58. LIUTPRANDO OTTIMO RE - POI LA FINE



Il portale della Basilica di S. Michele a Pavia, dove furono incoronati tutti i re Longobardi, 
i re italici e gli imperatori germanici poi, l'ultimo che ne uscì re fu Federico I Barbarossa nel 1155.

(l'attuale basilica è di fondazione longobarda, ricostruita dopo il 1117)
Maturata la definitiva conversione dei Longobardi al cattolicesimo con Teodolinda, la chiesa episcopale trasportata nel cuore della città, il vescovo pavese ottenne il privilegio della diretta consacrazione pontificia (dei Re?) e la chiesa pavese conseguì la sua piena indipendenza dalla diocesi milanese.
Quanto alle "incoronazioni", sembra che i re longobardi non conoscessero tale cerimonia, ma venivano nominati con l’acclamazione da parte dei Duchi guerrieri. Tuttavia Liutprando nei suoi 31 anni di regno, fondò molte chiese, tra le quali San Pietro in ciel d'oro (dove è sepolto), Sant'Anastasio a Corteolona e una dedicata al San Salvatore, all'interno della reggia. E indubbiamente il vescovo pavese non aveva ottenuto il privilegio della "consacrazione" per farci nulla.

Con LIUTPRANDO il popolo longobardo inizia ad avere finalmente il suo re, un sovrano valoroso ed intelligente, che si distinguerà per la sua politica aggressiva ma lungimirante; per il proposito di dare, sotto il suo scettro, unità all'Italia; per l'opera legislativa.
Con Liutprando prevale definitivamente il partito cattolico, che in buona parte sosteneva l'autorità regia in opposizione all'autonomismo dei Duchi ariani. Il nuovo Re si impegnò infatti a rafforzare il Potere Centrale, a reprimere le spinte autonomistiche, ed a cercare di eliminare quella discontinuità territoriale nell'Italia centrale, che egli identificava (e non aveva torto) come elemento di vulnerabilità per il proprio potere. Cercò anche di trarre vantaggio dalla Crisi iconoclastica, che contrapponeva la Chiesa di Roma ai Bizantini. Attaccò infatti con decisione le tradizionali roccaforti bizantine dell'Esarcato. Il Papa all'inizio era soddisfatto, stava al gioco, ma di fronte al pericolo di un eccessivo rafforzamento dei Longobardi, pur continuando il conflitto religioso con Costantinopoli, si schierò decisamente con l'Impero; Liutprando per ingraziarselo fu costretto a recedere da buona parte dei territori conquistati, per la pressione non tanto militare, quanto per un'autorità spirituale (le cosiddette influenze del Papa) della quale anche i fieri Longobardi ormai iniziavano a tener conto.
Liutprando dopo aver sottratto ai Bizantini molte terre della Romagna, imposta l'autorità regale ai riottosi duchi di Spoleto e di Benevento. Aveva già conquistato anche Ravenna che però non potè mantenere per l'intervento dei Veneziani, e che grazie proprio a questo aiuto dato ai bizantini Venezia iniziò ad ottenere una certa autonomia da Costantinopoli, fino a creare un proprio territorio e dei propri Dogi.

Poi prese Bologna, senza fatica perchè gli aprirono le porte, fecero altrettanto molte città dell'Italia centrale, si impose ai riottosi duchi di Spoleto e di Benevento, e così in tante altre città. Pareva giunto il nomento opportuno di riunire tutta la penisola sotto lo scettro longobardo e senza nessuna violenza.
Donò perfino al Papa il feudo di Sutri che aveva espugnato anche questo ai Bizantini.

Con questa donazione alla Repubblica Romana, della quale il papa si considerava rappresentante, ebbe inizio la prima sovranità temporale dei papi. Il papato si inserisce nella lotta feudale, e diventa d'ora in avanti anch'esso feudale. Fu il primo atto di questo genere nella storia e primo fondamento del principato terreno dei papi.

Liutprando oltre questo dono, pagò anche una forte somma per avere le ossa di Sant'Agostino e le trasportò a Pavia, nella Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro; alla sua morte fu sepolto con il padre nella Basilica di Santa Maria in Pertica, poi traslato proprio in S. Pietro in Ciel d'Oro. All'interno della basilica una targa sulla colonna di destra ricorda la sepoltura del grande re.
Liutprando sperò forse di venire eletto egli stesso imperatore (soprattutto quando scoppiarono gravi disordini per il decreto dell'imperatore Leone sull'iconoclastia) e forse il non esservi riuscito, principalmente per opposizione del papa, lo spinse a lottare contro il medesimo, benchè fosse devotissimo al cattolicesimo.
A sua volta il papa, vedendo crescere considerevolmente la sua potenza si rivolse ai Franchi di Carlo Martello. Fu questa la prima delle tante chiamate dello straniero fatte dai papi.
La colpa dei papi non fu tanto di essersi opposto ai Longobardi, quanto di aver sostituito il valore italiano l'intervento dei Franchi. Alcuni affermano che senza questi papi e gli stranieri i Longobardi avrebbero conquistato tutta l'Italia, mentre altri rispondono che forse gli italiani si sarebbero riscossi per virtù propria. Oppure, nella peggiore ipotesi, Liutprando sarebbe stato comunque un buon sovrano.


Vediamo ora nei particolari la sua opera politica, legislativa e militare.

La forte personalità del sovrano (figlio adottivo di Asprando, un gracile fanciullo che era scampato allo scempio della sua famiglia) e la lunga durata del suo regno (31 anni) saranno i fattori principali del consolidamento della monarchia longobarda, in cui tutto si accentra nella corte, diminuiscono il numero e la potenza dei duchi e si accresce il numero dei gastaldi, che costituiscono la vera forza del potere centrale.

L'attività legislativa di LIUTPRANDO, salito sul trono nel giugno del 712, va ininterrotta dagli inizi del suo regno al 735 ed è consacrata in cento cinquanta cinque capitoli.
"… Più che un'aggiunta o una semplice modificazione alle precedenti leggi di Rotari e di Grimoaldo - scrive il Romano - essi rappresentano una vera rivoluzione avvenuta nella società longobarda. Il linguaggio del re e lo spirito che anima quelle leggi provano quale larga breccia nello stato longobardo aprì l'influsso della civiltà romana e della Chiesa.

Il re si professa e s'intitola "cristiano e cattolico principe", "non per proprio merito ma per divina ispirazione", provvede al bene del suo popolo della sua "felicissima e cattolica nazione longobarda a Dio diletta", e infiora i suoi prologhi di reminiscenze bibliche, che attestano l'impiego di ecclesiastici nella redazione delle leggi.

Senza dubbio il re non tralascia di notare che all'opera legislativa concorrono i giudici della Neustria, dell'Austria e della Tuscia oltre il popolo longobardo, ma l'impressione che si ricava dai prologhi è che la volontà del sovrano è la vera fonte del diritto e gli altri non fanno che con energia e degno del nome che acconsentire.
L'influenza ecclesiastica si sente specialmente nel capitolo 33 (anno XI-723), in cui è proibito il matrimonio con la vedova del cugino. Il re non manca di avvertire che tale divieto è suggerito "dal papa di Roma, che è in tutto il mondo il capo della Chiesa di Dio e dei sacerdoti". Ma, nonostante queste espressioni, la legislazione liutprandea non presenta tracce di quell'ossequio servile verso la Chiesa che caratterizza le leggi visigotiche di poco anteriori, né di quella cieca intolleranza contro gli Ebrei, che fu nello stesso periodo la disgrazia della monarchia spagnola e spianò la via alla conquista dei mori.

Il latino delle leggi di Liutprando è anche più barbaro di quello di ROTARI, e lascia facilmente trasparire, attraverso il convenzionalismo dello stile cancelleresco, l'azione incalzante dell'uso volgare. Ma da questo nulla è possibile argomentare pro o contro la cultura letteraria del re. Personalmente non pare avesse alcun rudimento di cultura: "litterarum quidem ignarus" lo dice Paolo, ma soggiunge subito: "sed philosophis aequandus", giudizio non dissimile da quello che lo stesso autore della cronaca Teodoriciana ha lasciato di Teodorico…".

La legislazione di Liutprando risente moltissimo dell'influenza del Cattolicesimo e del diritto romano. Quello si rivela nelle raccomandazioni che si fanno di guardarsi dagli eretici, nei privilegi che sono accordati alla Chiesa, in certe disposizioni riguardanti i testamenti e i matrimoni e in generale in tutto quel senso di giustizia e di umanità che la pervade, questo si rivela oltre che nella forma nella sostanza. Molto hanno imparato i Longobardi dagli Italiani e dalla convivenza con questi hanno sentito il bisogno di modificare i loro costumi e di trasformare le proprie leggi, adeguandole al tenore di una vita più civile.
In materia di successione se si dà la preferenza al sesso secondo il costume germanico si toglie il concorso dei parenti con le figlie legittime. Una grande riforma è costituita dall'introduzione del testamento, che è evidentemente ispirata dal diritto romano al pari della proibizione dei matrimoni tra consanguinei, della manomissione in chiesa, della tutela dei minorenni e della repressione degli abusi dei pubblici funzionari.
Ma dove più si sente l'influsso romano è in quella parte della legislazione che tratta delle pene per gli omicidi. Con LIUTPRANDO al "guidrigildo" è aggiunta la confisca dei beni dell'uccisore, una metà dei quali va a favore degli eredi della vittima, l'altra passa nelle casse della corte regia. L'inasprimento della pena è un colpo mortale per il "guidrigildo" e mentre eleva il prezzo della vita umana tende a porre un limite ai reati di omicidio.

All'attività legislativa di Liutprando fa seguito, e a volte con questa s'intreccia, l'attività politica e militare. Scopo del re è di ingrandire il suo stato, riducendo sotto il suo dominio tutta la penisola; ma le difficoltà che si oppongono al suo disegno non sono poche né lievi. I Bizantini non sono benvoluti in Italia e non è difficile scacciarli, anche per le poche forze di cui dispongono, ma quale contegno assumeranno le città italiane in una lotta tra longobardi e imperiali? E che condotta terrà il nuovo imperatore che fin dal suo innalzamento al trono ha mostrato di essere capace di tener testa a tutte le forze interne ed esterne che congiurano contro l' integrità dell' impero?

L' incognita più grande per Liutprando è però costituita dalle città italiane. Esse con le loro milizie nazionali rappresentano una forza non indifferente; esse hanno acquistato un'autonomia quasi completa che vorranno difendere disperatamente e ne sono prova i lavori di fortificazione eseguiti a Roma e in altre città dai Pontefici e dai duchi. Queste città alla sovranità longobarda, avrebbero forse preferito quella nominale dei Bizantini, e in una guerra tra questi e quelli sarebbero stati dalla parte di questi ultimi. Un'altra difficoltà era costituita dal Papa e da ciò che rappresentava. Mancava una giustificazione per i Longobardi cattolici di muovere alla conquista del ducato romano di cui il vero sovrano era il Capo della Chiesa cattolica che tanta autorità e influenza aveva anche negli altri ducati bizantini d'Italia.

A Papa Costantino era successo, nel 715, Papa Gregorio II, uomo di larghe vedute, di grande energia e degno del nome che portava. Gregorio fece scopo di tutta la sua politica l'indipendenza del ducato romano.
Da due nemici però era insidiato: dall'impero che ne aveva il dominio nominale e dai Longobardi che ne avevano il dominio di fatto, e non nascondevano le loro intenzioni d'ingrandirsi a spese dell'Italia bizantina. Con l'impero il Pontefice poteva fare una politica forte, conoscendone la debolezza; con i Longobardi era invece necessario comportarsi con molta prudenza. Con l'uno e con gli altri era però indispensabile agire in modo da evitare le sorprese e Gregorio, imitando i suoi predecessori, fortificò le mura di Roma. Questo provvedimento potrebbe sembrare a prima vista ingiustificato pensando all'atteggiamento di Liutprando, il quale mostrava di voler fare una politica pacifica con i Bizantini e con lo stesso Pontefice, confermando la donazione del patrimonio delle Alpi Cozie e definendo amichevolmente la questione della giurisdizione dei patriarcati di Aquileia e di Grado; era invece pienamente giustificato ad agire dall'atteggiamento ostile dei duchi di Benevento e di Spoleto.

Nel 717, difatti, ROMUALDO II, duca di Benevento, s'impadronì di Cuma, città fortificata, importantissima perché assicurava le comunicazioni tra Roma e Napoli; ma di lì a poco il duca di Napoli GIOVANNI I, aiutato finanziariamente dal Papa, riuscì a riprendere Cuma al nemico, che lasciò sul campo trecento uomini e cinquecento prigionieri. Qualche anno dopo FAROALDO II, duca di Spoleto, riuscì a conquistare il porto di Classe e il suo successore TRASIMONDO la città di Narrai nel ducato di Roma.

La politica del pontefice verso l'impero fu, come abbiamo detto, forte. Al trono di Costantinopoli ad ANASTASIO II, morto nel 716 e a TEODOSIO III sbalzato da una rivolta, era successo nel 717 LEONE III detto l' "Isaurico", che ereditava un impero in una critica situazione. La Cappadocia era stata conquistata dagli Arabi, i quali avevano fatta la loro comparsa nella Frigia, ora cingevano d'assedio per la seconda volta la stessa Costantinopoli guidati da Moslama, fratello del califfo Uelid. Fu Leone che salvò la capitale dell'impero: nel 717 distrusse con il fuoco greco la flotta mussulmana e nell'anno successivo costrinse l'esercito nemico a togliere l'assedio.

Nonostante questi successi la situazione dell'impero rimaneva grave; s'imponeva il bisogno di continuare la lotta in Oriente, ma per continuarla occorreva riempire le esauste casse dello stato. Fu per procurarsi nuovi cespiti di entrate che l'imperatore intorno al 725 ordinò che fosse raddoppiata l'imposta fondiaria.

Questo provvedimento, suggerito più dai bisogni dell'impero che da avversione di Leone al Papa, fu causa di gravi disordini in Italia e provocò l'atteggiamento ostile di Gregorio. Questi, vedendo che il provvedimento colpiva i beni ecclesiastici, ordinò ai rettori del patrimonio ecclesiastico di non pagare le imposte. L'esempio fu seguito dai provinciali. La reazione da parte dell'impero non poteva mancare: dietro istigazione dell'esarca fu ordita a Roma una congiura con lo scopo di imprigionare il Pontefice e di mandarlo a Costantinopoli in catene per processarlo con l'accusa di cospirazione e attentato allo stato. Ne facevano parte il duca BASILIO, il cartolario GIORDANE e il suddiacono GIOVANNI LURION; l'assecondavano, come si crede, non pochi nobili ed ecclesiastici e MARINO, duca di Roma.
La congiura fallì perché Marino, improvvisamente ammalatosi, dovette allontanarsi, ma la trama fu ripresa con l'arrivo del nuovo esarca PAOLO e forse avrebbe conseguito il fine che si prefiggeva se, venuta a conoscenza del popolo, questo non fosse insorto a difesa del Pontefice.
Giovanni Lurion e Giordane furono uccisi e Basilio fu costretto a farsi monaco.

Irritato dall'insurrezione popolare, l'esarca spedì a Roma alla testa di un corpo di milizie un suo spatario con l'incarico di deporre GREGORIO II, ma al ponte Salario le truppe nazionali del ducato romano, aiutate dai Longobardi di Spoleto e della Tuscia, respinsero le schiere bizantine. Non c'era più nulla da fare contro il papa; lui stava cavalcando il cavallo vicente, anche se spesso cambiava cavallo.

Erano questi i prodromi della lotta che di lì a poco scoppiava, provocata da un decreto dell'impero che proibiva il culto delle immagini. È stato sostenuto che la dottrina iconoclasta di Leone Isaurico sia stata consigliata dal desiderio dell'imperatore di conciliarsi con i Mussulmani e di togliere nello stesso tempo all'Islamismo il favore che godeva presso le popolazioni cristiane dell'Asia e dell'Africa. Può darsi che erano questi i motivi di Leone, ma forse principalmente
mirava ad eliminare dal culto cristiano tutto ciò che il paganesimo gli aveva lasciato, restituendo alla religione cristiana il suo carattere spirituale. L'Islam non adottò ne mai adotterà in seguito immagini del suo profeta o di chicchessia.

"Leone - scrive il Romano - era un cristiano ardente e sincero, profondamente avverso a quelle superstizioni in cui vedeva non solo un male per la vita religiosa, ma anche per l'impero. Dal momento che questo non poteva sperare salute che in sé stesso, occorreva una nuova trasfusione di energia sana e vigorosa, da cui soltanto l'Impero poteva trarre la forza necessaria per rilevarsi dall'abisso in cui era caduto. Ma a questo proposito .... andò unito un errore di metodo, che Leone aveva ereditato dai suoi predecessori, e che doveva necessariamente compromettere il successo dell'opera sua, l'errore di credere che il culto delle immagini potesse essere combattuto, non già con il lavoro lungo e paziente di un'instancabile propaganda riformatrice, ma con l'azione persecutrice degli editti appoggiati alla forza materiale degli eserciti. Fu quest'errore che compromise il successo finale della sua riforma, la quale, se in qualche provincia trovò fautori ardenti, in altre incontrò proteste vivaci ed ostacoli insuperabili.

Gli Elleni specialmente s'impegnarono a combattere i decreti con un'ostinata resistenza. Per questi, parte integrante dell'ortodossia era il culto delle immagini, cui si associavano le loro inclinazioni artistiche e il rispetto tradizionale di cerimonie e riti pagani passati quasi pari pari, anche se in altre forme, nel Cristianesimo. L'imperatore usò inutilmente la forza per costringerli all'obbedienza; per quanto egli avesse dalla sua parte molti elementi di potenza, quali una parte del clero orientale, la maggioranza delle persone colte dell'Asia e tutti i funzionari, trovò un ostacolo invincibile nella coscienza delle masse popolari, cui la controversia riusciva ora assai più intelligibile che non i passati dibattiti dommatici intorno ai rapporti del Padre col Figlio, alla natura di Cristo e alla sua unica o doppia volontà…".

L'editto contro le immagini, emanato nel marzo del 726, fu inviato al Pontefice con l'ordine di accettarlo pena la deposizione. Ma Gregorio non solo non lo accettò; si ribellò anzi apertamente all'imperatore capeggiando in Roma e nel ducato il moto insurrezionale provocato dal decreto iconoclasta e scomunicando l'esarca. Il moto in breve si estese in tutta l'Italia bizantina e le città, cacciati gli ufficiali imperiali, elessero duchi propri. Venezia insorse a favore del Papa; a Ravenna il partito imperiale, favorito come pare dall'arcivescovo Giovanni, cercò di opporsi alla insurrezione, ma questa trionfò: l'arcivescovo fu scacciato e l'eretico esarca ucciso (727 ); nella Campania un duca ESILORATO che parteggiava per Leone fu trucidato assieme al figlio; a Roma il Duca bizantino PIETRO, accusato di avere scritto lettere contro il Pontefice, fu accecato e in sua vece eletto STEFANO che assunse anche il titolo di patrizio.

I più ardenti tra i rivoltosi proponevano che si eleggesse un nuovo imperatore da imporre a Costantinopoli; altri volevano addirittura staccarsi dall'impero. Ma il Pontefice, che prima era stato l'anima della rivoluzione, ora si preoccupava della piega che prendevano gli avvenimenti. Dalla lotta tra il Papato e l'impero chi tutto aveva da guadagnare era Liutprando. E questi non era rimasto inoperoso. Il momento era propizio per i disegni di conquista del re longobardo, che non lasciò scappare l'occasione.

Col pretesto di difendere il Pontefice entrò alla testa di un esercito, nell'Esarcato impadronendosi di Bologna, Persiceto, Monteveglio e Fregnano nell'Emilia, poi invase la Pentapoli e ridusse in suo potere Umana, Ancona ed Osimo. Classe fu espugnata e Ravenna assediata. Nel medesimo tempo i Longobardi della Tuscia penetravano nel ducato romano e s'impadronivano delle fortezze di Narni e di Sutri.

I progressi di Liutprando fecero capire al Papa quanto fosse pericoloso assecondare i propositi degli estremisti. Da un canto egli non volle che si eleggesse un nuovo imperatore e si adoperò a persuadere gl'Italiani a rispettare il sovrano di Costantinopoli nella speranza che ritornasse alla vera fede, dall'altro fece dei passi presso il re longobardo per fargli restituire le località conquistate.

Qualche cosa da Liutprando il Pontefice ottenne: Classe ed alcune terre presso Ravenna furono restituite e fu restituito anche il castello di Sutri, ma Liutprando trattenne i territori dipendenti dal castello, le conquiste nell'Emilia e, come pare, quelle della Pentapoli.

A complicare la situazione in Italia giungeva intanto il nuovo Esarca EUTICHIO che iniziò il suo governo tentando di sbarazzarsi del Papa. Non essendogli riuscito perché i Romani avevano scoperto l'emissario mandato a Roma dall'esarca per ordirvi una congiura e lo avrebbero ucciso se non lo avesse salvato l'intervento del Pontefice, Eutichio si avvicinò a Liutprando, spingendolo forse contro i duchi di Spoleto e di Benevento ai quali il papa si era avvicinato in funzione anti-Liutprando.

Interessi identici spingevano questi duchi e il Pontefice ad agire d'accordo: tutti e tre temevano di Liutprando, i primi due che la loro dipendenza dal re si mutasse da nominale in effettiva, il terzo che la vicinanza del re fosse fatale a Roma. Che ci sia stato un vero accordo tra Gregorio II e Trasimondo e Romualdo II, duchi di Spoleto e di Benevento, non abbiamo prove, ma si può credere che un accordo ci sia stato dal contegno di Liutprando. Questi infatti marciò alla volta di Roma, nel cui territorio già si trovava l'esarca, e giunto alla destra del Tevere si fermò al Campo di Nerone che aveva visto le tende di Vitige.

Il momento era grave. Se LIUTPRANDO si fosse impadronito di Roma avrebbe mutato il corso della storia d'Italia e stroncato sul nascere il dominio temporale dei Papi. Non fu così e la piega che presero gli avvenimenti segnò la sentenza di morte del regno longobardo.


GREGORIO II ripetè il gesto di Leone I. Questi aveva contato sulla superstizione dei condottieri barbari per salvare Roma, quegli contava sulla propria autorità di Capo della Chiesa e sulla pietà di Liutprando. Il Pontefice uscì dalla metropoli e con grande pompa si recò al campo dei Longobardi a pregare il re affinché levasse l'assedio, poi condusse Liutprando a Roma e lo accompagnò nella basilica di S. Pietro, davanti la tomba dell'Apostolo, sulla quale il sovrano devotamente depose la corona, il manto e la spada, insegne della dignità regia, rinunciando per sempre con quest'atto all'antico disegno di riunire l'Italia sotto il suo scettro.

CARLO MARTELLO - GREGORIO III
VICENDE DELL'ESARCATO - PAPA ZACCARIA
MORTE DI LIUTPRANDO ELEZIONE DI ASTOLFO


Lasciata Roma, Liutprando fece ritorno a Pavia. Roma era salva, ma non era ancora detto che il re longobardo non dovesse più costituire un pericolo per il ducato romano. Di lui temeva sempre Gregorio e siccome la sua politica tendeva al mantenimento dell'equilibrio tra Longobardi e Bizantini, ora che questo si era alterato con la sottomissione dei duchi di Spoleto e di Benevento, si avvicinò all'esarca bizantino.
Un altro motivo che provocò quest'avvicinamento è da ricercarsi nella ribellione di un duca bizantino della Tuscia romana. Si chiamava questi PETASIO; proclamatosi imperatore, si era fatto prestare giuramento di fedeltà da non poche fortezze del territorio romano e si preparava a costringere altri a riconoscerlo. Non fece però in tempo, l'esarca sostenuto dalle milizie romane fornitegli dal Pontefice, marciò contro l'usurpatore, lo sconfisse e, dopo averlo fatto decapitare, ne mandò la testa a Costantinopoli.
Questo fatto accadeva nel 730. L'11 febbraio del 731 Gregorio II cessava di vivere.

Il 18 marzo, saliva sul soglio papa GREGORIO III, ma correvano tristissimi tempi per la Cristianità. Padroni di tutta l'Africa settentrionale, dal Nilo all'Atlantico, gli Arabi, guidati da Tarik, avevano nel 711 passato lo stretto di Gibilterra, avevano sconfitto, nella famosa battaglia di Xeres la Frontera, il re Roderico ed avevano iniziato la conquista della Spagna che più tardi fu compiuta dall'emiro Musa, costringendo i Visigoti superstiti a rifugiarsi nella zona montuosa della Galizia. Passati i Pirenei verso il 718, Arabi e Mori avevano occupato Arles, Narbona, Avignone, si erano spinti fino alle Alpi e ad Autun ed avrebbero invaso tutta la Francia se a Tolosa non li avesse arrestati il duca Eude di Aquitania.
Ma nel 730, preso il comando dell'esercito mussulmano il valoroso Abd-er-Rahman, questi sconfiggeva sulla Dordogna le truppe di Eude e si spingeva verso la Loira.

La Francia correva serio pericolo di esser sommersa dall'onda mussulmana. La salvò dai barbari del sud, come Stilicone l'aveva salvata dagli Unni di Attila, CARLO, soprannominato poi MARTELLO. Discendeva da ARNOLFO, vescovo di Metz. Questi, prima di entrare nella carriera ecclesiastica, aveva avuto un figlio, ANSGISILDO, da cui era nato PIPINO D' HERISTAL, che divenuto maggiordomo della casa regnante di Austrasia (Francia orientale), aveva vinto nel 687, a Tertry, BERTARIO, maggiordomo della Neustria (Francia occidentale) diventando il vero capo del governo e delle milizie dei tre regni di Austrasia, di Neustria e di Borgogna, sui cui troni si succedevano i "re fannulloni" della stirpe merovingia. Morto Pipino nel 714, gli era successo, dopo cinque anni di aspre lotte civili, nella carica di maggiordomo, il figlio naturale CARLO, il grande condottiero che doveva arrestare definitivamente l'avanzata dei Mori nella Francia.

La grande battaglia tra i Mori e i Franchi di Carlo Martello fu combattuta nel 732 fra Tours e Poitiers. I Mussulmani furono sconfitti e subirono gravissime perdite. Il loro generale, Abd-e-Rahman, perì nel sanguinoso combattimento. I Franchi salvavano a Poitiers la civiltà orientale e la Cristianità e CARLO MARTELLO quel giorno decideva le sorti della fiacca monarchia merovingia. Intanto coloro che avevano il dovere di difendere l'Europa cristiana dalla penetrazione Islamica, il Papa e l'imperatore, si logoravano in una lotta che a quest'ultimo doveva costare la perdita di tutti i domini dell'Italia.

Salito al trono pontificale, GREGORIO III aveva scritto a LEONE ISAURICO di revocare l'editto iconoclasta, ma il messo che portava le lettere papali era stato arrestato in Sicilia e il Pontefice aveva convocato un concilio a Roma, nella basilica di S. Pietro. Al concistoro avevano partecipato novantasei vescovi, il clero romano e i rappresentanti del popolo e della nobiltà. Il concilio si era chiuso con la condanna dell'iconoclastia (novembre del 731), che voleva dire dichiarazione aperta di guerra del Papato e dell'Italia ex bizantina all'imperatore.

LEONE da Bisanzio accettò la sfida e inviò nel 733 una flotta contro l'Italia; ma una furiosa tempesta la disperse prima ancora di toccare la costa. Allora l'imperatore confiscò i beni della Chiesa romana nella Calabria e nella Sicilia, le cui chiese, insieme con quelle della Sardegna e dell'Illirio occidentale, furono sottratte alla giurisdizione del Pontefice e messe sotto quella del patriarca di Costantinopoli. Gregorio si rifece in parte della perdita acquistando dal duca di Spoleto, con cui si teneva in buoni rapporti, Cartel Gallese che fu incorporato nel ducato romano.

Di questa lotta tra il Papato e l'impero non poteva non approfittare LIUTPRANDO che non aveva abbandonato il disegno d'impadronirsi di tutta l'Italia. Nel 734 il re longobardo affidò un esercito al nipote ILDEPRANDO e al duca di Vicenza PEREDEO e lo mandò ad invadere l'esarcato. Ravenna cadde nelle mani dei Longobardi e l'esarca cercò riparo nella laguna veneta.
Nelle isolette della laguna, temporaneo rifugio degli abitanti della terraferma durante le brevi invasioni barbariche, viveva già al tempo di Teodorico una popolazione stabile, dedita ai commerci, solo nominalmente dipendente dai Goti. Cessato in Italia il dominio gotico, le isole erano passate sotto la sovranità bizantina, ma nominale anch'essa; e sotto questa sovranità erano rimaste anche quando in Italia erano venuti e si erano affermati i Longobardi. Nel 580 il patriarca d'Aquileia era fuggito a Grado e ad Aquileia era stato innalzato al grado di patriarca il vescovo di Cividale. Ognuna delle dodici isolette era governata da tribuni eletti dal popolo e confermati dall'imperatore.

Ancora nel 584 l'allora imperatore Maurizio, sollecitato dall'esarca Longino, aveva concesso agli abitanti della laguna un diploma con il quale assicurava loro protezione e libertà di commercio in tutto l'impero. Ma era più protezione nominale che di fatto; i Longobardi da una parte, gli Slavi dall'altra insidiavano la libertà delle comunità della laguna Per poter meglio difendersi, le varie isole, già confederate tra loro, avevano pensato di darsi un unico governo che doveva anche sopire le discordie tra i tribuni e stroncare le ambizioni. Riunitisi pertanto ad Eraclea, sotto la presidenza del patriarca di Grado, i tribuni, i vescovi, i maggiorenti e i rappresentanti del popolo, era stato eletto, verso il 713, PAOLUCCIO ANAFESTO, duca o doge, supremo magistrato civile, con giurisdizione su tutte le isole e diritto di nominare i giudici e i tribuni e di convocare i concili per l'elezione dei vescovi. A Paoluccio, nel 717, era successo MARCELLO che aveva tenuto il governo per nove anni.

Quando, nel 734, Ravenna cadde nelle mani di LIUTPRANDO e l'esarca si rifugiò nella Venezia lagunare, era allora doge ORSO. Il fatto che Eutichio cercò rifugio nelle isole della laguna e che il papa Gregorio III scrisse al patriarca di Grado, Antonino, e al doge pregandoli di riprendere Ravenna ai Longobardi, dimostra che il ducato veneziano si considerava sotto la sovranità di Costantinopoli e che il Pontefice non aveva rotto completamente i rapporti con l'imperatore ed aveva interesse che la potenza di Liutprando non crescesse troppo.
Ma i Bizantini erano lontani, mentre i Longobardi erano sull'uscio di casa del Papa e, di fatto, su questi e altri territori, erano "in casa propria".

Le preghiere di Gregorio trovarono eco a Grado: una flotta veneziana comandata da Orso, piombò improvvisamente su Ravenna e ne scacciò i Longobardi, catturando ILDEPRANDO ed uccidendo PEREDEO.

Alla liberazione di Ravenna segui una tregua tra Longobardi e Bizantini ch'ebbe per conseguenza l'abbandono di Liutprando delle terre occupate nell'esarcato e la liberazione di Ildeprando, il quale, nel 735, fu dal re associato al trono. In questo stesso anno o nel successivo Liutprando e Carlo Martello stringevano rapporti d'amicizia e questi mandava a Pavia il figlio PIPINO a rinsaldare i vincoli tramite la cerimonia del taglio dei capelli descrittaci da Paolo Diacono.

L'amicizia del re longobardo era per il maggiordomo dei regni franchi una necessità politica, perché, dopo la sconfitta di Poitiers, i Mori avevano ripreso l'offensiva, occupando la Settimania e la Provenza, minacciando seriamente l'Aquitania e la Borgogna e il pericolo mussulmano doveva essere davvero grave per la Francia se Carlo Martello ritenne necessario chiedere l'aiuto di Liutprando per cacciare oltre i Pirenei gl'invasori.
Liutprando si affrettò a darlo e con un esercito mosse al soccorso dei Franchi, ma quando giunse di là dalle Alpi (738) i Mussulmani, efficacemente o perchè erano molto pochi, attaccati da Carlo, avevano già abbandonato il paese.

Quando il re longobardo fece ritorno in Italia una sorpresa lo aspettava: TRASIMONDO, duca di Spoleto, si era ribellato; a Benevento, morto il duca GREGORIO, che il re, dopo la morte di Romualdo II, aveva posto al governo del ducato al posto dell'erede minorenne Gisulfo, dalla frazione che appoggiava l'indipendenza era stato eletto GODESCALCO, ed aveva stretto alleanza con il Papa e con Trasimondo.

LIUTPRANDO allora marciò contro Spoleto, costrinse TRASIMONDO a fuggire e diede il ducato a ILDERICO; saputo poi che il fuggiasco aveva trovato asilo a Roma, chiese la sua consegna al Pontefice. Essendosi Gregorio III rifiutato, invase il ducato romano e trasse in suo potere Bomarzo, Bieda, Ameria ed Orte.

Fu allora che il Papa invocò l'aiuto del potente maggiordomo franco, inviandogli, con una lettera e ricchi doni, le chiavi del sepolcro di S. Pietro e l'offerta del patriziato. CARLO MARTELLO però non si mosse dalla Francia: lo trattenevano il pericolo di una nuova invasione musulmana e il timore che, in sua assenza, il trono merovingio, vacante dal 737 dopo la morte di Teodorico IV, cadesse in mano di CHILDERICO III, parente del defunto re che non aveva lasciato figli, o di qualche altro. Inoltre, non poteva, per aiutare il Pontefice, rompere l'amicizia che lo legava ai Longobardi.
Tuttavia è da credere che CARLO MARTELLO mise una buona parola in favore del Papa. Solo così si spiega perché LIUTPRANDO, interrompendo la sua avanzata, abbia, nell'agosto del 739, fatto ritorno a Pavia.

Ma questa doveva essere una breve tregua per il ducato romano. Nel 740 - anno in cui moriva Leone Isaurico - Liutprando e Ildeprando invadevano l'esarcato e mandavano a saccheggiare i patrimoni della Chiesa romana. Gregorio III allora scriveva una seconda lettera a Carlo Martello ("filio Carolo") pregandolo di non abbandonare la Chiesa per l'amicizia dei malvagi Longobardi; ma non avendo ottenuto nulla, mandava a Liutprando due legati perché insieme con i vescovi della Tuscia chiedessero al re la restituzione dei castelli del ducato occupati l'anno precedente.
L'ambasceria però non ottenne niente, ed allora il Pontefice concluse un accordo con TRASIMONDO obbligandosi di aiutarlo a riacquistare il ducato. Il duca in cambio prometteva di riprendere i castelli perduti dal Papa e di restituirglieli. Con l'aiuto dell'esercito romano e di milizie del duca di Benevento, Trasimondo, verso la fine del 740 tornò a Spoleto uccidendo ILDERICO, ma poi non si curò di mantener la promessa fatta al Pontefice.

La situazione del ducato romano diventava difficilissima. Gregorio III non ebbe il tempo di migliorarla: il 10 novembre del 741 cessò di vivere. Il 21 di ottobre dello stesso anno era morto Carlo Martello, dividendo la Francia tra i due suoi figli CARLOMANNO e PIPINO. Mentre CHILDERICO III, l'ultimo dei Merovingi, era stato chiuso in un chiostro.

A Gregorio III, dopo soli quattro giorni di soglio vacante, succedeva ZACCARIA, un greco dell'Italia meridionale, il quale nell'isolamento in cui la S. Sede si era venuta a trovare, non seppe fare di meglio che avvicinarsi a Liutprando. E vi riuscì nei primi mesi del 742 con la promessa di aiuti nella spedizione che il re si apprestava a fare contro Trasimondo. Questa offensiva avvenne poco tempo dopo. Assalito dalle truppe del re e del ducato romano Trasimondo stimò inutile ogni tentativo di resistenza e si affidò alla generosità di Liutprando, il quale, dopo averli chiuso in un chiostro, nominò duca di Spoleto il proprio nipote AGIPRANDO.

Dopo Trasimondo venne la volta di Godescalco, duca di Benevento. Questi non aspettò che il re gl'invadesse il ducato e stabilì di rifugiarsi a Costantinopoli. Non ne ebbe però il tempo: i partigiani di GISULFO II lo uccisero e il re diede a lui il ducato che come legittimo erede di Romualdo II gli spettava.
Riassoggettati i ducati di Spoleto e di Benevento, pareva che Liutprando si fosse dimenticato delle promesse fatte al Papa. A ricordargliele pensò lo stesso ZACCARIA, il quale da Roma si mosse per andare ad Orte dove il re si trovava. Saputo in viaggio, LIUTPRANDO gli andò incontro a Terni con i suoi duchi e parte delle sue milizie. Il Pontefice ottenne più di quanto desiderava: le quattro città di Bomarzo, Bieda, Ameria ed Orte gli furono restituite e gli si confermò il possesso con un diploma; inoltre furono messi in libertà i prigionieri italiani e furono dati al Pontefice i patrimoni ecclesiastici della Sabina, di Narni, Osimo, Ancona, Umana e Sutri di cui si erano impadroniti i duchi di Spoleto.

Infine tra Zaccaria e Liutprando fu conchiusa una tregua di venti anni. Con questa il re rinunciava alla conquista del ducato romano, ma si riservava libertà di azione nei riguardi delle altre parti dell'Italia bizantina. Nel 743, infatti, penetrò nell'esarcato e, impadronitosi di Imola e Cesena, si organizzò per muovere contro Ravenna.

L'esarca EUTICHIO non aveva forze sufficienti per difendersi e, insieme con l'arcivescovo Giovanni e i rappresentanti delle città minacciate dell'Emilia e della Pentapoli, si rivolse al Pontefice affinché intervenisse a favore dell'esarcato presso il re longobardo.
Zaccaria scrisse a Liutprando, ma, non essendo riuscito a piegarlo, decise di recarsi personalmente presso il re. Il convegno fu fissato a Pavia, dove il Pontefice fu ricevuto con grandissimi onori ed ottenne tutto quello che chiese, la restituzione cioè delle conquiste fatte nell'esarcato, eccetto un terzo del territorio di Cesena che promise di restituire al ritorno degli ambasciatori inviati a Costantinopoli per trattare la pace.
Zaccaria, lieto del successo, prese congedo da Liutprando, che volle accompagnarlo fino al Po, e fece ritornò a Roma. Il nuove imperatore, COSTANTINO COPRONIMO, successo al padre Leone, fu grato al papa del provvidenziale intervento presso la corte longobarda e, in segno di riconoscenza, donò alla Chiesa romana le masserie di Ninfa e Norma presso le Paludi Pontine.

Nel gennaio de' 744 LIUTPRANDO cessava di vivere. Quest'uomo fu senza dubbio il più grande dei re longobardi; uomo di non comuni virtù militari e scaltro politico, seppe consolidare la monarchia, facendo scemare la potenza dei duchi e riducendo sotto il suo diretto dominio i ducati di Benevento e di Spoleto, seppe ingraziarsi la Francia e far sentire la propria potenza ai Pontefici, rendendosi nello stesso tempo temuto dall'esarca. Ma non seppe tradurre in realtà il disegno di unificare l'Italia sotto il suo scettro, perché ebbe la debolezza di cedere alle preghiere del Pontefice proprio nei momenti in cui gli era facilissimo impadronirsi di Roma e di Ravenna. Così facendo egli, senza saperlo, aveva segnato le sorti della monarchia longobarda e del suo popolo.

II successore di Liutprando fu ILDEPRANDO, ma, inetto e non ben visto dal partito cattolico, regnò soli otto mesi, poi (745) fu sbalzato dal trono e al suo posto fu messo RACHI, duca del Friuli. Era un valoroso soldato che molto si era distinto nella spedizione contro Trasimondo, ma non era certo l'uomo che poteva tenere a lungo lo scettro di Liutprando.

Vi era nel regno, forse fin dagli ultimi anni del defunto re, una corrente ostile alla politica remissiva verso la Chiesa romana, un partito che spalleggiava la guerra contro i Bizantini e reclamava che gli interessi della nazione longobarda non fossero sacrificati a beneficio di quelli della S. Sede.
Lo sviluppo preso da questo partito doveva avere certamente gravi ripercussioni nella vita dello stato e rendere difficile la posizione del re, il quale, eletto con il favore dei cattolici, con una moglie cattolica romana (Tasia) e continuatore della politica di Liutprando favorevole al papato con il quale aveva rinnovata la tregua di vent'anni, si venne a trovare avversato da una parte dei suoi sudditi.

Nel conflitto delle due correnti politiche la disciplina si era venuta allentando, era scemato il rispetto alle leggi, gravi abusi erano sorti nell'amministrazione della giustizia e i ducati di Spoleto e di Benevento si erano sottratti di nuovo all'obbedienza del re. Prova delle condizioni in cui lo stato longobardo si trovava l'abbiamo nelle leggi di Rachi, in cui si proibiva d'inviare senza il permesso del re messi a Benevento e a Spoleto, si davano severe disposizioni per la vigilanza delle frontiere, si vietava che i giudici si allontanassero dalle proprie "giudiziarie" e si ingiungeva loro di "esplicare quotidianamente le proprie funzioni".
Poco noi sappiamo del breve regno di RACHI per il silenzio delle fonti, ma l'invasione della Pentapoli e del territorio di Perugia, avvenuta nel 749, ci assicura che la corrente espansionista abbia avuto il sopravvento.

Questa nuova guerra contro i Bizantini e l'intervento, in qualità di paciere, del pontefice Zaccaria, diedero occasione al partito contrario alla politica filoromana di disfarsi del re.
Mentre RACHI si trovava all'assedio di Perugia giunse al campo Zaccaria accompagnato dai suoi dignitari. Scopo del Pontefice era indurre, il re a porre fine alla guerra; e vi riuscì. Il "Liber Pontificalis", che ci fornisce le notizie di questi fatti, sostiene che Rachi, persuaso dall'eloquenza del Papa, insieme con la moglie Tasia e la figlia Rotrude si recò a Roma e, deposte tutti e tre le insegne regali sulla tomba di S. Pietro, le due donne indossarono l'abito monacale e anche Rachi andò a chiudersi nel convento di Montecassino.

Questi i fatti. Però noi non possiamo credere che la rinuncia alla dignità regia sia stata una conseguenza delle sole persuasive parole del Pontefice.
Più tardi Rachi cercherà di ricuperare il trono e questo ci fa sospettare che l'abdicazione del re sia stata imposta da quel partito (anticattolico) che nella politica remissiva di Rachi invece vedeva il fatale ostacolo al programma nazionale del popolo longobardo più intransigente.


Il sospetto trova conferma nell'elezione del successore, ASTOLFO, e nella politica bellicosa e diametralmente opposta a quella di Rachi che doveva seguire subito dopo essere salito al trono.

Oltre che della politica di Astolfo, dobbiamo ora seguire anche quella dei Franchi con re Pipino, e la nuova politica della Santa Sede con la discesa dello stesso Pipino in Italia. E' è il periodo che va dall'anno 743 al 756 d.C.

CARLO MARTELLO, morendo, aveva diviso gli stati franchi fra i suoi due figli legittimi, CARLOMANNO e PIPINO. Al primo erano toccate l'Austrasia, la Turingia e l'Alemannia; al secondo la Neustria, la Borgogna e la Provenza. Ad un terzo figlio, naturale, avuto da Zuanilda, di nome GRIFONE, aveva assegnato alcune terre sparse qua e là nei domini degli altri due fratelli.
Di questa divisione non poteva esser contento Grifone che aveva avuto meno degli altri e presto nacquero gravi discordie tra i tre fratelli delle quali approfittarono i nobili della Neustria nel 743 per mettere sul trono CHILDERICO III (ultimo dei re merovingi) che era stato chiuso in un convento.
Ma questo misero simulacro di re non poteva nuocere alla potenza di Carlomanno e di Pipino i quali, pur essendo soltanto dei maggiordomi, continuarono ad avere nelle loro mani tutta la forza del paese.

L'innalzamento di Childerico non mutò per nulla le cose di Francia: i tre fratelli continuarono a guerreggiarsi ed ai primi due fu facile avere ragione del terzo, il quale, insieme con la madre Zuanilda che era stata la vera causa della discordia, fu imprigionato. Vinto Grifone, i due figli legittimi di Carlo Martello portarono le armi contro i suoi alleati. ODILONE di Baviera, sconfitto sul Lech, si sottomise e conservò il suo ducato: UNOLDO di Aquitania, che si era ribellato già altre volte, dopo averlo sconfitto lo privarono dei suoi domini.

Eliminato Grifone e vinti i suoi sostenitori, arbitri della Francia rimasero solo loro due: CARLOMANNO e PIPINO. Entrambi erano fedeli continuatori della politica del padre che aveva avuta di mira la conquista dei paesi di là dal Reno e la costituzione di un vasto impero unito dal vincolo religioso. Con questo scopo Carlo Martello aveva mantenuto stretti rapporti con il Papato, aveva favorito la riforma del clero franco voluta dalla S. Sede ed era stato prodigo di aiuti al monaco inglese BONIFAZIO che papa Gregorio aveva mandato perché convertisse al Cristianesimo i Turingi, i Sassoni e i Frusoni ancora pagani.

Carlomanno e Pipino diedero tutto il loro appoggio a Bonifazio, il quale riuscì a condurre a buon punto la riforma ecclesiastica mediante una serie di assemblee che si chiusero con il concilio di Leptines (745), dove fu ristabilita la gerarchia, si emanarono norme per la disciplina del clero secolare e regolare e furono prese misure per difendere i patrimoni delle chiese.
In premio dell'opera sua Bonifazio fu fatto, nel 746, vescovo di Magonza, sede episcopale importantissima perché esercitava, sotto la diretta dipendenza del Papa, la giurisdizione in quasi tutta la Germania cristiana.

L'anno dopo, uno dei figli di Carlo Martello, CARLOMANNO, scomparve volontariamente dalla scena politica. Incline all'ascetismo e vinto dal rimorso di una guerra sanguinosamente condotta contro gli Alemanni, affidò i suoi domini al fratello e, accompagnato da molti nobili australiani, si recò nel 747 a Roma dove ricevette dalle mani del pontefice Zaccaria la tonaca; poi fondò sul monte Soratte un convento, che dedicò a S. Silvestro, vi si chiuse dentro e vi rimase fino a quando, desideroso di una maggiore solitudine, non si ritirò a Monte Cassino.

Con il ritiro di Carlomanno rimaneva solo PIPINO. Ora il vero padrone della Francia e di fronte a lui, valoroso guerriero, uomo di stato prudente ed abilissimo e figlio di colui che aveva data nuovamente la tranquillità e l'unità ai regni franchi e li aveva salvati dall'Islamismo, il legittimo re CHILDERICO non era che un'ombra.

Tutto era maturo per il colpo di stato, che forse da qualche tempo Pipino meditava; ma questi non voleva che il trapasso della dignità regia dalla casa merovingia a quella carolingia avvenisse con un atto di violenza. Nessun ostacolo avrebbe incontrato Pipino nel deporre l'ultimo dei "rois fainéants", ma l'atto sarebbe poi apparso come un'usurpazione; che avrebbe reso meno forte e duratura quella casata che l'avesse commesso.

Per dar veste di legalità al colpo di stato l'accorto maggiordomo ricorse alla suprema autorità religiosa. Essa sola poteva sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà prestato al sovrano e legittimare il trapasso della potestà regia, con una sentenza cui avrebbe dato validità la qualità di rappresentante del diritto divino che aveva il Pontefice.

Dopo essersi certamente messo d'accordo con il Papa, Pipino mandò a Roma come legati, nei primi del 751, FULRADO, abate di S. Dionigi, e BERNARDO vescovo di Wurtzburg, che consultarono papa ZACCARIA circa i re franchi, i quali "portavano il nome di re, senza avere l'autorità regia".
Il Pontefice sapeva già cosa doveva rispondere, e se non l'avesse saputo avrebbe forse data la medesima risposta che diede, consigliato dagli interessi della Chiesa alla quale nella persona di Pipino assicurava il miglior difensore che si potesse desiderare. Zaccaria rispose che era meglio "che chi aveva l'autorità re, doveva avere anche il titolo di re" e che "ut non conturbaretur ordo" disponeva con l'autorità della sede apostolica che si eleggesse re Pipino. " Mi pare buono e utile che sia re colui che senza averne il nome ne ha il potere, a preferenza di quegli che ha il nome e non l'autorità di re".

Del resto "il principe CHILDERICO - ci ha lasciato scritto Eginardo- si accontentava di avere lunghi capelli e lunga barba; era egli ridotto ad una pensione alimentaria regolata dal prefetto di palazzo, non possedeva che una casa di campagna di una modica rendita, e quando viaggiava, era portato sopra un carro trascinato da buoi, che guidava un bifolco della sua campagna".

"…E' questa - nota il Bartolini - una posizione del tutto nuova che il papato viene ora ad avere nella storia. Si è introdotto ormai a piene mani nel politismo del mondo cristiano, e la semenza del diritto teocratico è già posta nel suolo, che poi Gregorio VII saprà poi con maestria far germogliare, coltivare e raccogliere i frutti…".

Senza dubbio gli interessi appoggiarono le realtà politiche. Esistevano grandi legami fra i papi Gregorio II e III ed il prefetto di palazzo Carlo Martello. Ora PIPINO desiderava diventare re dei Franchi, come ZACCARIA bramava di sottrarsi al giogo degli imperatori di Costantinopoli protettori degli Iconoclasti, oltre che a liberarsi dall'oppressione dei Longobardi.
Avere i Franchi amici, alleati, disponibili - come avevano dimostrato due volte- era già una garanzia; se poi la Chiesa riconosceva Pipino re, avrebbe avuto da lui o dai suoi discendenti anche un perenne debito di gratitudine.

Nel novembre del 751 Pipino convocò a Soisson un'assemblea e, con il consiglio di tutti i Franchi, con l'assenso della Santa Sede, con la consacrazione dei vescovi, con l'obbedienza dei Grandi, fu proclamato re. All'elezione seguì la consacrazione di Pipino a Re di Francia, che in nome del Pontefice, fu fatta dal vescovo di Magonza.
Chautebriand con certi storici, arrabbiandosi, e affermando che è una menzogna che poi si crede verità a forza di ripeterla, dire che "fu l'incoronazione di Pipino un'usurpazione alla corona merovingia", fu invece una vera e propria "monarchia elettiva"…La Francia intera lo proclamò Re! "…" .

Dopo quest'atto, CHILDERICO III e il figlio TEODERICO furono vestiti dell'abito monastico e di nuovo chiusi, l'uno nel convento di Saint Bertin, l'altro in quello di Waudrille.
Terminava la dinastia Merovingia dei franchi salii, fondata dal leggendario Meroveo unificatore della Gallia, durata due secoli.
Iniziava quella dei Pipinidi, progenitori della prossima dinastia carolingia.

Con l'aiuto morale prestato a Pipino il Pontefice aveva voluto assicurare alla Chiesa romana l'amicizia del potente monarca dei Franchi. Di quest'amicizia aveva grandissimo bisogno. Dopo la monacazione di Rachi era salito al trono longobardo il fratello ASTOLFO, esponente di quel partito anticattolico che vagheggiava l'unificazione dell'Italia sotto la sovranità dei Longobardi. Appena salito al trono, Astolfo aveva revocate le donazioni fatte dal fratello in favore del clero e, nel 751, aveva invaso l'esarcato e si era impadronito di Ravenna.

ZACCARIA però non riuscì a cogliere i frutti della sua politica e vedere il corso degli avvenimenti: nel marzo del 752 cessò di vivere e gli successe un prete STEFANO. Questi però mori tre giorni dopo, ed ebbe la tiara un altro STEFANO che fu detto II e non III essendo il suo predecessore morto prima che fosse consacrato.

La situazione in cui si trovava Roma era allora delle più critiche. L'esarcato era in potere dei Longobardi, il ducato di Spoleto era annesso al regno e Astolfo mostrava di volere invadere il ducato romano in cui - se è vero quel che scrive Benedetto di Monte Soratte, cronista del secolo XI - era invocato da un partito di Italiani ("viri Romani scelerati").

Stefano II tentò di allontanare la tempesta che cominciava a addensarsi sul cielo di Roma e inviò al re il fratello Paolo e il primicerio dei notai Ambrogio ai quali riuscì stipulare con i Longobardi una pace di quarant'anni. Che invece non durò che quattro mesi soltanto, pretendendo Astolfo, come tributo annuo, un solido d'oro a testa per ogni cittadino romano.

Il Pontefice non poteva, cedendo alle pretese di Astolfo, rinunciare alla politica che aveva caratterizzata per tanti anni la condotta della S. Sede. Egli fece allora un ultimo tentativo mandando al re longobardo gli abati di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno; ma gli ambasciatori non furono neppure ricevuti, ebbero l'ordine di tornare ai loro conventi senza neppure passare per Roma.

Non rimaneva al Papa che rivolgersi a Costantinopoli, e chiedere all'imperatore che inviasse un esercito in Italia per ricuperare l'esarcato e difendere Roma dalla minaccia longobarda. Ma l'imperatore non era in grado di inviare aiuti nella penisola e invece di truppe mandò il "silenziario" (comandante della guardia) GIOVANNI con l'ordine di reclamare da Astolfo le terre dell'esarcato.

Giovanni fu da Stefano II mandato a Ravenna in compagnia del fratello Paolo, ma quest'ambasceria non ebbe miglior successo di quella dei due abati: Astolfo non volle dare alcuna risposta e rimandò il silenziaro a Costantinopoli, accompagnato da un suo ambasciatore che forse aveva l'incarico di trattare direttamente con l'imperatore.

Su quali basi appoggiare queste supposte trattative non sappiamo: ma il fatto che Astolfo non volle alla presenza del fratello del Pontefice dare a Giovanni una risposta ci fa sospettare che i disegni del re dovessero essere dannosi agli interessi del Papato. E questo sospetto dovette senza dubbio avere lo stesso Pontefice, il quale a Giovanni che tornava a Costantinopoli gli mise alle costole alcuni suoi legati perché spiassero l'ambasciatore longobardo, ma anche per dire all'imperatore di non fidarsi del re longobardo e di sollecitarlo di inviare in Italia un esercito.

Tuttavia il Papa sapeva che l'imperatore non era in condizioni da intraprendere una guerra contro i Longobardi, e mentre i suoi legati andavano a Costantinopoli pensò di tentare un'altra via, con un bel "colpo di teatro". Spedì in Francia a Pipino una lettera per mezzo di un pellegrino chiedendo di essere ufficialmente invitato a recarsi in Francia. Lo scopo di questa lettera era evidente: Stefano II voleva che l'invito del re franco suonasse come minaccia o avvertimento agli orecchi di Astolfo e significasse annuncio formale ed esplicito della "protezione" della S. Sede da parte della Francia.

Il Papa era senza debbio un politico consumato, ma non lo era di meno Pipino, al quale non sfuggirono le conseguenze che potevano derivare da un simile invito, perché protezione voleva dire intervento in Italia a difesa del Pontefice contro i Longobardi con i quali i Franchi non erano in cattivi rapporti, e un intervento in Italia non avrebbe potuto aver luogo senza il consenso dei Grandi duchi.
Ma il Papa seppe tanto e cosi bene insistere, che Pipino decise di convocare un'assemblea di duchi franchi per discutere dell'opportunità d'invitare il Pontefice in Francia. I duchi, che a loro volta erano stati direttamente sollecitati dal Papa, espressero parere favorevole e fu allora deciso che l'invito fosse fatto in forma solenne.

A portare l'invito a Roma furono mandati CRODEGANGO vescovo di Metz e il duca AUTICARIO, che era stato referendario di Carlo Martello. I due ambasciatori giunsero a Roma nel 753, dove poco prima erano tornati da Costantinopoli i legati papali e il silenziario Giovanni con lettere dell'imperatore in cui si ordinava al Pontefice di recarsi da Astolfo e chiedergli la restituzione dell'esarcato. A quel punto il papa cominciò a sentirsi dentro una "botte di ferro". Ora aveva non uno ma due alleati contro i longobardi.

Ottenuto dal re longobardo un salvacondotto, affidato il popolo romano "alla protezione dell'apostolo S. Pietro", il 14 ottobre di quello stesso anno il Papa partì da Roma in compagnia dei due ambasciatori franchi e del silenziario e con numeroso seguito di ecclesiastici e di laici si recò a Pavia portando ad Astolfo ricchissimi doni.

Il re fece al Pontefice buon'accoglienza, ma rifiutò di restituire le terre conquistate ai Bizantini e quando STEFANO II gli chiese il permesso di attraversare l'Italia settentrionale per recarsi in Francia si oppose, ben immaginando lo scopo di quel viaggio. Ma le insistenze degli ambasciatori franchi furono così insistenti che, alla fine, Astolfo concesse il permesso, e il Papa il 15 di novembre riuscì a partire da Pavia.

Al monastero di S. Maurizio, nella valle del Rodano, gli vennero incontro FULRADO, abate di San Dionigi, e il duca Rotardo, i quali gli annunciarono che Pipino lo aspettava a Ponthion, sulla Marna. A venti miglia da Ponthion il Pontefice fu ossequiato da un ragazzino undicenne, Carlo, primogenito del re, che passerà alla storia col nome di CARLO MAGNO, e il 6 gennaio del 754 avvenne l'incontro tra Pipino e Stefano II. Il re franco scese da cavallo, s'inginocchiò ai piedi del Papa, ne ricevette la benedizione, poi lo accompagnò per un buon tratto di strada ed entrò insieme con lui a Ponthion tra una folla che plaudiva e cantava inni.

Il giorno dopo in una villa del re, alla presenza di molti dignitari della Chiesa e del regno avvenne il primo colloquio tra il re e il Pontefice. Questi lo scongiurò di voler difendere la causa di S. Pietro e della Repubblica romana, e Pipino gli promise di difendere la S. Sede e di adoperarsi affinché fossero a lui restituite le terre usurpate dai Longobardi.

Una cosa importantissima è qui da notare, che cioè Stefano II non chiese al re che procurasse di far restituire l'esarcato all'impero. Non ne parla nemmeno. Questo secondo progetto è messo ora da parte con il silenzio. II Pontefice dall'intuito accorto, ha ben capito che Pipino e i Grandi Duchi del suo regno non scenderanno mai in guerra per favorire l'imperatore, ma solo per difendere le giustizie di S. Pietro, e quindi da questo momento dà un nuovo orientamento alla sua politica. Poiché ha trovato un valido difensore, egli vuole adoperarlo in pro della Chiesa romana.
Del resto il debole vincolo che univa la Chiesa all'impero è stato spezzato definitivamente nell'agosto del 753 con il concilio costantinopolitano confermante la politica iconoclasta di Leone, seguita da Costantino Copronimo, quindi sia le richieste e sia i silenzi papali hanno piena giustificazione.

Necessità di cose, insofferenza di una situazione instabile che minacciava, a lungo andare, di compromettere la sicurezza personale dei pontefici, nessuna speranza di aiuto dall'Oriente, desiderio di conservare l'indipendenza del ducato romano contro l'aggressiva politica di Astolfo, ambizione di trarre i maggiori vantaggi da una combinazione fortunata che offriva alla S. Sede una seducente prospettiva di potenza e d'ingrandimento territoriale: tutto concorse a spingere Stefano verso un nuovo orientamento politico e a vincere in lui quegli scrupoli legittimisti (non avendo la forza a disposizione) che avevano fin allora trattenuto i pontefici dal rompere i secolari legami di sudditanza all'imperatore.

Così l'evento che il tempo stava maturando, e che il grande dissidio iconoclasta aveva affrettato, e la precedente politica di Gregorio II, Gregorio III e Zaccaria aveva spianato la via, andava a compiersi ora, per opera di questo prete romano, nel quale, più che la pietà religiosa, era forte l'abilità diplomatica e il senso dell'opportunità politica, e che, sostituendo con mirabile disinvoltura il protettorato franco a quello bizantino, fu il vero iniziatore del principato civile della Chiesa " ("Romano").

Al primo colloquio tra il Pontefice e Pipino altri ne seguirono, poi si cercò d'indurre con mezzi pacifici Astolfo a cedere alla S. Sede (e non a Costantinopoli) i territori che erano stati dei Bizantini. Tre ambascerie furono mandate a Pavia, ma nessuna di loro riuscì a piegare il re longobardo, il quali tentò anzi di trarre dalla sua i Franchi mandando a Pipino il monaco Carlomanno.

Riuscito inutile ogni tentativo di far riavere a "S. Pietro" le sue "giustizie" pacificamente, l'abile "papa prete" non indugiò: bisognava allora ricorrere alle armi! Due assemblee di Grandi furono tenute in Francia, l'una il 1° marzo del 754 a Braisne, presso Soissons, l'altra il 14 aprile, giorno di Pasqua, a Quierzy ("Carisiacum"), e in quest'ultima fu decisa la guerra contro i Longobardi.

Secondo alcuni, in questa seconda assemblea Pipino rilasciò al Papa un documento ("Promissio Carisiaca"): prometteva di cedere alla S. Sede, dopo la conquista, la Corsica, la Venezia, l'Istria e i territori a sud di una linea che da Luni andava a Parma, a Reggio, a Mantova e a Monselice, e in più i ducati di Spoleto e di Benevento: secondo altri questo famoso documento è solo un parto della fantasia del biografo.
Secoli dopo si disse che era un clamoroso falso storico sostenuto solo da un "continuo ripeterlo" fino a farlo diventare una verità. La "promissio" fra l'altro s'intreccia con la "donazione" costantina, e sembrerebbe che quest'ultima ritenuta falsa come documento, sia stato redatto in quella composizione che avvenne poi in questi anni (anno 800) con l'incoronazione di Carlo Magno a Roma (falsità ipotizzata da Ottone III per motivi formali. Mancanza di sigillo. Fu poi dimostrata in base a incontrovertibili argomenti storici e linguistici da N. Cusano e da L. Valla nel XV secolo)

Sarebbe inutile qui riportare le tante ragioni per dimostrare l'esistenza o meno del documento "carisiaco". Se non scritta, la promessa ci fu certamente e questo importa sapere. E' presumibile - per come andranno le cose- che il papa chiese qualcosa di "solido", dopo che abbiamo visto che tipo lui era.
II Papa in Francia aveva quindi ottenuto tutto quello che voleva. Ma nell'attesa che la guerra incominciasse e il ducato romano s'ingrandisse, con i domini bizantini, volle stringere ancor di più i legami con i Franchi e rendere un servigio a Pipino che, di riflesso, aveva lo scopo di accrescere maggiormente l'autorità papale. Secondo una leggenda -indubbiamente la mise in piedi lo stesso "papa-prete" durante una sua malattia contratta in Francia, apparvero al Pontefice, S. Dionigi, S. Pietro e S. Paolo che gli promisero di farlo guarire a patto che innalzasse un nuovo altare a S. Dionigi.
Stefano II promise e fece erigere in pochi mesi l'altare nella chiesa di Saint-Denis, dove poi il 28 luglio del 754 si svolse una cerimonia importantissima.

Il Papa incoronò PIPINO e la regina BERTRADA e consacrò i due figli CARLO e CARLOMANNO e quel giorno stesso ordinò ai Franchi sotto pena di scomunica, che non eleggessero per l'avvenire, sovrani che non appartenessero alla stirpe di Pipino. Così una nuova dinastia riceveva dall'autorità del Pontefice la consacrazione e questa consacrazione altro non era che una conferma fatta in forma solenne del parere emesso dal Papa Zaccaria già nel 751 che a Pipino aveva fruttato la corona.

Dal Papa il re dei Franchi ricevette pure in quell'occasione il titolo onorifico di patrizio romano che fu conferito anche ai due figli. Era questa la prima volta che un pontefice si arrogava il diritto, che fino allora era stato soltanto dell'imperatore, di conferire il patriziato. Arrogandosi tale diritto egli si considerava investito della sovranità di Roma; conferendo al re tale titolo legittimava l'opera che Pipino si accingeva a compiere direttamente contro i Longobardi e indirettamente contro Costantinopoli.

SPEDIZIONE DI PIPINO IN ITALIA contro i longobardi E MORTE DI ASTOLFO

Prima che la guerra iniziasse Pipino si sbarazzò di tutti quei parenti che avrebbero potuto usurpargli il trono durante la sua assenza.
Abbiamo visto che il fratello Carlomanno, il monaco Montecassino, era venuto in Francia a perorare la causa di Astolfo. Pipino non lo rimandò più in Italia e lo fece chiudere nel monastero di Vienne, presso il Rodano. Drogone e gli altri figli di Carlomanno furono costretti a prender l'abito monastico. Sorte diversa, ma non migliore, toccò a Grifone, il figlio naturale di Carlo Martello, il quale, volendo trarre profitto dalla guerra imminente, radunò una forte schiera con il proposito di passare in Italia in aiuto di Astolfo. Alle Alpi però fu affrontato dalle truppe del fratello e fu ucciso in combattimento.

Nell'estate del 754, o come altri affermano, nel 755, dopo aver fatto un ultimo tentativo presso Astolfo offrendogli la somma di dodicimila solidi d'oro in cambio della cessione dei territori usurpati, Pipino, raccolto un fortissimo esercito, mosse alla volta dell'Italia. Lo comandava lo stesso re, il quale aveva con sé il Papa, l'abate Fulrado di S. Dionigi ed altri prelati: precedeva il grosso un corpo di truppe con l'ordine di occupare il valico del Cenisio.

Astolfo aveva radunato il suo esercito nella valle di Susa e precisamente alle Chiuse con lo scopo di sbarrare il passo al nemico: ma la ristrettezza del luogo non gli permise di spiegare tutte le sue forze e, venuto a battaglia con l'avanguardia francese, fu duramente sconfitto e costretto a chiudersi a Pavia. Qui Pipino quando entrò in Italia andò ad assediarlo, ma l'assedio non durò a lungo. Vista inutile la resistenza e temendo più di quello che i nemici volevano, Astolfo scese a patti, e le trattative portarono ad un trattato di pace con La quale il re longobardo si impegnava di cedere Ravenna e le altre città occupate e di non recare per l'avvenire molestia alla Chiesa romana. Alcune fonti vogliono che il re fu obbligato a pagare anche una grossa indennità di guerra al vincitore al quale diede anche quaranta ostaggi.

Conclusa la pace, per timore che durante la sua assenza potesse perdere il trono, Pipino fece ritorno in Francia. STEFANO II invece, in compagnia di Fulrado, si recò a Roma. Qui il Pontefice aspettò che Astolfo mantenesse i patti; ma la sua, fu un attesa lunga e vana. Il Longobardo prima tergiversò poi si rifiutò apertamente; infine, il primo gennaio del 756 con un grosso esercito invase il ducato romano, saccheggiando e devastando, e giunto sotto le mura di Roma minacciò di trucidare gli abitanti se la città non si fosse subito arresa e consegnato il Papa.

Questi, impaurito dal pericolo che lo minacciava, non potendo difendersi con le sole sue forze, spedì al galoppo al re dei Franchi l'abate Fulrado informandolo della disperata situazione in cui si trovava e chiedendo che corresse in suo aiuto. Pipino, forse per l'impopolarità della guerra contro i Longobardi, forse anche timoroso di allontanarsi dal suo regno, nicchiava. Il Pontefice però non gli diede tregua, lo tempestò di lettere in cui gli rammentava le solenni promesse e gli descriveva a foschi colori lo stato delle cose.

Infine, per meglio influire sull'animo del re (le risorse di questo "prete" furono inesauribili) gli mandò una lettera giunta dal cielo che figurava scritta dal medesimo S. Pietro:
"…Io, apostolo Pietro, capo di tutte le chiese, vengo innanzi a voi, rivestito quasi del mio corpo, e vi chiamo a combattere contro i nefandi Longobardi, perché io prediligo voi e il popolo dei Franchi sopra ogni altro popolo, e con me vi prediligono la sempiterna Vergine Maria, i troni, i principati e tutte le schiere celesti, i martiri, i credenti in Gesù Cristo e tutti quanti sono in grazia del Signore, perché non lasciate cadere il mio capo nelle mani dei nemici. Per questo aiuto, io vi prometto la mia protezione. Correte…".

Questa lettera fece l'effetto che il Pontefice si riprometteva: Pipino raccolse un esercito e nella primavera del 756 marciò alla volta dell'Italia per la stessa via percorsa nella precedente guerra.

Minacciato dalle Alpi, impotente ad impadronirsi di Roma per la valida difesa della milizie del ducato, nel marzo, dopo tre mesi di assedio, Astolfo si allontanò dalla metropoli e corse a fronteggiare l'invasione. Anche questa, volta il re longobardo ammassò il suo esercito alle Chiuse, ma non servì a impedire ai Franchi di penetrare in Italia. Invece di forzare il passo tenuto dal nemico, essi calarono per impervi sentieri non custoditi e, così presero alle spalle i Longobardi, e inflissero loro una dura sconfitta.
Astolfo tornò a chiudersi a Pavia, ma non tardò a capitolare. Prima che la città si arrendesse, Pipino ricevette un ambasciatore di COSTANTINO COPRONIMO che in nome dell'imperatore chiedeva la restituzione all'impero dei domini bizantini occupati dai Longobardi. Il re franco rispose che lui non aveva intrapresa quella guerra in favore di nessun uomo (per nullius hominis favorem) ma per amore di S. Pietro e per ottenere il perdono dei peccati.

Ad ASTOLFO, per punirlo dei patti non mantenuti, PIPINO impose condizioni molto dure. Il Longobardo doveva dare un terzo del tesoro regio, offrire ostaggi, pagare l'annuo tributo di dodicimila solidi d'oro quanti i Longobardi ne pagavano sotto il regno di Agilulfo, e cedere Ravenna, Rimini, Cattolica, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì, Castrocaro, San Leo, Acervia, Monte di Lucaro, Serra dei Conti, S. Marino, Sarsina, Urbino, Cagli, Cantiano, Gubbio, Narni e Comacchio. In sostanza doveva cedere solo le terre da lui conquistate.
Di Bologna, Ferrara, Faenza, Imola, Osimo, Ancona e ed Umana che erano state prese al tempo di Liutprando non è fatta parola nelle fonti.

L'abate Fulrado ebbe l'incarico di andare a prendere sotto buona scorta la consegna, delle città e di farsene dare le chiavi. Queste furono mandate a Roma con l'atto di donazione. I Pochi mesi dopo Astolfo cessò di vivere (dicembre del 756). Era stato un valoroso guerriero, ma un cattivo politico e si era lasciato guidare più dal suo impulso e dal partito nazionale che dalla prudenza: era stato anche un cattolico fervente ed aveva fondato chiese e conventi; ma nonostante questo il Pontefice, dando comunicazione della morte di lui a Pipino, lo chiamava e "seguace del diavolo", "assetato del sangue dei cristiani", e diceva che l'anima di lui "era piombata nel baratro dell'inferno".

In queste parole che qualche storico ha biasimato noi non vediamo il linguaggio di un Papa, del capo spirituale della Chiesa, ma il linguaggio di chi aveva visto la politica della S. Sede osteggiata aspramente dal re, il linguaggio di un principe temporale che non ha dimenticato i pericoli corsi e le lotte sostenute per ingrandire e mantenere i domini della Chiesa e che vuole rendere omaggio al sovrano dei Franchi per aver saputo essere il valido difensore di S. Pietro e l'autore del dominio temporale.

Dopo la sconfitta longobarda e la morte di Astolfo, quattro mesi dopo moriva anche il papa.
La lotta papato-longobardi non era ancora terminata, c'era un re longobardo, ma c'era come papa il fratello di Stefano

DESIDERIO L'ULTIMO RE LONGOBARDO E PAPA PAOLO I


Come abbiamo letto nel dicembre del 756, il re longobardo ASTOLFO, cessava di vivere; senza lasciare eredi. Ma c'era però suo fratello monaco RACHI che dal ritiro di Montecassino terminata forse il periodo mistico, aveva continuato a sognare di ritornare sul trono che aveva lasciato al fratello, ed aspettava solo il momento propizio per tentare di riprendere lo scettro.

Dopo la sconfitta longobarda e il trionfo della politica papale, il partito di coloro che spingevano verso l'unità d'Italia aveva perso molto terreno e la politica estera dei Longobardi, persa la sua libertà d'azione, era costretta ad uniformarsi alla volontà del regno franco e, di conseguenza, del Pontefice. A RACHI, il quale aveva dovuto rinunciare al trono per la sua politica remissiva verso la S. Sede, non sembrava quindi difficile riottenerlo, ora che la situazione era molto cambiata. Lasciato, perciò, Montecassino, si precipitò a Pavia nello stesso mese in cui era morto il fratello e si dichiarò re.

Malauguratamente nel frattempo era però sorto un competitore, che aveva un largo seguito tra i Longobardi di Toscana. Era questi DESIDERIO, oriundo bresciano, il quale, per avere l'appoggio del Papa per salire al trono, promise di -cedere alla S. Sede i luoghi dell'Esarcato e della Pentapoli che erano stati occupati al tempo di Liutprando, Bologna, Ferrara, Imola, Faenza, Osimo, Ancona ed Umana.

Era quanto il Pontefice desiderava. I negoziati furono condotti a termine dall'abate Fulrado, da un consigliere Cristoforo e dal fratello del Papa, PAOLO, e Desiderio fu riconosciuto re. RACHI fu minacciato di scomunica se persisteva nel suo atteggiamento e dovette dare un addio al suo sogno e ritornare nella solitudine del convento.
Il papa fece appena in tempo a concludere quest'operazione -che era il compimento del suo capolavoro- quando il 26 aprile del 757, STEFANO cessò di vivere.

Contro la volontà di una fazione che cercava di fargli succedere l'arcidiacono TEOFILATTO, fu eletto PAOLO I, fratello del morto Pontefice. Il nuovo Papa non poteva che seguire la politica del suo predecessore della quale proprio lui era stato un valido strumento.
Questa politica aveva per basi l'amicizia del re dei Franchi e il consolidamento del dominio temporale. Questo secondo punto del programma politico della Santa Sede, trovava in verità degli ostacoli non lievi nella nobiltà laica ("Judices de militia") che non sapeva rassegnarsi alla perdita della propria autorità di fronte a quella sempre crescente delle gerarchie ecclesiastiche ("Judices de clero") e nell'arcivescovo di Ravenna che mirava a divenire il capo dell'Esarcato e a sottrarsi alla sovranità papale.

PAOLO I cercò di superare questi ostacoli per mezzo dell'autorità di PIPINO e riuscì a provocare un monito del re alla nobiltà turbolenta che, per lettera, veniva, invitata a rimaner devota alla Chiesa e al Papa.
Un altro ostacolo alla politica ecclesiastica era costituito dall'atteggiamento del re Longobardo DESIDERIO. Questi aveva restituito Imola e Ferrara, ma indugiava a consegnare le altre città che aveva promesso di restituire.
Il suo indugio però era giustificato dalla politica del Pontefice, il quale segretamente, tramite l'abate FULRADO allo scopo d'indebolire sempre più lo stato longobardo, aveva avviato trattative con i duchi di Spoleto e Benevento per staccarli da Pavia e metterli sotto il protettorato dei Franchi, che voleva dire sotto l'influenza della Santa Sede.
Questi maneggi non potevano naturalmente piacere a Desiderio. In un primo tempo egli sospese la restituzione delle città dell'Esarcato e della Pentapoli, in un secondo armò un esercito e marciò contro i due ducati del Mezzogiorno.

Il primo ad essere punito fu ALBOINO, duca di Spoleto, il quale fu messo in prigione e sostituito con GISULFO. Il duca di Benevento non aspettò che il re comparisse nel territorio del ducato e se ne fuggì ad Otranto, dopo aver messo al suo posto ARECHI, che divenne più tardi suo genero.

La notizia di questi fatti mise in allarme il Pontefice, che da un canto informò Pipino esagerando la portata degli avvenimenti, dall'altro cercò d'indurre Desiderio a mantenere le promesse, invitandolo a Roma. Desiderio ci andò, ma pose una condizione per la restituzione delle città, che il Pontefice scrivesse al re dei Franchi di rimandare gli ostaggi longobardi. La lettera fu in realtà scritta ed affidata al vescovo di Ostia Giorgio; ma un'altra lettera venne subito dopo mandata segretamente a Pipino nella quale veniva avvertito di non tener conto della prima, di trattenere gli ostaggi e di costringere lo stesso sovrano dei Longobardi a rendere le "giustizie di S. Pietro".

La politica di PAOLO I non era, come si vede, rettilinea; ma alle tortuosità era costretta dai timori e dalle notizie, non tutte fondate, che giungevano al suo orecchio. Egli sospettava di tutti e prestava fede a tutto quello che si vociferava intorno alle intenzioni dei Longobardi, dei Franchi e dell'imperatore d'Oriente.
Di DESIDERIO si affermava che volesse avvicinarsi ai Bizantini, per poi aiutarli a ricuperare ciò che in Italia loro avevano perduto.
Di COSTANTINO COPRONIMO arrivavano notizie di suoi preparativi per una spedizione su Ravenna e Roma e che stringeva accordi con lo stesso Pipino.
Di PIPINO, pure lui, non è che era molto limpido, infatti circolavano voci che cercava con chissà quali scopi di dare in moglie sua figlia Gisella al figlio dell'imperatore, Leone. A che pro?

Disorientato da tante dicerie, il Pontefice tempestava di lettere Pipino, protestandogli devozione, ricordandoli i servigi resi alla dinastia da Stefano II e scongiurandolo di fare la spedizione in Italia.

Ma Pipino non poteva allontanarsi dalla Francia, impegnato com'era in una grossa guerra nell'Aquitania; tuttavia, desideroso di sistemare le faccende in Italia, vi mandò il Duca AUTICARIO e REMEDIO vescovo di Rouen, che riuscirono nel 763 a mettere d'accordo il Papa e Desiderio.
Fu un accordo però che andava a tutto vantaggio dei Longobardi e se il Papa lo accettò volentieri è spiegato da quello stato di incertezza e di preoccupazione in cui viveva e dall'inesatta nozione che aveva della politica internazionale. Nell'accordo non si dice nulla della restituzione delle città dell'Esarcato e della Pentapoli, ma genericamente parla dei "patrimoni della Chiesa". Il Pontefice indicava così (ma solo apparentemente) le città alle quali agognava, ma in cambio otteneva solo l'assicurazione che Desiderio non avrebbe più molestato la S. Sede, anzi il longobardo s'impegnava a portarle aiuto in caso di una guerra offensiva dell'impero.

COSTANTINO, FILIPPO E STEFANO III

PAOLO I non riuscì a rallegrarsi a lungo della pace fatta con Desiderio, essendo venuto a morte il 28 giugno del 767. La scomparsa del Papa produsse disordini e violenze a Roma e segnò l'inizio di una furibonda lotta tra le gerarchie ecclesiastiche e la nobiltà laica che dalla politica energica del defunto Pontefice era stata costretta a mordere il freno.
Un duca di Nepi, di nome TOTONE, radunato nella Toscana un gran numero di partigiani, il giorno stesso che Paolo I era spirato corse a Roma alla testa di questi uomini in compagnia di tre suoi fratelli, COSTANTINO, PASSIVO e PASQUALE. Entrato per la porta S. Pancrazio s'impadronì del Laterano e fece proclamare papa il fratello Costantino. Questi era laico, ma con le minacce il vescovo di Preneste fu costretto ad ordinarlo chierico, suddiacono e diacono, e il 5 luglio lo consacrò in S. Pietro con i vescovi di Porto e di Albano.

Un'elezione del genere non poteva che provocare la reazione dell'elemento ecclesiastico. Anima di questa rivolta fu il primicerio dei notai CRISTOFORO, che, per essersi opposto all'elezione di Costantino, era stato costretto a vivere in casa sotto rigorosissima sorveglianza. Fingendo di volere farsi monaco, ottenne di allontanarsi da Roma con il figlio SERGIO, sacellario, e riparò prima a Spoleto, dal duca TEODICIO, poi alla corte di DESIDERIO in Pavia.

II re longobardo, sollecitato, promise il suo appoggio ai due fuggitivi. Ma Desiderio non era certo spinto da una simpatia per il partito ecclesiastico; voleva solo approfittare della situazione per far eleggere papa un suo uomo e in tal modo poter poi dirigere la politica della Chiesa romana.
A Cristoforo e a Sergio diede pertanto come compagno il prete longobardo VALPERTO e questi, radunate nel ducato di Spoleto alcune schiere, marciò su Roma, sotto le cui mura giunse il 28 giugno del 768.
Porta S. Pancrazio fu aperta dai parenti di Cristoforo, il quale riuscì così a entrare in città. A fronteggiare i Longobardi, corse in aiuto TOTONE e sul Gianicolo s'impegnò in una furiosa mischia che sarebbe finita con la vittoria dei Romani se Totone non fosse stato pugnalato da alcuni traditori. La morte del capo causò lo scompiglio delle sue truppe; allora le milizie romane si unirono a quelle longobarde, il Laterano fu circondato e il papa COSTANTINO e il fratello PASSIVO furono fatti prigionieri.

Approfittando del tumulto, Valperto fece proclamare pontefice il monaco FILIPPO che simpatizzava per i Longobardi; ma quest'elezione non poteva riuscire gradita né all'aristocrazia laica né alle gerarchie ecclesiastiche. Il 1° agosto del 768 il clero, l'esercito e il popolo, tutti uniti, dopo aver deposto Filippo, elessero papa, dietro consiglio del primicerio Cristoforo, il prete siciliano STEFANO (III), che una settimana dopo, il 7 agosto, fu consacrato.
Prima della consacrazione del nuovo Pontefice al povero Costantino furono cavati gli occhi e poi, dalla folla inferocita, fu condotto a cavallo su di una sella da donna in un convento; dove il 6 agosto fu prelevato, portato di peso in Laterano e qui deposto da un'assemblea di vescovi.

Sorte peggiore toccò al prete Valperto: cercò di salvarsi rifugiandosi nella chiesa di Santa Maria a Martyres (Pantheon), ma fu scovato e trascinato in Laterano dove gli furono, anche a lui cavati gli occhi.

Circa un mese dopo, il 24 settembre, moriva PIPINO e gli succedevano i figli CARLO e CARLOMANNO. Ad entrambi si presentò, mandato da Stefano III, il sacellario SERGIO per informarli degli avvenimenti, per chiedere che l'amicizia dei Franchi fosse mantenuta alla S. Sede e per pregarli che concedessero licenza ai vescovi del loro regno per farli partecipare ad un concilio in cui dovevano stabilirsi le norme per l'elezione dei pontefici.
Il concilio fu tenuto nella basilica lateranense nell'aprile del 769 e vi parteciparono vescovi franchi e quarantun italiani. L'ex-papa Costantino, chiamato dinanzi all'assemblea e interrogato sulla sua elezione, si scolpò dicendo di essere stato costretto con la forza e domandò perdono dei suoi peccati, ma, avendo osato aggiungere che, prima di lui, a Ravenna e a Napoli, dei laici come lui erano stati eletti vescovi, fu battuto, insultato e scacciato.

Le decisioni del concilio furono: che non potesse essere eletto pontefice un laico; che soltanto i preti cardinali e i diaconi potessero essere eleggibili; che l'elezione del pontefice fosse esclusivamente fatta dal clero; che nessuno potesse intervenire armato alla cerimonia dell'elezione e che i laici, civili o militari, della città o della campagna potessero solo acclamare al Papa, di fuori, ad elezione avvenuta. Gli atti del pontificato di Costantino furono bruciati. Il concilio lateranense terminava, come si è visto, con la vittoria completa del clero sul popolo e sull'aristocrazia laica.

RELAZIONI. TRA CARLO, DESIDERIO
E LA S. SEDE DURANTE IL PONTIFICATO DI STEFANO III


Con l'elezione di STEFANO III e dopo le decisioni del concilio lateranense, pareva che un periodo di pace dovesse inaugurarsi in Roma. E invece i germi della discordia non erano stati eliminati, anzi altri erano sorti. Il malcontento della nobiltà laica era, infatti, cresciuto, e se da una parte era stato tolto di mezzo Totone, dall'altra a occupare il suo posto erano venuti Cristoforo e Sergio. Si aggiunga l'estrema debolezza del Pontefice e la discordia sorta tra Carlo e Carlomanno, che impegnati com'erano a litigare si disinteressavano della Chiesa; si comprenderà facilmente come le condizioni di Roma fossero piuttosto tristi.

Come se ciò non bastasse, le relazioni tra il Papato e la corte di Pavia erano tornate a farsi tese, sia per l'uccisione del prete longobardo Valperto e per la deposizione di Filippo, sia per la politica papale che aveva rimesso in campo le sue pretese sulle città dell'Esarcato e della Pentapoli non ancora restituite da Desiderio e che il patto del 763, promosso da Pipino, era stato messo da parte.
Ricominciavano pertanto le sollecitazioni del Pontefice ai re franchi perché costringessero Desiderio alla restituzione. Ma, come si è detto, tra Carlo, cui erano toccate l'Austrasia, parte dell'Aquitania e la Neustria a nord dell'Oise, e Carlomanno, che aveva avuto il resto dell'Aquitania, la Neustria a sud dell'Oise, la Borgogna, la Settimania, la Provenza, l'Alemannia, l'Alsazia e la Turingia, non correvano buoni rapporti e le sollecitazioni del Papa non potevano presso di loro trovare buon'accoglienza.

A lasciare insoddisfatte le richieste della S. Sede concorrevano anche l'atteggiamento di gran parte della nobiltà franca contraria: alla politica estera inaugurata da Pipino e le vedute e i propositi della regina madre BERTRADA. Questa voleva che i suoi figli vivessero d'accordo, che fossero eliminate le cause di guerre con i popoli vicini e che i Franchi si unissero in alleanza con i Bavaresi e con i Longobardi. Un'alleanza per quei tempi era sempre accompagnata da vincoli nuziali tra le case regnanti e, poiché TASSILIONE duca di Baviera aveva sposato LIUTPERGA figlia di Desiderio, pensò Bertrada di dare in sposa al figlio CARLO l'altra figlia di Desiderio, DESIDERATA.

La notizia di questo disegno di matrimonio giunta a Roma, gettò la costernazione nell'animo del Pontefice e dei suoi consiglieri che avevano fatto base della loro politica la rivalità tra Franchi e Longobardi. Una eloquente testimonianza di questo sconforto noi lo troviamo in una lettera inviata da Stefano III, nel 770, ai re franchi:
"…Abbiamo saputo, - scriveva il Pontefice - con nostro gran dispiacere, che Desiderio, re dei Longobardi, vuol dare in sposa sua figlia ad uno di voi. Se ciò corrisponde a verità, non un matrimonio è questo, ma una diabolica unione, un iniquo concubinaggio perché la Santa Scrittura c'insegna che molti uomini caddero in peccato per avere sposato donne di nazione diversa. E quale pazzia è la vostra di voler contaminare la nazione franca, la più illustre del mondo, e la vostra stirpe con la perfida e nefandissima gente longobarda ?... ". E dopo avere ricordato la condotta dei Longobardi e gli impegni assunti da Pipino, Stefano concludeva: "Abbiamo messo questa lettera ammonitrice sulla tomba di S. Pietro, vi abbiamo celebrato sopra la messa, e dà questo luogo ve la mandiamo con le lacrime agli occhi".

Ma questa lettera non ebbe l'effetto desiderato. Bertrada perseverò nel suo proposito, fece un viaggio prima in Baviera poi si recò in pellegrinaggio a Roma allo scopo di mettere d'accordo Pontefice e Desiderio. Non le riuscì difficile: Cristoforo e Sergio erano diventati troppo invadenti e si erano accostati a CARLOMANNO che aveva mandato a Roma il conte Dodone, suo legato, con una schiera di Franchi; quindi il Papa aveva tutto l'interesse di non guastarsi con Carlo e di accordarsi con Desiderio.
Lasciata Roma, Bertrada andò a Pavia, dove erano arrivati alcuni nobili Franchi per celebrare le nozze tra Carlo e Desiderata, poi fece ritorno in Francia conducendo con sé la sposa del figlio.

La politica della S. Sede ora risente della debolezza del Pontefice e dell'intrecciarsi degli odi, delle ambizioni e del desiderio di vendette, e prepara nuovi disordini nella città. Tanto il Papa quanto il re longobardo hanno interesse di fiaccare Cristoforo e Sergio, specialmente Desiderio che vede in loro due gli ostacoli più grandi alla sua politica romana.
Tramite cubiculario del Pontefice di nome PAOLO AFIARTA, il re dei Longobardi prima s'intende con STEFANO III, poi con il pretesto di compiere un religioso pellegrinaggio e di incontrarsi con lui per definire la questione delle "giustizie di S. Pietro", muove verso Roma con un corpo di milizie.

Cristoforo e Sergio però non si lasciarono sorprendere e, armati e radunati nella Tuscia e nella campagna romana, si prepararono a difendersi spalleggiati dai Franchi di Dodone.
DESIDERIO si accampò presso S. Pietro e qui venne a trovarlo Stefano III, mentre l'Afiarta preparava in città la rivolta. Questa scoppiò quando il Papa faceva ritorno in Laterano, ma trovò Cristoforo e Sergio pronti. Con i loro armati presero d'assalto il Laterano e penetrarono nella basilica di San Salvatore dove Stefano III si era rifugiato, ma il contegno impavido del Papa e i soccorsi dell'Afiarta tempestivamente giunti fecero sì che la persona del Pontefice non fosse toccata.

Il giorno seguente Stefano tornò a far visita a Desiderio e quel giorno medesimo, non si sa bene come CRISTOFORO e SERGIO caddero nelle mani dei partigiani del Papa.
Questi promise loro salva la vita ed ordinò che padre e figlio fossero scortati nel lasciare Roma; ma quando stavano per passare le mura furono assaliti improvvisamente da un manipolo di armati che cavarono loro gli occhi. Cristoforo fu condotto nel monastero di S. Agata, dove tre giorni dopo morì: Sergio fu tratto prigioniero in Laterano e di lui non si seppe più nulla. Il re dei Longobardi, soddisfatto dalla fine dei suoi nemici, levò il campo e se ne ritornò a Pavia (771).

Stefano III, scrivendo a Carlo e a Bertrada, li informava degli avvenimenti addossando la colpa a Dodone e lamentandosi di aver corso pericolo di vita. Narrando la fine del primicerio e del figlio, affermava che era avvenuta contro la sua volontà, per opera di alcuni malfattori; infine lodava la condotta di Desiderio ed assicurava che questi era sulla via di mantener le promesse. Quest'ultima notizia però non rispondeva a verità. Il re dei Longobardi non aveva nessuna intenzione di voler mantenere le sue promesse e spadroneggiava a Roma per mezzo dell'Afiarta e del suo partito che di giorno in giorno cresceva di numero e di prepotenza.

Questa situazione in cui Roma era caduta non poteva certo piacere a Carlo. Non riusciva a tollerare che il suocero potesse avere il sopravvento nella politica romana, scalzando chi aveva il titolo di patrizio ed era il difensore della S. Sede. L'edificio costruito da BERTRADA cominciava a sfasciarsi. Crollò improvvisamente quando CARLO, ripudiata DESIDERATA, la mandò a Pavia e condusse a nozze la principessa sveva ILDEGARDA, che uno storico del tempo chiamò la più bella donna di tutto l'Occidente.

Il 4 dicembre del 771 moriva CARLOMANNO, lasciando due figli in tenera età. CARLO, radunata un'assemblea di Grandi a Corbeny (Corbonacum) si fece eleggere re, riunendo nelle sue mani i vasti domini che erano stati del padre Pipino. La vedova GERBERGA, temendo per sé e per i figli, si recò a Pavia ed ottenne ospitalità alla corte longobarda, dove vennero a trovarsi un'infelice e offesa donna (Desiderata di nome ma ripudiata da Carlo) e una madre angosciata in gramaglie che pareva chieder giustizia per i suoi figli.

ADRIANO I - SPEDIZIONE DI CARLO IN ITALIA
FINE DEL REGNO LONGOBARDO


Il 3 febbraio del 772 cessava di vivere STEFANO III. La nuova elezione portò sul soglio di S. Pietro un uomo che era tutto l'opposto del defunto papa. ADRIANO I era di antica ed illustre famiglia romana ed alla pietà religiosa univa un carattere fermo ed una volontà incrollabile. Eletto all'unanimità egli mostrò subito di non appartenere a nessuna fazione e di volersi adoperare soltanto per il bene della Chiesa. Il suo primo atto fu di perdono: furono richiamati dall'esilio i partigiani di Cristoforo e Sergio e furono rimessi in libertà coloro che dall'Afiarta erano stati gettati in prigione.
Quest'amnistia del Pontefice sapeva di sfida a Desiderio, il quale per assicurarsi delle intenzioni di Adriano mandò a Roma un'ambasciata composta di un certo Prandolo e dei duchi di Spoleto e di Ivrea, che in nome del re si congratularono con il Papa della sua elezione, offrendogli l'amicizia della corte di Pavia.

La risposta di Adriano fu quella che Desiderio non si aspettava. Rispose il Pontefice che egli voleva vivere in pace con tutti i cristiani e avere fede al trattato concluso tra Franchi, Longobardi e S. Sede, ma che "non poteva prestar fede alle parole di un re che non aveva mantenuto le promesse fatte a Stefano III".
Gli ambasciatori longobardi cercarono di assicurare il Papa sulle buone intenzioni del loro re ed allora Adriano mandò a Pavia, perché trattassero con Desiderio, il sacellario Stefano e l'Afiarta. Ma quando questi furono a Perugia giunse la notizia che un esercito longobardo aveva occupato Ferrara, Comacchio e Faenza e marciava su Ravenna.

Quest'improvviso mutamento di Desiderio fu da alcuni attribuito al rifiuto opposto dal Pontefice al re longobardo, il quale voleva che Adriano consacrasse re dei Franchi i due figli di Carlomanno e Gerberga. In verità non è necessario ricercar la causa del nuovo atteggiamento di Desiderio nel rifiuto del Papa. Era sufficiente motivo di ostilità la risposta di Adriano ai tre legati regi e l'amnistia concessa ai nemici della fazione longobarda.

L'invasione dell'Esarcato non impressionò molto il Pontefice; anzi mandò in fretta ai suoi ambasciatori a Perugia una lettera per il re in cui gli rinfacciava la sua falsità e gl'intimava di sospendere le operazioni belliche ed allontanarsi dalle terre invase. Stefano e l'Afiarta proseguirono per Pavia, ma la loro missione non ebbe alcun successo. Pare che l'Afiarta, anima venduta dei Longobardi, consigliasse Desiderio di invitare il Pontefice a Pavia per costringerlo poi a incoronare i figli di Carlomanno. E' certo è che i due ambasciatori lasciarono Pavia portando come risposta l'invito del re ad un incontro nella capitale del regno.

Dei segreti maneggi dell'Afiarta senza dubbio doveva esser giunta notizia al Pontefice, il quale saputo anche che, una settimana prima della morte di Stefano III, per ordine dello stesso Afiarta, Sergio, il figlio di Cristoforo, era stato nottetempo condotto presso l'arco di Galliano sull'Esquilino e qui ucciso e sepolto. Il cadavere era stato ritrovato. Allora il Pontefice aveva ordinato all'arcivescovo di Ravenna di catturare l'Afiarta al ritorno da Pavia e mandandogli gli atti del processo già istruito contro di lui, gli aveva ordinato di accertare le responsabilità dell'imputato e quindi di punirlo.
L'Afiarta fu arrestato a Rimini e l'arcivescovo di Ravenna, nemico accanito dei Longobardi, ignorò le istruzioni ricevute dal Papa, e sbrigativamente lo fece giustiziare.

Questo fatto infuriò Desiderio, che, riprese le ostilità, si impadronì di Senigaglia, Montefeltro, Urbino, Gubbio, e invase la Tuscia romana, saccheggiando ed uccidendo o facendo prigionieri gli abitanti.
Naturalmente Adriano non mancò di protestare, ma, ben sapendo che nulla avrebbe ottenuto dal re longobardo con le proteste e che occorreva opporre la forza alla forza, fortificò le mura della città, richiamò a Roma le milizie della Tuscia, di Perugia e della Campania e scrisse sollecitamente a Carlo, informandolo degli avvenimenti, delle intenzioni di Desiderio e del pericolo che la Santa Sede correva e chiedendo pronti aiuti.

Le intenzioni di Desiderio erano evidentissime: egli tendeva a Roma che voleva sotto il diretto dominio e sotto la sua influenza. Tra la fine del 772 e il principio del 773, alla testa di un forte esercito, accompagnato da Gerberga e dai due figli di Carlomanno, si mise in marcia verso Roma.
Ma non doveva andare oltre Viterbo: qui vennero a trovarlo i vescovi di Albano e di Viterbo, che gli portarono una lettera papale nella quale Adriano I minacciava di scomunica il re e i Longobardi se fosse entrato nel territorio romano.
Forse l'anatema del Pontefice avrebbe lasciato indifferente Desiderio. Ma la consapevolezza delle forze di cui disponeva Papa Adriano; il malumore del clero longobardo di fronte ad una guerra contro il loro Capo spirituale; e più d'ogni altra cosa la notizia diffusasi o fatta diffondere ad arte delle alleanze in corso tra Carlo ed Adriano, non davano sicurezza al re longobardo.
Persuaso da questi tre elementi a sfavore, non si spinse oltre, levò il campo da Viterbo e fece ritorno a Pavia.

Giungevano intanto a Roma tre ambasciatori franchi, i quali dopo un colloquio avuto col Papa, si recarono alla capitale longobarda per cercar di piegare il re ad un accordo con il Pontefice; ma Desiderio fu irremovibile. Cedere per lui significava rinunciare alla sua politica di espansione nella cui via a poco a poco si era messo; voleva dire perdere le ricche rendite dell'Esarcato e della Pentapoli che gli erano necessarie per colmare i vuoti del suo patrimonio prodotti dalle numerose donazioni da lui fatte in favore di monasteri; significava accrescere il numero degli oppositori che aveva già nel "suo" clero e nella "sua" nobiltà; infine cedere voleva dire provocare la disgregazione del regno che egli tanto si era adoperato a mantenere unito, per diventare un sovrano vassallo dei Franchi, e, quel che era peggio, della Santa Sede.

Decidendosi a non piegare alla pressione franca, Desiderio tentava di uscire da una situazione difficilissima con l'unico mezzo che gli rimaneva: la risolutezza. Questa poteva impressionare i suoi nemici e far loro mutare politica; o poteva inasprirli e indurli alla guerra. E questa guerra avrebbe deciso le sorti del regno longobardo: o la fine o l'incontrastata potenza.

Al re franco che si trovava a Thionville ritornarono gli ambasciatori, ALBINO, il vescovo GIORGIO e l'abate WULFARDO, portando la risposta di Desiderio. La guerra era inevitabile; eppure Carlo - anche se aveva ricevuta una segreta ambasciata di alcuni nobili longobardi che lo invitavano a scendere in Italia promettendogli di consegnargli il re e le sue ricchezze ("istum Desiderium tyrannum sub potestate traderent vinctum, et opes multas ...., Anon. Salern.) - volle ancora tentare un pacifico appianamento e propose al re dei Longobardi che restituisse le terre occupate dietro un compenso di quattordicimila solidi d'oro. Ma la risposta di Desiderio fu un nuovo rifiuto.
Allora Carlo convocò a Ginevra un'assemblea di Franchi ("campo di maggio") e qui fu decisa la guerra in Italia.

Raccolte numerosissime forze, Carlo le divise in due eserciti, uno dei quali comandato dallo zio Bernardo doveva passare le Alpi per il valico del monte Giove (Gran San Bernardo), l'altro al suo comando doveva scendere in Italia per la via del Cenisio.
Nella primavera del 773 gli eserciti franchi si misero in marcia verso le Alpi. Carlo con il suo esercito, passato il Cenisio, entrò nella valle di Susa e soggiornò per qualche tempo nel monastero della Novalesa, un monaco del quale, vissuto probabilmente nel secolo decimoprimo, ci lasciò una descrizione, in una sua cronaca ("Chron. Novaliciense"), della battaglia che i Franchi combatterono con i Longobardi alle Chiuse (cronaca probabilmente ritrovata da un successivo monaco nel monastero, scritta da un suo predecessore all'epoca dei fatti).

È impossibile ricostruire nei suoi veri particolari questa battaglia intorno alla quale tante e contraddittorie leggende sono giunte sino a noi. Secondo una di queste il passo era così fortemente difeso da mura, torri e bastioni, che l'esercito franco si sarebbe ritirato rinunziando all'impresa se per un "miracolo divino" i Longobardi non si fossero dati improvvisamente alla fuga.

Secondo un'altra leggenda, ci fu alle Chiuse una battaglia sanguinosissima in cui Adelchi, figlio di Desiderio, giovane forte e valoroso, piombando più di una volta sul nemico con una mazza di ferro che era solito portare, con questa fece più di una strage.
Carlo, disperando di forzare il passo, aveva ormai deciso di rinunciare e tornarsene a casa, quando al suo campo giungeva, inviato dall'arcivescovo Leone di Ravenna, il Diacono MARTINO, che indicò al re un sentiero sconosciuto e quindi non sorvegliato dai longobardi; il re inviando una parte delle sue truppe da quella parte, riuscì a sorprendere alle spalle i Longobardi, che, assaliti di fronte e da tergo, si diedero alla fuga abbandonando le loro posizioni difensive e la lotta.
Secondo un'altra leggenda, chi insegnò a Carlo il sentiero sconosciuto fu un giullare longobardo. Avendo, dopo la vittoria, il re chiesto al giullare che cosa desiderava come compenso, questi salì sopra un colle e suonò un corno, poi chiese che gli fosse dato tutto il territorio fin dove il suono si era udito.
Eppure, in queste leggende un fondo di verità meno miracolistiche le hanno. Si parla di resistenza accanita da parte di Desiderio che non possiamo relegare nel mondo delle favole perché Desiderio un forte esercito lo aveva per davvero; si parla di sentieri nascosti e con l'esercito franco che discende alle spalle su alcuni Longobardi, circostanza questa che, senza la leggenda del giullare e del diacono Martino, non hanno nulla d'inverosimile.
Molti anni prima nella stessa zona era accaduto le stessa cosa.
E anche Napoleone, scoprendo una piccola mulattiera a Bard, aggirò la turrita e invalicabile fortezza beffando gli austriaci (la ricordiamo perché si svolse allo stesso modo)

Noi pensiamo che la vittoria di Carlo fu dovuta al movimento aggirante delle sue truppe. Pipino aveva fatto lo stesso nella sua seconda spedizione in Italia, e il fatto che Carlo avesse mandato attraverso il passo del monte Giove (Gran San Bernardo), lo zio Bernardo ci fa credere che ad una manovra aggirante egli aveva già pensato prima di iniziare le operazioni. Se la colonna aggirante fosse quella di Bernardo o l'esercito dello stesso del re dal Cenisio, noi non lo sappiamo: forse una sola, forse l'una e l'altra insieme, ma non cambia il risultato
Quel che è certo è che la difesa delle Chiuse si risolse con la rotta dei Longobardi che si diedero buona parte alla fuga, una parte con Desiderio si chiusero a Pavia, parte con Adelchi a Verona dove si era rifugiata Gerberga con i figli, e altri si ritirarono in altre città dove poi si arresero ai Franchi. Le città che fecero maggiore resistenza furono Pavia, Verona e Brescia. In quest'ultima, furono anima della resistenza un nipote di Desiderio, POTO e il vescovo ASUALDO, ma alla fine furono costretti dal popolo ad arrendersi al conte franco ISMONDO che pose in assedio senza scampo la città.

La sconfitta delle Chiuse, conosciuta subito nelle varie parti del regno longobardo, n'affrettò il disgregamento: Spoleto si elesse un duca proprio, ILDEPRANDO, che fece atto di sottomissione al Papa; lo stesso fecero Osimo, Fermo, Ancona e Città di Castello. Intanto quasi tutta l'alta Italia cadeva nelle mani dei Franchi e sulla fine del settembre del 773 l'esercito di Carlo giungeva sotto le mura della città di Pavia cingendola con un poderoso assedio.

Non era più il caso di iniziare trattative con Desiderio: era ormai questa una guerra ad oltranza che doveva finire con la distruzione del regno longobardo.

Perciò la resistenza di Pavia fu così lunga. Verona invece resistette un po' meno; nell'autunno dello stesso anno sì arrese: GERBERGA e i figli si consegnarono nelle mani di CARLO e finirono probabilmente rinchiusi in qualche monastero; ADELCHI invece riuscì a fuggire prima a Salerno, poi a Costantinopoli, dove fu accolto benevolmente dall'imperatore.

ILDEGARDA raggiunse Carlo al campo di Pavia e, poiché l'assedio si prevedeva lungo, nella primavera del 774 il re franco stabili di andare a Roma. Il motivo apparente del suo viaggio era la visita alla tomba dell'Apostolo in occasione della Pasqua che cadeva il 2 aprile, il motivo vero da cui era mosso era il bisogno che Carlo aveva di un incontro con il Pontefice per parlare delle cose d'Italia.
A Carlo non dovevano essere ignote le mire della S. Sede. Questa agognava al possesso dell'Esarcato, della Pentapoli e forse di tutta l'Italia longobarda e per legittimare le sue pretese aveva tirato fuori un documento famoso, il "Costitutum Constantini" denunciato come falso nel sec. XV da Lorenzo Valla e come tale oggi ritenuto, in cui si affermava che l'imperatore Costantino, dopo il racconto della sua conversione e della guarigione dalla lebbra per opera di papa Silvestro, concedeva alla Chiesa di Roma il primato su tutte le chiese del mondo e al Pontefice le insegne delle sovranità, il palazzo lateranense e il dominio su Roma e su tutte le province d'Italia e dell'Occidente.

Certo non tutto quello che la S. Sede desiderava Carlo era disposto a dare né del resto sapeva con precisione quello che il Pontefice avrebbe chiesto. Tuttavia per definire il futuro assetto dell'Italia si rendeva indispensabile un incontro con il Papa.

Carlo partì per la metropoli con un numeroso seguito di vescovi, abati, duchi e conti e con una parte del suo esercito. La strada che percorse fu quella della Toscana. A Nova, presso il lago di Bracciano, a trenta miglia da Roma gli vennero incontro i dignitari della Chiesa e i capi delle milizie mandati dal Pontefice a fare atto di sottomissione al re vittorioso; a un miglio dalle mura di Roma Carlo trovò l'esercito romano schierato, gli scolari della città che recavano ramoscelli di palma e di ulivo e cantavano inni in onore dell'ospite regale e infine il clero con croci e vessilli. Il re scese da cavallo, imitato dai suoi, e a piedi si avviò verso la basilica di S. Pietro.

L'antica chiesa, che la tradizione diceva costruita per ordine di Costantino, era assai diversa dalla presente, ed assai più bella, per il suo carattere veramente originale.
Si trovava fuori delle mura, le quali allora non circondavano il quartiere vaticano che era solo un sobborgo all'esterno della Città Imperiale. La vasta basilica a forma di croce aveva cinque navate, la principale delle quali finiva con un'abside semicircolare.
(l'unico documento esistente su questa basilica, è una discreta incisione che si trova oggi custodita a Venezia - Ndr.)

"....Alla chiesa si arrivava traversando un atrio spazioso a forma di chiostro, detto il Paradiso di S. Pietro. Il pavimento, della chiesa come quello dell'atrio, si trovava alcuni metri più in alto della piazza. Vi si ascendeva per una scala larga quanto la facciata o muro esterno. Le novantasei colonne, nonché i mattoni con i quali erano state costruite le mura e gli archi, erano stati tolti dal vicino anfiteatro di Nerone, e da altri edifici pagani: si vedeva una grande varietà di sagome, di capitelli, di colonne. Questo gran tempio cristiano, composto con i frammenti di tempi pagani, sembrava sfavillare da lontano, perché il tetto era formato da tegole di bronzo dorato, prelevati anch'essi dagli antichi tempi di Roma e di Venere. Nell'interno i diversi colori dei mosaici e delle pitture davano a quella chiesa una solenne e severa varietà, che armonizzava con il sentimento religioso assai più del S. Pietro moderno, che sembra quasi un'immensa galleria.
Molte erano le statue di marmo e di bronzo, alcune delle quali anch'esse tolte ai tempi pagani, e adattate ad uso cristiano. A tutto ciò si aggiungevano ricchi broccati, veli a trapunto, lamiere d'oro e d'argento. Nel mezzo della croce la Confessione dell'Apostolo, rivestita d'argento, coperta da un tempietto con sei colonne di onice a spira, con un centinaio di lampade e candele, le quali ardevano giorno e notte. Qui vi erano tutti i giorni prostrati in ginocchio migliaia di fedeli di ogni sesso ed età, di ogni condizione sociale, giunti da tutte le parti del mondo a chiedere perdono dei loro peccati. Insomma era un tempio veramente unico, che poteva dirsi il centro religioso del mondo…" (Villari).

Era il sabato santo (10 aprile). In cima alla scala Adriano aspettava il sovrano dei Franchi; l'atrio era gremito di clero e di popolo. Quando Carlo giunse s'inginocchiò ai piedi della scala, poi ne salì i gradini in ginocchio, baciandoli. Il Pontefice lo ricevette fra le braccia e lo baciò e, mentre il clero cantava il versetto del salino "Benedictus qui venit in nomine Domini", entrò con lui nella basilica.

Quello stesso giorno il Papa e il re, seguiti dai nobili delle due nazioni, visitarono la tomba dell'Apostolo e si scambiarono solenne giuramento di fedeltà; poi si recarono a S. Giovanni in Laterano dove il Pontefice somministrò il battesimo alla presenza del re. L'indomani, giorno di Pasqua, Carlo ascoltò la messa celebrata da ADRIANO I in Santa Maria Maggiore e il giorno dopo ebbe luogo un grande banchetto. v Il 4 e il 5 di aprile vi furono solenni cerimonie nelle basiliche di S. Pietro e dì San Paolo.

Il 16 di aprile il Pontefice si recò in processione con il re a S. Pietro e qui, alla presenza del clero e dei magistrati romani, Adriano scongiurò Carlo di adempiere e confermare le promesse di Pipino. Secondo il "Libro Pontificale", il Papa lesse al sovrano la "Promissio carisiaca", consacrata nel diploma di Quierzy, e Carlo fece scrivere, dal suo notaio ETERIO un diploma che confermava la donazione paterna e che fu sottoscritta da lui, dai suoi vescovi, abati, duchi e conti.
Questo documento fu posto sull'altare di San Pietro, poi nella Confessione e infine fu consegnato al Papa che ebbe promessa che sarebbe stato eseguito quello che c'era scritto. Altre due copie furono fatte; una rimase nelle mani del re, l'altra fu deposta sotto gli Evangeli nella tomba dell'Apostolo.

Questo diploma non è giunto sino a noi e se ne ha notizia soltanto dal biografo di Adriano. Di tale documento alcuni critici negarono l'esistenza, altri dissero che in fu interpolato il passo che parlava della nuova donazione di Carlo, altri ancora sostennero che la donazione riguardasse i patrimoni soltanto. Oggi però è opinione comune che il documento di cui parla il biografo sia veramente stato redatto e che siano da escludere le interpolazioni.
Non si può però ammettere che la donazione di Carlo sia stata fatta nei termini di cui si fa parola nel "Libro Pontificale" sia perché in questo si parla di territori, che, come la Corsica, non furono mai conquistati dal re dei Franchi, sia perché vi sono indicati territori che poi non furono concessi.

Carlo trattenutosi ancora pochi giorni a Roma, fece ritorno a Pavia, che dopo otto mesi di assedio, nei primi del giugno del 774 finalmente si arrese. Narra una leggenda che una figlia di Desiderio, presa d'amore per Carlo, cui aveva mandato una lettera infissa in una freccia, prese furtivamente le chiavi che erano appese al letto del padre, aprì di notte le porte al nemico ma fu travolta ed uccisa dalla cavalleria franca. Ma forse la resa più prosaicamente si deve attribuire alla fame, alla pestilenza e infine alle discordie che regnavano tra gli stessi Longobardi (che non erano mai mancate da quando - lo abbiamo visto in tutti questi anni - Alboino era giunto in Italia due secoli prima).

Carlo rimase a Pavia un mese e mezzo circa, poi tornò in Francia recando con sé il tesoro della reggia longobarda, Desiderio, la regina Ansa e una figlia. Di Desiderio si narra che, preso l'abito monastico, e che finì i suoi giorni nel monastero di Corbeia; di Ansa si dice che andò a chiudersi nel monastero bresciano di S. Giulia da lei stessa fondato e di cui era badessa la figlia Anselperga. Forse nello stesso convento morì anche l'infelice DESIDERATA (la moglie ripudiata da Carlo) che poi il Manzoni immortalò.

Con la presa di Pavia finiva di esistere, dopo più di due secoli, il regno longobardo.

La mancanza di un forte sentimento nazionale, la turbolenza dei duchi spesso in lotta con il governo centrale, la tendenza all'autonomia e all'indipendenza nei ducati più forte della volontà accentratrice ed unificatrice dei re e causa perciò di guerre, di rivoluzioni, di tradimenti, il dualismo tra duchi e gastaldi, la debolezza del governo bizantino che aveva fatto nascere e sviluppare nelle città italiane l'autonomismo politico e amministrativo e le milizie indigene impedendo ai Longobardi la realizzazione delle loro mire espansioniste, la politica debole, incerta, ineguale di alcuni re, e troppo rigida e intransigente di altri, furono le ragioni che determinarono la debolezza del regno longobardo e ne prepararono la rovina.

Ma la principale causa della caduta del regno longobardo fu la Chiesa romana, fu la S. Sede, che da potenza spirituale divenuta potenza temporale ostacolò prima la politica longobarda delle conquiste e dell'unificazione d'Italia con una politica identica nello scopo, ma più forte, più tenace, più scaltra e più conseguente, e poi minò la compagine stessa della nazione longobarda e indebolì l'autorità della monarchia con la religione. Infine falliti tutti questi tentativi utilizzò le armi dei Franchi. Le sorti del regno longobardo furono segnate il giorno che il primo re longobardo ebbe il battesimo. Se questo per la Chiesa, doveva essere il primo passo spirituale per arrivare a quello temporale, per domare i ribelli ostinati e quindi poco generosi dovette aspettare i Franchi.

GREGORIO MAGNO aprì la prima breccia nelle mura della cittadella nemica servendosi dell'acqua santa, finì di abbatterle ADRIANO I adoperando la spada dei Franchi. Questa spada però era purtroppo un'arma straniera che doveva aprire nella storia d'Italia un altro e non breve periodo di avvilimento e di schiavitù per oltre 1000 anni !

Carlo da Pavia prelevò l'intero tesoro del regno Italico dei Longobardi. Era la prima volta che accadeva in Italia, ma non fu nemmeno l'ultima!

Partito Carlo, che nei suoi territori aveva i suoi problemi, l'Italia diventa una "colonia", abbandonata a se stessa; é l'Italia "sotto" i Carolingi.

Ne parleremo in un prossimo capitolo in "L'IMPERO FRANCO"
ora prima diamo uno sguardo alla ...

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