, Quintilio Varo. Rimasto sino allora in funzione nella Siria, egli credette di poter trattare i Germani come i molli Orientali. Ma un fermento latente invase gli animi dei soggetti, un fuoco nascosto che un nobile Cherusco fomentò finchè divampò in fiamma viva.

Egli, Arminio, aveva servito negli eserciti romani, aveva ottenuto la cittadinanza romana e la dignità equestre. In gran segreto egli radunò i suoi seguaci, sorprese Varo con le sue legioni e lo annientò. Di per sé Roma in questa drammatica disfatta non perdette che circa 30.000 uomini, ma l'impressione del disastro fu così enorme che la dominatrice del mondo ritrasse i suoi confini dall'Elba, portandoli nuovamente al Reno e al Danubio. Questi due fiumi, muniti di campi trincerati, costituirono d'ora in poi le linee di difesa di Roma.

qui la cartina gigante della linea del Limes

Si ebbero bensì in seguito altre spedizioni in Germania, soprattutto per opera di Germanico, ma esse servirono più a rivendicare l'onore delle armi e ad intimidire i barbari, che non a scopi di conquista. Vero é che Germanico personalmente nutriva ben diversi progetti quando nell'anno 16 fece entrare su mille navi da ottanta a centomila uomini nell'Ems e sconfisse i Germani occidentali nelle pianure di Idistaviso (Elfenwiese?).
Ma, nonostante i suoi ripetuti successi, fu sempre costretto a tornarsene indietro; maggiori masse di eserciti romani portava in campo, altrettanto maggiori forze spiegava il nemico. I risultati pertanto non bilanciavano le spese e le perdite di uomini che costavano; ed anche nell'ipotesi di un esito finale fortunato, conservare la Germania avrebbe richiesto enormi sacrifici.

Perciò l'imperatore Tiberio, le cui tendenze miravano più ad amministrare bene l'impero che ad ingrandirlo, non volle acconsentire ai progetti ambiziosi di Germanico e lo richiamò (ma alcune persone maligne, dicono perchè invidioso dei suoi successi).

Con ciò fu iniziato fra i due vicini un ordine di rapporti completamente diverso; le ostilità tacquero per un secolo e mezzo e vi si sostituirono i contatti e le relazioni idonee a diffondere l'incivilimento. Abbandonati politicamente a se stessi, i Germani ricaddero ben presto nelle interne discordie. I primi a venire alle mani furono i due principali antagonisti, Arminio e Marbod, e fra loro si svolsero fiere lotte che li portarono entrambi alla rovina. Marbod venne spodestato e si trovò costretto a rifugiarsi presso i Romani, Arminio fu ucciso dai suoi stessi parenti. Il massimo storico dell'epoca imperiale lo ha chiamato il «salvatore della Germania la cui fortuna fu bensì mutevole nelle battaglie, ma che uscì sempre non vinto dalle guerre». Sulla tomba di Arminio si chiuse il primo periodo eroico del popolo germanico. Numerosi sono i monumenti in Germania a lui dedicati.

Seguì un'epoca di attività e di sviluppo interno. Nei numerosi campi romani permanenti sparsi lungo le rive dei fiumi di confine si stabilì una vita regolare ed uniforme. Al soldato successe il colono ed il cittadino; Magonza, Xanten, Colonia e Treveri prosperarono fino a divenire splendide città. Tutt'intorno l'influenza romana oltrepassò il confine e creò sulla sponda destra del Reno una zona neutrale; anche la linea del Danubio cominciò a consolidarsi.
Mentre l'interno della Germania era funestato da lotte fratricide, schiere sempre più numerose dei suoi bellicosi figli affluirono a servire sotto le aquile romane promettitrici di preda e di pericoli e vi formarono speciali corpi sussidiari (auxilia).

Già nei fatti che accompagnarono la caduta della dinastia Giulia i Germani rappresentarono una parte attiva importante; più grave, anzi addirittura pericolosa, fu la loro ingerenza nell'insurrezione dei Batavi che ad opera di Giulio Civile sconvolse negli anni 69-71 d.C. la Gallia settentrionale. A poco a poco i Catti, dimoranti tra il Meno ed il Weser, divennero la nazione germanica più potente. Essi furono quelli che più frequentemente degli altri dimostrarono ostilità contro i Romani e violarono i confini.
L'imperatore Domiziano portò la guerra contro di loro; tuttavia nel complesso può dirsi che la tregua d'armi esistente non fu gravemente turbata. Malgrado ciò nelle foreste germaniche si addensava una tempesta minacciante rovina. La mente profetica di un uomo come Tacito vedeva giusto quando disse che "soltanto la distruzione dei Germani avrebbe potuto metter fine alle guerre e che la loro libertà era più pericolosa della potenza del re dei Parti".
E lo stesso Tacito ci ha lasciato nella sua «Germania» un minuzioso dipinto dei suoi nemici, di valore per noi inestimabile, benché per vero sia difficile controllarne l'esattezza. Vediamo che cosa ci fa conoscere la sua narrazione e che cosa ci rivelano le numerose necropoli.

Muovendo dalle loro sedi originarie del Nord dell'Europa centrale, i Germani avanzarono ad occidente sino al Reno ed oltre Reno, a mezzogiorno sin quasi al Danubio e a sud-est sin nell'odierna Russia. La riva destra del Reno divenne il confine. Diversa fu la sorte delle regioni dense di colline boscose poste attorno alle rive del Neckar; esse fin dalla fine del primo secolo entrarono di fatto a far parte dell'Impero romano. Fu eretto un colossale vallo, il così detto Limes, che si estendeva con linea contrassegnata da una doppia curva dal Reno medio sino al Danubio, da Rheinbrohl sino a Regensburg. Quest'opera gigantesca era probabilmente già stata iniziata da Domiziano e fu compiuta da Adriano o da Marco Aurelio.
Ma all'inizio era costruita in modo diverso da una parte all'altra, e quindi fu fortificata con torri e castelli. Dietro la prima linea di difesa ne esisteva a tratti una seconda. Palizzate e barriere contrassegnavano i varchi del vallo ed erano custodite da uomini armati. Così il Limes con le sue adiacenze serviva contemporaneamente da confine e da baluardo.

Analogo vallo fu costruito nella Brittannia contro gli Scoti e nella regione del basso Danubio. Il territorio difeso dal Limes venne popolato principalmente di veterani e di elementi irrequieti che ricevettero in assegnazione delle terre con l'obbligo di prestar servizio militare e di pagare in parte un canone allo Stato. Perciò la regione prese il nome di territorio soggetto a decima, di agri decumates. Qui vi predominava la civiltà romana e si parlava latino. Anche i popoli germanici stanziati non lungi dai due fiumi di confine subirono la romanizzazione. Cosicchè i numerosi Germani che servivano negli eserciti romani ed i commercianti nei loro viaggi in tutte le direzioni portarono i germi dell'incivilimento romano fino nell'interno della Germania.

I Romani designavano le varie popolazioni dimoranti al di là del confine col nome comune di Germani, nome il cui significato é molto controverso. Verosimilmente esso è di origine celtica ed equivarrebbe ad «uomini che innalzano il grido di battaglia» ovvero a «vicini». La parola tedesco (deutsch) sorse molto più tardi. Non la si incontra prima del IX secolo e divenne d'uso generale soltanto nel XII secolo; essa equivale a «colui che parla la lingua popolare».
Forse con questo nome si chiamava una tribù; ed essendo stati i primi a venire a contatto con i romani, questi da allora chiamarono tutti "germani".

Questi popoli dunque al di fuori venivano considerati come una cosa sola, come una nazione, mentre una antichissima leggenda dimostra che gli stessi Germani avevano una vaga idea di tale comunanza nazionale.
Essa designa come progenitore comune Tuisko, «il Dio nato dalla terra»; da suo figlio Mannus derivarono i tre rami principali delle stirpi germaniche; gli Ingevoni (il gruppo friso-sassone), gli Istevoni (il gruppo franco) e gli Erminoni, cioè gli abitanti del centro della Germania sino al Danubio. Erano questi i Suebi, gli Ermunduri, i Langobardi, i Marcomanni ed altri; molti di essi emigrarono verso il sud provocando così il formarsi di nuove tribù separate e di nuovi nomi, come quelli dei Turingi, Assiani, Alemanni e Bavari.

Sono da aggiungere poi ancora i Germani nord-orientali, Vandali, Burgundi e Goti, più un gruppo meridionale che ci é noto meno di ogni altro, ed uno settentrionale comprendente i Norvegesi, Svedesi e Danesi. Queste popolazioni avevano originariamente fatto parte della grande comunità ariana, se ne erano quindi grado a grado staccate come una massa omogenea, e si erano sempre maggiormente accresciute suddividendosi in una serie di ramificazioni particolari. Pare accertato che da principio esse parlassero la stessa lingua senza diversità di dialetti, che adorassero gli stessi dei, si tramandassero da una generazione all'altra le stesse leggende e vivessero con costumi uguali e con uguale diritto.

Quando una di queste popolazioni abbandonava le proprie sedi per cercarsene delle nuove, caricava sui carri le donne e i fanciulli e tutti i suoi averi, fra i quali portava con se anche buona parte delle sue capanne di tronchi d'albero smontabili. La emigrazione aveva la consuetudine di procedere ordinata militarmente, per genti e centene, suddivisioni di cento, (Hundertschafte), e questa stessa organizzazione si conservava volentieri agli scopi pacifici all'atto dello stanziarsi in una località, in conformità del resto alle vedute di quei popoli presso i quali esercito e popolo erano considerati la stessa cosa.
Quale ultima circoscrizione dello Stato troviamo la centena, il cantone (Gau) composto di comunità di villaggio (Ori) sotto un capo elettivo. Vere e proprie città nella Germania non ne esistevano; si abitava in villaggi, in gruppi di case ovvero isolatamente. Al di sopra della centena si aveva la gente, una determinata popolazione, che talvolta abbracciava l'intero ramo etnico, composta di tutti gli uomini liberi esperti alle armi.
Qui l'organizzazione politica si arrestava, perché mancava una unità superiore. I Germani erano un popolo dotato di scarso sentimento nazionale e per lunghissimo tempo ancora non formarono una nazione unica. A tempo di Cesare le singole genti (civitates) per lo più non avevano capi; in seguito divenne sempre più di regola il contrario. Erano chiamati principi (Fursten), lat. principes; intorno alle facoltà di cui godevano, le opinioni sono assai varie e divergenti. Probabilmente da principio erano giudici supremi, mentre per la guerra veniva eletto un duce (dux, Herzog) seguendo il criterio della capacità personale. Ambedue le funzioni si trovavano riunite nel re, quando esisteva, giacché si avevano genti rette da re e genti cui era ignota la dignità regia.

Accanto a questi regoli si ebbe con Marbod l'apparire del dominatore d'un vasto territorio. Si aveva l'usanza di accompagnare i capi con un seguito (Gefolge, comites, "comitiva" dice Tacito), ed erano uomini che lo circondavano da vicino per conferirgli in pubblico maggiore dignità ed autorità e per difenderlo all'occorrenza.
I Germani conoscevano già la proprietà privata sui mobili, benché non sempre ne facessero gran affidamento. Moneta conoscevano solo quella importata nel loro dal territorio dai romani; negli scambi l'usanza era al pari della Roma antichissima, cioè era sostituita dal bestiame, e probabilmente l'unità di valore era il vitello d'un anno.

Le terre erano tuttora proprietà collettiva; esse venivano distribuite fra i singoli membri della comunità annualmente e con rotazione. Dominava ancora la coltura estensiva e più che altro si seminavano i cereali. La cura della coltivazione incombeva ai vecchi, alle donne ed agli schiavi; i liberi Germani erano e si sentivano cacciatori e guerrieri. La loro principale ricchezza consisteva nel bestiame; bovi, cavalli, maiali e spesso anche oche.
Fra i mobili era compresa pure la casa composta di tronchi, probabilmente in origine sempre costruita sullo stesso tipo. Le capanne, in legname, canna e mota, erano ricoperte di paglia. Nella casa dominava il padre, munito di estesa potestà sulla moglie e sui figli che poteva castigare, vendere ed uccidere.
Egli solo, come vero e proprio membro della gente, godeva della piena capacità giuridica. Questo organismo familiare autonomo nei rapporti interni, si allargava all'esterno nel gruppo gentilizio (Sippe), la parentela, che era collegata da reciproci vincoli di diritti e doveri. Per questa via talora intere popolazioni si presentano come una specie di stati gentilizi.

La struttura interna delle società germaniche non era unitaria; i Germani si suddividevano in quattro classi; libere quelle dei nobili, degli ingenui e dei liberti, priva di libertà quella degli schiavi. L'esistenza di una nobiltà pare si abbia presso tutti i popoli germanici, ed era verosimilmente uno stato personale determinato dalla nascita ed ereditario; peraltro nulla sta a dimostrare per i tempi più antichi che i nobili avessero speciali diritti. La nobiltà era per così dire una gradazione più elevata dello stato di libertà, e la stirpe più nobile era quella del re.
Il nucleo sostanziale di ogni popolo era costituito dalla larga massa degli uomini liberi ordinari, loro compagne inseparabili erano le armi. Accanto a loro stavano gli schiavi sottomessi, che avevano però bisogno di un tutore. Gli schiavi non erano considerati quali semplici cose, come presso i Romani, ma godevano di capacità giuridica; potevano stringere un valido matrimonio e possedere
beni, salvo che la difesa dei loro diritti era imperfetta.

Giuridicamente essi si trovavano nella stessa condizione della moglie e dei figli del capo-casa. Gli uomini liberi si adunavano in assemblee che deliberavano sulle principali questioni interessanti lo Stato tuttora imperfetto, e soprattutto giudicavano e decidevano della guerra. Conseguentemente al carattere seminomade di queste popolazioni il diritto non era territoriale, ma strettamente connesso alla persona; era un diritto di quel determinato popolo, ed esso lo accompagnava nelle sue migrazioni.
Per i delitti si poteva agire in giudizio e farsi ragione da sé, esercitare cioè la vendetta; sembra che l'offeso avesse libertà di scegliere la via che credeva più oppotuna da seguire. Soprattutto per l'omicidio il costume esigeva di non accontentarsi della pena patrimoniale fissata dalla legge, ma reclamava l'esercizio della vendetta, ed essa incombeva a tutto il parentado dell'ucciso.

La giurisdizione spettava al giudice (princeps), la funzione di emettere il giudizio all'assemblea popolare. La procedura era concepita a mo' di un combattimento fra le parti. La prova veniva fornita da «congiuratori», amici e sopra tutto parenti, i quali però non entravano garanti della verità delle affermazioni della parte, ma semplicemente della credibilità della parte stessa.

Inoltre si aveva la prova mediante il giudizio di Dio, col sorteggio o col combattimento. La persona dell'uomo libero era ritenuta inviolabile, e soltanto i sacerdoti potevano mettervi sopra la mano in nome della divinità; al pari della persona era inviolabile la casa, la cui «pace» doveva essere tutelata dallo stesso giudice.

Le razze germaniche erano molte, ma esse avevano tuttavia di comune: occhi celesti pieni di fierezza, capelli biondi, alta statura, sicurezza di sé, ruvidezza ed energia di carattere. Ciò non esclude che già allora si incontrassero a seconda delle razze e per gruppi capigliature più brune accanto alle chiare e corporature più snelle accanto alle possenti.
Nell'indomita natura dei Germani la passione e gli affetti sopraffacevano ancora la pacata ponderazione. Bonari nei rapporti usuali della vita, eran sempre pronti a non mettere freno nell'ira, nella crudeltà e nella cupidigia, a divenir folli nel giuoco. A loro merito consideravano sacra la parola; tuttavia accanto alla fedeltà vigilavano l'astuzia e l'accortezza. Tracotanti nella prospera fortuna si vedevano talora abbattersi, e perdevano fermezza se le sorti erano avverse.

Dominanti nella loro vita erano le tendenze e le imprese guerriere. Nei periodi di pace passavano il tempo alla caccia, o, da veri soldati, nel dolce far niente, mangiando, bevendo e abbandonandosi al sonno. Inclini come erano al bere, le loro baldorie duravano talora giorno e notte. Come d'ordinario tutti i bevitori, essi amavano i canti; volentieri prestavano attento l'orecchio alle rozze melodie del cantore e prima di entrare in battaglia intonavano il barditus.
In fatto di donne si mostravano severi e rigidi sino alla irragionevolezza, ma ciò probabilmente soltanto riguardo alle donne ed alle fanciulle libere per ragioni che si riconnettono alle differenze di classe e alla costituzione gentilizia.
Il costume esigeva per i matrimoni la piena virilità, e teneva molto alla castità dei coniugi; i matrimoni solevano essere allietati da numerosa figliolanza. L'avversione al lavoro casalingo da parte dell'uomo libero faceva ricadere il peso degli affari quasi interamente sulle spalle della donna; inoltre essa con fedeltà indiscussa seguiva il marito persino nella battaglia.

I Germani sono stati quasi gli unici barbari che praticassero la monogamia; solo i maggiorenti fra i nobili talora avevano parecchie donne. Come madre e come compagna della vita la donna godeva di grande autorità; il barbaro guerriero immaginava che essa fosse dotata di uno spirito profetico. La sua anima primitiva sentiva confusamente quanta ricchezza di presentimento e di affetti si celasse nel cuore della donna.

I cibi dei Germani erano semplici e consistevano nei prodotti della caccia e dell'agricoltura. Varia era la foggia di vestire delle varie stirpi, e talora quasi identica per i due sessi. La parte superiore del corpo era coperta da un corto mantello di lana, ed attorno alle gambe portavano brache più o meno lunghe. Presso molte popolazioni le donne portavano lunghe vesti fluttuanti; le preferivano di tela e si adornavano di anelli, fermagli e spilloni.
Naturalmente nelle più rigide contrade nordiche l'abbigliamento era diverso che nelle tiepide regioni vicine al Reno medio. Il distintivo onorifico dell'uomo libero consisteva nel portar lunghi i capelli ed in alcuni paesi essi venivano tirati in su ed intrecciati a nodo sul capo.

Il commercio e l'industria non ebbero che un debole sviluppo perché non esisteva un intermediario del valore come la moneta. Perciò il traffico si riduceva necessariamente alla sola permuta. Seguendo antichissime vie militari l'ambra scese dal Mare del Nord, ed il mercante romano dall'occidente e dal mezzogiorno penetrò in Germania per vendervi monili e oggetti d'uso molto migliori di quelli indigeni. Se finora avevano dominato gli elementi della civiltà detta di la Tène e gli echi di quella del periodo dell' Hallstatt, essi vennero soppiantati ora dagli elementi della civiltà romana, e ciò in misura tanto maggiore quanto più vicini si trovavano i barbari al confine. Dalla fusione della civiltà «la Tène» con quella romana sorsero nuove e caratteristiche forme di incivilimento varie per le singole regioni.

Nel territorio germanico sono state in modo particolarmente frequente ritrovate fibule romane di origine provinciale, per lo più di bronzo, ma anche d'argento e di ferro, spesso graziose e arricchite di leggiadri ornamenti. Furono poi inoltre scoperte monete, statuette, vasi di bronzo e di argilla, ornamenti parietali, forbici, coltelli, perle di vetro, coppe e così via. La preda o i donativi fruttarono ai maggiorenti vasi d'argento, che essi peraltro adoperavano come vasellame ordinario. Queste importazioni furono uno stimolo all'imitazione ed esercitarono una varia influenza sulla tecnica. Alla costruzione dei vasi di argilla si adibì ora la ruota ed essi vennero sottoposti ad attenta cottura; si fabbricarono perle, si svolse il lavoro di incisione sul ferro con intarsiature d'oro e d'argento.


Stupendi lavori di argenteria del periodo augusteo scoperti nel 1868 in Germania a Hildesheim (oggi al Museo di Berlino)

Le spade di quest'epoca sono a due tagli, l'incurvatura degli scudi é di forma conica con aculeo più o meno lungo, le punte delle lance hanno margini molto ben marcati. Tutta questa tecnica presuppone abilità manuale e talora persino un certo impianto per produzione manifatturiera.


Nelle battaglie il nerbo dell'esercito era costituito dalla fanteria che muoveva all'assalto schierandosi a cuneo ovvero una massa distesa su di una ampia fronte, urlando e facendo alto frastuono; i cavalieri erano soliti combattere inframmezzati alla fanteria. Era disonorato chi nella battaglia abbandonava il suo duce. L'armamento era diverso nei vari popoli. Siccome il ferro faceva difetto, l'arma principale presso molti di essi era costituita dall'asta che serviva a caricare ma anche al lancio da lontano. I Germani settentrionali portavano una corta spada dalla forma di coltello, e spesso l'avevano insieme con la lancia. La sinistra reggeva lo scudo dipinto a svariati colori, il cui abbandono sul campo era considerato la massima onta.
Corazza ed elmo erano rari e contrassegnavano abitualmente i nobili, e lo stesso re. Di ulteriori armi si incontrano la spada lunga, la mazza, la fionda, l'arco e le frecce; i primi contatti con i Romani e con i Celti portò non di rado all'adozione delle loro armi. Accanto ai morti nelle tombe si era soliti collocare alcuni oggetti che a loro erano stati cari; per le donne monili, per gli uomini le armi e persino il cavallo di battaglia.

I Germani avevano dei sacerdoti, talora anche delle sacerdotesse, ma presso di loro non esisteva una casta sacerdotale. Tuttavia i "servi" delle divinità godevano di una posizione elevata nella vita pubblica e privata. Erano in uso i vaticini, il trarre le sorti, e i sacrifici di animali. La religione germanica era un culto delle forze naturali, ed era varia presso le singole razze. Accanto alle potenze della luce dispensatrici di prosperità operavano le potenze tenebrose della notte e della distruzione.
Con le forze naturali l'immaginazione di quei popoli creò una bellicosa stirpe di eroi, soggetta ad un oscuro fato. Gli dei guidavano e determinavano l'indirizzo della vita; ad essi si serviva quaggiù in terra e si andava a raggiungerli lassù in cielo dopo la morte. Fra i culti il più diffuso era quello di Wodan (Wuotan, Odino) e di Donar (Thor). Il primo era spesso considerato come il Dio supremo, onnipossente ed onnisciente, da cui dipendeva ogni prosperità e principalmente la vittoria; che proteggeva l'agricoltura e dava le ispirazioni profetiche. Ma accanto alla sapienza ed alla bontà egli celava le tempeste dell'ira; gli appartenevano gli eroi caduti sul campo di battaglia dove spesso faceva risuonare il suo rombo pauroso con tuoni e fulmini.

Molti tratti di affinità con Wodan presenta il dio minore e suo figliolo Donar, quello che comanda alle nubi ed alla pioggia e che in mezzo a tuoni e lampi lancia i suoi cunei sulla terra. Vero e proprio dio della guerra era Ziu (Thyr), cui erano olocausto le vittime umane delle battaglie. Gli abitanti dell'odierno Schleswig-Holstein sembra adorassero la madre degli dei Nerthus, la sacra madreterra, la tutrice della casa e del focolare. Probabilmente ad Helgoland (Heligoland, = heiliges Land, la terra santa) si ergeva uno dei suoi boschi sacri.

A dire di Tacito, i Germani non avevano templi e raffigurazioni degli dei in forma umana, ma dedicavano loro delle foreste. Ma in realtà non furono del tutto estranei a quei popoli gli altari, i simboli degli Dei e persino dei templi di legno; essi adorarono le loro, divinità e le pregarono anche in oscure caverne oppure su dei colli luminosi. Ad ogni modo certamente il culto solenne si svolgeva nelle foreste; nell'antico tedesco infatti il concetto di foresta corrisponde a quello di tempio.

È questa l'immagine di quei popoli che abitavano, sopra una larga estensione, il centro ed il settentrione dell'Europa. Nudi e poveri i biondi fanciulli crescevano a costituire una razza di uomini gagliardi, capace (come vedremo) di mandare in frantumi un impero mondiale e formarsi un nuovo avvenire.

Durante la seconda metà del secondo secolo grandi perturbazioni devono aver scosso l'intera Germania. Si ebbero spostamenti di popoli, vere e proprie emigrazioni, nuovi nomi di nazioni spuntarono e ricominciarono con maggior violenza gli attacchi contro i confini dell'impero romano.
Fra le denominazioni di nuove stirpi apparse le più importanti sono quelle dei Sassoni, press'a poco dimoranti nell'odierno Holstein, degli Alemanni, domiciliati tra l'alto Reno e il Danubio, e dei Franchi attorno al medio e basso Reno. Tuttavia non si tratta di nuovi popoli, ma di nuove combinazioni di popoli. Il nome dei Sassoni deriva verosimilmente dalla loro arma principale, una spada a forma di coltello, il sax, mentre quello dei Franchi é da interpretarsi, come sembra, nel senso di «uomini liberi» e per gli Alemanni le interpretazioni variano; il nome cioè equivarrebbe a «gente derivante da ogni sorta di popoli», o a «veri uomini», ovvero a «consorti del bosco sacro».
Il loro vero e proprio nome nazionale restò come prima quello di Suebi, di Svevi. Sappiamo che alcune popolazioni meridionali, premute alle spalle da altre abitanti più a nord, chiesero di essere accolte nell'impero romano. Questi popoli settentrionali devono essere stati i Goti e i Burgundi che dal Baltico avanzavano verso mezzogiorno. Specialmente la linea del Danubio si trovò in pericolo; per difenderla occorse impiegare la metà delle forze militari dell'impero.

Sotto Marco Aurelio nel 162 si verificò un assalto dei Catti; e poco dopo si posero in agitazione i Marcomanni, che avevano fondato sul Danubio nell'odierna Austria uno Stato abbastanza ordinato, residuo forse del regno di Marbod. Da principio essi schivarono di intraprendere una guerra aperta; ma la pressione continua esercitata dal nord alle loro spalle e lo spuntare di altri popoli ve li trascinarono, e non ultimo fattore, con il contatto con i romani apprendevano come fare la guerra.

Nell'anno 166 i Germani apparvero in campo aperto; con i Marcomanni scesero in lizza Quadi, Catti, Jazigi di stirpe sarmata e forse anche alcune centene di Goti. Le province di confine vennero inondate di barbari, le truppe romane rimasero battute con formidabili perdite con la conseguienza che i passi delle Alpi furono forzati. Aquileia si vide in pericolo sotto il peso di un duro assedio. Passato il primo momento di terrore, Marco Aurelio e Lucio Vero adunarono un esercito e respinsero gli invasori al di là delle Alpi.
Tuttavia la situazione dell'impero continuò ad essere minacciosa. Una terribile pestilenza mieté innumerevoli vittime, scoppiarono sedizioni nell'esercito, le casse dello Stato erano vuote, il morale del pubblico in condizioni disperate. Marco Aurelio tenne fronte tenacemente a tutti i pericoli ed alla fine li superò. Nell'anno 170 egli si sentì forte abbastanza per poter rischiare la sorte delle armi contro i barbari. La lotta durò lunga e penosa sino al 176 e fu vinta in buona parte soltanto grazie alla disunione nemica.
Sul Danubio fortemente ghiacciato si ebbe a sostenere una mischia coi Jazigi, una cavalleria leggera e mobilissima, i Quadi una volta furono sul punto di distruggere l'esercito romano, e ad aumentare le complicazioni i Vandali piombarono dall'est a prender parte alla guerra. Finalmente la resistenza dei barbari fu fiaccata; seguirono accordi di pace, che non furono affatto sempre svantaggiosi ai Germani.

Tuttavia non si ottenne la tranquillità, evidentemente perché si facevano avanti continuamente nuovi rinforzi di barbari dal Nord. Dieci volte Marco Aurelio dovette scendere in campo. Nei riguardi delle province che costituivano i suoi posti avanzati, la Dacia e la Pannonia, l'Ungheria sud-occidentale e la Transilvania, l'impero difettava di un confine naturale.
Perciò Marco Aurelio aveva concepito un grandioso progetto, quello di sottomettere le regioni a nord del Danubio per avere nella catena dei Carpazi e nelle montagne dell'Erzberg e della Foresta di Boemia un argine naturale contro il flusso delle migrazioni germaniche.
Ma prima che il previdente disegno potesse giungere ad esecuzione l'imperatore morì a Vienna, lasciando improvvisamente tutto il peso di questa critica situazione a suo figlio.

Nella colonna di Marco Aurelio sono riportate le sue campagne contro i germani.


La strage dei nobili germani - Dalla Colonna di Marco Aurelio - Roma

"Quale uso faccio dell'anima mia? Io debbo domandare di continuo, esaminando me stesso: che cosa avviene ora in quella parte di me che chiamano organo direttivo? Quale anima ora ospito? Forse quella di un bimbo, di un giovanetto, di una femmina, di un despota, di una bestia da soma, di una belva?". (Marco Aurelio, Ricordi, Libro V-11).

"Io sono nato per governarli, come il toro la mandria, l'ariete il gregge. E' la natura che regge l'universo e, se questo vero, gli esseri inferiori sono nati per i superiori e viceversa." (paragrafo 18 del libro XI di Ricordi)


Saccheggi in un villaggio dei germani -
Dalla Colonna di Marco Aurelio - Roma

"Mi dovetti trasformare in ladrone. In un Paese a proclamare la pace, in un altro a distruggere il suo intero popolo, e in un altro ancora a deportarlo. Ma cos stabilito, eventi preparati da Dio, tutto ordinato dalla natura per mutare e perire, in modo che qualcos'altro prenda il suo posto". (Marco Aurelio, in Vita, 12)

"Per un aspetto gli uomini sono il nostro dovere più prossimo, in quanto sIamo costretti a sopportarli e a far loro del bene. Ma quando interferiscono con le mie proprie azioni, l'uomo diventa per me una cosa indifferente, al pari del sole, del vento o di un animale del campo". (paragrafo 18 del libro XI di Ricordi)

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Commodo non era certo l'uomo capace di proseguire l'opera grandiosa. Dappertutto si anelava la pace. Non fu difficile arrivarvi, ma a condizioni che si prestavano a soddisfare i bisogni dei Germani. Essi ottennero delle terre, in linea di massima in qualità di coloni, nei distretti di confine e poterono così apportare agli eserciti romani il sussidio delle loro forze sovrabbondanti.

Così finì la memorabile guerra Marcomanna che con temporanee interruzioni era durata 15 anni, e seguì una di quelle pause nei movimenti barbarici che si possono ripetutamente osservare in altri casi. La rigida barriera tra barbari e romani cedette per un momento; a torme i biondi figli della foresta accorsero a riempire i vuoti dell'esercito romano, e per di più cominciò già a farsi sentire il progressivo spopolamento dell'impero favorevole agli stranieri. Il governo imperiale si andò indebolendo, le province pervennero a una maggiore indipendenza ed acquistarono sempre più una fisionomia propria. L'unità esteriore dell'impero cominciò ad essere rappresentata più dall'esercito che dal popolo.
Esso nel 193 levò sugli scudi il proprio generale Settimio Severo, che é chiamato il fondatore della monarchia militare. Severo pare abbia compiuto un importante restauro delle strade sul confine germanico e in primo luogo quelle del confine danubiano. Tutto questo a causa dei movimenti minacciosi che si producevano nell'interno della Germania, e infatti nel 213 gli Alemanni si presentarono minacciosi nella Rezia e sotto Caracalla pare certo che anche i Goti nella loro lenta emigrazione verso il sud abbiano raggiunto il Mar Nero.

La situazione divenne addirittura pericolosa sotto Alessandro Severo, allorché irruppero contemporaneamente i Germani del Reno e quelli del Danubio; non si tentò seriamente di contrapporsi a loro con la forza delle armi, ma si usarono invece delle armi l'oro. Le legioni si ammutinarono; Alessandro fu ucciso ed ottenne la porpora Massimino, figlio di padre goto e di madre alana.

Questo barbaro appena salito al trono passò il Reno a Magonza e percorse il confine sino in Pannonia, devastando sistematicamente il territorio nemico. Ma la quiete che si ottenne durò ben poco. Sul Reno medio spuntarono, ardenti di spirito bellicoso, i Franchi, mentre i Goti assoggettavano per una larga estensione le coste settentrionali del Mar Nero e nel 238 passavano il Danubio. Alla prima invasione altre ne seguirono. Nel 248 0 249 il re dei Goti Ostrogoti entrò nel territorio romano, come vuole il racconto leggendario, con 300.000 uomini. Il suo successore Kniwa invase persino la regione balcanica, sconfisse l'imperatore Decio e conquistò Filippopoli con grande spargimento di sangue. Furono adunate masse enormi di truppe contro di lui, ma esse rimasero sconfitte o disperse. A quel punto l'imperatore Gallo si vide costretto a concludere una pace vergognosa che accordò ai Goti libera ritirata con lo smisurato bottino che avevano fatto e obbligò ancora una volta l'impero a pagar loro un annuo tributo, cosa che era sicuramente già avvenuta anche prima.

Allorché una pestilenza desolò le città, orde fresche di barbari irruppero nuovamente, e si diedero al saccheggio, sinché l'avanzata di Emiliano, governatore della Pannonia, lungo la riva sinistra del basso Danubio non li costrinse a volger le spalle. In seguito i generali Aureliano e Probo cercarono di proteggere la linea del fiume, ma tuttavia l'importante regione della Dacia andò e rimase in sostanza perduta.
Respinto da un lato, il flusso gotico si riversò dalla parte del mare. Le coste del Ponto e ben presto anche quelle del Mar Egeo videro con trepidazione apparire le loro flotte. Trapezunto e Pityus furono prese all'assalto, la fiorente Calcedone, l'opulenta Nicea e Nicomedia caddero nelle loro mani quasi senza far resistenza, l'antico e venerato tempio di Diana in Efeso andò in fiamme. La Bitinia, la Frigia e la Cappadocia ebbero gravemente a soffrire e persino la superba Bisanzio vide sotto le sue mura i biondi guerrieri chiomati.

Verso la stessa epoca la fiaccola della guerra divampò ardente in Occidente, giacché negli anni 253 e 256 orde di Germani strariparono dal confine del Reno ed alcune schegge di questa esplosione arrivarono fino alla Spagna e nell'Africa. La Gallia, l'Alta e la Media Italia furono poste a sacco sinché l'imperatore Gallieno restò vittorioso sotto Milano. La signoria romana parve vacillare dalle sue fondamenta. I barbari corsero in lungo e in largo il territorio, la peste infierì dappertutto, i Neo-Persiani spiegarono un poderoso apparato di forze e da ogni parte sorsero usurpatori. Alla fine Postumo ottenne la porpora nella Gallia e riuscì a conservarla. Egli elevò a capitale Colonia, ricacciò indietro i Germani e concluse un accordo coi Franchi, i cui guerrieri ben presto formarono il nerbo delle sue truppe. Ma la Rezia rimase in massima parte nelle mani degli Alemanni, e gli agri decumates furono allora definitivamente sgombrati dalle popolazioni che li avevano sin qui abitati. Ucciso Postumo dalle sue truppe, il flagello ricominciò anche sul basso e medio Reno.

Finalmente si operò un mutamento nelle sosti dell'impero e questo fu dovuto al valore degli imperatori illirici. Masse enormi di Goti e di altri Germani, probabilmente in cerca di terre, invasero nel 268 la penisola balcanica, ma Claudio II le annientò dalla radice presso Naisso nella valle della Morava. Pieno d'orgoglio l'imperatore annunziò con termini pomposi: «Abbiamo distrutto 320.000 Goti e 2000 navi, i fiumi e le coste sono coperti di scudi, di spade e di lance, e sui campi il terreno resta nascosto dalla copia dei cadaveri».
Claudio assunse il soprannome di «Gotico». Quando egli morì di peste, le legioni levarono sugli scudi il loro più valente generale, Aureliano, classico tipo di soldato, rigido ed impetuoso. Era riservato a lui di consolidare all'interno l'impero e di metterlo al sicuro all'esterno. Egli combatté in Pannonia una formidabile battaglia durata sino a notte inoltrata, poi respinse i Jutungi di stirpe alemanna fuori dei confini, costrinse i Vandali domiciliati nella Dacia a fornire cavalieri all'esercito romano, ma non lontano da Piacenza venne sorpreso e battuto dagli Alemanni e Marcomanni che avevano invaso l'Italia.

Solo con la perseveranza tenace egli riuscì a costringere il nemico alla ritirata e circondò Roma di una nuova cinta di mura. Aureliano fu instancabile nella sua operosità e tale rimase; ma alla fine del 275 cadde assassinato. Il Reno, più una certa estensione di terra oltre fiume di incerto possesso, insieme coi Danubio costituirono nuovamente i confini dell'impero. Fu creato un sistema di difese, fra cui è compresa anche la definitiva rinunzia alla Dacia.
Si era appena sparsa la notizia della morte del temuto Aureliano che i popoli del Reno irruppero ad infestare la Gallia. Incontro a loro si fece l'imperatore Probo e li ricacciò indietro. Egli incorporò nuovamente all'impero gli agri decumates stanziandovi le guarnigioni dei castelli di confine e costringendo gli Alemanni che avevano presa dimora nel paese a riconoscere l'alta sovranità romana ed a prestare truppe ausiliarie.
Trattati simili li concluse anche con i Franchi, Goti ed altri popoli barbari. Sul Reno e sul Danubio incrociarono navi da guerra romane. Oltre alle trattative fu messa in opera la forza delle armi. Furono ottenute vittorie sui Franchi, sui Vandali e sui Burgundi, che si presentano qui per la prima volta. Sembra che Probo abbia abbozzato l'esecuzione di una grandiosa opera di difesa il cui piano consisteva nel mettere i castelli ed il vallo in grado di resistere agli assalti, di curarne ordinatamente il buon assetto e il vettovagliamento e di frapporre tra l'impero e le masse germaniche rumoreggianti di continuo un ostacolo intermedio.

Questo ostacolo doveva essere costituito da stirpi barbare incorporate all'impero od alleate, le quali inoltre dovevano rinforzare l'esercito. Con tale sistema si raggiungeva certamente un maggior grado di capacità a resistere, ma é anche vero che l'esercito veniva sempre più barbarizzato. Dopo Marco Aurelio, Probo é stato il più importante organizzatore dei confini dell'impero romano. Ma mentre era dedicato a tale lavoro e fortificava Sirmio egli fu ucciso dai soldati in rivolta.

Il periodo degli stretti contatti con i Romani aveva esercitato uniformemente la sua influenza sui Germani. Fra i Goti si era costituita una monarchia di carattere militare senza peraltro ridurre il popolo a prendere vere e proprie sedi fisse. Diversamente gli Alemanni ed i Franchi, stretti fra l'impero romano da un lato e i Germani dell'interno dall'altro, essi furono costretti per necessità a darsi all'agricoltura ed all'industria per poter vivere.

Ma accanto all'agricoltore si sviluppò tuttavia una gioventù non sedentaria e piuttosto bellicosa che facilmente si scatenava dandosi a scorrerie in cerca di bottino. Il primitivo popolo germanico aveva assaporato il fascino dell'oro e vi si abbandonò con la passione sfrenata propria del barbaro.
La morte del temuto imperatore Probo provocò un nuovo attacco dei Franchi ed Alemanni; in esso il limes andò perduto per Roma ed a mano a mano il confine si trasportò all'alto Reno ed al lago di Costanza. Probabilmente questo movimento fu il contraccolpo di un'altra mossa operata dai Burgundi alle spalle e sul fianco degli Alemanni.

A capo dell'impero si trovava Diocleziano, il quale non essendo più, in grado di tener testa da solo alle difficoltà sorgenti da ogni parte, elevò alla dignità di Cesare il suo antico compagno d'armi Massimiliano e lo investi della potestà imperiale sulla Gallia e le province occidentali. Questi riuscì ad indurre a deporre le armi i contadini celtici sollevatisi, i Bagaudi, e in parte a distruggere e scacciare i Burgundi: anche alcune orde di Eruli e Caiboni che l'inesauribile Germania settentrionale aveva riversato verso occidente rimasero annientati ad opera di Diocleziano. Ciononostante l'agitazione non cessò sul Reno. Massimiliano fece una puntata oltre il fiume, che venne appoggiata da una contemporanea mossa di Diocleziano dal sud, dalla Rezia.

Questa doppia campagna pare sia stata efficace, perché d'ora in avanti i barbari si mostrarono visibilmente più timorosi di aggredire Roma, mentre invece si diedero a farsi guerra tra loro. In compenso l'impero si vide funestato da un'altra parte, dal lato cioè del mare, dove Franchi e Sassoni spinsero le loro scorrerie fino in Brettagna e trovarono un alleato nel menapio Carausio il quale dominava da vero re il mare, estendendo i suoi saccheggi fin nella Spagna.

Nel frattempo gli Alemanni ed i Franchi cominciarono ad avanzare ininterrottamente lungo il Reno, non però da nemici, ma come agricoltori domiciliati sulle terre che man mano occupavano. Nel IV secolo essi già ci si presentano in vere e proprie masse stanziati sul lato sinistro del fiume, mentre i Sassoni si inoltrarono a prendere possesso dei cantoni abbandonati dai Franchi.
Per alleviare il proprio peso Diocleziano istituì due ulteriori suddivisioni dell'impero ed a capo della Gallia e della Spagna fu posto Costanzio Cloro. Questi vinse Carausio e i suoi alleati a Boulogne e condusse le legioni fin presso le foci del Reno, senza comuqnue poter concluder molto; canzi alla fine non seppe cavarsi d'impaccio, se non stanziando dei Franchi in alcune contrade spopolate della Gallia settentrionale.
Gli Alemanni sconfissero a Langres il "Cesare", il quale però riprese immediatamente la battaglia e finì per cogliere lui la vittoria. Sessantamila barbari sarebbero rimasti sul campo di battaglia. Una nuova vittoria egli riportò poi, come pare, a Windisch sull'Aar, e ne trasse vantaggio per condurre il suo esercito oltre Reno fino a Gunsburg.
Un grosso esercito di Germani venne distrutto sopra un'isola del Reno, e nel 306 egli riuscì a sottomettere il successore di Carausio ed a metter fine ai saccheggi delle coste. I successi ottenuti furono così rilevanti che si poterono ripristinare i confini e si poté penetrare nel territorio ove era il Limes ed imporvi persino una specie di alta sovranità.

Fu questo l'ultimo tentativo di riacquisto dei possedimenti perduti. Intorno agli avvenimenti svoltisi nelle regioni danubiane siamo poco informati; tuttavia si può comprendere che neppure esse furono risparmiate da temerarie lotte. Nel luglio 306 morì ad Eboracum (York) Costanzio Cloro, uno dei più additati vincitori dei Germani. L'esercito acclamò imperatore suo figlio Costantino, e si dice che abbia dato la cooperazione principale un re alemanno, Croco.

Costantino legittimò la sua assunzione al trono sui campi di battaglia contro i Germani. Egli prese prigioniera un'orda di Franchi invasori e fece gettare ain un recinto di leoni e tigri a Treveri i loro re. Ed allorché i Franchi e gli Alemanni, probabilmente esasperati per questo fatto, fecero lega fra di loro, ma Costantino passò il Meno alle loro spalle e devastò spietatamente su una vasta estensione tutto il territorio. Il suo contegno inesorabile fu coronato da successo, tanto più che egli lo accompagnò con la massima intensificazione delle sue forze militari e con una efficacissima tutela dei confini.

Presso Colonia si vide persino sorgere l'opera grandiosa di un ponte di pietra sul Reno, mentre gli agri decumates vennero abbandonati. Tutt'intorno all'impero si stendeva una cintura incrollabile, che fu ulteriormente consolidata dall'esterno con trattati e con l'opera dell'oro e della politica.

L'irrequieto bisogno di attività dei Germani che non si era potuto sfogare contro Roma, fece affluire alle legioni un numero straordinario di figli della foresta. Furono principalmente essi che resero possibile la vittoria del loro duce e con ciò il ristabilimento dell'unità dell'impero.
I loro fratelli della riva sinistra del Reno sembra siano stati cacciati o ridotti in condizione di sudditi tenuti al servizio militare. Ripetutamente i Germani liberi tentarono di trar profitto dalle vicende delle guerre intestine dell'impero; ma invano; essi vennero sopraffatti e puniti con feroce crudeltà; e la stessa sorte toccò ai Franchi, ai Goti ed ai Sarmati fra i popoli non di razza germanica.

Non vi era altro mezzo che il terrore per domare questa gente, poiché i tempi erano ferrei. Sui confini ben custoditi regnò sì la quiete ma sembrava la quiete di un cimitero. La mente di Costantino ebbe la misteriosa forza di atterrire i barbari e contemporaneamente attrarli a sé ed utilizzarli come soldati romani. Se Probo aveva cercato di far argine ai Germani con gli stessi Germani, Costantino adottò il sistema più sicuro di servirsi a tale scopo proprio delle forze militari germaniche. Eppure così facendo minò dalla radice la potenza militare dell'impero. Quegli stessi uomini che portavano lo scudo e la lancia al soldo di Roma cominciarono a salire alle più alte dignità e da ultimo osarono stendere la mano anche sulla porpora.

Tuttavia all'inizio, l'opera di Costantino ebbe efficacia così energica che per lo spazio di tredici anni tutto rimase tranquillo. Soltanto sotto Costante si ebbe una nuova irruzione dei Franchi e, come pare, anche degli Alemanni. Ma essa fallì; il ferreo cerchio difensivo resistette alla prova ed avrebbe continuato probabilmente a far buona prova se solo l'impero fosse rimasto solido internamente. Ma é appunto questo che non avvenne.

Costante cadde ad opera del suo generale Magnenzio, il figlio di un prigioniero germanico, che assunse egli stesso il titolo imperiale. Masse di suoi connazionali affluirono in suo appoggio. Egli aprì con un esercito gallo-germanico la guerra contro Costanzo II, una guerra che aveva quasi l'aspetto di una lotta fra Germani e Romani. A Mursa sulla Drava la tattica e l'armamento migliore delle milizie di Costanzo riuscirono vittoriosi dell'impeto nordico. Inoltre l'imperatore Costanzo aveva fatto prendere il nemico alle spalle da orde di Alemanni e Franchi allettate dall'oro romano a passare il Reno.
L'idea di una grande comunione di interessi perdurava ancora a rimanere estranea alla coscienza germanica. Vero é che anche lo spirito nazionale romano era di molto scaduto, come fa prova l'atto stesso di Costanzo, giacché gli alleati che proprio lui aveva chiamati in aiuto non poté più toglierseli d'intorno.
I Germani che avevano fatto irruzione dietro suo invito non vollero più sgombrare i paesi occupati e perfino difendendoli con la forza delle armi. Invano il valoroso Silvano si batté contro i Franchi, egli, un Franco, contro i suoi fratelli; venuto in sospetto, egli cadde sotto una mano prezzolata da Costanzo. Immediatamente i guerrieri franchi strariparono in gran quantità dalla Marna e dalla Senna, mentre alle loro spalle la popolazione degli agricoltori germanici lentamente si spostava verso occidente.
Colonia andò perduta, le barriere di Costantino caddero. Costanzo non si sentì più in grado di far fronte alla situazione ed elevò alla dignità di Cesare il giovane Giuliano, con l'incarico di riconquistare la sponda del Reno.

Coraggiosamente questo giovane inesperto attraversò le linee nemiche, si unì a Reims con le legioni che vi erano concentrate, si gettò su Colonia e la riconquistò con un rapido colpo di mano. La campagna successiva fu diretta contro gli Alemanni sulla sinistra del Reno. Prudentemente egli restaurò le trincee dei Vosgi ed appoggiandosi ad esse entrò nell'anno 357 nell'Alisat - l'Alsazia - «la nuova patria » - già occupata allora dagli Alemanni.
Il popolo minacciato radunò presso Strasburgo un esercito di 35.000 uomini capitanato dal re guerriero sperimentato Cnodomar. Là si svolse una terribile battaglia che rimase a lungo indecisa finché il fermo ordine delle truppe romane e l'efficacia del calmo Giuliano ruppe la furia disordinata dei barbari.

I fuggiaschi rimasero ingoiati dal Reno. Giuliano trasse subito profitto dalla vittoria, si recò a Magonza e qui passò il ponte del Reno. Ma ben presto gli andò incontro un nuovo esercito alemanno. Il Cesare evitò una seconda battaglia decisiva e si limitò a devastare sistematicamente il paese finché gli abitanti sconvolti da tante distruzioni, implorarono la pace e la ottennero.
Ed era tempo, perché frattanto schiere di Franchi avevano varcato il basso Reno ed era necessario provvedere a domare anche costoro.

Contemporaneamente Costanzo guerreggia con i Quadi, Suebi, Sarmati e Jutungi. Come si vede tutti i popoli attorno ai confini erano divenuti irrequieti. Ed ora essi si proposero di compiere una impresa su vasta scala, cui dovevano cooperare i contingenti di varie stirpi. Ma Giuliano li prevenne, soggiogò dapprima i Germani della riva sinistra del basso Reno e poi avanzò risalendo il corso del fiume e costrinse l'uno dopo l'altro i re alemanni a riconoscere la signoria romana. Nel fare ciò, evitò la possibilità di ricorrere a battaglie campali e cercò piuttosto di ottenere il suo scopo con le devastazioni e il terrore.
Nel frattempo Costanzo aveva dovuto lottare coi Quadi ed i Sarmati. Sul Reno la guerra continuò ancora nel 359 e nel 360 soprattutto contro gli ostinati Alemanni. In questa occasione Giuliano arrivò fino al Limes che si era trasformato in linea di confine tra gli Alemanni ed i Burgundi.

Dovunque le condizioni di pace da lui imposte sembra siano state le seguenti; restituzione dei prigionieri romani che evidentemente dovevano essere numerosi; alleanza con l'impero con l'obbligo di prestar milizie ausiliarie e di respingere gli assalti dei Germani dimoranti alle spalle dei popoli in questione; in compenso Roma avrebbe fatto agli alleati dei donativi annui. A somiglianza di Probo, Giuliano creò una zona di difesa germanica cha era sostenuta alle spalle dalle fortificazioni, restaurate e aumentate.

Però dopo ciò egli venne a rottura con Costanzo. Allorché il Cesare fu in procinto di scendere in campo contro l'Angusto, quest'ultimo ripeté, il gioco fatto prima verso Magnenzio; gli aizzò contro, vale a dire, i Germani del Reno, e anzitutto una parte degli Alemanni.
Ma Giuliano li vinse li domò e poi si mise in marcia verso l'Oriente. La sorte arrise alla sua iniziativa coraggiosa; prima che si venisse alle armi Costanzo morì e il suo esercito riconobbe imperatore il suo antagonista. Giuliano non rivide più l'Occidente, ma cadde guerreggiando contro i Persiani.

I Germani del Reno avevano fatto su lui una impressione tale ch'egli soleva volentieri dire: «date ascolto a me cui hanno dato ascolto gli Alemanni e i Franchi». Al contrario egli aveva poca stima dei Goti e, come ben presto doveva apparire palese, non aveva del tutto torto. Evidentemente gli ostinati tentativi di spingersi in avanti dei Germani residenti ai confini si concatenavano con avvenimenti che si svolgevano alle loro spalle; e infatti essi si dimostrarono una specie di necessità naturale ormai ineluttabile.
I Franchi erano sospinti dai Sassoni, gli Alemanni dai Burgundi. Per le regioni del medio Danubio abbiamo notizia che i Jazigi (Sarmati) si videro compressi e molestati da popolazioni scite, probabilmente Goti, in modo tale che furono costretti ad armare perfino i loro servi. Anche i Sassoni si sentirono così soffocati che riversarono uno dei popoli del loro gruppo, i Cauci, sulle isole batave della foce del Reno che occuparono dopo aspre lotte con i Franchi per fondersi poi più tardi con i loro nemici e con i Batavi fortemente romanizzati a formare la tribù dei Franchi Salii.

Giuliano ebbe un degno successore in Valentiniano, uomo pratico e calcolatore, il quale prese una attitudine di sfida. Invece del donativo annuo quale era stato concesso da Giuliano egli ne fece consegnare agli Alemanni uno di minor valore. Ma i barbari lo scaraventarono a terra e scesero in campo per sostenere con la spada il loro diritto.
Nel 367 si venne ad una sanguinosa battaglia nella quale le linee romane rimasero sfondate dai cunei formati dal nemico. Erano peraltro quasi esclusivamente Germani, che combattevano pro e contro Roma. I vincitori inondarono e percorsero su vasta scala il paese finché il magister militum Giovino riuscì col sacrificio di molto sangue a ricacciarli indietro.

Verso la stessa epoca Valente passò il Danubio sopra un ponte di barche e devastò il territorio dei Goti, ripetendo la stessa spedizione nei due anni successivi, senza incontrare una eccessiva resistenza. I Goti mandarono messi per chieder pace e questa alla fine fu loro accordata; fu il re Atanarico che in un convegno con l'imperatore sopra un'isola del Danubio riuscì a firmarla.
Si guerreggiò anche in Britannia; qui vi approdarono Franchi e Sassoni, cui si contrapposero Batavi ed Eruli. Tuttavia ora come in precedenza il massimo pericolo minacciava dalla parte del Reno, dove gli Alemanni avevano persino assalito di sorpresa l'importante città di Magonza.

Nel 368 Valentiniano radunò un forte esercito col quale invase il territorio alemanno posto sulla destra del Reno e presso un borgo denominato Solicinum sconfisse il nemico dopo viva resistenza. I risultati della battaglia devono aver lasciato a desiderare, perché l'imperatore si ritirò a Treveri. Egli si era persuaso che simili campagne erano pericolose e che la miglior difesa era sempre una solida fortificazione della linea del Reno. Perciò riprese su vasta scala l'opera dei suo predecessore, senza peraltro riuscire a farla procedere indisturbata.

Nel frattempo era spuntato un altro flagello: i Sassoni. Improvvisamente essi comparvero sulle coste, penetrarono molto all'interno e dopo aver saccheggiate paesi e città, se ne ritornarono carichi di bottino alle loro navi prima che le truppe romane avessero la possibilità di raggiungerli.

l nemico principale dell'impero era il re alemanno Macriano. L'imperatore prima incitò contro di lui e gli spinse addosso i Burgundi, poi tentò egli stesso di prenderlo prigioniero a Wiesbaden e da ultimo gli scatenò contro i suoi stessi connazionali. Tutto invano. Le cose si trascinarono a lungo, in complesso con la peggio degli Alemanni, finché un avvenimento verificatosi sul medio Danubio cambiò inaspettatamente la situazione. Qui il re dei Quadi Gabinio era stato fatto assassinare dai Romani. Questa azione scellerata fece scoppiare l'ira che i popoli di confine già da lungo tempo covavano a causa delle continue prepotenze dell'imperatore. Quadi e Sarmati si coalizzarono e irruppero nel territorio romano vicino inondandolo dei loro guerrieri. Lo spavento fu enorme; due validissime legioni rimasero distrutte; soltanto l'opera energica ed attiva del giovane Teodosio, l'inverno e l'avvicinarsi minaccioso di Valentiniano indussero i barbari a ripassare il fiume.
Per aver le mani libere contro di loro, l'imperatore concluse un accordo con Macriano. Durante tutto questo tempo i Franchi, ordinariamente così pericolosi, erano rimasti tranquilli, evidentemente in seguito al trattato d'alleanza stretto con Giuliano che aveva portato denaro nel loro paese ed aveva fatto accorrere i guerrieri franchi alle sue legioni. Anzi i Franchi divennero un vero sostegno dell'impero in decadenza.
Infatti il valente condottiero franco Mellobaudo, volgendosi contro il re alemanno Macriano questo non solo subì una sconfitta ma vi trovò anche la morte.

Dopo aver provveduto così a coprirsi le spalle, Valentiniano si affrettò a recarsi nell'Illiria, stabilì nell'importante città di Carnutum un campo al riparo da sorprese con una grande quantità di approvvigionamenti e poi passò presso Alt-Ofen il Danubio sopra un ponte di barche. Il nemico si ritrasse indietro, onde non rimase a Valentiniano che devastare il paese e rafforzare i trinceramenti della linea del fiume. Anche questa volta la provata tenacia dell'imperatore prometteva un buon risultato finale, quando egli morì a Bregetio colpito d'apoplessia.

Probo, Costantino, Giuliano e Valentiniano furono i grandi organizzatori della difesa dei confini del basso impero. Probo tentò di costruire un baluardo valido incorporando all'impero popoli Germanici adiacenti ai confini ed alleati germanici; Costantino cercò di provvedere alla difesa portando al massimo possibile la potenza militare romana vera e propria, Giuliano e Valentiniano combinarono l'uno e l'altro metodo.
Alla fine del nostro periodo storico la linea del Reno e la linea del Danubio si trovavano completamente in mano dei Romani, salvo che gli Alemanni arrivavano sino al lago di Costanza avendo l'Iller per confine orientale. Inoltre le fortificazioni spesso si estendevano sull'altra sponda dei menzionati fiumi, e a loro volta lungo l'intera linea, ma soprattutto sul Reno, molti Germani domiciliati al di là dei fiumi erano stati incorporati all'impero.

Se un tempo lo Stato romano era stato sul punto di rimanere scompaginato da ogni lato, col sorgere invece degli imperatori illirici esso si pose in grado di dar prova di una efficienza tale che i Germani furono costretti a ridursi quasi del tutto alla difensiva, come specialmente si vide chiaro sotto Valentiniano. Una doppia cinta proteggeva il paese: anzitutto una zona militare composta di popoli federati e in seconda linea il poderoso esercito romano con le sue legioni, le sue navi e le sue fortificazioni. L'avvenire sembrava assicurato per lungo tempo.

D'un tratto però risuonarono lontano nell'Oriente europeo le unghie dei cavalli. Un popolo sinora sconosciuto, uscito dalle steppe, arrivò a briglia sciolta sulle scene del mondo: erano gli Unni.

L'epoca imperiale fu un periodo di decisiva importanza per l'evoluzione dei popoli germanici, poiché in essa avvenne il loro mutamento di sedi e la penetrazione fra di essi dell'influenza civilizzatrice romana. La massima trasformazione subirono naturalmente i popoli accolti entro il territorio dell'impero. Essi si romanizzarono talora rapidamente, talora più lentamente, talora più o meno, ma in complesso tuttavia quasi completamente. Propriamente i soli Franchi fermarono le loro sedi in suolo germanico sulle sponde della Schelda, e gli Anglosassoni anch'essi conservarono il loro carattere nazionale.
Del resto l'influenza romana si estese anche nell'interno della Germania in misura decrescente con l'aumento della distanza. Nella Scandinavia essa cessò quasi del tutto. Fra i popoli domiciliati nell'impero l'elemento che si rivelò tuttora per più lungo tempo come egida del germanismo fu, non lo spirito di nazionalità, ma la comunanza di fede religiosa; i neo-latini erano cattolici, i Germani invece pagani ovvero ariani. Soprattutto questa circostanza impedì i matrimoni reciproci; e solo allorché la chiesa cattolica ebbe conquistato anche i Germani le reciproche unioni furono ammesse.

Con ciò cadde l'ultima barriera che ostacolava la fusione delle due masse di popoli e si rese passibile il sorgere di quelle nazionalità che noi chiamiamo neo-latine. Il massimo profitto da questi mutamenti fu tratto dai capi delle popolazioni germaniche. In origine il loro potere, in tutto ciò che eccedeva i rapporti col proprio popolo, ebbe la figura di una delegazione della potestà imperiale; essi legalmente lo esercitarono col consenso dell'imperatore. Ma l'impero andò in sfacelo, e ciò pose capo alla fusione nella stessa persona delle due dignità, la dignità imperiale e della dignità regia germanica. Naturalmente non furono risparmiati ai Germani i mali che accompagnarono lo splendore dell'impero decadente.

Cosa valeva mai la casta unione con una sola donna, quando tutt'intorno bellezze compiacenti non aspettavano che le gioie del piacere? Così l'antica purità dei costumi germanici si tramutò non di rado in depravazione ed immoralità che non si segnala se non per un certo carattere di grandezza e di forza.
È a deplorarsi poi che il ceto laico germanico non abbia dato alcuna prova di attività e di produttività letteraria e che in questo campo tutto sia stato fatto da neo-latini e talora persino soltanto da ecclesiastici di questa nazionalità, la cui capacità neppur da vicino eguagliava l'importanza degli argomenti che dovevano trattare.
Quella formidabile lotta fra l'antico ed il nuovo, tra il romanesimo ed il germanesimo, tra il paganesimo e il Cristianesimo, tutta quell'epoca di passioni elementari, densa di grandi caratteri, di insaziabili attività in contrasto con un processo di esaurimento e di dissoluzione, tutto ciò si sottrae all'occhio che voglia indagarlo ovvero si presenta poco distinto nei suoi contorni e nel suo colorito; in suo luogo non si ebbero che le produzioni degli smunti eroi dell'ascesi, anelanti alle gioie celesti ed ostili alle cose del mondo, con i loro miracoli schematici e con le loro lamentazioni contro il mondo e le sue gioie.

Quanto abbiamo perduto ce lo mostrano il frammento del canto di Waltari, il Beowulf, i proverbi di Merseburg e per i tempi remotissimi l'Edda, le saghe nordiche, i Nibelunghi, Gudrun ed i versi di Walther von der Vogelweide, che si presentano: tutti come figure finite eppure presuppongono una lunga preistoria.

Comunque sia, l'ingresso (e chiamiamole pure "invasioni") dei Germani nella civiltà romano-cristiana fu il punto di partenza di una nuova esistenza politica, di una trasformazione del mondo.

sotto la cartina gigante della migrazione dei germani

Nel successivo capitolo parleremo proprio di queste invasioni
mentre sui Germani ritornereno più avanti con un capitolo sulla loro civiltà


LE INVASIONI BARBARICHE > >

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