54. LA DOMINAZIONE DEI VANDALI IN AFRICA

 

Nessun popolo germanico fu meno accessibile dei Vandali alla civiltà romana. Un secolo e più di convivenza con i Romani e Bizantini, non era bastato perchè essi desistessero dalla loro antica ferocia, nè li aveva spinti a tentare un ravvicinamento coi vinti.

Al carattere incostante ed impetuoso dei Vandali corrisponde la loro storia. Sotto il cocente sole africano essi furono tra i barbari quelli che più rapidamente politicamente si svilupparono, ma anche i primi a decadere e a soccombere. La provincia romana d'Africa che avevano trovata al loro arrivo, era fertile e popolosa, era un centro di fiorente civiltà, quasi un giardino del mondo, che provvedeva una gran parte dei mercati del Mediterraneo di legumi, frutta e grano. Il grano rendeva sino a 150 volte la semente; al tempo di Nerone vennero mandate in dono all'imperatore 360 spighe nate da un solo chicco di grano. La vite dava doppio raccolto. La capitale Cartagine per estensione poteva quasi gareggiare con Roma; essa contava circa un milione di abitanti. Tutto il paese era coperto da una fitta rete di città; esso aveva quasi 600 vescovadi. Le arti avevano ottenuto un poderoso sviluppo, e così pure vi fiorì copiosamente la letteratura ecclesiastica. Le prime raggiunsero il loro apogeo in alcune opere della decadenza, la seconda negli scritti di S. Agostino.

Accanto ai provinciali romani e romanizzati si era conservata in vita l'antica popolazione indigena; ma essa a poco a poco si sottomise all'influenza dell'impero ed alla spada degli eserciti stanziati permanentemente nel paese. Non così nella Mauretania (Marocco). Qui l'influenza ed il predominio romano rimase in sostanza limitato alle coste ed alle città, nè l'impero aveva abbastanza forza per far argine ad un attacco veramente valido che fosse venuto da questa parte.

E di qui appunto venne ad opera dei Vandali, come abbiamo già visto, e per di più si abbatté sulle province africane in un'epoca in cui le competizioni tra Ezio e Bonifazio impedirono che l'impero potesse spiegare contro gli invasori tutta la sua potenzialità militare.
Il trattato di pace del 435 assicurò ai Vandali il possesso delle conquiste fatte fino allora; dopo questo si impadronirono di Cartagine e ne fecero la capitale del nuovo regno. Insofferenti alla quiete e avidi di preda i vincitori percorsero il mare Mediterraneo in lungo e in largo con le loro flotte; fino al punto che Genserico divenne signore dell'Africa dai confini della Cirenaica alle colonne d'Ercole, della Sicilia, Sardegna, Corsica e delle Baleari.

Il regno dei Vandali salì al grado di grande potenza mediterranea ed il suo re pose persino gli occhi sull'Italia. Di fronte al pericolo l'Oriente e l'Occidente si allearono per combatterlo in comune e minacciarono Cartagine con una numerosa flotta. Ma Genserico la sorprese e la distrusse in un assalto notturno.
Se non che il re cominciò ad invecchiare e la vigoria dei Vandali rapidamente ad infiacchirsi.
Nell'anno 474 fu conclusa con l'imperatore d'Oriente la così detta pace perpetua, ed anche con l'ultimo imperatore d'Occidente e con Odoacre Genserico strinse un accordo. Poco dopo, nel gennaio 477, Genserico morì in
età assai avanzata, dopo circa quarantacinque anni di regno.
Non conosciamo il suo anno di nascita, ma se facciamo alcune considerazioni, se era partito dalla Spagna giÓ come capo dei Vandali, si presume che avesse allora 25-30 anni, quindi dovrebbe essere morto all'etÓ venerabile di circa 75-80 anni.
Dopo Teodorico, il re degli Ostrogoti, egli fu giudicato il più gran re germanico della prima epoca barbarica. Entrambi infatti furono personalità spiccate come guerrieri e fondatori di Stati, come principi, legislatori e amministratori.

La massa dei Vandali e degli altri Germani che li accompagnavano e con essi poi si fusero, si afferma che al momento dello sbarco in Africa ammontasse ad 80.000 uomini; ma poi aumentò fino a 200.000, numero che potrebbe sembrare consistente, tuttavia era piuttosto scarso in proporzione alla vastità del dominio vandalico che via via fu creato da Genserico nei quattro decenni.
A capo dello Stato si trovava il re, nelle cui mani, in seguito alla riunione nella sua persona dei diritti che gli spettavano come re germanico e dei diritti come successore degli imperatori romani, era venuta a concentrarsi la quasi assoluta totalità dei poteri. Genserico aveva fiaccato e privato di ogni potere la vecchia nobiltà di sangue che prima era molto influente ed aveva affidato l'amministrazione, l'esercizio delle funzioni giudiziarie ed i comandi militari ad una nuova aristocrazia, una aristocrazia degli uffici pubblici tratta dalla massa di uomini che si era portato dietro ma in seguito, anche a semplici uomini liberi.

Del resto gli ordinamenti e le istituzioni romane trovate nel paese furono grossolanamente conservati, persino le poste e i corrieri. Ma per rendere assoluta ed illimitata l'autorità regia Genserico privò il suo popolo del diritto di procedere all'elezione del successore al trono e stabilì il sistema del seniorato, cioè che la corona dovesse sempre trasmettersi al membro più anziano della famiglia reale. Fu questo un gravissimo errore, la famiglia a cui lasciò in eredità il grande regno, composta da inetti figli e nipoti - non di sicuro con le sue eccezionali qualità di condottiero ma egoisti e individualisti e quindi in continua discordia - ben presto misero fine al regno vandalico.

Per un certo periodo di tempo - vivo Genserico - lo Stato vandalico fu il più ricco ed il più forte dei nuovi regni fondati dai barbari. I vincitori si intesero con i provinciali e si adattarono alla loro civiltà superiore; i provinciali erano contenti di un governo che garantiva loro tranquillità e benessere senza opprimerli troppo. Inoltre viste le grandi qualità guerriere del loro sovrano, e per di più lontani dai grandi focolai guerreschi e con in mezzo il mare, una certa dose di tranquillità era abbastanza diffusa.

Tutto sembrava promettere un lungo avvenire prospero e felice; eppure lo splendido edificio era invece costruito sulla sabbia africana.
Dopo la morte di Genserico salì al trono il maggiore dei suoi figli, Unerico (477-84) uomo di corte vedute e di indole violenta, il quale instaurò una fiera lotta contro i cattolici. Il regno così da lui ridotto in condizioni disastrose passò a Guntamundo e poi a Trasamundo (496-523), il quale ultimo seppe un'altra volta risollevare per breve tempo lo Stato ad un certo grado di potenza alleandosi con gli Ostrogoti. Egli sposò la sorella di Teodorico. Alla sua morte il trono dei Vandali toccò ad Ilderico, figlio di Unerico (523-30), di scarsa intelligenza come tutto suo padre e per di più privo dell'energia che questi possedeva. I Goti residenti nel paese furono costretti a trovar rifugio fra i Mauri e furono sconfitti presso Capsa, i cattolici ottennero piena libertà di culto, frequenti ambasciate continuarono ad andare e venire da Costantinopoli. Tutto ciò fece salire il malcontento; questi si raccolsero intorno a Gelimero, pronipote di Genserico, e questi depose l'inetto Ilderico e si insediò sul trono ormai vacillante (530-34). Ed ecco Giustiniano che per risolvere una volta per tutte la questione Africa, non trovò di meglio che prender le parti dell'inetto re spodestato.

Giustiniano inviò un corpo di truppe composto di elementi assai eterogenei, ma agguerrito, sotto il comando di un generale capace e valoroso, Belisario, il quale sbarcò inatteso sulla costa d'Africa. Nessun preparativo era stato fatto per difendersi; le mura di Cartagine erano in rovina e l'esercito vandalico constava esclusivamente di cavalleria leggera una parte della quale combatteva in Sardegna. Presso le alture di Decimo, a poca distanza da Cartagine, si venne a battaglia; e questa terminò con la completa disfatta di Gelimero. Belisario entrò in Cartagine senza incontrare resistenza.
A poco a poco i Vandali si ricompattarono e mossero una seconda volta contro il nemico, ma non ressero al terribile urto dei Greci, i quali verso sera si impadronirono dell'intero campo vandalico con i suoi immensi tesori, il frutto delle rapine di un intero secolo.
Gelimero, disperando salvezza, fuggì fra i Mauri, rifugiandosi in un inaccessibile paese montano. Qui venne assediato da un condottiero erulo distaccato da Belisario, il quale da parte sua procedette a soggiogare il vasto regno ed ovunque introdusse il sistema di governo ed il sistema tributario bizantino. Quando l'Erulo cercò di entrare in trattative con Gelimero, si dice che l'effeminato re abbia implorato tre cose: un pane, perché non ne aveva più mangiato dal momento della sua fuga, una spugna perché a causa delle lacrime e della poca nettezza gli si era gonfiato un occhio, una lira per potersi accompagnare una canzone che aveva composta per lamentare la sua sventura. Alla fine Gelimero si decise a venir giù dal suo monte e si lasciò tradurre a Cartagine. Condotto dinanzi a Belisario, scoppiò in sonore risate.
Inutile dire che il vincitore fece trionfante il suo ingresso a Bisanzio, dopo aver sbarcato dalle sue zeppe navi il ricco bottino conquistato ed il re dei Vandali caduto il quale, vestito della porpora del patrizio andava continuamente ripetendo fra sè: «Vanitas vanitatum, omnia vanitas! ».
Il corteo passò dinanzi al trono imperiale, su cui sedevano Giustiniano e Teodora. Qui il re vandalo fu spogliato della porpora e costretto ad inginocchiarsi dinanzi alla maestà imperiale. Tuttavia visse il rimanente della sua vita da privato in Asia Minore.

Il popolo dei Vandali finì così ingloriosamente. Esso si era rovinato per propria colpa e per questo aveva perduto il diritto all'esistenza. Lo scrittore Procopio potè dire: «Fra tutti i popoli il Vandalo é quello che più si era rammollito. I Vandali abitavano in sontuosi giardini ed erano dediti ai piaceri della mensa e del vino non meno che a quelli dell'amore».

Tuttavia essi finchè durarono furono una fortuna per l'Africa. Infatti, sotto il giogo bizantino seguirono tempi duri: guerre con i Mauri, sollevazioni di soldati, rivolte di funzionari. Quasi ininterrottamente risuonarono le armi. La provincia s'immiserì, si spopolò e da ultimo piombò nel torpore e nella quiete della spossatezza.
Se i romani Cartagine l'avevano distrutta, l'avevano poi riedificata, vi avevano fondato stupende città. L'avevano cioè resa nuovamente viva; non così i Bizantini, sul territorio spensero invece la stessa vita; e d'allora l'Africa (salvo la breve dominazione Araba, poi pure questa scomparsa per inettitudine) non fece più parte di questo mondo, diventò il terzo mondo, un mondo di miseria e di morte.

Un' ultima nota sui Vandali - Come detto all'inizio, nessun popolo germanico fu meno accessibile dei Vandali alla civiltà romana. Un secolo e più di convivenza con i Romani e i Bizantini, non era bastato perchè essi desistessero dalla loro antica ferocia, nè li aveva spinti a tentare un ravvicinamento coi vinti. Da questi non avevano appreso che i vizi; il clima li aveva forse decisamente snervati, le interne discordie - soprattuto con gli eredi di Genserico - li tenevano in incessante guerra civile, mentre tribù di Mauri e di Numidi inquietavano senza posa i confini e i cattolici fremevano sotto il giogo, pronti a sollevarsi e allearsi al primo venuto.

Divisi da tutte le altre popolazioni germaniche, non potevano avere stimolo ad imitarne le imprese, e nemmeno soccorsi; e i governanti, com'erano - principi inetti - non avrebbero in queste condizioni potuto resistere ad un valente nemico. E questo nemico venne con l'Imperatore Giustiniano con una delle sue maggiori imprese (533), condotte a buon fine da uno dei suoi più validi generali: Belisario.

Il regno Vandalo fu completamente distrutto e l'Africa rimase provincia bizantina fino alla conquista degli Arabi.
Questa impresa fu la prima di Belisario, visto che Giustiniano vagheggiava dopo la conquista dell'Africa uno sbarco in Sicilia per riprendersi anche qui il vecchio regno in Italia in mano agli Ostrogoti.

Ma ora proprio agli Ostrogoti accennereno
nel capitolo che segue

GLI OSTROGOTI > >

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